Joseph Conrad LORD JIM "E' certo che qualsiasi convinzione guadagna infinitamente non appena vi aderisca un'altra anima". A G. F. W. Hope ed a sua moglie con grato affetto dopo molti anni di amicizia. NOTA DELL'AUTORE. Allorché questo romanzo apparve la prima volta in volume, si cominciò a dire che mi ero lasciato prender la mano. Qualche recensore sostenne che il lavoro, iniziato come novella, era poi sfuggito al controllo dell'autore. Di ciò, un paio di critici scoprirono alcune prove interne: il che parve divertirli molto. Insistettero sui limiti della forma narrativa. E' assurdo, sostennero, che uno possa parlare tutto quel tempo, e che altri stiano ad ascoltarlo così a lungo. Non era molto credibile, dissero. Ho avuto agio di ripensarci per circa sedici anni, ma non sono ancora tanto sicuro che avessero ragione. Si sa di uomini rimasti in piedi metà della notte - tanto ai tropici che in zone temperate - a "raccontarsi storie". E' vero che questa è una storia sola, ma vi ho pur inframezzato pause che danno una certa dose di sollievo; e, quanto alla resistenza degli ascoltatori, certo bisognerà accettare - assunto preliminare necessario - il postulato che il racconto sia interessante davvero. Per parte mia se non l'avessi trovato interessante, non avrei mai potuto mettermi a scriverlo. In riguardo poi alla possibilità fisica, ognun sa che certi discorsi in Parlamento hanno avuto una durata più prossima alle sei che alle tre ore; mentre tutta quella parte del libro che corrisponde al racconto di Marlow si può leggerla ad alta voce, direi, in meno di tre ore. E d'altronde sebbene io abbia rigorosamente escluso dal libro tutti i dettagli del genere - possiamo ben supporre che quella notte siano stati offerti dei rinfreschi; e che un bicchiere d'una qualunque acqua minerale abbia aiutato il narratore a tirare avanti. Ma, scherzi a parte, è effettivamente vero che la mia prima concezione fu d'una novella ristretta al solo episodio della nave dei pellegrini: null'altro. Dopo però averne buttate giù poche pagine ne restai scontento, chissà perché; e per un certo tempo le misi a dormire. Non tornai a cavarle dal cassetto se non quando il povero William Blackwood mi chiese qualcosa per la sua rivista. Soltanto allora mi resi conto che la faccenda della nave dei pellegrini era un buon spunto per un racconto da lasciarlo andar libero dove volesse; e che tale episodio poteva opportunamente prestarsi ad illuminar tutto intero il "senso dell'esistenza" in un personaggio di temperamento semplice e sensibile. Ma tutti questi stati d'animo e questi moti dello spirito, antecedenti all'atto dello scrivere, mi rimasero lì per lì alquanto oscuri; e non mi appaiono più chiari nemmeno oggi, dopo tanti anni. Le poche pagine che avevo messo da parte ebbero il loro peso nella scelta dell'argomento. Ma riscrissi deliberatamente ogni cosa. Sapevo, quando mi ci misi, che sarebbe stato un libro lungo; pur non prevedendo che avrebbe finito con l'occupare tredici numeri della "Maga". Talora mi è stato domandato se dei miei libri non fosse Lord Jim quello che preferivo. Sono un nemico dichiarato dei favoritismi nella vita pubblica, nella vita privata, e perfino nei delicati rapporti che corrono fra un autore e le sue opere. Per questione di principio non voglio favoriti; ma non giungo al punto da sentirmi addolorato ed urtato per la preferenza che certuni accordano a questo, tra gli altri miei romanzi. Non dirò neppure che "non arrivo a capire..." No! Ma una volta ebbi ragione di restare interdetto e sorpreso. Un mio amico di ritorno dall'Italia aveva parlato colà con una signora, alla quale il libro non piaceva. La cosa mi rincrebbe, naturalmente, ma a stupirmi fu la causa della sua avversione. "E' così malsano", aveva detto. Su questo giudizio ebbi da meditare ansiosamente per un'ora. Alla fine - debitamente riconosciuto che il tema è piuttosto estraneo alla sensibilità femminile - giunsi alla conclusione che quella signora non poteva essere italiana. Chissà anzi se era neanche europea? Comunque, un temperamento latino non avrebbe mai trovato nulla di morboso in un'acuta coscienza dell'onore perduto. Una simile coscienza può essere errata, può essere giusta, o venir condannata come artificiosa; e forse Jim non è un tipo molto comune. Ma posso accertare ai miei lettori, senza tema di sbagliarmi, che egli non è il prodotto di una riflessione fredda e perversa. Non è nemmeno una creatura delle nebbie nordiche. Fu una mattina di sole, nell'ambiente banale d'una strada di Oriente, che vidi passare, commovente e significativa, ravvolta in una nube, la sua figura perfettamente silenziosa. Come doveva essere. Toccava a me, con tutta la comprensione di cui ero capace, cercar le parole adatte per esprimerne il significato. Era "uno dei nostri". Giugno 1917. CAPITOLO 1. Per tre o forse cinque centimetri non arrivava a un metro e ottanta. Di complessione robusta, vi veniva incontro a passi sicuri, un po' curvo nelle spalle, con la testa protesa in avanti e uno sguardo fisso di sotto in su che vi faceva pensare a un toro sul punto di slanciarsi. La voce era profonda e sonora; nei modi, una sorta di sicurezza caparbia, senza nulla tuttavia di aggressivo, che pareva voluta per imporre a se stesso non meno che agli altri. Nella persona meticolosamente curato: tutto di bianco dalle scarpe al cappello, immacolato. Nei diversi porti orientali dove si guadagnava da vivere come commissionario marittimo era favorevolmente conosciuto. Un commissionario marittimo non ha bisogno di sottoporsi ad esami di sorta, ma certe capacità deve possederle in astratto e saperle dimostrare in concreto. Il suo lavoro consiste nel gareggiare di velocità, sia a vela che a vapore o a remi, con altri commissionari per essere il primo a raggiungere ogni nave in procinto di dar fondo; nel salutarne festosamente il capitano, cacciandogli in mano a forza il listino delle varie mercanzie; e, non appena costui mette piede a terra, nel pilotarlo con energia ma senza ostentazione fino ad un vasto magazzino che pare una caverna, colmo non soltanto di tutte quelle cose che a bordo si mangiano e si bevono, ma dove si può anche procurarsi quanto rende un bastimento atto alla navigazione e bello a vedersi: da un assortimento di ganci per le cime d'ormeggio a un libretto d'oro in foglia per gli intagli di poppa. Qui il capitano è ricevuto dal proprietario dell'azienda come un fratello, benché lo veda allora per la prima volta. V'è un fresco salottino, poltrone, bottiglie, sigari, l'occorrente per scrivere, una copia del regolamento portuale, e un'accoglienza così cordiale da scioglier nel cuore d'un marinaio tutta la salsedine che vi hanno accumulato tre mesi di navigazione. I rapporti così iniziati son mantenuti vivi, per tutto il periodo che la nave rimane in porto, attraverso le visite giornaliere del commissionario marittimo. Egli si mostrerà fedele al capitano come un amico e pieno d'attenzioni come un figlio; avrà la pazienza di Giobbe, la dedizione altruistica d'una donna e l'eterna allegria d'un buontempone. Più tardi arriverà anche il conto. E' un mestiere bello e umano. Perciò un bravo commissionario marittimo è raro. Se poi un commissionario marittimo, che possieda in astratto le volute capacità, ha anche il pregio d'essersi fatto le ossa sul mare, egli merita da parte del suo principale un bel po' di soldi e parecchia indulgenza. A Jim toccavano sempre buoni salari e indulgenza quanta ne basterebbe per render fedele un demonio. Eppure, con nera ingratitudine, ogni tanto abbandonava sui due piedi l'impiego, e se n'andava da qualche altra parte. Ai suoi principali, le ragioni che dava apparivano assolutamente insufficienti. "Maledetto idiota!" esclamavano, appena aveva voltato le spalle: e questo era tutto il commento che facevano sulla sua squisita sensibilità. Per i bianchi che trafficavano nei commerci marittimi e per i capitani delle navi, egli era Jim: null'altro che Jim. Aveva, ben s'intende, anche un altro nome, ma gli premeva che non fosse mai pronunciato. Codesto suo incognito, bucherellato d'altronde come un setaccio, non era tuttavia destinato a nascondere una personalità, bensì un fatto. Quando il fatto sbucava fuori dall'incognito, Jim abbandonava all'improvviso il porto dove si trovava in quel momento, e si trasferiva in un altro: di solito sempre più verso oriente. Si teneva ai porti, perché era un uomo di mare in esilio dal mare, e perché possedeva quelle capacità astratte che non servono in nessun mestiere, salvo in quello di commissionario marittimo. Si ritirava in buon ordine verso il sole levante, e il fatto gli teneva dietro a caso, ma senza scampo. Così, anno dietro anno, lo conobbero successivamente a Bombay, a Calcutta, a Rangoon, a Penang, a Batavia: e in ciascuna di queste tappe egli non era che Jim, il commissionario marittimo. Più tardi, allorché la sua acuta percezione dell'intollerabile lo distaccò per sempre dai porti di mare e dagli uomini bianchi sospingendolo fin dentro le foreste vergini, i malesi di quel villaggio nella giungla dove s'era deciso a nascondere la propria deplorevole sensibilità, aggiunsero una paroletta al monosillabo del suo incognito. Lo chiamarono Tuan Jim, che è come dire: Lord Jim. Era nato in un presbiterio. Molti sono i comandanti di belle navi mercantili che provengono da simili asili di devozione e di pace. Il padre di Jim possedeva una così sicura conoscenza dell'Inconoscibile da lasciar soddisfatta la rigidezza morale di chi abitava in povere catapecchie, senza perciò turbare i sonni di coloro ai quali una Provvidenza infallibile consentiva di vivere in ricchi castelli. La chiesetta sulla collina aveva il color grigio muschioso di una roccia irretita da un intrico di vegetazione. Sorgeva là da secoli, ma gli alberi onde era circondata ricordavan probabilmente il giorno in cui ne fu posta la prima pietra. Più in basso la rossa facciata del rettorato brillava col suo tono caldo fra i praticelli, le aiuole e gli abeti. Sul dietro si stendeva un frutteto, a sinistra il cortile lastricato della scuderia, e le vetrate in pendenza delle serre lungo un muro di mattoni. La parrocchia apparteneva da generazioni alla famiglia; ma Jim aveva quattro fratelli: e quando, dopo una serie di romanzi d'avventure letti durante le vacanze, s'era manifestata in lui la vocazione marinara, lo mandarono subito su una nave-scuola per allievi ufficiali della marina mercantile. Qui imparò un po' di trigonometria, e come si bracciano i pennoni di velaccio. Tutti gli volevano bene. Per la navigazione si guadagnò il terzo posto in graduatoria e fu fatto capovoga nella prima lancia. Aveva una testa solida e un fisico eccellente che lo servivano a dovere nelle manovre in cima agli alberi. Il suo posto era sulla crocetta di trinchetto, e di lassù spesso gettava un occhio, con lo sprezzo dell'uomo destinato a rifulgere nei pericoli, sulla pacifica moltitudine dei tetti tagliata in due dalla torbida corrente del fiume, mentre, sparsi ai margini della pianura circostante, i comignoli delle fabbriche si drizzavano uno per uno a perpendicolo contro il cielo sporco: sottili come matite, eruttavan fumo al pari di vulcani. Vedeva grandi navi partire, chiatte panciute far la spola in continuazione, barchette laggiù laggiù sotto ai suoi piedi, il fosco splendore del mare verso l'orizzonte, e la speranza di una vita eccitante in un mondo pieno d'avventure. Sotto coperta, in una babele di duecento voci, si spogliava della propria realtà presente per anticipar con l'immaginazione la vita di mare quale la letteratura romanzesca glie l'aveva dipinta. Vedeva se stesso in atto di salvare dei naufraghi, o di tagliar con l'ascia le alberature nella furia d'un ciclone, o di nuotare contro il risucchio trascinando un gherlino. Oppure si vedeva naufrago solitario, scalzo e in brandelli, vagare sui nudi scogli in cerca di frutti di mare per sfamarsi. Altre volte affrontava i selvaggi su spiagge tropicali, sedava ammutinamenti in alto mare, in una barchetta sperduta nell'oceano rincuorava gli affranti compagni: esempio costante di dedizione al dovere, eroe a tutta prova, come un personaggio di romanzo. "E' successo qualcosa. Vieni su!" Balzò in piedi. Come una fiumana gli allievi facevan le scalette a quattro a quattro. Si sentiva sul ponte un gran correre e gridare. Quando fu sbucato dal boccaporto, Jim si fermò di botto allibito. Era il crepuscolo di una giornata d'inverno. Il vento aveva rinfrescato nel pomeriggio, bloccando il traffico sul fiume; e ora soffiava con la violenza d'un uragano, a raffiche capricciose che rimbombavano come salve di grossi cannoni sull'oceano. La pioggia veniva giù di traverso a scrosci interrotti, e nelle pause si offriva a Jim la rapida e minacciosa visione dell'accavallarsi dei marosi, delle barche sballottate che si urtavano lungo la riva, dei fabbricati immobili nella bruma fuggente, delle chiatte panciute che sgroppavano pesantemente tesando le cime d'ancoraggio, dei grandi pontoni che facevano l'altalena inondati dagli spruzzi. La raffica che seguì parve spazzasse via tutto. L'atmosfera era gonfia d'acqua portata dal vento. V'era come un proposito di ferocia nella bufera, un'intensità furibonda nell'urlo del turbine, in quel tumulto brutale della terra e del cielo, che pareva diretto proprio contro di lui, e che lo lasciò senza fiato, immobile e sgomento. Gli sembrava d'esser trascinato in un vortice. Qualcuno gli diede uno spintone. "Armate la lancia!" Ragazzi gli passarono accanto correndo. Un battello guardacoste, mentre filava a ripararsi in porto, era andato a sbattere contro una goletta all'ormeggio: dell'infortunio era stato testimone uno degli istruttori della nave-scuola. Una folla di allievi si arrampicò sui bastingaggi, si raggruppò intorno ai paranchi. "Una collisione... Proprio davanti a noi... Il signor Symons ha visto benissimo". Un urtone lo scaraventò fin contro all'albero di mezzana, dove si sostenne afferrandosi ad una cima. La vecchia nave-scuola costretta dall'ormeggio vibrava tutta, dando dolcemente la prua al vento, e traverso la sua poca attrezzatura mormorava con voce di basso profondo l'affannata canzone della sua giovinezza sul mare. "Cala!" Vide la lancia, con l'equipaggio al completo, scender rapida al disotto dell'intraversata e si precipitò da quella parte. Sentì un tonfo. "Molla; libera via!" Si sporse. Il fiume ribolliva schiumoso lungo la murata. Si scorgeva nell'oscurità crescente la lancia in balìa del risucchio e del vento che la tennero per un attimo magicamente in loro potere a sballottar sul fianco della nave. Una voce tonante gli giunse a mala pena alle orecchie: "Remate d'accordo, cuccioli che non siete altro, se volete salvar qualcuno! Remate a tempo!" E all'improvviso la lancia s'inalberò di prua, e balzando a remi alzati sopra un'ondata, ruppe il breve incantesimo in cui l'avevan tenuta il vento e il risucchio. Jim si sentì stringere una spalla con forza. "Troppo tardi, giovanotto". Il comandante della nave trattenne con la mano quel ragazzo che pareva volesse buttarsi in mare, e Jim sollevò verso di lui uno sguardo pieno di cosciente dolore per la disfatta subita. Il comandante sorrise con simpatia. "Avrai più fortuna un'altra volta. Questo t'insegnerà ad esser svelto". Acute grida d'entusiasmo accolsero la lancia che tornava indietro a balzelloni, mezza piena d'acqua e con due uomini esausti che diguazzavano sui paglioli. A Jim il tumulto e la minaccia del vento e del mare sembravano ormai assolutamente spregevoli, ciò che accresceva il suo rammarico per essersi lasciato sgomentare dal loro vano furore. Ora sapeva cosa pensarne. Era ben certo che della bufera non glie ne importava più nulla. Sarebbe stato capace di affrontare pericoli ben più grandi. Sicuro: un giorno li avrebbe affrontati, e meglio di chiunque altro. Non aveva più neanche un briciolo di paura. Tuttavia se ne rimase la serata intera in disparte, pensieroso e aggrondato, mentre il capovoga - un ragazzo con un viso da femminuccia e certi grandi occhi grigi - era festeggiato come un eroe nel ponte inferiore. Tutti gli si stringevano attorno con le più appassionate domande. E lui raccontava: "Non appena ho scorto la sua testa che scompariva e riappariva, subito ho lanciato in acqua l'alighiero. Gli si è agganciato ai calzoni e per poco non cascavo in mare, se non era il vecchio Symons che, lasciato andare il timone, mi ha acciuffato per le gambe. La lancia è andata a un pelo dal capovolgersi. Gran brav'uomo quel vecchio Symons. Che m'importa se ogni tanto fa il brontolone con noi? Tutto il tempo che mi ha tenuto per le gambe non ha fatto che coprirmi d'improperi, ma quello era il suo modo di dirmi di non mollar l'alighiero. Certo che il vecchio Symons si eccita con terribile facilità, vero? No, non il biondino.... voglio dir l'altro, quello grosso, con la barba. Quando l'abbiamo tirato a bordo gemeva: OH, LA MIA GAMBA! OH, LA MIA GAMBA! e rovesciò gli occhi fino al bianco. Curioso, un tipo così grosso, che svenga come una ragazza. Voi sverreste per una botta di alighiero? Io no sicuro. Gli s'era infilato nella gamba tanto così" E, suscitando viva emozione, mostrò in giro l'alighiero che aveva portato apposta sotto coperta. "Ma no, sciocco! Non era la carne a reggerlo, erano i calzoni. Ma sanguinava anche molto, s'intende". A Jim queste parevano penose esibizioni di vanità. La tempesta aveva provocato un eroismo spurio quanto la sua minaccia era falsa. Si sentiva irritato contro quel brutale tumulto della terra e del cielo che l'aveva preso alla sprovvista soffocando a tradimento il suo slancio generoso verso il rischio. Per il rimanente era piuttosto soddisfatto di non essere andato con la lancia, visto che alla bisogna era bastata un'iniziativa di proporzioni così modeste. Aveva arricchito la propria esperienza meglio dei materiali esecutori dell'impresa. Quando tutti gli altri avessero indietreggiato, allora sì - ne era sicuro - lui solo avrebbe saputo affrontare la falsa minaccia del vento e del mare. Sapeva ormai cosa pensarne. Obbiettivamente veduta, era una minaccia spregevole. Non riusciva a trovare in se stesso la minima traccia di emozione, e insomma l'effetto conclusivo di quell'avvenimento eccezionale fu che, dimenticato e solo in mezzo alla chiassosa folla dei compagni, Jim esultò nella rinnovata certezza del proprio spirito d'avventura e in un sentimento di multiforme coraggio. CAPITOLO 2. Dopo due anni di tirocinio prese imbarco; ma, addentrandosi in regioni tanto familiari alla sua fantasia, dovette riconoscerle stranamente povere di avventure. Fece molte traversate. Conobbe la magica monotonia di un'esistenza fra cielo e mare; ebbe a subire le