ANTON GIULIO BARRILI IL TESORO DI GOLCONDA I Viadarma, il bègari, andava innanzi a piedi, scalzo, semplicemente vestito del duti tradizionale dei poveri indiani, che è una lunga e larga fascia di stoffa, girata intorno alle reni e ricadente fino al ginocchio. Il viaggiatore, europeo all'aspetto, chiuso in un tutto vestito di pannolano grigio, lo seguiva in carrozza. Come potessero andar di pari, con mezzi tanto diversi di locomozione, vi sarà facilmente chiarito da due notizie, di poco momento per la storia. La strada era pessima, e la carrozza, che meglio sarebbe di chiamare col suo vero nome di carretta, era tirata, non già da cavalli (che il viaggiatore non ne aveva trovati a Sciolapur) ma da due bianchi zebù, specie di buoi dalle gobbe penzoloni e dalle corna attorcigliate. Anche il viaggiatore andava molto a piedi. Ma il caldo era stato soffocante, quel giorno, e l'arco di foglie di palmizio che coronava il veicolo aveva attirato con dolce lusinga il viaggiatore sotto le sue ombre ospitali, accanto alle sue armi e alle sue valigie, che riposavano nel fondo. "Riposavano" è un modo di dire, perché più veramente sobbalzavano ad ogni tratto, secondo le scosse più o meno forti della carretta, fra i sassi e gli avvallamenti della strada. Una strada cattiva, anzi pessima, come vi ho detto, era quella da Sciolapur a Secanderabad, prima stazione importante entro i felicissimi stati del Nizam, dopo aver passata la frontiera al villaggio di Alland e fatte in tre giorni le debite fermate a Kalburga e Malcaira, per dar la muta ai quadrupedi. Per altro, essa era altrettanto sicura da cattivi incontri, essendo corsa abbastanza regolarmente dalla vettura postale del governo inglese, guardiano e protettore del Nizam, e continuamente vigilata dai cànsama, addetti alle stazioni di posta, o dai bègari, guide fornite da ogni capo di villaggio per cui dovessero passare i forestieri, specialmente gli europei. Dopo tutto, il nostro viaggiatore non era pauroso; la consuetudine del pericolo lo aveva agguerrito, ed egli, piuttosto che audace, poteva dirsi temerario. Amava la vita e il suo campo necessario, che è questo povero globo; ma a patto di spender la prima a girare il secondo. "Restare, soffrire; digerir male, forse." Così mutava, e in verità con poca riverenza per Guglielmo Shakespeare, la profonda osservazione di Amleto. Donde vi sarà facile argomentare che il nostro viaggiatore non fosse inglese, quantunque indossasse il tutto vestito di pannolano grigio e portasse il cappello di feltro foggiato ad elmetto, bucherellato nella testiera e fasciato di un bianco velo che simulava il turbante. Il paese, sui confini del Nizam, non era bello a vedersi. C'è anche la sua parte di brutto nell'India pastinaca, come la chiamavano gli antichi; e la jungla, per cui ci figuriamo che debba intendersi la boscaglia indiana, non è tutta di liane e bambù, di banani e mangifere: più sovente è sterpeto, giuncaia, deserto piano e monotono, senza un filo di verde. La campagna che il nostro viaggiatore percorreva da due giorni, non offriva che linee basse ed uniformi, interrotte qua e là da massi e scaglioni di pietra biancastra. Solo nelle vicinanze dei villaggi s'incominciava a vedere qualche poco di campo, coltivato a grano turco e frumento; e allora sbucava timidamente dal fondo giallo della pianura una capanna d'agricoltore, attorniata da pochi alberi magri e da qualche cespuglio di kalam. Il kalam, se nol sapete, è una graminacea, che nasce spontanea nei luoghi incolti dell'India, specie sui margini de' sentieri. Il suo stelo diritto e poroso è usato dagli Indiani come penna da scrivere; donde il suo antichissimo nome di kalam, diventato calamus nella lingua latina. Benedette concordanze etimologiche! Rammento che il mio maestro di sànscrito (una lingua che ho finito a non imparare affatto) quando mi aveva messa a riscontro una parola indiana con un'altra greca o latina, e notata la somiglianza loro, mi guardava con una cert'aria di trionfo, soggiungendo invariabilmente: "neh, che è difficile il sànscrito?" Certo, col tempo e la pazienza si può giungere a tutto, superare ostacoli che parevano a tutta prima insormontabili. Il nostro viaggiatore, per esempio, dopo due giorni e mezzo di strada in quel paese arido e polveroso, vedeva a mano a mano cangiarsi l'aspetto della campagna, presentarglisi sull'orizzonte un fitto di verdura, con tetti e guglie di minareti che scintillavano al sole. - Viadarma! - gridò egli al suo compagno di viaggio. - Sahib! - rispose quell'altro, voltandosi prontamente al cenno del forestiero. - Che paese è quello, che si comincia a vedere là in fondo? - Secanderabad; - disse Viadarma. Il viaggiatore, che aveva già tratto nella giornata parecchi sbadigli, mutò registro a quella notizia e trasse invece un respiro. - Lo credevo più lontano; - soggiunse. - Ed è lontano tuttavia; - replicò Viadarma, saltando sul timone della carretta, per dare un grazioso cenno della sua presenza ai due zebù; - abbiamo ancora due ore di cammino. - Il cenno grazioso non era una frustata, nè una punzecchiatura, come potreste immaginare. Viadarma, seguendo il costume del suo paese, prendeva le code dei due poveri animali e le attorcigliava un tantino fra le dita. Lo zebù è sensibilissimo in quella appendice del suo corpo, e, quando gli si usa un mal garbo simile, è capace di prendere anche il galoppo, come un somaro qualunque, a cui venga appioppato un carico di legnate. Mentre i due cornipedi studiavano il passo in quel modo e per quella ragione che ho detta, colui che Viadarma aveva salutato col nome di Sahib, diede una sbirciata all'orologio. Erano le quattro dopo il meriggio. - Arriveremo di giorno; - conchiuse; - meno male! - Il rimanente della strada si fece in silenzio; silenzio dei due bipedi, intendiamoci, mentre i quadrupedi scalpitavano sul battuto della strada, facendo scricchiolar la carretta e sobbalzar le valigie insieme col loro proprietario, che aveva cavato di tasca il suo taccuino per prendere alcuni appunti, ma dovette tosto rinunziarvi, e prendere invece un numero del Times, per leggicchiare gli annunzi. Il corpo del giornale lo aveva già letto, parte in strada ferrata da Bombay a Sciolapur, e parte nei primi due giorni di quel piacevolissimo tragitto, in compagnia di Viadarma e delle sue bestie imbizzite. Secanderabad, ov'egli giunse poco prima delle sei, era la stazione d'accantonamento delle soldatesche inglesi, che avevano l'ufficio di proteggere la persona del Nizam e di vigilare in pari tempo il governo. Il nostro viaggiatore contava di trattenervisi a dormire, ma gli premeva anzi tutto di andare al palazzo del residente britannico, e di ottenere una lettera commendatizia, non solamente necessaria per essere ricevuto dal Nizam e dal suo ministro, ma per entrare nel distretto di Haiderabad, che era la meta del suo pellegrinaggio, poco scientifico e molto capriccioso. Perciò, fermatosi al bungalow il tempo necessario per fissare una camera e dar ordini pel suo desinare, si fece condurre dal bègari Viadarma un miglio più su, fino al palazzo della Residenza. Il paese era magnifico; si andava per una via larga, alta e diritta, argine continuato d'un gran lago artificiale, l'Hussein Sagar, il cui specchio azzurro carico, incorniciato nel verde dei campi circostanti, contrastava allegramente con le cento miglia di pianura arida e brulla, che il nostro Sahib aveva dovuto percorrere. Diciamo, prima di continuare il racconto, che cosa fosse quel titolo di Sahib, dato a tutto pasto dal bègari Viadarma al suo forestiero. Ogni viaggiatore europeo, che abbia apparenza di gran signore, ogni straniero residente in India, che eserciti qualche ufficio autorevole, è per l'indiano della classe infima, agricoltore o artigiano, un Sahib. E ciò per contrapposto al titolo di Topa, con cui si distinguono gli europei di minor levatura, prendendo il nome da Topi, che significa un cappello a cupola tonda, quello che in Italia, a Firenze, si direbbe paiolino. Anche ad un signore, ad un Sahib, è permesso di portare il topi, il paiolino; ma non importa, egli non sarà mai chiamato col dispregiativo di cappelluccio. Già, bisogna ricordare che in India ogni persona di riguardo suol portare il cappello ad elmetto, od anche a pioppino, fatto coi filamenti disseccati dell'agave, coperto di tela bianca, foderato di tela verde per tutto il giro della tesa, e ravvolto per metà in un velo di mussolina, i cui lembi svolazzano sulle spalle. A queste forme ambigue, tra il cappello e il turbante, chi non riconoscerebbe il Sahib? Torniamo al viaggiatore. Assorto nella contemplazione di quel piccolo paradiso, egli giunse fino a mezzo della spianata che si stendeva davanti al palazzo della Residenza britannica, senza pensare alla forma meschina del suo veicolo. Ma d'altra parte, perchè avrebbe dovuto vergognarsene? Non si capitava mica a Trafalgar Square, nè all'imboccatura di Regent Street. Si era in India, dove gli equipaggi signorili son rari, e in una parte dell'India dove la mail-cart, la carrozza di posta, già costosissima per ogni borsa meglio fornita, non si trova tutti i giorni, a comodo d'un viaggiatore frettoloso. Il nostro Sahib aveva anche l'esempio di molti signori, amanti di viaggiare a piccole tappe, che preferivano alla mail-cart l'umile carretta, coperta con una stoia di palme, e tirata da una coppia di buoi. Sceso a terra d'un balzo, il Sahib si avviò speditamente all'entrata del palazzo, se pure è lecito di chiamare con tal nome una casa a due piani, circondata da una tettoia all'altezza del primo piano, a cui si ascendeva per quattro o cinque scalini. Sotto la verandah, ai due lati dell'ingresso, si vedevano alcuni soldati inglesi, mezzo vestiti all'indiana. Il Sahib, appena saliti i gradini che mettevano al vestibolo, ne vide un altro, tutto vestito di rosso, specie di veterano trasformato in usciere. - Parliamo al gambero cotto; - diss'egli tra sè. Indi, avvicinatosi all'usciere, gli domandò nel più puro inglese di Piccadilly. - Si può parlare con sir Giorgio Lawson? - Suo Onore non è visibile; - rispose asciutto il veterano. - Quando potrò vederlo? Ho da chiedergli un salvocondotto... - Le ore d'ufficio son passate; - replicò quell'altro; - anche il cancelliere, signor Partridge, è uscito. Vostra Signoria può passare domattina alle otto.- Il viaggiatore stette alquanto sovra pensiero, come uomo a cui torni inaspettato il contrattempo; ma poi fece l'atto di chi si rassegna, non potendo aver altro. - Sta bene, - diss'egli, - tornerò domattina. Intanto, favorite di consegnare queste carte a Suo Onore... appena sarà visibile per la sua gente. - Così dicendo cavò il portafoglio e ne trasse fuori una lettera. Era una commendatizia data a lui per sir Giorgio Lawson dal governatore di Bombay. Vi aggiunse il suo biglietto di visita, a cui diede la pieghettina d'uso sopra uno degli angoli, e consegnò il tutto nelle mani dell'usciere. Il veterano aveva data una sbirciatina al biglietto di visita, che portava il nome del viaggiatore abbastanza lungo, sormontato da una corona di cinque fioroni. - Vostra Grazia sarà servita; - rispose egli, mettendosi alla posizione del soldato senz'armi, e recando la mano al berretto. Sua Grazia, poichè bisogna dirgli così, diede una voltata sui tacchi e si avviò alla scalinata. In quel mentre, un palanchino, portato da quattro uomini vestiti di bianco, era venuto a fermarsi davanti all'ingresso. Ne discendevano due donne, giovani ambedue, ma molto diverse all'aspetto; una di mediocre apparenza, non bella, vestita con molta semplicità, tipo di damigella di compagnia; l'altra di forme eleganti, bionda, cogli occhi azzurri, la carnagione bianca vermiglia leggermente dorata dai raggi del sole indiano. Un bel riflesso d'oro aggiunge bellezza alle donne bionde, e, se volete, anche alle brune. Consiglio a tutte le belle un viaggetto in India; torneranno indorate. La fanciulla, discesa per la prima, si era subito voltala indietro, per dare amorevolmente la mano alla sua damigella di compagnia. Il Sahib ne argomentò che avesse buon cuore e non fosse punto orgogliosa. Come vengono certe idee? Come le sensazioni, da cui molte volte esse nascono. E non era naturale che il forestiero, notando la diversità di condizione che appariva evidente tra quelle due donne, rilevasse da quell'atto amorevole una prova di buon cuore? Un'occhiata della biondina venne a mutargli immediatamente il corso delle idee. Sentiva una certa compiacenza vedendo quella giovine signora che aiutava la sua damigella di compagnia a discendere dal palanchino; ma l'interna allegrezza gli si cangiò in un sentimento di vergogna, o meglio, se la vergogna vi par troppo nel caso presente, di confusione. La giovine signora aveva rivolti gli occhi alla carretta; peggio ancora, si era fermata tre minuti secondi a guardarla; quindi, volgendosi all'ingresso della casa, aveva scorto il giovinotto, ne' suoi abiti di viaggiatore, mentre egli poneva il piede sul primo scalino. Quel ravvicinamento di due cose, che in verità non erano distanti sei metri l'una dall'altra, e ben dimostravano in quel luogo la loro affinità, fece pentire il Sahib di essersi presentato alla residenza di Secanderabad con un veicolo così poco decente. Rincresce sempre di sfigurare in presenza di una bella signora, anche quando non si è conosciuti da lei e si crede molto ragionevolmente di non averla a incontrare una seconda volta sulla faccia del globo. Il saluto che egli fece da buon cavaliere, nel passarle daccanto, riuscì molto impacciato; cosa strana, per un uomo che meritava il titolo di Vostra Grazia, dall'usciere della Residenza britannica. Ma quella carretta tirata da una coppia di buoi, quegli abiti sciatti e polverosi, e chi sa, probabilmente anche la faccia, nera di qualche diavoleria, come a dire di una combinazione naturalissima di sudore e di polvere, non erano fatti per concedergli molta padronanza di sè. Davanti ad una bella donnina succede sempre così. Si è in un deserto, e si vorrebbe apparire azzimati, come se allora allora si uscisse dalla bottega del parrucchiere, sul noto marciapiede, nella città del domicilio legale. Togliete la presenza della donna, e a quelle inezie non ci si pensa più. A che si perderebbe il tempo in certe caricature? Non pure la compagnia dei proprii simili, ma neanche la solitudine più certa e più cara, meriterebbe un sacrificio di quella fatta. Non c'è notizia nei sacri libri, che Adamo, avanti la creazione della donna, usasse, magari Dio, lavarsi la faccia. La signora guardò il viaggiatore, ma non saprei dirvi se vedesse tutte le brutte cose che egli pensava di avere sulla persona; indi, risposto al suo saluto con un mezzo inchino, andò verso la scalinata. Quando sua Grazia il Sahib giunse alla sua misera carretta di viaggio e si volse per dare una sbirciata alla biondina, essa era già nel vestibolo, e il viaggiatore non ebbe altra consolazione che quella di vedere per l'ultimo lembo la veste grigia (grigia come il suo tutto vestito) della damigella di compagnia. - Andiamo ora al bungalow! - gridò egli, con piglio sdegnoso, mentre si adagiava sotto l'arco della sua stoia, che non era in verità un arco di trionfo, neanche posticcio, quantunque fosse intessuto di palme. - Sahib, - gli disse umilmente il conduttore, parlando nel dialetto indostano, che il viaggiatore masticava abbastanza bene, - tu non sei molto contento della tua visita? - L'ufficio della Residenza è chiuso; mi tocca aspettare fino a domani; - rispose il Sahib, dando così la ragione del suo malumore. - Andiamo, via, spicciati. Viadarma, che era balzato sul timone, luogo a dir vero un pochettino ristretto ed incomodo, ma su cui egli stava fermo e tranquillo come un ammiraglio sopra il suo ponte di comando, afferrò le code che sapete, e diede una giratina, che fu subito intesa. La carretta fece il suo mezzo giro sulla spianata e ripigliò fragorosamente la strada per cui era venuta. Mezz'ora dopo si fermava davanti al bungalow, e il viaggiatore entrava nella camera a lui assegnata., facendovi trasportare le sue valigie e le sue carabine. Mentre egli si spolvera e si dà una riasciacquata alle mani e alla faccia, diciamo brevemente che cosa sia il bungalow. Ha questo nome in India ogni abitazione europea, fabbricata in una forma adatta al clima tropicale del paese. Ma i viaggiatori chiamano