GIACINTA
di Luigi Capuana
A Emilio Zola
(Maggio 1879)
Parte prima
I
- Capitano - disse Giacinta.
E, presogli il braccio, lo tirava verso la vetrata della terrazza con vivacità fanciullesca
- È vero che il tenente Brogini ha un'amante vecchia e brutta che talvolta lo picchia?
Il capitano Ranzelli cessò di sorridere e si fece serio serio.
- Perdoni, signorina; ma...
- Al solito, gli scrupoli! - esclamò Giacinta con una piccola mossa di dispetto. - È una scommessa; me lo dica, mi faccia questo piacere. Dopo se vorrà, potrà sgridarmi.
- Io non la sgrido; non ne ho il diritto né l'autorità - rispose il capitano. - Però ho tanta stima di lei e le voglio...
- Tanto bene! - lo interruppe Giacinta, ridendo.
- Sí, tanto bene, che non posso vederla commettere, senza dispiacere, una leggerezza da nulla.
- Ho fatto male?
- Almeno qui, dinanzi a questa gente che suol dare maligna interpretazione anche alle cose piú innocenti.
- Com'è severo! Oh! Oh!
- Non dica cosí. Spesso spesso le apparenze valgono piú della realtà, e il mondo...
- È vero o no che il tenente Brogini...? - ripeté Giacinta spazientita.
- Senta qua.
Il Ranzelli fece girare sulle rotelle la poltrona vicina, prese una seggiola e, appoggiate le mani sulla spalliera, chinandosi un po' in avanti, soggiunse:
- Segga, dieci minuti.
Vedendola sdraiata lí, con la bruna testa buttata indietro e la faccia rivolta verso di lui, stette a osservarla, in piedi, dondolando la seggiola. Quella personcina minutina, rannicchiata tra la soffice imbottitura della poltrona e cosí ben modellata dalle pieghe dell'abito, gli richiamava alla mente l'immagine di un gioiello tra la bambagia carnicina e il raso azzurro dell'astuccio; mentre Giacinta, vistagli apparire negli occhi la forte commozione che gli agitava il cuore in quel momento, sorrideva a fior di labbra.
Il capitano sedutosele di fronte, molto accosto, cominciò a parlare sotto voce; e stando ad ascoltarlo attentamente, colle sopracciglia un po' corrugate, ella intanto girava gli occhi attorno, da un gruppo all'altro del salotto.
Sotto il grande specchio di Murano, dalla cornice di cristallo tutta fiori e foglie scintillanti ai vivi riflessi dei lumi, la bella signora Clerici rideva delle sciocchezze di quell'insulso dell'avvocato Ratti che gesticolava come un burattino.
Più in là, la signora Manzi, bionda e grassona, movendo lentamente il ventaglio, con gli occhi socchiusi, da quella indolente che era, stava a sentire, chi sa quale discussione tra il Gessi e il giovine Porati. Se n'erano appellati a lei, pareva... Oh! Sapevano scegliere quei due!
- Eh?... dico bene? - domandò il capitano.
- Sí, sí.
Giacinta aveva risposto chinando lievemente il capo, senza interrompere la sua rassegna.
Dal sedile a foggia di un'esse posto nel centro del salotto, la signora Rossi, che ragionava col Merli - parlava sempre lui quel buratto! - li spiava di sbieco, con la sua aria maligna di magra stecchita, storcendo piú del solito gli occhi sul faccione da mula. Quei due occhi collo strabismo davano a Giacinta il mal di capo ogni volta che le accadeva di fissarli un tantino; e per ciò li aveva subito evitati. Ma s'era incontrata con gli sguardi pettegoli della Gina, la nipote della signora Rossi. Voltavasi anche essa, di tanto in tanto verso di loro, forse per distrarsi dal conversare con quel grullo del conte Grippa di San Celso che, piantato davanti a lei, piegato in arco, colle braccia incrociate sulla schiena, le spalancava in viso la bocca enorme, forse, perché moriva dalla curiosità di sapere di che discorressero, con tanto interesse, quei due.
Proprio in quel momento, Giacinta si era messa a sorridere, soddisfatta, abbassando le palpebre, scotendo lentamente il capo in segno di conferma, intanto che il Ranzelli, eretto sulla vita, impettito, scuro in viso, mordevasi i baffi e si guardava, per darsi un contegno, le mani.
Alzando gli occhi, ella scorse in un angolo sua madre che le gettava, di sfuggita, certe occhiate penetranti come un succhiello.
- La mamma ci osserva - disse al capitano.
- Tanto meglio - rispose questi, guardando dalla parte dove la signora Marulli, col vestito nero accollato, orlato da un goletto bianchissimo, a cartocci, che dava risalto alla sua bella testa di donna matura, pareva ragionasse fitto fitto colla signora Villa, senza neppure badare ai continui dinieghi di questa.
Poco dopo, Giacinta diceva al capitano:
- Gerace ci mangia con gli occhi.
- Peggio per lui!
Questa volta il Ranzelli non si degnò di voltarsi. Giacinta, però, continuò a guardare laggiú, verso il pianoforte.
Da un pezzetto Andrea Gerace non prestava piú orecchio alla signora Maiocchi che, seduta dirimpetto a lui, pareva gli parlasse di qualche cosa interessante, facendo ballare i nastri, i fiori, i tralci della sua enorme pettinatura. Egli tormentava, ora con una mano ora coll'altra, la punta dei suoi baffettini incipienti e aveva negli occhi tutto il dispetto per quella eterna conversazione tra il capitano e Giacinta.
- E i dieci minuti? - diceva infatti Giacinta, con aria di rimprovero, al Ranzelli.
- Per me non sono ancora passati..., se non la infastidisco.
Giacinta gli accennò di continuare, col ventaglio di tartaruga a cui teneva appoggiata la faccia; e riprese a fissare Gerace, che, pallido, cogli occhi intorbidati, non ne perdeva il piú piccolo movimento. La signora Maiocchi, nella foga del ragionare, non gli aveva badato; ma quando gli vide rizzare improvvisamente il capo, si voltò subito indietro agitando il pensile giardino della sua testa, per vedere che cosa accadesse.
Il Ranzelli, accostata un po' piú la seggiola alla poltrona, parlava con grande efficacia, curvo, accompagnando le parole con brevi gesti nervosi; e Giacinta, a fronte bassa, mordendo la punta del ventaglino, stava ad ascoltarlo immobile, il seno ansante, infiammata nel viso.
- Ma dunque questa Giacinta vi fa ammattire tutti!
La signora Maiocchi prese stizzosamente una delle tante partiture ammonticchiate sul pianoforte e cominciò a sfogliarla.
- Volete un consiglio? - soggiunse, rimettendo la partitura a posto. - Lasciate andare; quella ragazza è impastata di ghiaccio.
- Il capitano sta per scioglierlo! - rispose Andrea.
- Non vi credevo cosí sciocco - disse la Maiocchi, levandosi a sedere.
Nello stesso punto Giacinta si era alzata dalla poltrona.
- Poesia! Poesia! - mormorava, fissando il capitano negli occhi.
E si stirava graziosamente con un fare di persona stanca; ma il capitano, indovinando sotto quella sonnolente indifferenza la commozione vibrante ancora nei delicati nervi di lei, pensava un po' mortificato: - Strana ragazza!
- Insomma?... - le domandò tutt'a un tratto.
E siccome a questa insistenza Giacinta non poté trattenere un sorriso, il Ranzelli, per ricambio, voleva darle una stretta di mano.
- Oh, no! - ella disse, avvedendosi dell'abbaglio di lui. Ma non poté aggiungere altro, sotto tanti sguardi rivolti curiosamente su di loro.
Gli fece un piccolo inchino con la testa, e andò incontro al padre che rientrava dalla stanza da giuoco discutendo, col signor Rossi e il cavaliere Clerici, l'ultima partita di tressette. Il Signor Marulli voleva giustificare, a tutti i costi, una giocata andatagli male.
- Babbo, devi aver torto - gli disse Giacinta, sforzandosi di parer di buon umore. - Ha perduto, è vero cavaliere?
- Come sempre - rispose Clerici.
Il Signor Marulli protestava.
Ranzelli intanto, rimasto a riflettere sulle ultime parole di Giacinta, si arrabbattava colle dita contro un bottone della divisa che stentava a entrare in un occhiello. Poi, vedendo passare il commendatore Savani scappato da un piccolo crocchio di persone con le quali era stato lungamente a discorrere, gli si accostò, dicendo:
- Buoni affari, commendatore?
- Ah! gli azionisti son piú noiosi delle mosche - rispose Savani.
- Il miele dei dividendi li attira! - aggiunse il Ratti salutandolo e ammiccando malignamente al capitano e alla Maiocchi la quale aveva alzato la testa lasciando di parlare al cavaliere Mochi in un orecchio.
Questi, con la lente all'occhio sinistro, senza smettere di osservare le fotografie del grande album aperto sul tavolino, rispondeva alla signora Maiocchi:
- V'ingannate, non mi riguarda.
- Andate là! Come antico cugino della mamma, dovrebbe interessarvi.
E dondolava il capo affermativamente, benché Mochi le dicesse:
- Niente affatto! Quella parentela costava troppo, allora; e non valeva quel che costava. Oh! io sono sempre economo in vita mia.
- Sia pure!
E la signora Maiocchi rideva, ma non pareva ben persuasa.
Nel centro del salotto, attorno alla signora Rossi, alla Gina, alla signora Clerici e alla signora Mazzi che si faceva sempre vento indolentemente, la conversazione era diventata animatissima.
- Che pazzerellone quel Ratti!
- Non c'era altri che lui per rallegrare la brigata!
Infatti ridevano tutti.
Giacinta, in piedi, a braccio della Gina che aveva ceduto il suo posto alla signora Mazzi, non perdeva di vista Gerace. Egli picchiava leggermente con un dito sopra un tasto del pianoforte, mordendosi il labbro, gli occhi rivolti al soffitto; e quella nota, sorda e continua, irritava Giacinta, benché il rumore della conversazione la facesse appena avvertire dagli altri. Ogni battuta era per lei una puntura di spillo. Finalmente non ne poté piú! Svincolatasi dal braccio della Gina, si fece largo colla mano fra il conte Grippa e il Porati, e fermatasi a pochi passi dal pianoforte:
- Dio mio, signor Andrea! - gli disse. - Non ha altro da suonare?
- Musica del cuore! - esclamò la signora Maiocchi.
E vedendo che gli altri ridevano di quella spiritosaggine buttata quasi in viso a Giacinta, si ringalluzzí tutta.
Gerace, sorridendo impacciatamente, erasi già scostato dal pianoforte.
- Musica del cuore! - ripeté la signora Maiocchi.
- Ton! Ton! Ton!... Cotesta musica la faccio anch'io che non so suonare nemmen le campane. Ecco qui!
E il Ratti si mise a pestare all'impazzata sui tasti, lavorando furiosamente il pedale. I bassi muggivano come tori feriti; gli acuti stridevano con un miagolio indiavolato.
- Bravo! Bravo!
Il conte Grippa cominciò a batter le mani il primo, sgangherandosi la bocca dalle risa.
- Bravo!...Benissimo!
Tutti gli fecero coro. Quella grassona della signora Mazzi, a cui il gran ridere dava il convulso, si aggravava con tutta la sua persona sopra una spalla del Merli che, piccino com'era, aveva paura di essere schiacciato.
Con tal successo e con tanta ressa di persone attorno al pianoforte, il Ratti pestava, pestava sulla tastiera, stralunando gli occhi, agitando il capo come in preda all'ispirazione musicale, facendo le viste di svenirsi nei momenti patetici.
- Povero pianoforte! - disse allora la signora Villa a la Marulli che, a quel chiasso, aveva smesso di parlare, nell'angolo dov'eran rimaste esse sole.
Profittando della confusione, Giacinta si era avvicinata a Gerace. Imbroncito, in disparte, Andrea lisciava le foglie della gypsophila paniculata posta in un vaso di porcellana su un treppiede di bronzo.
- Che ti prende? - gli disse sdegnosamente sotto voce, passando oltre senz'attendere la risposta.
- Beene!... Braavo!... Beeenissimo!
Ratti, dato un ultimo strappo alla tastiera, si applaudiva da sé, battendo le mani piú forte degli altri.
II
Verso le undici erano rimasti nel salotto soltanto il commendatore Savani, il capitano Ranzelli e Andrea Gerace.
La signora Marulli, stretta la mano alla signora Villa che andava via facendosi accompagnare dal Merli e dal Porati, si era avvicinata al Ranzelli già sul punto di prendere commiato.
- Capitano, - gli disse - questa sera avete un'aria... una cert'aria!... Non saprei...
E intanto lo guardava negli occhi, come per strappargli un segreto.
- Può darsi - rispose Ranzelli - che questa sera sia una delle poche veramente felici della mia vita.
- Per parlare cosí - aggiunse Giacinta, fermata piú in là col Savani - aspetti che sia passata da un pezzo!
Ranzelli s'inchinò, muto, sopra pensiero, intanto che la signora Marulli lanciava un'occhiataccia alla figlia.
- Testolina! - disse a questa il commendatore, tentando di accarezzarle i capelli.
Ma ella si trasse indietro, e alzò il ventaglino per sviargli la mano.
Appena il capitano fu andato via, Giacinta fece un piccolo giro attorno, con aria di annoiata; poi, sedutasi al pianoforte, cominciò a suonare a mezzo tono una melodia del Ballo in maschera. Andrea la raggiunse come per voltarle i fogli, mentre il commendatore e la signora Marulli, passavano nel salottino accosto per prendere la solita tazza di thè e latte.
A un tratto, Giacinta cessò di suonare e piantò in viso ad Andrea quel paio di occhi scintillanti che erano la sua bellezza.
- Che pretende il capitano? - domandò Andrea seccamente.
- Nulla - rispose Giacinta, senza cessar di fissarlo.
- T'ama, te lo ha detto!...
- Sta bene. Vorresti impedirglielo?
Andrea si rizzò sulla persona come morso da un serpe.
- Per carità, non farmi scene!
E cosí dicendo, Giacinta lo aveva preso per una mano e gli scuoteva un po' il braccio.
- Ho forse torto?
Andrea le si accostò col viso al viso, rabbiosamente.
- Voleva sentirselo dire in faccia, se lei ne aveva il coraggio!
- Sí - rispose Giacinta, rimanendo imperterrita, a fronte alta.
Per alcuni momenti stettero immobili, silenziosi, guardandosi fisso.
- Dunque sposiamoci! - disse Andrea risoluto. - Vo' metterti con le spalle al muro, sbugiardarti con la prova.
- Impossibile! - rispose Giacinta, abbassando il capo.
- Ecco, dunque! Sposerai lui!
- Né te, né lui.
- E tu m'ami?
- Con tutta l'anima!... Ma è un'altra cosa, Dio mio!
- Chi ti capisce?
Giacinta fece una mossa di dispetto.
- Mi tormenti per capriccio! Non può essere altrimenti. Tu sai che io non mento - ella aggiunse; - ti ho detto che t'amo; sei il solo a cui l'abbia detto! Non lo dirò a un altro, sta sicuro!... Ma t'amo a modo mio... Lasciati amare cosí; non tormentarmi!
A quella dolcezza di voce che contrastava coll'altiera fierezza degli sguardi, Andrea, un po' rabbonito, rispose:
- E l'avvenire?
Giacinta stese un braccio sul leggío, vi posò la testa in atto di abbandono e chiuse gli occhi un istante. Andrea l'osservava, ansioso, con le labbra inaridite.
- L'avvenire? - ella disse, come destatasi da un breve sonno. - L'avvenire è... che t'amerò sempre!... Che non posso, intendi? né voglio amare altro che te! Ma è appunto per questo, intendi? che non saremo mai sposi!... Lasciati amare cosí, a modo mio. Non tormentarmi!
Andrea si sentiva vincere da quella voce carezzevole, insinuante. Ma che significavano tali parole in bocca a una ragazza da cui appena gli era stato permesso, di furto, qualche bacio sulle dita?
Non riusciva a capirlo.
- E dopo? - insisteva.
Giacinta si era fermata a riflettere.
- Dopo?... Oh, no! no! - poi disse, tristamente. - È impossibile; no! L'uomo non è mai generoso. Dimenticare, perdonare non è per lui... Verrebbe un giorno, arriverebbe un momento che anche tu saresti cosí vile...
E tacque coprendosi la faccia con le mani. Un tremito di ribrezzo le correva per tutto il corpo.
- No, è impossibile!... Tu sai...
Esitava. Evidentemente il parlare le costava un grande sforzo. Andrea le fece cenno di no.
- Non mentire, tu lo sai! - replicò con dignitosa alterigia. - In questo punto non saprei tollerare nemmeno la tua pietà: comincerei a disamarti.
- T'amo! - rispose Andrea - T'amerò sempre! So dimenticare; l'hai già veduto. Perdonare?... Non è il caso.
- Non m'illudi - lo interruppe Giacinta. - Ti vo' troppo bene da mettermi a repentaglio di doverti odiare o disprezzare, che sarebbe anche peggio. Senti, Andrea; non fare piú scene; te ne supplico! Non far comprendere alla gente che tu sii per me qualcosa piú degli altri... E se ti pesa l'essere amato a modo mio, se non hai piú la forza o il coraggio di continuare ad amarmi... lasciami in pace; sarà quel che sarà!... Che posso dirti di piú?
- Ma io t'amo tanto!
Giacinta, commossa, abbandonò la mano in quelle di Andrea.
- Già, ad una spiegazione dovevamo venirci. Ti vedevo, da qualche tempo, cosí irrequieto, cosí smanioso...
- Come non esserlo?
- Ora non piú, è vero? Avrai fede in me, sarai prudente, non t'adombrerai di nulla; è vero? Sono un po' diversa dalle altre donne; forse son fatta male. Non è colpa mia... Sí, son fatta male! Me ne accorgo... Ah se tu sapessi quello che ho sofferto!...Ma non sono cattiva. Orgogliosa, anche troppo. L'orgoglio è il mio coraggio.