critiche degli uomini, le esigenze del mare, e la prosaica durezza del compito giornaliero da cui si ricava il pane, ma anche, in compenso, l'amore per il proprio lavoro. Era un compenso di cui non godeva: eppure non poteva tornare indietro, perché non v'è nulla al mondo che seduca, deluda e renda schiavi come la vita di mare. Senza contare che la carriera prometteva bene. Di modi distinti e di buon naturale, profondamente conscio dei propri doveri, era un tipo che ispirava fiducia; sì che, giovanissimo ancora, si ritrovò primo ufficiale sopra una bella nave, senza esser mai stato messo a prova da quegli incidenti di navigazione che dimostrano alla luce del giorno il valore intrinseco d'un uomo, l'affilatura della sua tempra, la fibra della sua stoffa: che rivelano il grado della sua resistenza e la segreta verità delle sue apparenze, non solo agli occhi degli altri, ma ai propri. Una volta sola in tutto quel periodo ebbe di nuovo il senso, in una rapida visione, di quanto possa essere intensa la rabbia del mare. E' una rabbia che si manifesta meno spesso di quanto può creder la gente. Vi sono molte gradazioni di pericolo, nelle avventure e nei fortunali: solo ogni tanto appare sul volto dei fatti la sinistra violenza di un'intenzione; quel quid indefinibile che forza la mente e il cuore dell'uomo a convincersi come quella concatenazione d'incidenti, o quella furia degli elementi che lo assalgono, abbiano un preciso intento di perfidia, una forza al di là d'ogni controllo, una crudeltà sfrenata che vuol strappare all'animo speranza e timore, travaglio di stanchezza e desiderio infinito di riposo; che vuol schiacciare, distruggere, annientare tutto ciò che fino a quel momento egli ha visto, conosciuto, amato, goduto, oppure odiato; tutto ciò che è necessario e senza prezzo: la luce del sole, le memorie, I'avvenire; che vuole spazzar via d'un colpo dai suoi occhi tutto il mondo prezioso col solo, semplice e spaventevole gesto di togliergli la vita. Ferito da un pennone che gli era caduto addosso al principio d'una settimana di burrasca (della quale in seguito il capitano, uno scozzese, usava dire: "Ragazzi! per conto mio è un vero miracolo se la nave l'ha scampata!"), Jim passò lunghi giorni disteso sul dorso, con la testa confusa, in un abbattimento senza speranza e in un'agitazione tale come se avesse toccato il fondo d'un abisso di irrequietezza. Di come sarebbe finito non gli importava; nei momenti di lucidità si esagerava la propria indifferenza. Il pericolo, quando non lo vediamo, ha la stessa confusa imperfezione del pensiero umano. La paura diventa vaga; e quella nemica dell'uomo che è l'immaginazione, madre di tutti i terrori, se non è stimolata dai fatti si affloscia nel tedio dell'emozione esausta. Jim non vedeva altro che il disordine della sua cabina sballottata. Giaceva là prigioniero nel bel mezzo d'una piccola devastazione, segretamente felice di non dover salire in coperta. Ma di quando in quando un fiotto di incontenibile angoscia lo sopraffaceva fisicamente, lasciandolo senza fiato a contorcersi sotto le lenzuola. Allora la stupida brutalità di un'esistenza così atrocemente schiava di simili sensazioni gli dava un desiderio disperato di fuggirne ad ogni costo. Poi, col ritorno del bel tempo, non ci pensò più. Continuava tuttavia a zoppicare, sì che quando la nave raggiunse un porto in Oriente bisognò ricoverarlo all'ospedale. La guarigione tardava, e dovettero lasciarlo a terra. Nella corsia dei bianchi vi erano altri due soli pazienti: il commissario di bordo d'una cannoniera che si era rotto una gamba cadendo in un boccaporto, e una specie d'imprenditore di ferrovie d'una provincia vicina. Costui, afflitto da una misteriosa malattia tropicale, riteneva il dottore un vero ciuco, e si abbandonava a segrete orgie di specialità medicinali che il suo servo Tamilo gli portava di nascosto con devozione instancabile. Si raccontarono a vicenda la storia della loro vita, giocavano un po' a carte, oppure sbadigliando ciondolavano in pigiama dalla mattina alla sera, sdraiati sulle poltrone senza scambiarsi una parola. L'ospedale sorgeva sopra una collina, e un'arietta delicata, entrando dalle vetrate sempre aperte, portava nella stanza disadorna la morbidezza del cielo, il languore della terra, l'affascinante respiro delle acque orientali. Vi portava profumi, suggestioni d'infinito riposo, il dono di sogni senza fine. L'occhio di Jim spazzava ogni giorno di là dai boschetti dei giardini, sopra le terrazze della città, oltre le fronde dei palmizi che crescevano sulla spiaggia, per fermarsi sulla grande via dell'Oriente: una via costellata d'isolette inghirlandate, illuminata dal sole delle grandi occasioni, con le sue navi simili a giocattoli, col suo traffico brillante come una parata festiva, con in alto l'eterna serenità del cielo orientale, e in basso la sorridente pace dei mari orientali, padroni dello spazio fino all'estremo orizzonte. Non appena gli fu possibile camminare con un bastone, scese in città a informarsi d'un mezzo per ritornare in patria. Ma non essendovi nulla in vista per il momento, gli venne naturalmente fatto, per ingannare l'attesa, d'entrare in relazione con gli uomini del suo mestiere che si trovavano in porto. Costoro erano di due categorie. Alcuni, pochi e che si vedevano raramente, facevan vita misteriosa, avevano conservato un'inalterabile energia e, insieme con una cert'aria da pirati, occhi da sognatori. Pareva vivessero in un pazzo labirinto di progetti, di speranze, di pericoli, d'imprese, al di là della civiltà, negli oscuri ricetti del mare; la loro morte sembrava poter essere l'unico avvenimento in qualche modo probabile di quelle fantastiche esistenze. La maggioranza invece si componeva di uomini che, capitati là per caso, come Jim, vi eran rimasti come ufficiali di cabotaggio locale. Ormai pensavano con orrore all'idea di prestar servizio sui bastimenti dei bianchi, con quelle condizioni di vita tanto più dure, con quella rigida concezione del dovere, col rischio delle traversate sugli oceani bizzosi. S'erano intonati all'eterna pace del cielo e del mare d'Oriente. Amavano i viaggi brevi, le buone sdraie di coperta, i folti equipaggi indigeni, e il privilegio d'esser bianchi. Rabbrividivano al pensiero di dover faticare, e conducevano così un'esistenza precaria ma comoda, sempre sul punto d'essere licenziati, sempre sul punto d'essere assunti; al servizio di Cinesi, di Arabi, di meticci... Anche al soldo del diavolo si sarebbero messi se ci fosse stato poco da fare. Discorrevano eternamente di colpi di fortuna: come al Tal dei Tali era stato affidato un bastimento che faceva un servizio comodo comodo lungo le coste della Cina; come quell'altro aveva un'occupazione piacevole in qualche parte del Giappone; come un terzo si faceva d'oro nella marina siamese. E in tutto quanto dicevano - come anche nelle azioni, nell'aspetto, nelle persone - si scopriva il punto debole, il marcio: quel proposito ben determinato di bighellonar senza rischio attraverso la vita. A Jim codesta masnada di chiacchieroni, a considerarli come marinai, sembraron sulle prime irreali più che fantasmi. Ma finì con lo scoprire un certo fascino in quegli uomini, in quella loro aria di passarsela a meraviglia con una razione così minuscola di fatica e di rischio. Col tempo, accanto al suo iniziale disprezzo, crebbe lentamente in lui un altro sentimento; e all'improvviso, abbandonata l'idea di tornarsene in patria, prese imbarco sul Patna come primo ufficiale. Il Patna era un vapore locale vecchio come il mondo, smilzo come un levriero e divorato dalla ruggine peggio d'un serbatoio abbandonato. Proprietà d'un Cinese, era noleggiato da un Arabo e lo comandava un rinnegato tedesco della Nuova Galles del Sud, il quale ci teneva moltissimo a maledire pubblicamente la propria terra d'origine, ma che, traendo forse esempio dalla trionfante politica di Bismarck, si compiaceva di trattar brutalmente tutti coloro del quali non aveva paura, e aveva un'aria di "a ferro e sangue" combinata con un naso violaceo e dei mustacchi rossi. Dopo che la nave fu ridipinta all'esterno e imbiancata di dentro, a un dipresso ottocento pellegrini vi vennero imbarcati, mentre stava all'attracco con le caldaie accese lungo un molo di palafitte. Al fiotti i pellegrini salivano a bordo per tre passerelle; salivano a fiotti sospinti dalla fede e dalla speranza del Paradiso; salivano a fiotti con un struscìo continuo di piedi scalzi, senza dire una parola, senza né mormorare né guardarsi indietro: e, non appena fuori dai guardamano che li obbligavano a procedere incolonnati, dilagarono d'ogni parte sul ponte, fluivano verso prua e verso poppa, straripavan giù per i boccaporti spalancati, andavano a riempire i più lontani recessi della nave: come l'acqua che colma una cisterna, come l'acqua che filtra da crepacci e fessure, come l'acqua che silenziosa cresce su su fino all'orlo. Ottocento tra uomini e donne, con la loro fede e speranza, i loro affetti e ricordi, si erano là riuniti provenendo dal Nord e dal Sud e dai limiti estremi dell'Oriente, dopo aver percorso i sentieri della giungla, disceso i corsi dei fiumi, costeggiato in proe sui bassifondi, traversato in piccole canoe da un'isola all'altra, sopportato disagi e patimenti, incontrato spettacoli strani e subìto l'assedio di strane paure, un solo anelito sostenendoli sempre. Venivano da capanne solitarie abbandonate in lande deserte, da accampamenti popolosi, da villaggi in riva al mare. Al richiamo di un'idea avevano abbandonato le loro foreste, le radure, la protezione dei capi, la prosperità e la miseria, i luoghi della giovinezza e le tombe dei padri. Arrivavano coperti di polvere, di sudore, di sudiciume, di stracci: gli uomini più forti a capo di gruppi di famiglie, i vecchi scarni che si facevan strada nella calca senza speranza di ritorno; ragazzi d'occhio ardito che si guardavano attorno con curiosità, bambine scontrose dai lunghi capelli arruffati; timide donne imbacuccate che si stringevano al seno, avvolti nei lembi sciolti delle sporche pezzuole da testa, i loro marmocchi addormentati; pellegrini inconsci di una ferrea credenza. "Guardi un po' che mandria", fece il capitano tedesco al suo nuovo primo ufficiale. Per ultimo giunse il capo di quella pia carovana, un Arabo. Salì a bordo lentamente, bello e solenne nella sua tunica bianca e col suo grande turbante, seguito da uno stuolo di servi carichi dei suoi bagagli. Il Patna salpò, staccandosi dalla calata a macchina indietro. Dapprima diresse la prua verso un passaggio tra due isolette, poi attraversò in senso obliquo lo spazio d'ancoraggio riservato ai velieri, descrisse un semicerchio all'ombra di una collina, e prese la via lungo una scogliera frangiata dalla spuma dei marosi. Dritto a poppa, l'Arabo recitò ad alta voce la preghiera dei naviganti. Invocò la protezione dell'Altissimo sul viaggio, ne implorò la benedizione sulle fatiche degli uomini e sulle segrete mire dei loro cuori: il piroscafo intanto solcava pulsante nel crepuscolo le calme acque dello Stretto e laggiù lontano lontano, a poppavia, un faro piantato da miscredenti sopra una secca traditrice, sembrava gli strizzasse quel suo occhio di fiamma, quasi a deriderne la missione di fede. Uscito fuor dagli stretti il bastimento superò la baia, proseguendo la sua rotta attraverso il passaggio detto del " Primo Grado". Puntò direttamente sul Mar Rosso sotto un cielo sereno, sotto un cielo rovente e senza nubi ravvolto in un fulgore di sole che annientava il pensiero, opprimeva il cuore, faceva avvizzire ogni impulso d'energia. E sotto al sinistro splendore di quel cielo, il mare azzurro e profondo restava immobile, senza un fremito, senza un'increspatura, senza una ruga: vischioso, stagnante, morto. Il Patna trascorreva con un lieve sibilo su quella pianura liscia e luminosa, snodando un nastro di fumo nero attraverso il cielo, lasciandosi dietro un nastro di spuma candida che subito si sfaceva e scompariva, come il fantasma d'una scìa tracciata su un mare senza vita dal fantasma d'una nave. Tutte le mattine il sole, quasi volesse tener dietro con le sue rivoluzioni alla marcia dei pellegrini, emergeva dalle acque con un silenzioso scoppio di luce, sempre alla stessa distanza a poppa della nave, la raggiungeva sul mezzogiorno, versando il fuoco concentrato dei suoi raggi sulle pie intenzioni degli uomini; le scivolava dinanzi nella sua discesa, e sprofondava misteriosamente nel mare una sera dopo l'altra, conservando sempre la stessa distanza dalla prua. I cinque bianchi di bordo vivevano a mezza nave, appartati da quel carico umano. Il tendone copriva il ponte da prua a poppa come un tetto bianco, e soltanto un debole mormorìo, un sussurrar di malinconiche voci rivelava la presenza di una folla sulla distesa immensa e sfolgorante dell'oceano. Tali erano le giornate immobili, afose e pesanti, che scomparivano una dopo l'altra nel passato, quasi cadessero nell'abisso continuamente aperto dalla scìa; e la nave, solitaria sotto un fiocco di fumo, proseguiva il suo cammino costante, nera e infuocata in un'immensità luminosa, come arsa dalla fiamma che un cielo senza pietà le saettava contro. Le notti calavano su di essa come una benedizione. CAPITOLO 3. Una placidità meravigliosa riempiva il mondo, e pareva che le stelle effondessero sulla terra, insieme ai loro raggi sereni, la garanzia di un'eterna sicurezza. La falcata luna giovinetta che splendeva bassa a ponente, era simile a un truciolo sottile piallato da una sbarra d'oro, e il mare Arabico, liscio e fresco all'occhio come una lastra di ghiaccio, stendeva la sua superficie perfettamente livellata fino al circolo perfetto dell'oscuro orizzonte. L'elica girava senza intoppo, come se il suo pulsare rientrasse nello schema d'un universo privo di rischi; e sui fianchi del Patna due profondi solchi d'acqua, scuri e ininterrotti sullo scintillìo senza rughe del mare, racchiudevano, entro i loro orli dritti e divergenti, candidi vortici di schiuma che si rompevano con un sibilo sommesso creando piccole onde, increspature leggere, brevi risucchi che un istante agitavano il mare dopo il passaggio della nave, per poi placarsi con un tenue sciacquìo e finalmente dissolversi in quell'immobilità circolare dell'acqua e del cielo che aveva eternamente per centro la macchia nera del piroscafo in movimento. Jim, in piedi sul ponte, si sentiva pervaso da una grande certezza: la certezza di un'incolumità e di una pace senza confini che si leggeva chiaramente nell'aspetto silenzioso della natura, così come la certezza d'esser protetti da un amore si legge nella tenera calma del volto materno. Riparati dal tendone teso come una tettoia, affidati alla saggezza e al coraggio degli uomini bianchi, alla potenza del loro scetticismo e al ferreo involucro della nave col fuoco in corpo, i pellegrini di una fede esigente si abbandonavano al sonno su stuoie, su coperte, sulle nude tavole dei ponti, in ogni angolo buio, ravvolti in panni ritinti, imbacuccati in luridi cenci, con la testa sui loro fagotti e il volto contro le braccia ripiegate: uomini, donne, bambini; i vecchi insieme ai giovani, i decrepiti con i vigorosi - tutti uguali davanti al sonno, fratello della morte. Una corrente d'aria provocata dalla corsa della nave attraversava senza posa la lunga zona di penombra fra gli alti bastingaggi, spazzava le file dei corpi distesi. Poche lampade a globo di debole fiamma erano appese qua e là con una breve catenella alle capriate di sostegno del tendone; entro ai torbidi cerchi di luce proiettati verso il basso, che tremavano appena per l'incessante vibrazione della nave, appariva qui un mento rivolto in su oppure due palpebre chiuse, là una mano scura con i suoi anelli d'argento o una gamba scarna drappeggiata di stracci; qui una testa ripiegata all'indietro o un piede scalzo, la una gola nuda e tesa come si offrisse al coltello. I più agiati, con casse pesanti e stuoie polverose avevan messo insieme dei ricoveri per le loro famiglie; i poveri riposavano uno vicino all'altro tenendo sotto al capo tutto ciò che possedevano al mondo avvolto in un cencio; i vecchi solitari dormivano con le gambe rattratte sui loro tappeti da preghiera, con le mani sulle orecchie e un gomito per parte all'altezza delle guance; un padre, con le spalle sollevate e la fronte sulle ginocchia, stava assopito con un'aria desolata accanto a un ragazzo che dormiva supino coi capelli arruffati e il braccio teso in un gesto imperioso; una donna chiusa dalla testa ai piedi, come un cadavere, in un lenzuolo bianco, teneva un bambino ignudo nel cavo di ogni braccio; il bagaglio dell'Arabo, ammucchiato a poppa sulla destra, era come una pesante montagna dai contorni frastagliati, su cui ciondolava una lampada da stiva; e più dietro s'intravedeva una gran confusione di forme eterogenee: panciuti vasi d'ottone che lanciavan riflessi, l'appoggiapiedi d'una poltrona a sdraio, le lame di certe lancie, il fodero dritto d'una vecchia sciabola appoggiato a un mucchio di cuscini, il beccuccio d'una caffettiera di latta. Il solcometro automatico sul bastingaggio di poppa batteva periodicamente un tocco argentino per ogni miglio superato da quella spedizione di fedeli. Talora sopra la massa dei dormienti aleggiava un lieve e paziente sospiro, l'esalazione d'un sogno agitato; erano altra volta brevi colpi metallici che risonavano improvvisi nelle profondità della nave: l'aspro raschiar di una pala, lo sbattere violento del portello d'una caldaia scoppiavano brutalmente, come se gli uomini che laggiù maneggiavano quelle cose misteriose avessero l'animo pieno d'ira selvaggia. Intanto lo scafo alto e snello del piroscafo proseguiva imperturbato il suo cammino, senza neanche un'oscillazione della spoglia alberatura, fendendo ininterrottamente la gran calma delle acque sotto l'inaccessibile serenità del cielo. Jim attraversò il ponte, e i suoi passi nel vasto silenzio parvero fragorosi al suo stesso orecchio, quasi li riecheggiassero le stelle in agguato. Gli occhi gli andavan vagando lungo la linea dell'orizzonte, come a scrutare l'irraggiungibile con immensa avidità. "I fatti imminenti si proiettan dinanzi la propria ombra": ma egli non sapeva scorgerla. Una sola ombra si vedeva sul mare, quella del fumo nero che, uscendo dalla ciminiera, svolgeva pesantemente la sua immensa coda, mentre l'aria ne dissolveva di continuo l'estremità. Due Malesi, silenziosi e quasi immobili, governavano ai due lati della ruota del timone, il cui orlo d'ottone brillava or sì or no nell'ovale di luce irradiato dalla chiesuola. Di quando in quando una mano, con le dita nere che a vicenda abbandonavano ed afferravano le caviglie