LUIGI CAPUANA CHI VUOL FIABE, CHI VUOLE? Ai bambini lettori Come abbia fatto il Raccontafiabe a mettere insieme queste altre, dopo che gli fu rubato - voi lo sapete - il sacchettino con la polvere portentosa che gli suggeriva le fiabe, certamente non riuscirebbe a dirvelo, se glielo domandaste, neppure lui. Ora il povero Raccontafiabe è molto invecchiato e passa, al solito, le sue giornate davanti a l'uscio di casa, a godersi il sole, d'inverno, e il fresco, d'estate. Io che lo vedo spessissimo - siamo vicini da anni - sentendolo borbottare in questi ultimi mesi, avevo creduto, da prima, che si dolesse di qualche malanno. Invece, m'accòrsi che fantasticava a occhi chiusi, e borbottava: - Se state cheti, bambini... Gli sembrava di andare attorno, come tempo addietro, a raccontar fiabe per le vie: - Chi vuol fiabe, chi vuole? E infatti, sottovoce... Ed erano fiabe nuove! Io gli ho fatto il tradimento di trascriverle, oggi una, domani un'altra, senza ch'egli se n'accorgesse. E una mattina gli ho detto: - Raccontafiabe, volete sentire una fiaba? - Sì! Sì! Il poverello sorrideva, sorrideva approvando con la testa. - Bravo! Bravo!... Mi sembra però... è strano! mi sembra di ricordarmela confusamente, quasi fosse passata per la mia testa. Bravo! Bravo!... Un'altra. Gliele ho lette tutte, e si è divertito come un bambino. E quando ho soggiunto: - Sono fiabe vostre! Non le riconoscete? - ha risposto soltanto: - Può darsi!... Saranno le ultime! Abbiatele care, bambini miei: sono proprio le ultime. LUIGI CAPUANA Catania, settembre del 1906 LA FIGLIA DEL GIARDINIERE C'era una volta un giardiniere che aveva una figlia cèca e un po' storpia fin dalla nascita. La mamma era morta dandola alla luce, e il povero vedovo aveva dovuto mettersi in casa una vecchia donna, perché badasse alla disgraziata. La balia l'aveva tenuta con sé fino ai dieci anni. Poi, una mattina, gliel'aveva riportata. - Perché? - domandò il padre. - Perché non la posso soffrire più. Da due mesi in qua, non fa altro che cantare certe nenie così lamentose, da far venire la malinconia perfino al sassi. Il vicinato brontolava: "Malannaggio la cèchina e chi l'alleva!". Mio marito... - Va bene - la interruppe il giardiniere; - mettetela a sedere là, accanto a l'uscio. E appena la balia fu andata via, la bambina cominciò a cantare lamentosamente; pareva che piangesse. - Che cosa canti, figliuola mia? - Canto la mia mala ventura. Ho gli occhi e non ci vedo; ho le gambe e quasi non posso camminare!. - C'è chi è peggio di te, figliuola mia. Tu hai tuo padre che ti vuol bene, e tanti fiori nel giardino. - Se mio padre m'avesse voluto bene, avrebbe piantato il fiore che rende la vista; se mio padre m'avesse voluto bene avrebbe innestato l'albero il cui frutto raddrizza le gambe. - Chi t'ha detto queste sciocchezze, bambina mia? - Giacché sono sciocchezze, lasciatemi cantare! E riprese la sua nenia; metteva malinconia anche ai sassi. Il giardiniere andò a trovare una vecchia che abitava poco lontano. - Volete servire la mia figliola che è cèca e storpia? Vi darà poco da fare. - Mi darete da mangiare, da bere, da dormire, e un bel mazzo di fiori ogni mattina. - Che volete mai farne dei fiori? - Non deve importarvene. - E sia: da mangiare, da bere, da dormire e un bel mazzo di fiori ogni mattina. La cèchina si lasciava vestire, lavare, pettinare dalla vecchia senza dire neppure una parola; poi quando questa, nelle belle giornate, la conduceva per mano a sedere in un angolo del giardino, e, nelle giornate cattive, presso la finestra della rustica casetta, quasi potesse godersi dai vetri lo spettacolo della campagna circostante e dei monti lontani, la cèchina le diceva: - Lasciatemi sola. - Ti annoierai, cuore mio! - Lasciatemi sola; voglio cantare. - Ti racconterò una bella fiaba. - Le belle fiabe non sono per me. E cominciava la sua lamentosa cantilena. Durava così ore e ore, senza riposarsi un solo momento. Alla fine, dalla stanchezza, chinava la testa su una spalla e s'addormentava. Il giardiniere era contento che sua figlia fosse servita bene; ma si sentiva stringere il cuore udendo sin di fondo al giardino quella nenia lamentosa, della quale non aveva potuto mai capire le parole. - Ascoltate bene voi - si raccomandava alla vecchia, quando essa scendeva giù a prendere il quotidiano mazzo di fiori. - Prima di mettersi a cantare mi manda sempre via. - E di questi fiori che ve ne fate? - Non deve importarvene. Il giardiniere era incuriosito. Appena avuto il mazzo, la vecchia diceva: - Vado e torno subito. Infatti andava e tornava subito, senza che a lui fosse riuscito di vedere dove andasse, né di dove tornasse, quantunque più volte avesse tentato di spiarla. Appena richiuso dietro a sé il cancello, la vecchia seguiva il muro di cinta del giardino, svoltava il canto e spariva. Da principio il giardiniere non ci aveva badato; ma dopo alcuni mesi era entrato in sospetto di qualche brutto mistero. E il sospetto divenne certezza il giorno che la cèchina non cantò più. - Perché non canti più, figliuola mia? - Non posso cantare, babbo. Se mi provo, sento qualcosa alla gola, come una mano che mi stringa e mi voglia soffocare. Il giardiniere che non aveva mai posto attenzione all'aspetto della vecchia, quel giorno la guardò bene. - Sembra una Strega! - disse tra sé e sé. Era tutta grinze, con i capelli bianchi tutti arruffati, gli occhi orlati di rosso sotto folte e ispide sopracciglia, il naso adunco, la bocca sdentata e le mani scarne e nodose. Proprio una Strega! Come non se n'era accorto prima? E pensò di licenziarla per vedere se, andata via lei, la cèchina potesse riprendere a cantare. Così muta gli sembrava più triste di quando si sfogava con le nenie che gli stringevano il cuore. - Sentite, comare: non ho più bisogno di voi. Eccovi un bel regalo, tornate a casa vostra; e più amici di prima come suol dirsi. La vecchia non rispose niente; fece un fagotto dei suoi quattro stracci, se lo mise sotto braccio, e uscì senza neppur salutarlo. Appena partita lei, la cèchina chiamò: - Babbo, babbo, vieni a sentirmi cantare! - Ho indovinato dunque! - pensò il giardiniere. E stette ad ascoltare la figlia: questa volta udì bene le parole. La cèchina cantava: - Attendo, attendo, nella buia notte, Ed apro l'uscio se qualcuno batte. Dopo la mala vien la buona sorte... Il resto non lo ricordo più! - Chi ti ha insegnato questa canzone? - Nessuno. - E chi attendi nella buia notte? - Non lo so. - Come ti son venute in testa cantilena e parole? - All'improvviso; una mattina... E non potevo frenarmi. Il giardiniere era stupito. - Babbo, perché non pianti il fiore che rende la vista? - Figliola mia, non c'è giardiniere al mondo che lo conosca. - Babbo, perché non innesti l'albero il cui frutto raddrizza le gambe? - Albero e fiore te li sei sognati, forse; non ne ho sentito mai parlare. Allora la cèchina riprese sottovoce: - Attendo, attendo nella buia notte - e cantato un bel pezzetto, chinò la testa su una spalla e s'addormentò. Da quel giorno in poi, a mezzanotte, notte per notte, accadeva un fatto strano, si sentiva un gran picchio all'uscio. Il giardiniere balzava da letto, si affacciava alla finestra e domandava: - Chi è? Chi cercate? C'era il lume di luna e ci si vedeva benissimo; ma non si scorgeva anima viva davanti a l'uscio né nel giardino. - Hai sentito picchiare, figliola mia? - No, babbo. - Da parecchie notti a mezzanotte in punto? - Ti sarà parso, babbo. - Dev'essere quella Stregaccia! - pensò il giardiniere. E andò a cercarla per dirle: - Volete smettere, Stregaccia? - Non la trovò: né le vicine seppero dirgli dove si fosse ridotta ad abitare. Risposero: - Era pazza! Non parlava con nessuno. Filava tutta la giornata. Soltanto, quando le domandavano: "Che cosa ne fate del filato?" brontolava stizzosa: "Una cordicina per impiccarvi!" Ci metteva paura. È meglio che se ne sia andata di qui. Con le pazze non si sa mai!... Il giardiniere, tornando a casa impensierito, si era rammentato per strada che un giorno sua moglie gli aveva detto: - Ho trovato un bel gomitolo di refe davanti al cancello del giardino. Lo tengo in serbo, se mai chi l'ha smarrito venisse a cercarlo. - Era passato quasi un anno, e allora ella lo aveva adoperato per cucire il corredino della creaturina che portava in seno. - Finita l'ultima gugliata - gli aveva raccontato sua moglie - sai? È venuta una vecchia: "Avete trovato un gomitolo di refe?". "Sì, ora è quasi un anno; ma l'ho già adoprato. Se volete, ve lo pago." "Nemmeno il tesoro del Re basterebbe a pagarlo!" E mi ha voltato le spalle sdegnata. - Marito e moglie quel giorno ne avevano riso. E da quando la povera donna era morta di parto, il giardiniere non si era più rammentato del gomitolo; la risposta di quelle donne gliel'aveva fatto ritornare in mente. Ah! la Stregaccia filava, filava tutta la giornata? Il gomitolo era certo di lei, e conteneva una malìa! Infatti la bambina era nata cèca e storpia perché il suo corredino era stato cucito con quel refe! Nessuno ora avrebbe potuto levarglielo di testa! A casa trovò la figliola che piangeva: - Ah, babbo, babbo! Hanno picchiato a l'uscio e non ho fatto in tempo ad aprire. Scesi, alla meglio, tastoni le scale, ma chi aveva picchiato era già andato via! - Sarà stato qualcuno che voleva dei fiori; tornerà. - No, babbo! Attendo, attendo, nella buia notte, Ed apro l'uscio se qualcuno batte. Dopo la mala vien la buona sorte... - Era venuta, babbo! Forse non tornerà più! E la poverina si struggeva in lacrime. Il giardiniere non sapeva come consolarla. - Zitta - le disse. - Ti dò un bel mazzo di fiori. Li colgo freschi freschi apposta per te. La cèchina, avuto in mano il mazzo, cominciò a tastarlo, a brancicarlo tutto, e poi a strapparlo fiore per fiore. Compiuto lo scempio, lo buttò via. - Perché hai fatto questo, figliola? - Perché quel fiore non c'è. - Quale? - Quello che rende la vista. Il giardiniere si mise a riflettere: - Se lei ne parla, vuol dire che questo fiore esiste davvero! E per ciò ogni mattina coglieva i fiori più belli e più rari, e fattone un gran mazzo lo portava alla figliola. Ma erano ormai passati parecchi mesi, e la cèchina, avuto in mano il mazzo, lo tastava, lo brancicava tutto e poi, strappàtolo fiore per fiore, lo buttava via, dicendo con accento, desolato: - Quel fiore non c'è! Il giardiniere, intanto, non desisteva dal portargliene ogni mattina uno nuovo. Aveva riflettuto che la Stregaccia, volendo un mazzo di fiori al giorno, doveva sapere quel che faceva. Certamente - come dubitarne più? - il portentoso fiore capace di ridonare la vista esisteva, ma non lo conosceva nessuno. Bisognava affidarsi al caso. E la Strega, volendo un mazzo di fiori al giorno, aveva tentato d'impedire che la cèchina riacquistasse la vista. Ahimè! Forse quel fiore era stato colto e portato via dalla Strega in uno dei tanti mazzi ricevuti! E se non rifioriva più? E se era di quelli che fioriscono una sola volta all'anno? Non sapeva darsene pace. Se avesse avuto la stregaccia tra le ugne, l'avrebbe ridotta a brani! Una mattina, trin, trin, trin, si ferma al cancello del giardino una carrozza tirata da quattro cavalli con la sonagliera, e ne scende un bel giovane, vestito di stoffa di seta intramata di oro, con un gran cappello ornato di piume, collare di pizzi, e pizzi alle maniche che gli coprivano le mani. - Siete voi il giardiniere? - Per servirla, mio bel signore. - Cogliete tutti i fiori che avete, e riempitemene la carrozza. - Tutti no, mio bel signore. I più freschi e i più belli devo serbarli per la mia figliola. - Che ne fa la vostra figliuola? - Li tasta, li brancica, li strappa e li butta via. - È quella lì? - Sì, mio bel signore. La ragazza che aveva già sedici anni, seduta all'ombra di un albero, cantava tristamente. Il giovane era rimasto incantato a guardarla e ad ascoltarla. Rosea, coi capelli d'oro, con le mani fini, affusolate, con le pupille coperte da un velo bianco, la cèchina intenta a cantare non si era accorta della presenza di quei che si erano fermati a poca distanza. - È cèca? - Cèca e storpia, mio bel signore! - Che disgrazia! E pareva non respirasse dalla commozione e dalla meraviglia di tanta bellezza. - Che cosa canta? - Dice: Attendo, attendo, nella buia notte, Ed apro l'uscio se qualcuno batte. Dopo la mala vien la buona sorte... - Il resto, la poverina, non lo ricorda più. Ora vo a cogliervi i fiori. Il giovane signore risalì, pensoso, nella carrozza, e quando il giardiniere tornò con una gran bracciata di fiori di ogni sorta, ricevette quattro grosse monete d'oro che gli fecero sgranare gli occhi. Il giorno dopo, ecco, trin, trin, trin, la carrozza tirata da quattro cavalli con le sonagliere. Ne esce una vecchia signora riccamente vestita che domanda: - Siete voi il giardiniere? - Per servirla, padrona mia. - Cogliete tutti i fiori che avete, e riempitemene la carrozza. - Tutti no, padrona mia. I più freschi e i più belli devo serbarli per la mia figliola. - Che ne fa la vostra figliola? - Li tasta, li brancica, li strappa e li butta via. - È quella li? - Sì, padrona mia. La ragazza, seduta accanto all'uscio, cantava tristamente. Anche la vecchia signora era rimasta incantata a guardarla e ad ascoltarla. Ma non domandò: che cosa canta? Fece cenno al giardiniere di andar a cogliere i fiori, e quando questi gliene portò una gran bracciata che riempì la carrozza, gli diè quattro grosse monete d'oro che gli fecero sgranare gli occhi. - Se continua ogni giorno così, la mia figliola avrà presto una buona dote. Intanto ogni notte, a mezzanotte, si udiva un gran picchio all'uscio. - Hai sentito, figliola mia? - No, babbo; ti sarà parso. - È certamente la Stregaccia! - egli pensava. - Se la incontro, l'accoppo! Ma chi veniva a picchiare, di giorno, giusto quando lui non c'era? Decise di nascondersi e di stare in vedetta. Disse alla figlia: - Vado al mercato. Se picchiano, non aprire. E rimpiattato dietro una siepe da dove poteva veder bene, stiè ad attendere. Passa un'ora, ne passano due, nessuno! Stava per uscire dal nascondiglio, quando, a un tratto, che cosa vede? Vede un giovinotto, vestito da contadino, che si accosta cautamente all'uscio della casetta e picchia tre volte. Il giardiniere sente la voce della cèchina: - Chi è? Chi cercate? - e poi la risposta del giovinotto: - Il più bel paio di occhi del mondo! - Avete sbagliato uscio! - Non ho sbagliato! Al giardiniere gli pareva e non gli pareva di riconoscere quel viso. L'aveva veduto un'altra volta? Sì, sì. Non era il bel signorino venuto in carrozza due giorni addietro, che aveva voluto tanti fiori e gli aveva regalato quattro grosse monete d'oro? poteva mai darsi? E se era, perché travestito da contadino? Intrigato da questo mistero, e vedendo che quegli stava per andar via non ricevendo più risposta dalla cèchina, il giardiniere si fece avanti. - Chi siete? Chi cercate? - Vorrei allogarmi per garzone; non chiedo salario. - Se è così, ti prendo volentieri. Il tuo mestiere? - Lo stesso del vostro. E intanto, al giardiniere, più lo guardava e più gli pareva di non ingannarsi. La rassomiglianza era perfetta. - Stiamo a vedere! - pensò. Lo menò in fondo al giardino, gli ordinò quel che doveva fare, e lui andò a trovare la figliola. - Perché piangi, figliola mia? - È venuto uno a beffarmi. Ha picchiato tre volte all'uscio, e alla mia domanda: "Chi siete? Chi cercate?" ha risposto: "Cerco il più bel paio d'occhi del mondo". Ed io sono cèca! - Non angustiarti, figliola! - Chi canta nel giardino? - Il garzone che ho preso poco fa. - È allegro, a quel che pare! - Chi lavora cantando sente meno la fatica. Se ti dà fastidio, lo faccio tacere. - Anzi; ha una bella voce. Ma non appena la cèchina, cessato di piangere, si mise a cantare anche lei la solita nenia, quell'altro tacque. Il giardiniere lo trovò intento ad ascoltare. - Così tu lavori? - Questo lamento mi stronca le braccia! - Devi abituarti ad udirlo: è la cèchina, mia figlia, che canta, se tu non lo sai. - Come si fa ad abituarsi? Spezza il cuore. Intanto, al giardiniere, più lo guardava, e più gli pareva di non ingannarsi. La rassomiglianza era perfetta. E, cogliendo i fiori pel mazzo da portare alla figlia, lo interrogava. - Dov'eri allogato prima? - Dal giardiniere del re. - E perché sei andato via? - Perché al Reuccio è piaciuto così. - Senza nessuna