- E, per l'avvenire? - tornò a ripetere Andrea.
- Oh! - esclamò Giacinta. - Vuoi dunque strapparmela per forza la terribile parola?... Vuoi dunque...
Tentò d'alzarsi; ma un lembo della veste, impigliato sotto il piede dello sgabello, la ritenne. Allora, chinatasi per scostare lo sgabello e nascondendo con quel pretesto il suo imbarazzo:
- Ebbene - disse - l'uomo del mio cuore potrà, forse, un giorno... diventare il mio... amante; marito mio, no; mai!
E si levò, strappando la veste.
Andrea, visto rientrare il commendatore Savani con la signora Marulli, gli andò incontro:
- Mi aveva detto di aspettarla!... Eccomi qui.
- Ah!... Mi rammento - rispose il commendatore, prendendogli il braccio - Venite. Buona notte, Teresa.
La signora Marulli attese che fossero usciti dal salotto; poi, con una di quelle sue occhiate che dicevano tanto, le gridò sotto voce:
- Grulla!
- Mamma! - rispose Giacinta sdegnata.
- Che c'è? - domandava il signor Marulli apparso sull'uscio.
- C'è... che tua figlia è pazza! - rispose la signora Teresa, passando con tanta furia da dare appena tempo al marito di tirarsi da parte.
Giacinta con le braccia tese in giú irrigidite, coi pugni stretti, era diventata bianca come un cencio lavato.
- Che vuol dire? - tornò a domandare il signor Marulli, interdetto.
- Nulla, babbo - rispose Giacinta frenando a stento le lagrime - Tu lo sai bene... la mamma!
E si sforzava di sorridere.
III
Quella figliuola venendo al mondo, non avea fatto gran piacere alla sua mamma. Infatti essa se n'era presto sbarazzata, dandola a balia in campagna e andando a vederla il meno possibile.
Nella rare visite, anticipatamente annunziate, la signora Marulli trovava la bambina lavata, pettinata, ravviata di tutto punto, con la biancheria di bucato, e le bastava. La toglieva in braccio, la baciucchiava, le faceva un po' il solletico sui labbrini e sul mento per vederla ridere; poi la rendeva alla balia o la metteva in culla ella stessa.
La Marulli arrivava lassú sempre accompagnata ora da uno, ora da un altro signore che chiamava cugino.
- Muta cugino quasi ogni anno! - diceva la balia, sorniona, a quell'altro sornione di suo marito.
Dopo la corta visita, la signora Marulli e il cugino si perdevano pei campi, fra gli alberi, fra le macchie, e tornavano alla cascina sul tardi. Allora ella dava in fretta un paio di baci freddi alla bambina, montava in carrozza col cugino, e nemmeno affacciavasi allo sportello partendo.
Anche quando arrivava lassú col marito, il cugino non mancava mai per la passeggiata pei campi. Il signor Marulli rimaneva alla cascina, a cullar la bimba, a dondolarsela fra le braccia, attaccando discorso col marito della balia, raccontandogli tutte le faccende di casa sua:
- Gran donna quella sua moglie! Aveva energia per cento. Lui si mescolava poco nelle cose di casa. Quando aveva consegnata alla moglie l'intiera mesata dello stipendio d'impiegato alla Prefettura, si sentiva sgravato da un peso. Pur che gli rimanesse qualche soldo in tasca pei sigari, pel tabacco da pipa e per la partita di tressette al caffè, a lui come lui non gli occorreva altro. - Tiravano innanzi, col provento dell'impiego e con alcune rendite dotali della moglie pagate esattamente da un parente di lei che stava a Parigi o viaggiava pel mondo: non lo conosceva neppur di vista. - Basta. L'abilità di quella donna moltiplicava i quattrini. Pel loro stato, non c'era male. Destavano invidia.
Il contadino stava a sentirlo, zitto, pensando che forse il cugino aiutava la signora a sbarcare il lunario:
- E il marito chiude un occhio, com'usa in città.
Dopo che certi braconi sventarono la storiella dei cugini, questa parola rimase.
Allora la signora Marulli, fresca, bella, di un'aria capricciosa, contava appena ventotto anni, ed era sposa da due. Aveva aspettato un po' troppo il marito da lei fantasticato - che doveva sposarla pei suoi occhi, come le diceva la nonna - e il signor Paolo era stato accettato in mancanza di meglio.
- Però se n'era compensata - malignava la gente.
Sembrava una donna seria, tranquilla, assennata, dignitosa, senz'affettazione, sinceramente cordiale, una vera signora.
- Ma bisognava - secondo il cavalier Mochi - praticarla un po' da vicino per scoprire tutte le basse avidità che bollivano sordamente in quell'organismo. Tant'anni di fredda giovinezza l'avevano depravata. E non aveva, in quel che faceva, neppure la scusa dei sensi!
La maternità fu per lei un peso insopportabile, un impiccio odioso. La piccola Giacinta rimase quasi dimenticata in campagna. Quando la sua mamma si rammentava di andare a vederla una o due volte l'anno, la bimba - dinanzi a quella persona quasi sconosciuta, vestita cosí diversamente dalla balia, con quel cappellino, e quelle piume, e quei nastri - si tirava indietro a testa bassa, imbroncita, guardandola sottecchi, succhiandosi il ditino; e faceva spallucce a ogni parola della mamma, della sua mammina vera, come le diceva la balia.
- Le vuoi bene alla tua mammina?
- È un'orsacchiotta, addirittura.
La signora Marulli stentava a capacitarsi che quell'orsacchiotta fosse sua figlia.
Dopo che dovette ritirarsela in casa, la trottolina di cinque anni, che le si raggirava tutto il giorno fra i piedi e spesso strillava per cose da nulla, le faceva perdere subito la pazienza
- Ah!... Aveva le bizze?
E afferratala duramente per un braccino, la chiudeva in una stanzetta.
- Lí; impara a strillare e a rotolarti per terra!
Nemmeno Camilla, la serva di casa, voleva vedersela attorno, specialmente in cucina. Però con lei la bimba si rivoltava; le diceva: - Sciancata!
E un giorno, ricevuto dalla Camilla uno spintone sgarbato, le avventò la parolaccia del marito della balia, quando questi sgridava la moglie.
Camilla l'avrebbe pestata sotto i piedi. E non gliela perdonò mai.
Il signor Paolo, tra le ore che passava all'ufficio e tra quelle al caffè, vedeva poco la figliolina.
Poi, alle figliole dovevan badare le mamme. Se fosse stato un bambino, allora sí, sarebbe toccato a lui!
E la piccina, che non si sentiva voluta bene da nessuno, andava spesso a cacciarsi in una stanza fuori mano; e in quella specie di ripostiglio - fra arnesi smessi, fra cornici guaste, fra cappelli vecchi del babbo, ciabatte, bottiglie vuote, seggiole che non si reggevano in piedi e scatole sfasciate, ripiene di cartacce e di volumi squadernati - trovava facilmente modo di fare il chiasso per lunghe ore della giornata, senza che la sua mamma si desse pensiero di lei.
La signora Marulli aveva già il capo a rimettere in bell'assetto la casa, ingrandita coll'affitto del quartierino allato e del giardino che le facevano gola da due anni.
- Voleva, finalmente, godersi un briciolo di agiatezza! L'aumento dello stipendio del marito, certe piccole economie di lei... Già, siamo tre mosche in famiglia! - conchiudeva.
Non metteva nel conto la Camilla, ora addetta soltanto alla cucina; né la Marietta, la nuova servotta pratica di stirare e pettinare; né Beppe, il servitorino, un ragazzo di quattordici anni con un testone di capellacci neri e un collo da toro...
- Che mangiava per quattro e non aveva mai nulla da fare! - brontolava il signor Paolo di nascosto dalla moglie.
E se lo vedeva gingillarsi in giardino a rastiar la terra col rastrello, a stuzzicare l'oca e le anitre che nuotavano nella vaschetta, a montar su per gli alberi in cerca di nidi, si sfogava contro di lui:
- Perché non ripuliva i viali? Perché non annaffiava i fiori e le piante? Fannullone!
Beppe gli si piantava dinanzi, alla militare, con un'aria di canzonatura, borbottando fra i denti:
- Sbraita, cornuto!
E trovava sempre qualche scusa:
- La bambina aveva voluto fare il chiasso fino allora. Era andato qua... Era andato là... La signora lo mandava attorno come il vento.
E spesso era vero.
La bambina, allestiti in fretta i compiti delle lezioni che veniva a darle a casa una vecchia maestra, passava il resto della giornata insieme con lui, giocando alla palla pel viale di acacie, o a rimpiattarello nella galleria mezza buia, dalla volta e dalle pareti incrostate di sassi spugnosi e di finte stalattiti; o nel chiosco dal cupolino a graticola, coperto di piante rampichine che ciondolavano in viticci carichi di campanule bianche. Lí Beppe le raccontava le fiabe o i suoi casi di quand'era bambino; ed essa stava ad ascoltarlo a bocca aperta.
Quel Beppe aveva fatto cento mestieri: il ragazzo di falegname, il mozzo di stalla, il merciaiuolo ambulante; aveva servito in un'osteria di campagna dove i vetturali, mentre le bestie mangiavano la biada, si divertivano a ubbriacarlo, a insegnarli canzonacce e bestemmie che quel figliaccio d'una cagna, come lo chiamavano, imparava subito a mente. Quanta gente, quanti paesi aveva egli visto! E quante cose sapeva!
- E che malizia, quello scimmione! - diceva Camilla.
Spesso infatti, nascosto con la bimba in fondo al chiosco, se la faceva sedere sulle ginocchia e le domandava:
- Che intrugliano la mamma e il signor Porati, quando non c'è il babbo e vanno in camera?
- Uh! - rispondeva la bambina, senza comprendere.
- Dovresti origliare; dovresti guardare dal buco della serratura.
- Perché?
- Per vedere, per sentire. Ma ve', non dir nulla alla Camilla, né alla Marietta, né alla mamma! Se no, addio chiasso! Vo' via.
Questa minaccia atterriva la bimba; e il giorno dopo, per ingraziarselo, ella scendeva in giardino colla taschina del grembiule ricolma.
- Indovina che ci ho qui.
Beppe faceva il grullo.
- Indovina.
Beppe le accennava di avvicinarsi, le scostava le manine sovrapposte alla tasca e ne cavava fuori una manciata di confetti.
- Che diavolo erano?
Fingeva di non saperlo e se li metteva tutti in bocca e cominciava a masticarli, facendo dei versacci: puh! puh! quasi volesse sputarli via; ma li inghiottiva tutt'a un tratto, sbarrando tanto di occhi, mentre la bambina a quelle mossacce rideva, saltava, batteva le mani.
Se invece gli portava una pasta, Beppe la prendeva cautamente con due sole dita, e la guardava di traverso:
- Eh! Non se ne fidava!
E voltatala e rivoltatala da tutti i lati:
- Che! Che! Di queste porcherie non ne mangio - aggiungeva, buttandola in aria, a grande altezza.
E intanto che la pasta veniva giú, le si piantava sotto, con le gambe larghe, con la bocca aperta e le braccia dietro la schiena, per abboccarla; e non falliva il colpo neppure una volta.
- Perché mi guardi a questo modo? - gli domandò la bimba una mattina.
Beppe era sorpreso di vederla grande, sviluppata, quasi una donnina; come se la vedesse allora per la prima volta, con quel grembiulino bianco, ricamato negli orli, che le copriva anche il seno, con quelle gambine diritte, tornite, dove le calze fin sopra il ginocchio non facevano una grinza.
- Cribbio!
E le aprì incontro le braccia, invitandola con lo sguardo.
La bambina slanciossi a corsa; e Beppe, presala ai fianchi, la sollevò in alto e se la mise in collo.
- Larà! Laràlliero! Zun! Zun!
La portava attorno, trionfalmente; e, dopo la suonata, imitava con le labbra i rulli del tamburo, battendole il tempo con le dita sui polpacci delle gambine.
Giacinta, passatogli un braccio dietro il collo, gli suonava intanto, col pugno dell'altra mano, la grancassa sulle spalle.
- Via! Via!
E ad aizzarlo, gli ficcava un ditino fra collo e camicia, sotto la nuca, appena Beppe arrestavasi per spingerla in su tra le braccia.
Cosí, fatto due o tre volte il giro dei viali, erano entrati nella galleria; e giunto dove questa faceva gomito e arrivavano appena i barlumi delle due bocche, Beppe si era buttato per terra con lei, su un mucchio di fronde e di erbe ripostovi il giorno innanzi. Giacinta tentò di scappare. Egli la trattenne pel braccio.
- Vieni qui! sta' ferma!
L'accarezzava, le passava la mano tra i capelli, la baciava forte, con le labbra calde.
- Sta' ferma! - ripeteva, con una specie di rantolo.
- Che hai?... Lasciami andare!
- Baciami anche te! - insisteva Beppe, tenendola piú stretta.
Sentendosi quasi soffocare dal caldo insoffribile:
- Lasciami... Mi fai morire! - gridò ripetutamente, smaniando.
Beppe aperse le braccia.
- Brutto!
E, datogli sulla guancia col rovescio della manina, scappò pel giardino.
- Cucurucú, Cucurucú!
Saltellava allegramente sull'entrata della galleria battendo le mani: cucurucú! mentre Beppe avanzasi carponi, col fare lento di un gatto che stia per slanciarsi sul topolino. Ma lei, via, di corsa. Allora la inseguí rotolandosi pel viale, grugnendo, miagolando, abbaiando. La bambina, fermavasi un istante per lasciarlo accostare, e prendeva la rincorsa...
- Oh, bravo! Oh, bravo!
Beppe, poggiate le palme sul terreno e levate in alto le gambe per una bella capriola, si era alzato lestamente, a piedi giunti, con le braccia in croce e una smorfiaccia sul viso.
Da quel momento non l'aveva lasciata piú in pace, minacciandola:
- Se non voleva far il chiasso a quel modo!...
Talché la bambina, impaurita, ora lo invitava, prevenendolo; attratta anche da un inconsapevole compiacimento di cosa vietata, dopo che gli sentiva ripetere:
- Zitta!... Per la Madonna! O non piú chiasso, né nulla!
Ma un giorno Camilla, spolmonatasi invano a chiamar: Beppe! Beppe! dalla finestra di cucina, discese, arrancando con la gamba storta, in giardino:
- Dove s'era ficcato quell'animale?
Beppe e la bambina uscivano in quel punto dalla galleria, e la bambina piangeva e si asciugava gli occhi col grembiule.
- Finiscila! - brontolò Beppe, scuotendola brutalmente pel braccio.
La bambina, vista la Camilla, diede in un nuovo scoppio di pianto.
- Che cosa è stato?
- Nulla! - rispose Beppe, con le ciglia aggrottate, coi pugni stretti.
Camilla asciugava il viso alla bambina, tempestandola di domande:
- Che cosa è stato?... Smetti di piangere!... Non si capisce niente... Che ti ha fatto quel forca?
- Non dir... nulla... alla mamma! - balbettava la bambina, tra i singhiozzi... - Non dir... nulla... alla maa... mma!
- Sí, sí, non le dirò nulla!...
- Mi ha fatto male... qui...
- Ah! maiale! - urlò Camilla, sputando dietro a Beppe che fuggiva.
- Non dir nulla... alla mamma! - ripeteva la bambina, strascicata per le scale come un fagotto, riluttante.
- La mamma!... La mamma!... Accidenti! - digrignava Camilla.
IV
Per la signora Marulli fu un gran colpo.
Stette piú di una settimana a divorarsi internamente con una improvvisa tenerezza materna che aveva l'amarezza d'un rimorso. Quando suo marito cercò di Beppe, gli rispose soltanto:
- L'ho mandato via; mangiava il pane a tradimento.
- Lo predicavo da un pezzo! - disse il signor Paolo, approvando.
In quei giorni la signora Marulli era stata tutta della sua bambina. Non l'aveva sgridata, non le aveva fatto neppur sospettare che le fosse accaduto qualcosa di male; e se l'era tenuta accosto, accarezzandola, secondandone i capricci, scendendo in giardino con lei quando voleva giocare a palla, o a saltar la corda, o lanciare il cerchio. Ma la bambina, non abituata alla presenza della mamma, stava con ritegno e, nel suo interno, rimpiangeva Beppe, quantunque fosse stato cosí cattivo con lei. La sua mamma infatti, per quanto si sforzasse di parer buona, affettuosa, condiscendente, aveva un'aria troppo severa. Il dispetto dell'accaduto le dava un che di duro nella voce e nei modi, come se quella figliolina ci avesse avuto colpa lei.
- Infine, non poteva tenersela attorno da mattina a sera!... Non ci mancava altro!
E cosí Giacinta, nell'autunno, fu messa in un istituto femminile.
- Avrei dovuto pensarci prima!
La signora Marulli non cessava di rimproverarselo.
Lontana da casa sua, in un'altra città, fra tanti visi nuovi di ragazze grandi e piccine, Giacinta si sentì a disagio. Era vissuta sempre quasi sola, perché la sua mamma non aveva voluto mai altre bambine per la casa, e quel chiacchiericcio, quelle risate argentine, quei dispettucci, quelle intimità di amiche che facevano lega contro le altre, le mettevano addosso malumore e dispetto, le impedivano di addomesticarsi con le compagne. Nelle ore di ricreazione, rimaneva in camera al suo posto; o si affacciava alla finestra accanto, per guardar fuori, lontano, verso quella collina piena di alberi, sparsa di casette bianche con le finestrine che parevan buchi nel muro.
- Ci si doveva star bene colà, all'ombra degli alberi, in mezzo all'erba dei campi, soli soli.