rotanti, appariva nei punti illuminati; gli anelli della catena della ruota strisciavano pesantemente entro le scanalature della botte. Jim diede un'occhiata alla bussola, un'altra in giro verso l'orizzonte irraggiungibile, si stirò, al colmo del benessere, fino a far scricchiolare le giunture in un lento avvitarsi delle membra; e quasi lo rendesse audace quell'aria circostante di calma invincibile, pensò che non gli importava nulla di quanto avrebbe potuto accadergli fino alla fine dei suoi giorni. Di tanto in tanto gettava un occhio indifferente su una carta nautica appuntata con quattro cimici su un basso tavolino a tre gambe, dietro alla cassetta dell'apparato di governo. La carta, dov'eran segnate le profondità marine, presentava la sua superficie lucida al chiarore dell'occhio di bue appeso a un braccio: una superficie liscia, livellata e luccicante come quella delle acque. Un regolo parallelo e un paio di compassi vi stavan gettati sopra; la posizione della nave al mezzodì del giorno innanzi era marcata con una crocetta nera. La linea segnata a matita con mano sicura fino a Perim figurava la rotta della nave: il sentiero delle anime verso il Luogo Santo, la promessa di salvazione, il premio della vita eterna. Con la punta aguzza che toccava la costa somala, la matita giaceva cilindrica e immobile come un nudo pennone galleggiante sul placido specchio d'acqua d'una darsena. "Guarda come fila a dovere", pensò Jim con meraviglia, anzi con una sorta di gratitudine per quella pace profonda del mare e del cielo. In momenti simili i suoi pensieri eran pieni di gesta valorose: egli amava infinitamente quei sogni e il successo che coronava le sue imprese immaginarie. Erano la parte migliore della sua vita, la sua verità segreta, la sua nascosta realtà. Una magnifica forza virile era in essi, e insieme il fascino delle cose vaghe; gli sfilavano davanti a passo eroico: gli si portavan via il cuore, lo inebriavano col filtro divino di un'illimitata fiducia in se stesso. Cosa non avrebbe saputo affrontare? Quest'idea gli piacque tanto che sorrise tenendo gli occhi fissi distrattamente davanti a sé; poi, quando si volse indietro, vide la linea bianca della scìa tracciata sul mare con la stessa precisione della linea nera disegnata con la matita sulla carta. Nell'andar su e giù le secchie della cenere facevan fracasso urtando contro i ventilatori delle caldaie, e quello sbatacchìo di latta lo avvertì che stava per terminare il suo turno di guardia. Sospirò soddisfatto, ma anche leggermente rammaricato di dover abbandonare quella serenità che eccitava l'avventuroso sbrigliarsi dei suoi pensieri. Aveva anche un po' di sonno, e si sentiva un piacevole languore diffuso per tutte le membra, come se tutto il sangue delle sue vene si fosse tramutato in buon latte tiepido. Silenziosamente gli si era fatto vicino il capitano in pigiama, con la giacca da notte tutta sbottonata. Rosso in viso, ancora mezzo addormentato, con l'occhio sinistro semichiuso e il destro d'una fissità stupida e vitrea, curvò la grossa testa sulla carta grattandosi le costole con aria assonnata. V'era qualcosa di osceno in quella sua carne nuda. Il petto scoperto luccicava soffice e unto, come se avesse trasudato grasso nel sonno. Buttò là un'osservazione tecnica con voce aspra ed afona, simile al suono rasposo d'una lima sullo spigolo di un'asse di legno. La piega del doppio mento pendeva come un sacco sospeso alla cerniera della mascella. Jim si riscosse, e rispose con voce piena di deferenza; ma quella figura odiosa e flaccida, quasi la vedesse allora per la prima volta in un attimo di lucidità, gli si fissò per sempre nella memoria come l'incarnazione di quanto si annida di spregevole e basso nel mondo che amiamo: nei nostri stessi cuori dai quali attendiamo salvezza, negli uomini che ci attorniano, negli spettacoli che ci sazian la vista, nei suoni che ci colmano le orecchie e nell'aria che ci riempie i polmoni. L'esile truciolo d'oro della luna, avviandosi lentamente a tramontare, si era smarrito sulle acque ormai buie, e l'eternità che è oltre il firmamento sembrava farsi più vicina alla terra, ora che più scintillavan le stelle e più profonde s'eran fatte le tenebre sotto la sfolgorante cupola translucida da cui era ricoperto il disco piatto del mare opaco. La nave avanzava così liscia che il suo procedere restava impercettibile ai sensi, come fosse stata un affollato pianeta in corsa attraverso i cupi spazi dell'etere, al di là della miriade dei soli, in quelle calme e spaventose solitudini che attendono il soffio di creazioni future. "Non c'è parola per dire quanto caldo fa sotto coperta", fece una voce. Jim sorrise senza voltarsi. Il capitano presentava l'immota larghezza del dorso: era un vezzo di quel rinnegato mostrarsi volutamente ignaro della vostra esistenza, a meno che non gli piacesse gettare su di voi uno sguardo divorante prima di dar la stura al torrente d'un gergo schiumoso e offensivo che prorompeva dalla sua bocca come uno spurgo di fogna. Questa volta non emise che un burbero grugnito; il secondo macchinista, in cima alla scaletta del ponte di comando, continuò imperterrito, mentre impastava tra le palme umide uno sporco asciugamani cencioso, a sgranare il rosario delle sue lamentele. Quassù in coperta i marinai se la passavano proprio bene; di che utilità fossero mai al mondo costoro, si sarebbe dannato l'anima per saperlo. Tanto, toccava sempre a quei poveri diavoli di macchinisti far camminare la nave; avrebbero potuto benissimo far loro addirittura anche il resto; i macchinisti, perdinci... "Silenzio!" ringhiò stolidamente il tedesco. "Già: silenzio... Ma quando qualcosa non va, se la rifà con noi, eh?" proseguì l'altro. Si sentiva a un buon punto di cottura, disse: ma almeno non glie ne importava più niente, oramai, dei peccati che avrebbe commesso, perché negli ultimi tre giorni aveva superato un ottimo corso di perfezionamento per quel posto dove vanno i cattivi ragazzi dopo morti... perdinci, l'aveva superato sul serio... oltre ad essersi mezzo assordato col frastuono del diavolo che c'era là sotto. Quel maledetto mucchio d'immondizia marcio e rappezzato, quella vecchia ferraglia d'una macchina a condensazione strepitava e sbatacchiava laggiù come un argano decrepito, ma peggio. Perché diavolo lui rischiasse la vita ogni notte e ogni giorno che Dio fece in mezzo a quella specie di rifiuto d'un cantiere da demolizione fatto marciare pazzamente alla velocità di cinquantasette giri, non riusciva davvero a capirlo. Doveva esser nato pazzo, perdinci. Doveva... "Chi ti ha dato da bere?" chiese il tedesco, furibondo ma immobile nella luce della chiesuola, simile alla goffa effigie d'un uomo scolpita in un blocco di grasso. Jim continuò a sorridere: aveva il cuore pieno d'impulsi generosi; e se con l'occhio guardava l'orizzonte fuggente, col pensiero contemplava la propria superiorità. "Sì, da bere!" ripeté il macchinista con ironico spregio: si appoggiava con tutt'e due le mani al bastingaggio, nebulosa figura dalle gambe flessibili. " Non da lei certamente, capitano. Lei è troppo tirchio, perdinci. Lascerebbe morire uno piuttosto che dargli una goccia di schnaps. Questa voi tedeschi la chiamate economia. Ma chi risparmia il soldo spreca la lira". Poi diventò sentimentale. Il capo macchinista verso le dieci gli aveva dato quattro dita di un certo liquorino... - "quattro di numero, che Dio m'aiuti!" - quel brav'uomo d'un capo! ma quanto a tirar fuori quel vecchio imbroglione dalla sua cuccetta neppure con un paranco da cinque tonnellate ci si riuscirebbe. Macché. Per questa notte no di sicuro. Dormiva placido come un marmocchio, con una bottiglia di brandy di prima qualità sotto al cuscino. Dalla gola adiposa del comandante del Patna uscì un sordo borbottìo, sopra al quale il suono della parola schwein svolazzava su e giù come una piuma capricciosa presa in una leggera corrente d'aria. Lui e il capo macchinista erano amici da parecchi anni: sempre al servizio del medesimo Cinese astuto e gioviale, con gli occhiali montati in corno e i cordoncini di seta rossa intrecciati nei venerabili capelli grigi del codino. L'opinione più diffusa sulle banchine del porto dove il Patna figurava iscritto era che quei due, sul capitolo del peculato senza scrupoli "avevan fatto di comune accordo quasi tutto il pensabile". Fisicamente erano male assortiti: l'uno con gli occhi opachi pieni d'astio, tutto curve molli e carnose: l'altro asciutto e scavato, con una testa lunga e ossuta come quella d'un vecchio cavallo: guance infossate, tempie infossate, sguardo indifferente e vitreo negli occhi infossati. Aveva dato in secco da qualche parte in Oriente: a Canton, a Sciangai, o forse a Yokohama: probabilmente non ci teneva neanche lui a ricordarsi il luogo esatto, e la causa del suo naufragio. In considerazione della giovane età, s'erano limitati a buttarlo fuori a calci, senza scandali. Questo era accaduto una ventina d'anni addietro o forse più; e la cosa avrebbe potuto finire talmente peggio, che col tempo il ricordo dell'episodio aveva quasi perduto ai suoi occhi il carattere d'un infortunio. Tuttavia, siccome la navigazione a vapore andava ormai estendendosi in quei mari, e sul principio la gente del mestiere era rara, così il macchinista aveva potuto in un modo o nell'altro tirare avanti. Era ansioso d'informare i forestieri, con un cupo mormorìo, che lui era "vecchio di quei posti". A ogni mossa pareva che uno scheletro gli si agitasse dentro ai panni troppo larghi; aveva un passo sempre incerto, e usava così andar girellando intorno al lucernario della sala-macchine, fumando senza gusto del tabacco drogato in una pipa d'ottone dal cannuccio di ciliegio lungo un metro, con la stolida solennità d'un pensatore che stesse ricavando un sistema filosofico dalla nebulosa e fugace visione della verità. Per solito si mostrava tutt'altro che generoso della sua provvista personale di liquori: ma quella notte aveva fatto uno strappo, talché ii suo secondo, uno di Wapping con la testa debole, fra la sorpresa per il dono e la forza della bevanda, era diventato all'improvviso molto felice, molto impertinente e molto loquace. Il Tedesco della Nuova Galles del Sud era fuor di sé dalla rabbia: soffiava come un tubo di scappamento; ma Jim, benché si divertisse blandamente alla scena, non vedeva l'ora di poter scendere abbasso: quegli ultimi dieci minuti di guardia erano irritanti come un cannone che ritarda lo sparo; e poi costoro non appartenevano al suo mondo di eroiche avventure, anche se non eran cattivi ragazzi. Perfino il capitano... Gli venne la nausea alla vista di quella massa di carne ansimante dalla quale usciva, tra borbottii e gargarismi, un tortuoso rivolo di laide espressioni. Ma si sentiva addosso un languore troppo piacevole per provare una vera antipatia verso costui o chiunque altro. Che razza d'uomini fossero poco gli importava; viveva spalla a spalla con loro, ma in realtà non potevan toccarlo; respiravano la stessa aria, ma egli era diverso... Il capitano le avrebbe suonate al macchinista?... La vita era facile, e lui troppo sicuro di sé - troppo sicuro di sé per... La linea che divideva la sua meditazione da un subdolo pisolino all'impiedi era più sottile del filo d'una ragnatela. Per via di facili transizioni il macchinista in seconda stava venendo a valutar lo stato delle proprie finanze e del proprio coraggio. "Chi è ubriaco? Io? Ah no, no, capitano! Così non va. Oramai lo dovrebbe sapere, perdinci, che il capo non è generoso neanche tanto da fare diventar brillo un passerotto. A me nessun liquore ha mai fatto effetto; l'hanno ancora da inventare quello capace di far ubriacare me. Potrei bere fuoco mentre lei beve whisky, tanti bicchieri lei tanti io, restando fresco come una rosa. Se mi accorgessi d'essere ubriaco mi butterei in mare; m'ammazzerei, perdinci. Proprio! Subito! E no, non voglio andar via dal ponte di comando. Dove crede che potrei prender aria in una notte come questa, sentiamo? Sotto coperta fra quei pidocchiosi? Probabile... eh? E poi lei non mi fa paura". Il Tedesco alzò verso il cielo due pugni pesanti, agitandoli senza dir nulla. "Non so neanche che sia, la paura, continuò il macchinista con l'entusiasmo di un convincimento sincero. "Non mi spaventa neanche tutto il maledetto lavoro di questa marcia carcassa, perdinci! Eh, gran fortuna per lei che ci sia qualcuno al mondo che non ha paura per la propria pelle: se no che ne sarebbe di lei... di lei e di questa vecchia ciabatta, con le sue lamiere che sembrano di carta da involtare... carta da involtare, che Dio m'aiuti? Per lei va benissimo... lei ne ricava un mucchio di quattrini, in un modo o nell'altro; ma io?... che ci guadagno io? Una paga rognosa di centocinquanta dollari al mese e mi dica un po' lei... glie lo domando rispettosamente rispettosamente, le faccio notare - chi non butterebbe ai pesci un impiego maledetto come questo? Non c'è sicurezza, Dio m'aiuti! non c'è sicurezza. Fortuna che io sono uno di quei tipi senza paura che..." Si staccò dal bastingaggio facendo larghi gesti come per dimostrar nello spazio la forma e l'estensione del proprio valore; la sua vocetta esile rimbalzava con squittii prolungati sul mare; oscillava avanti e indietro sulla punta dei piedi per dar più enfasi al suo discorso, e d'un tratto ruzzolò a terra come se gli avessero appioppato una mazzata sulla nuca. "Dannazione!" disse mentre capitombolava; e seguì un attimo di silenzio. Jim e il capitano barcollarono in avanti di comune accordo; poi, ripreso l'equilibrio, rimasero rigidamente fermi a fissar con stupore la superficie indisturbata del mare. Finalmente guardarono in su, verso le stelle. Cos'era accaduto? Gli asmatici tonfi delle macchine continuavano. Si era forse arrestata la terra nella sua corsa? Non riuscivano a capire... e all'improvviso quel mare calmo, quel cielo senza nubi apparvero formidabilmente malsicuri nella loro immobilità, quasi fossero in bilico sull'orlo d'un vortice di distruzione. Il macchinista rimbalzò verticalmente quant'era lungo, e ricadde in un mucchio scomposto. Quel mucchio esclamava: "Cos'è successo?" con accento velato di terribile angoscia. Un rombo lieve come di tuono, d'un tuono infinitamente remoto, quasi meno d'un rumore, poco più d'una vibrazione, trascorse lentamente nell'aria, e la nave vibrò come se rispondesse, come se quel tuono avesse brontolato laggiù nella profondità dell'acqua. Gli occhi dei due Malesi al timone scintillarono in direzione degli uomini bianchi, ma le loro mani scure rimasero ferme sulle caviglie. L'affilata carena, procedendo nel suo cammino, parve via via sgroppare di poche dita in tutta la sua lunghezza, quasi fosse diventata pieghevole; poi si ripose rigidamente al suo lavoro di solcar la liscia superficie del mare. S'interruppero le sue vibrazioni, e anche quel lieve rombo di tuono cessò all'improvviso, come se la nave avesse attraversato da parte a parte una sottile fascia di acqua trepidante e d'aria sonora. CAPITOLO 4. Un mese o due dopo, rispondendo a domande insidiose, Jim cercò di essere onesto e franco circa l'accaduto, quando, riferendosi alla nave, disse: "Passò sopra all'ostacolo, quale che fosse, con la stessa facilità d'un serpente che striscia sopra un bastone ". L'immagine era buona; ma le domande miravano a fatti concreti, e l'inchiesta si svolgeva nel tribunale di polizia di un porto d'Oriente. Jim stava lassù nel recinto dei testimoni; aveva le guance infocate, mentre l'ambiente era fresco e alto di soffitto. La grande intelaiatura dei punkah ondeggiava dolcemente avanti e indietro sulla sua testa, e dal basso erano fissi su di lui molti occhi piantati in volti di color scuro, in volti bianchi, in volti rossi, in volti attenti, ammaliati, come se tutta quella gente seduta in file ben ordinate su strette panche fosse rimasta soggiogata dal fascino della sua voce. Una voce fortissima, da cui restavano colpite le sue stesse orecchie: l'unico suono, gli pareva, che si potesse udire al mondo, perché quelle domande terribilmente nitide che gli strappavano una risposta dietro l'altra sembravan nascere dall'angoscia, dalla sofferenza che aveva in petto; giungevano a lui strazianti e silenziose come i tremendi interrogativi della coscienza. Fuori del tribunale sfolgorava il sole; dentro, c'era il vento dei grandi punkah che faceva rabbrividire, la vergogna che bruciava, quegli sguardi intenti che trafiggevano. La faccia glabra e impassibile del Presidente che lo guardava gli parve pallidissima, tra le facce paonazze dei due assessori nautici. La luce di un'ampia finestra sotto al soffitto pioveva dall'alto sulle teste e le spalle dei tre uomini, che apparivano crudelmente stagliati nella penombra della vasta sala del tribunale, dove il pubblico sembrava composto di ombre con gli occhi fissi. Dei fatti, volevano. Dei fatti! Pretendevan dei fatti da lui, come se i fatti potessero spiegare qualcosa! "Dopo che aveste l'impressione d'aver urtato contro una qualche massa alla deriva, diciamo contro un relitto così pieno d'acqua da restar sommerso, il capitano vi ordinò di correre a prua per accertarvi di eventuali avarie. A voi sembrava probabile che ve ne fossero, data la violenza dell'urto?" chiese l'assessore che sedeva a sinistra. Costui aveva una corta barbetta a ferro di cavallo, zigomi sporgenti, e, con i gomiti appoggiati sul banco, si teneva le mani rugose intrecciate dinanzi al viso, guardando Jim con pensosi occhi azzurri; l'altro, un tipo grosso e sprezzante, gettato all'indietro sulla sedia, col braccio sinistro teso tamburellava delicatamente con la punta delle dita sopra un foglio di cartasuga; nel mezzo il Presidente, dritto nell'ampia poltrona, con la testa leggermente inclinata sulla spalla, teneva le braccia conserte sul petto; in un vaso di vetro accanto al calamaio c'era qualche fiore. "No, non mi sembrava probabile", rispose Jim. "Ebbi ordine di non far chiasso per evitare che nascesse un pànico. La precauzione mi parve ragionevole. Presi una delle lampade appese sotto il tendone e andai a prua. Aperto che ebbi il boccaporto della gavona, sentii uno sciabordìo. Calai giù la lampada quanto lo permetteva la lunghezza della catena, e constatai che la gavona era già più che a mezzo invasa dall'acqua. Allora mi resi conto che doveva esservi una grossa falla sotto alla linea di emersione". E s'interruppe. "Già", fece il grosso assessore rivolgendo un sorriso distratto alla cartasuga; le sue dita giocherellavano instancabilmente, battendo sul foglio senza rumore. "Lì per lì non pensai al pericolo. Forse rimasi appena appena sorpreso... Tutto s'era svolto così quietamente e all'improvviso! Sapevo che, nella nave, di paratie stagne c'era soltanto quella che divide la gavona dalla stiva di prua. Nel tornare indietro per informare il capitano, m'imbattei nel secondo macchinista: si stava rialzando da terra ai piedi della scaletta del ponte di comando, e sembrava intontito. Mi disse che credeva d'essersi rotto un braccio: nello scendere era scivolato sul primo gradino, mentre io andavo a prua. 