Alexandre Dumas. (padre). IL TULIPANO NERO. INDICE. Introduzione: pagina 5. PRIMA PARTE. 1. Un popolo riconoscente: pagina 18. 2. I due fratelli: pagina 33. 3. L'allieva di Giovanni de Witt: pagina 47. 4. I massacratori: pagina 62. 5. Il coltivatore di tulipani e il suo vicino: pagina 76. 6. L'odio di un coltivatore di tulipani: pagina 88. 7. L'uomo felice incontra la sventura: pagina 99. 8. Un'invasione: pagina 114. 9. La cella di famiglia: pagina 124. 10. La figlia del carceriere: pagina 131 NOTE ALLA PRIMA PARTE: pagina 139. SECONDA PARTE. 11. Il testamento di Cornelius van Baerle: pagina 144. 12. L'esecuzione: pagina 160. 13. I sentimenti di uno spettatore in questo frattempo: pagina 166. 14. I piccioni di Dordrecht: pagina 173. 15. Lo spioncino: pagina 181. 16. Maestro e scolara: pagina 190. 17. Il primo bulbo: pagina 201. 18. L'innamorato di Rosa: pagina 213. 19. Donna e fiore: pagina 222. 20. Ciò che era accaduto durante quegli otto giorni: pagina 232. 21. Il secondo bulbo: pagina 245. NOTE ALLA SECONDA PARTE: pagina 257. TERZA PARTE. 22. La fioritura: pagina 259. 23. L'invidioso: pagina 269. 24. Il tulipano cambia padrone: pagina 280. 25. Il presidente van Systens: pagina 287. 26. Un membro della società orticola: pagina 297. 27. Il terzo bulbo: pagina 310. 28. La canzone dei fiori: pagina 321. 29. Van Baerle, prima di abbandonare Loewestein, regola i conti con Grifo: pagina 333. 30. Dove si comincia ad avere dei dubbi sul supplizio riservato a Cornelius van Baerle: pagina 343. 31. Haarlem: pagina 349. 32. Un'ultima preghiera: pagina 359. Conclusione: pagina 366. NOTE ALLA TERZA PARTE: pagina 374. INTRODUZIONE. I primi anni di Alexandre Dumas padre. In casa Dumas non avevano molta fantasia in fatto di nomi di battesimo: il nome «Alexandre» ricorre con ossessionante regolarità. E così non vi è solo un Alexandre Dumas padre e un A. D. figlio, ma anche un A. D. nonno. Pure il bisnonno si chiamava Alexandre (per l'esattezza: Antoine Alexandre Davy, marchese de la Pailleterie), ma non ancora «Dumas ». Perché, stranamente, questo cognome destinato a divenire celebre, pervenne ai marchesi de la Pailleterie da una negra di Santo Domingo o forse di Haiti, comunque una negra della lontana isola antillana: Marie Cessette Dumas. Da lei e da Antoine Alexandre, nel 1762, nacque a Jérémie, in Santo Domingo, Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie. Questi, arruolatosi nel 1786 tra i dragoni della regina col nome di «Dumas», fece una rapida carriera: nel 1793 era già generale di divisione. Dopo avere comandato l'armata dei Pirenei Orientali, venne in Italia con Napoleone. A lui viene attribuita la vittoria davanti a Mantova contro il generale austriaco Wurmser, nel 1797. Qualche tempo dopo fu protagonista di un episodio che lo fece soprannominare «Orazio Coclite del Tirolo»: a Bressanone infatti, facendo appello alla sua gigantesca statura e a tutta la sua forza erculea, riuscì a difendere da solo un ponte contro un intero squadrone austriaco. Fu con il grande corso anche nell'infelice campagna in Egitto, nel 1798, ma la sua carriera non fece ulteriori progressi sotto Napoleone primo console e poi imperatore a causa della salute non più di ferro e soprattutto a causa dei suoi dichiarati sentimenti repubblicani. Quando morì, nel 1806, non lasciava grandi sostanze a suo figlio Alexandre Dumas, nato a Villers-Cotterets, nell'Aisne, il 24 luglio 1802. Il bimbo ebbe come precettori due sacerdoti, ma non ne fece molto frutto, poiché anziché studiare, preferiva frequentare la palestra e correre nei campi. Questo non gli permise di acquistarsi una grande cultura, ma irrobustì il suo fisico e gli fece apprezzare ed esaltare più tardi nei suoi libri la baldanzosa gagliardia. La sua formazione umana venne garantita dalle assidue cure della mamma Marie-Louise Labouret, che, com'egli scrisse più tardi, suscitò e alimentò in lui una sensibilità e un sereno ottimismo che, pur nella sua tumultuosa vita, non gli fecero mai sperimentare «né un minuto di dubbio né un istante di disperazione». Grazie alla sua bella calligrafia, ottenne un posto di scrivano dapprima presso un notaio a Villers-Cotterets e poi a Crépy-sur-Oise. Intanto aveva fatto amicizia con Adolphe de Leuven, figlio di un nobile svedese in esilio: i due avevano collaborato alla stesura di qualche "vaudeville" (commedia umoristica) e di qualche altro brano teatrale, che non videro mai la luce. Ritornato Leuven a Parigi, Dumas lo seguì qualche tempo dopo, trovando simpatica accoglienza presso l'attore F. J. Talma. Deciso a trasferirsi stabilmente a Parigi, nel 1823, Dumas, grazie alla presentazione di un vecchio amico di suo padre, divenne copista nella cancelleria del duca d'Orléans, il futuro re Luigi Filippo. Poco dopo il suo arrivo nella capitale, conobbe e amò Marie-Catherine Lebay (1794-1868), da cui nel 1824 nacque Alexandre Dumas figlio, che il Dumas padre riconobbe solo nel 1831. Le opere teatrali. Le prime produzioni letterarie di Dumas padre furono opere teatrali. Dalla collaborazione tra Dumas e Leuven, ma anche di altri «scrittori» più o meno esplicitamente dichiarati, venne prodotta nel 1825 una prima commedia: "La Chasse et l'amour" (La caccia e l'amore), rappresentata da Ambigu-Comique; ancora in collaborazione con Leuven, Dumas scrisse il «vaudeville» "La Noce et l'enterrement" (Nozze e funerali), rappresentato a Porte Saint-Martin il 21 novembre 1826. Il grande teatro della Comédie Française si aprì al Dumas, con il dramma romantico "Christine", che venne accettato, ma fu rappresentato solo nel 1830. Immediata fortuna ebbe invece il dramma in prosa "Henri troisième et sa cour" (Enrico terzo e la sua corte), che la Comédie Française rappresentò l'11 febbraio 1829. Era «il primo dramma storico romantico in prosa» e in esso il Dumas dava prova della robustezza e genialità del suo temperamento. La «rivoluzione di luglio» del 1830 gli fece accantonare le aspirazioni letterarie. Solo il 10 gennaio 1831 venne rappresentato un suo nuovo dramma: "Napoléone Bonaparte" e poco dopo, il 3 maggio 1831, «il primo dramma moderno», Antony, che gli era stato ispirato dal suo amore per Mélanie Waldor. L'anno successivo veniva rappresentato "La Tour de Nesle", «il più popolare dei suoi drammi in prosa». Ma in che misura era veramente di Dumas? Questi s'era cautelato, attribuendone la paternità ai «Signori X X X e Gaillardet»: ma Fréderic Gaillardet, il cui manoscritto era stato rivisto prima da Jules Janin e poi da Dumas, non ne rimase soddisfatto: ci furono perciò un duello e anche un processo. Dei 91 drammi che in tutto o in parte sono attribuibili alla penna di Alexandre Dumas padre, bisogna ricordare ancora: "Mademoiselle de Belle-Isle", "Un mariage sous Louis quinzième" e "Les demoiselles de Saint-Cyr". Nel 1840, Dumas padre si sposò con l'attrice Ida Ferrier (1811-1859), ma l'unione non fu fortunata: la Ferrier lasciò ben presto il marito e venne ad abitare in Italia. A Firenze soggiornò per qualche tempo anche il Dumas, che ne trasse spunto per diverse opere. Le opere narrative. Proprio le narrazioni di viaggi furono le prime opere narrative del Dumas. Nel 1839, però, egli aveva già incontrato un collaboratore che si sarebbe rivelato preziosissimo: Alexandre (ancora questo nome!) Maquet (1813-1888). Fu appunto con il suo contributo determinante che nel 1844 Dumas potrà pubblicare il suo più famoso romanzo di «cappa e spada», ossia "I tre moschettieri", che costituisce una trilogia insieme a "Venti anni dopo" e "Il visconte di Bragelonne" (tutti pubblicati in italiano dalle Edizioni Paoline; dall'ultimo romanzo citato, P. Piffareris ha tratto un interessante fumetto: "La maschera di ferro", Edizioni Paoline). Su questi romanzi non crediamo necessario dilungarci qui, perché sono universalmente noti nei loro pregi narrativi e nei loro limiti stilistici, essendo tra le opere più caratteristiche del Dumas. Questi aveva elaborato un piano piuttosto ambizioso: attraverso romanzi storici, rievocare l'intera storia di Francia. Costituiscono altrettanti «capitoli» di questo piano i romanzi: "La reine Margot" (1845), "Le Chevalier de Maison-Rouge" (1846). "La Guerre des femmes" (1846), "La Dame de Monsoreau" (1846), "Les Quarante-cinq" (1848), "Joseph Balsamo" (1849), "Le collier de la Reine" (1850), "Ange Pitou" (1853), "La Comtesse de Charny" (1853-55). Con "Isaac Laquedem" (1852), si propose addirittura di scrivere «il romanzo storico dell'umanità», ma il tentativo non ebbe fortuna. Grossissima fortuna ebbe invece "Le Comte de Montecristo" (1844-45; versione italiana Edizioni Paoline), ancor oggi ripetutamente ristampato in edizione integrale o ridotta e utilizzato come soggetto cinematografico e televisivo. Il tulipano nero. Anche il romanzo che qui presentiamo, "Il tulipano nero", uscito nel 1850, è un romanzo a sfondo storico. Le vicende che esso narra sono ambientate nei Paesi Bassi (Olanda) sul finire del secolo diciassettesimo, e più esattamente negli anni 1672- 73. Attori fondamentali del romanzo sono alcuni personaggi storici, come i fratelli Giovanni e Cornelio de Witt e lo statolder d'Olanda e futuro sovrano inglese Guglielmo terzo. Protagonisti sono invece due personaggi inventati, Cornelius van Baerle e Rosa Grifo, e soprattutto il fiore che dà anche il titolo al romanzo, ossia il tulipano nero. Non sembra che quanto il Dumas narra possa servire moltissimo a conoscere meglio le vicende storiche di quel travagliato periodo: le informazioni sui personaggi storici e sul modo di vita di quel tempo sono estremamente ridotte e superficiali (per un significativo confronto, si legga un romanzo storico di ben altro polso, come i "Promessi sposi del Manzoni"!). Molto suggestiva sembra invece la «trovata» di rendere un fiore «protagonista» di un romanzo. Scrittore di romanzi d'azione, il Dumas non era però lo scrittore più adatto a sfruttare a fondo quest'idea: in fondo il fiore del tulipano nero è soltanto un pretesto per raccontare le feroci lotte politiche nelle quali sono miseramente periti i fratelli de Witt e la storia di un tenero amore, e soprattutto per condannare l'inanità di un sentimento pur così diffuso come l'invidia e la gelosia. Cosa avrebbe saputo ricavarne uno scrittore ben altrimenti sensibile come Proust! D'altra parte non bisogna poi essere troppo severi con un romanzo che ha avuto l'onore, piuttosto inconsueto sembra, di essere tradotto in molte lingue e addirittura in un dialetto delle Samoa. Ma forse il merito è soprattutto del fiore stesso, il tulipano appunto, sulla storia del quale è opportuno spendere qualche parola. «Sua Maestà» il tulipano è giunto in occidente abbastanza di recente. Le prime notizie che se ne hanno vennero trasmesse al suo sovrano nel 1551 dall'ambasciatore austriaco in Turchia, Odier de Besbeque, che ammirò il fiore ad Adrianopoli (ora Edirne) e ne inviò più tardi i semi a Vienna. Nel 1561 ne venne redatta la prima descrizione e illustrazione in un volume di Gesner. In Olanda, che sarebbe divenuta «la terra dei tulipani», il fiore giunse attraverso un carico di bulbi che attraccò al porto di Anversa nel 1562 e che segnò l'inizio di una coltivazione industriale di questo fiore. Ci fu subito un'intensa attività speculativa. Intorno al 1610, un solo bulbo di una nuova varietà di tulipani valse da dote ad una gentile fanciulla e qualche tempo dopo, in Francia, un solo bulbo della varietà "Tulipe Brasserie" venne scambiato con una fiorente birreria. Negli anni 1633-37, scoppiò addirittura in Olanda una «Tulpenwoede» o tulipanomania: ci furono dei movimenti speculativi tali che vennero ipotecate case, stabilimenti, industrie: il prezzo dei bulbi salì alle stelle, finché nel 1637 ci fu un pauroso crack. La classificazione scientifica del tulipano è cominciata con Linneo, che nel 1753 denominò "Tulipa gesneriana" (dal nome dello studioso Gesner, sopra ricordato) le varietà del tulipano che fiorivano tardivamente; quelle che fiorivano precocemente vennero denominate "Tulipa suaveolens" da Roth nel 1794. Attualmente si conoscono circa 160 specie di tulipani: le più apprezzate sono la "Tulipa fosteriana" e la "Tulipa clusiana" (così denominata in onore di Charles L'Ecluse o Clusius, che nel 1576 scrisse la prima monografia scientifica sul tulipano). L'elenco più completo è stato redatto nel 1960 dalla Regia Società Generale Olandese dei Coltivatori di Bulbi e annualmente, a partire dal 1946, a cura della Regia Società Orticola, viene pubblicato il catalogo "The Daffodil and Tulip Yearbook". Gli ultimi anni di Alexandre Dumas padre. Nel 1847, appoggiato dal duca di Montpensier, Dumas riuscì a realizzare un suo importante desiderio: la fondazione del Théatre Historique, che mise in scena diversi suoi drammi popolari e patriottici. La rivoluzione europea del 1848, da lui entusiasticamente salutata, fu però l'inizio della sua fine. Il Théatre Historique fallì ed egli, per sottrarsi ai suoi creditori, dovette cercare rifugio all'estero. A Bruxelles, dove risiedette per qualche tempo cominciò a redigere tra l'altro "Mes Mémoires" (Le mie memorie), che avrebbero costituito ben 22 volumi. In gran parte vennero pubblicati anzitutto come appendice al celebre giornale "La Presse" di Emile de Girardin. Gli ultimi capitoli di questi suoi interessanti ricordi vennero pubblicati nel quotidiano "Le Mousquetaire", che Dumas padre fondò quando rientrò a Parigi alla fine del 1853. Il quotidiano tirò avanti abbastanza stancamente fino al 1857, quando cedette il posto, per tre anni, al settimanale "Montecristo". Nel 1868, infine, egli lanciò un nuovo giornale: "Le Dartagnan, journal d'Alexandre Dumas": l'aver gettato nella mischia il nome di uno dei suoi personaggi più fortunati e il suo stesso celebre nome non fu sufficiente a garantire una lunga vita al giornale, che sospese le pubblicazioni dopo appena cinque mesi. In questo frattempo, Alexandre Dumas padre, rifattosi un piccolo patrimonio, aveva deciso di acquistare una goletta e di compiere una spedizione in oriente. Quando fece il primo scalo a Genova, il 16 maggio 1859, gli giunse notizia della spedizione garibaldina dei Mille. Raggiunse immediatamente Garibaldi a Palermo gli offrì i 50.000 franchi che aveva tra mano e con i quali acquistò armi e munizioni, che andò egli stesso a ritirare a Marsiglia. Tornato presso Garibaldi, venne da lui nominato direttore onorario delle Belle Arti a Napoli. Si occupò perciò degli scavi di Pompei e fondò anche un giornale, "L'indipendente". Ma l'idillio tra Dumas e il governo italiano durò poco, e quattro anni dopo Dumas se ne ritornò a Parigi disgustato. Aveva però ancora tanta freschezza di spirito da poter scrivere e pubblicare diversi libri. Nel 1866 visitò