E una confusa visione della campagna e della cascina della balia le passava per la mente quando, piccina ancora, vagava pei prati sotto la sferza del sole e sotto la pioggia, e tornava tutta intrisa di mota alla cascina, coi capelli arruffati, pieni di sterpolini e di foglie secche e col vestitino in brandelli!
Dopo alcuni mesi però s'era affezionata a una bambina della sua età, che quasi evitata dalle compagne restava anche lei in disparte.
- Lo hai tu il babbo? - le domandava questa con una vocina di tristezza.
- Io sí; e anche la mamma.
- Io ho la sola mamma.
- E ti vuol bene?
- Oh, tanto! Viene a trovarmi tutti i giorni.
Giacinta la invidiava.
Invece, il suo babbo e la sua mamma venivano a vederla ogni sei mesi e la lasciavano in collegio anche durante le vacanze.
- Come è diventata grande!
- La malerba vien su presto!
L'esclamazione della mamma e il motto del babbo si ripetevano, ad ogni visita, colla stessa fredda intonazione dalla parte di lei, con la identica risatina sciocca dalla parte di lui. Poi, ogni volta, pareva che la sua mamma venisse lí apposta per sgridarla; non era mai contenta dello studio, della nettezza... di niente!
- Dio mio! Perché la mamma non mi vuol bene?
E pensava di diventar cattiva, per meritarsi almeno quel trattamento!
Non era piú una bambina; aveva già sedici anni. Le confidenze di qualche amica le avevano aperto un po' gli occhi. La sua fanciullezza abbandonata le si aggravava sul cuore terribilmente, coi piú vivi particolari, rimescolandola tutta. E quando le passava dinanzi agli occhi l'immagine di Beppe, con quel testone nero e quelle pupille nere che l'avevano tenuta cosí sottomessa, sentiva vibrare per tutto il corpo una sensazione strana, d'inesplicabile tenerezza verso quell'unico amico della sua infanzia che l'aveva tanto divertita e le aveva voluto un po' di bene! E i baci di quelle labbra carnose le rifiorivano, caldi, per un istante, sulle gote insieme colle carezze delle ruvide mani di lui.
Cosí le si accresceva la smania di rivedere i luoghi dov'era trascorsa la sua fanciullezza, cari luoghi che dopo cinque anni di lontananza già prendevano nella sua immaginazione proporzioni grandiose, splendori abbaglianti.
Che altro le avrebbero rammentato quel ripostiglio, quegli alberi, quei viali, quel chiosco del giardino di cui le pareva di poter contare ancora sulle piante rampichine, i viticci spenzolanti e le foglie ad una ad una?
Ma l'assaliva lo sgomento:
- Ah!... La sua mamma non le voleva bene!
Pensando a questo, subito le si gonfiavano gli occhi di lagrime.
- Perché non le voleva bene? Perché?
E dal dispetto, sentiva seccarsi il pianto.
- Sarebbe arrivata a odiar la mamma?
E tremava.
V
La prima cosa che le diè nell'occhio al ritorno in famiglia, fu la grande insegna nera con un Banca agricola provinciale, attaccata al terrazzino di mezzo del primo piano, i cui grossi caratteri dorati brillavano sulla facciata chiara, rintonacata di fresco.
Vedendo quell'omaccione dalla livrea turchina filettata di rosso, che, cavandosi il berretto gallonato, prendeva gli ordini del signor Marulli pel bagaglio, Giacinta domandò al babbo:
- Chi è costui?
- Il portinaio della Banca.
La vecchia scala di travertino, con le pareti di stucco bianco e lo zoccolo scuro di finto marmo, con le belle vetrate dai vetri puliti ad ogni pianerottolo, non era piú riconoscibile.
- Gran novità, babbo!
- Sí; vedrai anche dentro.
Ma dal tono della risposta capí che il povero babbo non doveva esserne molto contento.
Infatti, in tutte le stanze, tappezzerie rinnovate, pavimenti alla veneziana lustri come specchi, usci riverniciati in bianco, doppie tende di trina e di stoffa che scendevano con larghi panneggiamenti fino a terra; davanti a ogni finestra o terrazzino, bussole dai grandi cristalli, il salotto tutto addobbato di nuovo... In somma, da non raccapezzarvisi.
- E quest'uscio? - domandò Giacinta al padre che le mostrava ogni cosa.
- Dà nelle stanze del commendatore Savani, il direttore della Banca agricola. Egli è solo, scapolo, e desina in famiglia con noi.
- Babbo, e questa mia camera non era prima la sala da pranzo?
- Tua madre!... - rispose il signor Paolo stringendosi nelle spalle.
- Ma... come?
Si sentiva proprio scombussolare:
- Dov'erano andati i cari testimoni della sua fanciullezza?
Quei ricordi cosí vivi, cosí netti pochi giorni addietro ora, sotto l'impressione di quella inattesa realtà, se li vedeva sbiadire rapidamente davanti con un senso di pena e d'indefinito terrore.
- Anche il giardino!
Le aiuole, circondate da eleganti ripari di ferro fuso, parevano, sí, ceste fiorite, ma...
- E quelle statue di terra cotta?... Come stridevano, con la loro tinta rossastra, fra il verde degli alberi!
E poi... che vita in casa!... Col via vai di tanta gente dalla mattina fino a notte inoltrata, il salotto sembra una succursale della Banca del primo piano.
- Quella mamma, Signore! Azioni, dividendi, cartelle, bilanci, fedi di credito, operazioni..., non ragionava piú d'altro! Come trovare un tantino di tempo per badare alla figliuola?
Il povero babbo restava in disparte. Il commendatore invece pareva il padrone di casa. Questo la irritava. E il Savani le divenne presto antipatico.
- Povero babbo! Era molto invecchiato!
Egli andava spesso a scaldarsi - come soleva dire - nel bel nido della figliuola. Con la barba e i capelli brizzolati di bianco, con la faccia piena di rughe e gli occhi un po' stupidi, improntati di una rassegnazione animale, si sedeva in un canto del canapè e parlava a monosillabi, o non parlava affatto.
- Babbo, a che pensi? - gli domandava Giacinta.
- A nulla!
Si meravigliava di quella domanda: non ne indovinava la ragione. E un giorno che sua figlia, parlando della mamma con amarezza, aveva alla fine esclamato:
- Che vita! Che vita!
- Va! - egli rispose - Quella donna è fatta cosí!
Giacinta lo abbracciò tra intenerita e stizzita.
Passava in camera quasi l'intiera giornata, leggendo, lavorucchiando qualche cosina, scrivendo delle lunghe lettere di sfoghi a quella sua amica di collegio che non sapeva chi fosse il proprio babbo, ma aveva però una mamma che le voleva tanto bene! In salotto compariva di rado, massime la sera, infastidita da certe occhiate di quei giovanotti, da certi maligni mezzi sorrisi che le era parso di scoprire sulle labbra di alcune amiche di sua madre.
- La signorina vuol dunque farsi monaca? - le diceva la Marietta che ora spadroneggiava sola in casa, dopo che Camilla era andata via.
- Il chiasso mi dà ai nervi.
Tutte le mattine, appena la padroncina suonava, Marietta entrava in camera discretamente, apriva le imposte, levava via il lume dal tavolino da notte, metteva in ordine le vesti e le portava il caffè, fermandosi presso il letto, con le mani nelle tasche del grembiule bianco, domandando:
- La signorina ha dormito bene?
O pure stava ad aspettare, zitta, con un benevolo sorriso sulle labbra, aggiustandosi di tanto in tanto la cuffia civettuola. Poi l'aiutava a vestirsi, muovendosi attorno lesta, leggiera, con un fare da cutrettola, per prendere questo o quell'oggetto.
- La Camilla perché è andata via? - le domandò una mattina Giacinta.
- Quella chiacchierona!... Oh!... Perché diede un grosso dispiacere alla signora...
- Che dispiacere?
- Ma, non so... Per l'affare... di Beppe.
Giacinta era diventata un po' rossa in viso, senza ben capire la reticenza della Marietta.
Cosí, a poco a poco, fra padroncina e cameriera, era nata una intimità che a Giacinta serviva di sfogo. Quel carattere allegro le piaceva, forse pel contrasto col suo. E nelle giornate in cui la Marietta doveva stirare, Giacinta, preso in mano un lavorino di ago andava a sedersi nella stanza con lei che, sbracciata fino ai gomiti, sbatteva i ferri sul tavolino, canticchiando, ridendo...
- Per tenere di buon umore la sua cara padroncina.
Di mano in mano, Marietta s'infiammava; e mentre camicie, sottane, polsini e altri capi di biancheria inamidati friggevano e prendevano il lucido sotto il ferro, la sua parlantina si accresceva. Pareva che recitasse una parte da commedia; specie quando, tralasciato di stirare, mettevasi a far la caricatura della signora Rossi che somigliava a una gru, con quel collo tutto grinze e quel naso, proprio un becco, che voleva ficcarseli in gola!
Allora seguiva tutta la sfilata.
- E la signora Clerici?
- Alla larga! Uno schizzo di fontana quando tira vento. Bisogna accostarsele coll'ombrello.
- E la signora Maiocchi?
- Quella lí, santa economia! cerca un solo marito per la figliuola e per sé.
- Zitta, linguaccia!
Ma, in verità, quella linguaccia non le dispiaceva, cosí malamente ella soffriva tutte le amiche di sua madre.
- Però, la signora Villa...
- Gesú! Una rigattiera... Quel vestituccio avana lo portava sin da ragazza. Ora, vi appunta su cogli spilli un po' di guarnizioni nuove, e festa! Va attorno, con la sua aria di matrona, come se avesse indosso chi sa che cosa...
E si dondolava, col busto in fuori, camminando lentamente. Giacinta moriva dalle risa.
- Pareva proprio quella!
E il ferro tornava a far pan, pon, pan, sul tavolino, quasi battesse la solfa.
- Sa? - riprese Marietta. - Quel babbeo del conte di San Celso si permise, l'altra sera, di darmi un pizzicotto ai fianchi! Ci ebbe poco gusto. Con una gomitata, lo sbatacchiai al muro.
- Poverino!
- Poverino?... E ride? Almeno l'avvocato Ratti...
- Ti pizzicotta anche lui?
- Tutti, quando capita!... Ma è tempo perso. Ora dopo la disgrazia, ho messo giudizio. E la Madonna mi deve aiutare... Uomini? Dio ne scampi!
A quel ricordo s'era fatta tutta seria. Pensava alla sua creatura:
- Chi sa dove penava?... Il suo destino avea voluto cosí!
E scuoteva il capo... E il ferro, pon, pan, pon sul tavolino con dei colpi arrabbiati.
Ma se veniva interrogata intorno al commendatore, Marietta diventava a un tratto discreta.
- Un bravo signore. Spende, spande...
Non diceva mai altro.
La signora Marulli l'aveva tirata su, a poco a poco, una cameriera perfetta. Astuta, fina, pieghevole, sapeva a tempo e a luogo chiudere un occhio e anche tutti e due, e con la signora andava molto di accordo, benché il carattere di lei... cosí difficile...!
- Alla mia padroncina però voglio un gran bene davvero. Mi butterei nel fuoco per farle piacere.
E quando Giacinta, nei momenti più tristi, le apriva tutto il suo cuore, Marietta piangeva.
- Quella benedetta signora!...
Oh! non voleva mettere male tra mamma e figliuola; sarebbe stata un'infamia... Ma, all'ultimo si lasciava andare, e smetteva i riguardi, parlando chiaro e tondo, chiamando pane il pane:
- La signora, con una ragazza da marito in casa, si conduceva male, malissimo... Ecco!
VI
Un giorno era venuta Camilla per una visita.
Vedendola entrare rinfagottata in quel modo, con lo scialle spocchioso, con le dita piene di anelli e uno spillone grande come un quadrante di orologio sul petto, Giacinta, che si era un po' rimescolata all'annunzio, non poté trattenersi dal ridere.
Camilla, ingrassata, ansimante per la fatica di aver montato tante scale, arrancava peggio di prima.
- Oh, la mia cara padroncina! Come si è fatta grande e bella, con la grazia di Dio!
Seduta con le gambe larghe, le mani sui ginocchi, parlava forte, fermandosi di tratto in tratto, come se le mancasse il respiro.
- Vista per istrada la signora, son venuta... La signora è in collera con me...oh, a torto! Ma io no: sempre la Camilla affezionata a questa casa dove ho servito per otto anni! - La mia bottega di ova e di pollame va benino. La Madonna m'aiuta!... Però mio marito... - Oh, cara, padroncina! Com'è bella! - mio marito comincia a ciurlarmi nel manico... Beve troppo!... Ieri per la prima volta mi ha picchiata!... Però, signorina, lavora tanto! Bisogna compatirlo.
Giacinta, guardandola, con un sorriso di diffidenza sulle labbra, la lasciava dire.
- Ho i miei difetti anch'io... Sempre con tanto di lingua!... Che posso farci?...Se non sbraito mi par di scoppiare... Basta!... - La signora Teresa l'ha con me...Ma, Vergine Santa, Vergine Benedetta, non è vero nulla!... ho sempre tenuto la bocca cucita a refe doppio. Fu quella ciarlona della portinaia... mi lasci dire... Dio non gliene domandi conto lassú, requiesca in pace!... In quanto a me, signorina...
- State zitta, Camilla - la interruppe Marietta per sviare il discorso. - La signorina non si mescola nei fatti della mamma, voi lo sapete.
Ma quella volea votare il sacco, e si puliva colle dita le estremità della bocca fiorite di saliva.
- Ah! non si meritava questo! E non pensare che se non fosse stato per me... se non fosse stato per me!... L'ho riveduto, quel tristaccio, giorni addietro... È soldato ora... Un bell'arnese! - Deve dirglielo lei, cara padroncina alla mamma; deve dirglielo lei che la Camilla, poverina, non ci ha avuto nessuna colpa se la cosa si è risaputa...
Giacinta impallidiva, sudava fredda. Come sull'orlo di un precipizio, gli occhi le si intorbidavano; le girava il capo...Non comprendeva ancora, ma intravedeva che quello a cui la Camilla accennava, doveva essere stato qualcosa di infame!...
- Si sente male? - le domandò Marietta, accorgendosene.
- Un po' di vertigine... non è nulla!
- Andate, andate, Camilla! La signorina non sta bene.
L'avrebbe pigliata per le spalle e ruzzolata di cima alla scala!
Camilla, ponzando, si levò finalmente da sedere.
- Signorina, dia retta a me, prenda un uovo fresco tutte le mattine, a bere, ancora caldo del calore della gallina... Mandi in bottega, alle otto. Ho una gallina nera che fa l'uovo tutti i giorni a quell'ora. Come se avesse l'orologio lí... E mi comandino pei polli. L'uovo, sa come si fa? Un buchino sopra, un buchino sotto, e si succhia da una parte. Una santa cosa!... Scappo... Non ho tempo da perdere, con la bottega... E se ne rammenti di dirlo alla mamma: polli, con due dita di grasso, ne ha soltanto la Camilla. Glielo garentisco, signorina... Si ricorda di quand'era bambina e mi diceva: sciancata! Ah! ah! ah!... Allora era alta cosí, una tombolina... Ora, Dio la benedica non si riconosce piú... Se ne rammenti per la mamma, mi raccomando!
Quella notte, verso le due, Marietta andava in punta di piedi, a prendere un limone dalla credenza nella sala da pranzo e tornava lesta, in punta di piedi, in camera della padroncina.
Buttata sul letto, mezza spogliata, la faccia affogata fra i guanciali, i capelli disfatti e le mani che brancicavano le coperte, Giacinta singhiozzava, convulsa.
- Si calmi, signorina, si calmi! - ripeteva Marietta intanto che strizzava il limone in un bicchiere.
Poi, agitando la limonata per scioglier lo zucchero, si accostava al letto, aiutava Giacinta a sollevarsi e le metteva il bicchiere alle labbra.
- Beva, le farà bene...Si calmi, entri in letto, per carità; cerchi di riposarsi, di dormire. Io mi stenderò sul canapè... Si calmi, si calmi!
- Va' - rispose Giacinta. - Non occorre che tu stia qui... Verrai un po' per tempo domattina, senza aspettare che io suoni. Quella voce velata del gran pianto, straziava il cuore alla Marietta.
- Già la colpa è anche mia! - disse. - Se io non le avessi spiegato...
Le rannodò alla meglio i capelli disciolti, finí di spogliarla, aggiustò bene le coperte, ravviò un po' la stanza, e con la candela in mano, tornò presso il letto:
- Mi lasci dormire qui, sul canapè - insisteva.
- Grazie; non occorre.
Marietta, appena in camera sua, lasciò cadere tutte ad una volta le sottane per terra, entrò d'un salto sotto le coltri e spense il lume.
- Povera signorina! - pensava. - Ma se noi, povera gente, ci si dovesse disperare per cosí poco!... Almeno io avevo ragione... Ci andava di mezzo una creaturina innocente... Quelli sí furono guai!... Povera signorina! Ha ragione anche lei.
Si era voltata e rivoltata piú volte da un fianco all'altro; poi non si mosse piú. Russava leggiermente.
VII
Il dottor Balbi, chiamato in fretta il giorno dopo, si era subito impensierito del carattere violento della febbre di Giacinta. E cominciò quasi a disperare della guarigione quando, due giorni appresso, il tifo manifestò tutti i suoi tristi caratteri.
- Veda... Veda! - diceva alla signora Marulli col suo solito intercalare. - Il cervello è fortemente commosso; il sistema nervoso in uno stato di esaltazione incredibile...Veda... Dev'esserci stata una causa... intendo... immediata. Qualche forte dispiacere... Veda.
- Ma, nulla! - rispose la signora Teresa. - Col carattere di quella figliuola!
Marietta, alle parole del dottore, si sentiva trambasciare:
- Uccellaccio di malaugurio!
- Aria, aria; le finestre sempre aperte, e poca gente in camera... Veda, veda... Mi raccomando.