più propriamente così, abbreviando il nome di Dak-bungalow, la casa delle poste, che fa in pari tempo servizio d'albergo. In queste case, costrutte ad ogni stazione, sulle strade principali dell'India, si alloggiano i viaggiatori europei. Ognuna di esse ha due quartierini, composti d'una camera da letto, d'un camerino e d'una stanza da bagno. Gli arredi sono semplicissimi; un kànsama, o servitore, addetto alla casa, provvede e ammannisce quel po' di ristoro che i viaggiatori domandano. L'alloggio, non il vitto, si paga una rupia al giorno (mezzo scudo e non più); ma bisogna andarsene dopo ventiquattr'ore, se capita un altro forestiero. Donde si vede che il luogo non somiglia punto ai nostri alberghi d'Europa, dove si può star molto, ma non è ugualmente permesso di spender poco. Altra differenza tra i nostri alberghi e i dak-bungalow. in quelli si ha da fare i conti con una mezza dozzina di persone, che hanno tutte, o vantano di avere, diritto alla mancia; in questi non si corre altro pericolo che di trovare un boa constrictor raggomitolato in un angolo, od una pantera appiattata sotto il letto. Ma, affrettiamoci a dirlo, per non togliere la riputazione ai bungalow, queste noie non s'incontrano dappertutto, nè sempre. Un colpo dato discretamente sull'uscio con le nocche delle dita interruppe il viaggiatore nelle sue occupazioni. - Avanti! - diss'egli, che già l'aveva finita con l'abluzione e lavorava a ricomporsi il nodo della cravatta. La parola era stata pronunziata in inglese, come doveva essere in una stazione di posta, tenuta da ufficiali di Sua Maestà britannica. Ma una parola sola, e di uso tanto comune, poteva anche essere intesa da un indiano come Viadarma, il quale viveva in relazione continua coi padroni dell'India. - Ah, sei tu? - esclamò il viaggiatore, vedendo comparire il suo bègari. - Che cosa vuoi? - Sahib, - disse umilmente Viadarma, - sei tu rimasto contento di me? - Sì; - gli rispose il Sahib, col medesimo accento che avrebbe adoperato per dirgli di no. - Se tu fai conto di proseguire per Haiderabad, - ripigliò Viadarma, - non posso io condurti fin là? ... ed anche più oltre? - L'immagine della carretta si disegnò davanti agli occhi del viaggiatore e gli fece torcere il viso in una maniera molto significativa. - Non conoscerai la strada; - replicò egli, cercando un pretesto per liberarsi. - L'ho già fatta un centinaio di volte; e poi, di qui alle mura di Haiderabad, non sono che quattro coss. - Il coss è una misura di distanza, usata in India, equivalente a tre chilometri, o poco meno. Altri pretesti da metter fuori, il Saihb non ne aveva. Perciò rimase un istante perplesso, senza rispondere al ragionamento di Viadarma. Sarebbe dunque tornato a far mostra di sè in quel meschino equipaggio? Per fortuna, la strada maestra proseguiva dal suo bungalow fino alle porte di Haiderabad, senza passare davanti al palazzo della Residenza. - Oh, sono uno sciocco, io! - pensò egli, irritato da quella scusa che il suo amor proprio gli aveva suggerita. - Perchè ho veduto qui d'improvviso, in mezzo alla barbarie, un ritaglio di eleganza europea, ho da vergognarmi di viaggiare in un carro da buoi? Che cosa sarebbe di meglio una carrozza, in questi paesi? Lo scigram? Sicuro, bella roba, lo scigram! Una vettura quadra, stangata e sgangherata, con un odore di morchia che mette la nausea. Il dak-hari? Un carrozzone sdruscito, polveroso e pieno d'unto, come i nostri delle vie provinciali. Vedete in che sciocchezze mi perdo io! Viadarma stava in sull'ali, davanti a lui, aspettando la sua risoluzione. - Sahib, - diss'egli con un tono di voce che mirava ad intenerirlo, - non accetterai tu i miei poveri servigi? - Sì, resta; - conchiuse il viaggiatore, dando un'alzata di spalle che mandava in aria molti dubbi e molte vanità; - partiremo domattina, se questo maledetto residente sarà reperibile. - Maledetto residente! Il viaggiatore disse proprio "maledetto" senza conoscerlo ancora di veduta, e nemmeno di riputazione. Era vecchio, o giovane, questo signor residente? Era un babbo, o un marito? Il viaggiatore non ci pensò più che tanto; poteva dire a sua scusa che questo signore lo condannava a passare una notte e a perdere una mattinata in Secanderebad, dove non c'era niente da vedere. E ci fosse anco stato da vedere il tempio e il naso del dio Ganesa, che ha tra gli occhi e la bocca una proboscide di elefante, o la tomba di Aureng Zeb, il grande imperatore dei Mogol, non ora questa una buona ragione perchè egli dovesse fermarsi, e perchè il signor residente dovesse obbligarcelo, con le sue ore d'ufficio. Il nostro viaggiatore aveva disegnato di andare fino ad Haiderabad, ed anche un pochettino fuori di strada... per fare una visita... per mantenere una vecchia promessa. Ora, converrete meco, che, quando si è promesso di andare a far visita a qualcheduno, e che la gita è un po' fuori di mano, tra il 17° e il 18° grado di latitudine Nord e il 76° e il 77° di longitudine dal meridiano di Parigi, è ben lecito di seccarsi...a Secanderabad. Viadarma si accorse che il Sahib non era intieramente di buon umore, e fatto un inchino profondo, si ritirò, per andare nella sua stanza, molto più umile di quella del viaggiatore. Il disgraziato dormiva accanto alle sue bestie, dopo aver mangiata la sua scodella di riso, che è il cibo dei poveri indiani; quando gl'indiani hanno il cibo, s'intende. Era appena uscito, che dovette ritornare. - Sahib! - Che cos'è - gridò il viaggiatore spazientito. - Indra ti assista, mio buon padrone; ecco un messo della Residenza, che certamente ti porta qualche buona notizia.- Il viaggiatore trattenne un moccolo che già minacciava di prorompere, e fece due passi verso l'uscio, per ricevere il messo. Era questi il gambero cotto, più cotto del solito, perchè al rosso dell'abito si aggiungeva il rosso delle guancie. Il veterano aveva fatta una corsa arrangolata, sperando di raggiungere il viaggiatore a mezza via; ma oltre che egli si era messo in cammino dieci minuti dopo la partenza del forestiero dal palazzo, c'era stata la corsa dei due zebù, che avevano percorso quel tratto di strada al galoppo. - Suo Onore - diss'egli - era in giardino, quando gli ho presentata la lettera e il biglietto di visita. Egli mi ha mandato subito a cercare di Vostra Grazia, per consegnarle questo foglio. - Così dicendo, presentava al viaggiatore una busta, donde questi fu pronto ad estrarre un pezzo quadrato di cartoncino Bristol, su cui erano, in calce al nome, poche righe di scritto. "Sir Giorgio Lawson esprime il suo rammarico al signor Duca di Marana y Cueva per non essersi trovato a riceverlo, e lo prega di volerlo favorire a pranzo. Senza cerimonie; da viaggiatore, a diplomatico imbarbarito." - A che ora il pranzo, in casa di Suo Onore? domandò il viaggiatore, di cui finalmente ci è dato conoscere il nome. - Quando piacerà a Vostra Grazia. Fra pochi minuti giungeranno gli uomini col palanchino. - Avrò tempo a mutar d'abiti, almeno. - Suo Onore mi ha ordinato di aggiungere a voce che Vostra Grazia non si dia pensiero del vestito. - Bene; ma ci possono esser signore... Il veterano stette zitto; aveva fatta l'imbasciata; il resto non era affar suo. - Andate pure; - ripigliò il duca di Marana, vedendo di non poterne cavare più altro; - fra dieci minuti sarò pronto. I minuti veramente furono quindici; ma tanti ce ne volevano perchè sparissero i calzari di ruvido cuoio, per dar luogo agli stivalini neri, e perchè la camicia di lana e il fazzoletto di seta floscia, cedessero il posto ad una camicia di tela battista e ad una cravatta bianca. Per non aver aria di esagerare, tenne il suo tutto vestito grigio, che già era spolverato a dovere, e rinunziò all'abito nero, che non mancava certamente nella valigia. Il duca di Marana, bel cavaliere di trentasei anni, viaggiava sempre così, portando con sè, anche sull'Imalaia, tutto l'occorrente per fare una visita e per andare ad una festa da ballo. Non si sa mai, dice il proverbio. Armato di tutto punto, il bel cavaliere chiuse le sue valigie, lasciandole in consegna al kansama, e uscì dal bungalow, felice di poter rinunziare al pranzo della cucina postale, ma più felice di avvicinarsi alla graziosa sconosciuta, che certamente apparteneva alla famiglia del suo ospite. Un pochettino di galanteria non guasta in nessun luogo del mondo; figuriamoci in India! All'uscio del bungalow, lo aspettava una fortuna singolare. Il palanchino era quello medesimo da cui un'ora prima egli avea vista discendere la biondina, che lo avea messo di cattivo umore, così involontariamente, cogliendolo in flagranti di sordidezza e di sciatteria. Egli riconobbe subito i portatori coi loro duti bianchissimi intorno alla vita; riconobbe le cortine bianche listate d'azzurro, e le forme ampie del veicolo, entro cui potevano stare due persone comodamente. Vedete la stranezza del caso che toccava al duca di Marana! Ma in India tutto è contrasto: il cielo che non fa gradazioni di crepuscolo fra il giorno e la notte, la tigre che entra qualche volta in una città, senza esser molestata alle porte, il boa che attraversa maestosamente un binario di strada ferrata, il fanatico che rispetta tutti gli animali che incontra e cerca di strangolare tutti gli uomini che combina per via, la caverna che è tempio, la piramide che è sepoltura, il dio che si torce una gamba e si succia beatamente il dito grosso del piede, mentre vi guarda con due occhioni di trecento carati. Il signor duca, che oramai non chiameremo più nè viaggiatore; nè Sahib, si adagiò voluttuosamente sul cuscino elastico del palanchino e affondò il gomito in un guanciale di piume, donde gli veniva alle nari una grata fragranza di kiss-me-quick. Ne' tempi pagani, il passaggio d'una dea si avvertiva all'odor dell'ambrosia, che restava a mezz'aria. - Non c'è più dubbio; - pensò il duca; - rivedrò la signora, o signorina che sia. E poi? E poi niente; gli occhi avranno avuta la parte loro. La vista d'una bella bionda, nel paese delle brune, non è da disprezzarsi, perbacco! - II Il sole era tramontato dietro le lontane creste di Sattara e le ombre della notte cadevano d'improvviso sul lago d'Hussein. Per altro, anche di notte, la strada della Residenza era sicura, assai più sicura di tante altre, nelle città principali di Europa. Lungo i parapetti dell'argine, si vedevano qua e là, come profili confusamente abbozzati nel fosco dell'aria, i soldati della Residenza, posti in sentinella, per invigilare il tragitto del forestiero. All'apparire del palanchino sulla spianata del palazzo, sir Giorgio, vestito di nero con la cravatta bianca, tanto per far vedere che non era punto imbarbarito, come gli era piaciuto di scrivere, discese la scalinata della verandah, per farsi incontro al suo ospite. Lo spagnuolo gli era stato raccomandato dal governatore di Bombay come un viaggiatore di qualità, a cui bisognava agevolare il passo attraverso gli stati del Nizam, dov'egli si recava per istruzione e diporto. Ora si capisce che sir Giorgio, davanti alla lettera di passo per Haiderabad mettesse un invito a pranzo; cosa del resto naturalissima in un paese dove i personaggi d'importanza non capitano mica a diecine, e dove l'arrivo d'un viaggiatore europeo è una fortuna, una benedizione del cielo. Si barattano quattro ciarle, si rifà la mano alle usanze civili della patria lontana, si discorre di politica e d'arte; infine, si ripiglia un pochino di familiarità con l'Europa. L'ospite è un amico, un messaggero, un libro, una rassegna, un giornale parlato, che vi dà la materia di molti stampati, e vi costa meno e vi diverte di più. Sir Giorgio Lawson era uno di que' tipi inglesi, che ci vuol poco a dipingerli, perchè constano di poche linee e di pochissime tinte. Aveva i capegli quasi bianchi e li portava tagliati a spazzola; stretta la fronte e sporgente su d'un naso aquilino e lungo, che dominava le due curve delle guance, curve a dir vero un po' rapide, ma interrotte a tempo da due fedine, alquanto più nere dei capegli, che aiutavano a dissimulare l'ampiezza cartilaginosa delle orecchie; gli occhi limpidi e pieni di vita; la bocca rigida, asciutta, ma ornata di bei denti, che non avrebbero sfigurato, per la bianchezza dell'avorio, davanti a quelli di un giovane elefante; il mento e il labbro superiore accuratamente rasi; alta la persona, e leggermente curve le spalle, ma non per difetto naturale, sibbene per un certo vezzo diplomatico di tenere il collo affondato nella cravatta. Già si sa, un diplomatico deve sempre aver l'aria di nascondere qualche cosa. Nel complesso appariva un uomo scarno, ma solidamente costrutto. Poteva aver cinquant'anni; i capegli bianchi e quel po' d'incurvatura delle spalle gliene facevano dare sessanta; le fedine scure, gli occhi azzurri e limpidi e il sorriso che metteva in mostra una dentiera invidiabile, gli meritavamo di essere ricondotto ai cinquanta. Il degno gentiluomo si avanzò cortesemente verso il palanchino, come per aiutare il duca di Marana a discendere. Ma questi non gli diè tempo di scomodarsi fino a tal segno, e scivolò destramente dal cuscino, meglio che non avesse fatto la bella biondina in quel medesimo giorno, obbligata com'era a ravviarsi i lembi della veste. La gentilezza di sir Giorgio si restrinse adunque, e si espresse con maggior forza, nel saluto britannico dello shake-hand, atto di umanità che qualche volta vi fa così male, perchè vi sloga un braccio, o ve ne irrigidisce le articolazioni. La qual cosa fa ricordare il colpo dei giuocolieri egiziani, che ancora ai nostri tempi rinnovano un antico miracolo, quello di mutare i serpenti in verghe, poichè li afferrano per la coda, li scagliano a tutta forza fin dove può andarne la testa, e sorridenti vi offrono quella loro mazza improvvisata, che voi certamente non vi fidate di agguantare dal pomo. - Perdonate, signor Duca... - incominciò a dire sir Giorgio, adoperando la lingua francese, come la più comune e la più facile ad intendersi. Ma il duca di Marana lo interruppe alle prime parole. - Parliamo inglese, milord, ve ne prego. L'inglese è la lingua dei viaggiatori. Siete gli alfieri della civiltà e avete il diritto di chiedere che vi si parli nel vostro idioma nazionale. - Io vi ringrazio; - rispose sir Giorgio, dopo avergli mostrato in un sorriso amabilissimo i suoi trentadue magnifici denti. E gli regalò frattanto una seconda strappata, che avrebbe dato da pensare seriamente ad ogni gentiluomo troppo amico dei complimenti. Infatti, guai a fargliene tre o quattro di seguito; c'era il pericolo di rimetterci un braccio. - Non ero più in uffizio e non potevo certamente aspettarmi l'onore di una vostra visita; - riprese a dire sir Giorgio, parlando liberamente la sua lingua. - Il degno signor Blackburne mi aveva bensì annunziato il vostro arrivo, ma senza farmelo sperare così sollecito. Avrete domattina, a quell'ora che vi piacerà, il foglio d'introduzione presso il divano di Haiderabad; noi vedremo intanto di farvi sopportare con pazienza questo piccolo contrattempo. - Milord, che dite voi mai? Nessun contrattempo sarà mai stato per un povero viaggiatore più piacevole di questo. - Così dicendo, il duca di Marana prese arditamente la mano di sir Giorgio e la strinse egli tra le sue. Era quello il buon metodo. - Ho piacere che la intendiate così; - disse allora sir Giorgio. - Noi dunque compiremo l'opera senza tanti discorsi. Voi non potete rimanere questa notte al dak-bungalow;non è luogo per voi, signor duca. Se permettete, il mio segretario andrà a far ritirare le vostre valigie. Non mi dite di no; in queste solitudini l'uomo si guasta, diventa autoritario, prepotente, e non patisce contraddizioni; abbiate dunque pazienza fino all'ultimo. - Milord, voi possedete il segreto di farvi amare ed obbedire da chiunque vi vede per la prima volta, ed anche da chi riceve due righe di vostro pugno. Questo si direbbe un saggio di magnetismo a distanza. Io ho obbedito alla vostra lettera; obbedirò doppiamente alla vostra parola. Mi duole soltanto che per me... - Oh, non cerimonie, vi supplico. Qui abbiamo dovuto smetterne una metà, per servirci anche assai poco dell'altra. Venite, signor duca; lady Lawson ci aspetta. Questo nome di lady Lawson fece una strana impressione sull'animo del duca di Marana. Tra le cortesie ospitali del residente di Secanderabad e la veduta di quella graziosa biondina che