i campi di battaglia della guerra austro-prussiana e ne trasse spunto per "La terreur prussienne". Un editore gli chiese addirittura di compilare un "Grande dictionnaire de cuisine" (Grande dizionario di cucina), che uscì dopo la sua morte, nel 1873. Ma ormai egli era solo un sopravvissuto alla sua fama. La sua situazione finanziaria era disastrosa. Solo gli aiuti del figlio Alexandre e della figlia Madame Petel gli permisero di trascorrere serenamente gli ultimi giorni. Morì il 5 dicembre 1870, a Puys, nei pressi di Dieppe, mentre era ospite di suo figlio. Bilancio conclusivo. Quando si ritirò presso il figlio, Dumas padre depose sul tavolo due luigi d'oro, l'unico denaro rimastogli, dicendo: «Mi si accusa di essere uno scialacquatore; ebbene, quando arrivai a Parigi mezzo secolo fa possedevo due monete come queste. Le ho ancora». La battuta adombrava in fondo la sensazione motivata di avere fatto fallimento. Nonostante i suoi 1200 libri, che gli editori Michel Lévy pubblicarono in 277 volumi, negli ultimi anni egli era ossessionato dal timore di veder svanire completamente la sua fama. I posteri tuttavia hanno riconosciuto la sua abilità narrativa, anche se non bisogna attendersi da lui profonde lezioni morali e neppure brillantezza di stile. Anche per questo, però, da un punto di vista critico, sembra importante la questione dei suoi collaboratori, il cui contributo è talvolta difficile identificare, ma la cui memoria deve essere conservata insieme a quella del Dumas. Il collaboratore principale fu Alexandre Masquet, già ricordato più sopra e che contribuì al ciclo dei "Tre moschettieri" e alla "Dame de Monsoreau". Ricordiamo poi l'italiano Pierangelo Fiorentino (1806- 1864), che sostenne di aver collaborato al "Conte di Montecristo" e che sicuramente collaborò al "Corricolo" e "Le speronare" eccetera. Dell'opera di Paul Bocage (1824-1887), Dumas si avvalse per i "Mohicans de Paris", mentre A. Anicet-Bourgeois (1806-1871), Gérard de Nerval e Cordellier-Delanone eccetera furono i principali collaboratori per i drammi. Con una velenosa battuta, Charles Hugo disse un giorno: «Nessuno è mai riuscito a leggere tutto quello che ha scritto Dumas; neppure lui». Dumas stesso si difendeva d'altronde, con un paragone che ha una sua validità, dichiarando ch'egli aveva dei collaboratori, allo stesso modo che Napoleone aveva dei generali. Il «segreto» di Dumas consisteva infatti in questa sua capacità di avvalersi del lavoro organizzato quasi su scala industriale dei cosiddetti «negri» (nel 1845, Eugène de Mirecourt, ossia C.J.B. Jacquot, scrisse un pamphlet dal titolo significativo: "Fabrique de romans, Maison Alexandre Dumas et C.ie"). Lui, infatti, faceva la prima stesura dei suoi romanzi, di cui poi curava anche la stesura definitiva, dopo che vi era stato l'apporto dei suoi collaboratori. Per la sua opera, perciò, sembra valido il giudizio di un critico attento: «Improvvisatore nell'arte come nella vita, egli fu un irregolare. Ideologie e tesi morali mancano nella sua opera, in cui, assente lo stile e sommaria la psicologia, predominano l'istinto e l'azione. Non ebbe il tempo di riflettere: sognava e scriveva. Narratore inesauribile, brioso e pittoresco, sebbene abbia sacrificato spesso l'aristocrazia dell'arte ai gusti della moltitudine, fu il più geniale tra gli scrittori popolari del secolo diciannovesimo» (Alceste Bisi Gaudenzi). LUIGI GIOVANNINI. PARTE PRIMA. CAPITOLO PRIMO. UN POPOLO RICONOSCENTE. Il 20 agosto 1672 la città dell'Aia, così viva, così bianca e così civettuola da far pensare che là ogni giorno sia domenica, la città dell'Aia, col suo grande parco ombroso, con i suoi alti campanili dalle cupole quasi orientali, la città dell'Aia, capitale delle Sette Province Unite, vedeva le sue arterie gonfiarsi di un fiotto rosso e nero di cittadini frettolosi, ansimanti, irrequieti i quali correvano, con un coltello alla cintola, con un moschetto in spalla, o con un bastone in mano, verso il Buytenhof, la terribile prigione di cui vengono mostrate ancor oggi le finestre chiuse da grate e in cui, in seguito all'accusa di tentato assassinio lanciata dal chirurgo Tyckelaer, languiva Cornelio de Witt, fratello dell'ex gran pensionario d'Olanda (1). Se la storia di quel periodo, e soprattutto dell'anno nel bel mezzo del quale comincia il nostro racconto, non fosse legata in maniera indissolubile ai due nomi che abbiamo appena citati, le poche righe di spiegazione che stiamo per dare potrebbero apparire un'inutile digressione; ma noi avvisiamo subito il lettore, questo nostro vecchio amico al quale promettiamo sempre un piacere fin dalla prima pagina, promessa che bene o male manteniamo nelle pagine successive; ma noi avvisiamo subito il lettore, dicevamo, che questa spiegazione è necessaria anch'essa sia per illuminare la nostra storia che per consentire la comprensione del grande evento politico nel quale questa storia s'inquadra. Cornelio o Cornelius de Witt, Ruart de Pulten, ossia ispettore delle dighe di quel luogo, ex borgo-mastro di Dordrecht, sua città natale e deputato al parlamento d'Olanda, aveva quarantanove anni, quando il popolo olandese, stanco della repubblica quale la concepiva Giovanni de Witt, gran pensionario d'Olanda, incominciò a dimostrare uno sviscerato amore per lo statolderato, che l'editto imposto da Giovanni de Witt alle Province Unite aveva abolito per sempre in Olanda. Poiché quasi sempre accade che l'anima del popolo veda la figura di un uomo dietro a un'idea o a un principio, dietro alla repubblica gli Olandesi vedevano le due figure severe dei fratelli de Witt, questi romani d'Olanda, sdegnosamente alieni dal blandire l'orgoglio nazionale, inflessibili fautori di una libertà priva di licenza e di una moderata prosperità nemica del lusso, mentre dietro al governo di uno statolder appariva loro il viso grave e riflessivo del giovane Guglielmo d'Orange, il principe che i suoi contemporanei battezzarono «il Taciturno» e che con tale nome è passato alla storia (2). I due de Witt cercavano di mantenere buoni rapporti con Luigi quattordicesimo, del quale sentivano crescere l'ascendente morale su tutta l'Europa e di cui avevano appena sperimentato l'ascendente materiale sull'Olanda a seguito del successo di quella meravigliosa campagna del Reno, illustrata da un eroe romanzesco come il conte di Guisa e cantata da Boileau, campagna che in tre mesi aveva abbattuto la potenza delle Province Unite (3). Luigi quattordicesimo era da molto tempo il grande nemico degli Olandesi, che l'insultavano o lo punzecchiavano quanto più potevano, quasi sempre, è vero, per bocca dei francesi che si erano rifugiati in Olanda. L'orgoglio nazionale faceva vedere in lui il Mitridate (4) della repubblica. Vi era perciò contro i de Witt la duplice animazione che deriva dalla vigorosa resistenza provocata da un potere che lotta contro la volontà della nazione e dalla presunzione naturale ad ogni popolo sconfitto, quando spera che un nuovo capo lo potrà salvare dalla rovina e dalla vergogna. Quest'altro capo, ben pronto a mettersi in vista e ben pronto a misurarsi con Luigi quattordicesimo, e la cui fortuna avrebbe dovuto rivelarsi in seguito gigantesca, era Guglielmo d'Orange, figlio di Guglielmo secondo e nipote, tramite Enrichetta Stuart, dal re Carlo primo d'Inghilterra (5), quel ragazzo taciturno di cui abbiam già detto che la sua ombra s'affacciava dietro lo statolderato. Nel 1672, Guglielmo aveva 22 anni. Giovanni de Witt era stato suo precettore e lo aveva educato in modo da trasformare questo antico principe in un buon cittadino. Il suo amor di patria aveva avuto la meglio sul suo amore per l'allievo e l'aveva convinto a togliergli, mediante l'editto perpetuo, la speranza dello statolderato. Ma Dio aveva riso di questa pretesa degli uomini, che fanno e disfano le potenze della terra senza consultare il re del Cielo; e servendosi del capriccio degli Olandesi e del terrore che Luigi quattordicesimo ispirava, stava mutando la politica del gran pensionario: con l'abolizione dell'editto perpetuo, ristabiliva lo statolderato per Guglielmo d'Orange, sul quale aveva i suoi destini, ancora celati nelle misteriose profondità dell'avvenire. Il grande pensionario s'arrese dinanzi alla volontà dei suoi concittadini; Cornelio de Witt, invece, resistette maggiormente e, nonostante le minacce di morte rivoltegli da una folla orangista che lo strinse d'assedio nella sua casa di Dordrecht, rifiutò di firmare l'atto che ristabiliva lo statolderato. Per le pressioni della moglie in lacrime, appose infine la sua firma aggiungendo al suo nome solo queste due lettere: V.C. ossia "vi coactus", vale a dire: "costretto con la forza". Solo per un vero miracolo quel giorno egli riuscì a scampare alle percosse dei suoi nemici. Quanto a Giovanni de Witt, la sua adesione, più rapida e più facile, alla volontà dei suoi concittadini, non gli fu molto più proficua. Qualche giorno dopo fu vittima di un tentativo di assassinio. Raggiunto da molti colpi di coltello, non morì tuttavia a causa delle sue ferite. Non era questo che serviva agli orangisti. La vita dei due fratelli era un ostacolo perenne ai loro progetti; cambiarono perciò tattica, per il momento, salvo poi, se si presentasse l'occasione, a completare la seconda con la prima, e quindi cercarono di realizzare con la calunnia ciò che non avevano potuto eseguire con il pugnale. E' abbastanza raro che ad un dato momento vi sia, sotto la mano di Dio, un grand'uomo in grado di eseguire una grande azione; ecco perché, quando si realizza casualmente questa combinazione provvidenziale il nome di un tale uomo eletto viene registrato dalla storia, che lo tramanda all'ammirazione dei posteri. Ma quando il diavolo ficca il naso negli affari umani per rovinare un'esistenza o rovesciare un impero, accade ben di rado che non abbia immediatamente a portata di mano un qualche miserabile al quale deve sussurrare una parola soltanto all'orecchio perché costui si metta immediatamente all'opera. Questo miserabile, che in questa circostanza si mise a disposizione dello spirito cattivo, aveva nome, come abbiamo già detto, Tyckelaer, ed era chirurgo di professione. Egli dichiarò che Cornelio de Witt, in preda alla disperazione, come provava del resto la postilla aggiunta alla sua firma, perché era stato revocato l'editto perpetuo, e infiammato d'odio contro Guglielmo d'Orange, aveva incaricato un sicario di liberare la repubblica dal nuovo statolder, e che tale sicario era lui, Tyckelaer, che, torturato dai rimorsi alla sola idea dell'azione che gli era stata commissionata, preferiva rivelare il crimine, piuttosto che commetterlo. Ora si pensi quale esplosione scoppiò tra gli orangisti alla notizia di un tale complotto. Il procuratore fiscale fece arrestare Cornelio in casa sua il 16 agosto 1672; il Ruart de Pulten, il nobile fratello di Giovanni de Witt, dovette subire in una sala del Buytenhof la tortura preparatoria, che avrebbe dovuto strappargli, come ad uno dei più vili criminali, la confessione del suo preteso complotto contro Guglielmo. Cornelio tuttavia non era soltanto un grande spirito, ma anche un uomo coraggioso. Egli apparteneva a quella famiglia di martiri i quali, avendo la fede politica, così come i loro padri avevano la fede religiosa, sorridono dinanzi ai tormenti; durante la tortura, egli recitò con voce ferma e scandendo secondo la struttura ritmica i versi della prima strofa del «Justum et tenacem» di Orazio (6) non confessò nulla e sfiancò non solo la forza, ma anche il fanatismo dei suoi carnefici. I giudici tuttavia fecero carico a Tyckelaer delle sue accuse e pronunciarono contro Cornelio una sentenza che lo privava di tutti i suoi incarichi e onorificenze, lo condannava al pagamento delle spese processuali e lo bandiva in perpetuo dal territorio della repubblica. Era già qualcosa che poteva dare soddisfazione al popolo, agli interessi del quale Cornelio de Witt si era costantemente dedicato, questo arresto non solo di un innocente, ma anche di un grande cittadino. Tuttavia, come vedremo tosto, non era ancora abbastanza. Gli Ateniesi, che hanno lasciato di sé una ben chiara reputazione d'ingratitudine, sono stati da questo punto di vista inferiori agli Olandesi. Essi s'erano accontentati di bandire Aristide (7). Giovanni de Witt aveva immediatamente presentato le dimissioni da gran pensionario, appena s'era sentita voce dell'incriminazione di suo fratello. Ma anche lui venne ben ricompensato per la sua dedizione alla patria. Ricevette nella sua vita privata le noie e i torti che sono l'unico beneficio per le persone oneste, colpevoli soltanto di avere lavorato per la patria, dimenticandosi di se stessi. In tutto questo frattempo, Guglielmo d'Orange, non senza affrettare l'avvenimento con tutti i mezzi a sua disposizione, rimaneva in attesa che il popolo, di cui egli era ormai l'idolo, avesse trasformato i cadaveri dei due fratelli nei due gradini di cui egli aveva bisogno per salire sul trono dello statolderato. Or, il 20 agosto 1672, come abbiamo detto all'inizio di questo capitolo, tutta la città correva al Buytenhof per assistere all'uscita di prigione di Cornelio de Witt, in partenza per l'esilio, e vedere quali tracce avesse lasciato la tortura sul nobile corpo di un uomo che conosceva così bene il suo Orazio. Affrettiamoci ad aggiungere che tutta quella moltitudine che si recava al Buytenhof non lo faceva solo nell'innocente intenzione di assistere ad uno spettacolo, ma che molti, tra le sue file, dovevano adempiere a un ruolo, o piuttosto supplire a un impegno che secondo loro non era stato bene adempiuto. Intendiamo parlare dell'impegno del carnefice. Ce n'erano in verità altri che accorrevano con delle intenzioni meno ostili. Si trattava per loro soltanto di quello spettacolo sempre attraente per la moltitudine, di cui stimola l'orgoglio istintivo, che consiste nel vedere prostrato nella polvere colui che per tanto tempo era stato in alto. Questo Cornelio de Witt, quest'uomo senza paura, a quel che si diceva, non era rimasto ammalato, indebolito a seguito della tortura? non lo si sarebbe visto infine pallido, sanguinante, timoroso? non era quello un tripudio per una borghesia ben più invidiosa ancora del popolo, e al quale qualsiasi buon borghese dell'Aia doveva prendere parte? E poi, si dicevano gli agitatori orangisti, abilmente mescolati a tutta quella gente che essi contavano di maneggiare come uno strumento trinciatore e contundente insieme, non vi sarebbe stata, dal Buytenhof alla porta della città, una piccola occasione per gettare un po' di fango, e persino qualche pietra, contro quel Ruart de Pulten, che non solo aveva dato la statolderato al principe d'Orange unicamente "vi coactus", ma che aveva ancora voluto farlo assassinare? Senza contare, aggiungevano i nemici ostinati della Francia, che se ci si comportava bene e si era coraggiosi all'Aia, non avrebbero affatto lasciato partire per l'esilio Cornelio de Witt, che, una volta fuori, avrebbe riannodato tutti i suoi intrighi con la Francia e sarebbe vissuto, insieme a quel grande scellerato di suo fratello Giovanni, con l'oro del marchese di Louvois (8). In tali disposizioni, com'è ovvio, gli spettatori non marciano ma corrono. Ecco perché gli abitanti dell'Aia correvano così frettolosamente in direzione del Buytenhof. Nel bel mezzo di coloro che si affrettavano maggiormente, correva, con la rabbia nel cuore e senza un vero progetto in testa, l'onesto Tyckelaer, messo innanzi dagli orangisti come un eroe di probità, di onore patrio e di carità cristiana. Questo grande scellerato raccontava, abbellendoli con tutti i fiori della sua intelligenza e tutte le risorse della sua immaginazione, i tentativi che Cornelio de Witt aveva compiuti contro la sua virtù, le somme che gli aveva promesse e l'infernale macchinazione preparata in anticipo per appianargli, a lui, Tyckelaer, ogni difficoltà all'assassinio. E ogni frase del suo discorso, avidamente raccolta dal popolaccio, sollevava grida d'entusiastico amore per il principe Guglielmo, e degli «abbasso» di cieca rabbia contro i fratelli de Witt. La folla malediceva quei giudici iniqui, le cui esitazioni lasciavano scappare sano e salvo un criminale così abominevole come lo scellerato Cornelio. Alcuni istigatori intanto mormoravano: - Partirà! Ci scapperà! Altri aggiungevano: - A Scheveningen c'è una nave ad attenderlo, una nave francese. L'ha vista Tyckelaer. - Viva Tyckelaer! - gridava in coro la folla. - Senza contare, - suggeriva un terzo - che Giovanni, il quale è colpevole quanto suo fratello, approfitterà di questa occasione per mettersi in salvo anche lui! - E i due malfattori se ne andranno in Francia a sperperare il nostro denaro e il denaro ottenuto vendendo a Luigi quattordicesimo i nostri bastimenti, i nostri arsenali e i nostri cantieri! - Impediamo loro di partire! - gridava un patriota più ardito degli altri. - Al carcere! Al carcere! - ripeteva in coro la folla. Sull'onda di questo grido, i borghesi presero a correre più in fretta, i moschetti vennero caricati, le asce luccicarono e gli occhi lampeggiarono. Nessuna violenza era ancora stata compiuta, e la fila di cavalleggeri che stava a guardia del Buytenhof rimaneva fredda, impassibile, silenziosa, più minacciosa nella sua calma di quanto non lo fosse tutta quella folla di borghesi che gridavano, s'agitavano e minacciavano; restava immobile sotto lo sguardo del suo capo, capitano di cavalleria dell'Aia, il quale aveva la spada sguainata, ma bassa e con la punta rivolta alla staffa. Questa truppa, il solo baluardo a difesa della prigione, con il suo atteggiamento teneva sotto controllo non solo le masse disordinate e rumorose, ma anche il distaccamento della milizia borghese, che, piazzato dinanzi al Buytenhof con l'incarico di mantenere l'ordine insieme alla truppa, dava ai perturbatori l'esempio delle grida sediziose, urlando: - Viva Orange! Abbasso i traditori. La presenza di Tilly e dei suoi cavalieri era, in realtà, un freno salutare per tutti quei soldati borghesi; ma a poco a poco, essi prendevano entusiasmo dalle loro stesse grida, e poiché non comprendevano che si possa avere coraggio senza gridare, essi attribuirono a timore il silenzio dei cavalieri e fecero un passo verso la prigione, trascinandosi dietro tutta la folla dei popolani. A questo punto però il conte di Tilly mosse verso di loro alzando la spada e aggrottando le sopracciglia: - Signori della guardia borghese, - domandò - perché avanzate e che cosa desiderate? I borghesi agitarono i loro moschetti ripetendo: - Viva Orange! Morte ai traditori! - Viva Orange! Siamo d'accordo, - rispose il signor Tilly benché io preferisca le figure gaie a quelle uggiose. Morte ai traditori! Come volete, finché non lo vorrete che a parole. Gridate finché vi piacerà: «Morte ai traditori!», ma quanto a metterli veramente a morte, io sono qui per impedirlo, e lo impedirò. Poi, volgendosi ai suoi soldati: - Soldati, impugnate le armi! - gridò. I soldati di Tilly obbedirono all'ordine con una calma precisione che fece immediatamente arretrare borghesi e popolo, non senza una confusione che strappò un sorriso all'ufficiale di cavalleria. - Ehi, ehi! - disse con quel tono canzonatorio che appartiene solo agli uomini d'armi. - Tranquillizzatevi, cari borghesi; i miei soldati non daranno fuoco alle micce, ma voi da parte vostra non farete un solo passo verso la prigione. - Sapete, signor ufficiale, che noi abbiamo dei moschetti? rispose, infuriato il capo della guardia borghese. - Oh, vedo bene che avete dei moschetti - disse Tilly; - me li fate piroettare abbastanza dinanzi agli occhi. Badate però che da parte nostra noi abbiamo delle pistole che colpiscono senza difficoltà a una distanza di cinquanta passi, e voi siete solo a venticinque! - Morte ai traditori! - gridarono i borghesi esasperati. - Non fate che ripetere la stessa cosa - osservò l'ufficiale. Siete monotoni! E riprese il suo posto alla testa della truppa, mentre il tumulto andava crescendo attorno al Buytenhof. E tuttavia il popolo eccitato non sapeva che nel momento stesso in cui esso fiutava il sangue di una delle sue vittime, l'altra, come se avesse fretta di presentarsi al suo destino, stava passando a cento passi di distanza dalla piazza dietro i gruppi e i cavalieri, per recarsi al Buytenhof. Infatti Giovanni de Witt era appena sceso dalla carrozza con un domestico e attraversava tranquillamente a piedi il cortile antistante la prigione. Aveva manifestato il suo nome al carceriere, che del resto lo conosceva, dicendogli: - Buon giorno, Grifo. Sono venuto a prendere mio fratello Cornelio de Witt per condurlo fuori della città, dato che, come sai, è stato condannato all'esilio. E il carceriere, una specie di orso ammaestrato ad aprire e a chiudere il portone della prigione, l'aveva salutato e lasciato entrare nell'edificio, le cui porte s'erano quindi richiuse alle sue spalle. Dieci passi più in là, aveva incontrato una bella ragazza di diciasette-diciotto anni, in costume frisone, che gli aveva fatto un incantevole inchino. Passandole la mano sotto il mento le aveva detto: - Buon giorno, mia cara Rosa. Come sta mio fratello? - Oh, signor Giovanni! - rispose la ragazza. - Il male che gli hanno fatto ormai non conta più, perché è passato. Non è questo che mi preoccupa. - Che cosa temi, mia bella figliuola? - Ho paura del male che vogliono fargli, signor Giovanni! - Ah! Il popolo, non è vero? - Non li sentite? - Sì, sono molto agitati, ma forse quando ci vedranno penseranno che gli abbiamo fatto solo del bene e si calmeranno. - Purtroppo questa non è una ragione sufficiente - mormorò la ragazza, allontanandosi per ubbidire a un cenno imperioso del padre. - Hai ragione, bambina mia - sospirò de Witt, e continuò il suo cammino pensando: «Quella ragazzina, che probabilmente non sa leggere e quindi non ha letto nulla, ha riassunto la storia del mondo in due parole». Calmo, ma più melanconico, l'ex gran pensionario continuò a camminare verso la cella del fratello. CAPITOLO SECONDO. I DUE FRATELLI. Come aveva detto in un dubbio pieno di presentimenti la bella Rosa, mentre Giovanni de Witt saliva la scala di pietra che lo conduceva alla prigione di suo fratello Cornelio, i borghesi tentavano con ogni mezzo di allontanare i soldati di Tilly, che si opponevano loro. Vedendo questo, il popolo, che ammirava le buone intenzioni della propria milizia, gridava a squarciagola: - Viva i borghesi! Il signor de Tilly, da parte sua, tanto prudente quanto risoluto, protetto dalle pistole dei suoi uomini, parlamentava con la milizia borghese e le spiegava meglio che potesse che in base alla consegna ricevuta dagli Stati egli avrebbe dovuto custodire con l'ausilio di tre compagnie la piazza della prigione e i suoi dintorni. - Perché quest'ordine? Perché custodire la prigione? - gridavano gli orangisti. - Ah - rispondeva il signor de Tilly - voi mi domandate una cosa alla quale io non sono in grado di dare una risposta. A me è stato dato l'ordine: «Custodite», e io custodisco! Signori, voi siete praticamente dei militari, e dovete sapere perciò che un ordine non si discute. - Ma quest'ordine vi è stato dato per consentire che i traditori possano uscire di città! - Può essere - rispose Tilly. - I traditori sono condannati infatti all'espulsione. - Ma chi ha dato quest'ordine? - Gli Stati, perdiana! - Gli Stati sono dei traditori. - Quanto a ciò io non ne so nulla. - Anche voi tradite. - Io? - Sì, voi. - Ah! Sentite, signori borghesi: chi tradirei io? gli Stati? Non posso tradirli, dal momento che, essendo al loro servizio, ne eseguo puntualmente gli ordini. A quel punto, poiché il conte aveva così chiaramente ragione che era impossibile discutere la sua risposta, raddoppiarono i clamori e le minacce; clamori e minacce spaventosi, cui il conte rispondeva con tutta la calma di cui disponeva. - Ma, signori borghesi, di grazia, togliete il colpo di canna ai vostri moschetti; potrebbe sfuggire accidentalmente un colpo e ferire uno dei miei cavalieri; in questo caso duecento uomini tra voi verrebbero gettati a terra, e la cosa ci dispiacerebbe veramente; ma dispiacerebbe ancor di più a voi, dal momento che questo non rientra nelle vostre intenzioni e neppure nelle mie. - Se voi faceste questo, - replicarono i borghesi - anche noi saremmo costretti a fare fuoco su di voi. - Sì, quando voi faceste fuoco su di noi, ci ammazzereste tutti dal primo all'ultimo, ma intanto quelli che avremmo ucciso noi non resusciterebbero affatto. - Cedeteci il posto, allora, e voi compirete un'azione degna di un buon cittadino. - Anzitutto io non sono un cittadino - disse Tilly; - io sono un ufficiale, e la cosa è ben diversa; e poi io non sono olandese, ma francese, e la cosa è ancora più diversa. Io conosco perciò solo gli Stati che mi pagano; recatemi un ordine da parte degli Stati di cedere il posto, ed io farò dietro-front all'istante, atteso che qui io m'annoio enormemente. - Si, sì - gridarono cento voci che all'istante si moltiplicarono per altre cinquecento. - Andiamo al palazzo di città! Andiamo a trovare i deputati! Andiamo, andiamo! - Proprio! - Mormorò Tilly osservando che s'allontanavano i più furiosi. - Andate a chiedere un atto di debolezza al palazzo di città, e vedrete se ve lo concederanno! Andate, amici miei, andate. Il buon ufficiale contava sull'onore dei magistrati, i quali da parte loro contavano su di lui, sul suo onore di soldato. - Sentite, capitano - mormorò all'orecchio del conte il suo primo luogotenente. - I deputati rifiuteranno a questi scalmanati ciò che essi esigono, ma è necessario che c'inviino dei rinforzi. Frattanto Giovanni de Witt, che abbiamo lasciato mentre saliva la scala dopo essersi incontrato con il carceriere Grifo e sua figlia Rosa, era arrivato alla porta della cella in cui giaceva sdraiato su un materasso suo fratello Cornelio, al quale il carnefice, come abbiamo detto, aveva fatto subire la tortura preparatoria. Poi era giunta la sentenza di espulsione, che aveva reso inutile l'applicazione della tortura straordinaria. Cornelio, disteso sul letto, con i polsi e le dita fracassati e che non aveva confessato nulla d'un crimine che non aveva commesso, cominciava appena a respirare dopo tre giorni di tormenti, avendo saputo che i giudici dai quali si attendeva una condannata a morte lo avevano voluto condannare soltanto al bando. Dotato d'un corpo pieno d'energia e di un'anima invincibile, avrebbe senz'altro sconcertato i suoi nemici se costoro, nelle tenebrose profondità della cella del Buytenhof, avessero potuto veder brillare sul suo viso pallido il sorriso del martire che scorda il fango della terra dopo che ha potuto intravedere gli splendori del cielo. Più per forza di volontà che per un aiuto dall'esterno, il Ruart aveva ricuperato tutte le sue forze e calcolava quanto tempo ancora le formalità della giustizia lo avrebbero trattenuto nella prigione. Era proprio in questo momento che, mescolati a quelli del popolo, si levavano i clamori della milizia borghese contro i due fratelli e minacciavano il capitano Tilly, che appariva loro difensore. Questo rumore, che veniva a spezzarsi come una marea in ascesa ai piedi delle mura della prigione, giunse fino al prigioniero. Ma per quanto fosse minaccioso tale rumore, Cornelio trascurò di indagare e addirittura non si prese neppure il fastidio di alzarsi per gettare uno sguardo dalla finestra stretta e rivestita d'inferriata che filtrava la luce e le urla. Egli era talmente immerso nella continuità del suo male che tale male era divenuto per lui come un'abitudine. Egli provava infine tante delizie nella sua anima e nella sua mente così prossime a sbarazzarsi dell'involucro del corpo, che gli pareva che già la sua anima e la sua ragione, sfuggite alla materia, le planassero sopra allo stesso modo che plana su un focolare ormai estinto la fiamma che lo lascia per salire verso il cielo. Egli pensava pure a suo fratello. Senza dubbio, era il suo avvicinarsi che, per quelle vie misteriose che il magnetismo in seguito ha tentato di tracciare, faceva sentire il suo influsso. Nel momento stesso in cui Giovanni era così presente al pensiero di Cornelio che questi stava quasi per pronunciarne il nome, la porta si aprì; Giovanni entrò e con passo rapido s'accostò al letto del prigioniero, che protese le braccia martoriate e le mani ricoperte di stoffa verso questo glorioso fratello che egli era riuscito a sorpassare, non nei servizi resi al paese, ma nell'odio che avevano per lui gli Olandesi. Giovanni baciò teneramente la fronte del fratello e adagiò con delicatezza le povere mani sul materasso. - Cornelio, povero fratello mio, soffrite molto, non è vero? - Non soffro più, ora che vi vedo. - Oh, mio povero caro Cornelio, io soffro tanto nel vedervi i questo stato! - Anch'io ho sempre pensato a voi, mentre mi torturavano, l'unico lamento che mi è sfuggito è stato: «Povero fratello mio!». Suvvia, dimentichiamo tutto. Siete venuto a prendermi? - Sì. - Sono guarito, aiutatemi ad alzarmi e vedrete come cammino bene. - Non avrete molto da camminare, perché ho qui fuori la carrozza nascosta dietro i soldati di Tilly. - I soldati di Tilly? Che sono venuti a fare? - Si suppone che i cittadini dell'Aia vogliano vedervi partire,- rispose Giovanni col triste sorriso che gli era abituale - e si prevede che vi saranno dei tumulti. - Dei tumulti? - ripeté Cornelio, fissando lo sguardo sul fratello