ragione? - Senza nessuna ragione. - Uhm! Il giardiniere pensò di andare a informarsi se colui avesse detto la verità. Trovò il palazzo sossopra; gente che andava, gente che veniva, tutti affaccendati, e con certi visi! - Che cosa è accaduto? Qualche disgrazia? - Il Reuccio è sparito da parecchi giorni, e non si sa dove sia. Il Re e la Regina lo piangono per morto. Doveva sposare la figlia del Re di Francia; ma dal momento in cui una zingara disse ai Re: "Se il Reuccio sposa costei, muore lo stesso giorno delle nozze. Chi dovrà egli sposare glielo dirò in un orecchio, se Vostra Maestà me lo permette" e glielo disse in un orecchio col consenso del Re - sin da quel momento le trattative furono rotte, e il Reuccio divenne così malinconico, che non si riconosceva più. Tutt'a un tratto è sparito, e non si sa dove sia. C'era tanta confusione, che il giardiniere poté entrare nel giardino reale senza che le guardie glielo impedissero. - Dite, compare: avete mandato via un giovane garzone? - Non ho mandato via nessuno - rispose il giardiniere del Re. - È venuto uno ad allogarsi da me, sono giardiniere anch'io e vuol darmi a intendere che prima stava a garzone da voi e che l'avete licenziato perché così piacque al Reuccio. - Non gli date retta! Sarà un poco di bono. - Quanti bei fiori avete qui! - Voglio regalarvene un mazzo. Vi darò anche dei semi, se li gradite. - Grazie! Trattandosi di fare un regalo a persona del mestiere, colui aveva scelto i fiori più belli e più rari. Tornato a casa, il povero padre trovò di nuovo la figliola che piangeva. - Perché piangi, figliola mia? - È venuto un'altra volta quel tale a beffarmi. Ha dato tre picchi a l'uscio, e alla mia domanda: "Chi siete? Chi cercate?" ha risposto: "Cerco il più bel paio d'occhi del mondo". Ed io sono cèca. Stizzito, il giardiniere non pensò neppure a dare alla figlia il magnifico mazzo di fiori ricevuto in regalo, e corse in fondo al giardino, dove il garzone annaffiava le aiuole cantando. - Ti ho visto e ti ho udito, sai? Perché ti diverti a far piangere mia figlia, canzonandola: Cerco il più bel paio di occhi del mondo? Questi faceva il grullo, come se il suo padrone non parlasse con lui. E cantava: - Attendi, attendi nella buia notte, Ed apri l'uscio se qualcuno batte. Dopo la mala, vien la buona sorte, E viene con colui che non sa l'arte. Queste ultime parole erano quelle che la cèchina non ricordava più? Il povero giardiniere rimase. Gli pareva di sognare, gli pareva di sentirsi portar via il cervello da un colpo di pazzia. E non sapeva che cosa dovesse fare: se dirgli: - Tu non sei un contadino, sei quel signore venuto qui con la carrozza a quattro cavalli con le sonagliere! La canzone lo cantava chiaro: - Colui che non sa l'arte! - E con lui era dunque venuta la buona sorte per la cèchina? - Se parlo, forse guasto - rifletté. E tornò addietro, dalla figliola che ancora piangeva: - Ecco un bel mazzo di fiori. Sono del giardino del Re. La cèchina lo tastò, lo brancicò e poi strappàtolo fiore per fiore, lo buttò per terra: - Quel fiore non c'è! Il fiore che dava la vista non lo avevano neppure nel giardino reale! E il giardiniere si era lusingato che potesse trovarsi, per caso, tra quelli del mazzo. Intanto più egli guardava il giovane e più gli pareva di non ingannarsi; la rassomiglianza era perfetta. Quale mistero c'era sotto? Pel bene della sua figliola, rifletté di non esitare ancora - se parlo forse guasto! - e appunto stava per rivolgere al giovane una domanda, quando, trin! trin! trin! ecco la carrozza tirata da quattro cavalli con le sonagliere, e la vecchia signora dell'altra volta, riccamente vestita. - Giardiniere, avete fiori? - Quanti ne volete, padrona mia. - Coglieteli tutti e riempitemene la carrozza. - Tutti no, padrona mia. I più freschi e i più belli devo serbarli per la mia figliola. E maliziosamente aggiunse: - Là c'è il garzone. Dia i suoi ordini a lui. In questo momento ho da fare. Voleva vedere quel che sarebbe accaduto tra il garzone e lei. Girando dietro la siepe, gli sarebbe stato facile anche ascoltare. Così fece. E quel che vide e udì lo colmò di stupore. - Non ha ancora aperto l'uscio? - Non l'ha ancora aperto. Come sente la mia risposta: "Cerco i più begli occhi del mondo" si mette a piangere. - Picchiate domani all'alba. Vi aprirà. - E il fiore? - Sta per spuntare. Spuntare, crescere e sbocciare sarà quasi un solo momento: ma bisogna che non abbia altri fiori attorno. Coglieteli e portateli nella mia carrozza. Intanto appena il giardiniere e la cèchina saranno andati a letto, spargete davanti a l'uscio questa polvere per stornare la malìa della Strega. Essa viene ogni notte, a mezzanotte, e picchia. Se la ragazza le aprisse, rimarrebbe cèca per tutta la vita. Ed ora addio. Non mi rivedrete più. Siate felice, Reuccio! Chi bene fa, bene riceve; tenetelo a mente. Il giardiniere non credeva ai suoi occhi e ai suoi orecchi! La vecchia signora doveva essere una Fata! E quello era il Reuccio che non si sapeva dove fosse! Si allontanò in punta di piedi, trattenendo il respiro, col cuore che, dalla gioia, pareva volesse scoppiargli nel petto. E corse ad abbracciare la povera cèchina che cantava malinconicamente: - Attendo, attendo nella buia notte. - Babbo, perché mi abbracci così forte? - Perché io ti voglio bene, figliola mia! Non le disse altro. Pensava: - Se parlo, forse guasto! Quella notte, a mezzanotte, il solito forte picchio a l'uscio. - Picchiano, babbo!... È la buona sorte! - Ti è parso, figliola mia! - Lasciami andare ad aprire, babbo! Se va via, non torna più! Si udì un altro picchio, più forte. - Hai sentito, babbo? - Ti è parso, figliola mia. La cèchina saltò giù dal letto nonostante che le gambe la reggessero a stento; saltò giù anche il padre e la trattenne. - Ah, padre scellerato! Non vuoi che apra alla buona sorte! Si udì un terzo picchio più insistente. La cèchina voleva andare ad aprire a ogni costo, dibattendosi. Allora scoppiò un grand'urlo: - Ahi! Ahi! Il giardiniere aperse la finestra e vide la Strega in fiamme, che si arrotolava per terra e bruciava come un tizzo. Dopo pochi minuti, ne rimaneva appena un po' di cenere. - Chi gridava, babbo? Sento puzzo di bruciaticcio. - Non è niente; il garzone ha dato fuoco a un po' di paglia. Riaddormentati, figliola! Non voleva spaventarla. Ma nessuno dei due prese sonno. E di tanto in tanto la cèchina si lamentava sotto voce, credendo che suo padre dormisse: - Era la buona sorte! E mi ha impedito di aprirle! All'alba un picchio fortissimo faceva rintronare la casetta. Questa volta la cèchina saltò giù, zitta zitta, dal letto, indossò alla meglio la veste, si trascinò, tastoni, con le gambe storpie, per le scale, e giunta dietro a l'uscio domandò: - Chi siete? Chi cercate? - Cerco i più begli occhi del mondo! - I più miseri occhi eccoli qui! E spalancò l'uscio disperatamente. Si sentì passare ripassare, lieve lieve, su le palpebre qualcosa di fresco, di vellutato, e sùbito le parve che un violento chiarore la ferisse. Diè un grido e cadde svenuta tra le braccia del garzone giardiniere, che era proprio il Reuccio. Quando la cèchina, non più cèca, riaprì le palpebre, egli vide splendere davvero i più begli occhi del mondo; sembravano due soli! Al grido era accorso il padre. Figuriamoci la sua gioia, vedendo la figliola che guardava attorno stupita, e non potea dire una sola parola! Ma dovettero metterla a sedere perché si reggeva male su le gambe storte. Si era trovato, finalmente, il fiore che rendeva la vista! Si sarebbe trovato pure l'albero il cui frutto raddrizzava le gambe; non se ne poteva più dubitare. Ora, con tutto quel che era accaduto, al giardiniere non passava per la testa che il Reuccio potesse voler sposare sua figlia. E sentendogli dire: - Questa sarà la mia Reginotta - fu preso da spavento, temendo che il Re e la Regina non lo avrebbero mai permesso, e che ne sarebbe venuto danno a lui e alla sua figliola, se il Reuccio si fosse ostinato. Infatti il Re e la Regina, appreso dalla stessa bocca del Reuccio la decisione di sposare la figlia del giardiniere, montarono in grandissima collera. Invano il Reuccio rivelò quel che gli aveva predetto in segreto la zingara, che poi era fata Ragno, perché il giorno era ragno e la notte bellissima Fata. Invano raccontò che egli, avendo un giorno impedito a un contadino di ammazzare un ragno, la notte dopo si era visto comparire davanti la bellissima Fata venuta a ringraziarlo, perché quel ragno era lei. Gli aveva promesso: Ti farò sposare i più begli occhi del mondo e... Re e Regina non lo lasciarono neppure finir di parlare. - O Reuccio, o giardiniere: scegli! - Giardiniere, Maestà. E per i più begli occhi del mondo rinunciò alla corona. Fata Ragno però non aveva pensato d'indicargli l'albero il cui frutto raddrizzava le gambe. E gli aveva detto: - Addio, non ci rivedremo più! - Dove rintracciarla? Coltivando fiori e piante, il Reuccio spesso la invocava: - Ah fata Ragno, fata Ragno! Vi siete scordata di me! Ma una mattina, il Reuccio guarda in un cantuccio di aiuola e vede prodursi un portento. Da una zolla nuda spuntavano due foglioline e poi un gambo e altre foglie, su, su; e il gambo si rafforzava, diventava tronco; e i rami si distendevano, e tra le fronde tanti bei fiori rossi che cascavano e lasciavano scorgere frutti piccoli come bacche che, sotto gli occhi maravigliati del Reuccio, si ingrossavano, prima verdi, poi gialli di un colore d'oro scuro, e maturavano in pochi istanti... E tra i rami, luccicavano al sole i fili di argento di un largo ragnatelo; e nel centro armeggiava con le gambe un grosso ragno verde, tessendo e ritessendo. Il Reuccio non stiè più alle mosse, colse quanti più frutti poté e corse dalla cèchina che stava ancora a letto, quantunque il giorno fosse inoltrato. Ella aveva voluto che continuassero a chiamarla così: le faceva piacere ricordarsi della sua disgrazia ora che sapeva di avere i più begli occhi del mondo. - Cèchina, su, mangia questo frutto, e vedrai! - Oh, come è amaro! La Cèchina, addentatolo, lo buttò via. - Mangiane almeno uno solo; te ne prego! uno solo! La cèchina fece uno sforzo, per contentare il Reuccio, e non aveva terminato di mangiare uno di quei frutti color di oro scuro, che sentì un delizioso formicolìo alle gambe, e poi lunghi stiramenti... e poi più niente. Era guarita; aveva le più belle gambe diritte del mondo! La notizia di questo secondo portento giunse fino agii orecchi del Re e della Regina. - Ma dunque quella cèchina era davvero una gran bellezza? - Ma dunque quella cèchina era davvero protetta da una Fata? - Andiamo a vedere. - Andiamo; ma senza farci conoscere. E si travestirono da mendicanti. - Fate la carità a due poveri vecchi! Sono due giorni che non mangiamo! Al lamento accorse la cèchina e aperse il cancello. - Entrate ed attendete un istante. Tornò di lì a poco con pane ed altro: - Tenete, ristoratevi. Queste monete vi serviranno pei vostri bisogni. E così dicendo, metteva in mano del Re e della Regina due monete d'oro per ciascuno. - Siete voi la Reginotta? - Se fossi Reginotta, non starei qui, ma a palazzo reale. Mio marito non è più Reuccio; è giardiniere. - Sono stati cattivi il Re e la Regina. - Che ne sapete voialtri? Potevano far peggio e non lo hanno fatto. Il Re e la Regina si guardarono negli occhi. Non era soltanto bellissima, ma anche buona. E si sentirono intenerire. Intanto si era accostato il Reuccio umilmente vestito da giardiniere. A quella vista, dovettero fare un grandissimo sforzo per contenersi. - Grazie, figlioli! Il cielo ve ne renda merito. E si affrettarono ad andar via. - Poverini! - esclamò la cèchina. - Non mangiavano da due giorni. Non ti dispiacerà che gli ho dato quattro monete d'oro, quelle tue. - Hai fatto bene. Vieni a vedere che fiorita, questa mattina! Sembra che tutte le aiuole siano in festa per noi. La vera festa fu più tardi, quando - trin! trin! trin! - si fermarono al cancello due carrozze tirate da otto robusti cavalli con le sonagliere. Erano le carrozze reali. Al vedere discendere il Re e la Regina, il Reuccio si turbò. - Siete voi il giardiniere? - Sì, Maestà. - Datemi il più bel fiore del vostro giardino. Il Reuccio, gongolante di gioia, prese per mano la cèchina: - Eccolo qui, Maestà. Fu così che la cèchina diventò Reginotta, - Ed io? Rimarrò qui solo? - disse il giardiniere. - C'è posto anche per voi nel palazzo reale. La sposa ebbe tanti doni, ma il più ricco fu quello del Re: un bel ragno di pietre preziose per ricordo di fata Ragno. Stretta la foglia, larga la via, Dite la vostra, che ho detto la mia. IL TESORO NASCOSTO C'era una volta un vecchio contadino che abitava in una grotta in cima a un monte. Nessuno sapeva di dove fosse venuto e perché vivesse colà solo solo, lavorando da mattina a sera il terreno attorno. Vi seminava legumi e fiori secondo le stagioni. E a chi gli domandava: - Che cosa ne fate dei fiori? - rispondeva: - I legumi per lo stomaco, i fiori per la vista. Se poi qualcuno gli chiedeva un fiore: - Legumi sì, fiori no. - Perché, compare? - Perché ogni fiore è una pietra preziosa, che va aggiunta al mio tesoro. - E dove lo tenete nascosto il vostro tesoro? - Nella grotta, ma c'è l'incanto. Per vincere l'incanto ci vuol l'uomo senza braccia. - È pazzo il compare! Sentendolo parlare a quel modo, dicevano tutti così. Un giorno si presentarono lassù due cacciatori. - Compare, c'è selvaggina da queste parti? - Non ne ho mai vista, compari. - Quanti bei fiori! Che ve ne fate? - I legumi per lo stomaco, i fiori per la vista. - Se voi permettete, ne cogliamo qualcuno. - Provatevi, vedrete. - Ahi! Ahi! Si erano punti maledettamente, e scotevano le dita dal gran dolore. - Siamo stanchi. Consentite che ci riposiamo un po' nella vostra grotta? - Volentieri, compari. Ma... Grotta aperta, Non c'è letto né coperta. C'è soltanto un po' di strame, Ed un sasso per guanciale. - Ci accomoderemo alla meglio. Appena entrati nella grotta, invece di buttarsi a dormire, quei due cominciarono a picchiare nelle pareti per scoprire dove il vecchio nascondeva il tesoro di cui avevano sentito parlare; e, ad ogni picchio, rispondeva un eco prolungato da far capire che là dietro, c'era un gran vuoto. Il tesoro doveva essere nascosto nelle viscere del monte. Nessuna buca; e quantunque le pareti, specialmente quella di fondo, sembrassero poco spesse, la pietra di cui erano formate era resistentissima. Occorreva lavorare di palo e di piccone. Per quella volta, bastava l'essersi accertati che il vecchio contadino non era pazzo, come credeva la gente. Si stesero per terra e si addormentarono. Parecchi giorni dopo, ecco di nuovo quei due, ma questa volta travestiti da muratori, con un palo e un piccone ognuno. - Abbiamo finito.un lavoro laggiù e siamo stanchi. Consentite, compare, che ci riposiamo un po' nella vostra grotta? - Volentieri... Ma... Grotta aperta, Non c'è letto né coperta. C'è soltanto un po' di strame, Ed un sasso per guanciale. - Ci accomoderemo alla meglio. Appena entrati nella grotta, invece di buttarsi a dormire, quei due cominciarono a dare, ora coi pali, ora coi picconi, alla parete di fondo, e in men di mezz'ora vi avevano già praticato una larga buca, da potervi passare la testa. - Che cosa vedi? - Buio pesto. - Lascia guardare a me. - Che cosa vedi? - Una luce, quasi cominci ad aggiornare. - Lascia guardare a me. - Che cosa vedi? - Meraviglie! Oro, diamanti, e altre pietre preziose! Si diedero accanitamente ad allargare la buca; e di tratto in tratto si fermavano per guardare, spalancando gli occhi. Ora, si vedeva a perdita d'occhio una fila di stanze illuminate da una luce più bella di quella del sole, e alle pareti, tal splendore di riflessi d'oro, di diamanti, di altre pietre preziose di ogni colore, che la vista n'era abbagliata e non poteva tollerarlo. - Entriamo; entra tu il primo. - No, tu! Avevano paura. Entrarono insieme, tenendosi per mano come due bambini, per farsi coraggio. Passavano da maraviglia in maraviglia, stupiti. Poi uno disse: - Riempiamoci almeno le tasche! - Sì, riempiamoci le tasche! E quando se le furono riempite ben bene, prendendo a manate diamanti, rubini, topazi dai mucchi che ingombravano il suolo, si voltarono per tornare addietro. Ma allora quelle pietre preziose cominciarono a pesare, a pesare da impedir loro di muovere un passo. - Come