sapete, egli non avrebbe voluto a nessun costo il ravvicinamento di una immagine matrimoniale. Ma il duca si rasserenò, entrando nel salotto. La signora Lawson era là, seduta presso il suo tavolincino da lavoro, sotto la luce diffusa di una lampada Carcel, che metteva in evidenza le sue forme matronali. Bionda lo era, e bianca del pari; ma il biondo del capegli era assai più vivo di quello che egli aveva veduto e ammirato due ore prima; il bianco delle carni era più lucido, e a mezzo delle guance sottilmente venato di rosso. Nè queste erano le sole differenze tra la figura che gli stava dinanzi e quell'altra. La signora Lawson poteva dirsi ancora una bella donna, nel senso più largo della parola; ma i contorni della persona non avevano più quell'aria di eleganza, che deriva da un certo grado di snellezza. A farvela breve, la compagna di sir Giorgio non era più una ninfa, e, poichè siamo nella patria di Brama, diciamo che avrebbe sostenuta con miglior esito la parte d'idolo indiano. La padrona di casa, a cui fu presentato il nostro viaggiatore, si chiamava lady Evelina. Il nome vi parrà che contrasti un pochettino col fisico; ma che ci posso far io, se l'idolo indiano portava il nome gentile, sottilino, affusolato di Evelina? Quante Aurore non si trovano sulla faccia del globo, che son nere come la notte? quante Malvine, che pesano cento chilogrammi? quante Margherite, che giuocano a tombola e si scaldano colla cassetta da piedi? Ma lasciamo queste piccolezze, e passiamo a sbrigarci di un'altra. Quello di lady è un titolo che tocca alla signora Lawson, quantunque non sia moglie di conte, e neanche di baronetto. Suo marito appartiene alla gentry, quella classe tutta britannica, in cui i secondogeniti e i terzogeniti dei grandi signori, di coloro che siedono alla Camera alta, si trovano mescolati con tutti i figli del popolo, innalzati dal lavoro, dalla educazione, dalla ricchezza, a meritare il nome di gentlemen, in attesa che riescano a meritarsene un altro, che non cancella questo, ma gli fa compagnia. Del resto, un altro titolo il nostro residente lo ha; è esquire, cioè un quissimile di cavaliere; l'ufficio diplomatico che esercita gli ha fruttato di poter mettere il Sir in luogo del Mister. Diciamo dunque Lady Evelina, scambio di Mistress Evelina, e su queste miserie non ci si torni più. Il duca di Marana osservò con piacere come la moglie del suo ospite fosse tutt'altra da quella che egli per un momento aveva temuto. Temuto! Sì, proprio temuto, mantengo la parola, quantunque non sia da attribuirle il significato d'una paura molto profonda. Che cosa ci trovereste di strano se la vista di una bella creatura gli avesse fatto senso laggiù, in una mezza solitudine indiana, più che non ne faccia di solito una vista consimile in una città europea, dove le bionde e le brune, secondo i gusti, s'incontrano a centinaia? Del resto, lettori umanissimi, mettetevi una mano sul cuore e degnatevi di riconoscere la verità. Anche senza uscire da una città europea, e stando in mezzo al semenzaio delle belle, tutti vi siete un po' scossi, vedendone una che fosse nulla nulla più appariscente delle altre; tutti ci avete pensato e ripensato più volte in un giorno; tutti avete edificato qualche castello in aria, dandogli sesto e popolandolo a vostro modo, con quel concetto egoistico di possesso esclusivo ed assoluto, che si annida nell'animo di ogni fedel cristiano. Ora portate questi pensieri tra il 76° e il 77° grado di longitudine dal meridiano di Parigi; fateli covare dalla solitudine, scaldare dal sole dei tropici e più ancora dagli occhi di una bella europea, capitata lì per lì come una visione, e poi... e poi scagliate la prima pietra, se vi dà l'animo, al signor duca di Marana. Il quale, dopo tutto, non ne aveva mica presa una cotta. Gli era piaciuta la giovine signora del palanchino, la bionda e bianca figliuola d'Albione, che faceva contrasto così vivo e gradevole con le facce di cioccolata di quelle regioni predilette del sole; l'avrebbe riveduta molto volentieri, e non avrebbe detto di no a chi gli avesse lasciato intravvedere un miccino di flirtation, di innocente galanteria; ma certo non era andato più oltre, non pensava affatto a incominciare un romanzo, come potreste argomentare voi altri, che vedete i cominciamenti del mio. Per intanto, con tutto il piacere che avrebbe provato a rivederla, non fu punto addolorato di non ritrovarla; che anzi, egli si sentì molto più libero e franco presso lady Evelina, donna a cui bisognava render giustizia, come in generale bisogna renderla alle donne inglesi, donne così piene di misura e di senno, e nel governo della casa insuperabili. Confessiamolo liberamente; è proprio nella donna inglese che si manifesta la nobiltà di quella schiatta colonizzatrice, la quale porta le sue costumanze domestiche, il suo at home, dovunque ha spinti i segni della sua operosità insaziabile. E ciò aiuta a farla rispettare, e a farle aver pazienza per ciò che riguarda l'amore dei popoli; cosa che potrà venire più tardi e di cui, alla stretta dei conti, si può anche far senza. Ora, il miracolo di questa rispettabilità oltre i confini della patria è tutto della donna e della sua partecipazione agli ardimenti del marito. Operoso, audace, temerario, egli si avanza da per tutto, dall'equatore ai poli; ma cento inglesi sommati insieme non sono più di cento inglesi, come cento francesi non sono più di cento francesi. Tuttavia, mentre cento francesi, anche ammogliati, quando vadano a vivere lontani dalla terra natale, si sparpagliano facilmente e si mescolano volentieri col popolo a cui hanno chiesto ospitalità, cento inglesi, nelle medesime condizioni domestiche, non si fondono, non si confondono; fanno manipolo, diventano colonia, e valgono per diecimila. Una gentile compagna, che è donna in giusta misura e delle altre donne non ha tutte le debolezze, nè tutte le pretensioni, una casa che contiene ogni cosa necessaria alla vita ed anche ogni cosa superflua, il tè fumante alla sua ora e le inevitabili sandwiches, i bambini snelli che ruzzano in giardino con le gambe nude e pavonazze dal freddo nel cuor dell'inverno, son cose che si vedono, per opera d'una coppia inglese, in ogni parte e sotto ogni latitudine meno ospitale del globo. L'Inghilterra militante estende così la fitta rete de' suoi avamposti. Rule, Britannia! E di ciò va gran merito alla donna inglese. Non già che le altre, generalmente parlando, non sappieno aver casa e governarla a dovere; ma il fatto è questo, che essa ci mette una devozione più costante, una solennità più continua. Dove, per esempio, la donna francese regna, la donna inglese pontifica. Queste cose, che vanno intese sui generali, essendoci donne di tal fatta in tutti i paesi d'Europa, andava pensando il duca di Marena nel salotto di lady Evelina. Al nostro spagnuolo certi dispiaceri di gioventù, ma più ancora le consuetudini della sua vita randagia, avevano tolti i dirizzoni del capo. Il viaggiatore incomincia dall'ufficio di giudico e passa insensibilmente alla dignità di filosofo. Gl'indiani direbbero che egli ha raggiunto il nirvana, il colmo della felicità nella muta contemplazione dell'essere. Soggiungo, perchè non l'abbiate in conto d'uomo grave, che il duca di Marana era un giudice poco severo e un filosofo sui generis, che girava naturalmente al poeta. Si accendeva per le belle cose con la facilità di uno zolfanello. Credo che con eguale facilità si spegnesse, ma senza volerne convenire. In gioventù, come sanno i lettori che lo hanno veduto tra i personaggi di un'altra storia, aveva amato e sofferto; donde gli era venuto un sacro orrore por certi vincoli e morbidezze del cuore. Ma perchè queste sono le conseguenze inevitabili della vita ristretta in un dato luogo, egli aver presa saviamente la risoluzione di non fermarsi a lungo in nessuno. Il che non gl'impediva di render giustizia, d'intenerirsi, di fare omaggio alla bellezza; e appunto or ora lo abbiamo veduto alla prova. Una figura che gli piacque poco, sebbene tanto carina, fu quella di un giovane, quasi di un adolescente, che era nel salotto, e che sir Giorgio gli presentò come il signor Lionello Edgeworth, figlio di una sua sorella, e addetto come lui alla amministrazione delle Indie. I cugini, si sa, piacciono sempre poco agli stranieri, forse per contrapposto alla simpatia che ispirano qualche volta alle cugine. Ma lei, la cugina, dov'era? Ed era poi certo che ci fosse? La bionda del palanchino non poteva essere una visitatrice, un'amica di lady Evelina? A Secanderabad, dove c'era una residenza britannica, col debito rinforzo di ufficiali militari e civili, poteva trovarsi benissimo un certo numero d'inglesine, mogli o figliuole di maggiori, di medici, di provveditori, di giudici, e chi più n'ha ne metta. Pure, il duca di Marana non disperò. Una voce interna gli diceva che la bionda del palanchino apparteneva alla residenza e doveva apparire da un momento all'altro sul limitare del salotto, ove si stava aspettando l'ora del pranzo; un pranzo in ritardo, com'era naturale che fosse, in un paese tropicale, e privo per giunta di quei divertimenti che occupano da noi le lunghe ore serali. Dopo qualche minuto di conversazione, sir Giorgio domandò a sua moglie: - E Maud? - Voi lo sapete, amico mio, - rispose lady Evelina, a quest'ora Maud passa in rassegna la sua piccola corte. Ma ecco miss Elena che ne saprà qualche cosa. Miss Elena, vi prego, - soggiunse lady Evelina, parlando ad una persona giunta allora nel salotto, nella quale il duca di Marana riconobbe la meno appariscente tra le due signore del palanchino, - chiamate miss Maud; suo padre desidera di vederla.- Miss Elena si ritirò, facendo un inchino; intanto il duca di Marana ripeteva mentalmente il nome di Maud. Quel nome gli era suonato dolcemente all'orecchio. Era un monosillabo; ma, contro il consueto dei monosillabi, aveva un non so che di soave e di lento. Bontà del dittongo, diranno i lettori. Ma, pensate, signori che quel dittongo, anche un tal po' strascicato, come portava l'uso, si riduceva ad una sola vocale, e proprio quella per cui meglio si arrotonda la bocca. Aggiungete che la prima lettera di quel grazioso monosillabo vuole un leggiero sbattimento di labbra, e che l'ultima non richiede altra fatica fuor che di stringere i denti e di premervi mollemente colla lingua. Dove trovare, in più breve spazio, un più dolce raccozzamento di suoni? La graziosa portatrice di quel nome apparve finalmente sull'uscio, accompagnata da miss Elena, che non aveva durato fatica a trovarla. Miss Maud, secondo la frase di lady Evelina, passava in rassegna la sua corte; a dirvela in termini più volgari, era andata a visitare la sua uccelliera e il suo pollaio, per sincerarsi co' suoi occhi se i bengalini dormissero tranquilli sui loro bastoncelli, se le galline cinesi, i fagiani di Siam e gli uccelli del paradiso non mancassero di becchime, e specialmente d'acqua, per la mattina vegnente; infine, se i graticolati delle gabbie fossero sicuri da ogni invasione notturna. La precauzione non era soverchia laggiù, dove i giardini non sono sempre così ermeticamente chiusi, nè le aiuole così aperte alla vista, che non possa strisciarvi e appiattarvisi una bestia malefica, ingannando la vigilanza degli schiavi più accorti. Miss Maud, che bisognerà sbozzarvi, bene o male, con quattro colpi alla lesta, era vestita di mussolina bianca; stoffa e colore che conferiscono grandemente alla idealità delle figure, voglio dire a quell'effetto per cui esse si accostano meglio ad un tipo superiore, non materiale affatto e non affatto spirituale, che tutti, anche involontariamente, ci siamo foggiato dentro di noi, un po' per consuetudine d'astrazioni filosofiche, un po' per lunga tradizione di abbellimenti artistici. Ad accrescere quella idealità concorrevano certi svolazzi, ond'erano ornati, quasi fitti, i lembi della veste, e una gorgiera sottilmente pieghettata, sminuzzata, morbida, leggerissima, che faceva pensare ai colombi, od ai cigni, quando arruffano per vezzo le piume intorno al collo. Le grazie del volto avevano alcun che di acerbo, che non mancava di attrattive, ma che un giudice severo avrebbe forse gabellato per durezza di contorni. Già, s'indovina, miss Maud ritraeva molto dal padre. Di sir Giorgio aveva gli occhi azzurri e l'ovale del volto un pochettino allungato; di sir Giorgio i denti bianchissimi e tutti in mostra ad ogni sorriso; certamente più piccoli, ma sempre di quella forma salda e di quell'impianto diritto, che dinotano la fermezza tradizionale della razza. In fondo, e per non stare a ingentilire in forma femminea tutte le qualità e i difetti del residente britannico di Secanderabad, dirò che miss Maud somigliava al padre, come una bella e fresca ragazza può somigliare ad un uomo attempato, e non modellato sul tipo dell'Antinoo. Era alta quasi come lui, ma la curva paterna diventava in lei flessuosità di salice. Aveva di suo certi atteggiamenti di testa, certe mosse repentine, che davano alla sua figura un carattere spiccato d'ingenua risolutezza. Idealità, non voluttà; questo era il sentimento che destava nell'animo la vista di miss Maud. I più volgari osservatori potevano in quella vece fermarsi a notare la sana freschezza del viso e una certa sprezzatura di contorni, che dava alla sua persona l'aspetto un po' rigido ma franco delle figure tirate giù alla brava, senza tante ricercatezze di curve e di sottosquadri. Nessuno ci avrebbe trovate quelle morbidezze che nella fanciulla fanno presentire la donna, la sirena, l'incantatrice, e tutto quel peggio, o meglio che vorrete voi. Offriva l'immagine di una graziosa compagna, che all'uopo sarebbe potuta diventare anche forte. Ma chi ci pensa, alla compagna graziosa e forte, quando si vede per la prima volta una donna? Una schiava, magari; una regina, ecco il punto. Alle corte, capirete che miss Maud non doveva essere una bellezza pericolosa. Il duca di Marana, a cui ella aveva fatto un certo senso, veduta al fianco della sua damigella di compagnia (una donna mal riuscita, come se ne incontrano tante) e dopo una quindicina di giorni passati in mezzo a troppe facce di bronzo, ora che la considerava più da vicino e con animo preparato, doveva trovarci ad uno ad uno i difetti. E questo, non senza piacere, intendiamoci. Si ammira la perfezione, o ciò che sembra accostarvisi; ma si è contenti, dopo tutto, di non averla troppo vicina, a confonderci lo spirito, a farci perdere quella padronanza di noi medesimi, che è certamente il più prezioso dei beni, usciti un giorno, insieme con tanti mali, dal vaso di madonna Pandora. Se non temessi di farvi arricciare il naso con certi paragoni, direi che le bellezze perfette, o giù di li, fanno l'effetto dei pranzi solenni. L'abito nero e la cravatta bianca, le presentazioni cerimoniose, le frasi che vanno foggiate in quel modo e mai in quell'altro, tutto incomincia a mettervi i brividi. Poi c'è da offrire il braccio ad una padrona di casa, che ha uno strascico lungo un miglio; poi c'è da prender posto come vuole un servitore, e pregar Dio che vi faccia sedere a tempo, cioè non prima che egli abbia fatta scivolare destramente la sedia fino al punto necessario; quindi bisogna badare al modo in cui si mangia e al tempo che ci si spende, che non sia troppo, nè troppo poco; indi a pesare e a misurare i proprii discorsi, che non escano di riga, e non vi facciano parere un imprudente, o un noioso; il resto si omette per amore di brevità. In quella vece, la tavola d'un amico, senza cerimonia, ma con quel piatto di buon viso che sapete, con quelle due ciarle alla bella libera, col permesso magari di batter la lingua contro il palato, quando il vino è buono, e di tornare a riempir la scodella quando la minestra piace, dite, lettori, non vi sembra la mano di Dio? Prevedo la risposta, specie se siete ancora a digiuno. III. La tavola di sir Giorgio Lawson, quantunque non offrisse nulla di straordinario alla vista, recava l'impronta di una severa eleganza. Rammentate che siamo in Inghilterra; dovendosi riconoscere per tale, non solamente la casa di un residente britannico, ma ogni luogo in cui si trovino inglesi raccolti a famiglia, con tutti i loro usi e costumi, da cui non è facile che vogliano separarsi. A proposito d'usi e costumi, alla tavola di sir Giorgio durava quella consuetudine delle