pieno d'imbarazzo. - Sì, Cornelio. - Allora è questo che ho sentito poco fa - disse il prigioniero come parlando tra sé. Poi, volgendosi di nuovo a suo fratello: - C'è molta gente davanti al Buytenhof, vero? - Sì, fratello mio. - Ma allora per venire qui... - Sì?... - Come mai vi hanno lasciato passare? - Voi sapete che non siamo troppo amati, Cornelio - disse il gran pensionario con amarezza. - Ho percorso le vie meno frequentate. - Vi siete dunque nascosto, Giovanni? - Volevo arrivare qui al più presto e ho fatto ciò che si fa in politica e in mare, quando il vento è contrario: ho bordeggiato. In quel momento, le grida della folla giunsero a loro più furiose Tilly stava discutendo con la guardia borghese. - Oh, oh! - disse Cornelio - voi siete un bravo pilota, Giovanni, ma non so se riuscirete a portare in salvo vostro fratello fuor dal Buytenhof, in mezzo a quella folla urlante, come siete riuscito a portare in salvo la flotta olandese di Tromp (9) ad Anversa, attraverso i bassifondi dell'Escaut. - Almeno tenteremo, con l'aiuto di Dio - rispose Giovanni; - ma anzitutto una parola. - Dite. I clamori crebbero nuovamente. - Oh, oh! - continuò Cornelio - come sono in collera costoro! E' contro di voi? E' contro di me? - Credo che sia contro tutti e due, Cornelio. Vi dicevo dunque, fratello mio, che ciò che gli orangisti ci rimproverano di più nel bel mezzo delle loro calunnie, è di aver negoziato con la Francia. - Che sciocchi! - Sì, ma ce ne fanno una colpa. - Se i negoziati non fossero falliti, avrebbero risparmiato loro le sconfitte di Reel, Orsay, Vesel e Rheinberg; gli avrebbero fatto evitare il passaggio del Reno, e l'Olanda potrebbe ancora credersi invincibile nel bel mezzo delle sue dighe e dei suoi canali. - Tutto questo è vero, fratello mio, ma ciò che è ancor più vero, è che se ora venisse scoperta la nostra corrispondenza col signor de Louvois, per quanto io sia un buon pilota, non riuscirei a salvare il fragile vascello che tenta di portare fuori dell'Olanda i de Witt e le loro fortune. Questa corrispondenza, che per della gente dabbene sarebbe una prova di quanto io ami il mio paese e di quali sacrifici io fossi disposto ad affrontare personalmente per la sua libertà, per la sua gloria, questa corrispondenza segnerebbe la nostra rovina presso gli orangisti nostri vincitori. Perciò, mio caro Cornelio, confido che voi l'avete bruciata prima di lasciare Dordrecht e venirmi a raggiungere all'Aia. - Fratello mio, - rispose Cornelio - la vostra corrispondenza col signor de Louvois prova che voi siete stato in questi ultimi tempi il più grande, il più generoso e il più abile cittadino delle sette Province Unite. Mi è cara la gloria del mio paese, ma mi è cara soprattutto la vostra gloria, fratello mio, ed io mi sono ben guardato dal bruciare le lettere. - Allora siamo perduti, in questa vita terrena - rispose tranquillamente l'ex gran pensionario, avvicinandosi alla finestra. - Al contrario, Giovanni, salveremo la nostra vita e torneremo ad avere il favore del popolo. - Che ne avete fatto, dunque, di quelle lettere? - Le ho affidate al mio figlioccio, Cornelius van Baerle, che voi conoscete e che abita a Dordrecht. - Oh, povero ragazzo, così caro e così ingenuo! Uno studioso che conosce tante cose e non pensa che ai fiori, ai fiori che rendono omaggi a Dio, e a Dio, il quale fa nascere i fiori! Ma voi gli avete affidato un deposito mortifero. Il povero Cornelius è perduto, fratello mio. - Perduto? - Sì, poiché egli sarà o forte o debole. S'egli è forte (poiché per quanto estraneo a ciò che ci accadrà, sepolto a Dordrecht e distratto com'è per fortuna, saprà un giorno o l'altro ciò che ci accade), s'egli è forte, si vanterà di noi; s'è debole, avrà paura della nostra amicizia intima. S'egli è forte, proclamerà ad alta voce il segreto; se è debole, lo lascerà scoprire. In un caso come nell'altro, Cornelio, egli è perciò perduto, e anche noi. Perciò, fratello mio, scappiamo, se siamo ancora in tempo. Cornelio si sollevò sul letto ed afferrò con le mani bendate quelle del fratello che trasalì al contatto con la stoffa: - Forse che io non conosco il mio figlioccio? - disse. - Forse che non ho imparato a leggere ogni pensiero nella testa di van Baerle ogni sentimento della sua anima? Tu mi domandi s'egli è debole, tu mi domandi s'egli è forte? Non è né l'uno né l'altro, ma che importa ciò che egli è? La cosa principale è ch'egli manterrà il segreto, poiché questo segreto egli non lo conosce neppure. Giovanni lo guardò stupito. - Oh! - continuò Cornelio col suo dolce sorriso, - il "Ruart de Pulten" è un politico cresciuto alla scuola di Giovanni de Witt. Ve lo ripeto, fratello mio, van Baerle ignora il significato e il valore di ciò che gli ho affidato. - Presto, allora! - gridò Giovanni; - poiché siamo ancora in tempo, mandiamogli l'ordine di bruciare i documenti. - Chi glielo porterà? - Il mio servitore Craeke, che doveva accompagnarci a cavallo e che ho fatto entrare nella prigione per aiutarvi a scendere le scale. - Riflettete, prima di bruciare questi titoli di gloria, Giovanni. - Io rifletto che anzitutto, mio caro Cornelio, è necessario che i fratelli de Witt scampino la loro vita, onde scampare la loro fama. Morti noi, chi ci difenderà, Cornelio? Chi ci avrà anche solo compreso? - Credete dunque che vi ucciderebbero se venissero in possesso di quelle carte? Giovanni, senza dare una risposta a suo fratello stese la mano verso il Buytenhof, da cui provenivano in quel momento grida feroci. - Sì, sì - disse Cornelio; - sento ben dei clamori, ma che dicono essi? Giovanni aprì la finestra. - Morte ai traditori! - urlava il popolaccio. - Sentite ora, Cornelio? - E i traditori siamo noi! - esclamò il prigioniero levando gli occhi al cielo e irrigidendo le spalle. - Siamo noi - ripeté Giovanni de Witt. - Dov'è Craeke? - Davanti alla porta della cella, suppongo. - Fatelo entrare, allora. Giovanni aprì la porta; il fedele servitore era effettivamente sulla soglia. - Venite, Craeke, e ricordatevi bene ciò che mio fratello sta per dirvi. - Oh no, non è sufficiente dire, Giovanni; bisogna che io scriva, purtroppo. - E perché? - Perché van Baerle non restituirà il plico datogli in deposito né lo brucerà senza un ordine preciso. - Ma potrete voi scrivere, mio caro? - domandò Giovanni, osservando quelle povere mani tanto bruciacchiate e martoriate. - Oh, lo vedreste, se io avessi penna e inchiostro! - esclamò Cornelio. - Ecco una matita, almeno. - Avete con voi della carta? A me non ne hanno lasciata, qui. - Ecco una Bibbia. Strappate il primo foglio. - Bene. - Ma la vostra scrittura sarà illeggibile! - Suvvia! - disse Cornelio guardando suo fratello. - Queste dita che hanno resistito alle bruciature del carnefice, questa volontà che ha saputo dominare il dolore, si uniranno in uno sforzo collegato e state tranquillo, fratello mio: le poche righe necessarie saranno tracciate d'un solo slancio. E infatti, Cornelio afferrò la matita e prese a scrivere. Allora sotto le bianche bende si poterono scorgere le gocce di sangue che la pressione delle dita sulla matita faceva sprizzare dalle carni martoriate. La fronte del grande pensionario si imperlò di sudore. Cornelio scrisse: «Caro figlioccio, Brucia i documenti che ti ho affidati; bruciali senza guardarli, senza aprire il plico, affinché tu resti all'oscuro di ciò che esso contiene. Segreti come questi uccidono chi li conosce. Brucia i documenti, se vuoi salvare Giovanni e Cornelio. Addio e voglimi bene. 20 agosto 1672. CORNELIO DE WITT». Giovanni, con le lacrime agli occhi, asciugò una goccia di quel nobile sangue che era caduta sul foglio e consegnò la lettera a Craeke, facendogli le ultime raccomandazioni. Poi tornò accanto a Cornelio, ancor pallido per il dolore e che sembrava prossimo ad uno svenimento. - Quando il mio bravo Craeke ci avrà fatto sapere, col suono del suo fischietto da nostromo, che è riuscito a passare, ci metteremo in viaggio anche noi. Cinque minuti dopo, un forte fischio prolungato si levò sui clamori del Buytenhof. Giovanni alzò le braccia al cielo per ringraziarlo. - Ora possiamo partire, Cornelio! - esclamò. CAPITOLO TERZO. L'ALLIEVA DI GIOVANNI DE WITT. Intanto che le grida della folla radunata sul Buytenhof, salendo sempre più minacciose verso i due fratelli, spronavano Giovanni de Witt ad affrettare la partenza di suo fratello Cornelio, una deputazione di borghesi si era recata, come abbiamo detto, al palazzo di città per chiedere il ritiro del corpo di cavalleria di Tilly. La distanza fra il Buytenhof e l'Hoogstraet non era grande; e così si vide un forestiero, che aveva seguito tutti i particolari con curiosità fin dal momento in cui era incominciata questa scena, dirigersi con gli altri, o piuttosto al seguito degli altri, verso il palazzo di città per apprendere immediatamente la notizia di ciò che vi sarebbe capitato. Questo straniero era un giovane di ventidue o ventitré anni appena, apparentemente senza vigore. Poiché doveva avere le sue ragioni per non farsi riconoscere, nascondeva la sua faccia pallida e smagrita dietro un fine fazzoletto di Frisia, con il quale non smetteva mai di asciugarsi la fronte madida di sudore o le labbra che scottavano. L'occhio fisso come quello dell'uccello da preda, il naso aquilino e lungo, la bocca fine e dritta, aperta o piuttosto intagliata come le labbra di una ferita, avrebbero reso quest'uomo un soggetto degno di studio fisiologico da parte di Lavater, se Lavater (10) fosse vissuto in quell'epoca, ma tale studio non sarebbe stato un vantaggio per quell'uomo. Qual differenza si può riscontrare tra il viso di un conquistatore e quello di un pirata?, dicevano già gli antichi. Quella stessa che si può riscontrare tra l'aquila e l'avvoltoio. La serenità o l'inquietudine. Così questa fisionomia livida, questo corpo sottile e acciaccoso, questo modo di camminare inquieto dal Buytenhof all'Hoogstraet al seguito del popolo schiamazzante, davano l'idea di un padrone sospettoso o di un ladro inquieto; un poliziotto avrebbe certo optato per quest'ultima identificazione, in considerazione della cura con cui l'individuo di cui ci occupiamo cercava di tenersi nascosto. D'altra parte egli era vestito con semplicità e senza mostra di armi; il braccio magro ma nervoso, la mano secca ma bianca, fine, aristocratica, era appoggiata non al braccio ma sulla spalla di un ufficiale il quale, con la mano all'impugnatura della spada, fino al momento in cui il suo compagno s'era messo in moto e l'aveva trascinato con sé, aveva osservato la scena del Buytenhof con un interesse facile da comprendere. Quando giunsero sulla piazza dell'Hoogstraet, l'uomo dal viso pallido spinse quell'altro al riparo di un'imposta aperta e fissò gli occhi sul balcone del palazzo di città. Fra le grida forsennate della folla, la finestra dell'Hoogstraet si aprì e vi comparve un uomo a parlamentare con la folla. - Chi è apparso là al balcone? - domandò il giovanotto all'ufficiale, indicando solo con un cenno degli occhi l'arringatore che appariva molto agitato e che si sosteneva alla balaustrata più che protendersi su di essa. - E' il deputato Bowelt - rispose l'ufficiale. - Che tipo d'uomo è questo deputato Bowelt? Lo conoscete voi? - Ma un brav'uomo, così almeno credo, monsignore. Il giovanotto, sentendo questa valutazione del carattere di Bowelt fatta dall'ufficiale, si lasciò sfuggire un moto di così strano disappunto e di così visibile scontentezza che l'ufficiale se ne accorse e si affrettò ad aggiungere: - Così dicono, almeno, monsignore. Quanto a me, non posso dirne niente, perché non conosco personalmente il signor Bowelt. - Un brav'uomo - ripeté colui che era stato chiamato «monsignore»; - era «brav'uomo» che volevate dire, oppure «uomo bravo, valoroso»? - Ah! monsignore mi scuserà; io non oserei stabilire una tale distinzione a proposito d'un uomo che, come ripeto a Vostra Altezza, conosco appena di vista. - Va bene - mormorò il giovanotto; - aspettiamo e vedremo. L'ufficiale chinò il capo in segno di assenso e stette zitto. - Se questo Bowelt è un brav'uomo, - continuò l'Altezza - sarà molto scosso dalla richiesta che questa folla infuriata gli sta per fare. E il movimento nervoso della mano che s'agitava suo malgrado sulla spalla del compagno come avrebbero fatto le dita di un musicista sui tasti di un pianoforte, tradiva la sua ardente impazienza così mal celata in certi momenti, e in questo momento soprattutto, sotto l'aria glaciale e accigliata del viso. S'intese allora il capo della deputazione borghese chiedere al deputato dove si trovassero gli altri deputati suoi colleghi. - Signori, - ripeteva per la seconda volta il signor Bowelt - vi dico che in questo momento sono solo col signor d'Asperen e non posso prendere una decisione da solo. - L'ordine! L'ordine! - gridarono diverse migliaia di voci. Il signor Bowelt tentò di parlare, ma non si riuscirono a capire le sue parole e si vide solamente che le sue braccia si muovevano in gesti senza nesso e pieni di disperazione. Vedendo però che non riusciva a farsi capire, si voltò verso la porta spalancata del balcone e chiamò il signor d'Asperen. Il signor d'Asperen comparve a sua volta sul balcone e venne accolto da grida ancor più energiche di quelle che dieci minuti prima avevano accolto il signor Bowelt. Non per questo egli rinunciò al compito di arringare la folla; ma la folla, anziché rimanere ad ascoltare l'arringa del signor d'Asperen preferì forzare la guardia degli Stati, che d'altra parte non oppose alcuna resistenza al popolo sovrano. - Andiamo - disse con freddezza il giovanotto mentre il popolo s'inabissava attraverso la porta principale dell'Hoogstraet; - sembra che la decisione debba essere presa all'interno del palazzo. Andiamo anche noi, colonnello, ad ascoltare la deliberazione. - Ah! monsignore, monsignore, state attento! - A che cosa? - Tra quei deputati, ve ne sono molti che hanno avuto dei rapporti con voi, e basta che uno solo riconosca Vostra Altezza! - Sì, e subito mi si accuserebbe di essere l'istigatore di tutto questo. Hai ragione - disse il giovanotto, le cui guance arrossirono per un istante per il rammarico di aver mostrato tanta precipitazione nei suoi desideri. - Sì, tu hai ragione, restiamocene qui. Di qui li vedremo tornare con o senza l'autorizzazione, e in tal modo potremo giudicare se il signor Bowelt è un brav'uomo oppure un uomo coraggioso, cosa che mi sta a cuore appurare. - Ma Vostra Altezza, - fece l'ufficiale guardando con stupore colui al quale dava il titolo di «monsignore» - ma Vostra Altezza non suppone per un solo istante, penso, che i deputati ordineranno ai cavalieri di Tilly di allontanarsi, non è vero? - Perché? - domandò freddamente il