E il salotto era pieno di signore, da mattina a sera, che restavano lí a chiacchierare con la signora Teresa, dopo aver dato una capatina nella camera dell'ammalata.
Venivano anche gli uomini. La conversazione si animava; e l'ammalata diventava un pretesto.
- La Teresa - disse un giorno il cavalier Mochi alla signora Maiocchi - deve essere contenta della malattia di sua figlia, lei che ama tanto le visite.
- Maligno!
La Penci malignava, alla sua volta, con la signora Villa quando il Mochi andò di là, dall'ammalata.
- Che assiduità quel Mochi!
- Un vecchio amico di famiglia!
E sorridevano maliziosamente nel vederlo poco dopo ritornare in salotto col suo andare saltellante, aggiustandosi il goletto e tirando fuori i polsini della camicia, come uno che si fosse levata con nulla una seccatura di dosso.
Marietta era rimasta per piú di venti giorni al capezzale della padroncina, giorno e notte.
- Un prodigio d'infermiera! - diceva il dottore fregandosi le mani dalla soddisfazione, ora che la crisi era superata. - Ma, vedano, ci vuole un po' di tempo prima che l'ammalata possa rimettersi in forze.
- Com'è deliziosa la convalescenza! - ripeteva spesso Giacinta.
Avrebbe voluto restar sola, a godersela, colla Marietta seduta dirimpetto, che la guardava di tanto in tanto, alzando la testa dal lavoro di cucito che aveva per le mani, per far qualcosa, e le sorrideva senza parlare.
Ma le signore irrompevano nella stanza a due, a tre, affaticando la convalescente col loro cicalío, massime la Rossi con quella voce strillante di violino scordato.
- L'ha scampata bella! Eh?
- Ti rifai a vista di occhio; brava!
La signora Maiocchi lasciava lí qualche volta la sua Elisa un paio d'ore, intanto ch'ella andava dalla sarta, o dalla modista.
Meno male che Elisa era una sciocchina da aver poco o nulla da dire! Cosí Giacinta gustava tutta la delizia di quel risveglio primaverile che provava dentro, assaporandolo... Sentivasi come cullata mollemente in un'aria piena di profumi sottili; sentivasi correre, da capo a piedi, un'onda fresca di vita nuova che le destava nel corpo e nello spirito ignorate energie: sentivasi maturata di parecchi anni...
- Gli ho vissuti in un mese! - diceva a Marietta.
E osservandosi le ceree mani scarne e coi diti affusolati e le ugne smorte, stentava a credere che fossero le sue mani di un mese addietro.
- Si rifarà presto, piú bella!
Marietta era meravigliata della finezza che la pelle del viso della sua padroncina aveva presa.
- E se vedesse che occhi si è fatti! Paiono due stelle!... E... non l'ha avvertito? anche la voce le si è cambiata.
- Ho fatto la muda - diceva Giacinta con un leggiero sorriso che le rallegrava il volto bianco e dimagrito. - È vero, babbo?
- Sí.
- Povero babbo!
Il signor Marulli stava lí, a covarla con gli occhi nelle ore libere, tirando fuori spesso l'orologio. Poi scappava per l'ufficio, esattissimo.
Ma il cavalier Mochi non piú affacciava all'uscio la punta dei suoi baffi soltanto, né andava subito via. Entrava in camera tutt'i giorni e vi rimaneva a lungo, spingendo una seggiola accanto alla poltrona dove Giacinta, che aveva lasciato il letto da una settimana, stavasene sdraiata, con le ginocchia avvolte in una coperta di lana, e uno scialletto sulle spalle.
- Sempre meglio?
- Un pochino... Non ho fretta.
- Benone.
Marietta non lo poteva patire per quell'occhialino che gli faceva fare una contrazione alla guancia sinistra e gli dava un'aria beffarda, con quei baffi appuntati, con quel collo incastrato nell'alto goletto.
A Giacinta, però, quel vecchio raffinato, ripicchiato, vestito sempre all'ultima foggia, che aveva viaggiato tanto e parlava cosí bene, piaceva moltissimo. E appena lo vedeva arrivare, scappato dal Consiglio di amministrazione della Banca agricola dove egli si annoiava, gli stendeva una mano che il Mochi stringeva con un modo tutto suo, una vera carezza.
- Hai dormito bene?
- Benissimo.
- L'appetito?
- Non c'è male.
- E l'animo?
- Tranquillo. Tornano anche le forze. Questa mattina ho fatto, da me sola, il viaggio dal letto alla poltrona.
Un giorno egli trattenne piú del solito, stretta tra le sue mani, la mano di Giacinta.
- Povera manina! Com'è ridotta scarna! Ma la ridurremo ben presto pienotta, una manina di velluto.
E gliel'accarezzava, quasi cercasse di scaldargliela.
Giacinta fece atto di volerla ritirare. Il Mochi glielo impedì:
- Il calore ti fa bene!
- Che calore può avere quella mummia! - pensava Marietta scrollando il capo, mentre si aggirava per la camera ravviando alcuni soggetti con quella sua aria di discrezione che chiamava sulle labbra del Mochi un risolino di compiacenza.
- Marietta, un po' di ghiaccio - diceva, a intervalli, Giacinta. Ma il Mochi la preveniva, accorrendo al tavolino dov'era il vassoio di cristallo col ghiaccio ridotto in pezzetti e il cucchiaino di argento. Giacinta stendeva la mano.
- Sono qui per nulla, cattiva?
E le presentava delicatamente il cucchiaio col ghiaccio davanti la bocca.
- Eccomi tornata bambina. Bisogna perfino imboccarmi! Grazie.
Allora Mochi riprendeva il discorso interrotto, raccontando le meraviglie di Parigi e di Londra, e le sue avventure a Siviglia, quando poco era mancato che un torero geloso non l'ammazzasse.
Però da qualche giorno si accorgeva che, di tratto in tratto, l'attenzione di Giacinta gli veniva meno. Gli occhi della ragazza si fissavano, senza sguardo, nello spazio; il volto e tutta la persona prendevano a poco a poco una certa rigidità, e due lagrime scendevano finalmente a rigarle le guance smorte...
- Ma che vuol dire?... Che cosa hai? - domandava, un po' contrariato.
Allora Giacinta diventava subitamente rossa in viso.
- Scusi... Oh! Non è nulla! - balbettava. - Un po' di debolezza... Nient'altro.
Marietta accorreva, spaventata, indovinando quali ricordi assalissero la sua padroncina in quel punto:
- Signorina!
La rimproverava, piú che con la voce, con gli occhi.
- No - le disse un giorno Mochi. - Non è cosí che si guarisce, stando tutta la giornata inchiodata lí... Su, su; ecco il braccio. Facciamo due passi per la stanza.
Le aveva già strappata la coperta di sopra i ginocchi e la tirava su per le mani. A quella dolce violenza Giacinta sorrideva, serrandosi meglio dentro lo scialletto, aggravandosi sul braccio di lui.
- Ecco; lo vedi che ti reggi benissimo?... Vuoi riposarti?
- Piú in là.
Si era fermata presso la finestra che guardava sul giardino. Tutto quel verde inondato di sole le pareva una festa. Le casette lí in fondo, con le vetrate spalancate e quei vasi da fiori sui davanzali, sorridevano tranquille. E guardava intenerita i due piccioni che facevano delle volatine su pei tetti, da un comignolo all'altro, o si nettavano col becco le piume del collo.
Che bellezza! Che pace! Si sentiva rivivere.
E mentre facevano il giro della stanza, Marietta le ruzzolava dietro la poltrona, se la padroncina avesse voluto riposarsi.
- Lo annoio troppo - gli diceva Giacinta.
- Nemmeno per sogno. Solamente non vorrei vederti ricominciare... Dev'esserci qualcosa lí dentro, in quel cuoricino, che tu non vuoi dirmi.
Giacinta rispose di no, col capo.
Cosí giunse fino a spazientirsi quando lo scalpiccio del cavaliere tardava a farsi udire nel corridoio che conduceva in camera.
Aveva ripreso forze e colorito. Quelle esitazioni, quelle fissazioni erano già svanite. Anzi ora nella voce e nelle maniere di lei c'erano un che di brusco e d'imperioso.
- Il tifo mi ha temprato come l'acciaio - diceva a Marietta, allorché questa le raccomandava di darsi coraggio, di farsi forza.
Però il vecchiaccio maneggiava quell'acciaio come una pasta; benevolo, paterno, pieno di compassione. Marietta cominciava a diventarne gelosa.
- Perché ora colui aveva sempre qualche cosa da dire alla padroncina, in segreto?
Non osava domandarne ma si struggeva di saperlo. Entrava in camera senza rumore, come un'ombra, per afferrare una parola, una frase di quelle conversazioni a mezza voce... E un giorno intese Giacinta che commossa diceva:
- A chi rivolgermi?... Al babbo?
Il Mochi scoteva la testa.
- Alla mamma?
- Che! Che! Quella mamma!...
Egli torceva il muso.
Giacinta, dopo queste conversazioni, aveva cert'occhi cosí smarriti...
- Che le dice dunque? - si domandava Marietta.
E un giorno non ne poté piú:
- Scusi, signorina: questa vecchia mignatta le succhia il sangue... Si guardi in viso!
Giacinta le diè sulla voce:
- Vecchia mignatta?... Sono parole che non mi garbano. Dovresti saperlo.
VIII
Marietta aveva bussato all'uscio con le nocche delle dita:
- Signorina, c'è la sarta nel salottino.
Ed era andata via.
Giacinta chiuse il libro posandolo sulle ginocchia, incrociò le mani dietro il capo e si abbandonò sulla spalliera della poltrona:
- Che significava quell'insolito slancio di tenerezza della sua mamma? Dava un pranzo e un ballo per la ricomparsa di lei in società!... Proprio?
Sorrideva amaramente, agitando il piedino della gamba ancora accavalciata sull'altra, cercando, cogli occhi socchiusi, con le mani incrociate dietro il capo, una plausibile spiegazione:
- Proprio per me?
Marietta tornò a picchiare:
- Signorina, la sarta.
Giacinta diè un piccolo sbalzo e andò nel salottino di sua madre, dov'era anche il commendatore in veste da camera e pantofole, che esaminava colla signora Teresa le mostre delle stoffe...
- Questa qui... Ti piace?
A Giacinta non piacque, perché scelta da lui. Preferiva quell'altra di colore verde cupo, piú signorile.
- Ma di sera si confonde col nero - disse la signora Teresa. - E non è da ragazza.
- La signora dice bene - aggiunse la sarta.
Giacinta lasciò che scegliesse sua madre; e appena la sarta ebbe finito di prender le misure - Era cresciuta la signorina, dopo quella malattia! - si affrettò a tornare in camera. Quel pranzo e quel ballo la irritavano. E si ridomandava:
- Proprio?... Mochi ne saprà qualcosa!
Il Mochi infatti non aspettò d'essere interrogato.
- Avremo dunque un ballo? Che diplomatica quella Teresa.
A quel sarcastico sorriso, Giacinta si sentì agghiacciare.
- Perché? - domandò.
- Pranzo, alle quattro... Alle otto, riunione degli azionisti della Banca agricola per l'approvazione dei conti; tra un pranzo e un ballo si fa presto... Alle dieci, il ballo... Gli azionisti non debbono far altro che montar poche scale... La trovata non è cattiva!... Tua madre diventa una diplomatica di prima forza: non lo avrei mai creduto!...
- Oh, no! Non sarebbe comparsa in quel ballo! Assolutamente.
Si aspettava da un momento all'altro di dover fare una scena colla sua mamma.
- Ne avrò il coraggio!... Mi ribellerò!...
E la mattina che la sarta venne a provarle il vestito, gridò a Marietta:
- Vada via!... Non voglio vestiti!... Lasciatemi in pace, tutti!
- Per carità, signorina! - disse Marietta. - Non la riconosco piú!...
Vedendo entrare sua madre che precedeva la sarta, Giacinta ammutolí. E si lasciò spogliare dalla Marietta, e si lasciò mettere indosso dalla sarta il vestito da provare muovendosi come un automa.
- Si volti cosí... Cammini un po'... Stia ferma... Le pieghe della sottana piombano bene... Faremo rientrare un pochino qui... Il busto va a pennello.
E Giacinta ubbidiva, paziente, senza dire nemmeno una parola, con grande stupore di Marietta.
- È contenta? - le domandò all'ultimo la sarta.
- Contentissima.
Appena fu sola, cominciò a rimproverarsi da sé:
- Sono una vigliacca! Sí, una vigliacca!
Piangeva di rabbia, si torceva le mani.
- Ma perché non accettava dunque la sua sorte? Perché non si cacciava a fronte alta, armata di disprezzo, fra quella brutta società dove la chiamava il destino? A che disperarsi inutilmente? Farsi valere doveva!
E se lo ripeté ad ogni momento in quei giorni, per rafforzarsi nella sua risoluzione, per impedire che le penetrasse di nuovo nel cuore la debolezza delle altre volte.
- Vedrai! - si sfogava con la Marietta. - Cambierò da bianca in nera... Vedrai!
- Brava!
Marietta batteva le mani, vedendole alzar fieramente la testa e agitar le braccia come per apprestarsi a una lotta a corpo a corpo.
- Vedrai! - le ripeté la sera della festa quando terminò di abbigliarsi, davanti allo specchio, mentre Marietta le aggiustava le pieghe del vestito contenta e superba della sua bella padroncina.
Appena Giacinta entrò nel salotto già pieno di signore e di invitati presa per mano con la Gina che la faceva sorridere, gettandole, con un rapido movimento del capo, le sue piccole malignità in un orecchio - quella sua aria quasi di sfida fu subito notata.
- Vai a ruba - le disse il commendatore entrando in mezzo alle signore che le facevano festa.
Le presentava tutti ad una volta, tre impiegati della Banca agricola che desideravano ballare con lei e s'inchinarono, pretenziosamente impomatati sfoggianti le bianchissime e lucide camicie fra il largo sparato dei corpetti, e i polsini dagli enormi bottoni che coprivano fino a metà le mani strette nei guanti.
Andava proprio a ruba, specie fra i giovanotti. La signora Marulli vedendola parlare animatissima e ridere fra un gruppo, in un angolo, era sorpresa anche lei dell'insolita spigliatezza di sua figlia.
- È troppo ingenua - disse al Mochi. - Bisogna avvertirla.
- Elle chasse de race - rispose Mochi che si divertiva spesso col punzecchiarla.
- Com'è felice la tua figliuola! - venne a dirle da lí a poco la signora Maiocchi. - Osserva... Dopo la malattia si è fatta piú bella... Ma brava! Come balla bene!
Giacinta sguizzava leggera fra le coppie che ballavano confusamente, abbandonata al suo ballerino che, guidandola, le domandava:
- Si sente stanca?
- No, punto.
E giravano, giravano, sguizzavano; Andrea Gerace un po' serio, ella sorridente, da persona già come abituata, quantunque fosse quello il suo primo ballo.
- Lei balla come una meridionale - le disse Gerace in un momento di sosta. - È la prima volta che io non rimpiango le feste di Napoli.
- Son lieta - rispose - di rammentarle in qualche modo le signorine di laggiú.
- Me le fa dimenticare.
- ... Che caldo! Si soffoca.
Si soffocava infatti; ed era un continuo agitar di ventagli ora che l'orchestra si riposava. Gli uomini si facevano vento coi cappelli a molla schiacciati.
- Gerace, una canzonetta delle vostre!...
La signora Villa gliel'aveva detto con quella smanceria di voce e di atteggiamento bambinesco ch'ella soleva affettare per far piú colpo.
- Sí, sí!
La signora Rossi, la Mazzi, il Porati, il Gessi e gli altri ch'eran lí appresso approvarono.
- La Carmenella! Mastro Raffaele! - suggerirono ad una volta Merli e Ratti.
Anzi il Ratti andò a prenderlo addirittura pel braccio, e facendogli delle moine come una signorina, fra le risate che scoppiavano da ogni parte della sala, lo conduceva al pianoforte dove già preludiava il Porati.
- Che simpatico giovane!
Giacinta si limitò ad accennare col capo che era della stessa opinione della Gina. Non voleva perdere una nota.
Quella melodia, improntata di una gaiezza mesta, si dondolava col suo ritmo, mollemente, e faceva dondolare, per consenso, tutte le teste: poi, all'ardito strappo di voce che riprendeva la frase allegra del ritornello, correva attorno un mormorio di entusiasmo represso.
Gina, presa la mano di Giacinta, gliela stringeva forte nei passaggi piú belli, quasi stesse per isvenirsi.
- Canta meglio del solito questa sera! - le diceva sotto voce.
Quella sera Gerace aveva anche una singolare maniera di lanciar le note verso Giacinta; ed essa, che se n'era accorta, se le sentiva aggirare attorno alla persona, posar sulla fronte, strisciar lievemente sulle guance e sul collo, solleticanti; e aggrottava le sopracciglia, e si chinava inavvertitamente verso di lui, attratta da quella strana sensazione cosí nuova per lei. Quando alla fine scoppiaron gli applausi, le parve di destarsi da un sogno.
- Quella musica era durata un'eternità?... Un minuto secondo?
Non sapeva rendersene conto.
Gerace le si era avvicinato per ringraziarla degli applausi.
- Son io che debbo ringraziar lei - rispose. - Che musica! Mi è parso quasi di veder Napoli e il suo golfo, che, forse, in realtà non vedrò mai.
- Ti diverti dunque, malatina? - venne a dirle Mochi in quel punto.
La sorvegliava, inquieto, da un pezzo; e le porse il braccio, mentre Giacinta rispondeva:
- Non è difficile, a quel che pare.
Vedendoli passare tra la folla degli invitati, la Maiocchi ammiccò alla signora Villa seduta dirimpetto. L'assiduità del Mochi attorno di Giacinta cominciava a dar nell'occhio:
- Quel vecchio dissoluto era capace di tutto!