famiglie inglesi, che fu già nostra, ma che noi abbiamo perduta da un pezzo, avendola forse per troppo semplice e primitiva, di certi uffici di vigilanza quasi materna assegnati alla padrona di casa. Ci sono de' piatti che non passano in giro; dipendono da lei, che fa le parti e lo distribuisce, o le fa distribuire; e ciò con una regolarità ammirabile, con una semplicità che non manca di grandezza, e può valere assai meglio della fastosa parata di cinque o sei servitori affaccendati a servirvi. Mi dicono che questa usanza si vada perdendo anche nel Regno Unito; ed è male, a mio credere. La famiglia non può stare, non può prosperare, senza un pochino di patriarcato; e questa usanza patriarcale è una di quelle che dànno il tono alla vita domestica. Chi crede che la moda debba soverchiare in ogni cosa, s'inganna. La dignità non è sempre con la moda. Cedrico il Sassone, co' suoi servi seduti alla gran tavola padronale di quercia, non ci scapita punto di grandezza, anche a paragone del duca di Wellington. Roba vecchia, si dirà; veniamo al tempo presente. Ai due capi della tavola sedevano i due coniugi, lady Evelina e sir Giorgio; il duca di Marana, l'ospite, alla destra di lady Evelina, e alla sinistra di miss Maud, che dava la destra a suo padre. Dall'altro lato di sir Giorgio era miss Elena, la damigella di compagnia, e tra questa e lady Evelina, il vezzoso Lionello Edgeworth, che saettava d'occhiate la cuginetta miss Maud. Il duca di Marana, scambiando parole con tutti i commensali, e per conseguenza voltandosi spesso alla sua destra, notò che la cuginetta serbava un contegno lodevole, e non sfuggiva nè cercava gli sguardi del vezzoso Lionello. Doveva esser fredda, e poco espansiva; almeno, a giudicarne dal primo aspetto. Rispondeva brevemente, quasi a monosillabi, ma senz'aria di sciocca timidezza. Il duca di Marana argomentò che i discorsi avviati in principio di tavola le piacessero poco; o che, avendoci poco a vedere, non ci trovasse nulla ad aggiungere. Con un viaggiatore a mensa, di che parlare, se non di viaggi? Il duca di Marana era stato lungamente in Inghilterra; questo s'indovinava dalla scioltezza con cui parlava la lingua di Byron. E di questo gli fece complimento sir Giorgio. - Dopo tutto, voi siete un poliglotta, signor duca; - gli disse; - le lingue d'Europa vi sono tutte familiari, e da qualche vostra parola ho potuto capire che ne conoscete anche qualcheduna dell'Asia. - Ah, l'indostano, volete dire, sir Giorgio? Per timore o per forza, ho dovuto impararlo, nel mio primo viaggio alle regioni del sole. Occasione e necessità sono due grandi maestre. - Ma voi riposerete un giorno da questi viaggi continui, e darete alla patria gli ultimi servigi di un uomo sperimentato. - Sir Giorgio, vi prego, non mi parlate di servire la patria con la mia esperienza. C'è un modo di servirla, che non patisce eccezioni, e che fortunatamente non ci è mai contrastato da nessuno: quello di servirla con pericolo della vita. Ma di questo, grazie a Dio, la Spagna non ha oggi mestieri. Ogni altro servizio, di politica interna, di amministrazione, e via discorrendo, lasciamolo pure in disparte; non è fatto per me, nè per molti che la pensano come me. - È lecito di chiederne la ragione? - Oh, ve la dico subito. Perchè nessuno dei vostri concittadini vi crede disinteressato, solamente animato dal desiderio del pubblico bene. Non ci avete pensato mai, alla prima accusa che vi fanno? - Veramente, ne fanno parecchie; - osservò sir Giorgio, accompagnando la frase con un fine sorriso; - ma un uomo serio, che guarda davanti a sè, non deve curarsene punto. Del resto, l'ambizione, poichè di questa accusa m'immagino che voi intendiate parlare, l'ambizione è un sentimento lodevole, quando ci sia la coscienza del proprio valore. - Egregiamente, - replicò il duca di Marana; ma tutti dicono questo per sè, anche coloro che sanno benissimo di non valere un bel nulla. Perchè, infine, l'uomo si conosce più che non credano i filosofi, e non c'è bisogno della massima di Biante. Era Biante, l'autore della massima? Non mi ricordo. Mettiamo un savio della. Grecia. Ne hanno dette tante, quei sette Savi, che c'è proprio da confondersi. Ora io dico che tutti gli uomini sono benissimo disposti a concedersi il diritto d'ogni ambizione, ma ugualmente disposti a trovare che essa è un torto negli altri. - Il fatto è vero; - disse sir Giorgio; - ma l'esempio è buono per tutti. Lasciar cantare, bisogna, e seguitar la sua strada. Persuadetevi, dunque. - Ho il dispiacere di non potervi accontentare; - disse di rimando il duca. - Reso inutile un argomento, me ne resta un altro, e d'indole assai più personale. Ho un'ambizione davvero, a dirvela qui in confidenza; quella di stare a vedere le cose di questo mondo dall'alto. - Come si vede la terra dalla navicella di un globo aerostatico! - esclamò ridendo sir Giorgio. Parlatene allora a mia figlia, che muore dal desiderio di andare in pallone. Miss Maud si fece tutta rossa a quello scherzo del babbo, che richiamava su lei l'attenzione dell'ospite. - Ah, la signorina ama le forti commozioni? Non so darle torto; - disse il duca di Marana. - Ma io, per vedere la vita, ci ho qualche cosa di meglio: l'imperiale di una diligenza. - Ed è meglio? - chiese miss Maud, tirata a suo mal grado nella conversazione. - Notate, signorina, ho detto per vedere la vita; prosa con prosa. Anch'io amo i viaggi in aria, ma per altre sensazioni che essi procacciano all'uomo; non per vedere la terra che fugge, sibbene il cielo che si avvicina. - Meno male, questa è poesia; - notò il residente. - Sicuro, e la signorina meritava questo intermezzo; - rispose il galante spagnuolo. - Ma torniamo alla prosa. Per veder bene le cose di questo mondo, e filosofarci sopra, l'imperiale di una diligenza è il luogo più adatto. Io ne ho fatto l'esperimento; e lo avrete fatto anche voi, mio nobile signore. Non vi è occorso mai di passare, così appollaiato, di buon mattino, nel bel mezzo d'un paese, città di provincia, o villaggio, che si svegliava in quel punto? Una finestra si apriva e vedevate nel vano un signore che prendeva la sua prima boccata d'aria fresca, appena sceso da letto. Perchè si vestiva quell'uomo? Per far colazione; poi per ricever seccature e darne a sua volta; rifare dei conti, mandare avanti una lite, recarsi in piazza, leggere il suo giornale al caffè, tagliare i panni addosso a qualcheduno. Roba di tutti i giorni, ristretta in un gruppo di case; ire, passioni, sopraccapi: e tutto questo, perchè? Per ottenere l'appoggio del tale, soppiantare il tal altro, metter mano nelle cose del comune, amministrare l'opera pia, vincere un puntiglio, buscarsi una croce, in attesa di quella gran falciatura... Domando scusa, non sono discorsi da farsi a quest'ora. E intanto che l'uomo si prepara a questa bella giornata, una delle trecento sessantacinque dell'anno, che si rassomigliano tutte, la diligenza passa con gran fragore di ruote, e il viaggiatore sovr'essa. L'unica cosa buona che ci sia in quel paese l'ha goduta lui, senza contorno di noie; ed è la prospettiva del villaggio, chiusa tra due masse di verde, sotto un cielo di zaffiro. C'era una curiosità da osservare? un monumento da ammirare? una poetica rovina da copiare con due tratti di matita? Ha osservato, ha ammirato, ha copiato, ed è partito a tempo da quel grazioso nido di vespe. La vita, è un passaggio, si è detto; passiamo dunque, è il meglio che ci si possa fare. - Se tutti potessero, milord! - entrò a dire lady Evelina. - Se non si facesse altro che viaggiare! - Ah, signora! Ecco il guaio, il punto debole del mio sistema. Non tutti possono viaggiare; ma chi può, bene o male, chi non ha vincoli, non dovrebbe far altro. - Già, non aver vincoli! Ma viene un giorno che la solitudine pesa non fate, milord, il torto al nostro sesso, di credere che un gentiluomo come voi possa star senza una gentile associata. - No certamente, non lo farò. Ma il trovar l'associata non è la cosa più facile di questo mondo. Vedete, milady; per me, viaggiatore impenitente, ci vorrebbe una rondine, ma senza quell'amore alla grondaia, che trattiene qualche volta le rondini. Ora, è della donna il regnare nella famiglia, ed anche in terra lontana, passato un lungo tratto di mare, edificarvi il grazioso suo nido. Così dicendo, il duca di Marana faceva un amabile inchino alla padrona di casa. Lady Evelina, cui andava diritto il complimento, gli rispose con un sorriso e con un cenno del capo, come avrebbe fatto un corcontento di gesso, leggermente cullandosi sulla rotonda sua base. - Comprendo che rinunzierete all'associata; - diss'ella; - ma almeno un associato... un amico... - Ah, milady! L'amico è una cosa rara, un caso nella vita, un fenomeno, un'eccezione. Parlo, s'intende, di un amico che si sacrifichi per noi, come noi ci sacrificheremmo per lui; non parlo dell'uomo di cuore, che si è conosciuto alla prova, pel quale sentiamo una profonda simpatia e che rivediamo volentieri ogni qual volta se ne offra l'occasione. Ecco, per esempio, di questi amici io ne ho uno, per cui faccio appunto il mio secondo viaggio nell'India. - Per un amico? - Per un amico, milady. - Ma questo è un fatto anche più raro; chiamiamolo a dirittura un miracolo; - osservò ridendo lady Evelina. - Dovevate essere molto intrinseci! - Non tanto; ci siamo parlati a mala pena due volte. L'ho conosciuto e mi è fuggito dagli occhi, per recarsi a vivere in India. Per altro, ho avuto il tempo di promettergli una visita, e son venuto a mantenergli la mia promessa. Non è un bel fatto, milady? - Voi lo dite celiando, signor duca; ma è un bel fatto, davvero. E in qual provincia dell'India è ora l'amico vostro? - Nel Nizam, non lungi di qui, sebbene la difficoltà di andare avanti senza una lettera di sir Giorgio me lo faccia parere lontano. Ecco del resto un indugio felice; - soggiunse il duca di Marana, con la sua solita galanteria. - Egli me lo perdonerà, dopo avermi aspettato tre anni; anzi se sapesse dove io mi trovo in questo punto, m'invidierebbe di certo. Il corcontento rispose con un altro cenno del capo. Miss Maud, che non aveva da vederci nulla, non facendo lei gli onori di casa, chinò gli occhi sul piatto, ma non potè astenersi dal pensare che il duca di Marana era molto gentile. Lionello Edgeworth trovò in quella vece che lo spagnuolo chiacchierava troppo; ma, non essendo il caso di pubblicare la sua scoperta, nè di consolarsi del suo silenzio negli occhi della bionda cugina, si rassegnò all'ufficio di finire la sua porzione di plum-pudding, che era veramente squisito. - Permettete; - gridava intanto sir Giorgio, con l'aria di un uomo che afferra un'idea per aria; - non è spagnuolo, il vostro amico? - No, è italiano. - Dovrebb'essere allora il filologo di Paravady. - Filologo! veramente, il mio amico è naturalista, e si chiama... - Laurenti; - disse sir Giorgio, terminando la frase. È anche naturalista, ma da un anno si è dato specialmente agli studi filologici. - Lo conoscete? - Non di persona, finora; ma abbiamo avuto occasione di scambiarci qualche lettera. Passano per le mie mani le sue eccellenti memorie alla Società Asiatica di Calcutta e le raccolte geologiche mandate da lui, di tanto in tanto, al Museo reale di Londra. Lavora assai, il vostro signor Laurenti, ed ha trovata qui una ricca miniera. - Una miniera! di diamanti, forse? Questo dovrebb'essere il luogo. - Dico così per modo di dire, quantunque, come avete osservato benissimo, siamo appunto nel paese dei diamanti. La miniera di cui parlo è tutta scientifica, e si chiama il munder di Paravady. Il signor Laurenti, col pretesto di studiare l'antica lingua dei Veda, è entrato in grande dimestichezza coi bramini, che lo hanno, sto per dire, come uno dei loro. Egli è oramai diventato un sanscritista di prima forza, come lo era il nostro Jones. - Non mi meraviglio di questa trasformazione; - notò il duca di Marana. - Il mio amico era dotto e studioso come un benedettino dei tempi andati. Ed anche la solitudine... - Sì, dite bene, - ripigliò sir Giorgio, - la solitudine obbliga a cavar profitto dal tempo. Che si fa qui, se non si studia? Si dorme, è vero; ma il dormire, in questi paesi tropicali, a lungo andare, non è più un sollievo. Anche a Secanderabad si studia. La mia signora si è data alla botanica... - Oh, per aver cura di un piccolo giardino! - interruppe lady Evelina. - È sempre botanica; - disse sir Giorgio. - Miss Elena, poi, e mia figlia, si occupano di zoologia domestica; mio nipote Lionello di zoologia selvatica, perchè si smania di andare alla caccia delle tigri. - E voi, sir Giorgio? - Io sono l'unico ozioso; fo il diplomatico. Ma andiamo a prendere il caffè, sotto la verandah. La luna dev'essere già apparsa, a quest'ora, e il lago di Hussein, a lume di luna, è uno spettacolo incantevole. Non è vero, miss Maud? Così dicendo, il faceto sir Giorgio offriva con paterna amorevolezza il braccio alla sua diletta figliuola. Il duca di Marana, balzato in piedi al primo cenno, aveva già offerto il suo a lady Evelina. Il giovine Edgeworth, che avrebbe dato così volentieri il braccio alla cugina, si contentò di offrirlo a miss Elena. L'Hussein Sagar, che si stendeva placidamente in un largo specchio davanti alla residenza britannica, era bello a vedersi in quell'ora, mezzo nascosto nell'ombra e mezzo illuminato dal disco rossiccio della luna, librato sull'orizzonte, poco sopra ad una massa di alberi che ne incoronava le sponde. Il firmamento, non ancora signoreggiato dalla luce diffusa dell'astro notturno, appariva del colore dell'indaco, e le stelle, occhi d'Indra, scintillavano sulla vôlta azzurra. Una pace severa; quasi religiosa, regnava tutto intorno, consentendo all'orecchio di cogliere i suoni più lievi della notte, il susurro delle acque, increspate da un timido soffio, e gli echi lontani della foresta. Perchè la vita non tace mai, chi voglia ascoltarne i battiti, e la notte è piena di arcane voci. Al duca di Marana tornarono in mente i bei versi del suo Zorilla; ed anche a lui parve d'intendere los mil ruidos Que pueblan los espacios con misteryoso son. - Che cosa vi dicevo io? Non è grazioso, di sera, il nostro Hussein Sagar? - disse sir Giorgio, battendo amichevolmente della mano sulla spalla del suo ospite. - Vi risponderò come Wellington alla battaglia di Waterloo: splendid! Ci sarebbe da non muoversi più dal vostro palazzo. - Palazzo! palazzo! Non ci fate insuperbire, signor duca; chiamatelo bungalow. - Lo chiamerò, con vostra licenza, il tempio della generosa ospitalità e della schietta amicizia. E lo rimpiangerò lungamente, non dubitate. - Anche in cammino per Paravady? - E perchè no? Anche in cammino per Paravady. La vista di un amico non ci dee rendere ingrati verso degli altri. A proposito di Paravady, non sarà mica troppo lontano da Haiderabad? - Sei ore di strada, verso tramontana. Potreste anche andarci senza toccare Haiderabad; ma non vi converrà, perchè soltanto nella capitale del Nizam troverete le guide. Quantunque, - soggiunse il degno gentiluomo, - ora che ci penso, una scorta sicura potrei darvela io. - Mandare un drappello ai soldati, a scortare una misera carretta! - esclamò ridendo il duca di Marana. - Mi prenderanno per uno dei tanti Nana Sahib apocrifi, che sbucano da ogni parte del Bengala e che bisogna condurre in prigione, come se si trattasse del vero. Ma sapete, sir Giorgio, che son rimasto molto confuso quest'oggi, capitando alla vostra residenza in quel meschino equipaggio, mentre la signorina scendeva dal suo elegante palanchino? - Di che cosa vi date pensiero, milord! - esclamò lady Evelina. - In questi paesi, e per sentieri così cattivi come i nostri, non si può andare altrimenti. - Ed erano così belli, quei due zebù - osservò miss Maud. - Avevano occhi così intelligenti! - Signorina, d'ora in poi amerò gli zebù; - rispose il duca, parlando a mezza voce, mentre miss Maud gli offriva il caffè. La fanciulla arrossì, ma nessuno ne ebbe a far caso. Quel rossore, dopo tutto, poteva passare per un effetto di luna. - Dunque, siamo intesi; - ripigliava sir Giorgio; accetterete la scorta della residenza. La Spagna non ricuserà le offerte della vecchia Inghilterra. - La vecchia e nobile Inghilterra potrebbe mettere il colmo alle sue cortesie, - rispose il duca, sul medesimo tono di celia amichevole, - venendo fino a Paravady, nella persona di