'Dio mio!' esclamò: 'marcia com'è la paratia cederà in un minuto, e questa maledetta carcassa andrà a picco come un pezzo di piombo!' Col braccio destro mi spinse da parte e si arrampicò su per la scaletta prima di me, gridando qualcosa. Il sinistro gli pendeva lungo il fianco. Lo seguii in tempo per vedere il capitano gettarglisi addosso e, con un pugno, buttarlo lungo disteso per terra. Non lo colpì che una volta; poi gli si curvò sopra parlando con tono furibondo ma a voce bassissima. Credo gli domandasse perché diavolo non andava a fermare le macchine invece di far tutto quel chiasso sul ponte. Sentii che diceva: 'Alzati! Corri, Vola!' Né mancò qualche bestemmia. Il macchinista scivolò giù per la scaletta di dritta, e fece di corsa il giro del lucernario per raggiunger la scaletta della sala-macchine che si trovava dalla parte opposta. Correndo si lamentava... " Parlava lentamente; i ricordi gli si presentavano rapidi e con estrema chiarezza; avrebbe potuto imitare come un'eco i gemiti del macchinista, per informarne con precisione quegli uomini che esigevano "fatti". Dopo aver ceduto in un primo momento a un senso di ribellione, Jim era arrivato a concludere che soltanto se avesse deposto con meticolosa esattezza sarebbe riuscito ad esprimere tutto l'orrore che si nascondeva dietro l'aspetto non più che impressionante dell'accaduto. I fatti che quegli uomini tenevan tanto a sapere, erano stati visibili, offerti ai sensi; avevano occupato il loro posto nello spazio e nel tempo, richiedendo per manifestarsi un piroscafo di millequattrocento tonnellate e ventisette minuti d'orologio; avevano determinato un tutto che aveva una fisonomia, delle sfumature d'espressione, un apparenza complessa di cui l'occhio poteva serbare il ricordo: ma, oltre a ciò, anche qualcosa d'altro: qualcosa d'invisibile, uno spirito di perdizione che aveva mire ben precise e risiedeva dentro ai fatti stessi, come un'anima malefica dentro a un corpo repulsivo. A Jim pareva importantissimo far risultare chiaramente tutto ciò. Quella non era stata una faccenda qualunque: ogni minimo incidente vi aveva avuto importanza estrema, e per fortuna lui si ricordava di tutto. Voleva continuare a parlare per amor della verità, e forse anche per amor di se stesso; ma mentre le sue parole erano limpide e decise, il cervello vorticava entro l'angusto cerchio dei fatti che gli si era serrato addosso per tagliarlo fuori dal resto dei suoi simili. Era come un animale che, sentendosi rinchiuso in un'alta stecconata, corresse disperatamente in cerchio nella notte, impazzito, alla ricerca d'un punto debole, d'una fessura, d'un posto da poter scalare, d'un varco dove insinuarsi e fuggire. Questa assillante attività mentale faceva sì che a tratti il suo discorso era un po` incerto... "Il capitano continuava ad andar qua e là sul ponte di comando; sembrava abbastanza calmo, solo che incespicò varie volte; e a un certo punto, benché stessi parlando proprio a lui, venne a sbattermi contro come un cieco. Non rispose con precisione a quanto gli dicevo; borbottava fra sé. Non afferrai che qualche parola come: 'Maledetto vapore!' e 'Vapore del diavolo!' ... qualcosa in riguardo al piroscafo, insomma. Mi parve... " Stava divagando: una domanda precisa gli tagliò la parola in bocca di netto, come uno spasimo subitaneo, e ad un tratto si sentì infinitamente scoraggiato e stanco. Stava proprio arrivandoci, era lì lì per dirlo... e invece, brutalmente interrotto, doveva rispondere sì o no. Disse la verità, con un secco "Sì". Bello in volto, aitante della persona, giovanili e malinconici gli occhi, si teneva dritto, con le spalle ben squadrate, sul banco dei testimoni, mentre l'anima, dentro, gli si contorceva. Dovette rispondere a un'altra domanda altrettanto precisa e altrettanto inutile, poi rimase in attesa. Si sentiva la bocca arida e insipida come se avesse mangiato polvere, e subito dopo salata e amara come quando si è bevuto acqua di mare. Si asciugò la fronte madida, passò la lingua sulle labbra aride, sentì un brivido scendergli giù per la schiena. Il grosso assessore aveva abbassato le palpebre, e tamburellava con le dita senza far rumore, indifferente e lugubre; gli occhi dell'altro, al di sopra delle mani intrecciate, brune dl sole, parevano brillar di bontà; il Presidente si era curvato in avanti, dondolando il viso pallido davanti ai fiori; poi si adagiò di fianco sul bracciolo della poltrona, la tempia nel palmo della mano. L'ondeggiar dei punkha agitava l'aria sopra le teste dei presenti, sugli indigeni di pelle scura ravvolti nei loro voluminosi drappeggi, sugli Europei accaldati, seduti tutti in gruppo, coi loro abiti di cotone aderenti come una seconda pelle e i rotondi cappelli di fibra sulle ginocchia, mentre, scivolando lungo le pareti, i peoni di servizio, attillati nelle loro palandrane bianche di uscieri del tribunale, svolazzavano svelti svelti qua e là, correndo sulla punta dei piedi nudi, con la fusciacca rossa ai fianchi e il turbante rosso in testa, silenziosi come fantasmi, sempre all'erta come cani da caccia. Gli occhi di Jim, vagando a caso per la sala, fra una risposta e l'altra, si posarono sopra un bianco che se ne stava seduto discosto dagli altri, stanco e rannuvolato in volto, ma con quieti occhi che guardavan dritto davanti a sé, limpidi e pieni d'interesse. Jim rispose a un'altra domanda ancora, ma aveva voglia di gridare: "A che serve tutto questo, a che serve?" Batté leggermente un piede per terra, si morse il labbro, e guardò lontano sopra tutte quelle teste. Incontrò gli occhi del bianco. Lo sguardo che questi volgeva verso di lui non aveva la fissità allucinata degli altri. Rispondeva a un atto di volontà, a un comando dell'intelligenza. Jim, fra due domande, si distrasse tanto dall'interrogatorio da trovar tempo a riflettere. Quest'uomo - diceva il suo pensiero - mi guarda come se scorgesse qualcuno o qualcosa dietro alle mie spalle. Si era già imbattuto in costui... forse per la strada. Era sicuro però di non avergli mai rivolto la parola. Da giorni, da parecchi giorni, non aveva parlato con anima viva, ma intrattenuto se stesso con una conversazione silenziosa, incoerente e continua, come un prigioniero solitario nella sua cella o un viandante sperduto in una landa deserta. Ora stava rispondendo, sì, a domande inutili benché dirette a uno scopo; ma gli nasceva il dubbio se mai più in vita sua avrebbe parlato veramente con qualcuno. Il suono delle sue dichiarazioni veritiere confermava in lui la decisa opinione che la parola non gli avrebbe mai più servito a nulla. Ecco, quell'uomo laggiù pareva si rendesse conto della difficoltà disperata in cui si dibatteva. Jim lo guardò, poi volse altrove gli occhi risolutamente, come dopo un distacco definitivo. Molto spesso, più tardi, in lontane parti del mondo, Marlow si compiaceva di raccontare per disteso o con molti dettagli i suoi ricordi su Jim. Ciò accadeva per esempio dopo cena, su una veranda inghirlandata di immoto fogliame e coronata di fiori, nel profondo crepuscolo punteggiato dalle estremità incandescenti delle sigarette. La sagoma bislunga d'ogni poltrona di vimini ospitava un ascoltatore silenzioso. Di quando in quando un puntino di brace si spostava all'improvviso e, ravvivandosi, illuminava le dita di una mano languida, o parte d'un viso profondamente tranquillo; oppure accendeva un lampo scarlatto su un paio d'occhi pensosi sotto l'ombra d'un frammento di fronte senza nubi; e appena pronunciata la prima parola, il corpo di Marlow, abbandonato in riposo sulla poltrona, s'immobilizzava come se lo spirito ne fosse volato via risalendo a ritroso nel tempo, e attraverso le sue labbra parlasse il lontano passato. CAPITOLO 5. "Ma sì. Seguii l'inchiesta", diceva, "e ancora adesso mi domando perché vi andai. Eccomi pronto a credere che ognuno di noi abbia un angelo custode, se in cambio mi concedete che abbiamo anche un demone familiare. Voglio che lo ammettiate perché non mi piace sentirmi eccezionale in nessun modo, e io so bene di averne uno: un demone familiare, voglio dire. Non l'ho mai veduto, s'intende, ma mi baso su prove circostanziali. Ce l'ho, eccome! e, maligno com'è, mi ficca sempre in questo genere di pasticci. Quali pasticci, direte voi? Per esempio il pasticcio di un'inchiesta; il pasticcio d'un certo cane giallo... non par credibile, vero? che sia lecito a un rognoso botolo indigeno di far inciampare la gente sulla veranda d'un tribunale! insomma, quel genere di pasticci che mi trascina per vie tortuose, inaspettate e propriamente diaboliche, a incontrarmi sempre con tipi che hanno qualche punto debole, o qualche punto duro, o qualche punto con la lebbra; e che, santi numi, scioglie loro la lingua appena mi vedono perché mi facciano le loro maledette confidenze. Come se, perbacco, non avessi abbastanza confidenze da fare a me stesso! Come se, Dio m'aiuti, non avessi tante informazioni confidenziali sul conto mio da bastare a straziarmi l'anima fino alla fine dei giorni che mi spettano. Che cos'ho fatto per esser favorito così, vorrei proprio saperlo. Per conto mio son già pieno di preoccupazioni come chiunque altro, e memoria ne ho quanta la media dei pellegrini di questa valle di lagrime; dunque vedete che non sono particolarmente adatto per far da ricettacolo alle confessioni altrui. E allora perché? Non saprei... salvo che non sia per far passare il tempo agli ospiti dopo cena. Carletto, mio caro, il tuo pranzo era squisito, e per conseguenza anche una partitina tranquilla questi amici la considerano un occupazione faticosissima. Si beano nelle tue comode poltrone e pensano in cuor loro: 'Al diavolo gli sforzi inutili. Discorra Marlow, piuttosto.' Discorrere? E va bene. Del resto discorrere del signorino Jim è abbastanza facile, dopo un buon pranzo, a sessanta metri sul livello del mare, con una scatola di sigari discreti a portata di mano, in una benedetta serata di frescura e di stelle che farebbe dimenticare anche al migliore di noi che ci troviamo quaggiù soltanto per la tolleranza di Qualcuno, e dobbiamo trovar la strada fra opposti segnali luminosi, badando che ogni minuto può esser prezioso, e irrimediabile ogni passo, sperando di farcela ancora a uscirne alla fine in un modo decente - ma senza esserne molto sicuri, dopo tutto - e aspettandoci un aiuto maledettamente insignificante da coloro coi quali viviamo a contatto di gomiti. Beninteso, esistono qua e là uomini che la vita intera la considerano un dopo cena con un buon sigaro tra le labbra: facile, piacevole, vuota, magari insaporita da qualche racconto di dure lotte da dimenticarsi prima ancora d'averne sentita la conclusione... prima d'averne sentita la conclusione... anche se per caso una conclusione c'è, all'ultimo. I miei occhi s'incontraron coi suoi per la prima volta durante quell'inchiesta. Dovete sapere che chiunque avesse qualcosa a che fare col mare era presente, perché la faccenda faceva chiasso già da parecchi giorni, fin da quando era arrivato da Aden quel misterioso cablogramma a dar la stura alle nostre chiacchiere. Dico misterioso perché in un certo qual senso lo era, benché si limitasse ad esporre un nudo fatto; nudo e brutto quanto un fatto può esserlo. Al porto non si parlava d'altro. Fin dalle prime ore del mattino, mentre mi vestivo nella mia cabina, sentivo attraverso il tramezzo il mio dubash ciarlare del Patna col cambusiere, mentre beveva in dispensa una tazza di tè gentilmente offertagli. Appena a terra, se incontravo qualche conoscente, le sue parole erano: 'Hai mai sentito una cosa simile?' e, secondo il tipo, o sorrideva cinicamente o prendeva un'aria triste o tirava giù un paio di bestemmie. Gente del tutto estranea si abbordava familiarmente, solo per sfogarsi sull'argomento; ogni maledetto fannullone della città rimediava un mucchio di bicchierini entrando in discussione su quella faccenda; se ne sentiva discorrere nella capitaneria di porto, negli uffici degli armatori e dei vostri agenti, da bianchi, da indigeni, da meticci, perfino dai barcaioli accucciati seminudi sui gradini di pietra dell'imbarcadero, quando si scendeva a terra... santi numi! Chi s'indignava, chi scherza; le dispute sulla fine che poteva aver fatto quella gente erano infinite. Si andò avanti così per un paio di settimane e più, e già cominciava a prevaler l'opinione che la faccenda avrebbe finito col mostrare anche un lato tragico, quando una bella mattina, mentre me ne stavo all'ombra vicino alle scale della capitaneria, vidi quattro uomini venirmi incontro lungo la banchina. Mi domandai per un momento da dove potevano esser saltati fuori quegli strani individui; ma tutto ad un tratto, se posso esprimermi così, gridai a me stesso: Sono loro! Erano loro davvero: tre di normale complessione, e uno assai più largo di circonferenza che non sia lecito ad essere umano. Erano appena sbarcati, con un'ottima colazione in corpo, da un piroscafo della Dale Line in viaggio d'andata, giunto in porto un'ora circa dopo il far dell'alba. Impossibile sbagliarsi: riconobbi l'allegro capitano del Patna alla prima occhiata: l'uomo più grasso che si potesse incontrare entro quella benedetta cintura dei tropici che circonda questo nostro caro vecchio globo. E poi, circa nove mesi prima, l'avevo veduto per caso a Samarang. Il suo piroscafo stava caricando nelle Rade, e lui inveiva contro le istituzioni tiranniche dell'impero germanico ingozzandosi di birra tutto il giorno e tutti i giorni nel retrobottega di De Jongh, fino a che lo stesso De Jongh, che pur gli faceva pagare un gulden a bottiglia senza batter ciglio, mi prese da parte e, col suo visetto di cuoio tutto corrugato, mi dichiarò confidenzialmente: 'Gli affari sono affari, ma quest'uomo, capitano mi fa troppo schifo. Pfui!' Lo osservavo dall'ombra in cui mi trovavo. Procedeva in fretta un po' avanti agli altri, e la luce del sole che lo investiva in pieno dava alla sua mole un sorprendente risalto. Mi faceva pensare a un piccolo elefante ammaestrato che camminasse sulle zampe posteriori. Inoltre era vestito in modo pazzamente vistoso: un lercio pigiama da notte, verde vivo a gran righe verticali color arancione, un paio di pantofole di paglia tutte sdrucite sui piedi nudi, e un sudicissimo cappello di fibra, evidentemente smesso da qualcun altro perché gli andava di due misure troppo piccolo, legato con un pezzo di corda di manilla in cima al suo testone. Un uomo cosiffatto, capirete, non ha l'ombra d'una probabilità di trovar roba adatta, se gli tocca rivestirsi di seconda mano. Benissimo. Veniva avanti di furia, senza guardare né a destra né a sinistra; mi passò vicino a meno d'un metro, e nell'innocenza del suo cuore si precipitò su per le scale della capitaneria di porto per andar a fare la sua deposizione, il suo rapporto, o come volete chiamarlo. Pare che per prima cosa si rivolgesse all'ufficiale marittimo. Archie Ruthvel era arrivato in ufficio da un momento appena, e, a quanto mi raccontò poi, stava per iniziare la sua giornata di duro lavoro con una lavata di testa al suo capo ufficio. Qualcuno di voi costui deve averlo conosciuto... un piccolo meticcio portoghese, servizievole, con un misero collo allampanato, sempre in vedetta per farsi regalar dai comandanti delle navi qualcosa di commestibile: un pezzo di maiale salato, un pacco di biscotti, delle patate o che so io. Al ritorno da un viaggio, mi ricordo, gli diedi per mancia una pecora viva avanzata alle mie provviste; non che avessi bisogno dei suoi servigi - era impossibile che mi fosse utile in nulla, si capisce - ma perché quella fede infantile nel suo sacrosanto diritto alle regalìe mi toccò proprio il cuore. Era così radicata da diventar quasi bella. La sua razza... anzi le sue due razze... e il clima... Insomma, non importa. So dove posseggo un amico per la vita. Basta, Ruthvel dice che gli stava facendo una gran strapazzata - m'immagino sulla moralità che dovrebbe avere un pubblico ufficiale - quando sentì dietro di sé una specie di rattenuta agitazione, e, voltando la testa, vide, per usare le sue parole, qualcosa di rotondo e di enorme che somigliava a una botte di zucchero da duecentotrentotto avvolta in una flanellina a righe e lasciata in piedi sul vasto spazio libero che v'era al centro dell'ufficio. Rimase così stupefatto, dice, da non rendersi conto per un bel po' che quell'oggetto era vivo, e se ne restò lì seduto a domandarsi per quale scopo e con quali mezzi glie l'avessero trasportato davanti alla scrivania. L'arcata che dava sul vestibolo era affollata di sventagliatori di punkah, di spazzini, di guardie peone; v'era anche il comandante e l'equipaggio del rimorchiatore destinato al servizio di porto, tutti a collo teso e quasi arrampicati l'uno sulla schiena dell'altro. Una vera rivoluzione. Ormai l'uomo era riuscito, con uno strappo, a togliersi il cappello di testa, e avanzava con piccoli inchini verso Ruthvel. Era un'apparizione talmente sconcertante che questi, come mi disse, per un po' non seppe far altro che stare ad ascoltarlo, incapace di capire quel che volesse. L'altro parlava con voce aspra e lugubre, ma anche intrepida, e a poco a poco Archie incominciò a rendersi conto che si trattava d'un seguito del caso Patna. Dice che appena comprese chi gli stava davanti si sentì proprio rimescolare (Archie è tanto sensibile e facile a scombussolarsi); ma subito si dominò gridando: 'Aspetti! La cosa non riguarda me. Lei deve andare dall'ufficiale di servizio. Non mi riguarda assolutamente. Il capitano Elliot è l'uomo che fa per lei. Da questa parte, da questa parte!' Balzò in piedi, fece di corsa il giro di quel suo banco lunghissimo, tirò, spinse: e quello, sorpreso ma remissivo, lo lasciava fare; finché sulla porta dell'ufficio del capitano una sorta di istinto animale non lo fece ritrarsi addietro sbuffando come un torello spaventato. 'Ma insomma! Che succede? Mi lasci andare! Guarda un po'!' Archie spalancò la porta senza bussare. 'C'è il comandante del Patna!' grida. 