facciamo? - Buttiamone via un po'! Mossero pochi altri passi, e il peso si aggravò di nuovo. - Buttiamone via un altro po'! Ma fatti pochi altri passi, daccapo! Quando furono vicini alla buca, nessuno dei due aveva la più piccola pietra preziosa. Stavano per uscir fuori; ed ecco agitarsi per aria due nodosi bastoni, mossi da mani invisibili, che cominciarono a picchiar sodo su le spalle, su le braccia, su le gambe dei malcapitati. - Ahi! Ahi! Aiuto! Aiuto! Scapparono fuori della grotta. - Che cosa è stato, compari? - Niente. Sognavamo che ci bastonassero. - Sognavate certamente. Potevano dire la verità? Intanto si tastavano braccia e spalle. - Perché ridete, compare? - Cacciatori, muratori: Eran dentro ed or son fuori. Li aveva riconosciuti! E andarono via mogi mogi. Allorché raccontarono quel che era accaduto, nessuno voleva crederli. Tutti ripetevano: - È pazzo! Dice che vincerà l'incanto l'uomo senza braccia! - È possibile? Dove si trova l'uomo senza braccia? - Bisogna cercarlo. E che cosa pensarono? Uno dei due doveva fare il sacrifizio di lasciarsi segare le braccia. Preso il tesoro, sarebbero diventati così ricchi, che colui che più non aveva braccia avrebbe potuto mantenere cento persone per vestirlo ed imboccarlo. E avuto in mano il tesoro, spartivano soltanto? - Chi farà il sacrificio, prenderà per due. Lo fai tu? - No, tu. - Tiriamo a sorte, a pari e dispari. Io dispari e tu pari. E buttarono le dita. - E se poi tu mi neghi la parte? Io non potrò farti niente - disse colui che doveva lasciarsi segare le braccia. - M'impreco da me: se manco alla parola, all'istante il tesoro mi si muti in gusci di chiocciola! Andarono da un chirurgo. - Voglio segate le braccia. - Siete matto! Vi danno forse fastidio? - Mi danno fastidio. - Coi matti non m'impiccio: rivolgetevi a un altro. Visto che nessun chirurgo voleva prestarsi a segar le braccia a un uomo sano, decisero di ricorrere ad una Strega, e andarono a trovarla, di sera. - Voglio segate le braccia. La Strega, senza rispondere una parola, gli fe' cenno di nudarsele, prese da un barattolo un unguento nero e puzzolente e gliele unse torno torno, nel punto in cui dovevano esser segate. E le carni cominciarono a bruciare, a fumigare. Colui gridava, si contorceva dall'atroce dolore. - Coraggio, amico! Coraggio! A quest'altro, intanto, brillavano gli occhi dalla gioia, vedendo compirsi il portento. Le braccia erano cascate per terra: i moncherini rimasti non fumigavano più. - E per merito vostro, nonna? - Mi bastano quelle braccia. Le raccolse da terra e le ripose in una cassetta. Era già notte quando essi uscirono dalla casa della Strega. Non bisognava farsi scorgere da nessuno. Se la gente arrivava a sapere dell'uomo senza braccia, gli sarebbe corsa dietro fino alla grotta in cima al monte dov'era nascosto il tesoro. Perciò non aspettarono che si facesse giorno per andare lassù. - Quanti legumi, compare! Quanti bei fiori! - I legumi per lo stomaco, i fiori per la vista. - Perché non regalate mai un fiore? - Ogni fiore è una pietra preziosa che va aggiunta al mio tesoro. È nella grotta incantata. Per vincere l'incanto ci vuol l'uomo senza testa. - Come senza testa? Una volta dicevate: ci vuol l'uomo senza braccia. - Ho detto sempre senza testa. Avete sentito male. - Non ce n'importa. Siamo stanchi. Consentite che ci riposiamo nella vostra grotta? - Volentieri, compari... Ma... Grotta aperta, Non c'è letto né coperta. C'è soltanto un po' di strame Ed un sasso per guanciale. - Ci accomoderemo alla meglio. Ritrovarono, buttati in un canto, i pali e i picconi abbandonati là mesi addietro; ma della buca nessuna traccia. Esitavano, un po' scombussolati dalla risposta del vecchio. - Furbo il vecchiaccio! - esclamò colui con le braccia. - Ha detto a quel modo per impedirci di tentar di rompere l'incanto. E cominciò a dar colpi di palo alla porta nello stesso punto ove si era richiusa la buca. La parete non cedeva: sembrava di bronzo. Allora l'altro ebbe l'idea di appoggiarvisi con le spalle, e di far forza puntando i piedi al suolo. La parete crollò. Questa volta essi non ebbero più nessuna esitanza di entrare, né temerono di esser bastonati di nuovo all'uscita; l'incanto era stato rotto dall'uomo senza braccia. E corsero fino in fondo, dove l'altra volta non erano arrivati. Le pietre preziose erano tali e tante, che essi non sapevano decidersi da che parte rifarsi per riempirsi le tasche. - Questa! - No, quest'altra! - No, quella là! - Non dubitare. Ritorneremo domani, domani l'altro e altri giorni e mesi ancora. Ora i padroni siamo noi. Non c'è più incanto. - Ricorda il patto! Ricorda il patto! - Scelgo il meglio per te. Questo non era vero; le pietre più belle e più grosse se le metteva in tasca lui. Esse pesavano, ma non come l'altra volta, da impedir loro di muovere un passo. Sul punto di uscire dalla grotta, esitarono un po', ricordando le legnate di quel giorno; ma non vedendo balenare bastoni per aria, rientrarono nella grotta, e dietro le loro spalle la porta si richiuse tutt'a un tratto ruvida, quasi di bronzo, com'era prima. - Avete dormito bene, compari? - Come su un letto di rose. - Eh? Dunque per romper l'incanto ci vuole l'omo senza testa? - Chi l'ha detto? Avete sentito male. Senza gambe ci vuole! - Siete allegro, compare! Scendendo la strada del monte i due cominciarono a bisticciarsi. - Tu m'hai truffato! - Guarda: le tue tasche son più piene delle mie! - Rimettiamo tutto in comune, e dividiamo pietra per pietra. Due parti per me, una per te. Vuotate per terra le tasche, colui con le braccia si mise a contare rapidamente. - Dici uno... dici due... dici sei, diciassette, diciotto, diciannove e venti. È una tua parte. Dici uno, dici due... e venti. È un'altra tua parte. Ma contando per sé contava esattamente: - Uno, due, tre... - E così prendeva il doppio. Quando stese la mano per rimettere in tasca al compagno le pietre preziose; gettò un grido quasi gli si fosse rattrappita dallo spavento, vedendo mutarsi in gusci di chiocciole tutte le pietre preziose che aveva davanti. Allora l'omo senza braccia non ne volle più sapere di costui. Andò a trovare un suo parente e gli raccontò ogni cosa. - E tu hai veduto e toccato con mano le pietre preziose? - Sì, le ho vedute e le ho toccate la prima volta. - E poi sono diventate gusci di chiocciole? - Sì, poi son diventate gusci di chiocciole. - E ti sei fatto segare le braccia per guadagnare quel tesoro? - Per rompere l'incanto ci voleva l'uomo senza braccia. Non la finiva con le domande, tanto gli sembrava incredibile quel racconto. Tutte quelle pietre preziose fattegli riluccicare quasi sotto gli occhi accendevano intanto l'avidità di costui. - Tentare non nuoce. E accompagnò l'uomo senza braccia in cima al monte. - Dov'è la grotta? - Era qua; come mai non si trova? Gira, rigira, non vedevano altro che massi, piante selvatiche e massi ancora. - Dov'è la grotta? Te la sei sognata. - Eppure son certo che era qui, e vi abitava un vecchio contadino che coltivava legumi e fiori, e non regalava mai un fiore a nessuno, perché, diceva, ogni fiore è una pietra preziosa pel suo tesoro. E il poverino piangeva, pensando che si era fatto segare inutilmente le braccia. Per un pezzo nessuno del paese ebbe il capriccio di salire in cima al monte. C'era, non c'era più il vecchio? Lo avevano quasi dimenticato. E se qualcuno accennava al tesoro incantato nella grotta lassù, si sentiva rispondere: - E infatti lo presero, l'omo senza braccia e quei dai gusci di chiocciola! Quegli era morto di dolore da parecchi anni. E prima di lui era morto il suo compagno impazzito, che portava le tasche piene di gusci di chiocciole e voleva venderli per diamanti. Ma un giorno quel paese fu messo sossopra da un inatteso avvenimento. Andava attorno per le vie una povera donna, vestita a bruno, stracciata, magra scheletrita, con un bambino in collo, più magro e scheletrito di lei: - Fate la carità a questa infelice creaturina! È nata senza braccia! Fate la carità! Da principio nessuno le aveva badato, le davano una monetina, una fetta di pane, qualche frutta secca, e non volevano neppur guardare il bambino che era denudato fino alle spalle dove avrebbero dovuto essere attaccati i braccini e non si vedevano neppure i moncherini. Poi qualcuno disse, scherzando: - Ecco chi romperà l'incanto del tesoro lassù! Lo ripeté un altro, poi un altro. - E chi sa che non sia vero? Parecchi ebbero la curiosità di andare a vedere se il vecchio contadino viveva ancora. Lo trovarono che zappava il terreno, forte, robusto e allegro, quasi tanti anni non fossero passati su lui. - Quanti legumi! Quanti fiori! - I legumi per lo stomaco, i fiori per la vista. - E il tesoro? - È incantato nella grotta. Per rompere l'incanto ci vuol l'omo senza braccia. - Un grande tesoro? - Il più grande che sia al mondo! La comitiva tornò in paese gongolante di gioia. Lungo la strada avevano ideato un progetto per arricchire tutti. Dovevano dare alloggio e vitto a quella poveretta col bambino monco di braccia: e appena quei due si fossero un po' rimessi in carne, accompagnarli lassù dal vecchio: - Ecco l'omo senza braccia! Quell'altro se le era fatte segare, ma era nato e cresciuto con le braccia. Questi no. Il tesoro era dunque destinato a lui. Ci voleva poco a capirlo. E fu una gara per alloggiare e nutrire mamma e figliuolo. Ad evitare insidie e rancori, essa andava ad abitare e desinare a turno da una casa all'altra. In meno di un mese, mamma e bambino non si riconoscevano più; lei pienotta, il bambino roseo, grassoccio, un amore. La poveretta, che ignorava il motivo di tanta carità, benediceva l'ora e il momento in cui aveva messo il piede in quel paese, e non sapeva spiegarsi perché ai suoi ringraziamenti tutti rispondessero: - Dobbiamo anzi ringraziarvi noi! Ognuno pensava alla parte del tesoro che gli sarebbe toccata; giacché ormai era stabilito tra tutti che il tesoro doveva venir diviso in parti uguali: la mamma e suo figlio prenderebbero per quattro, com'era giusto. Oh se avessero potuto far crescere il bambino a vista d'occhio! Invece, disgraziatamente, dovevano attendere che fosse diventato omo, come aveva detto il vecchio di lassù. E perciò tutto il paese viveva in continua trepidazione per la salute del bambino. Avrebbero voluto tenerlo tra la bambagia per non farlo sciupare. E se accadeva qualche piccola novità, la notizia passava di bocca in bocca: - Ha tossito! - Ha i dolorini! - Ha messo un dente! - Ha la rosolia! E, di mano in mano che veniva su, le trepidazioni aumentavano: - Non correre! - Non ti scalmanare! - Bada di non cadere! E se per caso inciampicava, tutti gli erano a torno: - Ti sei fatto male? - Dove ti duole? Peggio ancora quando fu divenuto un bel giovinotto. Ognuno si credeva in dovere di tenerlo d'occhio, di sorvegliarlo, di ammonirlo più che se fosse stato proprio figlio. Fortunatamente il giovane era buono d'indole, e non si spazientiva. Veniva trattato bene in ogni casa, vestito, ripulito a spese di tutti. E siccome sin dai primi anni si era visto trattar così, non si maravigliava di nulla, e non domandava neppure alla mamma perché ella e lui soltanto godessero in paese quella vita privilegiata. Con l'età intanto gli cresceva anche l'intelligenza, e il vedersi privo di braccia, tronco inutile per sé e per gli altri, lo rendeva così malinconico e taciturno da impensierire tutto il paese, che appunto dalla disgrazia di lui si attendeva di diventar ricco senza lavorare, per via del tesoro. In ogni casa, da mattina a sera, non si faceva altro che almanaccare quanto sarebbe toccato a ognuno. Ricchi e poveri, signori e contadini, vecchi, donne, fanciulli... non ci doveva essere nessuna differenza; parti uguali, prelevate le doppie parti della mamma e del figlio. E se questi volesse di più, gli si darebbe senza fiatare. C'era una specie di congiura fra tutti gli abitanti per mantenere il segreto. Se la gente dei paesi vicini avesse trapelato qualcosa del tesoro incantato, avrebbe potuto accorrere, stabilirsi là... Non era facile impedirlo; e allora, bisognava fare troppe parti; ché! ché! E parlavano del tesoro sotto voce anche tra loro. Vedendo divenire il giovinotto ogni giorno più triste, non sapevano che cosa inventare per svagarlo, per divertirlo. - Che vi manca, figliolo? - Niente! - O dunque? Non sorridete, non cantate più; eppure siete tanto ben voluto da tutti. - Il bene è un'altra cosa. Non mi lagno di loro. - Di che vi lagnate? - Della sorte. - Zitto! Non sapete quel che vi dite. Voi fate la vita di un Re; anche meglio di quella di un Re. C'è chi pensa ad alloggiarvi, a vestirvi, a imboccarvi... Che cosa potreste desiderare di più? - Un paio di braccia! - Zitto! Non sapete quel che vi dite. Vi toccherebbe di lavorare come tutti noi, arrostirvi al sole, bagnarvi alla pioggia, e vi toccherebbe a patire qualche volta anche la fame! - Non m'importerebbe nulla, pur di avere le braccia! - Andiamo! È una fissazione. Mangiate, bevete, dormite e non pensate ad altro. Qualcuno soggiungeva: - Non so cosa pagherei per essere come voi! Quegli scoteva la testa, e si allontanava malinconico e taciturno. Parlava poco anche con sua madre; sembrava che gliene volesse perché lo aveva partorito senza braccia, quasi la colpa fosse stata di lei. E accadde quel che doveva accadere: si ammalò. Deperiva a vista d'occhio, con gran terrore di tutti. Gli mancavano ormai pochi mesi per compire i ventun anni per diventare omo, come aveva detto il vecchio e come ripeteva ogni volta che mandavano qualcuno ad interrogarlo. Il vecchio era sempre lassù, tra i suoi legumi e i suoi fiori, arzillo, allegro, quasi gli anni non avessero nessun potere su lui! - Per vincere l'incanto ci vuol l'omo senza braccia! E l'omo senza braccia minacciava di morire prima di arrivare ai ventun anni! Tutti i medici del paese gli stavano attorno. L'osservavano, lo palpavano, si consultavano tra loro. Chi ordinava una medicina, chi un'altra. Gli facevano prendere pillole, ingoiare intrugli di ogni sorta. E lui, pur sottomettendosi pazientemente ad eseguire quelle ordinazioni, ripeteva di tanto in tanto: - La vera medicina sarebbe un bel paio di braccia! - Zitto! Non sapete quel che vi dite! Il paese sembrava in lutto, più che se in ogni casa ci fosse un malato gravissimo. S'interrogavano desolatamente: - Come va? - Sempre peggio! - E che ne dicono i dottori? - I dottori, a quel che pare, ne sanno meno degli altri. - Che disgrazia se morisse prima del tempo! Che disgrazia! E quando fu notato un piccolo miglioramento, tutti sembravano quasi impazziti dalla gioia. - Una settimana ancora, e saremo ricchi più del Re! - Come va? - Meglio! Assai meglio! - Tre giorni ancora, e la nostra fortuna sarà fatta! La mattina in cui l'omo senza braccia compì finalmente ventun anni, la gioia di quella gente non ebbe più limiti. Spari, scampanii, canti, abbracci, baci. Tutti per le vie, e poi a processione dietro l'uscio della casa dove quel giorno mamma e figliolo erano ospitati. Quel povero diavolo era sbalordito; la sua mamma più di lui; non sapevano spiegarsi quel gran chiasso. - Al monte! Alla grotta! E si avviarono, portandolo sulle braccia, in trionfo. - Al monte! Alla grotta! I ragazzi, quantunque ignorassero che cosa si andasse a fare lassù, saltando, scapricciandosi in capriole, avanti; e dietro uomini, donne, anche coi bambini in braccio, vecchi, e questi apparivano più lesti degli altri, non ostante l'età; l'idea di esser ricchi tra pochi istanti avea lor rafforzato quelle gambe che ieri si reggevano male. Erano così impazienti di arrivare, che per poco non credevano a un malefizio per cui si allungasse la strada di mano in mano ch'essi avanzavano. E quando scòrsero il vecchio che zappava e non si voltava neppure, quasi fosse sordo e non udisse i loro gridi di gioia, si fermarono meravigliati di trovare soltanto piante di legumi e non un solo fiore. - Salute, compare! - Salute, signori miei. Allora soltanto egli seppe perché lo avevano ospitato, vestito, nutrito per tant'anni con tanta cura. Non era stata dunque carità, ma sordido interesse. Infatti gli dicevano: - Divideremo in parti uguali; tu e tua madre, però, prenderete ciascuno per due. - Chi fa i conti senza l'oste, Gli convien farli due volte. - Perché dite così, compare? - M'intendo da me. Si erano affollati davanti alla grotta; avrebbero voluto entrare tutti insieme. Ma il vecchio disse: - Prima deve entrare lui solo; altrimenti il fondo della grotta non si apre. E l'omo senza braccia fu lasciato inoltrare solo. Lo videro appoggiarsi con le spalle alla parete; videro farsi un grande spacco dietro, di lui, e uscirne tale splendore da abbagliare gli occhi. Fu un istante; la parete si richiuse. L'omo senza braccia era sparito, e il vecchio insieme con esso. Trascorsero parecchie ore di ansiosa aspettazione. Tutta quella gente non rifiatava. Si guardavano negli occhi interrogandosi. La mamma dell'omo senza braccia pareva istupidita da quel che aveva udito e visto. Con gli sguardi fissi verso il fondo della grotta, ripeteva sottovoce: - Figliuolo mio! Figliuolo mio! Tutt'a un tratto, la parete cadde giù e la folla si precipitò dentro le grotte che si internavano nelle viscere del monte in lunghissima fila illuminate da debole luce. Dapprima a tutti era parso di non vederci bene per la mezza oscurità. Poi la delusione fu immensa; quelle pareti che dovevano essere incrostate di oro e di pietre preziose erano rozze, affumicate, coperte qua e là di un po' di muschio verde, giallo, rossiccio che non poteva illudere nessuno. - E l'omo senza braccia? - Sarà in fondo, in fondo. Il tesoro è là certamente. Ne avrà già preso possesso. Ma più andavano innanzi e più la delusione cresceva. Nella grotta in fondo, neppure quel po' di muschio alle pareti! Rozzi massi sporgenti, buche fonde, e suolo umido e scivoloso... - E l'omo senza braccia? E le pietre preziose del tesoro? - Sarà laggiù in fondo; il tesoro è là certamente. Ne avrà già preso possesso. E allora, proprio di laggiù, in fondo in fondo, videro avanzarsi l'omo... non più senza braccia. Ne aveva due e le agitava trionfalmente, folle di gioia, e le gettava al collo di sua madre, stringendosela forte al cuore. Eran proprio le braccia che la Strega aveva segato a quell'altro. - E il tesoro? Il tesoro? - È questo: due belle braccia per lavorare! Avrebbe voluto abbracciare gli altri, ma tutti gli voltarono le spalle. - Tante spese, tante cure... Ed era finita così! Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta; Chi non la vuole me la riporti. CINGALLEGRA C'era una volta un ramaio vedovo, che aveva due figliole: una, la maggiore, bella, bionda, alta e snella, con aria così superba, da sembrare che volesse tener discoste le persone; l'altra, bruttina ma piacente, e così modesta così buona, che bastava vederla e sentirla parlare per volerle subito bene. Il padre era orgoglioso della figliola maggiore, e non nascondeva la sua predilezione. Stava tutta la giornata su l'uscio della bottega, battendo col martello caldaie, pentole, paioli, padelle sopra la incudinetta a palo fissata nel suolo; e continuando a lavorare, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, e li faceva ridere con le sue barzellette. Qualcuno, curioso, gli domandava: - Ramaio, quando mariterete le figliole? - Presto. La maggiore la darò a un Reuccio; l'altra a chi vuol pigliarsela. E quella, approfittando della debolezza paterna, se la passava senza far niente per non sciuparsi le mani, ben pettinata, bene agghindata, affacciata alla finestra quasi stesse davvero in attesa del Reuccio, mentre la sorella doveva affaticarsi a tener pulite le stanzette del mezzanino, a preparare il desinare e la cena, a fare il bucato nell'orticello a pianterreno, a sciorinarvi i panni lavati, con l'unico svago di coltivare, nelle ore libere, una aiuola di fiori in un cantuccio. E spazzando, spolverando, accendendo il fuoco nei fornelli, risciacquando il bucato e innaffiando i fiori, cantava, cantava, cantava. Aveva una vocina sottile, intonata, che faceva fermar la gente ad ascoltarla dalla via con grande rabbia della sorella maggiore. Le vicine per ciò l'avevano soprannominata la Cingallegra del ramaio. Alla superbiosa che se ne stava tutto il santo giorno alla finestra, ben pettinata, bene agghindata, con le mani in mano per non sciuparsele, nessuno badava; gli operai, perché sapevano che non si sarebbe mai degnata di sposare uno di loro; i signori perché non volevano abbassarsi a prendere per moglie la figlia d'un ramaio, e neppure farla insuperbire di più, mostrando di ammirarne la bellezza. Gli anni passavano, e inutilmente il ramaio ripeteva: - La maggiore la darò ai Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela. Qualcuno, per ripicco, gli rispondeva: - Ho paura, ramaio, che vi spighiscano in casa. E lui, picchiando più forte sull'oggetto che aveva per le mani, pentola, paiolo, padella o caldaia, rispondeva: - La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela. - La vanità gli ha fatto andar il cervello a spasso - pensava la gente. Nell'orticello a pianterreno c'era un albero di pesco. Da qualche tempo in qua, appena Cingallegra - anche il padre e la sorella la chiamavano così, ma con tono di sprezzo - appena Cingallegra si metteva a cantare, ecco un frullìo di ali che le faceva alzare gli occhi. Un pettirosso le volava sulla testa, quasi a portata di mano; si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco, riprendeva a volare cinguettando, trillando. Pareva volesse imitare il canto della figlia del ramaio, e che si stizzisse di non riuscirvi. E siccome essa, distratta dall'arrivo dell'uccellino, cessava di cantare, questi, dondolandosi su una rama, se ne stava zitto aspettando. - Vuoi sentirmi cantare, bell'uccellino? Il pettirosso con un trillo faceva intendere: si! si! E Cingallegra cantava. L'uccellino ascoltava, continuando a dondolarsi allegramente; e, appena essa taceva, riprendeva a provarsi di modulare il canto, tentando di imitarla, ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via. Ora che Cingallegra aveva questo svago, a ogni momento di libertà, scendeva sùbito nell'orticello e si metteva a cantare. Il pettirosso però veniva a ore fisse, due volte al giorno, la mattina prima della levata del sole, la sera verso il tramonto. Quando egli non era là, Cingallegra si sentiva sola più dell'ordinario, e faceva di malavoglia le faccende di casa. La sorella, che se ne stava a grogiolarsi nel letto, non poteva soffrire il canto mattiniero di Cingallegra. - La vuoi smettere di cantare all'alba? Mi impedisci di dormire. - La vuoi smettere di dormire fino a tardi? Mi impedisci di cantare. Ah! Diventava impertinente? E la maggiore se ne lagnò col padre. - Ed anche si burla di me chiamandomi Reginotta! Il padre, che non ci vedeva dagli occhi per lei, rimproverò Cingallegra. - Le faccio la serva: non basta? Io spazzare, io spolverare, io fare il bucato, io sciorinare i panni, io preparare da mangiare!... E non è vero che voi dite: La maggiore la darò al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela? Dunque Reginotta le sta bene. Lasciatemi un po' sfogare col canto! E la mattina, prima del levare del sole, scendeva nell'orticello, si sedeva sotto il pesco e cominciava a cantare. Da li a poco, ecco un frullio d'ali: era il pettirosso che arrivava cinguettando, trillando, gorgheggiando. Si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco dondolandosi su una rama, e pareva che stesse ad ascoltare. E Cingallegra cantava, cantava cantava, piano, quasi volesse fargli la lezione e dargli agio di apprenderla bene. E appena ella taceva, il pettirosso riprendeva a provarsi di imitarla; ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via. Intanto, di giorno in giorno, scendeva a dondolarsi su una rama più bassa. Le volte, però, che Cingallegra si rizzava in piedi e alzava un braccio per afferrarlo, scappava, senza mostrarsi molto spaurito, e tornava subito allo stesso posto. - Pettirosso, perché non ti lasci prendere? E il pettirosso rispondeva con un rapido trillo, quasi dicesse: - Questo no! - Pettirosso, mi vuoi bene? E il pettirosso rispondeva con un lieve gorgheggio, quasi volesse dire: - Tanto! Tanto! - Pettirosso, dovresti venire a posarti su questo dito; ti darei un po' di zucchero. E glielo mostrava. Il pettirosso faceva le viste di accorrere, aliava attorno alla mano con l'indice teso, e via su la rama a dondolarsi e a trillare. - Pettirosso, sei cattivo. Non canterò più. Il ramaio, dalla bottega, le dava la voce: - Cingallegra, con chi parli? Parlo da me! vi dispiace? Ah! Diventava impertinente! Indispettito della risposta, il ramaio la minacciò: - Per le matte c'è il bastone. E salito su, disse alla figlia maggiore: - Quando Cingallegra è nell'orto, affacciati alla finestra di cucina senza farti scorgere da lei. Guarda che cosa fa e con chi parla. Il giorno dopo egli fu stupito di sentire che Cingallegra parlava con un pettirosso. - Cingallegra ha trovato marito! - la schernì a cena la sorella. - Meglio di Reginotta, che non trova un cane che la voglia. Il ramaio le allungò un ceffone: - Non si risponde così alla sorella maggiore! L'indomani, il sole era alto, e Cingallegra non si era levata dal letto. - Cingallegra, c'è da. fare il bucato. - Reginotta ha le mani come me. - Cingallegra, e il desinare? - Reginotta ha le mani come me. Ma che cosa era accaduto da farla diventare tutt'a un tratto così impertinente? - Cingallegra, c'è tuo marito nell'orto. Ah ah! Il pettirosso trillava forte e gorgheggiava: pareva che chiamasse e si spazientisse di attendere. Alla intonazione di scherno e alla risata della sorella, Cingallegra balzò giù dal letto, dicendo: - Il Reuccio non è mai venuto a cantare per te! E, appena vestitasi, corse ad affacciarsi alla finestra, che dava nell'orticello. Il pettirosso si sgolava; volava attorno, saltellava da un ramo all'altro, e Cingallegra godeva di vederlo stizzito a quel modo. Gli aveva detto: - Pettirosso, sei cattivo! Non canterò più. E voleva mantenere la parola. Ma ecco che l'uccellino va a posarsi sul davanzale e si lascia prendere e accarezzare, e risponde alle carezze con delicati colpettini di becco sulle dita. - Ti sei finalmente deciso? Ora ti metto in una gabbia e starai sempre con me. Così erano due che cantavano da mattina a sera, con gran fastidio di Reginotta: Cingallegra, intanto: che spazzava, o spolverava, o faceva bollire il bucato, o sciorinava i panni, o preparava il desinare e la cena; e il pettirosso che dalla sua bella gabbia l'accompagnava con tali acuti trilli e gorgheggi da sembrare che facessero a gara a chi cantasse più forte. La gente si fermava ad ascoltarli dalla via. - Brava, la Cingallegra del ramaio! Brava! Brava! Reginotta masticava bile; e se qualcuno tornava a domandare, scherzando: - Ramaio, quando mariterete le figliole? - ella rispondeva, prima di suo padre: - Badate ai fatti vostri, e non vi curate di quelli degli altri! Il ramaio però, cocciuto, soggiungeva subito: - Presto. La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela. - Me la piglio io! Il ramaio si voltava di qua, e di là, per scoprire se qualcuno nascosto in fondo alla bottega avesse risposto in quel modo. - Chi sei tu, che vuoi pigliartela? - Io! Io! Io! Io! Io! Io! Era il pettirosso che sembrava rispondesse così; con uno dei suoi più squillanti trilli. Possibile? - Hai inteso? - disse il ramaio alla figlia maggiore che, non contenta di starsene, ben pettinata, ben agghindata, alla finestra, scendeva, da un pezzo, a sedersi davanti all'uscio della bottega, per mettersi più in mostra. - Hai inteso? Ti par naturale che un pettirosso risponda cosi? E ripeté: - Chi sei, che vuoi pigliartela? - Io! Io! Io! Io! Io! Io! A quel trillo squillante del pettirosso, Reginotta si rizzò a sedere inviperita, e corse su per afferrarlo e torcergli il collo. Ma appena toccò la gabbia per aprire la porticina: - Ahi! Ahi! Ahi! - le dita delle mani le si contorsero orribilmente; più non parevano di creatura umana, ma di qualche bestia mostruosa, con le ugne aguzze, e tutte coperte di scaglie. Sentendo strillare e piangere la sua prediletta, il ramaio accorse, furibondo; ma alla vista di quelle mani miseramente deformate, rimase di sasso. Accorse anche Cingallegra che non sapeva niente di quel che era accaduto. - Scellerata! Scellerata! Guarda che cosa ha fatto il tuo pettirosso! - La colpa non è mia, babbo! - Voleva ammazzarmi! Anche Cingallegra fu spaventata sentendo parlare il pettirosso. Era dunque un uccellino fatato? Cingallegra ne aveva avuto qualche sospetto; ora però non ne poteva dubitar più. E non osava accostarsi alla gabbia, nè rivolgere la parola al pettirosso. Le mani contorte e scagliose di Reginotta le fecero gran pietà. Era stata punita giustamente del tentativo feroce; ma Cingallegra pensava che sua sorella aveva l'animo irritato dal non vedersi richiesta da nessuno, e che per ciò era degna di compatimento e di perdono, se non aveva saputo frenarsi. Si fece animo, si chinò sulla gabbia dove il pettirosso saltava da uno stecco all'altro, e mormorò teneramente: - Te ne prego, pettirosso mio! E intendeva dire: - Restituiscile le mani bianche e belle come prima. La porticina della gabbia si aperse da sé, e il pettirosso venne fuori, volò sulle mani di Reginotta, e cominciò a beccargliele delicatamente. In meno che si dice, erano diventate belle bianche come prima. La superbiosa non ringraziò neppure con un cenno del capo; voltò le spalle e andò ad affacciarsi alla finestra, come se niente fosse stato. E il mezzanino e l'orticello tornarono a risonare dei canti di Cingallegra e del pettirosso, e la bottega del ramaio dei colpi di martello con cui egli batteva, su l'incudinetta a paio, caldaie, pentole, paioli, padelle. Sempre di buon umore, dava la voce ai passanti di sua conoscenza; ma se qualcuno gli domandava: - Ramaio, quando mariterete le vostre figliole? - invece di rispondere al solito, picchiava rabbiosamente col martello su l'oggetto che aveva per le mani: pentola, padella, paiolo o caldaia, e brontolava le parole così sottovoce, da non far intendere quel che diceva. Diceva: - Pur troppo ho paura che mi spighiscano in casa! - E intendeva particolarmente la maggiore. Il pettirosso di Cingallegra, dopo quel che aveva visto e udito, lo faceva fantasticare. - Chi era quell'uccellino fatato?Forse il Reuccio destinato alla figliola maggiore. Vedendo nell'orticello soltanto Cingallegra, l'aveva sbagliata, e forse anche si era lasciato lusingare dalla voce di lei. - Perché non canti tu pure? Chi sa non venga un pettirosso fatato anche per te. Reginotta alzò sdegnosamente le spalle e non rispose. - Ne ho pensato un'altra. Comprerò una gabbia e un pettirosso identici a quelli di Cingallegra, li scambieremo, e... Reginotta, senza neppure lasciarlo finire di parlare, alzò sdegnosamente le spalle e non rispose. Il padre, che le voleva troppo bene, si angustiava di vederla continuamente triste a quel modo; e malediva il momento in cui gli era venuto in testa di dire alla gente: - La maggiore la darò al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela! Una mattina entrò nella bottega un giovane, di aspetto rozzo, vestito da contadino, con scarpe grosse e cappellone di paglia. - Compare, che cosa cercate? - Una pentola e una moglie. - La pentola eccola qui. La moglie... Sentite? Ho una figlia che canta meglio d'una cingallegra; se la volete pigliatevela. - Non compro gatta in sacco. - Ve la faccio vedere. Ohe, Cingallegra! Invece di Cingallegra, si presentò Reginotta. - Questa non è per voi. - Allora... tornerò domani. - E la pentola? - Pentola e moglie tutto a una volta. E appena colui era andato via, accorse Cingallegra. - Dov'eri? Che cosa facevi? - Governavo il pettirosso. - Hai perduto la fortuna: un marito. - Il marito che mi vuole sarà qui fra otto giorni. Il ramaio e la Reginotta si guardarono stupiti. E questa fece subito: - Dovrà sposare prima di me? Era diventata verde dalla bile. Otto giorni dopo;.il contadino tornava. - Compare, che cosa cercate? - Una pentola e una moglie. - La pentola eccola qui. La moglie... Oh! Cingallegra! Se la volete pigliatevela. Invece di Cingallegra si presentava Reginotta. - Questa non fa per me. Tornerò domani. - Aspettate: ecco l'altra mia figliola. Il contadino quasi cantilenando disse: - Manine che per gli altri vi sciupate, D'oro e brillanti coperte sarete; Piedini che per casa troppo andate, Su bei cuscini vi riposerete; Vocina che nell'orto ora cantate, Gioia di casa mia diventerete. - Cingallegra, mi volete? - Vi voglio se vuole mio padre. - Ne riparleremo, compare, quando avrò maritata la