sir Giorgio Lawson. - Eh, - disse il residente, - si potrebbe fare anche questo. Ho pure una visita da restituire; e non io solamente. Sono appena otto giorni che il vostro amico è passato di qui, in occasione d'una gita alle rovine di Mahablechvar, ed è stato con la sua signora a cercare di noi. Disgraziatamente io non ero alla residenza, e le mie signore erano andate con Lionello agli uffici domenicali, nella nostra cappella di Secanderabad. I gentili passeggieri non hanno veduto che il mio cancelliere. Quel bravo signor Partridge! È ancora tutto scombussolato dalla vista della signora Laurenti. - Dicono che sia molto bella; - entrò ad osservare miss Maud, con un tuono di voce che domandava risposta. - Veramente, un occhio di sole; - si affrettò a rispondere il duca; - una bellezza italiana, come se ne vedono poche, anche in Italia. - Ah, ah, vi cogliamo in flagranti di entusiasmo; - esclamò lady Evelina. - Il viaggiatore frettoloso discende dall'imperiale e s'infiamma per qualche cosa. - Il duca di Marana sorrise a quell'attacco gentile. - Quando è necessario, milady, perchè no? La signora Laurenti è una donna da fermare anche un viaggiatore... che si ferma; - soggiunse egli, appoggiando sulla pausa. - Il mio amico ha trovata la compagna, viaggiatrice come lui. Amico fortunato! Ma bisogna anche dire, ad onor suo, che quella fortuna egli se l'è guadagnata. Conosco la storia de' suoi amori, ed è veramente poetica. - Raccontatela. - scappò detto a miss Maud. - Volentieri, signorina; è una storia semplice, come un idillio. Lui medico e naturalista, lei ammalata. Il medico, novellino, fece la prima e l'ultima sua cura; e fu un male per l'arte di Galeno, perchè la cura riuscì portentosa. La signora guarì, ma s'innamorò del medico, come il medico s'era innamorato di lei. Ambedue lasciarono la loro città, donde alcune tristi memorie allontanavano lei, e dove egli non aveva nulla che potesse trattenerlo. Ecco la storia, ridotta a' suoi minimi termini; l'idillio, sciolto nelle poche sue fila. Ma bisognerebbe ritesserlo con tutti i suoi episodi, con tutti i suoi graziosi nonnulla, por gustarlo davvero: bisognerebbe mettere in azione la delicatezza somma di quelle due anime, di quelle due sensitive; la loro volontaria solitudine in un ambiente che non era fatto per essi; il silenzio modesto di lui, che nascondeva dignitosamente un acuto dolore; il contegno nobilissimo di lei, che non voleva e non doveva mostrar subito d'intenderlo; insomma, un piccolo dramma psicologico, che si può scrivere, ma non si può raccontare, senza fargli perdere la sua cara freschezza, il suo profumo di eletta poesia. - La vostra pittura, signor duca, mi raddoppia il desiderio di conoscere il signor Laurenti e la sua bella compagna; - disse allora sir Giorgio. - Ve l'ho già proposto, andiamoci insieme. Non avete accennato al debito di contraccambiare una visita? - Sì, andiamo; - gridò miss Maud, con un ardore che il duca di Marana non si sarebbe mai aspettato da lei. - Figliuola mia, è presto detto; - rispose gravemente sir Giorgio. - Appunto in questi giorni ho molte faccende da sbrigare. L'ufficio di residente non è una cosa da nulla; - soggiunse, rivolgendosi al duca. - Del resto, voi andate a vedere i vostri amici d'Italia dopo qualche anno di separazione, ed è giusto che andiate solo. Ci sono tante cose da dire, quando ci si rivede in tali condizioni, che il sopraggiungere di altre persone è proprio un guastare la festa. - Sarebbe un accrescerla; - notò il duca di Marana. - Ma via, non insisterò. Posso almeno annunziare la visita? - Questo sì, ed aggiungere che essa non è solamente un obbligo di educazione per me, in ricambio di cortesia, ma anche di gratitudine internazionale. Come cittadino inglese, e rappresentante del mio governo in quest'angolo del globo, sarò felicissimo di stringere la mano al signor Guido Laurenti. - E di stritolargliela; - pensò il duca di Marana, che ricordava le strette poderose del suo ospite. Ma, come potete immaginarvi, egli tenne quella arguzia involontaria per sè. - Andrò dunque ambasciatore britannico a Paravady. - rispose invece allegramente; - superbo della vostra scorta, ma niente superbo del mio equipaggio. - Volete il palanchino? - No, non ci mancherebbe altro; lo sfonderei col peso delle mie valigie e della mia armeria ambulante. - La lingua batte dove il dente duole, e il duca di Marana batteva sempre su quel tasto della carretta, che lo aveva fatto sfigurare davanti alle dame. Segno, direte voi, che egli pensava molto a miss Maud; ma questo come si concilia col fatto, che la ragazza, veduta da vicino, gli era sembrata men bella? A questo proposito, mi pare di avervi già detto con che gusto e con che soddisfazione egli gettasse quel po' d'acqua sui primi ardori, parendogli così di trovarsi più tranquillo e più franco. Ma in fin de' conti, gli piaceva sempre quel giovane pioppo. E là, vedendolo a lume di luna, in quella pace notturna, disegnarsi sulla prospettiva di quel lago dai riflessi d'argento, il duca di Marana ricascava nel tenero. Per fortuna, doveva partire la mattina seguente. Andato a letto, dormì i sonni del giusto, o dell'uomo che ha le ossa rotte da tre giorni di carretta; e la mattina seguente si sentì molto meglio, anche dalla parte del cuore. Sir Giorgio lo trattenne a colazione. Ma trattandosi di un'ora insolita, le signore non erano comparse. Lady Evelina faceva dire al duca di Marana che ella sperava una sua visita, al ritorno da Paravady, poichè il vedersi colà, in occasione della visita ai signori Laurenti, non doveva mettersi in conto. Il duca di Marana ringraziò e promise, com'era naturale. Il residente aveva fatta preparare la scorta e consegnata al suo ospite la lettera di passo fino alla città di Haiderabad, pel caso che volesse fare una corsa fin là. Indi lo accompagnò in persona fino al dak-bungalow, dove tutto era in pronto per la partenza. Il duca di Marana ebbe il piacere di fare quel piccolo tragitto nel palanchino di miss Maud, e l'altro, non meno grande, di non farsi rivedere da lei nella famosa carretta. Questa per altro, doveva esserle in qualche modo ricordata. - È vero; - diss'egli, palpando le corna dei due zebù, aggiogati al suo carro trionfale; - hanno gli occhi molto intelligenti. Sir Giorgio, direte alla signorina Maud che i suoi protetti avranno oggi due pezzettini di zucchero. - Il momento della separazione era giunto; il bègari Viadarma, ritto impalato davanti alle sue bestie e tutto orgoglioso della scorta d'onore che si concedeva alla sua carretta, aspettava che il viaggiatore volesse salire, per balzare sul timone e dare il grido della partenza. - Ancora una volta, sir Giorgio, - disse il duca di Marana, - i miei ringraziamenti sinceri per le amorevoli vostre accoglienze, e per tutte le altre cortesie che avete voluto usare ad un forestiero. - Signor duca, tutti siamo forestieri, in questo paese; - gli rispose sir Giorgio, - e tutti ci sentiamo fratelli, qui meglio che altrove, poichè ci riconosciamo figli di una gran madre, l'Europa. - Compiuta questa frase sonora, che apparteneva alla retorica delle occasioni solenni, il residente britannico afferrò la mano del viaggiatore e gli diede una di quelle strette, che sono davvero indimenticabili, perchè lasciano il segno sulla pelle e il dolore nelle ossa. Ma che volete? In quelle poche ore di consorzio amichevole, il degno uomo si era innamorato senz'altro di quel perfetto cavaliere, il cui spirito, educato dai viaggi, si era liberato da tanti pregiudizi nazionali, e la cui conversazione era così attraente per lui. Il corteggio finalmente si mise in moto per la strada di Haiderabad. Ma non per andare fino alle porte della capitale del Nizam, come sapete, poichè il duca di Marana giustamente pensò che quella gita avrebbe potuto farla a suo agio più tardi. La campagna non era molto pittoresca, davanti a lui; ma la prospettiva apparve migliore, quando, usciti dalla strada maestra, si prese un sentiero che correva a tramontana, attraverso la jungla. Del resto, chi nol sa? in fatto di prospettiva, il nuovo è sempre bello. La varietà; ecco l'essenziale. E la varietà doveva essere il debole del duca di Marana. A mano a mano che si allontanava dal lago di Hussein, il nostro viaggiatore si sentiva più libero. Due ore dopo, era affatto tranquillo; non immemore, per altro, nè disposto alla ingratitudine. Notate, infatti, che, giunto appena alla prima fermata, cavò dalla scatola delle sue provviste di viaggio due pezzetti di zucchero e li diede a mangiare ai due zebù, con grande maraviglia del bègari Viadarma, ed anche, come credo, di quelle povere bestie. Certo, era quella la prima volta che ritraevano qualche po' di dolcezza dalle loro relazioni con gli uomini. Purchè ciò non le abbia condotte a giudicarli male! IV Facciamo a parlarci chiaro. Miss Maud, quel giovine pioppo d'Inghilterra, trapiantato sulle rive del lago d'Hussein, non meritava forse un pensiero del duca di Marana? Per quindici o sedici ore di seguito non si era egli occupato di lei, ritraendone qualche idea più soave, qualche sentimento più gentile del solito? Miss Maud, o Maddalena, se vi piace meglio, doveva essere per lui come una di quelle care figurine che s'incontrano qua e là, per mezzo alle noie del mondo, in qualche fermata più o meno breve, che la loro presenza abbellisce e che aiuta ad imprimere nella mente. Quanti grilli non saltano in capo! Quanti castelli in aria non si vanno architettando! Lì per lì, si vagheggiano perfino certe combinazioni, che non dispiacerebbero neanche al sindaco e al parroco, ma che per contro farebbero rimaner molto male i vagheggini del luogo. Per fortuna di questi signori, si tira via; le idee sfumano, i castelli in aria svaporano, i grilli s'addormentano; sole, quelle graziose figurine rimangono impresse nell'animo, come certi cenni a matita nel taccuino. Amabili figurine! non c'è viaggiatore che non ci abbia le sue. Ulisse, che fu il più celebre di tutti, si trovò fra' piedi una Circe e parecchie Sirene, non c'è che dire; ma s'imbattè anco in Nausicaa, e l'immagine vereconda della figliuola d'Alcinoo rimane fra le cose più leggiadramente poetiche dell'Odissea. Anche in ciò siamo tutti pari ad Ulisse; più sentiamo la poesia ai queste apparizioni, quanto più siamo provati alle battaglie e ai disinganni dei cuore. Si ha mestieri di questi tuffi nella fontana di giovinezza, e si rammentano, poi, come il beone rammenta le frasche di pino, vedute lungo la strada. Il paragone è volgare ma infine, anche noi non si è veduta la frasca, all'insegna della felicità? E che importa se non ci siamo fermati? Anche il vedere contenta, e forse più dell'avere. La vita è una sequela di vedute; varietà, sempre varietà, che ha in fondo la sazietà, dicono i malinconici. Fortunatamente, per avvederci di ciò, bisogna giungere al tandem; ora, quando si è giunti laggiù, si è anche molto avari delle proprie cognizioni. La qual cosa mi fa ricordare il viaggio degli iniziati a certi misteri dell'antichità. Andavano, per lunghe vie sotterranee, in mezzo a pericoli e voci di minaccia, fino ad una porta di bronzo, che si apriva al loro passaggio e dietro a loro si richiudeva. Giungevano finalmente nell'adito sacro, dove li aspettava il grande arcano. E che cos'era il grande arcano, di grazia? Probabilmente un vecchio giornale e una ciabatta scompagnata. Ma nessuno, tornando, osava dire elle cosa avesse veduto; e la discrezione degli uni manteneva la curiosità, eccitava il coraggio degli altri. Ma lasciamo in disparte gli antichi misteri e gli antichi iniziati. Dobbiamo andare a Paravady per dove si è incamminato il signor duca di Marana. Guido Laurenti non si aspettava certamente la visita del suo amico d'un giorno. Sta bene che la visita era stata promessa; ma non tutte le promesse si mantengono, e quella, poi, aveva tutta l'aria d'essere stata fatta per chiasso, e rinnovata per abbondanza di cuore. Infatti, il signor duca l'aveva rinnovata, in una sua lettera di risposta a Guido Laurenti, che, da buon cavaliere, appena giunto in India e piantate le sue tende colà, si era creduto in obbligo di mandargli un saluto. Ma a quella rinnovazione aveva tenuto dietro un lungo silenzio. Il signor duca, per allora, correva le poste su tutte le strade ferrate d'Europa; metodo più comodo, non c'è che dire, e che fa capo a stazioni molto più divertenti. Due anni dopo, Guido Laurenti aveva ricevuto una seconda lettera del duca. "Siete vivo? gli domandava il Marana. Io sono ancora di questo mondo e penso sempre a voi, quantunque i vapori postali della Peninsular non ve ne facciano testimonianza. Ma che volete? Il pensiero vola, attraversando lo spazio; la mano è pigra e rimette ogni cosa al domani. San Paolo ha detto qualche cosa di simile; lo spirito è pronto, la carne è inferma. Ed io, sebbene non infermo nel senso materiale del vocabolo, lo sono fino ad un certo segno, per questa indolenza di viaggiatore emerito, che sa girare un milione di volte intorno ad una risoluzione energica, e si dà un gran moto per non giungere a capo di nulla. Vedete, per esempio; so andare da una estremità all'altra dell'Europa, ma non mi risolvo mai a tornare in Asia, per la semplicissima ragione che un viaggio simile dovrebbe essere preceduto da una gita in Castiglia, dove mi chiamano alcune faccende domestiche. Fate che io abbia il coraggio di andare fin là, e allora, dato sesto alle cose mie, potrò venire da voi. Perchè io rammento sempre la mia promessa; vi son debitore d'una visita, e qui non c'è ombra di dubbio." Un altro anno era passato, e il duca di Marana aveva finalmente presa la risoluzione di tornare in Ispagna. Era andato in Castiglia, senza cedere alla tentazione di una fermata a Madrid, dove pure aveva lasciato tanti amici e tante memorie della prima giovinezza. Sapete che Madrid non era più luogo per lui. Colà era stato ferito, in quel modo che si era degnato di accennare egli stesso, in una sua conversazione con la signora Argellani. Mi direte che le ferite d'amore sono come tutte le altre; se ne muore, o si risana. Per altro, anche quando si risana, la cicatrice resta, e nella cicatrice un senso di dolore, superficiale fin che vorrete, ma pur sempre noioso. Ora, in certe ferite morali, la superficie è rappresentata dalla nostra vanità. Si è guariti nel profondo, ma la superficie reca i segni del male; la pelle vi è tutta cincischiata, bollata di bianco, gelosa al tatto, e non ama il solletico. Come raccontarvi la storia di questa ferita, che il duca di Marana non amava di lasciar scorgere alla gente? L'amore e la vanità erano stati colpiti ad un punto. La sua bella, una vera marchesa d'Amaeguì per le grazie esteriori, non lo aveva mica posposto ad un grande di Spagna di prima classe; no certo, la cosa non sarebbe stata neanche possibile, perchè grande di Spagna, di prima classe, e magari due volte, per due titoli diversi, lo era già lui. Tutt'al più sarebbe stato il caso di fare un baratto. Ma il guaio si era che la marchesa d'Amaeguì aveva posposto il grande di Spagna, il gentil cavaliere, ad una primera espada del circo, ad un audace e ruvido cacciatore di tori. Altro che serenate e duelli per lei, come avrebbe voluto il poeta dell'Andalusa! La bella non amava le serenate; il duca, dal canto suo, non poteva farsela a tu per tu con quell'uomo. Aveva maledetta la perfida, come si usa nei melodrammi, e non era rimasto più un giorno a Madrid. Ho detto che non amava lasciar scorgere la sua ferita alla gente. Infatti, non vi accennava mai, o molto da lontano, parlando sui generali, come un uomo che ha sofferto la parte sua, e dichiara, fino a tanto che può, di non voler soffrire dell'altro. Imitiamo il suo riserbo, e non andiamo più in là. Il poco che si è lasciato trapelare basti a dar la ragione di quella ripugnanza che il duca di Marana sentiva per una dimora d'oltre un giorno a Madrid. Recatosi ne' suoi possedimenti di Castiglia, aveva incominciato per la primissima volta ad esercitare l'ufficio di padrone, ad occuparsi di affitti, di piantagioni, di tagli, di restauri e via discorrendo. Le cose che si fanno per la prima volta riescono sempre un po' difficili, e il duca di Marana aveva dovuto fare il suo tirocinio anche nel mestier di padrone. Poi, come avviene a chi è sempre stato fuori di casa, su per le diligenze delle vie provinciali o per le