'Entri capitano!' Vide il vecchio alzar la testa dal foglio su cui stava scrivendo, con un gesto così brusco che gli caddero gli occhiali dal naso. Allora Archie richiuse la porta con un tonfo, e tornò di corsa al proprio banco, dove aveva certe carte da firmare: ma dice che la bufera che si scatenò là dentro era così spaventosa che non gli riusciva di concentrarsi neppur quel tanto da ricordar l'ortografia del proprio nome. Archie è il più sensibile primo capo marittimo dei due emisferi. Dice che si sentiva come se avesse gettato un uomo in pasto a un leone affamato. E certo il baccano doveva esser forte, se arrivava a me che stavo fuori; anzi ho ragione di credere che lo si sentisse attraverso tutto il Piazzale, fino al chiosco della banda. Il vecchio papà Elliot aveva una riserva inesauribile di parole, sapeva urlare che era una bellezza... e non glie ne importava un corno chi gli stesse di fronte quando urlava. Avrebbe urlato anche col Viceré. Me lo diceva sempre: 'Sono arrivato all'apice della carriera; la pensione è assicurata. Ho qualche sterlina da parte; e se ai miei superiori non garba il mio modo di concepire il dovere, poco mi fa di andarmene a casa. Sono vecchio, e ho sempre detto quel che pensavo. Non m'importa d'altro, ormai, che di veder accasate le mie figliole!' Era un po' fissato su questo punto. Le sue tre figlie erano molto carine, benché gli rassomigliassero in modo sorprendente; ma le mattine che gli capitava di svegliarsi pessimista sulle loro prospettive matrimoniali, l'intero ufficio glie lo leggeva negli occhi e si metteva a tremare: perché, dicevano, 'si poteva star sicuri che si sarebbe pappato qualche impiegato per colazione.' Quella mattina tuttavia non divorò il rinnegato; ma, se mi è lecito continuar la metafora, se lo masticò finché l'ebbe ridotto a pezzettini, per così dire, e... puah! lo risputò subito. Così, dopo pochissimi minuti, vidi quella mole mostruosa scendere la scala a precipizio e fermarsi sull'ultimo gradino, proprio accanto a me. Era chiaro che aveva bisogno di meditare profondamente. Le enormi guance paonazze gli tremolavano; si morsicava il pollice. Dopo un po' si accorse della mia presenza, e mi guardò seccato con la coda dell'occhio. Gli altri tre individui che eran sbarcati con lui stavano un po' distanti ad attenderlo in gruppo. L'uno era un meschino omiciattolo col viso giallo e un braccio al collo; un tipo alto il secondo, con una giacca di flanella azzurra, asciutto come il legno e magro come un manico di scopa, coi baffi grigi spioventi: si guardava attorno con un'aria di pretensiosa imbecillità. Il terzo poi, un giovane dritto della persona, spalle larghe e mani in tasca, voltava la schiena agli altri due che discutevano animatamente fra loro. Teneva gli occhi fissi sul piazzale deserto. Un gharry sconquassato, tutto polvere e tendine di stuoia, si fermò bruscamente di fronte al gruppo, e il cocchiere, accavallando le gambe nude, si dedicò a un esame critico delle dita del proprio piede destro. Senza un gesto, senza muovere nemmeno la testa, il giovinotto fissava la luce del sole. Questa fu la mia prima visione di Jim. Appariva distaccato e inabbordabile come soltanto i giovani sanno esserlo. Stava lì sano di membra, bello di volto, solidamente piantato: il ragazzo più promettente su cui mai si posasse il sole; e nel guardarlo, io che sapevo tutto quel che sapeva lui, e anche qualcosa di più, mi sentii vincere dall'ira come se l'avessi colto a cercar d'imbrogliarmi. Non aveva il diritto, ecco, di sembrare così valido. Pensai fra me: beh, se un tipo simile può andar fuori strada in quel modo... E mi venne voglia di buttar per terra il cappello e di ballarci sopra nient'altro che per sfogare la mia mortificazione, come avevo visto fare una volta al capitano d'un brigantino italiano quando quell'idiota del suo secondo, mentre doveva dar fondo all'abbrivo in una rada piena di navi, tra la sua e le altre ancore aveva combinato un pasticcio inestricabile. Al vederlo lì con quell'aria così disinvolta, mi domandai: ... è stupido? è insensibile? Sembrava sul punto di mettersi a fischiettare. E notate, di come si comportavano gli altri due non m'importava un fico. Le loro persone, in qualche modo, s'intonavano con i fatti che erano ormai di pubblico dominio, e che stavan per formare oggetto d'un'inchiesta ufficiale. 'Quel vecchio matto di un briccone lassù mi ha dato del cane,' disse il capitano del Patna. Non so se mi avesse riconosciuto... direi di sì; comunque i nostri sguardi s'incontrarono. Lui lanciava fiamme dagli occhi, io sorrisi: cane era l'epiteto più blando che mi fosse giunto all'orecchio attraverso la finestra aperta. 'Davvero?' dissi, stranamente incapace di tener ferma la lingua. Egli annuì col capo, tornò a morsicarsi il pollice, cacciò una soffocata bestemmia; poi, alzando la testa e guardandomi con aggrondata e feroce impudenza: 'Bah! il Pacifico è grande, amico mio. Voialtri maledetti Inglesi potete fare tutto quel che volete: so dove c'è posto a sufficienza per uno come me. Mi conoscono bene a Apia, a Honolulu, a...' S'interruppe pensosamente, mentre io potevo raffigurarmi senza il minimo sforzo qual fosse il genere di persone che lo 'conoscevano bene' in quei luoghi. Non voglio nascondervi che ne avevo conosciuti parecchi anch'io. Ci son situazioni che uno e meglio si comporti come se la vita fosse egualmente dolce in qualsiasi compagnia. Situazioni simili ne son capitate anche a me; e dirò di più: non voglio atteggiarmi a vittima della necessità, perché buona parte di quei manigoldi, proprio per la loro mancanza di una.. di una... come dire? di un'impostazione morale, erano il doppio più istruttivi e venti volte più divertenti del solito rispettabile commerciante ladro che voialtri invitate a pranzo senza necessità alcuna, ma soltanto per abitudine, per vigliaccheria, per cordialità naturale, o per altri cento motivi altrettanto inadeguati e meschini. 'Voialtri Inglesi siete tutti bricconi,' riprese il mio patriota australiano di Flensburg, o di Stettino che fosse. Non ricordo proprio quale onesto porticciolo delle sponde del Baltico si era disonorato col dare un nido a quel prezioso uccello. 'Chi siete voi per urlarmi contro? Eh? Si può sapere? Non valete più di me; e quel vecchio furfante mi ha fatto una storia dell'altro mondo!' La sua grossa carcassa tremava sulle gambe come su due pilastri: tremava dalla testa ai piedi. 'Ecco cosa fate sempre, voialtri Inglesi: delle storie dell'altro mondo, per qualunque piccolezza, perché non son nato nel vostro maledetto paese. Levatemi la mia patente. Levatemela pure. Non ne ho bisogno, io, della patente. Uno come me non ne ha bisogno, d'una verfluchte patente! Ci sputo sopra, io!' E sputò. 'Io voglio cittadino americano diventare,' gridò agitandosi tutto, smaniando e battendo i piedi come per liberarsi le caviglie da una qualche morsa misteriosa che lo tenesse inchiodato in quel luogo. Si era scaldato tanto che quella sua testa a palla gli si vedeva materialmente fumare. Non v'era nulla di misterioso, invece, in quel che m'impediva di andarmene a mia volta: la curiosità è il più naturale dei sentimenti, ed era la curiosità a farmi restar lì per vedere che effetto avrebbe fatto la nuova rivelazione su quel giovanotto che, mani in tasca e schiena rivolta al marciapiedi, guardava al di là delle aiuole del Piazzale, verso il portico color giallo dell'Albergo Malabar, con l'aria di uno che aspetti gli amici per andare a passeggio insieme. Ecco l'aria che aveva: un'aria odiosa. Mi trattenni per vederlo sopraffatto, annichilito, a divincolarsi come uno scarafaggio infilzato da parte a parte... e nello stesso tempo avevo quasi paura d'un simile spettacolo: non so se potete capirmi. Non c'è nulla di più orribile che osservare un uomo riconosciuto reo, non d'un delitto, ma d'un atto di debolezza peggio che delittuosa. Se la più elementare forza di volontà ci impedisce di diventar delinquenti nei senso legale del termine, è da simili debolezze, sconosciute a noi stessi, ma di cui si ha tuttavia qualche sospetto - come in certe parti di mondo vien da sospettare che ogni cespuglio nasconda un rettile velenoso -, è da debolezze che giacciono nascoste in noi, sorvegliate o non sorvegliate, tenute lontane pregando Iddio, o disprezzate con animo virile, represse o fors'anche ignorate per più di metà della nostra vita, che nessuno può mai sentirsi al sicuro. In certi casi siamo trascinati ad azioni che ci fanno coprire di epiteti ingiuriosi; ad azioni che ci portano magari al patibolo: e tuttavia il nostro spirito sopravvive: sopravvive alla condanna, sopravvive anche al patibolo, perdiana! E vi sono azioni invece - sembrano così insignificanti, alle volte! dalle quali restiamo totalmente, completamente annientati. Osservavo quel ragazzo. Aveva un'aria simpatica; conoscevo il genere: veniva dalla parte giusta, era dei nostri. Riassumeva in sé tutti gli ascendenti della sua razza: uomini e donne tutt'altro che intelligenti o pittoreschi, ma ben piantati su una fede solida e sull'istinto del coraggio. Non alludo al coraggio militare o a quello civile, né a qualunque altro genere particolare di coraggio. Intendo soltanto la capacita innata di guardare in faccia le tentazioni; un tenersi pronti, sa Dio con quanto scarso intervento del cervello ma senza pose; una forza di resistenza, capite: sgraziata, sia pure, ma impagabile; un irrigidirsi istintivo e benedetto di fronte a tutti i terrori, esterni ed interni; di fronte alla potenza della natura e alla seducente corruzione degli uomini: sostenuto, tutto questo, da una fede invulnerabile nella forza dei fatti, nel contagio dell'esempio nella sollecitazione delle idee. Al diavolo le idee! Sono delle vagabonde, delle zingare che bussano alla porta di servizio della nostra mente, e ognuna di esse vi ruba un po' della vostra sostanza, ognuna di esse si porta via qualche briciola di quel vostro credere in poche e semplici nozioni, che è un punto a cui bisogna tenersi ben aggrappati se si vuol vivere con decenza e morire con serenità. Tutto questo non ha direttamente nulla a che vedere con Jim; solo che, per l'aspetto esteriore, egli rappresentava nel modo più spiccato quel tipo umano, buono e stupido, da cui fa piacere di sentirsi circondati nel cammino della vita; quel tipo umano che non si lascia turbare dai vaneggiamenti dell'intelligenza e dalle perversioni dei... dei nervi, diciamo. Era il genere d'individuo che, soltanto a guardarlo, gli avreste affidato la guardia del ponte, sia in senso letterale che figurato. Per conto mio, glie l'avrei affidata: e sì che dovrei intendermene. A tempo mio ne ho iniziati un bel po' di ragazzi, sotto l'insegna dello Straccio Rosso, al mestiere del mare! Un mestiere che tutto il suo segreto si potrebbe condensarlo in una laconica frasetta, e che invece ogni santo giorno bisogna tornarlo a ribadire in quei cervelli adolescenti fino a che non sia diventato il lievito di ogni loro pensiero da svegli, e non occupi, quando dormono, tutti i loro sogni giovanili! Con me il mare è stato galantuomo: ma quando ripenso a tutti quei ragazzi che mi son passati per le mani, qualcuno ormai adulto, qualche altro finito ai pesci, ma tutti trasformati in ottimo materiale per lui, non mi pare d'averlo trattato male neanch'io. Dovessi tornarmene in patria domani, non sarebbero passati due giorni, scommetto, che qualche primo ufficiale bruciato dal sole mi raggiungerebbe sul cancello di una darsena, e una voce giovanile e profonda risuonerebbe al disopra del mio cappello: 'Non mi riconosce, capitano? Ma come! il piccolo Tal-dei-Tali. Sulla nave Così-e-Così. Era la mia prima traversata.' Allora mi tornerebbe in mente un ragazzuccio tutto rimescolato, alto come lo schienale d'una seggiola, e, zitta zitta sulla banchina, una madre, o forse una sorella troppo sconvolta per sventolare il fazzoletto verso la nave che scivola via dolcemente tra i moli; oppure un bravo babbo di mezz'età, venuto di buon'ora col suo ragazzo per vederlo partire, e che poi è rimasto a bordo tutta la mattinata perché, guarda un po', l'argano lo interessava enormemente; e così si attardato troppo, tanto che all'ultimo deve precipitarsi a terra senza più tempo per far gli addii. Il pilota di fondo basso mi grida con voce strascicata: 'La tenga ferma un momento col cavo d'ormeggio, capitano. C'è un signore che deve scendere... Su, forza, signore. Quasi quasi partiva anche lei per Talcahuano, eh? Ecco il momento giusto: senza fretta... Bravissimo. Mollate di nuovo a prua.' I rimorchiatori fumano come il baratro infernale e si mettono in tirare, sbattendo le acque del vecchio fiume fino a farlo diventar furioso; il signore che è sceso a terra si spolvera i ginocchielli; il benevolo dispensiere gli getta l'ombrello che ha dimenticato a bordo. Tutto molto come si deve. Lui ha offerto il suo piccolo sacrificio al mare, e ora può tornarsene a casa fingendo di non darvi importanza; e la piccola vittima volontaria avrà un terribile mal di mare prima che finisca la notte. Più tardi, quando avrà imparato tutti i piccoli misteri e l'unico grande segreto del mestiere, anche lui sarà degno di vivere o di morire, a seconda che il mare decreterà; e all'uomo che ha giocato a quel giuoco da pazzi in cui il mare fa lui tutte le prese, piacerà un mondo sentirsi battere sulla spalla da una pesante mano giovanile, e udir la voce allegra d'un cucciolo di mare che esclama: 'Mi riconosce, signore? Il piccolo Tal-dei-Tali.' Vi dico che è bello; e la prova che una volta almeno nella vita avete lavorato come si deve. M'è capitato di riceverne, di queste botte sulla spalla! E ci ho fatto anche una smorfia, perché eran pesanti; ma dopo mi son sentito contento tutto il giorno, e andando a letto mi pareva d'esser meno solo al mondo, grazie a quella manata cordiale. Se riconosco il piccolo Tal-dei-Tali? A regola, di fisonomie dovrei intendermene. E vi dico che, dopo un'occhiata appena, a quel giovanotto gli avrei affidato il ponte, poi sarei andato a dormire fra due guanciali: e, perdiana! avrei fatto una bella imprudenza. Ci sono abissi di orrore, dentro a questo pensiero. Sembrava schietto come una sterlina di zecca, ma nella lega del suo metallo v'era un elemento diabolicamente impuro. In che quantità? Oh, minima... la goccia più piccola possibile d'un qualcosa di raro e di maledetto; la più piccola delle gocce!... ma bastava per far nascere il dubbio - a vederlo lì in piedi con quell'aria di menimpipo - a far nascere il dubbio che potesse esser tutto d'un metallo non più prezioso dell'ottone. Non riuscivo a capacitarmi. Vi giuro che, per l'onore del mestiere, avrei voluto vederlo divincolarsi. Gli altri due individui, quelli senza importanza, si accorsero del capitano, e lentamente si avviarono verso di noi. Venivano avanti pian piano chiacchierando, e non m'importava nulla di loro, come non fossero stati visibili. Ridevano... fors'anche scherzavano, può darsi. Vidi che uno dei due aveva un braccio rotto; mentre l'altro, quel tipo allampanato coi baffi grigi, era un capo macchinista abbastanza conosciuto per varie ragioni. Insomma, due vere nullità. Si avvicinarono. Il capitano stava come imbambolato a guardarsi fra i piedi; si sarebbe detto che fino a quelle dimensioni innaturali l'avesse gonfiato una qualche orribile malattia o l'azione misteriosa d'un veleno sconosciuto. Alzò il capo, si vide dinanzi i due in attesa, aprì ghignando la bocca con uno straordinario contorcimento di quel viso incredibilmente paffuto... e stava, credo, per dir qualcosa, quando parve che un pensiero lo colpisse. Le grosse labbra violacee tornarono a chiudersi senza emettere alcun suono; si diresse con passo molle ma risoluto verso il gharry, e cominciò a scuoterne la maniglia con tale impaziente brutalità che mi aspettavo da un momento all'altro di veder l'intera baracca rovesciarsi su un fianco, cavallino e tutto. Il cocchiere, distolto dalla contemplazione della pianta del proprio piede, manifestò subito segni del più intenso terrore. Aggrappatosi al sedile con le due mani, guardava dall'alto quell'enorme carcassa decisa ad introdursi per forza nella sua vettura. Il trabiccolo si agitava e rollava tumultuosamente; la nuca paonazza di quel collo curvo, i polpacci tesi nello sforzo, l'immenso ansimare di quella miserabile schiena a strisce verdi e arancioni, tutta la forza d'urto di quella massa vistosa e sordida turbavano il senso della probabilità con un effetto comico e pauroso ad un tempo, come una di quelle visioni insieme nitide e grottesche che spaventano e affascinano il febbricitante. Ad un tratto scomparve. Mi aspettavo quasi che il tetto della vettura si spaccasse in due, che quella scatoletta a ruote scoppiasse come un baccello di cotone maturo... e invece si limitò ad abbassarsi con un suono metallico di molle che cedono, e di colpo una delle tendine di stuoia cadde giù srotolandosi rumorosamente. Riapparvero, compresse entro la piccola apertura, le spalle c'el gigante, che cacciò fuori la testa tesa e ballonzolante come un pallone frenato, sudata, furiosa, in una spruzzaglia di scaracchi. Agguantò il gharry-wallah con un gesto rabbioso di quel suo pugno massiccio, rosso come un pezzo di carne cruda, e gli muggì contro di camminare, di andarsene. Dove? Nel Pacifico, forse. Il cocchiere diede di frusta, il cavallino sbuffò, s'impenno, e partì al galoppo. Per dove? Per Apia? per Honolulu? C'erano seimila miglia di cintura tropicale dove andarsene a zonzo, e a me non riuscì d'afferrar l'indirizzo preciso. Un cavallino sbuffante lo rapì in un baleno nell''Ewigkeit,' e non lo rividi mai più. Che dico? non conosco persona al mondo che gli abbia messo gli occhi addosso da quando si sottrasse alla mia vista in quel piccolo gharry sgangherato che svoltava a precipizio entro una bianca nuvola di polvere. Partì, sparì, svanì; e, quel che è più assurdo ancora, si direbbe che avesse portato via con sé anche il gharry perché mai più mi è capitato d'imbattermi in quel cavallino sauro con l'orecchio spaccato e in quel pigro cocchiere tamilo afflitto da un'ulcera al piede. Il Pacifico è grande davvero; ma vi abbia trovato o no il capitano un luogo adatto per mettere in valore le proprie doti, resta il fatto che scomparve nello spazio come una strega a cavallo d'una scopa. L'ometto col braccio al collo si diede a rincorrere la vettura belando: 'Capitano! Ehi, capitano! Ehiii!', ma dopo pochi passi si fermò di botto, chinò la testa, e tornò indietro pian piano. All'aspro stridìo delle ruote, il più giovane s'era rapidamente girato sui tacchi. Ma poi non fece nessun altro movimento, nessun gesto, nessun segno: restò immobile col viso rivolto nella direzione del gharry, anche dopo che questo era già sparito da un pezzo. Tutto si svolse in assai minor tempo di quanto ora me ne occorra a raccontarlo, perché io sto cercando di analizzare per voi, con lente parole, l'effetto istantaneo di parecchie impressioni visive. Subito dopo entrò in scena l'impiegato meticcio, mandato da Archie a occuparsi un po' dei poveri naufraghi del Patna. Costui sbucò fuori dall'edificio di corsa, eccitato e senza nulla in testa, guardando a dritta e a manca, tutto compreso dall'importanza della propria missione. La quale era destinata all'insuccesso per quanto riguarda il personaggio principale; ma il portoghese si avvicinò agli altri tre con aria di affaccendata importanza, e quasi immediatamente si trovò coinvolto in un violento alterco con l'individuo che aveva il braccio al collo e pareva non chiedesse altro che di fare una bella leticata. Non riceveva ordini da nessuno, lui, no, perdinci! Ci voleva altro per spaventarlo che un mucchio di bugie uscite di bocca a uno sfacciato impiegatucolo meticcio! Non si lasciava maltrattare da un 'coso del genere,' anche se la storia che raccontava era 'quanto mai' vera! E gridò il suo desiderio, la sua aspirazione, la sua determinazione di mettersi a letto. 