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Assi del pallone - II...............by Peter Patti ........................................ back to Ciclopedia dello sport

Sorrido. Questa stessa mattina ho assistito alla registrazione di una partita in cui questo giovane ha dato prova delle sue incredibili qualità di "regista": l'ho visto spavaldeggiare a metà campo nell'atto di dirigere un divertissement per piccola orchestra. E ora mi accoglie con una frase che disconosce completamente la grammatica! Mi trovo di fronte a un Amleto in mutande (in mutande sul rettangolo di gioco; a casa, naturalmente, indossa i calzoni lunghi), a uno dei fascinosi e contraddittori talenti dell' èra calcistica di fin di secolo. Il ragazzo è venuto su praticamente senza famiglia, mi hanno informato, ed è maturato talmente in fretta che già a diciannove anni ebbe la sua mid-life-crisis.

Poiché vedo che Calotti sta gettando brevi, nervose occhiate all'apparecchio telefonico e, alternativamente, all'orologio da polso, comincio immediatamente l'intervista.

L'intervista è durata esattamente sei minuti e dodici secondi, ed è stata interrotta una volta dallo squillo del telefono: colleghi di Calotti lo hanno invitato a partecipare a una partita amichevole i cui incassi saranno devoluti in beneficenza. Calotti ha dato il suo reciso diniego.

"Ma come, non vieni?" gli hanno chiesto i compagni.

"Sono leggermente stirato. Ma avete la mia sotilarità."

"Ah, ehm, sì. Solidarietà, Calotti. solidarietà."

Il prossimo passo mi conduce a Pietragialla, in una domenica baciata dal sole dopo l'annacquata mattutina. Oggi si svolgerà una gara-clou : quella tra i falbi di Pietragialla e il Club Sportivo Dreadnought. E' la prima volta dopo più di due lustri che mi reco a un incontro di calcio. Una folla stranamente quieta si ammassa davanti ai cancelli dello stadio. Mi faccio accarezzare dall' aura popularis : tranci di conversazioni o monologhi che colgo a caso, tutti alludenti all'incisività dell'attacco dei padroni di casa ma anche richiamanti alla mente la compattezza della difesa ospite. I cancelli si aprono e una fiumana di gente si riparte nei vari settori dell'antiquato impianto, che porta il nome 'Francesco da Barberino': i buonalana al seguito dell'undici del Dreadnought relegati nella Curva Nord, e i paralogizzanti (come rivelano gli slogan scanditi prima dell'inizio di partita) fedelissimi del Pietragialla nelle altre tre curve e sulle gradinate centrali, mentre, sulle tribune coperte, si sistemano tifosi dall'aspetto più facoltoso, molto meno rumorosi ma pedanteggianti fino al parossismo. Il rettangolo erboso è per un terzo in ombra. La temperatura ideale. Mi auguro di assistere a una partita interessante e veloce e, soprattutto, ricca di goal. Non c'è niente che potrebbe tornare a farmi perdere l'appena rinato interesse per il calcio quanto una gara a reti inviolate. Zero a zero è un risultato che dovrebbe essere punito non assegnando alcun punto ad entrambe le squadre. Zero è la cifra di clowns, buffoni e folli.

I componenti della banda formano un quadrilatero che avanza oscillando verso il cerchio centrale del campo. La musica che suonano non ha niente a che fare con l'avvenimento sportivo: è un inno marziale, una difficile e grave melodia. Mi chiedo a che cosa sta pensando la prima tuba, sotto il peso dello strumento, pressata com'è tra la grancassa e un trombone... L'ordinata figura geometrica va ad arrestarsi davanti al punto in cui tra poco si allineeranno le due squadre. Qualcosa si muove nella bocca oscura del tunnel che conduce agli spogliatoi. Poi arriva lui, l'uomo in nero (un ottimo imparziale di Regalbuto), con la sua monetina e il suo trillo da gelataio, accompagnato dalla pariglia dei suoi collaboratori e dalle immancabili urla animalesche della plebaglia. Dietro l'uomo in nero, i giocatori. Lo stadio è tutto uno sventolio di stendardi e bandiere. Spiccano striscioni con scritte quali "Omnis potestas a Deo", "Vogliamo L'ACQUA!" e il fantascientifico, interamente in viola "ORGASMO CIGLIATO".

I capitani degli opposti schieramenti si scambiano una stretta di mano (ma è solo per la scena), e poi il fischio d'inizio, salutato da un coro furiante. Dopo appena due minuti, però, è soltanto la Curva Nord a permettersi di fare ghirigagna: il Club Sportivo Dreadnought manifesta infatti immediatamente la sua intenzione di portarsi in vantaggio, e il Pietragialla sembra un undici di boy-scouts, con la difesa che sbanda sotto a cross grotteschi e con il portiere miracolato una, due volte di seguito da tiri per fortuna bolsi delle mezz'ale ospiti. Il Dreadnought sembra fare sul serio, e soprattutto il loro membruto centravanti Cotillon si presenta in forma davvero smagliante: una sua zuccata sfiora di poco il palo mandando la palla a stamparsi sulla faccia di un fotografo e, alcuni secondi dopo, una sua cannonata sorvola la traversa e la sfera finisce nelle lontane, oscure regioni faustiane, al di là di ogni realtà appurabile.