carrozze di strada ferrata, che un po' di sosta al focolare domestico gli torna come una benedizione di Dio, specie se il focolare domestico è rappresentato da un bel castello del quattrocento, restaurato nel seicento e abbellito nell'ottocento, con una larga distesa di boschi e bandite di caccia, il duca di Marana prese gusto alla sua vita di gentiluomo campagnuolo e per otto mesi alla fila non parlò più di viaggi. Dio sa quanto sarebbe rimasto ancora, se la paura, dal livido aspetto, non avesse bussato alle porte. Il castello di Marana aveva un vicinato pericoloso; il castellano s'era lasciato andare a qualche visita, non aveva evitato qualche incontro più o meno fortuito. Fino a tanto gli parve che tutto ciò non uscisse dai limiti di uno scherzo, e di una galanteria cavalleresca, rimase. Appena si avvide che le cose volgevano il tenero, e che egli poteva rimaner preso alla tagliuola, come un lupo disceso in mal punto dalle sue solitudini alpestri, fece bravamente le valigie e via da capo; il viaggiatore la vinceva di bel nuovo sul gentiluomo campagnuolo. Due o tre giorni prima di lasciare il castello di Marana, aveva scritto un a lettera al suo amico Laurenti. - "Chi sa? gli diceva. Un giorno o l'altro càpito in India e mi calo sul vostro eremo di Paravady, come un avvoltoio in cerca di preda. Ho fame e sete di libertà, di pace; e qui, nei campi aviti, non ho trovato nè l'una nè l'altra. Aspettatemi, dunque, amico Laurenti; questa volta è l'ultima definitiva. Ma no, ora che ci penso, non mi aspettate; l'avvoltoio ha da piombare alla sua ora e quando meno ci si pensa." Questa improvvisata del suo amico spagnuolo, Guido Laurenti l'aveva aspettata sei mesi con un certo desiderio; al settimo si era seccato; all'ottavo non ci pensava già più. - Ho capito, aveva detto tra sè; il duca di Marana si ricorda di me tutti gli anni bisestili. - Del resto, se l'amicizia tra Guido Laurenti e il duca di Marana era schietta, non era altrimenti profonda. Si poteva dire di essa ciò che si dice d'un vino generoso, ma giovane: peccato che non abbia vent'anni! Nata in mezzo alle cerimonie di società, aveva avuto a battesimo la stima sincera e il desiderio scambievole di piacere, ma a questi ottimi principii era mancata l'occasione di rassodarsi. E l'uno e l'altro potevano adunque vedersi con giubilo, dopo molti anni di separazione, ma, altresì rimanere per molti anni separati senza rammarico. I pessimisti dicono essere queste le amicizie migliori. Certo, son quelle che durano di più, non avendo modo di guastarsi. - Se andassi a far le vacanze a Napoli! diceva un tale, che aveva qualche giorno da godere in libertà. Sarebbe una buona occasione per stringer la mano a quel caro Fulgenzio, che non vedo più da nove anni. - Ma accadde che il pensiero di star troppo a lungo in un viaggio gli facesse mutar proposito, e prendere invece la strada di Torino. Quel caro Fulgenzio è ancora là che lo aspetta. Sì, ma quando due amici di quella fatta s'incontrano, come si ristringe bene quel vincolo che soltanto la lontananza aveva rallentato, senza che le gelosie, gli sdegni e i rancori c'entrassero per nulla! Come è limpida e fresca la corrispondenza affettuosa di due cuori, nelle cui pieghe riposte non si cela il pensiero d'un torto ricevuto e male perdonato, o non bene dimenticato! Che importa, se quell'amico non si è sentito il prepotente bisogno di vederlo, per otto o dieci anni di seguito? Sono anni colmati di miserie, avvelenati da malumori, in cui egli non ha avuta la minima parte. Ben vengano adunque i dieci anni. Tra Guido Laurenti e il duca di Marana non ne erano corsi che quattro. C'era dunque dell'altro da poter aspettare. Guido, che abbiamo conosciuto modesto e studioso solitario nel suo osservatorio campestre, aveva speso bene in quei quattro anni il suo tempo. Ciò che aveva cominciato a fare per suo diletto e quasi a tacita giustificazione dell'ozio nella sua antica dimora, seguitò a fare, ma seriamente, nel suo nuovo soggiorno. La botanica e l'entomologia, alternate con qualche altro ramo di scienze naturali, ripigliarono il comando in casa sua, non sì tosto ne ebbe una. Era sbarcato a Bombay, ma non per trattenersi colà. Chi non si dà al traffico non ha nulla a fare, nulla a vedere sulla costa. Guido Laurenti si avanzò dentro terra, e in una delle parti meno esplorate dell'India, quantunque sia tanto vicina alle famose caverne di Ellora, visitate da tutti i viaggiatori, ed abbia tanta fama in Europa dal nome di Golconda, celebre pe' suoi diamanti e per le sue fantastiche regine, in prosa del Florian e in musica del Donizetti. Il luogo gli era forse piaciuto pel nome e per le memorie artistiche ond'era accompagnato; fors'anche per la maggior solitudine che esso gli prometteva. Comunque sia, il fatto sta che deliberò di fermarcisi. Accadde che un signore europeo, il quale si era fabbricato un villino nei dintorni di Paravady, col proposito di finirci la vita, mutasse opinione da un giorno all'altro, proprio come avvenne a quel santo Menna, della Gallia romana, che si annoiò di star sigillato in un muro, dopo averci passato quarant'anni della sua vita, non tenendo fuori che le mani e la testa, per prendere il cibo dalla pietà dei fedeli e qualche infreddatura dalla misericordia de' cieli. Il villino era piaciuto a Luisa, e tanto bastò perchè Guido Laurenti, come il centurione di Camillo, piantasse le insegne colà, profferendo il suo giudizio: "hic manebimus optime." S'intende che una casa non è mai interamente nostra, se non quando l'abbiamo aggiustata a nostro modo, abbellita, ritoccata, e quasi rifatta di pianta. Guido Laurenti aggiustò, abbellì, ritoccò, rifece la sua, specie per quanto si atteneva al giardino. Anche quella era botanica. Ma l'India non è un paese come tutti gli altri; portentosa nelle sue forme (direi quasi mostruosa, se il vocabolo non fosse tirato ad un senso poco piacevole) essa è prepotente nelle sue attrazioni. E in quella guisa che si nasce poeti per finire avvocati, Guido Laurenti, andato in India botanico, entomologo, naturalista insomma, davanti ai ruderi di quella civiltà che conta i secoli a varie diecine, divenne archeologo e linguista. Lo studio, necessario per lui, del dialetto indostano, lo condusse su su, di idioma in idioma, fino alla lingua madre, la prima e la più nobile del ceppo ariano, che ha germogliata, per esempio, la nostra e la tedesca. Pare impossibile, ed è semplicemente vero. Quei monumenti colossali delle antiche religioni di Budda e di Brama, a cui la stirpe invaditrice di Maometto ha inutilmente contrapposte le cupole dorate e i minareti svelti delle sue vuote moschee, svelarono a Guido Laurenti un mondo ignoto. Non dimentichiamo tuttavia che il primo effetto fu quello di confondergli maledettamente la testa. Ma a grado a grado si raccapezzò; riconobbe le differenze dei riti; sceverò gli attributi dalle essenze particolari degli dèi; notò i legami e le derivazioni dei simboli; volle risalire alle fonti, trovò le antichissime memorie dell'umanità, e le prime relazioni naturali (che non furono tutte di paura, come vorrebbe il poeta latino) degli uomini con Dio. Paravady, più fortunata di tanti paesi del Deccan, che si trovarono esposti alla furia conquistatrice e struggitrice di Aureng Zeb, serbava ancora il suo tempio, il suo munder, da non confondersi con la daghoba, che è tempio buddistico, e con la pagoda, che è cinese e siamese, ne potrebbe giustamente usarsi, per indicare un edifizio dedicato al culto braminico. Il munder, vecchio di duemil'anni, se non forse di più, minacciava in alcuni punti rovina; gli dèi di pietra si reggevano male, così mutilati e scamozzati dal tempo; anche il collegio dei bramini era ridotto a pochi cultori dei Veda, e non tutti sapienti. Ma c'era un buon priore un sant'uomo che credeva ancora alla vitalità del culto di Visnù e al suo trionfo finale e che frattanto custodiva con religiosa cura i papiri della libreria del convento cantando gli inni ammirabili dei Rigveda e ripetendo i canti sublimi del Mahabàrata. Il nostro Guido Laurenti non aveva mostrato nessuna ripugnanza per quelle divinità, che la rompevano con tutte le leggi dell'anatomia e con tutte le distinzioni delle specie zoologiche. Se una di esse portava fieramente invece di naso una proboscide d'elefante e un'altra cento braccia invece di due, questa tre teste dove c'è posto a mala pena per una, e quella cento mammelle penzoloni dal seno e dai fianchi, Guido Laurenti non ne faceva le meraviglie e non gridava alla mostruosità, rammentando che i Greci, questi maestri del bello, non avevano temuto di figurarsi Argo con cent'occhi, Cerbero con tre teste, Briareo con cento braccia e Cibele con un visibilio di capezzoli; tutte forme simboliche, da intendersi con discrezione, come quelle che dovevano rappresentare ad un popolo bambino le forze molteplici, vive ed operanti, della natura immortale. D'altra parte, egli discendeva dalla stirpe di Jafet, non già da quella di Cam, maledetto per aver riso di qualche debolezza paterna. Andava anzi un pochino più oltre dei moderni cavalieri, che non vogliono si manchi di rispetto alla memoria dei padri; rispettava anche le vecchie forme in cui s'era adagiata la fede giovanile dei nonni e degli arcibisnonni, trovandoci un tesoro di consolazioni celesti. Certo, anche lui offendevano le superstizioni, le divozioni cieche alla parte estrinseca dei culti, le supine adorazioni che non sanno sceverare il concetto dal mito; ma a questi difetti della ignoranza, che in tutti i tempi e presso tutti i popoli è sempre vissuta accanto alla scienza sua nemica e alla mezza scienza sua alleata, a questi difetti, dico, non ci vedeva rimedio fuorchè nella civiltà, in quella civiltà che molti credono nata già grande ed armata, come Minerva dal cervello di Giove, ma che egli riconosceva come una lontana derivazione di quelle grandi teogonie, che oggi si volgono in celia dal volgo; di quelle grandi teogonie, in cui, dai solenni colloqui di Ariona con Crisna, all'amore immenso e alla fede ingenua di Sita, erano già dipinte con artistica evidenza, non superata più mai, tutte le più nobili curiosità dello spirito e tutti i più delicati sentimenti del cuore. Che dirvi di più, senza riuscirvi noioso? Lacmana, il mahunt del tempio di Paravady, aveva preso ad amare quel suo giovane vicino europeo. A lui, osservatore curioso, ma non irriverente, dei simboli indiani, cultore volenteroso e felice della sacra lingua dei Veda, aveva dischiusi liberalmente i tesori della sua scienza. Guido Laurenti s'era messo in quella via per capriccio letterario; ci aveva preso gusto, ed era diventato un indianista feroce. Cotesto vi spiegherà ciò che diceva di lui il residente britannico di Secanderabad, accennando ad alcune importanti memorie inviate alla Società Asiatica di Calcutta. Guido Laurenti aveva studiati a fondo i libri liturgici del bramanismo, commentati i Purana, trovata e fatta conoscere ai dotti una nuova raccolta d'inni, che non erano compresi nel Rigveda. Una sua trascrizione dello Tsciorapanta, poemetto in lingua pracrita, non ancora conosciuto, faceva chiasso allora tra gl'indianisti di Europa. Non vi sarà difficile d'immaginare che tutto ciò gli dava agio ad attendere senza troppa impazienza la visita del duca di Marana. E poichè, dopo otto mesi di aspettazione, non ci pensava già più, quella visita doveva riuscirgli una improvvisata davvero. Il fido cronometro del duca segnava le cinque del pomeriggio, quando il suo possessore vide rizzarsi davanti a sè la gran mole del tempio di Paravady, sulla riva sinistra di un piccolo corso d'acqua, che portava il suo umile tributo al Godavery, al maggior fiume del Dekkan. - Ah, finalmente! - gridò il duca di Marana, udito dal comandante della scorta com'egli fosse giunto al termine del suo viaggio. - Se piace a Dio, questo è il santuario dove scioglierò il mio voto. Ma dove sarà questo villino, questo bungalow dell'amico Laurenti? - Poco stante la carovana faceva il suo ingresso trionfale nel gaum, o villaggio, di Paravady. Si prese lingua da un bisti, in cui vi è lecito di riconoscere un acquaiuolo. - Il Sahibgar? - diss'egli. - È laggiù, dietro a quella macchia di baniani. Mi duole di trattenervi ancora per via, mentre sarete impazienti, come il duca, di giungere a porto. Ma debbo dirvi anzi tutto che questo Sahibgar è un composto di due parole, la prima delle quali vi è nota, e la seconda la intenderete, quando io vi avrò detto che tutt'e due, unite, significano: la casa del signore europeo. Quanto al baniano, da non confondersi col banano, è desso il nome del fico d'India, ficus indica, albero maestoso, che ha il privilegio di riprodursi, gettando dai rami certi suoi filamenti, che mettono radice nel suolo e crescono a mano a mano in forma d'alberi nuovi. Rami che salgono, rami che scendono, vi fanno una confusione pittoresca, vi danno l'aspetto di una foresta vergine. I frutti, poi, non nascono dal sommo dei rami; spuntano qua e là, a ciocche, come le ciliege, dalle rugosità dei tronchi. Le foglie sono larghe e tondeggianti, d'un bel verde carico e lucente. Gl'indiani credono che proprio di queste vestissero la loro nudità vergognosa i nostri progenitori, ed aggiungono che dalla calata dei rami in forma di colonne, derivassero il concetto e la forma delle primitive abitazioni. Racconto e passo. Il duca di Marana aveva seguita la via indicatagli dall'acquaiolo. Costeggiata la macchia dei baniani, era giunto alla vista di una valletta, o, per dir meglio, di una conca di verdura, in mezzo a cui sorgeva una graziosa casina bianca a due piani, sormontata da un attico che in parte nascondeva il tetto, e fors'anche serviva di parapetto ad un terrazzo che correva torno torno alla cima. L'edifizio constava di due ali, che s'incontravano ad angolo retto, volgendo l'insenatura a levante, e questa disposizione appariva intesa a far sì che il giardino, attiguo alla casa, avesse i primi raggi del sole, offrendo un luogo di riposo, al fresco, nelle ultime ore del giorno. L'aspetto del villino non avea nulla d'indiano, tranne forse un vestibolo, sorretto da colonne, e ornato sul cornicione da quel tritume di fregi, di sporgenze, di sottoquadri e di linee spezzate, che è nello stile dell'architettura bengalese. Del resto, la fabbrica non si vedeva tutta intiera; sbucava da un colmo di piante d'ogni specie, come a dire di baniani, di cocchi e di muse paradisiache. Non mancavano neppur le magnolie, necessario contorno di una casa che era abitata dalla signora Luisa Argellani. Era un parco, e sembrava di vedere una di quelle selve tropicali in cui mille generazioni di piante si confondono liberamente e fioriscono alla luce del sole, mentre le liane sottili s'intrecciano di ramo in ramo, e le glicini e le bignonie portano a maturare le loro ciocche capricciose sulle vette degli alberi; donde un'allegra ridda di colori, che potrebbe dirsi il sorriso della natura, quando l'eterna trasformatrice della materia lavora per sè, non curandosi punto di questa famiglia ingrata e stizzosa che è nata dal suo grembo. E qui forse tornerebbe inutile il soggiungere che si parla degli uomini. Un sentiero aperto in mezzo alla jungla e fiancheggiato da due siepi di nim, pianta comunissima in quelle regioni e il cui succo lattiginoso è reputato un eccellente febbrifugo, conduceva evidentemente al Sahibgar. Il duca di Marana seguì quella traccia senz'altro. A mano a mano che si avvicinava, la foresta assumeva un aspetto più regolare; ad un certo punto, il parco si tramutava in giardino, di cui già si vedevano i vasi in fila e le aiuole. Il parco, per altro, non aveva muro di cinta; e di questa mancanza, che sarebbe stata grave in ogni luogo solitario d'Europa, egli vide ben presto la giustificazione, in una fossa larga e profonda che correva tutto intorno a quel piccolo paradiso. Il muro di cinta per fermo non sarebbe bastato, in un paese che poteva esser corso da tigri e pantere, senza contare i boa, i pitoni e i cobracapelli, che non sono certo una gradevole compagnia per nessuno e che si vedono anche mal volentieri da lungi. Per quella fossa profonda, le cui pareti erano stagliate a piombo, il Sahibgar diventava una specie di fortezza, inaccessibile ad ogni specie di animali malefici, compreso il prossimo nostro. Anche la strada, che correva tra le due siepi, giunta a pari