La signora Maiocchi notò che Giacinta, tornando in sala sempre al braccio del Mochi, era un po' rannuvolata. Infatti non ballò piú.
- Grazie - disse al Ratti che la invitava ad una polka. - Sono stanca. Ho ballato anche troppo; son convalescente. Mi scusi.
IX
Giacinta scriveva. Vedendo entrare sua madre, fece atto di levarsi dal tavolino; ma questa le accennò di non muoversi e andò a sedersi sulla poltroncina accosto.
- Dobbiamo un po' ragionare insieme.
Insospettita di quell'aria benevola, di quella dolcezza di voce, Giacinta si volse con tutto il suo corpo verso sua madre, strizzando gli occhi e le labbra, tra curiosa e diffidente.
- Tu non sei piú una bambina - prese a dire la signora Marulli. -Hai già messo allegramente il tuo piedino nella società. Ma se ti figuri ch'essa sia sempre quale appare in un salotto, in una festa, dove tutti sorridono, si divertono e scambiano strette di mano...
Giacinta accennò negativamente col capo, ma sua madre non se n'accorse.
- T'inganni - continuò. - Il mondo è un castello da espugnare. La forza qualche volta riesce: l'arte e l'avvedutezza quasi sempre... Noi non siamo ricche - soggiunse dopo una piccola pausa.
Giacinta la fissò, sorpresa.
- Non siamo ricche - ripeté la signora Marulli, che aveva capito. - Se possiamo fare certe spese... sappi che è frutto delle economie di parecchi anni; alcune, le piú grosse, sono un credito sull'avvenire... Siamo costrette a farle, per l'apparenza...
- Insomma, che cosa vuoi dirmi? - interruppe Giacinta spazientita.
- Voglio dirti - e lasciava cadere le parole lentamente - che da ora in poi tu devi pensare al posto da farti nella società...
- Va bene; ci penserò...
La sua voce s'era a un tratto turbata. Mentre la madre parlava con gli occhi fissi al tagliacarte preso in mano e che voltava e rivoltava, Giacinta non aveva cessato di guardarla in viso. C'era un che di volpino in quegli occhi piccoli e vivacissimi, in quella fronte piatta con la pelle lucida, tirata, e le sopracciglia sottili, in quel naso profilato, cartilaginoso, colle pinne che si gonfiavano, a certi movimenti di quella bocca diritta, dalle labbra fini, con le pozzette ai lati su cui la peluria piú addensata, metteva una piccante sfumatura di virilità... Giacinta sentiva rimescolarsi in fondo al cuore la sua indignazione di tant'anni.
- Parecchi giovani ti sono già attorno - riprese la Marulli, severa. - Tu intanto...
- Li lascerò fare.
A questa brusca interruzione la signora Teresa alzò la testa, come se le avessero dato una puntura alla schiena. Giacinta si levò da sedere.
- Senti, mamma! - disse. - Hai ragione; non sono piú una bambina: devo pensare alla mia sorte, e ci penserò; lasciami fare. C'è un destino per tutti. Vo' andargli incontro sbadatamente. Che te ne importa? Con te sarò sempre buona... Mi presterò a tutto... Hai veduto?... Mi son prestata per la festa di tre mesi fa, come se fosse stata davvero una festa data per me...
- Per chi dunque? - domandò la signora Teresa, fulminando la figlia col suo terribile sguardo.
- Non lo so!... Non vo' saperlo...
Giacinta portò le mani alla faccia, singhiozzante, intanto che sua madre non rinveniva dalla sorpresa di quella resistenza affatto incredibile per lei; e la guardava muta, e le pinne del naso le si sollevavano nervosamente, ad ogni contrazione delle labbra fatta per contenersi.
- Tu sei ancora malata - disse, dopo alcuni istanti di silenzio. - Me ne accorgo. Questa mattina avresti fatto meglio a rimanertene a letto.
- No, mamma, sto bene... Ma tu hai ragione di dire cosí; è meglio spiegarsi. Sappi dunque che alla mia situazione, al mio avvenire ci ho pensato lungamente. Son cresciuta fin oggi quasi abbandonata a me stessa; lasciami continuare cosí. Non dubitare, non avrai noie per cagion mia. Le mie idee non sono assurde, vedrai... Ma lasciami libera, assolutamente, te ne prego!... In ogni caso, dovrò prendermela soltanto con me.
Aveva parlato a scatti, quasi facesse uno sforzo per frenar le parole, tenendo bassa la testa, con gli occhi fissi al pavimento, stirando qua e là convulsamente le pieghe sul davanti del vestito; e la signora Marulli seguiva macchinalmente con lo sguardo quel significativo arrabbattarsi delle mani di sua figlia, intanto che ogni parola di essa le martellava sul cuore; poi si rizzò, dominandosi a stento.
- Per ora in casa comando io! - disse con la voce turbata - Che t'immagini?... Che ti si è dato a intendere?... Son forse queste le lezioni apprese in collegio?
- Il collegio ci rende quali ci ricevette! - rispose Giacinta.
- Sei un'ingrataccia!
- No, mamma.
- Un'ingrataccia!... - replicò la signora Teresa. - Ma, bada, ve'! È bene che tu lo sappia: a me i romanzetti non garbano punto. So come troncarli: tientelo per detto.
- Se tu credi che io abbia dei romanzetti pel capo!
- Che significa dunque quel: lasciami libera?
- Te lo spiegherei se tu fossi piú calma.
- Sono calma, calmissima; ci vuol altro per agitarmi. Che significa dunque?...
E aspettava la risposta mordendosi il mignolo, col gomito appoggiato sull'altro braccio piegato sotto il seno, scotendo irrequietamente un piede...
Giacinta esitava.
- Significa - poi disse - che l'avvenire è ancora lontano...; che, per ora, né io né te dobbiamo... legarci le mani. Credimi, ho in orrore la società, benché la conosca assai poco... Non darti pensiero di me... Se dovrò prender marito, non prenderò che una persona di mia scelta, risolutamente... a costo di farti dispiacere... Ma non lo prenderò, mamma... Ho un presentimento... Che so?... Ecco... non riesco a spiegarmi... Non darti piú pensiero del mio avvenire... Non ci penserò nemmeno io... Qualcosa nascerà... vedrai... Però, te lo ripeto, non avrai noie per cagion mia... Lasciami fare... anche una sciocchezza! Che te ne importa?...
La signora Teresa non aspettò che terminasse; le voltò le spalle, sbatacchiando l'uscio con violenza.
E Giacinta ricadde abbandonatamente sulla seggiola, sfinita dallo sforzo fatto e quasi sgomenta della piena coscienza di sé stessa acquistata in quel punto.
X
No, ella non aveva dei romanzi pel capo.
Tutti quegli imbecilli che le stavano attorno la infastidivano, quando non la irritavano addirittura. Viveva in un continuo sospetto: scopriva dei maligni sottintesi fin nelle parole piú schiette: e si tormentava.
Il giovane Porati, ch'era stato il primo a farle una aperta dichiarazione di amore, una sera per commoverla le aveva detto:
- Ah!... Lei mi farà ammattire!
E Giacinta, tagliando corto:
- Ci vuol cosí poco!
Poi era venuta la volta del Gessi.
- Per lei, signorina, per lei sarei capace di... di...
Non trovava la parola, diventato rosso in viso come un gambero.
- Sia capace di star zitto! - aveva conchiuso Giacinta con una risata che fece arrossire di piú quel povero ragazzo impicciato.
Dopo, le si era messo attorno, assiduo, il Ratti che pure la divertiva con le sue fandonie e con quel gesticolare irrequieto.
- Creda, signorina - le tornava a ripetere - nessuno al mondo le vuol piú bene di me, nessuno!
- Allora sono da compiangere - era stata la risposta di Giacinta.
E l'avvocato, prudente, non cercò che gliela ripetesse due volte.
Ultimo, dopo parecchi altri, si era presentato il Merli.
- Mi chiegga una prova, signorina; la piú ardua!
- ...Si faccia prete, per amor mio - gli aveva risposto, seria seria.
- Oh, quella ragazza doveva essere una grulla!
- Un po' di ciccia, pochina! con la bocca e con gli occhi.
- Quella lí? Era di razza Marulli; piú calcolatrice della sua mamma.
- Già... se è vero l'affare del servitore...
- Se è vero?...
Senza confidarsi l'un l'altro il loro cattivo successo, i corteggiatori scartati si vendicavano dicendone, quando capitava, questo e peggio.
Giacinta era grata ad Andrea Gerace che non le aveva mai detto nulla, quantunque ella capisse che quegli occhi neri che se la divoravano intendessero dirle di piú di tutti quegli altri. E vi rifletteva su, di sfuggita, come vagante dietro a un sogno che le scappava davanti lontanissimo, tra una nebbia dove la cara melodia di quella sera si andava perdendo. Ma ella si arrestava tutt'a un tratto, piena di terrore:
- No! No!
E fu dolorosamente tocca la sera che Andrea, uscito appresso a lei sulla terrazza per godere il lume di luna di quella magnifica serata di giugno - mentre gli altri conversavano in salotto - le aveva sussurrato all'improvviso due parole, colla voce tremante.
- Anche lei? - disse.
- Perché no?
- ...Ma io non posso, non debbo amare!...
- Non ha forse un cuore?
- Oh sí, pur troppo!... per patire - aveva soggiunto, accigliandosi.
Andrea, con le braccia appoggiate sulla ringhiera della terrazza, ora guardava lei, ora giú nella piazzetta deserta, imbarazzato.
- Per patire? - si decise a domandarle, dopo alcuni minuti di silenzio.
- Mi crede forse felice?
Gerace non fiatò.
Chi mai poteva supporre che quella ragazza soffrisse?
- Senta, signor Andrea, - rispose Giacinta - Lei mi vuol bene sinceramente; certe cose non mi sfuggono. A lei dirò dunque quel che non ho detto a nessuno: mi dimentichi!... Il mio cuore non può corrispondere al suo; deve restare un cuor chiuso.
- A questa età?
- Oh, l'età non conta nulla! Si può essere vecchi anche a diciott'anni... Appunto perché credo che mi voglia bene davvero, io le dico: mi dimentichi!... Non scuota il capo cosí... Mi fa male. E accetti la mia confessione come una gran prova di amicizia.
- Se ha già qualche impegno...
- Nessuno. Ho serrato l'uscio del mio cuore e ne ho buttato la chiave in fondo al mare: ripescarla è impossibile.
E sorrideva forzatamente.
- È da credere? - disse Andrea.
- Vuol proprio angustiarmi? Parlo sul serio.
Andrea rimaneva incerto. Vedeva Giacinta sotto un aspetto nuovo e inatteso, con quella profonda tristezza cosí meravigliosamente dissimulata a tutti fino allora; e da pochi minuti sentiva crescere la loro intimità.
- Non sarò importuno - disse. - Ma non mi scoraggi neppure. Aspetterò... Dunque è una cosa grave? - soggiunse tosto, vedendo inumidirsi di lagrime gli occhi di Giacinta.
- Da amico, non mi domandi altro - ella rispose, porgendogli una mano che Andrea strinse piú volte. - Ha un mio segreto; lo conservi bene.
- Oh, stia sicura!
- Che serata dolce! - mormorò Giacinta dopo un pezzetto.
- Dolcissima!
Non dissero piú nulla. E Giacinta rientrò in salotto.
La mattina dopo, Gerace, disteso sul canapè della sua camera, riandava col pensiero la scena della sera avanti, fumando e sorbendo distrattamente il caffè che gli si freddava sul tavolino.
La vecchia padrona di casa, abituata alla briosa parlantina del suo dozzinante, si aggirava per la stanza, sbattendo sul pavimento le ciabatte casalinghe con maggior rumore del solito. Ma Andrea, lasciando che spostasse inutilmente questo o quell'oggetto, e tornasse a fermarglisi dinanzi con le mani sui fianchi - seguitava in silenzio a riempir di fumo la stanza.
- Non ha dormito? - gli domandò finalmente la vecchia.
- Sí.
- Si sente male?
- No. Perché?
- Non dice nulla!
- Vuol saperlo?
Andrea si levò subitamente in piedi e, dandole un'allegra abbracciatina:
- Sono innamorato - le disse.
La vecchia rideva.
- Che! Che! Lei non ha presa...
- Questa volta è per davvero.
- Tanto meglio! Metterà senno. L'amore matura l'uomo.
Andrea portò le dita alla bocca e vi scoccò su due baci, poi fece atto di gettarli dalla finestra, lontano...
Ma la vecchia andò via, con la chicchera in mano, scrollando la testa:
- Amore?... Fuoco di paglia!
XI
Da quella sera in poi la tristezza di Giacinta si era quasi raddoppiata.
- S'ammalerà di nuovo - le diceva Marietta.
E tentava di svagarla.
- Signorina, stia a sentire. Spauracchio, giorni fa, mi domandò di lei. Voleva sapere, in confidenza...
- Chi è Spauracchio?
- Il figlio del Porati. Non le pare una pertica con su una tuba e un vestito per far paura agli uccelli?
- Zitta!
Ora sorrideva appena alle bizzarrie di Marietta. Lottava dentro di sé, terribilmente. Quegli sguardi di Andrea, che pareva chiedessero pietà, la perseguitavano ovunque. Di notte, prima che si addormentasse, le luccicavano dinanzi, nel buio, sempre chiedenti pietà.
- Come non capiva quel Gerace che cosí la torturava?... Ma già, poteva anche darsi... chi lo sapeva... che non fosse sincero neppur lui... E poi?... E poi?...
Uno solo le appariva buono, compassionevole, sincero; egli solo non le destava invincibili repugnanze e neri sospetti nel cuore...
- Perché no?... Perché no?
Si faceva forza ogni giorno, per abituarsi a quest'idea.
- Essere amato per gratitudine!... non le chiedeva di piú e glielo lasciava scorgere in tutti i suoi discorsi, tutti i giorni. Che poteva significare, se non che tal amore per gratitudine già lo sperasse da lei?... Con gli anni cresciuti, a lui senza famiglia, il celibato pesava... E l'altra volta non glielo aveva detto quasi apertamente? Non le aveva detto: nel tuo caso, hai bisogno di una protezione speciale, di un affetto capace d'aumentarsi e non di venir meno col tempo; di un affetto senza illusioni giovanili, senza pregiudizi sociali?... Le aveva detto cosí... Aveva ragione, pur troppo!... Aveva ragione!
E la penetrava un senso di tenerezza filiale per quella secca e angolosa figura del Mochi che sapeva generosamente compatirla, e non era ingiusto come gli altri!
- Infine, che colpa ci ho io?
Vi eran dei momenti, dei terribili momenti, che non riusciva a rassegnarsi. S'impennava.
- È un'infamia! Una mostruosa ingiustizia! - andava ripetendo, andando su e giú per la camera, come un'anima dannata, diceva ella stessa.
- Ah!... forse, con minor fierezza di animo, vivrei tranquilla, anche felice!... Ma, Dio mio! come perdonare al miserabile che - dopo, anche in un momento di collera - avesse la viltà di rinfacciarmi...?
Questa possibilità le agghiacciava il sangue.
E chiudeva gli occhi per non vedere gli sguardi di Andrea chiedenti pietà, che l'assediavano con insistenza, quasi importuni, turbandola profondamente...
- Come se ella non fosse debole abbastanza, o Signore! E non avesse anzi bisogno di conforti pel gran sacrificio a cui si era disperatamente risoluta!... Ma perché il Mochi indugiava a strapparla da quello stato di angoscia che la uccideva a poco a poco?... Si era forse illusa?... No, non poteva essere! Non si era illusa!
Allora, nel mezzo della nottata, nel pauroso silenzio della camera fiocamente illuminata dalla lampada riaccesa quando l'insonnia si ostinava a tenerle sbarrati gli occhi - l'angolo della stanza rimasto in ombra le si popolava di allucinazioni, come se il suo intelletto acquistasse in quei momenti la felicità della seconda vista.
...Eran passati degli anni! Avvizziva, anima e corpo, inchiodata a pie' del letto dove quel vecchio, colpito da incurabile malattia che non gli concedeva un'ora di tregua, languiva. Gli faceva da infermiera, paziente come una santa; ma gli moriva dietro, assottigliata da uno sfinimento senza nome... E mentre colui rantolava, rantolava, dai cristalli della finestra entrava il sole a traverso una larga striscia di pulviscolo turbinoso e luccicante... Ah, quel sole!... Ah, quell'alito di primavera!... Ma la sua giovinezza era ormai perduta... Lei non si riconosceva piú nemmeno allo specchio, con quei capelli mal ravviati, con quelle mani scarne, con quegli occhi senza vita!... E non si lagnava, né si rassegnava, indifferente... Era il suo cattivo destino... Doveva essere cosí!... Lo aveva già previsto!...
Oh, no, non era cosí!... La sua giovinezza fioriva tuttavia, il suo povero cuore palpitava ancora!... Il Mochi la trattava da figliuola, poco esigente... Chi del resto, nell'intimo, le impediva d'amare un altro?... Il passato le ritornava alla mente come un conforto...Quel ballo, quella canzone napoletana, quella terrazza al lume di luna e quel giovane bruno dagli occhi neri, dai capelli neri e crespi, che le mormorava nell'orecchio parole dolcissime, indimenticabili... Ma non commetteva ella, a quel modo, un'infedeltà senza scusa?... E Andrea perché veniva a cercarla fin nella solitudine dove volontariamente s'era condannata?... Che pretendeva dunque?... No, non era generoso!... Voleva abusare della propria forza, della fragilità di lei?... Ed ella resisteva, lottando, mascherando con la bruschezza la debolezza che invadevala... Sarebbe stata un'indegnità!... E fiera della sua vittoria, si attaccava ancor piú al suo liberatore, al suo benefattore... Non lo chiamava mai suo marito.