maggiore. Reginotta aveva dato al padre un'occhiataccia; per questo il ramaio rispondeva così. - Allora... tornerò tra un mese. - E la pentola? - Pentola e moglie tutto a una volta. Reginotta, dalla bile, era diventata ancora più verde. Quel zoticone, aveva osato dire: - Questa non fa per me! Cingallegra intanto era tornata su, e cantava, cantava, sventolando il fuoco sotto i fornelli. Il pettirosso che già aveva imparato bene, cantava insieme con lei, e si facevano udire per tutta la via. E la gente: - Brava Cingallegra e il suo pettirosso! Un mese dopo, riéccoti il giovane contadino. - Compare, che cosa cercate? - Una pentola e una moglie. - La pentola eccola qui... La moglie... - Eccola qua! Mi volete, Cingallegra? - Vi voglio, se vuole mio padre. - E pigliatevela e portatela via! Ma senza dote né niente! - rispose il ramaio che non ne poteva più. - La sola gabbia del pettirosso! - E una pentola, Cingallegra! - Niente, neppure una padellina! - disse il ramaio. - Tenetevi pentole, paioli, padelline, caldaie; sono tutti bucati e non servono!... Il ramaio non aveva badato a queste parole. Ma non appena Cingallegra e il suo sposo erano andati via portando con sé soltanto la gabbia vuota, perché il pettirosso una mattina era scomparso, il ramaio cominciò a disperarsi. Quando era sul punto di dar l'ultimo colpo a una pentola, a un paiolo, a una padellina, a una caldaia, gli accadeva di picchiare così forte col martello, da farvi un buchino. E più egli tentava di rimediare quel guasto, e più il buchino si allargava. Gli avventori venivano, guardavano bene, e accorgendosene non compravano; e così la bottega si screditava. Di Cingallegra e di suo marito non si sapeva nessuna notizia. Ora il ramaio rimpiangeva quella figliola da lui maltrattata per dar ragione alla sorella maggiore; la casa era divenuta un sudiciume, non ostante che egli avesse dovuto prendere una donna per i servigi. Si desinava male, si cenava peggio: e per giunta gli affari andavano a rotta di collo con quelle caldaie, pentole, padelle, e quei paioli tutti bucati che nessuno voleva comprare. Intanto Reginotta continuava a menare la stessa vita di prima; si levava da letto tardi, e poi ben pettinata, bene agghindata, se ne stava alla finestra o giù in bottega per mettersi in mostra: e non si accorgeva che gli anni passavano e che lei, dalla bile, imbruttiva. Ma un giorno ci mancò poco che non le cogliesse un accidente. Era venuto un giovane signore a comprare molti oggetti di rame. Sceglieva questo e quello, senza osservarli bene e faceva mettere da parte gli oggetti di suo gradimento: un gran cumulo. Il ramaio si sentiva tremare il cuore pensando: - E se si accorge dei buchini? Quel signore continuava a scegliere senza osservare bene gli oggetti; sembrava che volesse proprio portar via tutta la bottega. - E questa quando la mariteremo? L'altra è stata fortunata, sposando un cugino del Re! - Un contadino, volete dire! - Un cugino del Re, ragazza mia. Come? non lo sapete? - E dove si trovano? - domandò il ramaio. - Come? Non lo sapete? Si cammina un giorno e una notte e si arriva a piè di una montagna coperta di boschi. In alto, a mezza costa, c'è il gran castello del cugino del Re. Per ora si trovano colà... Facciamo il conto, ramaio. Il ramaio volle mostrarsi onesto, e gli disse: - Prima di pagare, signore, riguardare bene gli oggetti. Guarda, volta, rivolta, con stupore del ramaio, non c'era in nessuno di essi il minimo buchino. - Mettete ogni cosa da parte; manderò un servitore domani. Pagò e andò via. - Perché piangi, figliola? - Perché sono disgraziata! - Non disperare. Com'è venuta la fortuna per tua sorella, verrà un giorno o l'altro anche per te. Una mattina il ramaio vide fermarsi davanti alla bottega un ragazzaccio col vestito a sbrendoli e i piedi scalzi; sembrava mezzo scemo. - Che cosa vuoi? Come ti chiami? - Mi chiamo Reuccio. Il ramaio trasalì. E senza chieder altro, lo invitò a entrare, a sedersi e corse su dalla figliola. - È arrivato il Reuccio! Travestito, per non farsi riconoscere; i grandi sogliono fare così. Reginotta, fuor di sé dalla gioia e dalla vanità, si alzò, si agghindò, e scesa giù, si fece avanti con un grand'inchino: - Ben venuto, Reuccio! - Questa è mia figlia, Reuccio! Un grand'inchino anche lui, e soggiunse: - Comandate, ordinate; fate come se foste in casa vostra. - Datemi una bella fetta di pane. Non mangio da ieri. - Altro che pane, Reuccio! E mandò la donna a far spesa larga. A Reginotta quegli sbrendoli parevano una ricchezza. Pensava che il Reuccio, travestendosi a quel modo, le dava una gran prova di affezione. E vedendolo divorare come un lupo, a tavola, pensava che doveva costargli molto il fingere di essere affamato. Più Reuccio mostrava in viso il gran stupore di vedersi trattato così, e più il ramaio e la figlia si confermavano che fosse venuto in incognito per conoscerla meglio. - Ti ha detto niente? domandava il padre. - Niente. E a te? Aspettiamo! - Aspettiamo! Reuccio mangiava, beveva, dormiva, ingrassava a vista d'occhio, ma di chiedere la mano della figlia del ramaio non se ne ragionava. Il ramaio tentava di portare il discorso intorno alle nozze, ma Reuccio non capiva o fingeva di non capire. La figlia fu meno paziente del padre, e una mattina disse a Reuccio: - Se siete venuto per sposarmi, sposiamoci subito. - Ah! Ah! Ah! Reuccio si contorceva dalle risa. - Perché ridete, Reuccio? - Ahi Ah! Ah!.. Sposiamoci pure! - Così, con codesti cenci? - Fatemi voi un bel vestito. Ah! Ah! Ah! Reuccio rideva come un matto. Reginotta era dispiacente di dover sposarsi senza carrozze, senza festa, come una popolana qualunque; ma, pur di diventare Reginotta davvero, si rassegnava. La festa e il resto verrebbero poi; e allora toccava alla Cingallegra di crepare di invidia e di rabbia. Sposarono alla chetichella. Ma trascorsi parecchi giorni, e vedendo che le cose andavano come prima, cioè che colui mangiava, beveva, dormiva, ingrassava, e non accennava a condurla al palazzo reale del suo regno, Reginotta non si ritenne più: - Insomma, Reuccio, quando andiamo al palazzo reale? - Quando voi volete, moglie mia. La prese sotto il braccio e la condusse davanti ai palazzo reale. - Non entriamo? - Non s'entra, ci sono le guardie. - E voi non siete il Reuccio? Non comandate ad esse? - Mi chiamo Reuccio ma non sono Reuccio. - Non siete Reuccio? Ah furfante! E gli si gettò addosso, per accopparlo. Ma Reuccio le assestò certi pugni sul viso da illividirle le guance. Accorse gente, e li divisero. Tutti domandavano: - Che cosa è stato? Niente. La figlia del ramaio che letica col marito! Tornò a casa sola, mezza pazza dal gran disinganno. - Questa è una infamità di mia sorella Cingallegra! - Non era il Reuccio? - No babbo: si chiamava Reuccio! Che vergogna! Che vergogna! Bisogna andar via da questo paese, o m'impicco a una trave! Il padre che ora, vedendola così disgraziata, le voleva più bene, fece caricare tutta la roba su due carri. Partirono di nottetempo. Dopo un giorno e una notte, arrivarono a piè di una montagna coperta di boschi. A un punto della strada, incontrarono un cacciatore. - Non proseguite, buona gente. È straripato il fiume e ha inondato la campagna. - Grazie, cacciatore. E dove potremo ricoverarci? - Venite con me. Starete bene. Potevano mai immaginarsi di capitare nel castello dov'era sposa felice Cingallegra, e che quel cacciatore fosse il principe Pettirosso? Ma Cingallegra li accolse con tanta cordialità, che la superbiosa Reginotta sentì spezzarsi il cuore e pianse dolcissime lacrime di ravvedimento. Il ramaio poi non stava nei panni dalla contentezza di aver ritrovato sua figlia Principessa come si ostinava a chiamarla, non ostante che lei e il Principe gli ripetessero: - Siamo sempre Cingallegra e Pettirosso. Quel che avvenne dopo, e perché il Principe si chiamasse Pettirosso, ve lo racconterò un'altra volta, se vi piacerà di saperlo. Per oggi, al solito: Larga la foglia, stretta la via Dite la vostra che ho detto la mia. COMARE FORMICA C'era una volta una povera donna che viveva del suo lavoro. Arrivata in un paese dove nessuno la conosceva, aveva preso in affitto una cameretta a pian terreno e lavorava, lavorava da mattina a sera, filando, tessendo, cucendo, secondo le richieste della gente. Di quel po' che guadagnava, un terzo lo spendeva per vivere, e il resto lo metteva da parte. Campava quasi con niente. Una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta di acqua era il suo desinare; e la cena nessuna differenza: una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta di acqua; null'altro. Per ciò le vicine l'avevano soprannominata comare Formica. Non ostante la povertà e la fatica, comare Formica era sempre di buon umore. - Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica? - Quando saranno parecchi, me ne farò una frittata. - O che si mangiano i quattrini? - Allora... li metterò sotto la chioccia per farli covare. - O che sono uova i quattrini? - Allora... li seminerò in un vaso e aspetterò che vengano su. - O che sono fiori i quattrini? - Provate e vedrete! Intanto lasciatemi filare. E filando cantava: Fuso mio, gira e trotta, La camicia della Reginotta; Fuso mio, trotta e gira, Le lenzuola della Regina; Gira e trotta, fuso mio, Corda ai piedi a chi dico io! Le vicine, sempre curiose, tornavano a domandarle: - Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica? Quando ne avrò parecchi li darò... a chi non li vuole. - Come a chi non li vuole? - Allora... saranno di chi saprà pigliarseli. - E se vengono i ladri? - Allora... dirò ai ladri: datemi i vostri e prendetevi i miei. - Ma i ladri, se rubano, vuol dire che non ne hanno. - Allora... Provate e vedrete. Intanto lasciatemi cucire. E cucendo cantava: - Gugliata, gugliatina, Camicie della Regina; Gugliatina, gugliata Lenzuola dell'amata; Gugliata lunga e corta Guanciali per la sposa. Le vicine, sempre più curiose, tornavano a domandarle: - Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica? - Quando ne avrò parecchi mi farò fabbricare un palazzo. - Un palazzo per voi sola? - Allora... prenderò marito se posso trovarlo. - Siete già quasi vecchina! - Allora .... Aspettate e vedrete. Intanto lasciatemi tessere. E facendo andare e venire la spola tra l'ordito del telaio, comare Formica cantava: Vola, spolina mia, vola, spolina! Non ti arrestare mal, spolina cara; Trama di seta e argento la mattina, Trama di seta e d'oro verso sera. Vola, spolina mia... vola, spolina, Velo di sposa e veste di Regina. Lavorava da mattina a sera, filando, cucendo, tessendo secondo le richieste della gente, e la sua voce squillava per la via così limpida e dolce, che era una delizia stare ad ascoltarla. Le vicine però ridevano delle canzoni che accompagnavano il lavoro di comare Formica e le dicevano: - Come mai, comare, quel filato così grosso per le camicie della Reginotta e per le lenzuola della Regina? Ahi ah!... - La canzone dice così; non l'ho inventata io. - Come mai, comare, cotesta tela così rozza, velo di sposa e veste di Regina? Ahi Ah! ... - Come mai, comare, quei punti così lunghi, gugliata, gugliatina? Ah! Ah! ... - La canzone dice così: non l'ho inventata io... Ma ride meglio chi ride ultima, vicine mie. Ah! Ah! Ah! ... Le vicine si struggevano di sapere chi fosse costei: ma quando le domandavano: - Di che paese siete? - rispondeva: - Oh bella, del mio paese! - E dov'è questo paese? - Si va per monti, per valli e per piani, si passa fiumi, si passa il mare, e quando si arriva... quello è il paese. Visto che non ne cavavano nessun costrutto, domandavano - Come vi chiamate, comare? - Come volete chiamarmi. Tutti i nomi mi stanno bene, anche il nome di comare Formica. - E non avete padre, madre, parenti? - Mio padre è Re, mia madre Regina, Ed io sono una povera vecchina! - Dunque siete Reginotta? Ah! Ah! Ah!... - Ride meglio chi ride l'ultima, vicine mie! Le vicine, più curiose di prima, pensarono di metterla alla prova; e, canzonando, le dissero: - Comare Formica, quando metterete i vostri soldi sotto la chioccia, per piacere, metteteci anche questi: sono sette. - Va bene; date qua. E andavano spesso da lei per sapere se la chioccia covava. - Cova, non dubitate; tra giorni verranno fuori. Si attendevano una beffa dall'allegra vecchina; invece, al termine giusto della covata, eccoti tanti pulcini quanti erano i soldi ricevuti... Poteva essere uno scherzo anche questo; ma, dopo qualche settimana, quei pulcini avevano una cresta particolare, della forma e del colore di un soldino; cosa da sbalordire. Sette galletti dei più grassi, che già cominciavano a far chicchirichi! Una mattina però tutti a una volta, stirarono le ali, allungarono il collo, chicchirichì! E caddero morti! - Che disgrazia, comare! I nostri galletti sono morti! E i vostri? - È venuta la volpe e li ha mangiati! Le vicine volevano almeno riavere i sette soldi: e rammentandosi che un giorno aveva detto: - Darò i miei quattrini a chi non li vuole - si presentarono a comare Formica: - Ah, comare! Voi volevate restituirci i sette soldi dei galletti: ma non li vogliamo! E aggravarono la voce su le ultime parole: - Io? Nemmen per sogno. Non do quattrini a chi non li vuole. - Eppure un giorno voi diceste... - Le parole le porta via il vento. - Avete ragione, comare Formica.! - dissero le vicine a denti stretti. E una di esse pensò una gran birbonata. Aveva sentito dire da suo marito che la grotta in cima al monte serviva di ricovero a una banda di ladri. - Ascolta, marito mio: potremmo arricchire senza fatica. Vai a trovare il capo dei ladri e digli: "Vi insegno io un posto dove potreste fare molto bottino. Faremo a parti uguali. Volete?". E indicherai la casa di comare Formica. - - Tu sei pazza, moglie mia! - E tu sei sciocco, marito mio! La cattiva donna tanto fece e tanto disse, che indusse il pover'uomo ad andare dal capo dei ladri. - Va bene, ma se c'inganni, guai a te! Ti legheremo a quell'albero: quando saremo di ritorno con la preda, ti scioglieremo e avrai la tua parte. Ma chi c'indicherà il posto? - Ve lo indicherà mia moglie: si chiama Boccabella. Giusto la notte dopo, i ladri dovevano fare un furto nel palazzo di un riccone là vicino; passando avrebbero visitato anche la casetta di comare Formica. Verso mezzogiorno, la donna vide arrivare un omo vestito da contadino. - Siete voi la Boccabella? Mi manda vostro marito. La furba capi, lo fece entrare in casa, e gli diè tutte le indicazioni opportune. - Se m'ingannate, guai a voi! Quella mattina comare Formica, avendo fatto il ranno al filato, parte ne stendeva sul tetto ad asciugare, parte sul davanzale della finestrella e su gli scalini della porta. Passata mezzanotte, ecco i ladri carichi di ogni ben di Dio, danari, argenterie, ori, gioielli, rubati nel palazzo del riccone. Chi dalla finestra, chi dal tetto, chi dalla porta fanno per entrare nella casa di comare Formica. E a un tratto sentono che qualcosa si avvolge attorno alle loro gambe e alle loro braccia, e glieli lega così stretti che una fune non avrebbe potuto far meglio. Più tentano e ritentano di distrigarsi e più il filato si attorce attorno ad essi, quasi fosse cosa viva. La Boccabella, che stava alle vedette, e pel buio non poteva capire perché i ladri stessero inerti, si era accostata zitta zitta. - Ah infame! Ah traditori, tu e tuo marito! Si sentì la voce di comare Formica: - Grazie, signori ladri! Non occorreva; vi siete disturbati a portarmi tante cose preziose. Grazie, signori ladri. E, uscendo fuori, prendeva le bisacce ripiene che i ladri avevano deposte in un canto e le portava in casa; poi tornava fuori, frugava nelle loro tasche e ne cavava monete d'oro, pietre preziose, gioie, e li portava in casa, ripetendo: - Grazie, signori ladri! I ladri non fiatavano, si lasciavano svaligiare, atterriti di quelle ritorte che li tenevano immobili, spaventati del peggio che poteva accadere. Già si vedevano in mano della giustizia. - Avete visto, comare Boccabella? Da ora in poi potranno chiamarvi Boccamara. - Abbiate pietà di noi poveri ladri, comare Formica! Erano più morti che vivi. Già spuntava l'alba. Comare Formica n'ebbe compassione. - A patto che non facciate male al marito di costei! Il poveretto non ci ha colpa. - Non gli faremo alcun male. Sentendosi sciogliere braccia e gambe, i ladri si rizzarono, e via di corsa, senza