giovane. - Perché se danno quest'ordine, sarà semplicemente sottoscrivere la condanna a morte dei signori Cornelio e Giovanni de Witt. - Staremo a vedere - rispose con freddezza Sua Altezza. - Dio soltanto può sapere ciò che passa nel cuore dell'uomo. L'ufficiale guardò di sottecchi il viso impassibile del compagno e impallidì. Quest'ufficiale era al tempo stesso un brav'uomo e un uomo coraggioso. Dal loro nascondiglio il principe e l'ufficiale continuavano a sentire le grida e il tramestio della folla che saliva le scale del palazzo di città. Poi s'intese questo rumore uscire e diffondersi sulla piazza dalle finestre di quella sala con balcone dalla quale erano comparsi i signori Bowelt e d'Asperen; costoro erano subito rientrati all'interno, senza dubbio per il timore che il popolo, dando loro qualche urtone, non li facesse precipitare dal balcone. Poi si videro ombre tumultuose passare dietro i vetri di queste finestre. La grande sala del consiglio si andava riempiendo. All'improvviso il rumore s'arrestò; poi, di nuovo all'improvviso raddoppiò d'intensità, e giunse ad un tal grado da sembrare un'esplosione che fece tremare l'edificio fino alla sua cima. Poi il torrente riprese a rotolare attraverso gallerie e scaloni fino al portone, sotto la volta del quale lo si vide sbucare come una tromba marina. Alla testa del primo gruppo volava, piuttosto che egli non corresse, un uomo odiosamente sfigurato dalla gioia. Era il chirurgo Tickelaer. - Lo abbiamo! Lo abbiamo! - gridava, agitando un foglio. - Hanno ottenuto l'ordine! - mormorò l'ufficiale allibito. Bene, sono a posto - disse tranquillamente l'Altezza. - Mio caro colonnello, voi non sapevate se il signor Bowelt era un brav'uomo o un uomo coraggioso. Non è né l'uno né l'altro. Poi continuando a seguire con gli occhi, senza batter ciglio, tutta quella folla che rotolava davanti a lui: Adesso torniamo al Buytenhof, colonnello - disse. - Credo che assisteremo a uno strano spettacolo. L'ufficiale s'inchinò e seguì il suo signore senza fiatare. Sulla piazza e davanti alla prigione la folla era immensa, ma i cavalieri di de Tilly riuscivano a contenerla. Ben presto il conte vide i reduci dal palazzo di città arrivare con la velocità e l'impeto di una mareggiata. Nello stesso tempo scorse il foglio che veniva agitato in aria, fra le armi levate e i pugni chiusi. - Ehi, - disse levandosi in arcione e toccando col pomo della spada il suo luogotenente. - Temo che quei miserabili abbiano l'ordine. - Infami vigliacchi! - gridò il luogotenente. La compagnia dei borghesi, con un urlo di gioia, avanzò verso i cavalieri con le armi abbassate. - Alt! - gridò il conte. - Non toccate la cavezza dei miei cavalli se non volete che vi carichiamo. - Ecco l'ordine! - gridarono cento voci insolenti. De Tilly prese il documento, gli diede un'occhiata e rispose a voce alta: - Coloro che hanno firmato quest'ordine sono i veri carnefici del signor Cornelio de Witt. Preferirei perdere le mani piuttosto che firmare una simile infamia. Un momento - aggiunse poi, respingendo con l'impugnatura della spada l'uomo che voleva riprendergli il foglio. - Documenti come questo sono importanti e bisogna conservarli. - Piegò il foglio e lo ripose con cura nel giustacuore. - Cavalieri di Tilly! - gridò poi, volgendosi ai suoi uomini. Per- fila-destr! E adesso, - aggiunse a voce bassa, ma in modo che le sue parole non sfuggirono a tutti - fate il vostro lavoro, assassini! Un grido d'odio e di gioia feroce accolse la partenza della truppa. I cavalieri sfilavano lentamente. Il conte restò alla retroguardia per tener fronte fino all'ultimo alla marmaglia ebbra che avanzava. Come si vede, Giovanni de Witt non aveva esagerato il pericolo quando aveva affrettato la partenza del fratello. Cornelio scese le scale che portavano al cortile appoggiato al braccio dell'ex gran pensionario. Rosa li aspettava da basso tutta tremante. - Signor Giovanni, quale disgrazia! - Che c'è, bambina mia? - domandò de Witt. - Dicono che sono andati all'Hoogstraet per farsi dare l'ordine di allontanare i soldati del conte de Tilly. - Oh, oh! Davvero, se i cavalieri se ne vanno la nostra situazione diventa grave... - Vorrei darvi un consiglio... - disse la giovinetta, tremando. - Parla, bambina mia. Non vi sarebbe nulla di strano, che Dio mi consigliasse per bocca tua. - Ebbene, signor Giovanni, io non uscirei sulla strada principale. - E perché questo, dal momento che i cavalieri di Tilly sono sempre al loro posto? - Sì ma, finché non sarà revocato, hanno l'ordine di restare dinanzi alla prigione. - Senza dubbio. - Ne avete voi uno, perché vi accompagnino fino all'uscita dalla città? - No. - Ebbene, appena avrete superato i primi cavalieri, cadrete nelle mani del popolo. - Ma la milizia borghese? - Oh, la milizia borghese è la più rabbiosa! - Che fare allora? - Al vostro posto, signor Giovanni, - continuò timidamente la ragazza - uscirei dalla postierla. Dà su una strada deserta, poiché stanno tutti nella strada principale, in attesa dinanzi all'ingresso, e raggiungerei la porta della città per la quale fuggire. - Ma mio fratello non potrà camminare. - Tenterò - rispose Cornelio con espressione di sublime fortezza. - Ma non avete la vostra carrozza? - domandò la ragazza. - La carrozza è là, dinanzi all'ingresso principale. - No - rispose la fanciulla. - Ho pensato che il vostro cocchiere era un uomo di fiducia e gli ho detto di andarvi ad aspettare all'uscita della postierla. I due fratelli si scambiarono uno sguardo commosso, che poi si concentrò con riconoscenza sulla fanciulla. - Ma bisogna vedere se Grifo vorrà aprirci quella porta osservò il gran pensionario. - Oh no, egli non lo vorrà proprio - disse Rosa. - E allora? - Allora io ho previsto il suo rifiuto e poco fa, mentre egli discuteva dalla finestra della prigione con un soldato, gli ho sottratto la chiave. - E c'è l'hai questa chiave? - Eccola, signor Giovanni. - Bambina mia, - disse Cornelio - non ho nulla da darti per ricompensarti di ciò che hai fatto per noi, nulla, tranne la Bibbia che troverai nella mia camera. E' l'ultimo regalo di un uomo onesto. Spero che ti porti fortuna. - Grazie, signor Cornelio, la terrò sempre con me - rispose la ragazza. E aggiunse con un sospiro: - Che peccato che io non sappia leggere! - Il clamore aumenta, ragazza mia - interloquì Giovanni; - credo che non ci sia tempo da perdere. - Venite - disse la bella frisona, e guidò i due fratelli attraverso un corridoio interno, verso il lato opposto della prigione. Sempre guidati da Rosa, scesero uno scalone di dodici gradini, attraversarono un piccolo cortile chiuso da bastioni merlati, e dopo che si fu aperta la porta di cinta si ritrovarono dall'altro lato della prigione nella strada deserta, dinanzi alla vettura che li aspettava con il predellino già abbassato. - Presto, presto, signori! - gridò il cocchiere spaventato. Non li sentite? Dopo aver fatto salire Cornelio, il gran pensionario si rivolse alla fanciulla. - Addio, bambina mia - disse; - le mie parole non potrebbero esprimerti in modo adeguato la nostra riconoscenza. Ti raccomando a Dio, il quale si ricorderà, io spero, di ciò che hai fatto per salvare la vita di due uomini. Rosa baciò rispettosamente la mano che il gran pensionario le tendeva. - Andate, andate - esclamò. - Sembra che stiano sfondando il portone. Giovanni de Witt balzò rapidamente nella carrozza, prese posto accanto al fratello e chiuse lo sportello, gridando al cocchiere: - Al Tol- Hek! Il Tol-Hek era la porta della città che dava sulla strada di Scheveningen, il piccolo porto in cui aveva gettato l'ancora la nave che doveva portare in salvo i de Witt. La carrozza partì al galoppo di due focosi cavalli fiamminghi e portò via con sé i fuggitivi. Rosa li seguì finché ebbero girato l'angolo. Allora rientrò per chiudersi la porta alle spalle e gettò quindi la chiave in un pozzo. Il rumore che aveva fatto temere a Rosa che il popolo stesse sfondando la porta era in realtà quello provocato dal popolo che, dopo aver fatto evacuare la piazza della prigione, si precipitava contro la porta. Per quanto solida essa fosse, e per quanto il carceriere Grifo (bisogna dargliene il merito) si rifiutasse ostinatamente di aprire tale porta, ci si rendeva conto che essa non avrebbe resistito a lungo, e Grifo, tutto impallidito, si stava domandando se non fosse meglio spalancare e non far mandare in pezzi la porta, quando si sentì dolcemente tirare l'abito Girandosi, vide Rosa. - Li senti, quegli energumeni? - esclamò. - Li sento così bene, padre mio, che al vostro posto io... - Tu apriresti, non è vero? - No, lascerei sfondare il portone. - Ma mi uccideranno. - Sì, se vi vedono. - E come potrebbero non vedermi? - Nascondetevi. - E dove? - Nella segreta. - E tu, bambina mia? - Io, padre mio, scenderò con voi. Chiuderemo la porta sopra di noi e quando essi avranno lasciato la prigione, ebbene, noi usciremo dal nascondiglio. - Hai ragione, perbacco - esclamò Grifo; - ce n'è del cervello nella tua testolina. Poi mentre la porta cominciava a cedere tra le esclamazioni di gioia del popolaccio. - Venite, venite, padre mio - esclamò Rosa, aprendo una piccola botola. - E i nostri prigionieri? - Dio veglierà su di loro, padre mio - disse la fanciulla; permettetemi di vegliare su di voi. Grifo seguì la figliola, e la botola ricadde sulla loro testa, proprio nel momento in cui la porta veniva sfondata e consentiva il passaggio alla folla. D'altronde, la cella in cui Rosa faceva scendere suo padre e che veniva chiamata la segreta offriva un sicuro rifugio ai due personaggi, che ora dovremo abbandonare per un istante, poiché era conosciuta solo dalle autorità, che vi rinchiudevano talvolta qualcuno di quei grandi colpevoli per i quali si teme una rivolta o un tentativo di sequestro. Il popolo si precipitò nella prigione gridando: - Morte ai traditori! Alla forca Cornelio de Witt! A morte! A morte! CAPITOLO QUARTO. I MASSACRATORI. Il giovane, sempre riparato dal grande cappello, sempre appoggiato al braccio dell'ufficiale, sempre nell'atto di tergersi la fronte e le labbra col fazzoletto, il giovane solo e immobile, in un angolo del Buytenhof, sperduto nell'ombra di una tettoia che riparava una bottega chiusa, stava a guardare lo spettacolo offerto da quella folla furiosa e che pareva ormai prossima a sciogliersi. - Oh, - disse all'ufficiale - credo che voi aveste ragione, van Deken: l'ordine che i deputati hanno sottoscritto è un vero ordine di morte del signor Cornelio. Sentite questa folla? detestano veramente i signori de Witt! -In verità, - disse l'ufficiale - non ho mai udito clamori del genere. - Si deve ritenere che abbiano scoperto la prigione del nostro uomo. Ah, guardate: quella finestra non è quella in cui è stato rinchiuso il signor Cornelio? In realtà un uomo afferrava a piene mani e scuoteva violentemente la grata di ferro che chiudeva la finestra della cella di Cornelio e che questi aveva lasciata da non più di dieci minuti. - Ehi! Ehi! - gridava quest'uomo - non c'è più! - Come, non c'è più! - esclamarono dalla strada coloro che essendo arrivati per ultimi non potevano entrare nella prigione che traboccava. - No, non c'è più - ripeteva l'uomo imbestialito. - Deve essere scappato. - Che dice quell'uomo? - domandò il principe, impallidendo. - Oh, monsignore, dice una cosa che sarebbe meravigliosa, se fosse vera! - Certo, sarebbe una splendida notizia - rispose il giovane. Ma non può essere vera, purtroppo. - Eppure... guardate! - esclamò l'ufficiale. Infatti, altri visi contorti dall'ira apparvero dietro alle sbarre. - Fuggito! Si è messo in salvo! - Inseguiamolo! Raggiungiamolo!- urlava la folla. - Monsignore, - disse l'ufficiale - sembra che Cornelio de Witt sia veramente riuscito a fuggire. - Dalla prigione forse - rispose il principe, - ma non dalla città. Vedrete, van Deker, che quel poveretto troverà chiusa la porta che crede aperta. - E' stato dunque dato l'ordine di chiudere le porte della città? - No, non credo. Chi avrebbe potuto dare un simile ordine? - E allora che cosa ve lo fa supporre? - Ci sono delle fatalità - rispose distrattamente il principe di cui i grandi uomini cadono spesso vittime. L'ufficiale sentì un brivido corrergli per le vene. Aveva compreso che il prigioniero, in un modo o in un altro, era irrimediabilmente perduto. Cornelio e Giovanni, intanto, percorrevano a velocità ridotta, per non dare nell'occhio, la strada che porta al Tol-Hek. Quando giunsero in vista della porta che doveva schiuder loro la via della salvezza, il cocchiere impaziente mise i cavalli al galoppo. Poi, improvvisamente, tirò le redini. - Che cosa accade? - domandò Giovanni affacciandosi allo sportello. - Oh, signori miei, - si lamentò il cocchiere - accade che... Il terrore soffocava la voce del brav'uomo. - Suvvia, cosa c'è? - disse il gran pensionario. - C'è che il cancello è chiuso. - Come, il cancello è chiuso? Non c'è l'abitudine di chiudere il cancello durante il giorno. - Guardate voi stesso. - Giovanni de Witt si sporse dalla vettura e vide che il cancello era effettivamente chiuso - Va avanti lo stesso - disse Giovanni. - Ho con me il lasciapassare e il custode ci aprirà. La vettura riprese la sua corsa, ma ci si accorgeva che il cocchiere non spronava più i cavalli con la medesima sicurezza. Inoltre, mentre cacciava fuori il capo dalla portiera, Giovanni de Witt era stato visto e riconosciuto da un birraio che, in ritardo sui suoi colleghi, chiudeva in tutta fretta la sua bottega per andare a raggiungere gli altri al Buytenhof. Lanciò un grido di sorpresa e corse velocemente dietro due altri uomini che correvano dinanzi a lui. Nello spazio di cento passi li raggiunse e cominciò a parlare con loro; i tre uomini si fermarono a guardare la vettura che si allontanava, ancora poco sicuri di ciò che essa racchiudeva. La vettura nel frattempo era arrivata al Tol-Hek. - Aprite! - gridò il cocchiere. - Aprire! - esclamò il custode comparendo sulla porta della sua casa. - Aprire... e con che cosa? - Ma con la chiave, perbacco! - disse il cocchiere. - Con la chiave, certo, ma bisognerebbe averla. - Come? Non avete la chiave della porta? - domandò il cocchiere. - No. - E che cosa ne avete fatto, allora? - Diavolo! Me l'hanno presa! - Ma chi, dunque? - Qualcuno che evidentemente desiderava che nessuno uscisse dalla città. - Amico mio, - disse il gran pensionario affacciandosi allo sportello per tentare un'estrema audacia - amico mio, sono io che vi chiedo la chiave, io Giovanni de Witt, che sto accompagnando mio fratello verso l'esilio. - Ah, signor de Witt, sono disperato - gridò il guardiano precipitandosi verso la carrozza. - Vi giuro sul mio onore che la chiave mi è stata presa! - Quando? - Stamane. - Da