Assi del pallone ......................................................................................................... Back
Prologo
Simpatia e antipatia non hanno un vero e proprio fondamento. Spesso una persona giudica un'altra "simpatica" o "antipatica" senza neppure conoscerla, senza un motivo razionale. Ciò vale anche per il mondo dello spettacolo. Quest'epoca di canali privati e videoregistratori ci consente di poter scegliere comodamente gli idoli delle nostre serate casalinghe, gli amici come i nemici preferiti, e, nell'orgia di immagini, un posto di riguardo occupano le personalità sportive, in particolare i calciatori. E' su di loro che rivolgiamo i nostri raggi emotivi: davanti allo schermo televisivo del nostro soggiorno così come (molto più raramente) allo stadio. Vilipendiamo ad alta voce gli "antipatici" e osanniamo a squarciagola i campionissimi adorati.
Che queste "personalità" siano realmente dotate di...personalità, oppure soltanto degli ometti zoticoni e mezzo idioti, non c'importa più di tanto, poiché il nostro interesse verte soprattutto al modo in cui trattano la sfera di cuoio e, last but not least, ai colori della casacca che indossano.
Un fenomeno certamente preoccupante per noi uomini e confortante per gli stessi giocatori, è quello del sempre più stretto rapporto affettivo tra le donne e il Pianeta Calcio. L'isteria per questo o quel ganimède della pedata comincia ad assumere proporzioni da catastrofe irrimediabile, anche se in fondo tale fenomeno bisognava aspettarselo, soprattutto tenendo conto di esempi ben più celebri del passato.
Quando Franz Liszt dava un concerto, c'era immancabilmente qualche spettatrice cui i sensi venivano meno. Altre signore si chinavano a baciare il risvolto del mantello di Johann Strauss per esternare al re del valzer la loro ammirazione; altre ancora piangevano di gioia alla sola vista della capigliatura di Panderecki. Quando il violinista norvegese Ole Bull, un unno dai lunghi capelli d'oro, si recò negli States per una tournée, il suo seguito, composto esclusivamente da donne, pensò di tributargli gli onori di casa staccando i cavalli dalla sua carrozza e trasportando Bull usando la forza delle braccia. Per tacere di quello che accadde ai funerali di Rodolfo Valentino. E i Beatles? E i Take That? E...?
Non crucciamoci troppo se le nostre spose vanno in deliquio per una mezz'ala sbarbatella di nemmeno tanti versati piedi: tutto sommato, siamo noi uomini i primi a giudicare per tropi, anziché per qualità effettive.
L'Autore dello scritto che segue riprova a considerare a fondo il tema 'calcio' dopo più di un decennio in cui aveva ostentato per questo sport un testardo disinteresse. (Esattamente undici anni fa, egli venne espulso dal Lichtemburgo perché gli saltò in mente di chiedere, al Cancelliere di quel Principato mitteleuropeo, come ci si sente a essere cittadino di un Paese la cui nazionale di calcio incassa mediamente sei reti a partita e ha celebrato l'ultima vittoria negli anni Sessanta -uno stringato due a uno contro la Galizia-...) Il facit delle sue riflessioni su questo sport è che il mito, il dogma e l'ipotesi rientrano nel campo della teoria, mentre il culto e la tecnica in quello della pratica. Qualsiasi cosa ciò significhi, vale senz'altro la pena di seguire il suo excursus.
Assi del pallone, di Peter Patti - I ....................................................................................... Back
Ogni professione -anche la più interessante-, ogni mestiere -soprattutto il più umile e peggio retribuito-, ogni attività -svolta per mera passione o per interessse pecuniario- offrono inopinate sfumature che si protendono verso un futuro da sogno, contenendo forme colori suoni che di tanto in tanto traspaiono dalla superficie del contingente per imbambolarci in fantasie piacevoli. Il ticchettio della mia macchina da scrivere diventa a volte il ritmo di una canzone che racconta di una gloria imperitura. L'imbianchino vaneggia pennellate picassiane, lo stagnino batte sui tubi un accenno di sinfonia post-moderna e il blues dell'operaio di fonderia racconta di un inferno ad aria condizionata.
Nel cortile c'è un ragazzino che calcia un pallone di gomma contro il muro, colpendolo alternativamente di destro e di sinistro, a tratti con la testa, se necessario 'stoppandolo' brevemente con il petto per tornare a lanciarlo con l'esterno del piede verso il suo compagno di gioco freddo, immobile, scrostato ma fedele perché sta sempre lì ad attenderlo.