voltarsi addietro: pareva che avessero le ali ai piedi. E alla Boccabella, dal gran dispiacere, rimaneva la bocca così amara, come se avesse masticato tòssico. D'accordo con le altre sei comari, ella tentò un'altra bricconata. Si presentò da quel riccone che era stato derubato: - Volete trovare ogni cosa? Io so chi è stata la ladra; ma voglio una buona mancia. - E una buona mancia avrete. Chi è stata la ladra? - Comare Formica. - Quella povera donnicciola? Non è possibile. - Mandate subito, i birri: troveranno ogni cosa. Vanno i birri: cerca, fruga, rimesta, e non trovano niente. - Se ve l'ha detto la Boccabella, vuol dire che gli oggetti rubati sono in casa sua. Vanno i birri, e senza bisogno di frugare, trovano le bisacce dei ladri riposte in un canto, e nella cassa e nelle cassette tanti altri oggetti di oro e di pietre preziose. E la Boccabella presa ed ammanettata fu condotta in carcere: e la sua bocca diveniva ancora più amara, quasi avesse masticato tòssico. Dopo di questo, comare Formica fu lasciata in pace. Le vicine, specie quelle dei galletti, avevano paura di lei. - Dev'essere una Strega! Lei invece filava, cuciva, tesseva, cantando sempre allegramente: - Fuso mio, gira · trova... o pure: - Gugliata, gugliatina... o pure: - Vola, spolina mia, vola, sposina!.. e la sua voce squillava per la via, così limpida e dolce, che era una delizia stare ad ascoltarla. Le altre vicine, che erano curiose, sì, ma non avevano preso parte alle birbonate contro di lei, le domandarono: - E il palazzo, quando ve lo farete fabbricare, comare Formica? - Una di queste mattine, comari. - E il marito, lo avete già trovato il marito? - Verrà una di queste mattine, comari. Palazzo finito Attende il marito. - Sempre allegra, comare Formica. Ah! Ah!... - Ride meglio chi ride l'ultima. Ma quale non fu lo stupore di quelle buone comari, quando una mattina videro che la casetta di comare Formica era stata trasformata, durante la notte, in un meraviglioso palazzo assai più grande e più bello del palazzo reale! E comare Formica, con la rocca al fianco e il fuso in mano, filava davanti il grande portone quasi non fosse accaduto niente di nuovo. - Fuso mio, gira e trotta! - Chi vi ha fabbricato questo palazzone, comare Formica? - Venne il vento e portò i sassi. - E poi? - Venne il vento e portò rena e calce. - E poi? - Venne il vento e portò l'acqua. - E poi? - Sassi, rena, calce ed acqua... e il palazzo si è rizzato. - Sempre allegra, comare Formicai Il giorno dopo, comare Formica cuciva, seduta davanti al portone, quasi non fosse accaduto niente di nuovo. - Gugliata, gugliatina... - Siete così ricca, e vi affannate a cucire? - Chi non lavora non mangia. - Lasciatelo dire a noi, comare Formica! - L'apparenza inganna, comari mie. - E il marito? - È in viaggio; arriverà una di queste mattine. - Come? Ce lo dite piangendo? - Solo il mestolo sa i guai della pentola! - Ah! povera comare Formica! Era stata sempre di buon umore, vivendo con un po' di pane, un po' di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta d'acqua, ed ora che aveva quel palazzone e attendeva il marito, ora piangeva? Era proprio vero che solo il mestolo sa i guai della pentola! Il giorno dopo, comare Formica, dentro il portone, tesseva, quasi non fosse accaduto niente di nuovo, - Vola, spolina mia, vola, spolina... - Siete ricca e vi spezzate le braccia tessendo? - Questa è l'ultima tela, comari mie. - Perché mai, comare Formica? - Perché viene il fuoco e mi brucia rócca, fuso e pennecchio. - E poi? - Viene il fuoco e mi brucia lenzuola e guanciali da cucire. - E poi? - Viene il fuoco e mi brucia velo di sposa e veste di Regina. - Non piangete, comare Formica! - La mia mala sorte vuole così. - Se avete bisogno di noi, comandateci, comare Formica! Povere siamo ma di buon cuore. Durante la nottata, le vicine sentirono soffi violenti e urli di vento attorno al palazzo di comare Formica. Ahuiii! Ahniii!, quasi il vento gli girasse da ogni lato e tentasse di buttarlo giù o di portarlo via. Non osavano di affacciarsi per vedere quel che succedeva. E se si fossero affacciate avrebbero visto il palazzo tutto illuminato, tutte le finestre spalancate e due ombre correre per le stanze, una inseguendo l'altra, come spinte da una furia di vento che urlava: - Ahuiii! Ahuiii! Non era il vento, ma l'Orco che voleva afferrare comare Formica e non riusciva a raggiungerla. Intanto verso l'alba il rumore cessava. L'Orco scappava via - Ahuiii! Ahuiii! - per paura del sole, e il palazzo tornava allo scuro, con le finestre tutte chiuse. - Avete sentito, comare Formica, che ventaccio stanotte? - Non ho sentito niente, comari mie. - Come? Sembrava che volesse sradicare il vostro palazzo! - Non mi sono accorta di niente. Ho il sonno duro. - Perché piangete, comare Formica? - La mia mala sorte vuole così. - Non filate oggi, comare Formica? - Il fuoco mi ha bruciato rócca, fuso e pennecchio. - Non cucite oggi, comare Formica? - Il fuoco mi ha bruciato lenzuola e guanciali da cucire. - Non tessete oggi, comare Formica? - Il fuoco mi ha bruciato telaio, spola, ordito, velo di sposa e veste di Regina. E, la notte dopo, l'Orco tornava precisamente a mezzanotte. Ahuiii! Ahuiii! - Vuoi essere l'Orchessa, sì o no? - No! No! No! - Invece di pane, con cacio o cipolla per companatico, mangeresti carni tenere di bambini e di bambine; invece di acqua, berresti sangue fresco di giovani e di zittelle. Vuoi essere l'Orchessa, sì o no? - No! No! No! - Prendo te e ne fo un boccone! E le vicine, se si fossero affacciate, avrebbero visto il palazzo tutto illuminato, tutte le finestre spalancate, e due ombre correre per le stanze una inseguendo l'altra, come spinte da furia di vento. Verso l'alba il rumore cessava. - Avete sentito, comare Formica, che urli stanotte? - Non ho sentito niente; ho il sonno duro. - Perché piangete, comare Formica? - La mia mala sorte vuole così! - Buon tempo e cattivo tempo non durano gran tempo. - Forse dite bene, comari! - Parliamo di cose allegre: e il marito, comare Formica? - Prima devo ringiovanire, - Sempre allegra, nonostante i guai! - Aspettate e vedrete. Insomma, con quella comare Formica non ci si capiva nulla; metteva a covare i soldi e i pulcini nascevano; menava vita da poveretta e si faceva fabbricare un palazzo più grande e più bello di quello del Re; venivano i ladri per rubarle i quattrini messi da parte, e invece lei legava e spogliava i ladri; piangeva la sua mala sorte e subito dopo le scappava di bocca una facezia. Chi era? Perché aveva detto: - Mio padre è Re, mia madre Regina, Ed io sono una povera vecchina -? Ed ora perché aveva detto: - Prima devo ringiovanire -? Le volevano bene: era buona, non dava noia a nessuno; ma avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava. E la notte dopo, di nuovo, precisamente a mezzanotte, - Ahuiii! Ahuiii! - l'Orco arrivava come un uragano. - Vuoi esser l'Orchessa, sì o no? . - No!... Sì!... No!... Dal terrore la poverina non sapeva quel che si dicesse. - Sì o no? - Sì, sì! Ma devi darmi tempo un mese e un giorno. - Un mese, un giorno e un'ora! - E devi promettermi che per tutto questo tempo non mangerai carni tenere di bambini e di bambine, né berrai sangue fresco di giovani e di zittelle; non mangerai carne di sorta alcuna. - Te lo prometto. - Porterai qui i bambini e le bambine, i giovani e le zittelle, e... e faremo un gran banchetto il di delle nozze. - Ah! bella! Ah bella! L'Orco, enorme, brutto, peloso, faceva così strani movimenti di tutto il corpo per significar tutta la sua gioia, che comare Formica non poté trattenersi dai ridere. Ma già si avvicinava l'alba, ed egli si affrettava ad andar via per paura, del sole... Ahuiii! Ahuüi! - Avete sentito, Comare Formica, che urli questa notte? - Non ho sentito niente; ho il sonno duro. - E il marito, comare Formica? - Prima devo ringiovanire. - Sempre allegra, nonostante i guai! Insomma con quella comare Formica non ci si capiva nulla. Le volevano bene; era buona, non dava noia a nessuno: ma avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava. Invecchiava - il tempo passava anche per lei - e lei parlava di ringiovanire! E la notte dopo, Ahuiii! Ahuiii! - ecco l'Orco con tre bambini e tre bambine, un giovane e una zittella. - Ingrassali bene con latte e riso; da qui a un mese saranno un boccone da Re. - Mi son dimenticata il meglio: per regalo di nozze devi portarmi una conocchia di argento e un fuso di oro; più un.agoraio di oro e un ago di argento; più un telaio di argento e una spola di oro. - Vado e torno subito. E in men che non si dica - Ahuiii! Ahuüi! - le riportava i regali di nozze richiesti. Nella giornata le vicine si stupirono vedendo comare Formica che filava davanti al portone del palazzo, come una volta. - Oh la bella rócca! Oh il bel fuso! - Cosine da niente, comari mie! Più tardi: - Oh il bell'agoraio! Oh la bella spola! - Cosine da niente, comari mie! - Ci avete gente in casa? Ridono, fanno il chiasso... - Chi vuole un bel bambino o una bella bambina, glieli regalo. - Bocche che mangiano non ne prende nessuno. Sempre allegra, comare Formica! Come? regalava anche dei bambini? Ora se ne capiva meno di prima! Avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava. La mattina dopo, comare Formica filava davanti al portone e cantava: - Fuso mio, gira e trotta... Molti ragazzi si erano radunati attorno a lei, con la bocca aperta di ammirazione per la bella rócca di argento e il bel fuso d'oro. - Comare Formica, perché non ci raccontate una fiaba? - Se state cheti,,ve la racconterò. - Come l'olio, comare Formica. Dunque... C'era una volta una Reginotta, vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, cattiva che era la disperazione della nonna. Non voleva far niente. - Non voglio sciuparmi le mani! - Se non ti emenderai verrà l'Orco e t'inghiottirà in un boccone. - Ben venga l'Orco; quando sarò cresciuta me lo prenderò per marito! La nonna era una Maga, di quelle però che fanno opere buone; e per virtù di filtri e d'incanti la trasformò in maniera che l'Orco non potesse riconoscerla. L'Orco aveva appreso le parole di quella sventata, ed era contentissimo di sposare una bella Reginotta, e la cercava per mare e per terra. - È finita? - Per oggi è finita. La mattina dopo, comare Formica cuciva davanti al portone: - Gugliata, gugliatina... e i ragazzi si erano di nuovo radunati attorno a lei, con la bocca aperta di ammirazione pel bel ditale d'oro e per il bell'ago di argento. - E la fiaba lasciata in asso, comare Formica? - La riprenderò, se state cheti. - Come l'olio, comare Formica. - Dunque... Dove eravamo rimasti? Ah! Che l'Orco contentissimo di sposare una bella Reginotta, la cercava per mare e per terra e non riesciva a trovarla. La nonna voleva, sì, gastigare la cattiva nepotina e ridurla buona, e a questo fine ne aveva fatta una vecchina, l'aveva mandata in un paese lontano, dove nessuno la conosceva, lusingandosi che l'Orco non l'avrebbe trovata. E siccome pel termine del giusto castigo mancavano pochi mesi, così la nonna gli aveva preparato un magnifico regalo... - Quale regalo, comare Formica? - Ve lo dirò un'altra volta. La mattina dopo, comare Formica era dentro il portone col bel telaio di argento e la bella spola d'oro e tesseva: - Vola. spolina mia, vola, spolina! e i ragazzi, figuriamoci se si erano di nuovo radunati attorno a lei con la bocca aperta di ammirazione pel bel telaio di argento e per la bella spola di oro. - E la fine della fiaba, comare Formica? - La mia fiaba non ha fine. Dunque... Dove eravamo rimasti? Ah! Al magnifico regalo della nonna. Ma appunto fu quello che fece scoprire la Reginotta all'Orco... E dovrà forse sposarlo.... - No! No! Non glielo fate sposare, comare Formica! - Le fiabe sono come sono, e non si possono mutare. I bambini si misero a strillare, e piangendo: - No! no! Non glielo fate sposare, comare Formicai I bambini strillavano e piangevano e le loro mamme ridevano. - Fàteli contenti, comare Formica! - Le fiabe sono come sono e non si possono mutare. Intanto, se mi volete bene, dovete ogni notte far guardia al mio palazzo... E quando sentirete avvicinare... il ventaccio - Ahuiii! Ahuiii! - prendetevi per le mani, da una cantonata all'altra senza lasciarvi un istante... E allora i bambini saranno contenti: non farò più sposare l'Orco con la Reginotta, Comare Formica diventava più misteriosa di giorno in giorno; di giorno in giorno se ne capiva men di prima. Le vicine avrebbero pagato chi sa che cosa per sapere chi veramente fosse. Una, la più vecchia, disse: - Volete scommettere che la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, disperazione della nonna, era lei? - Ma che! Ma che! Una vecchina che per tanti anni ha lavorato da mattina a sera, ha mangiato pane e cacio o pane e cipolla, e ha bevuto soltanto acqua pura! Non può essere! Non può essere! - Stiamo a vedere! E da parecchie notti, poverine, facevano la guardia al palazzo di comare Formica, prese per mano da mezzanotte all'alba. E ogni notte udivano da lontano il... ventaccio, come aveva detto comare Formica che soffiava: - Ahniii! Ahuiii! - e non osava di avvicinarsi. Nessuno capiva quell': Ahuiii! Ahuiii! Soltanto comare Formica, invece di quel grido, sentiva: - Rendimi almeno i bambini e le bambine! È un mese che non mangio carne cristiana, e non: ne posso più! Rendimi almeno il giovane e la zittella, è un mese che non bevo sangue cristiano e non ne posso più. Ahuiii! Ahuiii! Erano passati un mese e un giorno: restava un'ora. E appunto prima che finisse quell'ora le vicine videro compirsi un portento. Mentre parlava con loro e rideva e le faceva ridere col buon umore di una volta, tutt'a un tratto, comare Formica cominciò a raccorciarsi, a raccorciarsi, a coprirsi di grinze, quasi la pelle dovesse staccarsi dal corpo, e uscirne fuori qualche altra persona. Le stavano attorno atterrite, senza aver animo di soccorrerla, incapaci di gridare, quando, ecco, le vesti e la pelle di comare Formica si squarciarono e ne usciva una bellissima giovanetta, bionda, con occhi celesti, sorridente, che sembrava essersi destata allora allora da. lunghissimo sonno. E aveva nell'aspetto e nei modi tanta dolcezza, tanta bontà, tanta modestia, da allontanare ogni sospetto che la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente, cattiva, gelosa, disperazione della nonna, fosse stata proprio lei, come aveva detto quella vecchia, e che il gastigo l'avesse cambiata. - Era o non era dunque? . La fiaba non lo chiarisce e si arresta qui. Se poi volete saperne di più, mettetevi la via tra le gambe, andate nel paese dove comare Formica si fece fabbricare il bel palazzo di cui forse rimane qualche vestigio, se pure il vento, che allora apportò sassi, rena e calcina e acqua, non l'ha, dopo tanto tempo, spazzato via. Ma forse fareste inutilmente questo viaggio... E poi, bambini miei, non è bene essere eccessivamente curiosi. Larga la via, stretta la foglia E siam rimasti tutti con la voglia. IL PRINCIPE PETTIROSSO C'era una volta... Sì, sì, non ho dimenticato la promessa; parola di Raccontafiabe è parola di Re; ed ecco la storia del principe Pettirosso. Dunque c'era una volta un Principe e una Principessa giovani e sposati da qualche anno; lui, buono, gentile, caritatevole; lei, bella, ma piena di capricci e talvolta superbiosa e crudele. Comandava, e voleva essere subito obbedita; esprimeva un desiderio e pretendeva che fosse immediatamente soddisfatto. Se qualcuno dei servitori, dei dipendenti, non intendeva bene i suoi ordini, o li eseguiva male, diventava una furia. Invano il marito tentava di rabbonirla: - Principessa!... Principessa!... Si rivoltava contro di lui, gli rispondeva con parolacce che non stavano punto bene in bocca di una dama sua pari. Una volta si era incapriccita di una pianta del giardino che circondava il castello dove essi abitavano. L'annaffiava lei, la ripuliva lei; guai se il giardiniere si permetteva di levar via una foglia avvizzita e cascata per terra! Una pianta comune: ma la Principessa si era messa in testa che dovesse far fiori e frutti rari. Una sera, scende in giardino e scorge tra i rami fili di paglia, con alcune piumine e il groviglio di un po' di refe. Le parve un delitto. - Giardiniere, che significa questo? - Qualche coppia di uccellini si prepara il nido, Principessa. - Buttate via