chi? - Da un giovane di circa ventidue anni, pallido e magro. - E perché gliel'avete consegnata? - Aveva un ordine firmato. - Firmato da chi? - Dai signori del palazzo di città. - Via, - interloquì a questo punto Cornelio, sereno come sempre- sembra che siamo irrimediabilmente perduti. - Sai se la medesima precauzione è stata presa dappertutto? - Non lo so. - Andiamo - disse Giovanni al cocchiere; - poiché Dio ordina all'uomo di fare tutto il possibile per conservare la propria esistenza, dirigiti verso un'altra porta. Poi, mentre il cocchiere faceva girare la carrozza, aggiunse rivolto al custode: - Grazie della tua buona volontà, amico mio; l'intenzione ha il merito dell'azione; hai avuto l'intenzione di salvarci e dinanzi al Signore è come se ci fossi riuscito. - Ah! - gridò il custode - guardate laggiù! - Passa attraverso quel gruppo, - ordinò Giovanni al cocchiere e poi svolta a sinistra, è l'unica speranza che ci rimane! Il gruppo di cui parlava Giovanni si era raccolto intorno ai tre uomini che abbiamo visto fermarsi a guardare la carrozza e che durante il colloquio di Giovanni col custode si era andato via via ingrossando. I nuovi arrivati dimostravano intenzioni ostili. Quando la carrozza si diresse verso di loro, le sbarrarono la strada gridando: - Ferma! Ferma! Il cocchiere si chinò e li colpì con la frusta. I fratelli de Witt, dall'interno, non videro nulla, ma sentirono ad un certo punto i cavalli che si impennavano, dando una forte scossa alla carrozza. Vi fu un attimo di sosta. Poi il veicolo riprese la sua corsa, passando sopra qualcosa di rotondo e di cedevole, come il corpo di un uomo disteso, e s'allontanò tra le bestemmie. - Oh! - esclamò Cornelio - temo che abbiamo commesso qualcosa di irreparabile! - Al galoppo! Al galoppo! - gridò Giovanni. Malgrado quest'ordine, il cocchiere si arrestò bruscamente. - Ebbene? - domandò Giovanni. - Non vedete? - rispose il cocchiere. Giovanni guardò. La folla che si era radunata davanti al Buytenhof avanzava rapida e urlante verso la carrozza sulla via che questa doveva percorrere. - Mettiti in salvo - ordinò Giovanni al cocchiere. - E' inutile proseguire. Siamo perduti. - Eccoli, eccoli! - gridarono contemporaneamente cinquecento voci. - Sì, eccoli, i traditori, gli omicidi, gli assassini! risposero gli inseguitori della carrozza, che correvano verso gli altri portando sulle braccia il corpo sanguinante di uno dei loro compagni, travolto dalla carrozza mentre tentava di arrestare i cavalli. Era sul suo corpo che i due fratelli avevano sentito passare la vettura. Il cocchiere si fermò, ma non volle mettersi in salvo, nonostante le insistenze del suo signore. Subito dopo la carrozza venne circondata dalla folla che veniva dal Buytenhof e dagli uomini che l'avevano inseguita dal Tol-Hek. Un maresciallo abbatté con un colpo di mazza uno dei cavalli. In quel momento l'imposta di una finestra venne socchiusa lasciando intravedere il viso livido e gli occhi torvi del giovane, fissi sul terribile spettacolo. Dietro a lui compariva la testa dell'ufficiale. - Mio Dio, mio Dio! Monsignore, che cosa accadrà? - domandò l'ufficiale. - Qualcosa di tremendo, certamente - rispose il principe. - Ah! vedete, monsignore, afferrano nella carrozza il gran pensionario, lo picchiano, lo feriscono! - Quella gente deve proprio essere esasperata - osservò il giovane col suo solito tono impassibile. - Ecco che tirano fuori Cornelio, che è già ferito e mutilato dalla tortura. Oh! Guardate! Guardate! - Sì, è proprio Cornelio. L'ufficiale emise un debole grido e volse il capo. In quel momento, sul predellino della carrozza, il Ruart aveva ricevuto un colpo dato con una sbarra di ferro e ne aveva avuto il cranio spezzato. Tentò di rialzarsi, ma ricadde. Gli assalitori lo presero per i piedi e lo tirarono in mezzo alla folla, che si aprì per ricevere il corpo esanime: lasciava dietro di sé una scia di sangue. Il giovane, cosa che sarebbe parsa impossibile, impallidì maggiormente e per un istante le palpebre scesero a velargli lo sguardo. L'ufficiale vide questo segno di commozione e cercò di approfittarne. - Venite, venite, monsignore - esclamò; - stanno per assassinare anche il gran pensionario! Ma il giovane aveva già riaperto gli occhi. - In verità, - disse - questo popolo è implacabile. Non è consigliabile tentare di tradirlo. - Monsignore, - disse l'ufficiale - non si potrebbe salvare quel pover'uomo che ha allevato Vostra Altezza? Se c'è un mezzo, ditelo, e anche se dovessi perdere la vita... Guglielmo d'Orange, poiché era lui, aggrottò la fronte in maniera sinistra, velò lo sguardo acceso di collera e rispose: - Colonnello van Deken, vi prego di andare in cerca dei miei soldati e di farli armare, per fronteggiare ogni eventualità. - Ma devo dunque lasciare Vostra Altezza sola, al cospetto di questi assassini? - Non preoccupatevene più di quanto non me ne preoccupi io stesso - disse bruscamente il principe. - Andate. L'ufficiale corse via con una rapidità dettata non solo dalla disciplina, ma soprattutto dal desiderio di non assistere all'assassinio dell'altro fratello. Giovanni, che con un supremo sforzo aveva raggiunto la soglia di una casa vicina, barcollò sotto i colpi infertigli da ogni lato e domandò: - Mio fratello? Dov'è mio fratello? Uno dei forsennati gli gettò via con un pugno il cappello; un altro gli mostrò le mani insanguinate, con le quali aveva massacrato Cornelio. Era accorso per non perdere l'occasione di ammazzare il gran pensionario; intanto che si trascinava verso il patibolo il cadavere di quello che era già morto. Giovanni emise un lamento e si coprì gli occhi. - Ah, tu chiudi gli occhi! - gridò uno dei soldati della guardia borghese. - Te li aprirò io! E lo colpì in viso con una picca, che fece sprizzare il sangue - Mio fratello! - gridava Giovanni de Witt, che, accecato dal sangue, tentava di vedere che cos'era capitato a Cornelio. - Va' a raggiungerlo - urlò uno degli assassini e gli mise alle tempie il suo moschetto, premendo il grilletto. Il colpo non partì. Allora il forsennato prese l'arma per la canna e colpì Giovanni de Witt col calcio. Giovanni de Witt barcollò e cadde ai suoi piedi. Ma rialzandosi ancora con uno sforzo sovrumano gridò: - Mio fratello! La sua voce era così straziante che il giovane chiuse l'imposta davanti a sé. Restava ben poco da vedere ormai. Un terzo assassino sparò a bruciapelo un colpo di pistola che fece saltare le cervella della vittima. Giovanni de Witt cadde per non rialzarsi più. Allora ognuno di quei miserabili, ringalluzzito per quella caduta, volle scaricare la propria arma sul cadavere. Ciascuno volle dare il suo colpo di mazza, di spada o di coltello, ciascuno volle far sprizzare la sua goccia di sangue, strappare un pezzo di vestito. Poi quando tutti e due furono ben assassinati, ben straziati, ben spogliati, la folla li trascinò nudi e sanguinanti ad un patibolo improvvisato, su cui dei carnefici dilettanti li appesero per i piedi. Allora si fecero avanti i più vigliacchi, i quali, non avendo osato colpire la carne viva, fecero a pezzi la carne già morta, poi se ne andarono in giro per la città a vendere dei piccoli pezzi di Giovanni e di Cornelio a dieci soldi il pezzo. Non possiamo dire se il giovanotto vide la fine della terribile scena attraverso l'apertura quasi impercettibile dell'imposta, ma nel momento stesso in cui i due martiri venivano appesi alla forca, egli passava attraverso la folla che era troppo occupata nella faccenda che stava portando gioiosamente a termine per badare a lui e raggiungeva il Tol-Hek, sempre sbarrato. - Ah! signore, - gridò il custode - mi riportate la chiave? - Sì, amico mio, eccola - rispose il giovane. - Che disgrazia che non me l'abbiate portata una mezz'ora fa sospirò il guardiano. - Perché? - Perché avrei potuto aprire ai signori de Witt. Trovando la porta chiusa furono costretti a tornare indietro e caddero così nelle mani dei loro inseguitori. - La porta! La porta! - gridò in quel momento una voce affannosa. Il principe si volse e riconobbe il colonnello van Deken. - Siete voi, colonnello? - disse. - Non siete ancora uscito dalla città? Non ubbidite troppo sollecitamente ai miei ordini... - Monsignore, - rispose il colonnello - questa è la terza porta a cui mi presento. Le altre due le ho trovate chiuse. - Questo brav'uomo ci aprirà questa. Apri, amico mio - disse il principe al custode il quale era rimasto allibito udendo chiamare «monsignore» quel giovanotto pallido a cui si era rivolto con tanta familiarità. Poi, per riparare alla sua mancanza, si precipitò ad aprire il Tol- Hek, che gemette girando sui cardini. - Monsignore vuole il mio cavallo? - domandò il colonnello a Guglielmo. - Grazie, colonnello, credo di avere una cavalcatura qui vicino. Trasse dalla tasca un fischietto d'oro che a quel tempo serviva per chiamare i domestici e vi soffiò dentro, cavandone un suono acuto e prolungato, che fece accorrere uno staffiere a cavallo, il quale conduceva un altro cavallo sellato. Guglielmo balzò in sella senza alcun aiuto e spronò, dirigendosi verso la strada di Leyda. Quando l'ebbe raggiunta, si volse. Il colonnello lo seguiva a pochi metri di distanza. Il principe gli accennò di mettersi al suo fianco. - Sapete che quei ribaldi hanno ucciso anche Giovanni de Witt, dopo Cornelio?- domandò senza fermarsi. - Ah! monsignore, - rispose tristemente il colonnello preferirei che Vostra Altezza avesse ancora quei due ostacoli da superare, prima di diventare statolder di Olanda. - Certo sarebbe stato meglio che ciò che è avvenuto non fosse capitato - rispose il giovane; - ma ciò che è fatto è fatto, e noi non ne abbiamo colpa. Sproniamo, colonnello, per raggiungere Alphen prima del messaggero che gli Stati invieranno certamente al campo. Il colonnello si inchinò e lasciò avanzare il principe, tornando al posto che occupava prima che egli gli avesse rivolto la parola. - Ah! - mormorò con espressione cattiva Guglielmo d'Orange, mentre piantava gli speroni nei fianchi del cavallo, - vorrei vedere la faccia di Luigi, il Re Sole, quando verrà a sapere come sono stati trattati i suoi cari amici de Witt! Oh! Sole, sole, com'è vero che mi chiamo Guglielmo il Taciturno, sole, bada ai tuoi raggi! E il giovane principe, l'accanito rivale del grande re, lo statolder ancor ieri dubitoso della propria potenza, al quale i borghesi dell'Aia avevano fatto un piedistallo coi cadaveri di Giovanni e di Cornelio de Witt, due principi nobili tanto davanti agli uomini che davanti a Dio, galoppò via sul suo generoso destriero. CAPITOLO QUINTO. IL COLTIVATORE DI TULIPANI E IL SUO VICINO. Mentre i borghesi dell'Aia facevano a pezzi i cadaveri di Giovanni e di Cornelio e mentre Guglielmo d'Orange, dopo essersi assicurato che i suoi antagonisti erano morti, galoppava sulla strada di Leyda seguito dal colonnello van Deken, che egli trovava un po' troppo pieno di compassione per continuare a dargli la confidenza con cui l'aveva onorato fino allora, Craeke, il fedele servitore, ignaro dei terribili avvenimenti che si erano verificati dopo la sua partenza, correva a cavallo sulle strade alberate, fuori città. Quando ritenne di essersi allontanato abbastanza, per non destare sospetti, lasciò il cavallo in una stalla e proseguì il viaggio in battello, per i canali sinuosi diramantisi dal fiume, che stringono nella loro umida carezza le belle isole verdi di salici, di giunchi e di erbe fiorite e popolate di grassi armenti pascolanti al sole. Craeke riconobbe da lungi Dordrecht, la ridente città, ai piedi di una collina disseminata di mulini. Vide le belle case rosse decorate di linee bianche, a specchio dell'acqua, i balconi ornati di serici tappeti ricamati in oro, vere meraviglie giunte dalla Cina e dall'India e, accanto ai tappeti, le grandi lenze, trappole permanenti per le voraci anguille attirate dai resti di cibo che gli abitanti gettano nell'acqua dalle finestre. Craeke, dal ponte del suo battello, poteva vedere, attraverso le ali dei mulini in movimento, la casa bianca e rosa che doveva raggiungere per compiere la sua missione. Questa casa nascondeva i suoi comignoli in una cortina di pioppi e spiccava sullo sfondo cupo di un bosco di grandi olmi. La sua posizione era tale che i raggi del sole, cadendo su di essa come attraverso un imbuto, potevano asciugare, scaldare e fecondare persino le nebbie che la barriera di alberi non riusciva a tener lontane al mattino e alla sera, quando spirava il vento dal fiume. Sbarcato in mezzo al traffico abituale della città, Craeke si diresse subito verso la casa di cui noi offriremo ai lettori una indispensabile descrizione. Bianca, nitida, rilucente, lavata e lucidata tanto all'esterno che all'interno, questa casa ospitava un felice mortale. Questo felice mortale, questa "rara avis", come dice Giovenale. era il dottor Cornelius van Baerle, figlioccio di Cornelio. Egli abitava la casa che abbiamo descritta, fin dall'infanzia; era la casa natale di suo padre e di suo nonno, nobili mercanti della nobile città di Dordrecht. Il signor van Baerle padre aveva guadagnato commerciando con le Indie trecento o quattrocentomila fiorini, che il signor van Baerle figlio aveva trovato intatti alla morte dei suoi buoni e cari genitori, nell'anno 1668. Erano tutti in monetine, alcune del 1640 e altre del 1610: il che dimostrava che si trattava di fiorini di van Baerle padre e van Baerle nonno. Questi quattrocentomila fiorini non rappresentavano che il danaro liquido, poiché Cornelius van Baerle, l'eroe della nostra storia, aveva dei beni in provincia che gli davano una rendita di diecimila fiorini circa. Quando quel degno cittadino che era il padre di Cornelius stava per passare a miglior vita, tre mesi dopo la morte della moglie, la quale sembrò precederlo unicamente per spianargli il cammino nell'al di là, così come glielo aveva spianato in vita, si rivolse al figlio, abbracciandolo per l'ultima volta: - Mangia, bevi e spendi il tuo denaro, se vuoi vivere veramente, perché lavorare tutto il giorno seduto su una sedia di legno o su una poltrona di cuoio, in un laboratorio o in magazzino, non è vivere. Anche tu dovrai morire un giorno, e se non avrai avuto la fortuna di avere dei figli, i miei fiorini finiranno nelle mani di un nuovo padrone e ne saranno stupiti, quei bei fiorini nuovi che non hanno conosciuto finora che me, mio padre e colui che li ha fusi. E soprattutto non imitare il tuo padrino, Cornelio de Witt, il quale si è gettato nella politica, la peggiore delle carriere, e che un giorno o l'altro finirà male. Poi era morto, il degno signor van Baerle, lasciando nella desolazione suo figlio Cornelius, il quale amava pochissimo i fiorini e moltissimo il padre. Cornelius