'Se tu non fossi un Portoghese abbandonato da Dio,' lo udii gridare, 'avresti bell'e capito che l'ospedale è il posto che ci vuole per me.' Piantò il pugno del braccio sano sotto al naso dell'impiegato; cominciava a raccogliersi folla; il meticcio, agitato, ma facendo del suo meglio per mostrarsi dignitoso, cercava di spiegar le proprie intenzioni. Io me ne andai senza aspettare la fine della scena. Ma per l'appunto in quei giorni avevo uno dei miei marinai all'ospedale, e, nell'andare a prenderne notizie la vigilia dell'inchiesta, nella corsia dei bianchi ritrovai l'omiciattolo che smaniava, disteso sul dorso, col braccio ingessato e in preda al delirio. Con mia grande sorpresa anche l'altro individuo, lo spilungone coi baffi bianchi spioventi, aveva trovato modo di entrar là dentro. Ricordavo d'averlo veduto svignarsela durante il litigio, d'un passo metà disinvolto metà strascicato, e facendo un gran sforzo per non apparir spaventato. In porto era conosciuto, a quanto pare; sì che ora, trovandosi nei guai, pensò di cercar rifugio nel caffè con biliardi di Mariani, accanto al bazar. Quell'indescrivibile vagabondo di un Mariani, che lo conosceva per aver provveduto ai suoi vizi in un paio di altri luoghi, baciò la terra, per così dire, davanti ai suoi piedi, e lo rinchiuse con una provvista di bottiglie in una camera al primo piano del suo infame bordello. Pare che il tipo si sentisse vagamente preoccupato circa la propria sicurezza personale, e desiderasse rimaner nascosto. Mariani mi disse molto tempo dopo (un giorno che salì a bordo a reclamare dal mio dispensiere il pagamento di certi sigari) che lui per quell'uomo avrebbe fatto ben altro, senza chiedergli nessuna spiegazione, tanto gli era grato per qualche spregevole favore ricevuto da lui molti anni prima, a quanto mi riuscì di capire. Si batté due volte il petto muscoloso, roteando gli enormi occhi bianchi e neri, lucidi di lagrime. 'Antonio non dimentica mai... Antonio non dimentica mai!' La precisa origine di codesta immorale riconoscenza non venni mai a conoscerla; ma, quale che fosse, quell'individuo ebbe tutte le agevolazioni per restarsene ben chiuso a chiave, con una sedia, un tavolo, un materasso in un angolo, e un mucchio di sudiciume sul pavimento, in preda a un irragionevole pànico che cercava di vincere con i tonici di cui Mariani gli era generoso. La faccenda andò avanti fino alla sera del terzo giorno, quando, dopo aver emesso alcuni orribili urli, fu costretto a cercar scampo nella fuga contro una legione di millepiedi. Sfondò la porta, discese d'un unico salto disperato la scaletta sghimbescia, finì di peso sul ventre di Mariani, si rialzò, e fuggì via come un coniglio per la strada. La polizia lo raccolse sopra un cumulo d'immondizie la mattina dopo, all'alba. A tutta prima pensò che volessero portarlo via per impiccarlo, e lottò per la libertà come un eroe; ma quando io mi sedetti sulla sponda del suo letto, era calmo da ormai due giorni. La scarna testa abbronzata, con quei baffi bianchi, avrebbe potuto apparir bella e serena sul guanciale come la testa d'un soldato che le battaglie avessero logorato, ma rimasto fanciullescamente candido nell'animo, non fosse stato per un accenno di spettrale paura che, annidata nel luccichìo dello sguardo atono, faceva pensare a un'indistinta immagine del terrore appiattata in silenzio dietro a un vetro. Era così incredibilmente calmo, che mi abbandonai all'assurda speranza di aver qualche spiegazione dal suo punto di vista sulla famosa faccenda. Perché poi io provassi tanto desiderio di frugare nei deplorevoli dettagli d'un avvenimento che, dopo tutto, non mi riguardava affatto se non come membro d'un'oscura associazione di gente riunita insieme da una comunanza di fatiche ingloriose e di fedeltà a una certa linea di condotta, non so proprio spiegarmelo. Chiamatela pure curiosità morbosa, se volete; ma fatto sta che avevo bisogno di trovare qualcosa. Forse, inconsciamente, speravo di scoprire una qualche giustificazione riposta, l'ombra almeno di una scusante. Oggi vedo bene che speravo l'impossibile. Speravo di veder sgominare il più ostinato fantasma a cui l'uomo abbia mai dato forma: quel dubbio febbrile che si diffonde come una nebbia, che rode occulto come un tarlo, più agghiacciante che la certezza della morte: il dubbio che a dominare una certa linea di condotta sia un potere dispotico. E' la cosa più dura contro cui si possa inciampare; è la cosa che suscita il pànico urlante e le brave piccole mascalzonate compiute in silenzio; è la vera ombra della calamità. Credevo dunque in un miracolo? e perché lo desideravo così ardentemente? Era egoismo quello che mi spingeva a cercar anche l'ombra d'un'attenuante per quel giovanotto che non avevo mai visto prima? Era bastato il suo solo aspetto per aggiungere una sfumatura d'interesse personale ai pensieri che mi suggeriva il convincimento della sua debolezza, e per rendere questa debolezza una cosa di mistero e di terrore, quasi un accenno a un destino d'annientamento in agguato dietro le spalle di tutti coloro la cui giovinezza aveva somigliato, un tempo, alla sua giovinezza? Ho paura che il motivo segreto della mia curiosità fosse proprio quello. Certo è che stavo cercando un miracolo. Oggi, dopo tanto tempo, l'unica cosa che mi sembri miracolosa è l'enormità della mia stupidaggine. Perché non c'è dubbio che qualche esorcismo contro lo spettro del dubbio sperai di ottenerlo da quell'ammalato losco e consunto. Dovevo esser davvero sulle spine se, senza perdere tempo, dopo qualche frase indifferente e cordiale a cui rispose con languida prontezza, come farebbe qualunque malato rispettabile, tirai subito fuori la parola Patna avvolta in una delicata domanda come in una matassina di seta morbida. Per egoismo, ero così delicato: non volevo spaventarlo, semplicemente; non che provassi la minima sollecitudine verso di lui. Non mi faceva né rabbia né compassione; poco o nulla m'importava sapere quale fosse stata la sua esperienza personale; l'eventualità d'una sua redenzione mi riusciva del tutto indifferente. Era invecchiato in mezzo ad iniquità di piccolo calibro, e non poteva più ispirare né pietà ne avversione. Ripeté: Patna in tono interrogativo, come se facesse un breve sforzo di memoria, e poi disse: 'Già. Sono vecchio di questi luoghi, io. L'ho veduta affondare.' Mi disponevo a dar libero corso al mio sdegno per una bugia così stupida, quand'egli soggiunse tranquillamente: 'Era piena di rettili.' Queste parole mi trattennero. Che intendeva dire? Fu come se l'ondeggiante fantasma del terrore appiattato dietro ai suoi occhi vitrei si fermasse di colpo e guardasse malinconicamente nei miei. 'Mi cavaron fuori dalla cuccetta a metà guardia,' proseguì in tono pensoso. La voce gli si era fatta all'improvviso troppo forte, e io mi pentii della mia follia. Nessuna candida cuffia alata d'infermiera in vista, svolazzante nella prospettiva della corsia; v'era soltanto laggiù, nel mezzo d'una lunga fila di letti di ferro vuoti, un infortunato di qualche nave delle Rade, seduto, abbronzato e fantomatico, con una benda bianca di traverso sulla fronte. Di scatto il mio interessante malato sfoderò un braccio magro come un tentacolo, afferrandomi per una spalla. 'Io solo avevo occhi abbastanza buoni per vederla. Sono famoso, io, per la vista. E forse fu proprio per questo che mi chiamarono. Nessuno di loro fu tanto svelto da scorgerla mentre affondava, ma videro bene quando fu scomparsa, e allora urlarono tutti insieme... così...' Un ululato da lupo mi penetrò fin nei precordi. 'Oh, lo faccia star zitto,' gemette l'infortunato con irritazione. 'Forse lei non mi crede,' continuò l'altro con un'ineffabile espressione di vanità. 'Le dico che non ci sono occhi come i miei, da questa parte del Golfo Persico. Guardi sotto al letto.' Naturalmente mi curvai subito. Vorrei sapere chi non avrebbe fatto altrettanto. 'Che vede?' domandò. 'Nulla,' risposi pieno di vergogna. Mi scrutò in viso con un disprezzo così selvaggio da annichilirmi. 'Già,' fece, 'ma se guardassi io, vedrei... Non esistono occhi come i miei, le dico.' Mi afferrò di nuovo, tirandomi a sé, nella sua ansia di liberarsi l'anima con una confidenza. 'Milioni di rospi rosa. Non esistono occhi come i miei. Milioni di rospi rosa. E' peggio che veder affondare una nave. Potrei star tutto il giorno a guardare navi che affondano senza smettere di fumar la pipa. Perché non mi rendono la mia pipa? Potrei fare una fumatina guardando i rospi. Il piroscafo n'era pieno zeppo. Bisogna tenerli d'occhio, sa': e ammiccava scherzosamente. Il sudore della mia fronte gli sgocciolava addosso; la giacca di cotone mi s'incollava alla schiena bagnata; la brezza pomeridiana trascorse impetuosa sulla fila di letti, le pieghe rigide delle tende si agitarono perpendicolarmente, stridendo sulle aste d'ottone, le coperte dei letti vuoti sventolarono senza rumore sul pavimento nudo della corsia, e io rabbrividii fino al midollo delle ossa. Il dolce vento dei tropici giocherellava in quella sala spoglia come una malinconica bufera invernale in un vecchio granaio inglese. 'Non gli lasci ricominciare i suoi urli, signore,' strillò da lontano l'infortunato. Quella voce ansiosa e piena di rabbia giunse fino a me risuonando fra le pareti come un grido fioco entro un tunnel. La mano mi artigliava la spalla; l'uomo tornò a farmi l'occhietto con aria d'intesa. 'Ne era piena zeppa, sa, e bisognò svignarsela in un battibaleno,' sussurrò a precipizio. 'Tutti rosa. Tutti rosa... grossi come mastini, con un occhio in cima alla testa e delle grinfie tutt'intorno alla loro bocca schifosa. Uh! Uh!' Rapidi sussulti come di scosse elettriche rivelarono, sotto le coperte, la sagoma di due gambe magre e agitate. Lasciò andar la mia spalla e cercò di afferrare qualcosa per aria; il corpo teso gli tremava come una corda d'arpa appena abbandonata dal dito; e, mentre lo guardavo, l'orrore spettrale che era in lui tornò ad affiorare nel suo sguardo vitreo. All'istante quella sua faccia da vecchio soldato, così nobile e calma di linee, si decompose davanti ai miei occhi come corrotta da una furberia sotterranea, da una prudenza abominevole e da una paura disperata. Trattenne un grido: ... 'Ssssh! cosa stanno facendo là sotto?' chiese additando il pavimento, con nella voce e nei gesti certe fantastiche precauzioni il cui significato, ora che mi s'era rivelato d'un lampo in tutta la sua luridezza, mi nauseò della mia intelligenza. 'Dormono tutti,' risposi osservandolo attentamente. Ecco. Era questo che voleva: erano proprio queste le parole che potevan calmarlo. Tirò un lungo respiro. 'Ssssh! Zitti, piano. Sono vecchio, io, di queste parti. Le conosco quelle bestiacce. Botte in testa al primo che si muove. Troppi ce ne sono, troppi: non potrà galleggiare più di dieci minuti.' Ansimò di nuovo. 'Presto!' gridò a un tratto; e poi, tutto in un urlo: 'Sono tutti svegli! Sono milioni! Mi pesticciano! Aspettate! Oh! aspettate! Li spiaccicherò a mucchi, come mosche. Aspettatemi! Aiuto! aiuto!'... Un urlo tenuto, interminabile, completò la mia umiliante disfatta. Vidi laggiù l'infortunato portarsi le mani alla testa bendata con un gesto di disperazione; un infermiere, chiuso in un grembiale che gli arrivava al mento, apparve in fondo alla prospettiva della corsia, come guardato con un cannocchiale a rovescio. Mi confessai vinto, e, infilando senz'altro uno dei finestroni aperti, fuggii nel corridoio esterno. L'urlo m'inseguì come una vendetta. Svoltai in un pianerottolo deserto, e all'improvviso tutto fu immobile e silenzioso intorno a me. Scesi le lucide e nude scale in un silenzio che mi consentì di raccogliere i miei pensieri sconvolti. Al pianterreno incontrai uno dei medici interni, che stava attraversando il cortile e che mi fermò. 'E' stato a trovare il suo marinaio, capitano? Credo che potremo lasciarlo uscire domani. Questi idioti, però, non hanno proprio idea di cosa significhi badare alla propria pelle! A proposito, sa che abbiamo qui il capo macchinista di quella nave dei pellegrini? Delirium tremens della peggior specie. Ha bevuto come una spugna per tre giorni di fila nella bettola di quel Greco, o Italiano che sia. Che altro ci si poteva aspettare? Quattro bottiglie di brandy al giorno, mi han detto: e di quella qualità poi! Meraviglioso, se è vero. Ha da esser foderato di lamiera da caldaie. La testa, eh! la testa, si capisce, è andata; ma lo strano è questo, che nel suo divagare c'è una specie di metodo: sto cercando d'individuarlo. Caso eccezionalissimo, un fil di logica in un delirium simile. Se seguisse la tradizione dovrebbe veder serpenti; e invece non ne vede affatto. Oggigiorno le buone vecchie tradizioni sono in ribasso... Bah, che vuol farci? Le... come dire?... le visioni di costui sono di tipo batracico. Ah! ah!... No, parlando seriamente, non ricordo d'aver mai veduto un caso di sbronzatura così interessante. E badi che, dopo un simile esperimento di baldoria, sarebbe stato suo dovere andarsene all'altro mondo. Sì! è un tipo duro, quello. E con ventiquattro anni di tropici sulle spalle, come se non bastasse. Dovrebbe proprio dargli un'occhiata. Un vecchio beone con un'aria molto nobile. Il tipo più straordinario ch'io abbia incontrato mai... dal punto di vista medico, beninteso. Non vuol vederlo?' Fino allora avevo manifestato i consueti segni di cortese interessamento, ma a questo punto, assumendo un'espressione di rammarico, mormorai che mi mancava il tempo, e gli strinsi in fretta la mano. 'Senta,' mi gridò dietro, 'quel tale non potrà mica venirci, all'inchiesta. Crede che la sua testimonianza possa essere importante?' 'Oh no, niente affatto,' risposi dalla soglia del cancello d'ingresso". CAPITOLO 6. Evidentemente le autorità furono della mia stessa opinione. L'inchiesta non venne rinviata, e si svolse entro il termine voluto dalla legge. Gran folla vi presenziò, forse per l'interesse umano che presentava. Dubbi circa i fatti non ne esistevano: voglio dire in riguardo all'unico fatto materialmente assodato. Come il Patna avesse subìto avarìa non era possibile accertare, né il tribunale contava che elementi nuovi in proposito risultassero dal dibattimento. D'altronde, anche nel pubblico non v'era una sola persona a cui interessasse questo problema. E sì che, come vi ho detto, tutti i marinai del porto erano presenti, e il commercio marittimo era rappresentato al completo. Se ne rendessero conto oppur no, l'interesse che attirava là quella gente era puramente psicologico: l'attesa di qualche rivelazione fondamentale sulla forza, la potenza, l'orrore cui possono giungere le emozioni umane. Ma nulla di tutto questo, naturalmente, sarebbe stato detto. L'interrogatorio dell'unica persona capace di stare a un tema simile e disposta a confessarsi, si andava futilmente aggirando intorno a un fatto già ben noto, e la schermaglia delle domande in proposito era utile come battere con un martello su un recipiente di ferro, per scoprire cosa contiene. D'altra parte un'inchiesta ufficiale non poteva essere diversa. Suo scopo non era l'essenziale 'perché', ma il superficiale 'in che modo' della faccenda. Quel perché il giovanotto avrebbe saputo esporlo benissimo; ma sebbene fosse proprio codesto il punto che interessava il pubblico, il modo come le domande gli venivan rivolte lo allontanava per forza da quella che a me, per esempio, sarebbe parsa la sola verità degna d'essere conosciuta. Non si può aspettarsi che le autorità costituite indaghino sulle condizioni dell'anima di una persona... o meglio sarebbe dire su quelle del suo fegato? A loro spettava di venire alle conseguenze, e, francamente, da un magistrato di polizia noncurante e da due assessori nautici non c'è da attendersi molto più di così. Non intendo insinuare che costoro fossero degli stupidi. Il magistrato era molto paziente; uno degli assessori, capitano di velieri, aveva una barba rossiccia e tendenze bigotte. L'altro era Brierly. Il grosso Brierly. Qualcuno di voi deve aver sentito parlare del grosso Brierly: il capitano della miglior nave della Blue Star Line. Lui, sì. Sembrava enormemente seccato dall'onore propinatogli. Mai in vita sua aveva fatto uno sbaglio, mai gli era capitato un incidente, mai una disgrazia, mai un intoppo nella sua carriera sempre più brillante: uno di quegli individui fortunati che non conoscono l'indecisione, e meno ancora la sfiducia in se stessi. A trentadue anni aveva uno dei migliori comandi che esistano nelle linee d'Oriente, ed era estremamente soddisfatto della propria posizione. Secondo lui non ve n'era una come quella nel mondo intero; e ho idea che se glie lo avessero chiesto di punto in bianco, avrebbe confessato che, a suo giudizio, al mondo non esisteva nemmeno un capitano come lui. Insomma, per quel posto unico, la scelta era caduta sull'uomo più adatto. Ai suoi occhi il resto dell'umanità, esclusa dal comando del piroscafo d'acciaio Ossa, velocità sedici nodi, era costituita da creature assolutamente insignificanti. Aveva salvato delle vite sul mare, aveva soccorso navi pericolanti, possedeva un cronometro d'oro regalatogli da un gruppo di ammiratori, e un binocolo con su incise appropriate parole, dono di qualche Governo straniero, in riconoscimento dei suoi servigi. Valutava al giusto i propri meriti e le ricompense avute. A me era abbastanza simpatico; ma conosco qualcuno - gente mite e cordiale del resto - che non lo poteva assolutamente soffrire. Non ho il minimo dubbio che si stimasse, e di molto, superiore a me: in effetti, anche a esser stati Imperatori d'Oriente e d'Occidente, impossibile non rendersi conto della propria inferiorità in sua presenza; con tutto questo non riuscivo a sentirmi veramente offeso. Difatti non mi disprezzava per qualcosa che dipendesse da me, o inerente alla mia persona, capite? Soltanto ero una quantità