ogni cosa; non voglio nidi su la mia pianta. E il giardiniere, presi quei fili di, paglia, quelle piumine, quel po' di refe, ne fece un batuffolo e lo buttò via. Fra i rami di un'alta pianta vicina due uccellini svolazzavano e strillavano, quasi piangessero di veder dispersi quei primi materiali del loro nido. - Poverini! - esclamò sotto voce il giardiniere. E, il giorno dopo, vedendoli andare e venire affannosamente, portando coi becchi fili di paglia, piume, foglie secche, grovigli di refe, biòccoli di lana e cose simili, per ricostruire con ostinatezza il nido nel posto già scelto, il giardiniere li compiangeva: - Verrà la Principessa e vi disfarà ogni cosa! Mancano piante e rami, poverini! Ma gli uccelletti non intendevano le parole del giardiniere, e andavano e venivano affannosamente; verso sera, il loro nido era già bell'e finito. Appena la Principessa lo scòrse tra i rami, se la prese col giardiniere. - Che colpa ne ho io? Poverini, hanno fretta di depositarvi le ova. - Ah sì? Domani ne farò una frittatina pel gattino. Attese che la femmina avesse terminato di deporre le ova, e ordinò al giardiniere: - Portatemele in cucina, e disfate quel nido! Il giardiniere obbedì a malincuore: aveva le lacrime agli occhi sentendo gli strilli degli uccellini che parevano un pianto. La crudele Principessa ruppe di sua mano gli ovicini in un tegamino, vi aggiunse, cacio e pane grattato, e ne fece, come aveva detto, una frittatina pel gattino che le stava tanto a cuore. Il gattino esitava a mangiarla, miagolava, si ritirava indietro. Ma quando la Principessa si era ficcata in testa una cosa, non c'era verso di farla desistere. - Il gattino non ha fame - gli disse il Principe. - Fame o non fame, deve mangiare questa frittata; l'ho fatta apposta per lui. Il gattino, preso pel collo, col muso nel tegamino, dovette mangiare per forza. Ma aveva appena ingoiato l'ultimo boccone, che - Meo! Meo! Meo! - stirava le gambe e moriva, quasi avesse preso un veleno. La Principessa rimase scossa da quella disgrazia; il gattino era la sua bestiolina prediletta. E la notte dopo fece un brutto sogno. Si destò atterrita: - Ah, Principe, se sapeste che cosa ho sognato! - Che cosa, Principessa? - Tante piume, tante piume fioccavano giù dal cielo come falde di neve, ed io mi trovavo appesa al collo una padellina di rame. Le piume mi toglievano il respiro: la padellina pesava, pesava... È un triste presagio, certamente. - Si sognano tante sciocchezze, Principessa! - No, Principe! Bisogna consultare coloro che spiegano i sogni. - Li consulteremo,.. Intanto non vi affliggete per così poco! Furono chiamati parecchi sapienti. Stettero a sentire, seri, con le sopracciglia corrugate, sfogliarono a lungo i libroni che avevano portati con loro. Chi diceva una cosa, chi un'altra, e ognuno affermava che la sua spiegazione era la vera. - Mettetevi d'accordo, signori miei! Il Principe non poteva persuadersi che quelle piume fioccanti dal cielo e quella padellina di rame appesa al collo di sua moglie significassero tante opposte cose. - Mettetevi d'accordo, cari miei! Invece di mettersi d'accordo, quei sapienti finivano col darsi vicendevolmente dell'asino, e con lo scaraventarsi addosso i loro grossi,volumi. La Principessa non si dava pace. - Bisogna consultare un gran Mago! La cosa è troppo intrigata, se nessuno di questi sapienti è riuscito a spiegarla. - Si sognano tante sciocchezze, Principessa! - No, Principe! Questa volta ho un grande sgomento nel cuore. - Consulteremo il mago Barba-d'oro. Lo manderò a chiamare al castello. E spedì persona fidata con ricchissimi doni. Il mago Barba-d'oro accettò i doni, ma quando sentì di che cosa si trattava, rispose sdegnato: - Non sono il servitore di nessuno. Sia signore, sia vassallo, Né in carrozza, né a cavallo Chi non viene coi suoi piedi, Barba-d'oro non riceve. Il messaggero tornò con questa risposta. Per arrivare alla abitazione del Mago bisognava camminare tre giorni e tre notti, attraverso luoghi incolti, infestati da bestie feroci, forteti, boscaglie, orridi sentieri. Il messaggero aveva temuto di non tornare vivo al castello. - Mi sembra un bel modo di dirci: Non venite; è proprio inutile. - No, Principe; a qualunque costo! Se la Principessa era testarda per cosine da nulla, figuriamoci ora che viveva sotto lo strano terrore del suo sogno! Invano il Principe si sforzava di convincerla che i sogni non hanno né capo né coda. Le voleva bene, e vedendola ostinata a intraprendere il pericoloso viaggio, cominciò a sentirsi penetrare nell'animo lo stesso sgomento di sua moglie. Quel sogno doveva essere un cattivo presagio! E decisero d'andare a piedi dal mago Barba-d'oro. Si misero in viaggio all'alba e camminarono tutta la giornata. La Principessa era così impaziente di avere la spiegazione del suo sogno, che non si curava della fatica e dei disagi del cammino. - Riposiamoci un po', Principessa! - Più in là, Principe, più in là. Forteti, boscaglie, orridi sentieri; e la notte, sotto il cielo stellato senza luna, urli di bestie feroci, vicini, lontani, che li atterrivano e non permettevano ch'essi chiudessero un occhio. Un giorno e una notte; e poi daccapo, un altro giorno e un'altra notte. Per quegli orridi sentieri non s'incontrava anima viva. Il povero Principe non ne poteva più. - Riposiamoci un po', Principessa! - Più in là, Principe, più in là! Finalmente, il terzo giorno, verso sera, ecco tra gli alberi la casa del Mago. Con la facciata annerita dal tempo, tutta coperta di macchie di umido e di muffa verdastra, coi vetri delle finestre appannati dalla, polvere e dai ragnateli, quella casa ispirava ribrezzo. La Principessa, col fiato al denti, con le gambe che le si piegavan sotto, fece uno sforzo, giunse davanti alla porta e picchiò. Comparve il mago Barba-d'oro. - Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina! Il Principe e la Principessa allibirono. - Entrate, ristoratevi, e andate a letto. Domani, con comodo, riparleremo del sogno. Il Principe e la Principessa allibirono. Quel Mago sapeva tutto! Il giorno dopo il sole era già alto ed essi dormivano ancora. Se non la svegliava il Principe, la Principessa avrebbe dormito fino a tarda sera. Il Mago li attendeva nel suo laboratorio. - Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina! - Perché, mago Barba-d'oro? - Non lo sapete che i nidi sono cosa sacra? Distruggere un nido è come appiccare il foco a una casa. Voi avete impedito di nascere a sei creature di Dio e per malvagità, non per altro. Ne sarete gastigata. In che modo io non so dirvelo. Ve lo dirà la fata Cicogna. - E dove si trova la fata Cicogna? - Guardate da questa finestra: laggiù, laggiù, su quel tetto. - Badate però di non chiamarla fata Cicogna, ma fata Splendore. Le piume e la padellina di rame del sogno significano il vostro gastigo. Ah, Principessa, :Principessa, quanto vi costa una frittatina! - Grazie, mago Barba-d'oro! E all'alba del giorno dopo partirono. Cammina, cammina, cammina, e al tetto della fata Cicogna, che dalla finestra era parso così vicino, non si arrivava mai. La Principessa non osava di rifiatare, pensando che tutti quei disagi il Principe li soffriva per colpa di lei. Ma forse essi erano niente, in confronto dei guai che li attendevano. Il mago Barbad'oro aveva ripetuto più volte: - Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina! Giunsero alfine, stanchi morti. La fata Cicogna stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala; dormiva. Attesero che si svegliasse. Abbassò l'altro piede, distese il collo, sbatté le ali e mandò fuori un rauco grido, che parve sbadiglio. - Fata Cicogna, fata Cicogna, ci manda il mago Barbad'oro. Nello sbalordimento, la Principessa aveva dimenticato di chiamarla fata Splendore. - Ha fatto mala bisogna Chi cerca fata Cicogna: Fra le piume nasce un giglio, È figlio e non è figlio. Padella preparata Frittata e non frittata. Aperse le ali, tese i piedi e la fata Cicogna volò via. - E ora come faremo? Bisognava dire fata Splendore! - Torniamo dal Mago; ci consiglierà. E rifecero la strada. - Ah, mago Barba-d'oro! Mi scappò detto fata Cicogna! - Non vi perdete d'animo. Fate fare un gran nido d'oro e portateglielo; non c'è altro rimedio, Principessa. - Faremo fare un gran nido d'oro - disse il Principe. - Ma che cosa significano le parole: È figlio e non è figlio? Frittata e non frittata? - Ve lo deve dire soltanto fata Cicogna. Tornarono al castello, che erano quasi irriconoscibili, ed ordinarono subito un gran nido di cicogna tutto d'oro. Quando fu pronto, dopo un mese, Principe e Principessa si rimisero in cammino, ma questa volta a cavallo, e andarono direttamente da fata Cicogna. Stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala: dormiva. Attesero che si svegliasse. - Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barba-d'oro. lo mi chiamo Cicogna e non Splendore! Principe e Principessa si guardarono in viso, contristati. - Accettate, vi preghiamo, questo povero nido. Fata Cicogna stese il collo, afferrò col becco il nido d'oro e lo ripose sul tetto. Ha fatto mala bisogna Chi non cerca fata Cicogna. Tra piume nasce un giglio, È figlio e non è figlio. Padella preparata, Frittata e non frittata. Aperse le ali, tese ì piedi e fata Cicogna volò via. Principe e Principessa non se l'aspettavano. La Principessa non aveva sbagliato. - Ho detto: fata Splendore: è vero? - Sì, fata Splendore. - O dunque? - Torniamo dal Mago, ci consiglierà. - Non vi perdete d'animo - disse il Mago. - Fate fare due ova d'argento grosse quanto le ova di cicogna e portategliele. - Ma come bisogna dire: fata Cicogna o fata Splendore? - Sempre fata Splendore. E un mese dopo furono di ritorno con le due ova d'argento. - Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barbad'oro. Accettate queste due ova. Fata Cicogna stese il collo, afferrò col becco prima uno poi l'altro ovo e li collocò nel nido d'oro e vi si accoccolò come per covarli. - Ha fatto buona bisogna Chi ha cercato fata Cicogna. Tra piume nasce un giglio, È figlio e non è figlio. Padella preparata, Frittata e non frittata. Quando avrò covato quest'ova, tornate e saprete. - Quanto ci vorrà? - Il sole ora spunta da quel monte, dovrà spuntare da quella collina. Il Principe calcolò che ci volevano tre mesi. E, passati i tre mesi, rifecero il cammino. Trovarono la fata Cicogna accoccolata nel nido d'oro, quasi per covare le ova d'argento. - Fata Splendore, fata Splendore, spiegatemi il sogno, se vi piace. - Avrete presto un figlio, e sarà uomo e sarà uccello... - Che disgrazia, fata Splendore! - ... fino ai vent'anni, Principessa. Poi diventerà un bel giovane, ma dopo aver trovato la sposa. - E la padellina che cosa significa? - Significa la sposa... Non dovete saper altro. - Ma che uccello sarà nostro figlio?- domandò il Principe. - Quel che la Principessa vorrà; passerotto o pettirosso. - Pettirosso, fata Splendore. - E pettirosso sia, Principessa. Principe Pettirosso è un bellissimo nome. - Che disgrazia, fata Splendore! - Avrebbe potuto accadervi di peggio: i nidi sono cosa sacra. La Principessa era in grande angoscia, pensando che suo figlio fino ai vent'anni sarebbe stato un pettirosso. E quando partorì e fece un bel bambino non credeva ai suoi occhi. - Fata Cicogna... - No, fata Splendore - la corresse il Principe. - Fata Splendore ha voluto metterci paura. Tanto meglio che sia finita così Però... - Però? - Non son, però, rassicurato del tutto. - Non siate il corvo del malaugurio pel bambino. - Stiamo a vedere. - Stiamo a vedere. Una mattina la Principessa, mutando i pannolini al bambino, diè un grido di orrore. Tutto il corpicino della sua creatura era coperto di una peluria gialliccia come quella dei pulcini appena nati. E il corpicino pareva già un po' dimagrito, quasi rattrappito. - Figliolino, figliolino mio! La Principessa aveva fin ribrezzo di toccarlo. Di giorno in giorno la trasformazione diveniva più evidente. I braccini prendevano la forma di ali e si coprivano di piume; le gambine si assottigliavano e le dita dei piedi si allungavano in zampine con ugne aguzze. E di mano in mano che le piume invadevano tutto il corpicino che si rattrappiva, si rattrappiva, nasino e labbra si foggiavano in becco. In meno di due mesi, il bambino era diventato il più bel pettirosso che si potesse vedere. Principe e Principessa avevano vergogna di far sapere che il loro figliolino era diventato un pettirosso. Dissero che lo avevano mandato a balia, lontano. Ma questa finzione non valse. Quando il bambino avrebbe dovuto poter dire: - Babbo! Mamma! - lo disse il pettirosso, che la Principessa teneva posato su un dito, e n'ebbe paura e gioia quasi nello stesso momento. Non lo potevano più tenere in gabbia: voleva volare qua e là, fare il chiasso con gli altri uccellini su pei rami degli alberi del giardino. - Non aver paura, mamma! Non aver paura, babbo! E volava via; e li chiamava dalla cima di un albero, dalla grondaia di un tetto: - Mamma! Babbo! - E spesso portava con sé uno stormo di altri uccellini, passerotti, capinere, cardellini, raperini, pettirossi come lui. Entravano con un gran frullio d'ali, s'inseguivano di stanza in stanza, si posavano sulle cornici dei quadri e degli specchi, sui tavolini, sui letti, indisturbati, perché il Principe e la Principessa avevano paura d'incappare in qualche guaio peggiore di quello sofferto e per cui soffrivano ancora. Anzi la Principessa, visto che quell'invasione ormai accadeva ogni giorno, buttava qua e là miglio, midolle, bricioli, canapuccia, scagliòla, insalatina tritata, e teneva preparati beverini con acqua, ciotoline per potervisi bagnare. Si sarebbe divertita anzi, vedendosi trattata con tanta familiarità da tutti quegli uccellini che, prima, al suo apparire in una stanza, scappavano, se essi, in compenso, avessero badato un poco alla pulizia. Invece, sporcavano da per tutto, cantando, trillando, pigolando, quasi fossero in piena campagna. - Ah, .figliolo, figliolo! Dovresti farglielo capire. - Compatiscili, mamma; non sanno di far male. E in aprile e maggio, il castello era pieno di nidi. Non c'era stanza dove i passerotti, i cardellini, le capinere, i pettirossi non ne avessero collocati due, tre, come se il castello fosse stato casa loro. La Principessa ne trovava su le mensole, su i tavolini, negli angoli per terra, su i cassettoni, su gli armadi, su i canapè, su le poltrone, appesi alle branche delle lùmiere, dei saloni; e dei salotti, fin sul cielo del cortinaggio di camera. Ed era un andare, un venire, un pigolare di uccellini appena scovati e affamati con le testine in aria e i beccucci spalancati. - Ah, figliuolo, figliuolo! - Quando sarò cresciuto, non avverrà più, mammina!... E quantunque fossero già trascorsi dodici anni, e il Principino parlasse spesso con lei, la povera Principessa non sapeva ancora difendersi da un'impressione di paura. Erano passati dodici lunghi anni, che al Principe e alla Principessa erano parsi dodici secoli! Ora il principino Pettirosso scappava via due volte al giorno e non si sapeva dove andasse. Andava certamente lontano, perché non si udiva più nei dintorni il gorgheggio del suo canto. - Principino, dove andate? Vado in cerca della sposa. - Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualità. - E più buona che bella. Principessa o no, non importa. - Sì, mamma! Sì babbo! E scappava via; e quando tardava a ritornare, Principe e Principessa passavano ore di angoscia mortale. - Che gli sia capitata qualche disgrazia? - Non gli facciamo il cattivo augurio .... Appena,arrivava: - Dove siete stato, Principino? - Avete trovato, Principino? - Sono stato in cento posti, ma non ho ancora trovato nulla. - Come? Non ci sono più Principesse a questo mondo? - Ce ne sono, mamma, anche troppe, ma non fanno per me. - E le altre donne? - Babbo, le buone non sono belle, e le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercherò, ho ancora tempo un anno. - Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualità. - E più buona che bella. Principessa o no, non importa. - Sì, mamma! Si, babbo! E scappava via. La Principessa non poteva sopportare che il Principe dicesse al figlio: - Principessa o no, non importa. - Come, non importa? Deve dunque abbassarsi fino al fango della terra? - Chi ha mai detto questo? Più buona che bella non significa fango, mi