del ciglio esterno del fosso, si mutava in un ponte levatoio. Sul far della notte il ponte era alzato, e il Sahibgar si trovava naturalmente custodito da ogni brutta sorpresa, senza mestieri di scolte. Il duca di Marana stava ancora sull'ingresso del ponte, ammirando quel savio sistema di difesa, allorquando gli vennero veduti due uomini che attraversavano il viale interno. Erano due braccianti, ma vestiti un po' meglio che non usassero i Sudra, perchè, alla corta gonnella di tutti i loro simili, aggiungevano una sopravveste di cotone. Se non fosse stato il color della pelle, che aveva tutti i luccicori del bronzo, si sarebbero potuti scambiare per due servi europei. - Prenderò lingua da questi, che certamente appartengono alla casa; - disse il duca di Marana tra sè. Era già balzato dalla carretta, che, secondo il suo parere, non doveva inoltrarsi di più. E veduto che appunto quei due si erano fermati a guardare il corteggio, con quell'aria di curiosità grave, quasi malinconica, che contraddistingue gl'indiani, il viaggiatore si avanzò fino a mezzo del ponte. - Abita qui il sahib Laurenti? - chiese egli, parlando la lingua indostana. Prima che uno degli interrogati avesse potuto rispondere, comparve all'ingresso del ponte un terzo personaggio. Era un vecchio di sessant'anni, o giù di lì, vestito all'europea. Europeo lo diceva la carnagione, che, sebbene abbronzata dal sole, lasciava trasparire il bianco. La faccia non portava traccia di peli, ma piuttosto di qualche colpo di rasoio; segno che il vecchio si radeva la barba da sè, ma senza avere la pazienza necessaria per una operazione di quella fatta. Costui era vestito del tutto all'europea; ma non argomentate da ciò che fosse vestito del tutto, perchè, quantunque avesse in testa un cappello di paglia, ultimo capo del vestiario in ogni paese d'Europa, andava attorno in maniche di camicia. - Il sahib Laurenti abita qui; - rispose egli in cattivo indostano, prendendo la parola per gli altri due. - Chi è che domanda di lui? Ma egli aveva appena pronunziate queste parole, che mandò al diavolo l'indostano, quell'assaettato indostano che gli faceva nodo alla gola, e continuò in italiano: - Chi vedo? Il signor duca di Marana! - Ah! - esclamò il duca, felicissimo di essere stato riconosciuto. - Ma voi chi siete, brav'uomo? - Che, non mi conosce, Eccellenza? Son Giacomo, il giardiniere, quel Giacomo... - Ah sì, quel Giacomo che l'amico Laurenti ha condotto con sè; - interruppe il duca; - in verità, non avrei dovuto dimenticarlo. E rammento adesso certi bicchieri di Sciampagna... - Che lor signori, amici del padrone, mi mescevano con tanta generosità; - disse Giacomo, compiendo la frase. - Ho risicato quella sera di non trovar più l'uscio di casa. Ma entri, Eccellenza; che sta fermo sull'uscio? Giordano è legato, non dubiti. - Chi è Giordano? - Oh, dico così per dire. È un proverbio. Il padrone mi canzona qualche volta, che non so levarmi il vizio di parlar sempre per via di proverbi. A proposito del padrone, non lo troverà in casa. - Me ne rincresce davvero. Venire a posta da Madrid a Bombay e da Bombay a Paravady per abbracciarlo, e non trovarlo in casa... - Che vuole? Non aspettava la sua visita: da due mesi ne aveva quasi deposto il pensiero. È partito ieri per una escursione scientifica, col parroco di quella gran chiesa che avrà veduta laggiù. Una chiesa strana, a dirgliela come sta, e un parroco anche più strano! La chiesa si chiama munder; il parroco si chiama mahunt: la madonna... - Ho capito, Giacomo, ho capito; - interruppe, ridendo, il duca di Marana. - In mezzo a questi santi vi ritrovate male. Ma già, per voi che amate i proverbi, eccone uno che ho imparato in Italia: paese che vai, usanza che trovi. - Il buon Giacomo era proprio nel suo elemento. - Anche Lei, Eccellenza, coi proverbi? - Ma sì, caro amico; i proverbi sono la sapienza dei popoli. Sapienza un po' confusionaria, se vogliamo; ma almeno ce n'è per tutti i gusti. E quando credete che sarà di ritorno il vostro padrone? - Forse questa sera; ma domani senza fallo. Così ha detto prima di partire, e quando lui dice una cosa, si può esser sicuri, che è quella. - Ma come si fida egli, a correre attorno, lasciando sola in casa la signora? - Oh, non c'è pericolo; veda come siamo ormeggiati; - rispose il Giacomo, che non dimenticava di essere nato in riva al mare. - Il Sahibgar, come lo chiamano questi eretici, è una vera fortezza. Abbiamo trovato il lavoro incominciato e gli abbiamo data l'ultima mano noi altri. Del resto, Eccellenza, anche qui la paura è più grande del male; e, salvo i poveri indiani, che possono fare di brutti incontri, andando soli per la jungla di notte, nessuno ha da lagnarsi delle bestie feroci. Ma io la tengo qui sulle chiacchiere, mentre avrà bisogno di riposo, dopo tante ore di viaggio, con questa vampa di sole. - Oramai sono agguerrito; - rispose il duca di Marana. - Piuttosto, mi sa mill'anni di presentare i miei ossequii alla signora... che sarà in casa, m'immagino. - Sicuro, e avrà molto piacere di vederla. Si parla spesso di Lei, Eccellenza, e l'hanno anche aspettata un bel pezzo. - Fatte queste ciarle sul ponte, mentre i servi indiani toglievano dalla carretta le valigie e le armi del duca, Giacomo invitò gli uomini della scorta ad entrare, per prendere, com'era naturale, un po' di ristoro. Il caporale accettò di buon grado l'offerta, ed anche, sebbene dopo essersi fatto pregare un tantino, le dieci rupie che il duca gli metteva tra le mani. Trenta lire, se nol sapeste; perchè la rupia indiana vale quanto un fiorino tedesco, due franchi e cinquanta centesimi. Il bègari Viadarma ebbe il fatto suo ed anche la mancia; i due zebù, pei meriti di miss Maud, due altri pezzettini di zucchero; e il signor duca di Marana, libero da tutte queste piccole noie del viaggiatore, si trovò finalmente in casa, per essere annunziato alla signora Laurenti. V Donna Luisa, che non vuol essere più menzionata pel casato degli Argellani, non si aspettava in quel punto la visita del duca di Marana. Al rumore che si faceva nel cortile, immaginò che Guido fosse tornato qualche ora prima dalla sua escursione. Ma presto si avvide che non doveva esser lui, udendo la voce del giardiniere, più chiassosa del solito, e cogliendo in aria un certo titolo, che il Giacomo non usava dare al padrone. A tutta prima non le venne in mente che potesse trattarsi del duca, annunziato già due volte a' suoi amici di Paravady, senza che lo vedessero mai comparire, e certamente ancora lontano un migliaio di leghe. Pensò in quella voce che fosse il residente britannico di Secanderabad, venuto a ricambiare la visita di otto giorni addietro. Sir Giorgio Lawson era infatti l'unico europeo che potesse capitare per allora al Sahibgar, meritando dal Giacomo quel titolo sonoro di Eccellenza, che era giunto, per la finestra, all'orecchio di Luisa. Ma, d'altra parte, Giacomo aveva parlato in italiano; e la signora, pensando meglio a questa circostanza... Pensandoci meglio, non giungeva a capo di nulla. E la signora Luisa era tuttavia nell'incertezza, quando il Giacomo si mostrò sul limitare del salottino. - Signora padrona, - diss'egli, con aria trionfale; - Una visita che Lei non si aspetta di certo; il signor duca di Marana. - Ah! - esclamò ella, alzandosi a mezzo, come se il duca di Marana fosse già per entrare. Ma tosto si riebbe da quella scossa improvvisa, e ripigliò la sua calma apparente. - Fatelo entrare nel salotto, - soggiunse; vengo subito. - Il giardiniere fece un inchino e disparve. La signora Luisa, quantunque avesse lasciato credere di voler correre dietro a lui, non si mosse dalla seggiola; anzi, appoggiò il gomito al suo tavolino da lavoro, la fronte sulla palma della mano, e rimase alcuni istanti in atto di profonda meditazione. Il duca di Marana! Quante memorie, sopite nell'animo di Luisa, ridestava ad un tratto quel nome! La patria e il passato, immagini poco liete, non si erano mai presentate con tanta evidenza al suo spirito. Nè lettere, nè giornali, con la varietà minuta dei loro cenni, nè viaggiatori europei, che ad ogni tratto giungevano a Paravady, per stringere la mano a suo marito e visitare il suo eremo di studioso indianista, potevano fare tanta impressione su lei, quanto la presenza improvvisa di quel cortese gentiluomo, da lei veduto forse quattro volte, nelle ultime settimane del suo soggiorno in quella palazzina gialla che sapete. In quel tempo, Luisa Argellani era appena risanata. Sorretta dalla sua volontà, più che non fosse raffidata dalle sue forze, aveva combattuta e vinta una grande battaglia, non d'amor proprio, nè di vanità femminile, ma, come ella diceva, di nobile orgoglio, di onesta alterezza, contro le invidie, le ingratitudini, le dimenticanze e i dispregi del mondo sciocco in cui era vissuta. Quel piccolo mondo era tornato a lei, ed essa lo aveva respinto. Un grande amore l'aveva salvata; quel grande amore doveva rapirla con sè. Era partita, aveva dimenticato. La terra è così grande, dopo tutto! Ogni cielo ha i suoi conforti, ogni paese ha la sua medicina; l'acqua di Lete è dapertutto, fuorchè in casa nostra, o, per dire più veramente, ogni acqua, che sia nulla nulla lontana dalla piccola valle di lagrime in cui ci siamo crogiolati tanti anni, è acqua di Lete per noi. Ma badate, anche questo va inteso con discrezione; non si dimentica sempre così pienamente, che un cenno del passato, un testimone degli antichi affanni, non ce li possa richiamare allo spirito. E quel duca di Marana, anche annunziato più volte ed aspettato, doveva al suo primo apparire far battere con molta violenza quel povero cuore di donna. Egli l'aveva pure conosciuta laggiù, nella sua valle di lagrime; non ne ignorava certamente la storia; era stato anche in relazione, se non d'amicizia, almeno di cortesia, con quel... No, Luisa Argellani aveva disprezzato quell'uomo; Luisa Laurenti non doveva più profferire quel nome. Il triste momento era passato. La signora Laurenti scosse la sua bella testa e si alzò, per andare nel salotto. Il mio amor proprio d'autore mi fa sperare che nessuno mi domanderà qui il ritratto della signora Laurenti. Il viso di un ovale perfetto, la fronte prominente, mezzo nascosta da due liste di capegli neri e lucenti, le grandi sopracciglia arcate che scendevano sulle nere pupille, il naso grecamente diritto, le labbra sottili e soavemente disegnate, son tutte cose che i miei lettori conoscono, fin da quando ho descritte loro le sembianze di una bella anemica. Perchè mi farei a ripeterle? Ripeterò soltanto che la bella anemica era guarita, per soggiungere che i colori della salute animavano il suo volto, e quei colori prendevano forza da certi riflessi dorati, di cui ho già detta la causa, descrivendo in queste pagine un'altra figura di donna. Si è detto che il bronzo, co' suoi luccicori, rammorbidisce i contorni d'una statua e le conferisce come un aspetto di vita. Similmente, quella leggerissima velatura d'oro che il sole indiano distende sulla carnagione delle donne europee, in certa guisa scaldandone i toni, le fa comparire più belle. Il duca di Marana rimase per alcuni istanti immobile e quasi estatico a contemplarla. E qui non c'è nulla che debba parervi poco naturale. Egli l'aveva pure contemplata ed ammirata prima d'allora, e potete anche credere che gli piacesse molto, come gliene erano piaciute già tante, in ogni paese d'Europa. Per fortuna, l'uomo non ha da perdere la ragione per tutte le donne che gli piacciono. La natura provvida ci risparmia le impressioni incancellabili, e ci consente in quella vece i benefizi del tempo che passa, delle occasioni che ci allontanano. Qualche volta le occasioni ravvicinano, e un bel viso torna a piacere; se occorre, piace anche più della prima volta. Ed anche questo è naturale. Non avviene egli d'innamorarsi d'una donna, che, incontrata qualche anno prima, aveva fatta poca sensazione, o nessuna? Questione di luce, dicono i pittori; varia disposizione d'animo, sentenziano i filosofi a un tanto la dozzina. La signora Luisa si accorse benissimo della grata impressione che la sua vista faceva sull'animo del duca di Marana; anzi, se debbo dirvi tutto, riconobbe che si trattava d'un senso di ammirazione, altrettanto ingenua quanto profonda. Ma di ciò non si dolse, e mi piace di farvene avvertiti. Anche la donna che vada meno soggetta a peccare di vanità, ama esser bella e parer tale alla gente; e poichè la bellezza è l'ornamento naturale della donna, mettete pure che non se ne sia mai stata nessuna al mondo che si augurasse, anche per causare una domanda di matrimonio spiacevole, di parer brutta, o di riuscire antipatica. Certe cose si dicono, ma non si pensano. Colei che maledisse la sua bellezza, se pure c'è stata, aveva certamente sofferte molte persecuzioni del sesso forte, e si trovava in una di quelle condizioni critiche, le quali oramai sono rarissime nella vita reale, quantunque piaccia ai poeti di metterle frequentemente in scena, per cavarne i loro effetti drammatici. Ma perchè quelle condizioni, oltre che rarissime, sono sempre eccezionali, non vanno invocate nel caso presente, contro la signora Luisa Laurenti, che era bella, lo sapeva, e, senza ombra di vanità, poteva rallegrarsi di parerlo. - Signor duca, - diss'ella, concedendo la sua mano al viaggiatore, che la baciò con cerimoniosa galanteria, - siate il benvenuto tra noi. Guido sarà molto felice, quando ritornerà a casa e troverà il suo amico, che egli non sperava già più di vedere. - In verità, mi sono fatto aspettare un po' troppo, - rispose il duca di Marana. - Ma non avevo promesso? O prima o dopo, avrei fatto il miracolo. La prova è questa, che sono venuto; lo stesso ritardo dimostra che niente poteva farmi dimenticare dell'amico. Anelavo a questo viaggio, come il credente anela alle gioie del paradiso. Ed è proprio il paradiso che ho trovato in questa valle di Paravady. Dovevo immaginarmelo, del resto, sapendo dalle antiche leggende che il paradiso era in India. - Per altro, assai lontano di qui, nell'isola di Ceylan; - disse ridendo la signora Luisa; - a Paravady non c'è che la pace e l'amicizia. - E le par poco, signora? Per queste due fortune, si potrebbe anche rinunziare... all'isola di Ceylan. Con quel caro matto del duca di Marana non la si poteva vincere nè impattare. La signora Luisa accettò il complimento con un grazioso cenno del capo. - Ha fatto bene a venire; - diss'ella. - E se la solitudine non l'annoia, se ha voglia di studiare, di esplorare, qui troverà un lavoro già bene avviato. - Porterò un aiuto mal pratico, ma pieno di buona volontà; - rispose il duca di Marana. - E qui si studia sempre? È la regola del convento? Già, dove è il signor Guido Laurenti, non c'è posto per l'ozio. - Guido non perde il suo tempo; Lei lo conosce; ha la febbre delle ricerche scientifiche. Per ora, siamo in filologia. - Ho bene udito parlarne a Secanderabad. E Lei, signora, si associa al marito? - Col desiderio e nulla più, signor duca. La donna è fatta per governo della casa. Ma a proposito di casa, Ella ha da vedere il suo quartierino. - Già preparato? - Sempre. Non le ho detto che s'aspettava da lungo tempo? Così dicendo, la donna gentile si alzò, facendogli cenno di seguirla. Dal salotto, in cui era stato ricevuto il duca di Marana, si usciva in un corridoio, che metteva alle scale del piano superiore. Lassù erano due porte a riscontro; per una si entrava nello studio di Guido Laurenti, dall'altra nel quartierino assegnato al futuro ospite, quartierino composto di tre camere, e arredato con elegante semplicità. Il duca di Marana notò con piacere che le sue valigie e le sue armi erano già deposte nell'anticamera. Entrato nel suo salottino, diede una sbirciata alla finestra, donde potè scorgere tutta la campagna, e una parte della valle per cui si dilungava la Godavery in una striscia d'argento. La prospettiva era bellissima e il duca si promise di goderne, specie nelle ore del mattino, poichè la finestra guardava dalla parte di tramontana, e non c'era pericolo di cuocersi al sole. - E adesso, - gli disse la signora Luisa, vada pure nella sua camera; occupi il suo nido. È sotto il tetto, come quel delle rondini. Ma, come ha veduto, la casa non ha che due piani. - Ci starò egregiamente; con quella vista magnifica! - Badi, per altro, di non perdersi nella contemplazione. Fra poco