I tocchi di un orologio che arrivavano lenti e fiochi, come da una gran lontananza, la riscuotevano qualche volta. Per terrore di quel silenzio turbato un istante, rivolgeva gli occhi alla palla di porcellana dentro cui la fiamma della lampada guizzava, a intervalli, con luce fredda, rischiarando i mobili scuri, dando un aspetto strano ai disegni della tappezzeria. Poi i suoi occhi attratti, tornavano, verso quell'angolo, dove l'ombra si addensava; e da lí a poco l'allucinazione riprendeva il suo corso.
...Che! Che! Quel vecchio assorbiva il giovane rigoglio di lei; e diventava rubizzo, ma geloso, riottoso, brontolone, dai modi bruschi e villani... Una serva sarebbe stata trattata meglio!... Che calice di avvilimenti e di amarezza non le toccava di tracannare giorno per giorno!... Ella non aveva piú lagrime... Non osava lamentarsene neppure in segreto, dalla paura che quello glielo leggesse in viso... E cosí la vita le si consumava, lentissimamente... ma al fine, si consumava!... E si sentiva mancare presa da un torpore gelido... Che interminabile agonia!
Spesso, quando l'allucinazione confondevasi col sogno, Giacinta si levava da letto sbalordita, spossata dalla inconsapevole fatica.
- Aveva sognato?
Però la luce del giorno le infondeva coraggio:
- Commetto una specie di suicidio? Lo so. Poiché non sono buona ad ammazzarmi davvero!...
XII
Mochi, incontrando la Marietta per le scale, soleva fermarla e stender la mano per carezzarle il mento, nell'informarsi della salute della padroncina.
- Giú quella mano!... Non può tenerla a posto? - essa gli diceva tirandosi indietro.
- Come sei cattiva!
- Non capisce che ha i piedi dentro la fossa?
Glielo ripeteva sovente. Quella mummia le faceva rabbia, per via della sua padroncina. Massime dopo che questa le ebbe accennato in un momento di sfogo, la speranza, l'unica speranza, che le sorrideva.
- Ma dice davvero, signorina? E perché non uno di quegli altri? Il signor Merli, per esempio, un buon ragazzo?
Giacinta scrollava tristamente il capo.
- O il signor Porati, che almeno deve avere i quattrini a staia con quell'usuraio del suo babbo.
- Dio mio!... Non vuoi persuaderti!...
- O il signor Andrea? Non è ricco, tutt'altro! Ma è un giovanotto ben fatto, con certi occhi!... E sa cantar cosí bene!
Giacinta si spazientiva.
- Ma quel figuro (scusi signorina!) tutto ripicchiato e incerottato, che forse, anzi certo, ha i denti posticci, e porta il busto per tenersi ritto!
Vedendo la sua padroncina a testa bassa, Marietta soggiungeva:
- E proprio lui le ha proposto...?
- Oh, no!... Non mi ha detto mai nulla.
Marietta si stringeva nelle spalle, incredula che una cosí pazza risoluzione potesse durare.
- Povera signorina!... A furia di tormentarsi!
Non si dava pace. Oh, voleva vederci chiaro in questo imbroglio! E la prima volta che il Mochi la fermò, si lasciò prendere pel mento, si lasciò fare la carezzina.
- Giusto parlavamo di lei poco fa. La signorina le vuol bene, sa? Dice che è il suo solo e vero amico.
- Dice cosí?
- Proprio.
Mochi, sorridendo di compiacenza, attorcigliavasi la punta di un baffo.
Sorrideva anche la Marietta, decisa quel giorno a tirargli su le calze. Infatti non scappò subito via, e drizzò gli orecchi appena il Mochi cominciò a far gli elogi della padroncina, parlando a voce bassa, come si fosse trattato di un segreto.
- Buona, sí, ma disgraziata! - egli concludeva. - Dote, poca o punta. Poi... Capisci?... Un pregiudizio; ne convengo!... Ma la società è fatta cosí, impastata da cima a fondo di pregiudizii forti piú delle stesse leggi... Capisci, carina?
- Però, una persona savia, come lei!... - insinuò Marietta, senza badare alla nuova carezzina con cui il Mochi le solleticava la gola.
Parve ch'egli esitasse un momento, aggrinzando la guancia sinistra, per la lente.
- Se potessi parlarti con piú comodo... a quattr'occhi?
E guardava attorno.
- Parli pure.
- No, un'altra volta.
- Che voleva dirle quella mummia, a quattr'occhi?
Marietta smaniava alle confidenze a miccino e a riprese che Mochi le andava facendo, come se gli costassero quattrini e cercasse di spenderli un po' alla volta.
- L'ha dovuta ammaliare! - gli disse una mattina, per spronarlo. - Peccatoraccio! - A gatto vecchio sorcio tenerello.
Ma colui non si decideva a vuotare il sacco, masticava le parole:
- Infine, coi pregiudizi della società, capisci, renderei un bel servigio alla Giacinta...
- Carità pelosa!
- Però...
- O che non si fida?... Parli chiaro.
Se ne fidò tutt'a un tratto, espansivo, carezzandole più amichevolmente le guancie e il mento.
- Sarebbe - s'interruppe - per legarci meglio, intendi?... Per cominciare, insomma...
- Già! Già!
- Se tu mi dessi un po' di mano...
- Già! Già!
Era stata a sentirlo fino all'ultimo, guardandolo negli occhi approvando col capo, per non insospettirlo, intanto che le mani le prudevano e la lingua le si dimenava fra i denti attossicata..
- Va bene cosí? - conchiuse il Mochi.
Marietta lo squadrò da capo a piedi, con gli occhi che le schizzavano fuori...
- Si netti la bocca! - rispose, facendo anche il gesto.
E scappò via.
- Ho detto per chiasso! - balbettò il cavaliere che non se l'aspettava - Ho detto per chiasso, sai?...
- Si netti la bocca! - gli ripeté Marietta di cima al pianerottolo del secondo piano. - Ah, se non parlo subito, scoppio!
Ma da Giacinta c'erano la Elisa e la Gina venute per osservare alcuni merletti antichi che questa voleva imitare; e tutte e tre, chine attorno al modello, studiavano e discutevano i punti, non si accorsero di Marietta che aveva aperto e richiuso l'uscio.
Cosí essa stette fino a tardi, come sulle spine:
- Quelle due civettuole non andavano piú via!
Poi sopravvenne la signora Maiocchi per riprendere la figlia e la Gina.
- Non la finiva piú nemmeno lei!
E, appena chiuso l'uscio di casa dietro le spalle di quelle signore, Marietta piombò in camera di Giacinta.
- Ah, scoppio!... Senta, senta qua, signorina!
Parlava agitata, mangiando mezze le parole, correggendosi, tornando addietro se si risovveniva di un piccolo particolare dimenticato, minuziosissima:
- Aveva fatto bene?
- Benissimo! - rispondeva Giacinta, impaziente.
E intanto che quella proseguiva, senza farle grazia di nulla, ripetendole, parola per parola, i discorsi del Mochi, imitandone, per abitudine e per maggiore evidenza, anche i gesti e la voce, Giacinta trasecolava; provava, ad occhi aperti, l'incubo dei cattivi sogni che la opprimevano la notte.
- Era dunque per questo?... Per questo?
Scoppiò in un pianto dirotto, col viso fra le mani, accasciandosi sotto il gran peso di quell'onta inaspettata. Poi tentò di svincolarsi dalle braccia della Marietta che piangendo anche lei le diceva:
- Non è nulla!... Tanto meglio!...
- Vo' andar via! Vado via!...
Si asciugava in fretta le lagrime, aggirandosi barcollante, per la stanza, in cerca di qualche cosa, ed ella stessa non sapeva che, ripetendo:
- Vo' andar via! Vado via!...
- Dove? Vergine santa! dove?
- In qualche posto, a far la serva... a chieder l'elemosina, lontana di qui, fuori di queste mura piene di vergogna e di angoscia!...
- Ma le pare!... Dia retta!
- Fossi morta un anno fa!
Rimase per parecchi giorni come trasognata, chiusa nella sua camera col pretesto d'una emicrania, sentendosi sempre sulla faccia l'impronta di un piede che l'avesse calcata.
- Ah, la fatal catena si era ribadita!... E lei che già si lusingava di essere sul punto di spezzarla!... Perché, perché non l'afferrava a due mani, per sbatterla in viso alla gente? Cosí doveva fare, cosí!... E quella sua mamma che non cessava di torturarla anche lei!... Quella sua mamma!... Oh Dio! si sentiva diventare malvagia!... Il sangue le si trasmutava in fiele!... La trascinavano pei capelli a far qualcosa di enorme!
E tramortiva dallo spasimo, cogli occhi al soffitto, stanca di piangere.
XIII
Andrea, che non l'aveva piú vista da una settimana, la fermò una sera in mezzo all'uscio del salotto, dove si era appostato per attenderla.
- È tuttavia sofferente?
- No; grazie.
Voleva evitarlo; ma la commozione l'arrestò, impacciata, sotto quegli sguardi indagatori.
- E... il mio noviziato - egli disse, esitando - dovrà ancora durare?
- Non insista, per carità!
Andrea chinò il capo mentr'ella passava.
Quelle umili parole - il mio noviziato - le rimasero dentro l'orecchio tutta la serata e giorni appresso, assediandola, rimestandole in fondo al cuore le dolci sensazioni e il soave sentimento ch'essa si era sforzata di far tacere, domandandosi atterrita: E poi?... e poi?
- Povero giovane!... Non si stancava dunque?
E trovossi insensibilmente ricondotta verso di lui, ma senza speranza, soltanto per dimenticare quell'altro che l'aveva cosí offesa, e con la gioia d'una convalescenza interiore assai piú bella della prima.
- Che tormento il dover dissimulare di amarlo!... Ma doveva far cosí, suggellarsi le labbra!... Chi le garantiva l'avvenire?... Se oggi la passione poteva porre a quel giovane una benda sugli occhi, domani, domani l'altro, sbolliti i primi entusiasmi, quando non ci sarebbe stato più rimedio...?
Era il verme che le rodeva incessantemente il cervello e le faceva quasi dimenticare l'oltraggio del Mochi.
Alcuni giorni dopo il fatto, questi aveva avuto la faccia tosta di avvicinarsele e dirle:
- Quella grulla di Marietta ti avrà forse riferito...
- Non mi ha riferito nulla... - lo interruppe Giacinta.
Egli voltò le spalle.
Andrea intanto, rassegnato, paziente, non lasciava sfuggirsi nessuna occasione di rammentarle che era lì, attendendo sempre una risposta. Ad ogni nuovo assalto di lui, la povera Giacinta sentivasi con orrore diventar sempre piú fiacca; e voleva resistere... ad ogni costo!...
- Dovessi tu anche morirne! - disse a sé medesima una volta, dopo aver tentato invano di stordirsi leggendo fino a notte inoltrata.
Invece il suo povero cuore non aveva piú forze!
- Ah, Gesú! Gesú!...
I suoi occhi non si erano fissati mai con tanta ambascia sul crocifisso d'avorio dalla croce di ebano appeso al capezzale, un ricordo della sua piú cara amica di collegio. E quel grido straziante le era uscito di bocca, all'improvviso, insieme con un fiume di lagrime.
- Ah, Gesú!... Gesú! Perché farmi soffrire a questo modo?...
Nello stesso tempo una commozione profonda, sopraggiunta dietro quel primo impeto d'irritazione e di rivolta, la spingeva a cader ginocchioni davanti la sponda del letto.
- Dio mio!... Gesú mio! - ripeteva singhiozzante, tendendo le braccia verso il crocifisso con un gesto disperato. - Gesú... Se siete buono e giusto, fatemi morir subito, prima che io mi levi di qui! Fatemi morire! Fatemi morire!
Nell'angoscia, appoggiava la fronte alle materassa, bagnandole di lagrime, contando i battiti del suo cuore per vedere se mai diminuissero, se diventassero piú lenti... Indi rialzava la testa, stendeva di nuovo le braccia:
- Se siete buono e giusto, fatemi morire, Gesú! Muovetevi a compassione di me! Fatemi morire!...
Ah, la morte invocata si faceva attender troppo! Gesú Cristo se ne stava impassibile sulla croce, non la esaudiva, non la ascoltava:
- Fatemi morire! Fatemi morire!
A un tratto, le parve che il cuore le si schiantasse davvero, che il respiro le venisse meno... e balzò in piedi e spalancò la finestra.
Col terrore che la scuoteva tutta, sprofondava gli occhi in quel cielo buio, coperto qua e là di nuvole, con rare stelle che scintillavano fioche, come smarrite nello spazio; e tendeva l'orecchio senza sapere perché, in quel vasto silenzio interrotto soltanto dagli urli del mare che si dibatteva laggiú fra gli scogli, simile a un mostro incatenato.
Non osava voltare il capo. Aveva perfino paura di quel crocifisso di avorio da lei cosí affannosamente pregato poco prima; aveva paura di quella nera solitudine notturna: si sentiva come lanciata via fuori del mondo.
Poi, all'impressione dell'aria frizzante si era calmata a poco a poco. Un'idea balenatele in mente l'aveva fatta trasalire:
- Perché non entrava in un convento?
E rinchiuse la imposta, macchinalmente; perduta dietro questa idea che la inondava di un benessere strano, di una calma affatto insolita e piena d'immensa tenerezza.
- Grazie! Grazie! - mormorava, a mani giunte, rivolta al crocifisso. - Cosí sarò morta pel mondo, per me stessa, per tutti!... È una ispirazione del cielo!
XIV
- Calmatevi, figliuola mia, calmatevi! - le diceva di tanto in tanto con voce tremula il vecchio confessore, dalla grata del confessionario dove appoggiava la testa.
Giacinta arrestavasi un momentino, quasi soffocata, poi riprendeva a parlare.
E tutta la sua vita - dolori, illusioni, disinganni, speranze agonizzanti - tutta, continuava a ripassarle dinanzi agli occhi, rapidamente, come una visione, come un terribile sogno... Un sogno che finiva lí!
- La vostra risoluzione, figliuola mia, è dunque ben ferma? - disse il prete.
- Sí, padre!
- Però mi avete detto che è nata soltanto da pochi giorni, sotto la tortura di un gran dolore...
- È vero; ma non importa. È come se io mi vi fossi deliberata da un pezzo.
- Speriamo che sia cosí. La grazia divina ha fatto miracoli assai piú grandi di questo. Però la prudenza consiglia di non fidarsi troppo di un proposito di primo impeto.
- Padre, non mi tolga il coraggio!...
- No; ma debbo farvi riflettere che un passo inconsideratamente fatto potrebbe arrecarvi dolori assai piú grandi di quelli sofferti finora. Il Signore è molto geloso delle anime che si consacrano a lui. Prima di accettarvi tra le sue braccia di misericordia, vuole essere certo che voi non vi rifugiate in lui per un dispetto passeggiero, per il turbamento di una passione contrastata, d'una speranza venuta meno...
- Mi sento già distaccata da tutto, interamente.
- Può essere un'illusione che starà poco a svanire. L'amor di Dio, figliuola mia, non ha profonde radici nel vostro cuore. Siete vissuta, fino a pochi giorni fa, senza darvi alcun pensiero di Lui, come se egli non esistesse...
- Ah, padre! Non me n'hanno parlato quasi mai, neppure quand'ero bambina... Mia madre non pratica in chiesa; è troppo distratta dalle sue cure mondane. Mio padre odia i preti...
- Che gli hanno fatto di male?
- Nulla... non so.
- Povera creatura!... Voi avete ragione. Ebbene, figliuola mia, cominciate dal rassegnarvi ai valori di Colui che è il padrone di tutto, della vita, dell'anima vostra... I vostri parenti dunque ignorano?...
- Sí; ma non c'è da temere nessun contrasto da parte loro. Mia madre sarà... forse... anche contenta di sbarazzarsi di me...
- Non accusate nessuno. Riconoscete in ogni avvenimento la volontà suprema di Dio. Preparatevi intento ad esser degna di Lui.
- Che dovrò fare?
- Pregate, anzi tutto; pregate che Dio vi dia la forza a persistere nel proponimento di consacrarvi al suo santo servizio. Egli saprà disporre ogni cosa come meglio crederà conveniente alla sua giustizia e alla sua misericordia. Il Signore fa tutto bene. Le piaghe da lui inflitte sono piaghe di vita. Egli ci prova, ci purifica con esse; non spetta a noi altri, miseri vermi, il giudicare delle sue vie!
- Sí, sí, padre! - disse Giacinta, a cui quel linguaggio cosí insolito metteva sgomento.
- Siate dunque umile, rassegnata alla sua divina volontà. E se gli piacesse di richiamarvi a Lui con altri mezzi, non vi perdete d'animo; confidate nel suo affetto di padre. Voi paventate un'umiliazione; vi rivoltate alla sola idea di poter essere, un giorno, insultata per una trista circostanza in cui la vostra volontà non ebbe e non poteva avere parte... Ma nel caso che Dio, figliuola mia, per la salute dell'anima vostra, volesse sottomettervi a tal prova...
- Dio è giusto; non castiga a torto...
- Ecco, voi chiamate gastigo ciò che invece sarebbe una prova! Rassegnatevi. Un'anticipata rassegnazione potrebbe indurre la misericordia celeste a risparmiarvela affatto.
- Oh!... Non ho questa forza!
- Chiedendola, vi sarà data.
E la chiese, giorno e notte, per una settimana, felice di quel suo gesto. Marietta, pur avendola accompagnata in chiesa all'insaputa della signora, non sospettava di nulla; e approvava che la sua padroncina, come continuava a chiamarla, si fosse rivolta alla Madonna.
- La Madonna le avrebbe fatta la grazia!... L'avrebbe consolata!
No, non la consolava, non le faceva la grazia!