I falbi di Pietragialla ritardano a trovare il loro ritmo abituale, tramite cui si sono potuti catapultare in testa alla classifica. In primo luogo sconcertano i lapsus del loro libero-orangutàn e l'isolamento in cui è costretta la loro star straniera, l'austriaco Kucutza (si legge: Cociuzza), che rotea sconclusionatamente attorno a se stesso in una zona ombrosa del campo. Ma a poco a poco gli uomini di Spallace ricompongono le loro fila, incollano il mordace Diavoleto alle costole dello scatenato Cotillon e calmano il gioco con una serie di fraseggi stretti a centrocampo. Verso la mezz'ora l'incontro è equilibrato e scarso di emozioni. La sfera rotola sospinta con poca voglia ora dai componenti di un team, ora da quelli dell'altro. Da segnalare soltanto una spettacolare caduta in area di Kucutza sotto lo sguardo apatico dell'arbitro e, sull'altro fronte, un calcio di punizione incredibilmente sghembo di Skorbut. Il turco viene poi verbalmente strigliato dal compagno di linea Cotillon.

Quasi tutte le azioni nascono e muoiono sulla tre quarti di campo, con i portieri che seguono più o meno attentamente le vicende, l'uno col sole negli occhi, l'altro all'ombra umida di un'ostile folla arlecchina. Poi ci si mette anche l'arbitro a spezzettare il gioco con una serie di interruzioni che tradiscono un malpraticato senso della cristianità: ogni spintarella, ogni calcetto vengono fiscalmente puniti. I sostenitori delle due parti commentano le sue decisioni con sonorissimi fischi e con baiate. E ad un tratto -è il quarantaduesimo- c'è come un lampo. Mazzocchio, l'ala destra del Pietragialla, riesce a liberarsi dell'ostinata marcatura di Astolfo e, palla al piede, intraprende una volata. Ma, giunto davanti alla porta sorvegliata da Pecchia, inciampa sulle proprie stringhe e ruzzola penosamente. Risate di scherno dalla Curva Nord, pissi-pissi perplessi tra le schiere dei tifosi locali. "E' una partita da 0-0" mi dico, poco felice. E mi sorprendo a filosofeggiare che alef (zero) è, in fondo, il simbolo dell'infinito. "E poi c'è questa atmosfera, ci sono questi colori, e questi suoni..." Ogni appiglio è buono, pur di rintuzzare il ritorno del Grande Freddo.

A poco a poco, sotto gli incitamenti di Spallace, il Pietragialla prende in mano le redini della partita, ma il Dreadnought fa scuola di una pervicace tattica difensivistica, lasciando momentaneamente il solo Cotillon in avanti a cercare di approfittare di lunghi assist casuali. Il sempre più agitato Spallace sostituisce Mazzocchio con Gucciardi, ma la mossa non serve a schiodare il pareggio. Anzi, succede l'imprevedibile. A un minuto dalla pausa, il libero-orangutàn e i suoi compagni della retrovia pastrocchiano su un innocuo lancio in avanti di Fisciù. Il portiere del Pietragialla, avanzando con uno stile contrario a ogni logica motoria finora riconosciuta, si precipita per afferrare la sfera, la medesima però rimbalza irregolarmente s'una macchia gramignosa e scavalca il numero uno tra un "uoooh!" generale, deprimendolo mentre va a infilarsi lentamente nel sacco. E' l'uno a zero -immeritato o no, è una questione di vedute- per il C. S. Dreadnought, risultato che sembra sbugiardare tutte le previsioni della vigilia. Gli ospiti continuano addirittura far pressione, vogliosi di bissare la magia del goal, ma il primo tempo è scaduto, il babàu manda gli atleti negli spogliatoi e, per circa dieci interminabili minuti, intorno a me regna un entusiasmo da tubercolosario. Nel tepore del meriggio, si innalzano soltanto i cori provocativi e volgari dei fans assiepati nella Curva Nord.

Il match riprende con la stessa musica: cioè con un allegro feroce del Dreadnought. La difesa del Pietragialla regge comunque benino sotto la spinta degli avversari, essendo stata certamente richiamata a dovere da Spallace durante la pausa. Il centrocampo appare però tuttora deboluccio, sebbene Rappa (sopravvenuto a Talò) copra con grande padronanza il suo ruolo centrale per la scansione dei ritmi. Le invenzioni di Rappa si rivelano inutili a causa dello scarso appoggio dei mediani, troppo impegnati in azioni di contenimento, e così in avanti Kucutza rimane tagliato fuori da ogni azione come e più di prima e, torneando contro vaghi fantasmi, scava un solco profondo nei due, due metri e mezzo quadrati ai quali si è come ancorato. Finalmente Spallace si decide a sostituirlo. Fa il suo ingresso in campo l'esordiente Zurzuela, che si era già fatto notare al torneo giovanile di Ponteggio per il suo estro da folletto. E Zurzuela non delude le aspettative: raccogliendo al dodicesimo un tiro-cross alla disperata di Conductus, riesce a scartare Fisciù, turlupina perfino il nazionale Arrestabue e, presentandosi tutto solo davanti a Pecchia, lo fulmina con un'apocatàstasi nell'angolino in alto a sinistra. Uno a uno! I tifosi pietragiallesi dedicano al pischilletto un'improvvisata composizione in odore di epitalamo; Zurzuela si precipita con gambe ercoline fin sotto gli spalti a crocesegnarsi e distribuire baci. E io sento gli onorabili padri di famiglia tutt'attorno a me sdottoreggiare: "Vai che mo' gli diamo pure il resto, gli diamo!"