trascurabile, semplicemente perché non ero l'unico uomo davvero fortunato di questo mondo: perché non ero Montague Brierly comandante dell'Ossa; non ero il proprietario di un cronometro d'oro con dedica, né d'un binocolo montato in argento a testimonianza della mia eccellenza nell'arte nautica e del mio indomabile ardire; non sapevo rendermi esatto conto dei miei meriti e del valore delle mie ricompense; e non potevo vantar l'amore, la devozione d'un can da caccia nero, il più meraviglioso della razza dei retriever: mai uomo pari a quello era stato parimenti amato da un cane pari a quello. Sì, certo, trovarsi costretti ad ammettere tutto questo era abbastanza esasperante; ma, riflettendo che sì fatali manchevolezze le condividevo con dodici milioni a dir poco di essere umani, sentivo di poter sopportare la mia porzione di benevola e sprezzante pietà in riguardo a qualcosa d'indefinito e di attraente che v'era in lui. Non ho mai chiarito a me stesso qual genere d'attrazione fosse mai quello, ma c'eran momenti in cui arrivavo a individuarlo. Sul suo animo compiaciuto l'aculeo della vita non poteva incidere più del graffio d'uno spillo sulla superficie levigata di una roccia. E questo era invidiabile. Lo guardavo a fianco del pallido e modesto magistrato che presiedeva all'inchiesta: la sua soddisfazione di sé offriva a me e al mondo una superficie dura come il granito. Pochissimo dopo si suicidò. Era naturale che il caso di Jim lo annoiasse; e mentre io riflettevo, con un sentimento non molto lontano dalla paura, sull'immensità del suo disprezzo verso quel giovanotto sottoposto all'interrogatorio, egli stava invece probabilmente svolgendo una ben diversa inchiesta sul proprio caso: e il verdetto dev'esser stato di colpevolezza senza attenuanti, ma il segreto delle prove a carico se lo portò via con sé in quel suo salto nel mare. Se sono capace di comprender qualcosa dell'animo umano, la faccenda senza dubbio era per lui di grandissimo momento: una di quelle inezie che risveglian le idee, danno vita a pensieri coi quali un uomo, non avvezzo a compagnie del genere, trova impossibile vivere. Sono in grado di sapere che non si trattava né di danaro né di vizio del bere, e neppur d'una donna. Si buttò in alto mare poco più d'una settimana dopo la conclusione dell'inchiesta, meno di tre giorni dopo aver lasciato il porto con la sua nave; come se proprio in quel punto preciso dell'oceano avesse visto all'improvviso le porte dell'altro mondo spalancarsi per riceverlo. Eppure non aveva obbedito a un impulso improvviso. Il suo secondo, un tipo coi capelli grigi e marinaio di prim'ordine, affabile verso gli estranei ma il più arcigno ufficiale ch'io abbia mai veduto nei suoi rapporti col comandante, raccontava la storia con gli occhi pieni di lagrime. Sembra che, quand'egli salì in coperta la mattina, Brierly fosse chiuso a scrivere nella cabina delle carte nautiche. 'Mancavano dieci minuti alle quattro,' raccontava, 'e quindi la guardia di notte non aveva ancora avuto il cambio. Sentì la mia voce sul ponte di comando mentre stavo parlando al secondo ufficiale, e mi chiamò. Non avevo voglia d'andarci, confesso la verità, capitano Marlow: non lo potevo soffrire, il povero capitano Brierly. E lo dico a mia vergogna, perché purtroppo non si sa mai di che stoffa sia fatto un uomo. Troppe promozioni aveva avuto passando sulla testa d'altra gente, senza contar la mia; e aveva il maledetto vizio di farvi sentire piccini piccini, soltanto da come vi diceva buongiorno. Non gli rivolgevo mai la parola, signore, tranne che per servizio, e anche allora dovevo fare uno sforzo per mostrarmi educato.' (In questo s'illudeva. Mi ero chiesto spesso come Brierly avesse potuto tollerar le sue maniere per più di una traversata). 'Ho moglie e figliuoli' soggiunse, 'ed ero da dieci anni nella Compagnia, sempre ad aspettare che toccasse a me il primo comando vacante, stupido che ero. Lui mi dice, proprio a questo modo: - Entri, signor Jones. - E io entrai. Facciamo il punto, - dice curvandosi sulla carta, con un paio di compassi in mano. Stando agli ordini in vigore, sarebbe toccato all'ufficiale che smontava di fare il punto al termine della sua guardia. Tuttavia non dissi nulla, e rimasi a guardarlo mentre segnava la posizione con una crocettina, e poi l'ora e la data. Lo vedo ancora tracciare quelle sue nitide cifre: diciassette, otto, quattro A. M. L'anno era scritto in inchiostro rosso sul bordo superiore della carta. Non le usava mai più d'un anno, il capitano Brierly. Quell'ultima, ora è rimasta a me. Quando ebbe finito indugiò un po' a guardare il segno che aveva fatto, sorridendo fra sé; poi alza gli occhi e mi guarda. - Deve fare ancora trentadue miglia sempre in questa direzione, - dice; poi ne saremo fuori, e lei potrà modificare la rotta di venti gradi verso sud -. (Passavamo al nord della secca di Hector, in quel viaggio). Risposi: - Va bene, signore -; e intanto mi domandavo di cosa mai si stesse preoccupando, visto che in ogni modo avrei dovuto chiamarlo prima di cambiar rotta. Proprio in quel momento la campana di bordo batté il quarto: uscimmo sul ponte di comando, e l'ufficiale in seconda prima di allontanarsi butta lì nel solito modo: - Settantuno sul solcometro -. Il capitano Brierly guarda prima la bussola e poi tutt'intorno a sé. La notte era buia e pur limpida: si vedevano nitide tutte le stelle, come in certe notti di gelo nelle alte latitudini. Al un tratto dice con una specie di piccolo sospiro: - Vado a poppa e le metto io a zero il solcometro, perché non vi siano errori. Trentadue miglia ancora su questa rotta, e poi siamo al sicuro. Vediamo un po'... Ia correzione sul solcometro è del sei per cento addizionale; diciamo dunque, trenta da superare secondo il quadrante; e poi può deviar subito di venti gradi a dritta. Inutile allungare la strada... vero? - Non l'avevo mai sentito parlar tanto di fila, e, a mio giudizio, così inutilmente. Non dissi nulla. Scese la scaletta, e il cane, che gli stava sempre alle calcagna notte e giorno, lo seguì scivolando col naso avanti. Sentii il ticchettare dei tacchi delle sue scarpe sul ponte di poppa; poi si fermò a parlare al cane: - Torna addietro, Rover. Sul ponte di comando! Va' via, va'... Piglia! Poi grida a me dall'oscurità: - Chiuda il cane nella cabina delle carte, signor Jones, per favore.- Fu questa l'ultima volta che sentii la sua voce, capitano Marlow. Queste sono le ultime parole che lui ha pronunciato e che orecchio umano abbia udite, signore.' A questo punto la voce del bravo vecchio s'incrinò. 'Aveva paura che la povera bestia gli saltasse dietro, capisce?' riprese con un tremito. 'Proprio così, capitano Marlow.' Regolò il solcometro per me. Lo crederebbe? Ci mise dentro anche una goccia d'olio. L'oliatore stava ancora dove lui l'aveva posato, lì accanto. Alle cinque e mezzo il secondo del nostromo andò a poppa con la sistola per lavare il ponte; dopo un poco pianta lì il suo lavoro, e corre sul ponte di comando. - Scenda a poppa, per favore, signor Jones, - dice. - C'è una cosa buffa. Non mi va di toccarla -. Era il cronometro d'oro del capitano Brierly appeso con cura per la catena al bastingaggio. Ci avevo appena posato su gli occhi, che capii, signore. Le gambe mi si piegarono sotto. Era come se l'avessi veduto buttarsi giù: e sapevo anche con precisione di quanto lo avevamo lasciato indietro. Il solcometro del coronamento di poppa segnava diciotto miglia e tre quarti; e mancavano quattro cavicchi di ferro intorno all'albero di maestra. Se li sarà messi in tasca per aiutarsi ad andare a fondo, immagino: ma, Dio mio, che differenza potevan fare quattro cavicchi a un uomo grosso come il capitano Brierly? Forse la sua fiducia in se stesso in quegli ultimi momenti era un po' scossa. E' l'unico segno d'agitazione, direi anzi, che abbia dato in vita sua; ma sono pronto a garantir per lui che, una volta fatto il salto, non ha tentato di dare nemmeno una bracciata, per quello stesso coraggio che l'avrebbe fatto nuotare un giorno intero dietro a un filo di speranza, se in acqua ci fosse cascato accidentalmente. Sissignore. Non era secondo a nessuno: e poco importa se era lui stesso a dichiararlo, come l'ho sentito una volta con queste orecchie. Durante la guardia di notte aveva scritto due lettere: una alla Compagnia e un'altra a me. Mi dava un mucchio di istruzioni circa la traversata - a me che ero nel mestiere prima che lui venisse al mondo - e un'infinità di consigli sul come condurmi con i nostri principali di Shangai perché il comando dell'Ossa restasse a me. Mi scriveva come farebbe un padre al figlio prediletto, capitano Marlow, e io avevo venticinque anni più di lui, e avevo assaggiato l'acqua salata quando a lui non avevano ancora messo le prime brachette. Nella lettera agli armatori - l'aveva lasciata aperta apposta perché io la leggessi - diceva di aver sempre fatto il suo dovere verso di loro... fino a quel momento; e anche ora, diceva, non veniva meno alla loro fiducia, dacché lasciava la nave nelle mani del marinaio più competente che ci fosse. Parlava di me, signore, parlava di me! Diceva che, se l'ultimo gesto della sua vita non gli aveva tolto ogni credito ai loro occhi, sperava avrebbero apprezzato il mio fedele servizio e tenuto in conto la sua calda raccomandazione quando si sarebbe trattato di rimpiazzarlo. E molte altre cose del genere, signore. Non potevo credere ai miei occhi. 'Mi sentivo una curiosa sensazione dalla testa ai piedi,' soggiunse tutto turbato il bravo vecchio, schiacciandosi qualcosa nell'angolo dell'occhio con l'estremità d'un pollice largo come una spatola. 'Si sarebbe detto, signore, che fosse saltato in mare soltanto per offrire a un uomo poco fortunato un'ultima occasione di farsi strada. Un po' per l'impressione d'averlo veduto scomparire in quella maniera avventata e terribile, un po' per l'idea che un avanzamento di carriera l'avrei dovuto a un aiuto simile, rimasi fuor di me per una settimana. Ma niente paura. Sull'Ossa fu trasferito il capitano del Pelton (prese imbarco a Sciangai)... un piccolo bellimbusto, signore, con un abito grigio a quadretti e la scriminatura in mezzo alla testa: Hem... io sono... hem... il suo nuovo capitano, signor... signor... hem... Jones -. Era affogato nel profumo... puzzava addirittura, capitano Marlow. Fu l'occhiata che gli diedi, credo, a farlo balbettare. Borbottò qualcosa sulla mia delusione: naturalissima... Era meglio sapessi subito che il suo secondo era stato promosso capitano del Pelton... Lui non c'entrava, s'intende... la Compagnia sapeva quel che faceva... era spiacente... Io rispondo: - Non si preoccupi per il vecchio Jones, signore; c'è avvezzo, maledetta l'anima sua -. Capii subito d'aver scandalizzato le sue orecchie delicate. Poi, mentre si stava a pranzo insieme per la prima volta, cominciò a trovar da ridire in modo poco simpatico su questa e quella cosa che aveva osservato a bordo. Non ho mai sentito una voce di Pulcinella come la sua. Strinsi i denti e fissai gli occhi sul piatto restandomene cheto il più possibile; ma alla fine dovetti pur rispondere qualcosa; lui salta su, in punta di piedi, arruffando le sue belle pennucce come un gallo in pieno combattimento. - Si accorgerà d'aver a che fare con un tipo diverso dal defunto capitano Brierly -. - Me ne sono già accorto, - risposi io con grande malinconia, ma fingendo d'essere impegnatissimo con la mia bistecca. - Lei è un vecchio furfante, signor... hem... Jones; e le dirò anche che per tale è conosciuto in sede -, squittisce. Quei maledetti marinai del servizio di mensa erano tutti lì impalati ad ascoltare, con le bocche spalancate da un'orecchia all'altra.- Sarò anche un delinquente incallito, - dissi, - ma non al punto da poter sopportare di vederla seduto al posto del capitano Brierly -. E con queste parole abbandono sulla tovaglia coltello e forchetta.- Le piacerebbe di sedersi lei... ecco dove le duole il dente -, ribatté lui con aria beffarda. Me ne uscii dalla saletta da pranzo, raccolsi i miei cenci, e mi trovai sulla banchina con tutto il mio bagaglio ai piedi quando ancora gli scaricatori di porto non si erano rimessi al lavoro. Già. Alla deriva... a terra... dopo dieci anni di servizio... e con una povera donna e quattro bambini seimila miglia lontano, che ogni boccone che mangiavano lo dovevano alla metà del mio stipendio. Sissignore! Piantai tutto, piuttosto che sentir insolentire il capitano Brierly. Mi aveva lasciato il suo telescopio notturno : eccolo qua; e m'aveva pregato di prender cura del suo cane: eccolo qui anche lui. Olà, Rover, vecchio mio. Dov'è il capitano, Rover?' Il cane sollevò su di noi i malinconici occhi gialli, diede in un latrato di desolazione, abbaiò e strisciò sotto la tavola. Questa scena accadeva, più di due anni dopo, a bordo di quel rudere nautico che era il Fire-Queen, di cui Jones aveva avuto il comando, grazie a una curiosa combinazione, per il tramite di Matherson. Matherson il pazzo, lo chiamavan di solito: quello che bazzicava sempre a Hai-phong, sapete, prima dell'occupazione. Il vecchio Jones proseguì, con quella sua voce nasale: 'Sissignore, qui il capitano Brierly sarà ricordato, anche se il resto del mondo dovesse dimenticarlo. Scrissi a lungo a suo padre, ma non ebbi una parola di risposta: né Grazie né Va' al diavolo! Niente! Forse avrebbero preferito non sapere.' La vista del vecchio Jones con gli occhi umidi, che si asciugava la testa calva con un fazzoletto di cotone rosso; il guaìto malinconico del cane; lo squallore di quel quadrato pieno di mosche, ormai unico santuario della memoria di Brierly, gettavano un velo inesprimibilmente umile e patetico sul ricordo dello scomparso: postuma rivincita del fato per quella fiducia nel proprio fulgore che dalla vita di lui aveva quasi eliminato i più legittimi terrori. Quasi? Interamente, forse. Chi può dire di qual splendore Brierly fosse riuscito a circonfondere dinanzi a se stesso anche il proprio suicidio? Giungendo le mani, Jones mi chiese: 'Perché mai, capitano Marlow, crede lei che abbia commesso quel gesto inconsulto? Perché? Io non arrivo a capirlo. Perché?' Si batté la fronte bassa e rugosa. 'Fosse stato povero, vecchio e indebitato... senza mai un po' di fortuna... oppure matto. Ma non era tipo da diventar matto, lui. Creda pure a me. Quello che un secondo ignora del proprio capitano, non val la pena di essere conosciuto. Giovane, sano, agiato, senza preoccupazioni... Qualche volta me ne sto seduto qui a pensare, a pensare, finché comincia a ronzarmi la testa. Una ragione deve pur esserci stata!' 'Stia certo, capitano Jones,' risposi, 'che è una ragione che non avrebbe turbato gran che nessuno di noi due,' dissi. Allora, come se una luce si fosse improvvisamente accesa nella confusione del suo cervello, alla fine il povero vecchio Jones trovò una parola di sorprendente profondità. Si soffiò il naso, annuendo tristemente col capo. 'Già, già! ma né lei né io, signore, abbiamo mai avuto un'opinione così buona di noi stessi.' Naturalmente il ricordo della mia ultima conversazione con Brierly è influenzato dal fatto che ora so quanto da vicino lo seguì la fine di lui. Gli parlai per l'ultima volta durante l'inchiesta. Fu dopo la prima udienza; mi si avvicinò per istrada. Era in uno stato d'irritazione che notai con sorpresa; di solito il suo comportamento, quando accondiscendeva a conversar con qualcuno, era perfettamente calmo, con un barlume di divertita degnazione, come se l'esistenza del suo interlocutore fosse uno scherzo abbastanza spiritoso. 'Mi hanno accalappiato per questa inchiesta, ha veduto?' cominciò; e per un poco si profuse in lamentele sulla noia di doversi recar tutti i giorni in tribunale. 'E sa Dio quanto durerà ancora. Tre giorni m'immagino!' Lo ascoltavo in silenzio, che era un modo come un altro, secondo me, di esprimere la mia opinione. 'E a che serve poi? E' la cosa più stupida che si possa immaginare,' soggiunse con ira. Gli chiesi che altro si sarebbe potuto fare. M'interruppe con una specie di violenza trattenuta. 'Mi sento come un imbecille tutto il tempo dell'udienza.' Lo guardai. Quella, per un Brierly che parlava di Brierly, era già una frase fuor del comune. S'interruppe di colpo, e, afferrandomi per il bavero, mi diede una piccola stratta. 'Perché mai stiamo tormentando quel giovanotto?' chiese. La domanda era così all'unisono con i rintocchi di un certo mio pensiero, che - con negli occhi l'immagine del rinnegato introvabile - risposi subito: 'Al diavolo se lo so; a meno che non sia perché è lui che ve lo lascia fare.' Fui stupito di veder come si schierava, per così dire, dalla parte d'una frase che avrebbe dovuto sembrargli un indovinello. Disse irritato: 'Ma già. Non se ne accorge, dunque, che quel gaglioffo d'un capitano ha tagliato la corda? Cosa si aspetta che possa succedere? Niente può salvarlo. E' buscherato!' Facemmo qualche passo in silenzio. 'Perché mangiare tutto quel fango?' esclamò valendosi d'un'energica espressione orientale (press'a poco l'unico genere d'energia di cui si possa trovar traccia a oriente del quindicesimo meridiano). In quel momento non riuscivo a immaginar la direzione dei suoi pensieri; ma oggi ho fondato sospetto che fossero perfettamente in carattere: ossia che il povero Brierly stesse, in sostanza, pensando a se medesimo. Gli feci osservare che era notorio come il capitano del Patna avesse saputo imbottirsi bene il nido, così da potersi procurar quasi dovunque il modo per mettersi al sicuro. Ma per Jim le cose stavano diversamente. Intanto, a ospitarlo era il Governo, nell'Asilo del Marinaio: e con tutta probabilità non aveva in tasca il becco d'un quattrino. Per scappare ci voglion soldi. 'Davvero? non sempre,' fece con una risata amara. E poi, in risposta a qualche altra mia osservazione: 'Beh, allora, che si ficchi dieci metri sotto terra, e che ci rimanga! Perdio! Io al suo posto farei così.' Non so perché il suo tono m'irritò, e ribattei: 'C'è una specie di coraggio anche nell'affrontar tutto questo come sta facendo lui: tanto più sapendo benissimo che, se fuggisse, nessuno si darebbe la pena di corrergli dietro.' 'Al diavolo il coraggio!' brontolò Brierly. 'Codesta specie di coraggio non serve a tenere un uomo sulla strada buona; non darei un soldo per un coraggio simile. Perché non dire invece che è una specie di vigliaccheria?... di mollezza? Sa cosa le dico? Scommetto duecento rupie contro cento che lei ci riesce, se s'impegna a farlo scappare domattina presto. E' un gentiluomo, benché faccia schifo... Capirà. Bisogna che capisca! Questa maledetta pubblicità è troppo scandalosa; lui se ne sta lì, e intanto tutti quegli indigeni del diavolo, serang, lascar, quartiermastro, fanno deposizioni da ridurre un uomo in cenere dalla vergogna. E' abominevole. Ma non le pare, Marlow, non sente anche lei che è abominevole? Lo dica, su, da buon marinaio! Se lui se ne andasse, tutto questo finirebbe subito!' Brierly pronunciò queste parole con animazione insolita, e fece l'atto di tirar fuori il portafogli. Lo trattenni dichiarando freddamente che la vigliaccheria di quei quattro individui non mi sembrava poi cosa tanto importante. 