così restò solo nella grande casa. Il suo padrino Cornelio gli offrì invano di entrare nella pubblica amministrazione, invano cercò di farlo baciare dalla gloria quando Cornelius per obbedire al padrino, s'imbarcò con de Ruyter (11) sul vascello "Le Sette Province" che era la nave ammiraglia dei centotrentanove bastimenti coi quali il grande marinaio doveva affrontare da solo le forze collegate della Francia e dell'Inghilterra. Quando Cornelius, sotto la guida del pilota Léger, giunse a un tiro di schioppo dal vascello "Il Principe", sul quale era imbarcato il duca di York, fratello del re d'Inghilterra; quando vide il fulmineo attacco dell'ammiraglio Ruyter costringere il duca di York a trasferirsi in tutta fretta sulla nave "San Michele"; quando vide il "San Michele" lasciare il combattimento, reso inservibile dalle artiglierie olandesi; quando scorse un altro bastimento, il "Conte di Sanwick", saltare in aria e quattrocento marinai perire nell'esplosione e fra le onde; quando ebbe visto alla fine che la battaglia costata venti navi, tremila morti e cinquemila feriti, non era stata decisiva e che ognuno dei contendenti si attribuiva la vittoria e che bisognava ricominciare daccapo, poiché tutta quella rovina non era servita che ad aggiungere un nome: «la battaglia di Southwood Bay» (12) alla lista delle battaglie; quando ebbe calcolato il tempo che un uomo perde a tapparsi occhi e orecchi per riflettere mentre i suoi simili si scambiano cannonate, Cornelius disse addio a Ruyter, al Ruart de Pulten e alla gloria, baciò le ginocchia del gran pensionario per il quale nutriva una profonda venerazione, e rientrò nella sua casa di Dordrecht, ricco del suo acquisito riposo, dei suoi ventotto anni, di una salute di ferro, di una vista acuta e, oltre che dei suoi quattrocentomila fiorini di capitale e dei suoi diecimila fiorini di rendita, ricco di quella convinzione che l'uomo ha sempre ricevuto troppo dal cielo per essere felice e abbastanza per non esserlo. Dopo di che, per fabbricarsi una felicità a modo suo, Cornelius si mise a studiare i vegetali e gli insetti, raccolse e classificò tutta la flora delle isole, trafisse tutta l'entomologia della provincia, compose un trattato manoscritto con illustrazioni da lui stesso disegnate, e infine, non sapendo più come impiegare il tempo e come spendere il proprio danaro, che continuava ad aumentare in modo impressionante, scelse fra tutte le manie del suo paese e del suo tempo una delle più eleganti e delle più costose. S'innamorò dei tulipani. A quei tempi, come saprete, i Fiamminghi e i Portoghesi erano giunti a divinizzare i tulipani e a fare di questo fiore venuto dall'oriente ciò che nessun materialista avrebbe osato fare della razza umana, per non offendere Dio. Ben presto, da Dordrecht a Mons non si parlò d'altro che dei tulipani di "mynheer" (13) van Baerle, e le sue aiuole, le sue serre, i suoi essiccatoi vennero visitati come un tempo illustri viaggiatori romani visitavano le gallerie e la biblioteca di Alessandria. Van Baerle cominciò con lo spendere la sua rendita per formare la sua collezione, poi ricorse ai fiorini nuovi per ampliarla; in tal modo il suo lavoro venne ricompensato da magnifici risultati: egli creò cinque nuovi esemplari che chiamò "Giovanna", dal nome di sua madre, il "Baerle", dal nome di suo padre e il "Cornelio", dal nome del suo padrino; gli altri nomi ci sfuggono, ma gli amatori di tulipani li troveranno certamente nei cataloghi di quel tempo. Nei primi mesi del 1672, Cornelio de Witt venne a Dordrecht per trascorrere qualche tempo nella vecchia casa di famiglia. E' noto che Cornelio era nato a Dordrecht, e che la famiglia de Witt era oriunda di quella città. Cornelio incominciava proprio allora a godere della più assoluta impopolarità, per dirla con le parole di Guglielmo d'Orange. Tuttavia i buoni abitanti di Dordrecht non lo ritenevano ancora uno scellerato degno della forca, e se erano poco contenti del suo deciso repubblicanismo erano tuttavia fieri del suo valore personale e perciò gli diedero il benvenuto alle porte della città. Cornelio, dopo averli ringraziati, andò a visitare la casa paterna, e ordinò che venissero fatte alcune riparazioni prima dell'arrivo della signora de Witt e dei bambini. Poi il Ruart si diresse verso la casa del figlioccio, il quale era forse l'unico cittadino di Dordrecht che non sapesse dell'arrivo del Ruart. Se Cornelio de Witt aveva fatto nascere inimicizie ed odio coltivando quella mala pianta che è la politica, van Baerle aveva invece raccolto simpatie trascurando completamente le cure politiche per lasciarsi assorbire dalla coltivazione dei tulipani. Van Baerle era tanto amato dai suoi domestici e dai suoi operai che non poteva nemmeno supporre che esistesse al mondo un uomo capace di odiare un suo simile. Eppure, e questo torna a vergogna dell'umanità, Cornelius van Baerle aveva, senza saperlo, un nemico più feroce, più accanito e più irriconciliabile dei più arrabbiati orangisti, avversari spietati del Ruart e di suo fratello, la cui mirabile fraternità, rimasta senza nubi durante la vita, stava per prolungarsi in una devozione che andava oltre la morte stessa. Nel momento in cui Cornelius cominciò a dedicarsi ai tulipani, vi profuse le rendite annuali e i fiorini di suo padre, Cornelius aveva come vicino un certo Isaac Boxtel, un borghese che fin dal giorno in cui aveva raggiunto l'età della ragione, aveva coltivato la medesima passione e si sentiva svenire al solo pronunciare la parola "tulban" che, secondo quanto assicura il "Floriste français", ossia lo storico più informato di questo fiore, è l'antico nome che i cingalesi usavano per denominare quella meraviglia della creazione che ora si appella tulipano. Boxtel non aveva la fortuna di essere ricco come van Baerle. Con grandi sacrifici e con cure pazienti aveva creato nella sua casa di Dordrecht un giardino adatto alla coltivazione, ed era riuscito a ridurre il terreno nelle condizioni volute, dando alle aiuole quel tanto di sole e di ombra che il codice dei giardinieri prescrive. Isaac conosceva la temperatura delle sue colture fino al ventesimo di grado. Misurava la forza del vento e l'addomesticava in modo da sincronizzarla con l'ondeggiare degli steli dei fiori. I suoi prodotti incominciavano ad avere successo. Erano belli, e persino ricercati. Molti amatori erano venuti a visitare i tulipani di Boxtel. E, infine, Boxtel era riuscito a lanciare nel mondo di Linneo e di Tournefort un tulipano battezzato col proprio nome. Questo tulipano «Boxtel» aveva fatto strada, aveva attraversato la Francia ed era entrato in Spagna, penetrando poi in Portogallo: il re Alfonso sesto (14), cacciato da Lisbona, si era ritirato nell'isola di Terceire in cui si divertiva non ad innaffiare i garofani, come il gran Condé, ma a coltivare dei tulipani e guardando il suddetto «Boxtel» aveva esclamato: - Non c'è male. Fu allora che, improvvisamente, in conseguenza degli studi che aveva fatto, Cornelius van Baerle fu preso dalla passione per i tulipani e decise di modificare la sua casa di Dordrecht facendo alzare di un piano una costruzione situata nel suo giardino. Come risultato, il giardino di Boxtel venne privato di un mezzo grado di calore, senza contare che la nuova costruzione attenuò la forza del vento, scompigliando così tutti i calcoli dell'economia orticola del vicino. Boxtel però non diede troppo peso a questa contrarietà. Per lui van Baerle non era che un pittore, e cioè un pazzo il quale tenta di riprodurre sulla tela le meraviglie della natura e non riesce che a deturparle. Il pittore faceva alzare di un piano il suo studio per avere una luce migliore, ed era nel suo diritto. Il signor van Baerle era pittore come il signor Boxtel era coltivatore di tulipani; avendo bisogno di sole per i suoi quadri, ne prendeva però un mezzo grado ai tulipani del signor Boxtel. La legge era dalla parte del signor van Baerle. "Bene sit". D'altra parte Boxtel aveva scoperto che il troppo sole nuoce al tulipano, il quale preferisce il tiepido sole del mattino e della sera al bruciante sole del pomeriggio. Egli fu dunque quasi grato a Cornelius van Baerle che gli aveva fabbricato un riparo. Ma forse questo non era proprio vero del tutto e ciò che Boxtel diceva del suo vicino van Baerle non esprimeva per intero il suo pensiero. Com'è vero che le anime nobili trovano nella filosofia delle risorse sconcertanti nel bel mezzo delle più grosse disgrazie! Ma, ahimè! Che cosa provò lo sfortunato Boxtel quando vide le finestre della nuova costruzione ornarsi di bulbi, di tulipani interrati, di tulipani in vaso, insomma, tutto ciò che concerne la professione di coltivatore maniaco? Vi erano fasci di etichette, casellari, cassette suddivise in scompartimenti, chiusi da griglie di ferro, per permettere all'aria di circolare senza che vi potessero entrare topi, ghiri ed insetti, i quali dimostrano una strana preferenza per i bulbi più costosi. Boxtel dunque fu assai stupito quando vide tutto quel materiale, ma non comprese a tutta prima la gravità della propria disgrazia. Era noto che van Baerle amava tutte le cose belle. Egli studiava la natura per riprodurla nei suoi quadri accurati come quelli di Gérard Dow (15), suo maestro, e di Mieris, suo amico. Poteva darsi che, volendo dipingere l'interno del laboratorio di un coltivatore di tulipani, avesse disposto nel suo studio gli oggetti necessari. Quantunque cullato da questa ingannevole speranza, Boxtel non riuscì a resistere all'ardente curiosità che lo divorava. Al cader della notte, appoggiò una scala al muro divisorio e, guardando nel giardino del suo vicino van Baerle, si accorse che un grande quadrato di terreno, occupato finora da piante diverse, era stato zappato, diviso in aiuole coperte di terriccio e di mota tratta dal fiume (particolarmente gradita ai tulipani) e rinforzato ai bordi con zolle erbose per impedire i franamenti. Controllò poi la posizione del terreno rispetto al sole, notò la vicinanza dell'acqua e tutte le altre condizioni ideali per il buon esito della coltivazione. Non vi era più alcun dubbio. Van Baerle si era dedicato ai tulipani! Boxtel immaginò il futuro successo di quest'uomo ricco e sapiente e il solo pensiero di quel successo gli causò un così forte dolore che le sue mani lasciarono la presa, le sue ginocchia si piegarono ed egli rotolò giù dalla scala, disperato. Non per dei tulipani dipinti, ma per dei «veri» tulipani van Baerle gli prendeva mezzo grado di calore! Dunque van Baerle avrebbe avuto la migliore esposizione al sole, e in più una grande stanza per conservarvi i suoi bulbi; una stanza luminosa, aerata, ventilata, mentre Boxtel era stato costretto ad adibire a tale uso la sua camera da letto, riducendosi a dormire in solaio per non danneggiare i suoi bulbi con le emanazioni animali. E così porta a porta, muro a muro, Boxtel avrebbe avuto un rivale, un emulo, un vincitore forse, e questo rivale, invece d'essere un qualunque oscuro giardiniere, era il figlioccio del signor Cornelio de Witt, e cioè un uomo celebre! Boxtel, come si vede, aveva un animo meno ben fatto di Poro (16) il quale si consolava di essere stato sconfitto da Alessandro, appunto a causa della fama del suo vincitore. In effetti, che cosa sarebbe accaduto se mai van Baerle avesse scoperto un nuovo tulipano e lo avesse denominato "Giovanni de Witt", dopo averne denominato uno "Cornelio"? C'era da schiattare di rabbia al solo pensarlo. E così per la sua invidiosa preveggenza, profeta di sventura per se stesso, Boxtel già si figurava ciò che sarebbe accaduto. E perciò Boxtel, dopo aver fatto questa scoperta, passò la notte più esecrabile che sia possibile immaginare. CAPITOLO SESTO. L'ODIO DI UN COLTIVATORE DI TULIPANI. Da quel momento in poi, invece che una semplice preoccupazione, Boxtel ebbe un solo timore. Il vigore e la nobiltà che vengono conferiti agli sforzi del corpo o dell'animo dallo stimolo di un'idea favorita, Boxtel li perse ruminando tutto il danno che l'idea del vicino gli avrebbe causato. Com'è facile supporre, dal momento in cui applicò a questo problema la grande intelligenza di cui la natura lo aveva dotato, van Baerle riuscì a far crescere i tulipani più belli. Meglio di chiunque altro ad Haarlem o a Leyda, città che offrono terreni migliori e climi più sani. Cornelius riuscì a variare i colori, a modellare le forme, a moltiplicare le specie. Apparteneva a quella scuola ingegnosa e semplice che aveva preso fin dal secolo settimo come motto l'aforisma sviluppato da uno dei suoi adepti nel 1653: «Chi disprezza i fiori, offende Dio stesso ». Premessa ripresa dalla scuola dei coltivatori di tulipani, la più esclusiva delle scuole, che nel 1653 elaborò il seguente sillogismo: «Chi disprezza i fiori, offende Dio stesso. - Quanto più il fiore è bello, tanto più chi lo disprezza offende Dio. - Il tulipano è il più bello di tutti i fiori. - Perciò chi disprezza il tulipano offende in maniera gravissima Dio stesso». Un ragionamento sulla base del quale, come si vede, con un po' di cattiveria, i quattro o cinquemila coltivatori di tulipani in Olanda, Francia e Portogallo - non parliamo di quelli di Ceylon, dell'India e della Cina - avrebbero messo l'universo intero fuori legge e dichiarato scismatici, eretici e degni di morte centinaia di milioni di uomini un po' tiepidi nei confronti dei tulipani. Non si può mettere in dubbio che, benché nemico mortale di van Baerle, anche Boxtel per una tale causa sarebbe corso a combattere sotto la medesima bandiera. Van Baerle ottenne dunque numerosi successi e fece parlare di sé al punto che Boxtel scomparve per sempre dalla lista dei notabili coltivatori di tulipani d'Olanda, e la «tulipaneria» di Dordrecht venne rappresentata da Cornelius van Baerle, il modesto e inoffensivo studioso. In questo modo, dal ramo più umile l'innesto fa sbocciare le gemme più fiere e l'arbusto della rosa canina con i suoi quattro petali incolori dà il via alla rosa gigantesca e profumata. In questo modo casate reali hanno tratto origine talvolta nella capanna di un taglialegna o nel tugurio di un pescatore. Van Baerle, assorto interamente nei suoi lavori di semina, piantagione, raccolto; van Baerle, adulato dai coltivatori di tutt'Europa, non sospettava nemmeno che accanto a lui vi era uno sventurato detronizzato, di cui lui era l'usurpatore. Continuò i suoi esperimenti, e di conseguenza le sue vittorie, e in due anni rivestì le sue aiuole di soggetti tanto meravigliosi che mai nessuno, eccettuati forse Shakespeare e Rubens, aveva creato meraviglie così grandi dopo Dio stesso. Per avere l'immagine di un dannato dimenticato da Dante (17), sarebbe bastato osservare Boxtel. Mentre van Baerle