Il suo cuore di donna si rivoltava alla possibilità di quell'insulto; si rivoltava anzi peggio, dopo che non riusciva a comprendere in che modo Dio, che doveva essere giusto, potesse vederla sottomettere a quella terribile prova.
Il confessore le aveva detto:
- Tornate appena vi sentirete piú forte.
Ed era tornata, quantunque non si sentisse piú forte. In quella chiesa piccola e buia, aspettando ginocchioni che il prete entrasse nel confessionario, provava la sensazione indefinita di un agghiacciamento, piú che del corpo, dell'anima, di un mutismo scoraggiante, di una repulsione che le pioveva sul cuore dalle pareti, dalle colonne, dagli altari delle cappelle dove guizzava la fiammella di una lampada sul punto di spegnersi... Cosí agonizzava la sua speranza!
- E la rassegnazione è venuta? - le domandò il prete.
- No padre!
- Chiedetela con più insistenza, con maggior fede. Quando meno ve l'aspettate, verrà.
Questa volta il confessore parlò a lungo, senza domandarle altro. E intanto che con voce tremula ragionava delle ineffabili consolazioni del Cristo in tutte le condizioni della vita, per le anime afflitte e sincere; intanto che le metteva sotto gli occhi, perché non le ignorasse, tutte le difficoltà della vita religiosa per chi non vi era chiamato da irresistibile vocazione, una cupa irritazione gonfiava il cuore di Giacinta.
- Come?... Era tutto?... - Invece di incoraggiarla, di sollevarla, le ragionava di difficoltà da vincere, di ostacoli da superare?... Dio dunque la respingeva?... Dio dunque la rigettava nell'abisso quand'ella, aggrappata all'orlo, gridava disperatamente: soccorso?...
La sua ragione si smarriva!
In quei due terribili giorni, i piú desolati della sua vita, un crollo di tutto il suo essere, qualcosa di orrendo, era avvenuto dentro di lei. Ella stessa non sapeva spiegarsi in che maniera quella idea, da cui si sentiva presa e dominata come da una fatalità, le fosse entrata nella mente:
- Amante sí, a ogni costo; marito no, mai!
E n'era atterrita e orgogliosa nel tempo stesso.
- Ho sognato colla mia sorte uno di quei patti mostruosi che si sottoscrivono col sangue - disse ad Andrea, presso il camino, stendendo i piedi contro la brace.
- Qual patto?
Andrea aveva preso le molle, per rassettare la legna e ravvivare la fiamma.
- Lo saprà, forse, un giorno - rispose. - Ma stia fermo con quelle molle, fa peggio.
- Dice bene. Destar fiamme non è il mio forte.
Pure continuava ad armeggiare, con un ginocchio piegato sul tappeto, rimettendo i tizzi uno sopra l'altro per poi soffiarvi col mantice.
Giacinta diè una rapida occhiata attorno.
Sua madre, il Commendatore, il Porati, il Mochi e l'ingegner Villa, che pareva un gigante in mezzo ad essi, ragionavano a bassa voce in un canto, preoccupati; e certamente non della neve che cadeva fuori sin dal mattino e aveva spopolato il salotto.
Giacinta sporse il capo quasi fino all'orecchio di Andrea.
- M'ama davvero? - gli disse.
A quella interrogazione a voce repressa, cosí risoluta e cosí inattesa, Andrea si voltò per guardarla in viso.
- M'ama davvero? - ripeté Giacinta.
Allora, per risposta, egli le prese una mano e gliela strinse forte.
- T'amo, Andrea! - ella soggiunse, visibilmente commossa.
Andrea la ringraziò con un lungo bacio sulla mano tenuta stretta fra le sue.
Giacinta diè un'altra occhiata, egualmente rapida, verso il posto dove gli altri pendevano tutti dalle labbra del Commendatore che parlava accalorato; e ripresa la sua posizione, intanto che Andrea faceva le viste di attizzare la legna:
- Hai tu fiducia in me? - gli disse.
- Illimitata!... Sono il tuo schiavo.
- Sei tu capace di tener segreto questo nostro amore finché non ci sarà piú bisogno di nessun riguardo?
- Un amore noto a tutti è una gioia sciupata!
- E non ti adombrerai di nulla?
- Di nulla, ora che tu mi hai detto di amarmi!
- E sarai paziente, senza lagnarti mai?
- Sí! Sí!
- Andrea, il mio cuore è tuo, per tutta la vita!
La fiamma del camino si ridestò crepitante in quel punto.
- È un buon augurio! - egli disse levandosi.
Giacinta gli sorrideva tutta illuminata da quei bagliori.
XV
Il dispaccio telegrafico era arrivato di sera, mentre il salotto della signora Marulli era ancora pieno di gente.
- ...Una cattiva notizia? - domandò la Villa vedendole fare una piccola scossa.
- Sí - rispose la signora Teresa. - È morto a Parigi quel mio parente...
E le porse il foglio.
- Oh!!!
La signora Villa non aveva saputo frenare un'esclamazione di meraviglia.
Il dispaccio del notaio annunziava anche un legato di trecento mila lire per Giacinta, tutto in cartelle, già in deposito presso di lui.
Nella confusione che accadde nel salotto, perché tutti volevano leggere il dispaccio, far le condoglianze, per mostra, e rallegrarsi della inaspettata fortuna toccata alla ragazza, Andrea era rimasto in un canto, impensierito di quella notizia, senz'avere il coraggio di avvicinarsi alla signora Marulli e a Giacinta per imitare gli altri.
- E ora? - si domandava. - E ora?
- Eh? - gli disse il Ratti, battendogli sulla spalla. - Ecco una disgrazia che probabilmente non capiterà né a voi né a me, caro Gerace!
Andrea rispose soltanto:
- Ma...!
E guardava, con una grande stretta al cuore, il signor Marulli che, accorso tutto commosso dalla sala da gioco, abbracciava in quel punto la figliuola come se gli fosse tornata fra le braccia da morte a vita.
- Paolo! - disse la signora Marulli, con un'occhiataccia per rammentargli di mostrare piú contegno.
Ella era contegnosissima, indispettita contro quel parente che aveva preferito Giacinta.
- Perché poi?
Non trovava una spiegazione; e se n'indispettiva maggiormente.
Andrea, intanto che gli ultimi rimasti andavano via, si avvicinò a Giacinta che veniva, ancora un po' sbalordita, verso di lui.
- Ah, io non mi rallegro! - le disse.
- Perché? - rispose Giacinta che non aveva compreso.
- Ora sei troppo ricca...
- Tanto meglio!
- Chi lo sa?
- Dubiti di me?
- No! - soggiunse Andrea, titubante.
- Dunque?
Dopo qualche mese egli non dubitava piú.
Dinanzi alle persone si trattavano con la loro solita riserbatezza. Ma Andrea, riprendendo nell'anticamera il cappello, prima di metterselo in capo, ne tastava ogni sera la fodera se mai non vi fosse un biglietto o una letterina di Giacinta. Ella, dalla stretta di mano che Andrea le dava arrivando in salotto, era avvertita che, al noto posto, il tavolino dell'altra stanza già nascondeva o da lí a poco, avrebbe nascosto qualcosa per lei.
Quel giuoco al segreto li divertiva.
Le sere che intrattenevansi un po' più del consueto, in disparte, Giacinta lo avvertiva:
- Ora lasciami.
- Farò la corte alla signora Rossi. Muori di gelosia! Quei begli occhi mi fanno ammattire!
E faceva il verso allo strabismo della Rossi.
Giacinta ridendo:
- Serviti pure!
Gli bastava che per buona parte della serata ella lo cercasse, di tanto in tanto, con lo sguardo.
Una volta Andrea si era accostato al gruppo di giovanotti che, sapendola ora con quella dote, si disputavano piú accanitamente le occasioni di entrarle in grazia. Giacinta gli disse:
- Guardi! Lei solo non mi fa la corte.
- Se non mi dànno neppure un minuto di tempo! Largo, largo signori!
Ella era felice di queste maliziette che davano maggior sapore al loro dolce segreto.
Provava una tranquillità grande. Non si voltava piú indietro per guardare il passato; non tentava d'afferrar qualche barlume nel buio fitto dell'avvenire. La sua sorte era fissata. Ma non voleva occuparsene... Esitava... Aspettava. Che cosa? Non lo sapeva neppure. Le sembrava già molto il sapersi riamata davvero per sé stessa, soltanto. Ne aveva avuto la prova nei dubbii, nei timori di Andrea, quando da quella subita fortuna giunta cosí a proposito ella era stata messa in uno stato d'indipendenza quale non l'aveva mai fantasticato. E come la stomacavano tutti quegli imbecilli che ora, uno dietro l'altro, chiedevano la sua mano, come se le trecento mila lire l'avessero già purificata dalla macchia per cui prima tutti arricciavano il naso!... Vili prima e dopo.
- Ma insomma...? - le diceva spesso sua madre, con la voce irritata - È una vera follia!...
- Voglio attendere... stare a vedere...
Si cullava in quella decisione, e le sapeva forte l'uscirne. E siccome neanche Andrea arrivava a spiegarsi quell'eterno esitare:
- Non tormentarmi anche te! - stizzita, gli rispose una sera. Andrea non si tenne lí.
- Senti: quel capitano Ranzelli ti sta troppo attorno.
- Ti dà ombra?
- Un pochino.
- Infatti è un bell'uomo, colto, elegante...
- Non scherzare!...
- Dico davvero.
Ma soggiunse subito:
- Sei sempre un ragazzo!
Un po' di amarezza tornava a mescersi in questo modo nella coppa della sua felicità, che grado grado s'attossicò intieramente.
Quella sera che si vide stretta da tutti i lati: dalla dichiarazione del capitano, dalla ingiusta gelosia di Andrea, dai sospetti e dalle rampogne della madre, ella sentí a un tratto riaggravarsi addosso il peso opprimente della cattiva sua sorte.
Marietta, andata a chiamarla per la cena, la trovò sul punto di spogliarsi.
- Si sente male?
- No.
- Vuol cenare in camera?
- Non ceno.
- Burrasca! - disse Marietta dentro di sé.
E stava per andar via; poi si voltò:
- Le darò una buona notizia, ma voglio la mancia. Rida!... Sa che mi ha detto stamani il conte Grippa?... Mi ha detto: Se la tua padroncina volesse diventare la Contessa Grippa di San Celso!
E scoppiò in una risata.
Ma Giacinta aveva alzato la testa, riflettendo, intanto che la Marietta, prese con la punta delle dita le cocche del grembiule bianco, le faceva una comica riverenza:
- Signora contessa!!!
- Chi lo sa? - pensava Giacinta.
E con lo sguardo balenante pareva cercasse qualcosa nel buio dell'avvenire.
Parte seconda
I
Andrea Gerace, seduto in un angolo del Caffè della Pantera, sorseggiava distrattamente il bicchierino di cognac che gli stava davanti da mezz'ora e, fra un sorso e l'altro, si rodeva le ugne, senza punto accorgersi di quel che facesse...
- Ed era finita cosí!
Gli pareva impossibile.
Tre sere prima. Col pretesto d'osservar bene un album di fotografie, aveva aspettato Giacinta nella stanza precedente il salotto. Da qualche tempo in qua ella rispondeva sempre con ritardo alle insistenti lettere di lui; e quei bigliettini secchi secchi, freddi freddi, che si facevano attender tanto, lo irritavano di piú. In salotto, evidentemente, lo schivava. Perché?
Un contegno strano, inesplicabile.
Vedendolo accigliato, risoluto, Giacinta si era arrestata, con una mossa di rimprovero:
- Ebbene?
- Tu mi sfuggi - le disse. - C'è qualcosa che non vuoi dirmi.
- Nulla.
- Sí, c'è qualcosa: te lo leggo negli occhi.
Giacinta lo fissò con quella sua aria di superiorità che gli dava soggezione:
- C'è - e quasi balbettava - che fra due mesi... sarò la contessa Grippa di San Celso... Sei capace di ragionare?
Andrea sentí cascarsi le braccia:
- Ah?...
La commozione gli strozzava la parola.
- Aspetta prima di condannarmi! - ella soggiunse, impallidita a un tratto, con voce tremante.
- Che dovrei piú aspettare?
- Allora... fa' pure a tuo modo!
La notte Andrea non chiuse occhio:
- Che tradimento!... Che infamia!... La vanità poteva dunque spingerla a mettere sotto i piedi il solo cuore che l'avesse amata - lo diceva ella stessa, ed era cosí - il sol cuore che l'avesse amata?... Non voleva piú rivederla. Gli faceva orrore... E con che arte aveva saputo illuderlo!... Espressioni appassionate, promesse, giuramenti... Donna, menzogna!... Ah, se fosse bastato il turarsi gli orecchi per impedire che la voce di lei tornasse ora a suonargli cosí insistente dentro!... Ah, se fosse bastato il tener chiusi gli occhi per non piú vedersi continuamente ballare dinanzi, difformato, quel caratterino inglese delle sue lettere che ora gli mostrava l'atroce canzonatura nascosta!... Ed ella osava scolparsi!... Aspetta!... Ma che doveva aspettare?
Non se ne dava ancora pace tre sere dopo, in quell'angolo di caffè dov'era andato a cacciarsi, lasciando a mezzo un desinare che gli era parso piú amaro del tossico...
- Ed era finita cosí! Quei due anni di felicità diventavano un sogno fallace... Ecco: aveva riaperto gli occhi; non ne restava piú nulla!
Erano arrivati, uno dopo l'altro, Ernesto Porati, l'avvocato Ratti e il cavalier Mochi; poi il ricevitore Rossi coll'ingegnere Villa per la solita partita a scacchi. Andrea li aveva salutati con un cenno del capo, rimanendo in disparte, senza neppur badare alla conversazione: e la mano pelosa del Villa che, esitante, teneva sospeso sulla scacchiera l'alfiere bianco, gli faceva riflettere che anche lui era stato tenuto, per due anni, sospeso a quel modo, proprio come un pezzo da scacchiera, finché la Giacinta non si era decisa a far la bella mossa... di sposare il conte Grippa!... Ed era finita!
- Volete star zitti? - brontolò il Villa.
Soltanto allora Gerace si accorse che quegli altri discorrevano appunto di lei e del suo matrimonio.
- Dev'essere una violenza della sua mamma! - sosteneva il Porati.
Mochi diceva di no, scrollando la testa, da persona ben informata:
- Eh, via! La Teresa non è una sciocca, sa fare i suoi conti...
- Infatti fa una contessa! - disse Ratti ridendo.
Il Ricevitore, con gli occhi fissi sulla scacchiera, calcava il naso nel barbone nero, dando ragione al Mochi. Ma il Porati insisteva:
- Certamente, la Marulli non era una sciocca; però...
- Volete saperla? È proprio la Giacinta, lei, che l'ha voluto. La Teresa n'è arrabbiatissima.
- Quando lo assicura il cavaliere...!
Ratti ammiccava maliziosamente al Porati, aggiungendo:
- Il cavaliere è troppo addentro nei segreti della mamma e, dicono le cattive lingue, della figliuola!
Mochi protestò, levandosi in piedi, abbottonandosi il soprabito con piglio sdegnoso, quantunque avesse a fior di labbra, sotto i baffi un sorrisino stentato che si mostrava a dispetto di lui.
- No, no!... Certe cose non si dicono neppure per chiasso! So a quali sciocche dicerie volete alludere, ma il ripeterle vi fa torto. Povera ragazza! La Giacinta commette, forse, una pazzia sposando quell'imbecille; ma non è una buona ragione per darle addosso... Io, per esempio, non presto fede neanche a certe vecchie ciarle... Dico sul serio, caro avvocato. E non posso permettere che, alla mia presenza... Scusate... No! no!
Ratti chinava il capo:
- Oh, io rispetto troppo la discrezione di un gentiluomo!...
- Qui non si tratta di discrezione - e Mochi lasciava sdegnosamente cascar l'occhialino. - Riflettete che, alla mia età, coteste storielle non si smentiscono volentieri; si lasciano correre. Ma io non sono un vanesio... Sarebbe un'indegnità, addirittura!
- Si direbbe ch'abbia voluto provar troppo a posta - disse Ratti, mentre il Mochi spariva dietro la bussola a cristalli, nella penombra della piazza.
E ghignava, guardando gli altri che restavano muti.
- E voi Andrea, che ne pensate?
- Io?... Nulla.
In quel punto, dietro un rapidissimo ragionamento quasi incosciente, mentre gli altri parlavano, Andrea pensava ch'era proprio una stupidaggine il far scoprire a Giacinta quant'egli soffrisse pel tradimento di lei. Ma che poteva farci?... Non sapeva fingere. L'amava, s'era illuso... e soffriva! Non aveva mai sospettato che si dovesse soffrire tanto per un'illusione perduta!
- Povera Giacinta! - disse il Porati. - Quelle trecento mila lire le hanno scaldato il cervello.
- Contessa Grippa di San Celso, - rispose il Ricevitore, lisciandosi la barba - non suona mica male... Scacco matto!
Il Villa rovesciò i pochi pezzi rimasti ritti sulla scacchiera, e se la prese col Ratti che lo aveva fatto distrarre:
- Infine, tutti voialtri sparlate per dispetto; la solita storia della volpe e dell'uva!
Rossi, Porati e Ratti, ridendo di quella stizza di giocatore sfortunato, si erano alzati per andar via.
- Voi restate, Gerace? - domandò il Ratti.
Andrea si lasciava trascinare. Aveva giurato di volersi rompere l'osso del collo prima di rimettere un piede in casa Marulli; e intanto provava un sentimento di gratitudine verso il Ratti che lo portava via, a braccetto, spingendolo su per quelle scale senza che la sua volontà quasi c'entrasse. Gli pareva anche strano che non si sentisse piegare i ginocchi, né battere forte il cuore.
Giacinta, al vederlo entrare in salotto, aveva provato un'impressione come di fiamma sul viso.