sarà l'ora del pranzo. - Oh, non dubiti, fo le cose alla svelta. Intanto, mi permetta che io la riaccompagni. - No, non lo permetto; - diss'ella con piglio di benevola autorità. - L'ho condotto io quassù perchè un uomo come Lei, che percorre duemila leghe per venire a abitare gli amici, non si fa accompagnare dal servitore. Ma qui le cerimonie finiscono...oppure, - soggiunse la signora, vedendo che il duca di Marana non si disponeva ad obbedirla, sono ammesse soltanto quelle di Lord... non rammento più il nome. Come si chiamava quell'ambasciatore d'Inghilterra che andò alla corte di Luigi XIV? - Signora, - disse il duca di Marana, con aria di sublime candore, - non lo so neppur io - Meglio così; la sua memoria non farà scomparire la mia. Facciamo conto di sapere il nome del personaggio; la storia può raccontarsi ugualmente. Questo ambasciatore giungeva a Versaglia preceduto dalla fama di primo cerimoniere d'Europa. - Vedremo, - disse il re, che in quella scienza pretendeva di saperla più lunga di tutti. E lo mise alla prova, appena si presentò alla corte, offrendogli di visitare il palazzo, meraviglia delle meraviglie, che aveva creata da poco tempo l'architetto Mansart. C'era un uscio da passare; il re lo indicò gentilmente con un cenno della mano all'ambasciatore. - Rammento, adesso; - interruppe il duca. L'ambasciatore non fece complimenti; s'inchinò e passò, per ubbidienza, davanti al re. Coi re... e con le regine, la migliore delle cerimonie è quella di obbedire; non è vero? - Proprio così. - Vada dunque sola, Vostra Maestà, - ripigliò il duca, inchinandosi, - e accetti l'omaggio del primo cerimoniere... dell'Asia. - Rimasto solo nel suo quartierino, il duca di Marana pose ogni sollecitudine intorno alla sua persona. Il viaggiatore, per solito, è svelto in questi negozi; la necessità è una grande maestra. Frattanto egli rideva, pensando che per la seconda volta, nel corso di ventiquattr'ore, egli guadagnava il suo pranzo con una di quelle frettolose restaurazioni della propria superficie. Del resto, era anche la seconda volta, nel corso di ventiquattr'ore, che egli faceva quella fatica per una bella donna. Ma come la seconda vinceva la prima! E come sarebbe stato necessario raddoppiare le sue cure, per comparire più elegante del solito! Perchè, infine, non ci si atteggia sempre a conquistatori; ma la vicinanza di una bella signora ci spinge istintivamente a fare qualche cosa di più dell'ordinario, a dare con maggior garbo il nodo alla cravatta, a guardarci ancora una volta nello specchio, a ravviarci i capegli sull'uscio, a presentarci con uno scorcio di vita, che in ogni altra occasione non ci verrebbe neanche al pensiero. Così è; il pavone fa la ruota; l'uomo si atteggia come può, con le penne del sarto. Felice lui, se queste gli bastano, e non gli bisogna, per esempio, di metter mano alle tinture del parrucchiere. Il duca di Marana, niente più azzimato di quello che fosse il giorno prima, in casa del residente britannico, si presentò nella sala da pranzo. C'erano tre posti a tavola; omaggio al padrone di casa, che era assente, ma che poteva giungere da un momento all'altro. - Non è una cosa molto allegra, di pranzar così soli; - disse la signora Luisa indicando al duca il posto più vicino a lei; - ma poichè Guido non poteva prevedere la sua venuta, si contenti della poca compagnia. Il duca voleva risponderle un complimento dei soliti; ma si trattenne. Per quel giorno, e nello spazio di un'ora, ne aveva detti già troppi. - Consoliamoci pensando agli assenti, - rispose egli con enfasi, - e benediciamo la scienza, a cui essi sacrificano queste ore di pace domestica. La conversazione, tra due persone in poca intimità fra loro, ha i suoi momenti di languore, anche quando una di queste persone ha molta affabilità e l'altra una grande scioltezza di parola. Per rompere uno di quei silenzi, che accennava di voler durare un po' troppo, la donna gentile chiese al duca di Marana a che cosa pensasse. - Pensavo al nome di quell'ambasciatore... - rispose egli, tanto per dire qualche cosa; - Un nome che ho qui sulla lingua e che non vuole uscirmi di bocca. - Davvero? - esclamò la signora Luisa. - Ma che cosa le importa più, ora? - Come curiosità storica, m'importa sicuramente. Non avviene anche a Lei, signora, di stillarsi il cervello intorno ad un nome che non vien fatto di ricordare? - A me, no; - rispose la signora Luisa; - e gliene dico la ragione. Un nome che sfugge non merita la fatica di corrergli dietro. - C'è della filosofia, in ciò ch'Ella dice; - osservò il duca, che aveva la mente occupata da pensieri confusi, e si aggrappava a quel filo per tener vivo il discorso. - Filosofia! Oh, non faccia questo onore ad una osservazione naturalissima. Del resto, guai a noi, se dovessimo ricordarci di tutto. La memoria tenace non è sempre un benefizio. Per fortuna, qui in India, e in un genere di vita così diverso dall'antico, si ha il diritto di rinunziare a quella facoltà pericolosa. - E di non pensare più a nulla; dice bene. Anch'io ho provata questa dolcezza, nel mio primo viaggio in queste latitudini. Ma veda un po' che stranezza di caso; appena ritornato in Europa, mi tornò la memoria di centomila noie e dispiaceri, che qui mi parevano sciocchezze, bambinerie... - Ma adesso che è tornato in India... - Adesso dimentico da capo, e quasi quasi... veda dove son capace di arrivare! quasi quasi non rammento già più quello che ho fatto ieri. - Questo poi, è troppo; - gridò la signora, ridendo di gran cuore a quella scappata del suo ospite. - Se la va di questo passo, a rivederci domani! - Vuol dire che non mi ricorderò di quest'oggi? No, mia gentile signora: questo sarà tra gl'impossibili. - La conversazione procedeva su questo tono, mezzo scherzosa e mezzo grave, come dovrebbero essere tutte le conversazioni delle persone a modo. Infatti, perchè si chiacchiera? Non già per dire solamente delle sciocchezze, nè per far pompa di cognizioni profonde. E tra un uomo e una donna, poi, di che si condisce il discorso, quando esso non deve, o non può, volgere al tenero? Uno scherzo gentile, un omaggio in forma di complimento, ed anche una attenzione sostenuta che mostri il desiderio di piacere, sono eccellenti preliminari; ma possono ugualmente servire per chi voglia ottenere la stima, e per chi voglia conquistare l'affetto. Nel caso del duca di Marana, la stima era già ottenuta; mettete dunque che egli lavorasse per abitudine. Del resto, bisognava anche ammazzare il tempo. E si trovò anche un modo migliore di ammazzarlo, quando la signora Luisa venne a parlare delle cure con cui ella e Guido si erano accomodati a vivere in quell'angolo ignorato dell'India. Entrava anche in scena il Giacomo, quel prezioso compagno di viaggio, che aveva fatto prodigi di buona volontà e d'intelligenza operosa. La scelta di Paravady era stata determinata dalla occasione propizia di quel villino, già fatto e posto in vendita dal suo proprietario. Ci si erano trovati bene, anche per la vicinanza del tempio braminico, che a tutta prima si sarebbe potuta credere una grande molestia. Il mahunt Lacmana, con la sua amorevolezza pel dotto forestiero, aveva procacciata al Sahibgar la benevolenza degli indiani, assai più che non avesse fatto l'incentivo del guadagno, in tutti quei lavori di sterro e di piantagione, che occorrevano ai nuovi abitatori del luogo. Que' poveri Sudra lavoravano pel sahib Laurenti con un giubilo da non dirsi a parole. Se a lui fosse saltato il ticchio di fabbricare una piramide come quella di Cheope, certamente le loro braccia non sarebbero bastate, perchè il villaggio di Paravady era piccolo; ma è certo del pari che nessuno avrebbe detto di no, e tutti si sarebbero messi al lavoro, non mossi da altro che dal desiderio di compiacere al Sahib. Notate che nel villaggio di Paravady, dopo l'arrivo di Guido Laurenti, non si era più conosciuta la miseria nelle sue forme atroci. L'indiano vive con una giumella di riso, bollito nell'acqua, senza neanche aggiungervi un pizzico di sale. Ma anche a contentarsi in questo modo, vengono le stagioni in cui si può morire di fame; cosa triste, assai triste, chi paragoni la inedia e la mortalità di quella povera gente, con tanta sua pochezza di bisogni, e con quella sua medesima rassegnazione nel soffrire. Il pensiero di quella fortuna che era capitata ai poveri abitanti di Paravady e che essi certamente attribuivano alla misericordia di Indra, il dio della vôlta azzurra, esaltò la mente del duca di Marana, che, in mezzo a tutte le sue debolezze di gran signore e alle sue scapataggini di uomo che viaggiava per passatempo, aveva intelletto d'amore per tutte le belle cose e per tutti i nobili esempi. - M'immagino - diss'egli - che Paravady avrà anche la sua scuola. - Sicuramente; - rispose la signora Luisa; e ne prendono cura due panditi dello stesso collegio presieduto dal vecchio Lacmana. - Due panditi! - esclamò il duca. - I savi dell'India, appartenenti alle classi superiori, pensano dunque ai loro fratelli dell'infima classe? - È un miracolo operato da Guido; - disse la signora, con molta semplicità. - Prima di tutto, bisogna notare che lo stato di servitù in cui sono caduti da duecent'anni gl'indiani di questa provincia, davanti ai loro conquistatori musulmani, ha recata una certa confusione nelle vecchie spartizioni di caste. Si è sempre fratelli, quando si soffre insieme. Guido, del resto, ha persuaso il suo vecchio amico della necessità di istruire i ragazzi nella lettura dei sacri testi, come avviene alla preghiera, e ha fatto venire egli stesso da Calcutta i libri e sillabarii stampati. Era il meno che potesse fare, in ricambio di tutti i manoscritti della biblioteca, che il mahunt Lacmana ha messi a sua disposizione. Poi, bel bello, ha cercato di aggiungere all'insegnamento un po' di storia generale, specialmente moderna. La confusione è inevitabile, ma la buona volontà accomoda tutto. - Se lo sapesse la società de Propaganda fide! e quell'altra dell'insegnamento della Bibbia! -gridò il duca di Marana, vedendo nella scuola di Paravady l'evidente omaggio reso da un europeo alle credenze paesane. - Ma già, c'è chi va piano e va lontano, e c'è poi chi vuol saltare e si fiacca il collo. Io ammiro senza restrizioni questo metodo d'insegnamento, che non può destare sospetti e non deve incontrar resistenza. Dopo tutto, a ognuno la sua fede, quando non sia quella degli antropofagi. Sebbene, - prosegui egli, ravvedendosi, - l'antropofagia debba riconoscersi come l'apogèo della civiltà. Essa comincia dove finisce la filantropia. Gli estremi si toccano, e noi, in Europa, ci andiamo bellamente accostando alla filantro...pofagia. S'incomincia dalla politica, ma si prevede già dove andremo a finire. Per disgrazia, non tutti i nemici son carne da bistecche. - E per fortuna non siamo ora in Europa; - ripigliò la signora Luisa, mettendo fuori un sospiro di contentezza. - Qui è lecito di vivere ancora nella filantropia, e di scavarcisi dentro una nicchia per la propria felicità. - Il pranzo era finito e la signora offerse al suo ospite di uscire in giardino a prendere il caffè. Era la consuetudine di tutti i giorni; non s'andava lontano dalla sala, il cui uscio metteva per l'appunto in giardino, nè fuori dal cerchio luminoso della lampada, che pendeva dal soffitto per rischiarare la tavola. Quella conclusione del pranzo all'aperto, con la grata frescura della notte, piaceva molto a Guido, che amava un pizzico di poesia in tutte le cose della vita, e godeva di vedere la luce della lampada rinfrangersi capricciosamente nel ricco fogliame delle magnolie, di cui poneva in evidenza qua e là le candide bocce odorose, e andarsi a spegnere nelle acque dormenti di una vasca, su cui tremolavano le aperte corolle del loto, occhi della immortale natura, vigilanti nell'ombra. Ma il signor Guido, in quell'ora, vegliava lontano da casa sua, e il posto accanto alla tavola di marmo era occupato per quella sera da un altro. Il quale, da viaggiatore buongustaio, centellando la sua tazza di moka, poteva fare un artistico raffronto tra una notte in riva all'Hussein Sagar, con un bel lume di luna tremolante sulle acque, e una notte in quel fidato recesso di Paravady, che offriva in un medesimo punto i lieti chiarori della casa e le profondità misteriose del bosco. Laggiù si espandeva lo spirito, qui si raccoglieva in sè stesso. Ma, sia che si raccolga o si espanda, lo spirito non viaggia egli sempre, e non trova, in mezzo alle soavi penombre, le ineffabili voluttà dell'ignoto? Seduto colà, nella mezza luce e nella pace profonda di quel paradiso indiano, il duca di Marana meditava sulla bizzarria del suo caso. Dopo aver fatto tanto cammino per abbracciare l'amico Laurenti, e non pensando che a lui, si trovava solo, al fianco della signora Luisa, una delle più meravigliose bellezze che egli avesse mai vedute in dieci anni di corse capricciose pel mondo. Tutto ciò era abbastanza naturale; eppure, gli sembrava strano, e domandava a sè stesso: - chi ci vedesse in questo momento, dal buco proverbiale della solita serratura, che cosa penserebbe di noi? - Rise, facendo questa osservazione. Ma il suo era un risolino a fior di labbra, uno di quei risolini stentati, con cui una certa ipocrisia, molto male dissimulata, tenta di rianimare il nostro coraggio, o di deludere la nostra vigilanza. Gran furbo, quell'uomo interiore! Poi, quando s'accorge di essersi volontariamente ingannato, e di non poter stare più a lungo sulla negativa, fa un atto d'impazienza, rovescia tutta la colpa sul destino e va a letto. A letto, sicuro; e il più delle volte gli riesce di dormire. VI Non diciamo troppo male dell'uomo interiore in generale, nè in particolare di quello che si facea vivo così fiaccamente nelle spoglie del signor duca di Marana. Se il nostro eroe dormì quella notte saporitissimamente, datene colpa alle membra, che erano stanche, e merito al letto dell'ospitalità, che era fatto di piume. Cionondimeno, il duca di Marana si svegliò per tempo; e, come si fu svegliato, sorrise benignamente della propria amatività; voglio dire di quella tenerezza di fibra, che lo aveva condotto ad innamorarsi di due donne alla fila, nel corso di ventiquattr'ore. Dopo averne sorriso, ne trovò anche la ragione e la scusa in quella novità del caso, che proprio in India, e quasi in un deserto, gli aveva fatto incontrare una dopo l'altra due donne europee, così degne di un omaggio, anche superficiale, del più libero e infiammabile tra i cuori di Spagna. Perchè, infatti la signora Maud gli era piaciuta molto, a tutta prima, e un po' meno nel corso della giornata; ma questi sbollimenti graduali non gli tornavano certamente nuovi, ed egli poteva attribuirli a quella facoltà di padroneggiarsi, che formava il suo vanto. Miss Maud, dopo tutto, era una graziosa figurina, sbozzata dall'artefice, ma non ancora finita. Poteva con gli anni, e secondo l'indole del suo svolgimento fisiologico, diventare una bella signora, ed anche un manico di scopa. Queste trasformazioni di un tipo non sono mica impossibili, e neanche improbabili. Allungate nella vostra fantasia il torso della Venere di Milo, che è già tra i tipi più affusolati dell'arte, e vedrete che cosa vi diventa. Della signora Luisa non si poteva temere questa mala riuscita. Quella era una donna formata, salda ne' suoi contorni, splendida nelle sue morbidezze, soave nelle sue grazie; insomma un miracolo di finitezza, una perfezione della natura. E poi, veduta in quella pace, come una divinità che si svolge dalla sua nube e se ne forma un'aureola, non doveva far senso? Ed anche, in una certa ora del giorno, tra i penetranti effluvii di una vegetazione tropicale, far dare la volta al cervello? Fortunatamente, i raggi del sole, che spuntava glorioso dai monti di Orissa, venivano a sgombrargli la testa dai fumi di quella seconda ebbrezza, sottentrata in così poco spazio di tempo alla prima. Sorrise benignamente, come vi ho detto, e si fece un obbligo di coscienza a riconoscere che la signora Luisa era più bella che mai, e che il suo amico Laurenti era l'uomo più fortunato della discendenza di Jafet. Ma vedete capricci degli uomini fortunati! Quel Guido, che ogni buon cavaliere avrebbe invidiato, andava a perdere il suo tempo nelle scorribande scientifiche! Lasciava a casa una donna come quella, per correre dietro alle lucertole,