pare. - Vedrete che il Principino commetterà qualche sciocchezza. - Ne commettiamo tutti - Ah! Mi rinfacciate ancora?! .... E continuavano a bisticciarsi, fino al ritorno del principino Pettirosso. - Avete trovato? - Non ho trovato! - Mancano Principesse? - Manca quella che vorrei io. - E le altre donne? - Le buone non sono belle; le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercherò ancora, babbo! - Principessa, come voi! - E più buona che bella. Principessa o no, non importa. - Sì, mamma! Sì, babbo! E scappava via. Un giorno, finalmente, lo videro tornare con volo così impetuoso, che lo credettero inseguito da qualche uccello di rapina. Volava per la stanza, facendo giri, intrecci; sembrava ammattito. Ci volle un pezzetto prima che si calmasse. - Che cosa accade, Principino? - Ho trovato, mamma! Ho trovato! - Una Principessa? - Una più buona che bella? - Principessa, e più buona che bella! Sposerò Cingallegra. - Ah, figlio, figlio mio! La Principessa dètte in un pianto che mai. Chi era Cingallegra? Egli dunque s'immaginava di dover restare pettirosso per tutta la vita! Ci mancava quest' altra disgrazia! - Chi è Cingallegra? - gli domandò il Principe, angustiato anche lui. - Colei che canta nell'orto del ramaio. - È dunque una giovane? - Più buona che bella, come tu la volevi. - Ed è figlia di un ramaio? - È più Principessa di me che ora sono pettirosso - rispose ridendo. - Ah figlio! Figlio mio! E la Principessa, sentendogli dire queste cose, dava in un pianto più dirotto. Ora il principino Pettirosso andava via avanti l'alba e tornava col sole non ancora alto. - Donde venite, Principino? - Da Cingallegra, mamma cara. - Se mi volete bene, lasciatela andare. Cingallegra non fa per voi. - Se la sentiste cantare, non direste così. Ripartiva col sole vicino al tramonto e tornava prima che fosse sera inoltrata. - Donde venite, Principino? - Da Cingallegra, babbo caro. - E come canta Cingallegra? - Canta così. Ma non gli riusciva di cantare con voce umana; gorgheggiava, gorgheggiava, e, dopo un pezzetto, si interrompeva: - No, non è proprio così! E in camera, o su un ramo d'albero del giardino, gorgheggiava, gorgheggiava, provando, riprovando, interrompendosi all'ultimo: - No, non è proprio costi La Principessa era inconsolabile. Pensava: - Se non avessi distrutto il nido e rotto quegli ovicini, tutto questo non sarebbe accaduto! Ah, figlio mio, figlio mio! Né lei, né il Principe, intanto, si ricordavano che il principino Pettirosso era già sul punto di compire i vent'anni. Una mattina, che lo credevano volato via avanti l'alba, non vedendolo ritornare all'ora solita; Principe e Principessa stavano in gran pensiero. - Che gli sia accaduto, qualche disgrazia? - Non gli facciamo il cattivo augurio! E si misero alla finestra, guardando verso il punto d'onde pel solito lo vedevano spuntare. Sentirono rumor di passi alle spalle... Principe e Principessa credettero impazzire dalla gioia. - Sono io, mamma! Sono io, babbol Il Principino aveva cessato di essere pettirosso, ed era un bel giovane, biondo come la madre, alto e ben fatto come il padre. I baci e gli abbracci non finivano più. La Principessa si immaginava che ora il Principino non avrebbe più parlato di Cingallegra. Invece ne riparlò subito. La madre ne fu desolata. II padre, più condiscendente, diceva: - Poiché è più buona che bella! - La figliola di un ramaio! Non acconsento! Non acconsento! Il Principe, per calmarla, le disse: - Andiamo a prender consiglio dal mago Barba-d'oro. - Andiamo a prender consiglio dalla fata Cicogna, che ne sa più di lui! Si decisero per la fata Cicogna. Ma la mattina che stavano per partire, alzano gli occhi e che cosa veggono? La fata Cicogna su una torretta del castello; il nido d'oro luccicava al sole sotto di essa, e tra l'intreccio delle barrette che figuravano da sterpi, si scorgeva il bianco degli ovi d'argento. - Oh, fata Cicogna, noi venivamo da voi!... Ha fatto mala bisogna Chi ha detto fata Cicogna. - Fata Splendore! Fata Splendore! - gridò allora la Principessa. Tra le piume è nato un giglio, Non era figlio ed ora è figlio. Padella preparata, Frittata e non frittata! Aperse le ali, tese piedi, e la fata Cicogna volò via. - Volete una risposta più chiara? - disse il Principe. La Principessa chinò il capo, abbattuta. - Padella preparata, è evidente, significa la figlia del ramaio. - E frittata e non frittata che vorrà significare? - Significa, credo, che tutto anderà pel suo meglio. Ci ha lasciato il nido d'oro e le uova d'argento; è il buon augurio agli sposi. Come il principe Pettirosso sposasse Cingallegra voi lo sapete da un pezzo e sapete anche che il ramaio e Reginotta furono accolti nel castello e beneficati da loro. Apprenderete oggi il resto, e le due fiabe saranno compiute. Quando il principe Pettirosso rispondeva, ridendo, al padre: - È più Principessa di me, che ora sono pettirosso - sapeva bene quel che diceva. In uno di quei giorni che volava attorno da mattina a sera in cerca di una sposa, Principessa come voleva sua madre, o più buona che bella come gli suggeriva suo padre, il Principino aveva incontrata la fata Cicogna. - Dove vai, piccolo pettirosso? - Cerco la mia fortuna, una moglie. - Vieni con me, te la trovo io. - Principessa? - Principessa. - Più buona che bella? - Più buona che bella! Eccola là. E gli mostrò Cingallegra che cantava, sciorinando i panni nell'orto. - Più buona che bella può darsi, ma Principessa... - Principessa quanto te e più di te. - Come mai? - L'hanno scambiata a balia: e i parenti non se ne sono accorti. La figlia del ramaio aveva una voglia di fragola sotto l'ascella, e Cingallegra non l'ha. Cingallegra è figlia di Principi. Ti basti di saper questo. Infatti un giorno, a tavola, il principe Pettirosso disse al ramaio: - Vostra figlia dovrebbe avere una voglia di fragola sotto l'ascella. - Certamente; sembrava una fragoletta davvero. - Ma Cingallegra non l'ha. - Non l'ha? E così fu confermato quel che aveva detto fata Cicogna. Ma ora alla Principessa non importava più che Cingallegra fosse o non fosse figliola di ramaio. Non vedeva lume che per gli occhi di lei. Accade spesso così. Frittata e non frittata, La fiaba è terminata. RADICHETTA C'era una volta una povera donna a cui nacque un bambino così piccinino che, invece di fasciarlo, dové tenerlo avvolto nella bambagia. Bello, ben proporzionato, sembrava una figurina di cera uscita dalle mani capricciose di un figurinaio. Non sapendo che nome dargli, ella lo chiamò Radichetta. Aveva già sei mesi e non era più alto d'una spanna. Mentre ella filava lo teneva in una tasca del grembiule, e, spesso, Radichetta la faceva arrabbiare, afferrando il filo o fermando il fuso col pericolo di farsi storpiare una manina. La poveretta, quando era sola in casa, e il bambino dormiva in una piccola cesta ridotta a culla, si struggeva in lacrime pensando alla sorte della sua creatura. Come avrebbe potuto guadagnarsi il pane? Finché campava lei, Radichetta non avrebbe sofferto la fame; quel po' che guadagnava sarebbe bastato per tutti e due. Ma dopo? E se lei moriva, com'era morto il padre, che lo aveva lasciato orfano a tre mesi? Le vicine le dicevano: - Non vi angustiate; è anzi una fortuna che sia un aborto così strano. Potrete condurlo attorno: chi vorrà vederlo dovrà pagare un soldo, due soldi, secondo. Vi arricchirete. Il consiglio non era cattivo, ma la povera madre non sapeva indursi a metterlo in atto: le sembrava di avvilire il bambino, menandolo attorno per dare spettacolo della sua disgrazia. Aveva sentito dire che, a ogni luna nuova, si radunavano nel vicino bosco le Fate o le Nonne, non sapeva bene. Le Nonne, come le chiamavano, s'introducevano anche nelle case entrando pel buco della serratura, e guarivano i bambini malati. Qualche volta però, per gastigare i genitori, li storpiavano. Ma lei non poteva aver timore che le maltrattassero il figliolino; non aveva fatto male a nessuno, e non aveva mai parlato male delle Nonne. Aspettò dunque qualche mese, lusingandosi che, una notte o l'altra, esse venissero a visitarla e a far crescere di statura il bambino. E ogni notte, prima di addormentarsi, invocava: - Nonne, Nonne buone, venite! Il mio bambino ha bisogno del vostro aiuto. Vedendo,che le Nonne non venivano, quantunque pregate e ripregate, la poverina si decise di recarsi col figlio nel bosco vicino, la prima notte di luna nuova. Si avviò, verso il tramonto, portando il bambino addormentato nella tasca del grembiule; ed era già notte quando arrivò là dove il bosco s'infittiva di più. Procedeva tentoni, urtando spesso in un tronco d'albero, impigliandosi in una siepe, col cuore che le tremava ad ogni rumore, ad ogni grido di uccello notturno, a ogni sguisciare di animali impauriti dalla sua presenza. L'amore del figliolino le infondeva coraggio. E così, prima della mezzanotte, arrivò nella radura dove, secondo la gente, venivano le Fate a ballare e a divertirsi. In alto, fra i rami degli alberi, s'intravedeva un filo di luna. Cavò di tasca il bambino ancora addormentato, lo posò su l'erba nel mezzo della radura, e si nascose dietro una siepe per veder quel che sarebbe accaduto. Ed ecco, alla mezzanotte in punto, un lumicino tra gli alberi, e poi, di qua, di là, quasi sbucassero dal tronchi, le Fate, vestite di abiti fosforescenti, coronate di fiori freschi, che si abbandonano a un ballo vorticoso, tenendosi per mano, e così agili, così leggère, che pareva non toccassero il suolo coi piedi calzati di sandali di oro. La povera madre tratteneva il respiro, atterrita che, nella furia del ballo, le Fate calpestassero il bambino, dormente su l'erba. Esse intanto continuavano più allegramente e più furiosamente la ronda, senza accorgersi di lui. Tutt'a un tratto, si fermarono, e stettero in orecchio: - Chi ci vede e chi ci sente, Sorda e cèca immantinente! Chi ci sente e chi ci vede, Cionca a un braccio e zoppa a un piede! - Ah! Fate, Fate belle, sono una povera madre! Al grido della donna le Fate disparvero. Soltanto una indugiò alquanto avendo urtato con un piede il bambino che si destò e si mise a piangere. La Fata però, da bella e giovane, si era trasformata in vecchia grinzosa e canuta che si reggeva su un bastone. Si chinò, prese in mano il bambino e disse: - Oh che carne tenerina! Ne faccio due bocconi! - Per carità, buona Fata, risparmiate la mia creatura! Se avete fame, qui c'è la mia carne; se avete sete, qui c'è il mio sangue. La donna, saltata fuori dal nascondiglio, si era buttata al piedi della Fata e tentava di levarle di mano il bambino. - Eccomi pronta, buona Fata. E si denudava le braccia, porgendole. - È stato per provarti; le Fate non fanno male. Che cosa vorresti pel tuo bambino? - Che abbia la crescenza uguale a quella degli altri. - Avrà qualcosa di meglio. Crescerà di altre due spanne non più. In certi momenti di gran bisogno però potrà allungare la sua statura quanto vorrà, fino a diventare un gigante. Basterà che si metta in bocca il pollice della mano destra e che vi soffi forte come in un cannello. Mezz'ora dopo sgonfierà e tornerà qual era prima. - Grazie, buona Fata! - Badi, però: di questo privilegio non deve servirsi per far del male agli altri, o per qualche cattivo scopo. Non solamente perderà per sempre quella virtù, ma sarà gastigato. - In che modo, buona Fata? È bene saperlo per avvertirlo. - Gli spunteranno due gobbe, una davanti e l'altra di dietro. - Ah! povero figlio mio! Ma non avverrà, buona Fata! - Ed ecco come dovrà fare. La Fata prese la manina destra di Radichetta, si mise tra le labbra il pollice e cominciò a soffiare. Quasi avesse gonfiato un otre, Radichetta erebbe di due spanne, bello, ben proporzionato; sembrava un altro. Sua madre piangeva dalla gioia; lo riconosceva a stento. - E non dire a nessuno di quel che hai visto e udito. Il bambino non deve saper niente prima di aver compiuto quindici anni. - Non saprà niente, buona Fata. La povera madre voleva baciarle i piedi per ringraziarla; ma la Fata, diventata di nuovo bella, fosforescente, coronata di fiori, le spariva a un tratto davanti. La donna, col bambino tra le braccia, non si saziava di baciarlo e ribaciarlo. - Figliolino del mio cuore, è stata la tua fortuna! E si sedé su l'erba, aspettando che spuntasse l'alba, per uscire dal bosco. Si era immaginato che il bambino sarebbe restato di tre spanne, come la Fata lo aveva fatto crescere soffiando il pollice della mano destra quasi fosse stato un cavallino. Invece, a poco a poco, se lo senti sgonfiare tra le braccia, e prima che l'alba spuntasse, Radichetta era già tornato piccinino una spanna come prima. Per un istante, ella credé che la Fata si fosse fatta beffe di lei. Si era messa in bocca il pollice della mano destra del bambino e aveva tentato di rigonfiarlo, ma non era riuscita. Si riprese però sùbito, pensando che le Fate non sono cattive, e tornò a casa con la lieta speranza che Radichetta, a quindici anni, in momenti di gran bisogno, avrebbe potuto far crescere la sua statura fino a divenire un gigante, Intanto tornò a filare, tenendo il figliolino nella tasca del grembiule. Egli era così vispo, così allegro che formava lo spasso delle vicine e dei loro ragazzi. - Radichetta, vuoi una chicca? - Si, una oggi, e l'altra domani. Rispondeva con una vocina sottile sottile, che si sentiva appena. - Allora sono due! Sei ghiotto, Radichetta! - Dàmmene mezza, ma sùbito, via! - Vieni a prendertela; salta fuori dalla tasca. E Radichetta, lesto lesto, scavalcava l'orlo della tasca del grembiule della mamma, si lasciava scivolare lungo la sua sottana e correva dietro a colui che gli aveva mostrato la chicca e faceva finta di non volergliela dare. - Bravo, Radichetta! Viva Radichetta! Ah! Ah! Era uno spettacolo vedergli muovere rapidamente le gambine; le comari e gli altri ragazzi ridevano, battevano le mani, fino a che quell'altro non si lasciava afferrare, e non gli dava la chicca. - Hai visto? - esclamava Radichetta trionfante, quasi gliela avesse tolta a forza. E arrampicandosi di nuovo alle falde della gonna della sua mamma, rientrava nella tasca del grembiule. La povera donna doveva tenerlo là, per evitare che i polli non lo beccassero; era così: piccinino, che non ne avevano paura, e lui non badava a pericoli. Le poche volte che ella lo aveva lasciato libero per la via, se l'era visto sparire davanti. Radichetta correva di qua, correva di là, si rimpiattava dovunque, e lei dall'ansietà che potesse accadergli qualche disgrazia, non aveva avuto pace, finché non lo aveva rintracciato e rimesso nella tasca. Gli anni passavano; Radichetta era già cresciuto di una spanna e mezzo, e aveva dodici anni. Sua madre non lo teneva più nella tasca del grembiule, ma lo voleva sempre accanto a sé o sotto i suoi occhi. Era troppo vivace e anche un po' manesco, quantunque uno schiaffo o un pugno di lui sembrassero piuttosto una carezza. Non era lo stesso per Radichetta. Uno spintone, un pugno, uno schiaffo degli altri ragazzi con cui attaccava facilmente lite facendo il chiasso, lo mandavano ruzzoloni per terra, o gli lasciavano i lividi sul viso. La povera mamma lo ammoniva, gli dava sempre torto, quantunque spesso avesse ragione. E minacciava i ragazzi: - Vedrete, un giorno o l'altro, come vi concerà Radichetta! - Per ora le ha avute; se le tenga! Radichetta, dalla stizza, si mordeva le manine. - Mamma, perché hai detto: Vedrete, un giorno o l'altro, come vi concerà Radichetta? - Perché sarà cosi; lo saprai a quindici anni. - E quanto ci vorrà ancora? - Un altr'anno, figliolo mio. I ragazzi avevano preso a beffarlo. Quando ci concerai, Radichetta? - Come ci concerai, Radichetta? - Vi concerò bene, non dubitate! - Gridalo forte, fàtti sentire. E Radichetta, con quella vocina sottile sottile che si sentiva appena, si sforzava a gridare: - Vi concerò bene, non dubitate! - Intanto ti abbiamo conciato noi, Radichetta! La mattina in cui egli compiva i quindici anni, la madre lo prese su le ginocchia (era già alto tre spanne) e gli disse: - Sta' attento, figliolo mio. Gli raccontò punto per punto quel che aveva visto la notte di luna nuova passata nel bosco con lui addormentato e messo a giacere su l'erba in mezzo alla radura. - E poi? - la interrompeva Radichetta. - E poi le Fate si accorsero della mia presenza e mi avrebbero buttato addosso un'imprecazione tremenda: Chi ci vede e