sarchiava, concimava, innaffiava le sue aiuole, o inginocchiato sull'erba analizzava ogni venatura dei tulipani fioriti, meditando le modificazioni che avrebbe potuto apportare, i connubi di colori che avrebbe potuto tentare, Boxtel, nascosto dietro un sicomoro che aveva piantato contro il muro, e che gli serviva da nascondiglio, seguiva con gli occhi sbarrati e con la bava alla bocca ogni passo, ogni gesto del suo vicino, e quando coglieva un sorriso sulle sue labbra, un lampo di felicità nei suoi occhi, gli mandava tante terribili maledizioni da far stupore che quei soffi avvelenati d'invidia e di collera non si infiltrassero nello stelo dei fiori, per portarvi il malefizio e la morte. Il male, quando è entrato in un'anima umana, vi compie impressionanti progressi. Ben presto Boxtel non si accontentò più di osservare van Baerle. Volle vedere anche i suoi fiori. In fondo era un artista, e gli stava a cuore contemplare il capolavoro di un rivale. Acquistò un cannocchiale e poté così seguire ogni evoluzione del fiore, dal momento in cui, nel primo anno di vita, spinge fuori dalla terra il suo pallido germoglio fino a quando, alla fine di un periodo di cinque anni, arrotola il suo nobile e grazioso cilindro sul quale appare l'indefinita sfumatura del colore e si sviluppano i petali che rivelano alfine i segreti tesori del calice. Oh! quante volte l'infelice invidioso, issato sulla sua scala, scorse nelle aiuole di van Baerle dei tulipani che lo accecavano con la loro bellezza e gli toglievano il respiro con la loro perfezione! Allora, dopo il moto di ammirazione che non gli riusciva di vincere, veniva colto dalla febbre dell'invidia, questo male che rode il cuore umano e lo trasforma in una miriade di serpentelli che si divorano l'un l'altro, e sono causa di terribili dolori. Quante volte, in preda a torture che non possiamo descrivere, Boxtel venne colto dalla tentazione di saltare nottetempo nel giardino e distruggere le piante, frantumandone i bulbi coi denti! Ma per un orticoltore uccidere un tulipano è un orribile delitto. Sarebbe meno grave uccidere un uomo. Eppure, i progressi che faceva van Baerle in un'arte che sembrava conoscere per istinto, spinsero Boxtel a un parossismo di furore tale da fargli meditare di lanciare pietre e bastoni sulle aiuole del vicino. Ma riflettendo che il giorno seguente van Baerle, visto il danno, avrebbe sporto denunzia e che l'autore del delitto sarebbe stato probabilmente scoperto, punito dalla legge, e disonorato per sempre agli occhi dell'Europa coltivatrice di tulipani, Boxtel unì l'astuzia all'odio e risolse di usare un mezzo che non lo compromettesse. Cercò molto a lungo, in verità, ma infine trovò. Una sera prese due gatti, legò loro una delle zampe posteriori con una funicella di tre metri circa, e li gettò così uniti al di là del muro, nel bel mezzo dell'aiuola principale, dell'aiuola regale che non conteneva solo il "Cornelio de Witt", ma anche il "Brabante", bianco come il latte, rosso e incarnato brillante, e il "Meraviglia", di Haarlem; il tulipano "Colombino oscuro" e il "Colombino chiaro annebbiato". I due animali spaventati, cadendo ai piedi del muro, presero a scorrazzare sull'aiuola, cercando ognuno di fuggire nella propria direzione, fino a che venne teso il filo che li teneva uniti. A questo punto, sentendo di non poter scappare più lontano, cominciarono a vagare qua e là con dei pietosi miagolii, falciando con la corda tutti i fiori nei quali s'imbattevano; finalmente, dopo un quarto d'ora di lotta accanita, riuscirono a spezzare il filo che li teneva legati e sparirono. Boxtel, nascosto dietro il suo sicomoro, non poteva vedere nulla, a causa dell'oscurità notturna; ma sulla base delle urla rabbiose dei gatti poteva immaginarsi tutto e il suo cuore s'andava sgonfiando di fiele e riempiendo di gioia. Il desiderio d'assicurarsi dei guai combinati dai gatti era così prepotente nel cuore di Boxtel che egli rimase lì ad aspettare il giorno per constatare con i suoi stessi occhi lo stato in cui la lotta dei due gatti aveva ridotto le aiuole del vicino. Era intirizzito dalle nebbie del mattino, ma non provava freddo; era la speranza della vendetta che gli teneva caldo. Il dolore del rivale lo avrebbe compensato di tutte le sue sofferenze. Ai primi raggi del sole, si aprì la porta della casa bianca: van Baerle comparve e s'accostò subito alle sue aiuole avendo sul labbro il sorriso d'un uomo che abbia trascorso la notte nel suo letto ed abbia fatto dei bei sogni. D'un tratto s'accorse dei fossi e delle montagnette che s'erano formati su un terreno che alla vigilia era più piatto d'uno specchio, d'un tratto scorse le belle file simmetriche dei suoi tulipani tutte disordinate, come potrebbero esserlo le picche di un battaglione nel bel mezzo del quale fosse caduta una bomba. Accorse pieno di pallore. Boxtel trasaliva di gioia. Quindici o venti tulipani laceri, sventrati, giacevano gli uni curvati, gli altri spezzati del tutto e già appassivano; dalle loro ferite colava la linfa; la linfa, questo sangue prezioso che van Baerle avrebbe voluto riscattare a prezzo del suo stesso sangue. Ma, oh sorpresa, oh gioia di van Baerle! oh dolore inesprimibile di Boxtel! Nessuno dei quattro tulipani minacciati era stato colpito. Essi levavano fieramente il loro nobile capo al di sopra dei cadaveri dei compagni. Questo era sufficiente per consolare van Baerle ed era pure sufficiente per far scoppiare di rabbia l'assassino che si strappava i capelli alla vista del crimine commesso, e commesso inutilmente. Van Baerle, pur deplorando la sventura che lo aveva colpito, sventura che, del resto, per grazia di Dio, era meno grande di quanto avrebbe potuto essere, non riuscì ad individuarne la causa. Avendo assunto informazioni, poté sapere che la notte intera era stata disturbata da terribili miagolii. D'altronde egli riconobbe il passaggio dei gatti dalla traccia lasciata dalle loro unghiate, dai peli lasciati sul campo di battaglia e sui quali le gocce indifferenti della rugiada tremavano allo stesso modo che sulle foglie adiacenti di un fiore spezzato; per evitare che una sventura del genere si ripetesse, van Baerle ordinò che ogni notte un apprendista giardiniere si coricasse nel giardino, in una capanna prossima alle aiuole. Boxtel riuscì a sentir dare quest'ordine. Egli vide innalzare la capanna quello stesso giorno; troppo felice per non essere stato sospettato, e unicamente più animato che mai contro il fortunato agricoltore, rimase in attesa di occasioni più propizie. Fu proprio allora che la società dei coltivatori di tulipani di Haarlem offrì un premio per la scoperta, non osiamo dire per la fabbricazione del grande tulipano nero senza macchie: un problema che era ritenuto insolubile, poiché a quei tempi non esisteva ancora nemmeno un tulipano color bistro. Tutti dicevano perciò che i fondatori del premio avrebbero ben potuto promettere due milioni di fiorini invece di centomila, perché la cosa era impossibile. Il mondo dei tulipani ne fu scosso tuttavia fin dalle basi. Alcuni dilettanti presero l'idea, ma senza riuscire a credere alla sua attuazione: ma la forza immaginativa degli orticultori è tale che, pur considerando la proposta come inattuabile fin dal principio, essi non pensarono più in seguito che a questo grande tulipano nero reputato chimerico come il cigno nero di Orazio e come il merlo bianco della tradizione francese. Van Baerle fece parte di coloro che si appropriarono dell'idea; Boxtel fece parte invece di coloro che la ritennero un'idea impossibile. Non appena l'idea ebbe preso possesso del suo cervello perspicace e ingegnoso, van Baerle iniziò le semine e le operazioni necessarie per far passare dal rosso al bruno, e dal bruno al bruno scuro i tulipani coltivati fino allora. Già l'anno successivo, ottenne dei prodotti d'un bistro perfetto, e Boxtel li scoprì nella sua aiuola, mentre lui aveva ottenuto solo dei tulipani bruno chiaro. Forse sarebbe importante spiegare ai lettori le belle teorie secondo le quali il tulipano deriva dagli elementi i suoi colori; forse ci si sarebbe grati di dichiarare che niente è impossibile all'orticoltore che fa contribuire secondo il suo genio e la pazienza, il fuoco del sole, la candidezza dell'acqua, i succhi della terra e i soffi dell'aria. Ma noi non abbiamo deciso di scrivere un trattato sul tulipano in generale, quanto piuttosto la storia di un tulipano particolare, ed a questo ci atterremo, per quanto siano attraenti le lusinghe dell'argomento che si sovrappone al nostro. Boxtel, vinto ancora una volta dalla superiorità del suo nemico, prese disgusto della coltivazione e, mezzo impazzito, si dedicò interamente alla osservazione. La casa del suo rivale era in piena luce. Giardino aperto al sole, uno studio con ampie vetrate, schedari, armadi, cassette, etichette sui quali il telescopio poteva frugare. Boxtel lasciò marcire i suoi bulbi, lasciò seccare i cocchi negli scomparti, lasciò morire i suoi tulipani sulle aiuole; ormai viveva solo con gli occhi, e s'occupava unicamente di ciò che accadeva nella casa di van Baerle, respirava attraverso il gambo dei suoi tulipani, si dissetò con l'acqua irrorata su di loro, e si sfamò con la terra molle e fine che il vicino cospargeva sui suoi preziosi bulbi. Ma il lavoro più interessante non si svolgeva nel giardino. Quando suonava l'una di notte, van Baerle saliva nel suo laboratorio, lo studio chiuso da vetrate nel quale il telescopio di Boxtel penetrava con tanta facilità, e lì, dopo che le luci dello studioso facevano seguito ai raggi del giorno illuminando muri e finestre, Boxtel poteva vedere all'opera il genio inventivo del rivale. Scorgeva van Baerle scegliere i semi, innaffiarli con sostanze destinate a modificarli e a colorarli, scaldarne alcuni, inumidirli, e unirli poi ad altri con innesti abilissimi. Il giovane rinchiudeva poi in un luogo oscuro i semi che avrebbero dovuto produrre il colore nero, ed esponeva alla luce del sole o delle lampade quelli che avrebbero dovuto dare fiori rossi. In un perenne riflesso di acque erano fatti specchiare i semi destinati a produrre il colore bianco, candida ed ermetica rappresentazione dell'umido elemento. Questa magia innocente, frutto della fantasticheria infantile e del genio virile insieme, questo lavoro impaziente ed incessante di cui Boxtel si riconosceva incapace, convogliavano verso il telescopio dell'invidioso tutta la sua vita, il suo pensiero, la sua speranza. Cosa strana! Il grande interesse e l'amor proprio dell'artista non avevano spento in Isaac l'invidia feroce, la sete di vendetta. Talvolta, mentre teneva van Baerle sotto la mira del suo telescopio, s'illudeva di averlo nel mirino di un fucile di precisione, e cercava col dito il grilletto per lasciarne partire il colpo mortale. Ma è tempo che colleghiamo a questa epoca dei lavori dell'uno e dello spionaggio dell'altro la visita che Cornelio de Witt, Ruart de Pulten, veniva a fare nella sua città natale. CAPITOLO SETTIMO. L'UOMO FELICE INCONTRA LA SVENTURA. Cornelio, dopo di aver sbrigato gli affari di famiglia, si recò dal suo figlioccio, Cornelius van Baerle. Era il mese di gennaio del 1672. Cadeva la notte. Cornelio, per quanto pochissimo esperto di orticoltura e poco incline alle gioie dell'arte, visitò tutta la casa, dal laboratorio alle serre, dai quadri ai tulipani. Ringraziò il figlioccio di averlo raffigurato sul ponte della nave ammiraglia delle Sette Province nel quadro riproducente la battaglia di Southwood Bay e gli espresse la sua gratitudine per aver dato il suo nome a un meraviglioso tulipano, dimostrando la compiacenza e l'affetto che un padre può sentire per il proprio figlio. La folla intanto si era radunata, incuriosita e rispettosa, davanti alla porta dell'uomo felice. Il rumore richiamò l'attenzione di Boxtel, il quale stava facendo merenda accanto al fuoco. Domandò informazioni, le ebbe e corse al suo osservatorio: e là rimase, incurante del freddo, con l'occhio appiccicato al cannocchiale. Questo telescopio non gli era più di una grande utilità dopo l'autunno del 1671. I tulipani, freddolosi come le figlie autentiche dell'oriente, non vengono coltivati nella terra d'inverno. Hanno bisogno dell'interno della casa, del dolce letto dei cassetti e delle tenere carezze della stufa. Così per tutto l'inverno Cornelius se ne rimase nel suo laboratorio, frammezzo ai libri e ai quadri. Raramente si recava nella stanza dei bulbi, e solo per farvi penetrare qualche raggio di sole che egli riusciva a scorgere in cielo e che egli costringeva, suo malgrado, a penetrare nella stanza attraverso una botola chiusa da un vetro. Quando Cornelio e Cornelius ebbero visitato tutti gli appartamenti, il Ruart sussurrò a van Baerle: - Figlio mio, allontanate i vostri domestici, e fate in modo che restiamo soli per qualche minuto. Cornelius s'inchinò in atto d'obbedienza. Poi disse ad alta voce: - Signore, vorreste visitare anche l'essiccatoio? L'essiccatoio? Quel tabernacolo, quel "sancta sanctorum" era chiuso per i profani, come un tempo il santuario di Delfo. Nessun servo si era mai azzardato a porvi il suo piede audace, come avrebbe detto il grande Racine (18) che fioriva a quell'epoca. Cornelius non vi lasciava entrare che la scopa inoffensiva di una vecchia domestica frisona, che lo aveva allevato e che, dal giorno in cui Cornelius si era dedicato alla coltivazione dei tulipani, non osava mettere cipolla nei suoi intingoli temendo di sbucciare e di cuocere per fatale errore gli oggetti della passione del suo giovane signore. Udendo pronunciare la parola sacra «essiccatoio», i servi che portavano le torce si scostarono rispettosamente. Cornelius prese un candelabro dal primo in cui s'imbatté e precedette il padrino. Dobbiamo aggiungere che l'essiccatoio era posto proprio in quella stanza a vetri sulla quale Boxtel puntava incessantemente il suo cannocchiale. Dal suo posto di osservazione l'invidioso vide le vetrate e i muri illuminarsi. Poi apparvero due ombre. Una di esse, alta, maestosa, severa, si sedette accanto al tavolo su cui Cornelius aveva posato il candelabro. In quell'ombra Boxtel riconobbe il pallido viso di Cornelio de Witt, coi lunghi capelli neri che gli ricadevano sulle spalle. Il Ruart de Pulten, dopo avere detto qualche parola che l'invidioso non poté capire, pur osservando il movimento delle labbra, trasse dal petto un involto sigillato e lo porse a Cornelius, il quale lo prese e lo rinchiuse in un armadio con una cura tale da far supporre a Boxtel che si trattasse di documenti di grandissima importanza. L'invidioso aveva a tutta prima dubitato che il pacchetto contenesse qualche bulbo arrivato dal Bengala o da Ceylon, ma aveva poi pensato che Cornelio non c