Andrea le strinse la mano e si fermò un po' a discorrere col Merli e col Gessi che, appartati con lei in un angolo, scoppiavano a ridere di tanto in tanto.
- Chi le sballa piú grosse? - diceva il Ratti, voltando la testa verso quella parte, in mezzo a un gruppo di signore.
Andrea, andato a salutare la signora Villa e la Mazzi, ascoltava, sorridendo, quel cicalío femminile che tagliava i panni addosso alla signora Maiocchi; la quale, appoggiata alla mensola del caminetto, pareva mezza sedotta dalla faccia apoplettica e dal pancione del Porati.
La signora Mazzi, che quella sera era di buon umore, vistosi dinanzi il conte Grippa avvicinatosi per salutarla, s'interruppe a un tratto e, porgendogli la mano, disse:
- Conte, la felicità vi si legge negli occhi.
- Grazie! Grazie! - egli rispose.
- Grazie di che?
A questa domanda il conte si mise a ridere, spalancando la bocca, facendo degli inchini, col capo, nell'allontanarsi.
- Si vede che la felicità lo rende piú grullo.
- Gerace, non lo dite alla futura contessina!...
Le due signore ripresero il loro cicalío; ma Andrea non vi prestava attenzione; e seguiva con gli occhi il conte Grippa nel giro che andava facendo da una signora all'altra.
Il conte si era fermato a due passi da Giacinta:
- Disturbo?
E a un cenno di lei, era scattato come una molla, tutto d'un pezzo, tenendole la mano; poi, stringendo la mano anche al Gessi e al Merli, sorrideva, impacciato dal silenzio che la sua presenza aveva prodotto:
- Ma perché non continuavano? Era forse di troppo?
- No, no.
- Il Prefetto - egli disse finalmente - è già partito per Firenze.
- Una notizia freschissima!
- Da quattro giorni!
Merli e Gessi scoppiarono a ridere.
- Ma io l'ho saputo or ora - riprese il conte un po' mortificato. - M'importa assai della politica!
Giacinta si mordeva il labbro, seria con gli occhi bassi per non guardare Andrea che si era accostato, gingillandosi col ventaglio della signora Villa.
- Conte, e la vostra scommessa? - disse Andrea, con la voce un po' turbata, continuando a sventolarsi.
- È andata benissimo. Non ne sapete nulla?
Il conte si fregava le mani, tutto contento; e sgangherando la bocca, strizzava gli occhi, tirava in su una gamba:
- Come?... Non ne sapevano nulla?
Merli e Gessi frenavano a stento le risa, accennandosi coi gomiti, mentre Gerace spingeva innanzi il volto, affettando gran curiosità, sventolandosi piú affrettatamente.
Giacinta, che pareva non volesse perdere una parola della intralciata narrazione del conte, fredda, impassibile agli ironici: bravo! benissimo! con cui Andrea lo interrompeva, soffriva intensamente di quell'ostentazione di Gerace...
- Dunque non aveva ancora compreso?... E l'amava?... Oh! Gli uomini sono stupidi!
Andrea, guardatala due volte di sottecchi, credeva d'averle letto sul viso le umilianti torture del rimorso...
II
La mattina che la signora Villa e le Maiocchi, mamma e figlia, eran venute in casa Marulli per vedere il corredo arrivato da Milano e da Vienna, Giacinta, piú pallida del solito, con gli occhi infossati, pareva avesse pianto.
- Che hai? - le domandò la signora Villa.
- Nulla. Sto bene.
- Bene?... Ma se non ti si riconosce!
La Maiocchi aveva tirata la signora Teresa verso la finestra, mentre Elisa e la Villa mettevano sossopra mucchi di biancheria:
- Bada, Teresa! Quella ragazza si lascerebbe morire prima di dirti di no. Ma questo matrimonio..., non vedi?...
- È lei che l'ha voluto!
La signora Teresa s'irritava:
- Ve la prendete con me! Credete dunque che io menta?
- È proprio inesplicabile!
- Giulia, vieni qui; guarda che bellezza!
La signora Villa era in estasi davanti a certe camicie di Vienna. E la Maiocchi lodava, ammirava anche lei, facendo delle crollatine di testa, stringendo un pochino le labbra, e intanto osservava Giacinta di sbieco:
- Povera ragazza! Si consuma dal cordoglio di sposare quel grullo... A chi vuol darla a intendere sua madre?
- Bellissimo! Elegantissimo! Una magnificenza!
E la signora Villa faceva passare in mano dell'Elisa o della sua mamma, i diversi capi di biancheria, rimestando, posando un oggetto, tornando a riprenderlo per far meglio apprezzare il merletto, un ricamo o la qualità di una stoffa.
Giacinta stava zitta. E quando la signora Villa rivolgevasi a lei, rispondeva con un sorriso sforzato, con un monosillabo, sí o no; nauseata dell'odore di biancheria nuova, della fredda sensazione di liscio che le faceva correre dei brividi per la schiena, come se quelle lenzuola di tela di Olanda dovessero servire a involgerla morta, fra una o due settimane; come se quelle camicie dallo sparato orlato di trine dovessero servire soltanto ad abbigliarla per l'ultima volta.
- E sarebbe meglio!... Sarebbe meglio! - ripeteva da sé, andando dietro alle amiche che volevano visitare l'appartamento degli sposi...
- Una cosa provvisoria - diceva la signora Teresa, conducendole a traverso le impalcature e gli arnesi di ogni sorta che ingombravano il passaggio.
Gli operai si fermavano, tirandosi da parte, per lasciar passare quegli strascichi di gonne che sollevavano della polvere dappertutto. La signora Villa saltellava, di qua e di là, sugli arnesi buttati per terra, cacciando dei piccoli gridi, ridendo, facendo delle moine per la paura di conciarsi il vestito o di vedersi cascar addosso qualcosa dai palchi sotto i quali bisognava passare.
- Oh! Quell'appartamentino diventava un gioiello.
- Una cosa provvisoria - ripeteva la Marulli - Giacinta si è innamorata della palazzina qui accanto, ed è stata cosí sciocca da farlo capire. I proprietarii, naturalmente, ora la prendono per la gola.
- Lascia andare! Qui starai da regina!
Ma per le scale, nell'andar via, la Maiocchi diceva, in un orecchio alla Villa, che le Marulli avrebbero dovuto contentarsi di far le cose alla buona.
- Spendono e spandono, come se avessero in tasca dei milioni. Che ridicolaggine!
- E quella Giacinta che sembrava cosí savia!
- Se lasci mano libera alla Teresa, domani te n'avvredai, come diceva quello!
- Dio! Mi son conciata!
La signora Maiocchi voleva montar subito in casa per ripulire la coda della veste da parecchi schizzi di calce e di tinta - Un abito rovinato! - Ma la Villa la trattenne.
- Che ne diceva lei? Dovevasi credere alle assicurazioni, e ai giuramenti della Teresa? Che pasticcio quel matrimonio! Eh?
- Lo temo anch'io. Povera ragazza!
- Ma sarà contessa - disse ingenuamente Elisa.
- Sciocchina! - rispose sua madre.
III
Il portinaio della Banca agricola sudava per impedire che i ragazzi affollati davanti il portone non penetrassero dentro e non invadessero anche le scale.
- Date degli scapaccioni - gli diceva il Ratti, che a stento si era fatto largo tra la folla dei curiosi.
Il Merli non saliva per finir di fumare quel virginia; e, preso il Ratti pel braccio, gli parlava sotto voce, ridendo:
- Che scena, mio caro! Hai avuto torto a non venire.
- A braccetto del Mochi?
- Una consegna in piena regola, al municipio e in chiesa!
- Se fosse vero... Oh quel Mochi!
- Va'! Non c'è fumo senza fuoco.
- Ecco il Prefetto.
Merli e Ratti fecero una scappellata, tirandosi da parte per far la rassegna delle signore che scendevano dalle carrozze.
- Oh Dio! Come farà per uscire dal legno?
Il Regio Procuratore aveva stese le mani a quella grassona di sua moglie che non trovava il verso di lasciarsi andar giú. I ragazzi ridevano. Solo il portinaio rimaneva grave e contegnoso. Ratti lo ammirava; e intanto stringeva il braccio al Merli, per accennargli le maniche della giubba del Ricevitore:
- Ci voleva un'allargatina!
- E quella cravatta messa di traverso!
Merli gli rispondeva con un pizzicotto, per farlo tacere, mentre le signore Rossi zia e nipote, agghindate con pretensione, impettite, salivano le scale impigliandosi ad ogni passo, impacciatissime dalle immense code degli abiti nuovi.
- Scollacciate!... Gli scheletri non hanno pudore! - sentenziava Ratti.
E ad ogni arrivo di gente a piedi, diceva sottovoce la sua:
- Quelli lí, due negozianti di tessuti, avevano intrigato una settimana per ottenere un invito... La moglie del segretario comunale era l'amante d'un assessore... Aveva visto? Quel marito portava in tasca un paio di scarpine per far cambiare alla moglie gli stivaletti inzaccherati... Glieli avrebbe cavati lui, a costo di insudiciarsi!... Glieli cavereste perfino voi, Gerace, cosí chic come siete... Siete bello, sapete!
Andrea non rispose nulla, occupato ad abbottonarsi un guanto.
- Peccato che questa mattina in chiesa e al municipio, mancavate anche voi! - gli disse il Merli. - Avreste veduto una consegna in piena regola...
- Quel Mochi è impagabile! - aggiunse Ratti.
Andrea fingeva di non capire, e si arrabbattava contro il guanto che non voleva lasciarsi abbottonare.
- Non faranno viaggio di nozze, si dice.
- Per economia? - domandò Andrea.
- No, è lei che ha voluto cosí.
- Chi lo ha detto?
- Il Marulli. Se ne lagnava col Villa: quella benedetta figliuola aveva certi capricci!...
Si avviarono tutti e tre. Andrea davanti, lentamente, quasi contasse i gradini; Merli e Ratti fermandosi a ragionare e a ridere, senza badare a Gerace.
Questi era arrabbiato di sentirsi meno forte delle altre volte:
- Perché gli tremavano i ginocchi? Perché provava una stretta al cuore?...
E respirò, un po' sollevato, nella gran confusione che c'era per tutte quelle stanze piene zeppe d'invitati.
I servitori, che portavano attorno i vassoi coi rinfreschi, venivan presi d'assalto.
- Ratti, Ratti! - chiamò la signora Maiocchi, tirandolo per la falda della giubba.
Gli accennava, cogli occhi supplicanti, di prenderle un gelato da quel vassoio che non riusciva a farsi strada, dietro di lui: e al vedere le spinte del Ratti che col braccio disteso non giungeva ad afferrar nulla, ella rideva, portando il fazzoletto alla bocca.
- Guardi! - le sussurrò la signora Clerici, toccandole leggermente la spalla col ventaglio.
Giacinta traversava il salone a braccio del Prefetto.
- Che aria! - rispose la signora Maiocchi.
- Fumi aristocratici! Non si diventa contessa di punto in bianco!
- Che ha mai, con quegli sguardi? Che pretende? - domandava piú in là la signora Rossi alla Villa.
Infatti Giacinta s'inoltrava altiera, con certi sguardi che pareva volessero sfidare le persone; e scoteva nervosamente la testa mentre il Prefetto le parlava, facendo tremolare ad ogni scossa il piccolo ramo di fiori d'arancio fermato sulle trecce.
Andrea Gerace, che capiva d'esser ricercato in ogni angolo, in mezzo alla folla, dagli sguardi di Giacinta, non poté piú stare alle mosse:
- Intendeva, forse, d'avvilirlo?
E, a provarle che non si teneva per vittima - oh, no davvero! - andò a presentarsele, facendole un inchino profondo:
- Se non ha impegni pel walzer...
- Cedo io - disse il conte già sul punto di offrire il braccio alla sposa e condurla a ballare.
- È fatto a posta! - borbottò Mochi all'orecchio del Ricevitore, che per non ridere, finse di guardare laggiú, verso l'orchestra.
Andrea sentiva tremare la mano di Giacinta che, appoggiata al braccio di lui, lasciavasi trascinare, come se quel walzer dovess'essere un vortice da travolgerla nell'abisso dov'ella non aveva piú il coraggio di buttarsi da sé. E guardavansi di sfuggita negli occhi, serii, taciti, con le mani che si toccavano appena, nervosamente agitati nei primi giri del ballo. Poi, quando questi si fecero piú incalzanti, piú rapidi:
- Sei ammutolito? - gli disse tutt'a un tratto Giacinta.
Andrea per poco non perdette l'equilibrio. Furon costretti a fermarsi, ansimanti, scansando il turbinío delle altre coppie, fra la romorosa stretta dell'orchestra col trombone che urlava.
- Voglio parlarti! - ella aggiunse sotto voce.
- Perché?
- Voglio parlarti.
- Ma dove?... Quando?
Egli balbettava; non sapeva contenersi. Ripresala per la vita, slanciossi di nuovo con lei nei furiosi giri del walzer, ripetendo:
- Dove? Quando?
Alla risposta di Giacinta, gli zufolarono gli orecchi, una nebbia gli velò gli occhi. Le loro mani convulsamente allacciate rispondevano ai violenti bàttiti dei loro cuori che picchiavano, l'uno contro il petto dell'altra, nell'intimità dell'abbraccio. Cosí eran rimasti soli, nel centro del salone, a far quel mulinello sotto gli occhi di tutti, con lo strascico dell'abito bianco di lei spiegato attorno a ventaglio.
- Vai subito?
- Sí.
E si fermarono davanti al conte Giulio che stava lí, in prima fila, ad ammirarli a bocca aperta.
IV
Andrea, sbalordito, rimase un pochino nella stanza da giuoco, presso il tavolino dove il signor Marulli, il Porati e il Regio Procuratore facevano una partita a tressette; poi uscí nell'andito.
- Vuol nulla, signor Gerace?
Non aveva riconosciuto il giovane del suo barbiere mascherato a quel modo, in giubba e cravatta bianca.
- Grazie - rispose.
- Che confusione, signor Gerace! Non danno neppure il tempo di riempire i vassoi. Una porcheria!
Andrea lasciò che colui fosse sparito, e aperto un uscio, entrò, richiudendolo subito col paletto.
Il salottino, tappezzato di color verde cupo, con la lampada di bronzo pendente dal soffitto, aveva qualcosa di funebre. Andrea, quasi colpito da paura, girò gli occhi attorno. Un gran vaso di porcellana del Ginori, gl'intagli della consolle di ebano, le sbarre delle seggiole disposte in due righe presso la finestra, la tavola inglese di noce situata nel mezzo, le borchie di un album si accendevano di vivi riflessi fra la tinta scura delle pareti. Un piccolo canapè rannicchiavasi nell'ombra, a sinistra, in quel silenzio pieno d'un terrore indefinito.
- Perché era venuto lí?... Ah!... Ella voleva parlargli! Dunque sentiva il bisogno di scolparsi, di domandargli perdono? Che poteva mai dirgli?... Il cuore di quella ragazza era proprio un enigma!
Non poteva star fermo; le gambe gli formicolavano. E si rigirava pel salottino, ora guardando la figurina di donna, incipriata e scollacciata, colle labbra rosse rosse, dipinta nel medaglione del vaso di porcellana, fissandola con attenzione, come se non avesse avuto altro da fare: ora svoltando le grosse pagine dell'album, dagli orli dorati, senza nemmeno osservare i ritratti; ora accostandosi all'uscio per origliare fra il rumore lontano della festa che arrivava, indistinto, fin lí.
- Ballavano una mazurka!... Com'era eterna! E se sopraggiungeva qualcuno?... Giacinta tardava troppo... Già non doveva essere facile scomparire da una festa, con tanti noiosi attorno... E se non le riusciva? Fino a che ora doveva attendere?
Il cuore gli diè un balzo. Chi parlava nella stanza accanto? Trattenne il fiato; ma non afferrava le parole, non riconosceva le voci.
- Non posso; sto male. Trova tu qualche scusa, - diceva una di esse.
Era Giacinta!
Quell'altra persona aveva dovuto fare delle obbiezioni, perché questa le rispondesse bruscamente:
- Te l'ho detto: non posso!
Poi non sentí piú nulla. Erano andate via?
D'un tratto, Andrea vedevasi dinanzi Giacinta ritta in mezzo all'uscio spalancatosi senza rumore: una apparizione, nella semioscurità del salottino, con quell'abito di garza bianca, riccamente guarnito di svolazzi di trina, che le dava l'aria d'una forma fantastica.
Non osò d'accostarsele: ma visto che, portate le mani al viso, scoppiava in singhiozzi, si slanciò verso di lei e l'afferrò pei polsi, balbettando:
- Che cosa è stato?... Che cosa è stato?
Giacinta, trascinatolo nell'altra stanza, si era gittata bocconi sulla spalliera del canapè, piangendo dirottamente. Andrea, in ginocchio accanto a lei, tentava di calmarla, di farla parlare:
- Che cosa è stato?... Che cosa è stato?
Immaginava un grosso scandalo. Erano già scoperti? Venivano a sfondar gli usci per sorprenderli insieme? Ma Giacinta, volgendo il capo lo guardava ansiosamente, a traverso il velo delle sue lagrime:
- Dio mio! Non m'ami piú? - diceva con voce soffocata, brancicandogli la faccia colle mani tremanti: - Dio Mio!... Non m'ami piú?
Andrea rispose abbracciandola, baciandola e ribaciandola furiosamente. E per alcuni minuti, rimasero cosí, avvinghiati, come confusi in un sol corpo. Fra quei primi baci, fra quei primi abbracci di amanti, di tratto in tratto, scappavan fuori parole mal articolate, frasi mozze:
- Ah, come mai potesti?
- Zitto!
- Che infamia!
- Zitto! T'amo! T'amo!
- Non hai scusa!... imperdonabile!
- Andrea mio!
E si divorarono, silenziosamente, con le labbra incollate alle labbra; non potevan piú staccarsi, non