In questo rumore ripetitivo del pallone di gomma che sbatte contro il muro c'è la promessa di un domani da protagonista nelle arene calcistiche. Ed è proprio questo rumore, insieme alla sua promessa intrinseca, la causa principale della mia riconversione al "gioco più bello del mondo".
La Terra è rotonda e bitorzoluta: come una sfera di cuoio. Il calcio entusiasma miliardi di persone, i bambini imitano nelle strade o su campetti desolati le gesta degli eroi degli stadi. Giochi simili al calcio (il .soccer. degli inglesi) si svolgevano già in ere antichissime; la palla rappresentava un simbolo religioso, in quanto ricordava il sole e la luna. I cinesi raffiguravano l' yin e lo yang rispettivamente con una palla (un cerchio) e una porta (un quadrato); la palla era la luna. Oggi altri sono i simboli, altro è lo spirito del gioco (sempre che sia possibile continuare a parlare di "gioco"; ogni torneo è un susseguirsi di vere e proprie battaglie, battaglie che si fregiano del titolo di "scontri sportivi"), e i giocatori professionisti arrivano ad avere sulle masse un'influenza perfino maggiore di quella dei politici. Pur trattandosi spesso di persone di scarsa cultura, ogni loro affermazione, anche la più sconclusionata, viene registrata dai mezzi d'informazione e immediatamente propagata. La carriera di molti di loro è nelle mani -non sempre pulite- di manager. Non stupisce che alcune di queste star appendono al chiodo le loro scarpette chiodate quando hanno davanti a sé ancora diversi anni da primadonne pedatorie: non sono solo gli infortuni, o le risse pericolosamente entusiastiche che si accendono attorno al loro nome, a mandarli al tappeto. Dietro al curriculum di ogni calciatore c'è tutta una trama di agenti di mercato, strani, ambigui personaggi che hanno incassato e incassano parte dei guadagni dei campioni.
Amare, disilludenti constatazioni. Ma c'è, appunto, il rimbombo della palla di gomma che sbatte contro il muro, per ore, per ore, ogni giorno, a rammentarmi di un altro ragazzino che, parecchi anni fa, giocava alla stessa maniera e con lo stesso trasporto. La promessa di allora non ha potuto essere mantenuta, ma è rimasta la passione, in uno stato più o meno latente, nel ragazzino che ero, che sono io. A risentirlo adesso, il gergo dei cronisti di calcio risuona alle mie orecchie come un linguaggio altamente poetico: "X giganteggia in difesa", "Z ha divorato, letteralmente, una grossa occasione", "R riceve un bel passaggio ma involgarisce incespicando", "F, il centravanti del Pietragialla, la perla nera, l'ashanti le cui reti vengono di solito incassate dalle altre squadre con fatalistica rassegnazione, stavolta banalizza [l'occasione] spedendo a lato"...
Mi accorgo che tanti nomi (per non dire tutti) mi sono completamente sconosciuti. Il paesaggio calcistico è mutato, da quando io... Muta di continuo. Per riappropriarmi della materia e colmare le mie svergognate lacune informative, comincio col chiedere un'intervista all'astro più brillante del momento. E la ottengo grazie all'intervento di un amico giornalista. Mi ritrovo così a varcare il cancello di una villa che già ospitò duchi, contesse e monarchi poi spodestati dal dio denaro. Agli occhi mi si presentano prati ben curati, sedili di marmo, panchine di legno, teorie di fiori, vialetti di ghiaia, un palchetto per l'orchestrina e gli arabeschi d'acqua di una fontana rinascimentale (con il suggestivo effetto-arcobaleno causato dalla felice inclinazione dei raggi di sole). Sono ospite di Bernardo Calotti, ventiquattrenne centrocampista avanzato nativo di Putu Sucúsu. Il giovanotto è occupatissimo: mi fa attendere infatti per una buona oretta nello squisito salottino d'anticamera, prima di mandare la colf di Maurizius a chiamarmi. Vengo quindi introdotto nel suo studio, arredato con preziosi mobili d'altra epoca. Bernando Calotti siede dietro a una massiccia scrivania, dove appare più piccolo e minuto di quanto in realtà non sia. (Ripasso a memoria i dati fornitimi dall'amico giornalista: altezza un metro e sessantadue, peso sessantatré chili; quattro rigori su quattro realizzati nella stagione in corso.)
"Mi scusimi" esordisce Calotti, tendendomi la mano, "però lo telefono suona e suona e non smette più."
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pallone - II .........
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