'E lei si considera un marinaio, vero?' esclamò con ira. Risposi che infatti mi consideravo tale e speravo anche di esserlo. Mi ascoltava con un atteggiamento del suo grosso braccio che pareva mi volesse privare d'ogni personalità per ricacciarmi nella folla. 'Il peggio è,' soggiunse, 'che nessuno di voialtri ha il senso della dignità; non pensate abbastanza a ciò che siete idealmente.' Avevamo camminato a lenti passi, chiacchierando, e ora ci fermammo davanti alla capitaneria di porto, vicino al punto dove l'enorme capitano del Patna era così totalmente scomparso come una piccola piuma spazzata via dalla furia dell'uragano. Sorrisi. Brierly riprese: 'E' una vergogna. Ce n'è di tutte le specie fra noi... compreso qualche furfante della più bell'acqua; ma, diamine, dobbiamo pur serbare un certo decoro professionale, altrimenti Ci riduciamo al livello dei vagabondi che girano per le campagne. La gente ha fiducia in noi. Capisce?... Ha fiducia! A dirla franca, di tutti i pellegrini che mai siano usciti dall'Asia a me non importa un fico, ma un uomo con un minimo di dignità non si sarebbe comportato così nemmeno con un carico di stracci vecchi. Non siamo una classe organizzata, noi, e la sola cosa che ci tiene insieme è proprio la fama di cui godiamo d'aver quella certa dignità. Un processo come questo ci toglie la fiducia. Un marinaio può passare l'intera vita senza che gli si presenti l'occasione di mostrar del fegato. Ma quando il momento viene... Ah! se io...' S'interruppe, e riprese con altro tono: 'Le darò subito duecento rupie, Marlow, semplicemente perché lei gli parli. Maledetto! Magari non fosse mai capitato qui. Fatto è che qualcuno della mia famiglia credo conosca i suoi parenti. Suo padre è un pastore anglicano, e ora ricordo d'averlo incontrato una volta, quando ero ospite di mio cugino nell'Essex, l'anno scorso. Se non sbaglio, il vecchio sembrava avesse una predilezione per questo figlio marinaio. Orribile. Io non posso farlo... ma lei...' Così, a proposito di Jim, ebbi una rapida visione del vero Brierly, pochi giorni prima ch'egli affidasse realtà e posa insieme della sua natura alla custodia del mare. Naturalmente rifiutai d'immischiarmi nella faccenda. Il tono di quell'ultimo 'ma lei' (povero Brierly, non aveva potuto trattenersi), in cui era implicito ch'io non contavo più d'un insetto, mi fece considerar la proposta con indignazione; e, fosse per questo o per qualche altro motivo, mi convinsi che l'inchiesta stessa rappresentava una punizione sufficiente per quel Jim, e che il fatto di affrontarla (si può dire di sua libera volontà) era un elemento purificatore nell'abbominevole faccenda. Finallora non ne ero stato tanto sicuro. Brierly se ne andò tutto arrabbiato. Lì per lì il suo stato d'animo mi restò più misterioso di quanto non mi sembri adesso. Il giorno dopo arrivai tardi in tribunale, e mi sedetti da una parte. Naturalmente non potevo dimenticare quella conversazione con Brierly, e adesso avevo entrambi gli uomini sotto gli occhi. Il contegno dell'uno sembrava dimostrare una cupa insolenza, e quello dell'altro una noia sprezzante; eppure l'atteggiamento dell'uno poteva non essere più schietto di quello del secondo; e ormai sapevo che uno dei due non era sincero. Brierly non era affatto annoiato... era esasperato; e dunque anche Jim poteva non essere insolente davvero. Anzi, secondo la mia teoria non lo era. Pensai che fosse piuttosto senza speranza. Fu allora che i nostri sguardi s'incontrarono. S'incontrarono, e l'occhiata che mi diede sarebbe bastata a togliermi ogni velleità di parlargli, anche se l'avessi avuta. Qualunque delle due ipotesi fosse la giusta - insolenza o disperazione - sentii che non potevo essergli utile in nulla. Quello era il secondo giorno del processo. Poco dopo il nostro scambio d'occhiate l'inchiesta fu nuovamente rinviata all'indomani. I bianchi cominciarono a sfollare subito in gruppo. Jim aveva già avuto il permesso di lasciare il suo banco, e poté quindi andarsene fra i primi. Vidi le sue spalle larghe e la sua testa profilarsi nella luce della porta, e mentre mi avviavo lentamente verso l'uscita chiacchierando - qualche estraneo che mi aveva rivolto la parola per caso -, lo scorgevo dalla sala del tribunale con i gomiti appoggiati alla ringhiera della veranda e la schiena rivolta verso la corrente della folla che discendeva i pochi gradini fra un mormorio di voci e lo strascicare dei piedi. Il processo seguente riguardava un'aggressione con vie di fatto ai danni, se ben ricordo, d'un usuraio; e il convenuto - un venerando campagnolo con una barba bianca tagliata dritta stava seduto sopra una stuoia subito fuori dell'uscio insieme ai figli, alle figlie, ai generi con le loro mogli, e, direi, a metà del villaggio per sovrappiù, chi accovacciato per terra e chi in piedi vicino a lui. Una donna bruna e slanciata, con parte della schiena e una spalla nude, e un sottile anello d'oro al naso, cominciò a un tratto a parlare con voce acuta e bisbetica. Quel tale che era con me alzò gli occhi istintivamente a guardarla. Eravamo appena fuori dell'uscio, e stavamo passando dietro la poderosa schiena di Jim. Se fossero stati quei contadini a portarsi dietro il cane giallo non so. In ogni modo il cane c'era, e si ficcava fra le gambe della gente con quel fare silenzioso e furtivo che è dei cani indigeni. Il mio compagno v'inciampò; il cane balzò via senza un guaito, e l'uomo, alzando un poco la voce, disse con una risatina soffocata: 'Guardi là quel cane rognoso!' Subito dopo ci trovammo separati da un gruppo di gente che si era spinta in mezzo a noi. Io mi tirai addietro un momento contro il muro mentre lo sconosciuto, che aveva già finito di scendere i gradini, scomparve. Vidi Jim voltarsi di colpo. Fece un passo avanti e mi tagliò la strada. Eravamo soli; mi guardava con occhi infuocati e un'aria di cocciuta risolutezza. Mi resi conto d'esser nelle sue mani, per così dire, come fossi stato in un bosco solitario. La veranda ormai era vuota, ogni rumore e movimento eran cessati nella sala del tribunale: cadde un grande silenzio; mentre chissà da dove, da qualche remota stanza dell'edificio, una voce di timbro orientale incominciava un abbietto piagnisteo. Il cane, proprio nell'atto che tentava di intrufolarsi nell'uscio, s'accucciò di colpo per cercarsi le pulci. 'Diceva a me?' domandò Jim a voce bassissima, curvandosi in avanti non tanto verso di me, se capite cosa voglio dire, quanto contro di me. Risposi: 'No' immediatamente. Qualcosa nel suono di quella voce pacata mi avvertì di tenermi in guardia. Lo osservai. Il nostro era davvero come un incontro in un bosco: ma più incerto nelle conseguenze, perché lui non voleva certamente la mia borsa né la mia vita... nulla ch'io potessi consegnargli senz'altro, o difendere con la coscienza pulita. 'Già, dice di no,' ribatté torbido, 'ma io ho sentito.' 'Si sbaglia,' protestai, non comprendendo assolutamente cosa volesse dire e senza levargli gli occhi di dosso. Guardarlo in viso era come scrutare un cielo che si annuvola prima d'un rombo di tuono. Impercettibilmente gli calava addosso un'ombra dopo l'altra, e l'oscurità si faceva misteriosamente intensa in quella calma dove andava maturando lo scoppio della violenza. 'Per quel che so non ho aperto bocca,' affermai con assoluta schiettezza. L'assurdità di quella discussione cominciava anche a darmi un poco sui nervi. Mi colpisce il pensiero, adesso, di non esser mai stato in vita mia così vicino a esser picchiato: materialmente picchiato, voglio dire: a forza di pugni. Avevo però un vago presentimento, suppongo, che ci fosse in aria una simile eventualità. Non che Jim mi minacciasse col gesto. Tutt'altro; era stranamente inattivo... capite? ma si curvava in avanti e, benché non fosse eccezionalmente grosso, pareva capacissimo, tutto sommato, di demolire un muro. Il sintomo più rassicurante che notai fu una specie di lenta e pesante esitazione che interpretai come un tributo all'evidente sincerità delle mie maniere e del mio tono. Ci guardammo in faccia. Nel tribunale si stava intanto svolgendo il processo per aggressione. Afferrai le parole: 'Beh... bufalo... bastone... fu tale la mia paura...' 'Cosa voleva dire quel tenermi gli occhi addosso tutta la mattina?' disse Jim finalmente. Mi squadrò e poi riabbassò lo sguardo. 'Si aspettava forse che si restasse tutti quanti a occhi bassi per un riguardo alla sua suscettibilità?' ribattei seccamente. Non avevo nessuna intenzione di menargli buone le sue strampalerie. Alzò di nuovo gli occhi, e questa volta continuò a guardarmi dritto in faccia. 'No. Questo è vero,' dichiarò con l'aria di aver vagliato fra sé la giustezza dell'asserzione. 'Su questo non c'è nulla da dire; e lo sopporterò fino in fondo. Soltanto,' e qui prese un tono più concitato, 'non permetterò a nessuno d'insolentirmi fuori del tribunale. C'era un tale con lei. Lei gli ha parlato... Oh sì... lo so ; d'accordo: si rivolgeva a lui; con l'intenzione però che sentissi anch'io... ' Lo assicurai che era vittima di uno straordinario equivoco. Non avevo idea di come potesse esserci caduto. 'Lei credeva che non avrei avuto il coraggio di risentirmi,' soggiunse con appena una punta di amarezza. Provavo abbastanza interesse alla scena per cogliere anche le minime sfumature della sua espressione; tuttavia non riuscivo ancora a capir nulla, benché un qualcosa in quelle parole, forse soltanto l'intonazione della frase m'inducesse all'improvviso ad accordargli tutte le attenuanti possibili. Quanto v'era d'inaspettato nella situazione cessò d'irritarmi. Doveva sbagliarsi; era vittima di un equivoco; e intuivo che quell'equivoco doveva essere di natura disgraziata e antipatica. Ero ansioso di porre termine alla scena per ragioni di decoro, così come si è ansiosi di tagliar corto a una confidenza non richiesta e vergognosa. Il più buffo era che, in mezzo a tutte queste considerazioni d'ordine superiore, mi accorgevo di provare una certa trepidazione circa la possibilità- anzi la probabilità - che lo scontro andasse a finire in una rissa volgare, di cui sarebbe stato impossibile spiegare le ragioni e che mi avrebbe fatto fare una figura ridicola. Non aspiravo affatto a tre giorni di celebrità come colui che aveva avuto un occhio pesto o qualcosa del genere dall'ufficiale in seconda del Patna. Con ogni probabilità lui era pronto a tutto, e comunque si sarebbe sentito pienamente giustificato ai propri occhi. Non c'era bisogno d'essere indovini per capire che era straordinariamente arrabbiato per qualche cosa, con tutto che le sue maniere fossero tranquille o addirittura torpide. Non nego che non avrei desiderato di meglio che rappacificarlo a qualunque costo, avessi saputo da che parte rifarmi. Ma non lo sapevo, come vi potete immaginar facilmente. Brancolavo in una completa oscurità, senza il minimo barlume. Stavamo l'uno di fronte all'altro in silenzio. Lui sospese il fuoco per circa quindici secondi; poi fece un passo avanti, e io mi preparai a parare il colpo, pur senza muovere un muscolo, credo. 'Anche se fosse grosso come due uomini e forte come sei,' disse pian piano, 'le direi lo stesso cosa penso di lei. Lei...' 'Un momento!' esclamai; e ciò valse a trattenerlo per un secondo. 'Prima di dirmi cosa pensa di me,' ripresi in fretta, 'vuol essere tanto gentile da dirmi cos'ho detto o fatto di male?' Nella pausa che seguì mi esaminò con indignazione, mentre io facevo sforzi soprannaturali di memoria, sforzi resi anche più ardui dal suono della voce orientale che all'interno del tribunale protestava con appassionata volubilità contro l'accusa di mendacio. Poi parlammo quasi contemporaneamente. 'Le farò vedere ben presto che non sono quello che ha detto,' sbottò lui in un tono tale da lasciar credere che si avvicinasse una crisi. 'Dichiaro di non saperne nulla,' esclamavo io con calore nello stesso momento. Cercò di schiacciarmi con un'occhiata di sprezzo. 'Ora che vede che non ho paura cerca di tirarsi indietro,' disse. 'Chi di noi è un cane rognoso adesso... eh?' Allora, finalmente, capii. Mi stava scrutando in faccia come cercasse il posto più adatto per piantarvi un pugno. 'Non permetterò a nessuno...,' borbottò minacciosamente. Era davvero un equivoco orribile: egli si era tradito a fondo. Non so dirvi quanto rimasi male. Credo mi abbia letto in viso qualche riflesso dei miei sentimenti, perché mutò un poco d'espressione. 'Buon Dio!' balbettai, 'non crederà mica che io...' 'Sono sicuro d'aver sentito,' insisté; e per la prima volta dall'inizio di quella scena deplorevole aveva alzato la voce. Poi, con un'ombra di disprezzo, soggiunse: 'Sicché non è stato lei? Benissimo; non mi resta che trovare quell'altro.' 'Non faccia l'imbecille!' gridai esasperato: 'si trattava di tutt'altro.' 'Ho sentito benissimo,' tornò a ripetere Jim con cupa e incrollabile ostinazione. Qualcuno forse avrebbe riso della sua insistenza. Ma io non risi. Oh no! Mai uomo si era più spietatamente scoperto da sé, seguendo l'impulso della propria natura. Era bastata una parola a strappargli di dosso tutto il suo ritegno: quel ritegno più necessario alla decenza del nostro io interno che gli abiti alla decenza del nostro corpo. 'Non faccia l'imbecille!' ripetei. 'Però quell'altro l'ha detto, questo non lo nega, vero?' disse scandendo le parole e guardandomi negli occhi senza batter ciglio. 'No, non lo nego,' feci fissandolo a mia volta. Finalmente il suo occhio seguì verso il basso la direzione che gli accennava il mio indice teso. A tutta prima parve che non capisse, poi che rimanesse confuso, e finalmente stupito e spaventato come se un cane fosse un mostro e lui non ne avesse mai visto uno. 'Nessuno si è sognato d'insultarla,' conclusi. Jim contemplò il disgraziato animale, che immobile come una statua stava seduto con le orecchie dritte e il muso aguzzo rivolto verso la porta. E improvvisamente diede un morso in aria per acciuffare una mosca, come se un meccanismo gli fosse scattato dentro. Guardai il giovanotto. La sua abbronzata carnagione di biondo s'incupì a un tratto sotto la peluria delle guance, il rossore gli invase la fronte, si estese fino alla radice dei capelli ricciuti. Le orecchie gli diventarono d'un rosso acceso, e perfino l'azzurro chiaro dei suoi occhi si fece assai più scuro per l'afflusso improvviso del sangue. Una smorfia gli alterò le labbra che tremarono come fosse sul punto di scoppiare in lagrime. Mi resi conto che l'estrema umiliazione gli impediva di pronunciare una sola parola. Forse c'entrava anche un po' di delusione... chissà? Può darsi che avesse pensato con gioia alle botte che mi avrebbe dato per riabilitarsi, per rimettersi in pace con se stesso. Chi può dire qual sollievo credeva di poter trovare in una rissa eventuale? Era abbastanza ingenuo per aspettarsi qualunque cosa; e invece si era tradito senza motivo. Era stato franco con se stesso con me poi, non ne parliamo neanche - nella pazza speranza di raggiunger così una confutazione efficace: invece le ironiche stelle non gli erano state propizie. Dalla gola gli uscì un suono tronco e profondo, come a un uomo mezzo accoppato da un colpo sul cranio. Era una cosa pietosa. Non lo raggiunsi che quando era già uscito dal cancello. Alla fine dovetti persino trottare un poco, ma quando mi trovai sfiatato al suo fianco accusandolo di voler scappare, disse: 'Mai!', mettendosi subito sulla difensiva. Gli spiegai che non intendevo dire che volesse sottrarsi a me. 'A nessuno... a nessuno al mondo,' affermò con un'espressione ostinata. Mi trattenni dall'additargli quell'unica eccezione evidente, davanti alla quale fuggirebbero anche i più coraggiosi; pensavo che l'avrebbe scoperta prestissimo da sé. Mi guardò pazientemente mentre cercavo qualcosa da dirgli: ma non trovai nulla lì per lì, e lui riprese a camminare. Io gli tenni dietro, e, nell'ansia di non perderlo, gli dissi in fretta che non potevo lasciarlo sotto la falsa impressione del mio... del mio... Balbettavo. La stupidità delle mie parole mi fece inorridire mentre tentavo di dar loro una conclusione; ma l'efficacia di una frase non ha niente a che vedere col suo significato o con la logica della sua costruzione. Quel mio borbottìo idiota sembrò fargli piacere. Lo interruppe per dire, con una placidità cortese che dimostrava un'immensa forza di controllo su se stesso, oppure una meravigliosa elasticità di umore: 'L'errore è tutto mio.' Mi stupii moltissimo di quest'espressione, che sarebbe stata tutt'al più adatta per un incidente insignificante. Ma dunque non aveva capito il significato deplorevole dell'episodio? 'Può ben scusarmi,' soggiunse; e riprese con aria cupa: 'In tribunale, tutta quella gente con gli occhi fissi mi sembrava talmente idiota che... che sarebbe potuto accadere benissimo quello che mi era parso.' Queste parole aprirono improvvisamente alla mia meraviglia un nuovo orizzonte su di lui. Lo guardai con curiosità, ma gli occhi che incontrai erano imperturbati e impenetrabili. 'Non posso tollerare questo genere di cose,' disse molto semplicemente, 'e non intendo tollerarle. In tribunale è diverso: quello lo devo sopportare - e lo posso, anche.' Non dico che lo comprendessi. Le brevi visioni che mi permetteva d'aver di lui erano come quei lembi di paesaggio che appaiono tra le smagliature della nebbia portata dal vento: frammenti di dettagli vividi e subito scomparsi, che non danno nessuna idea logica dell'aspetto complessivo di un panorama. Alimentavano la curiosità senza soddisfarla: non servivano a nulla per orientarsi. Tutto sommato era un essere inafferrabile. Tali le mie conclusioni a suo riguardo quando mi lasciò: il che fu a tarda sera. Io alloggiavo all'Hôtel Malabar per qualche giorno e, cedendo alle mie insistenze, egli vi aveva pranzato in mia compagnia." CAPITOLO 7. "Un postale in viaggio d'andata era entrato in porto quel pomeriggio, e la grande sala da pranzo dell'albergo era più che a metà piena di gente con in tasca biglietti per il giro del mondo al prezzo di cento sterline. C'erano coppie di sposi novelli che a mezzo viaggio avevano già un'aria d'abitudine e di noia reciproca; c'erano gruppi piccoli e grandi, e individui solitari; chi pranzava con solennità e chi faceva chiassose gozzoviglie, ma tutti pensavano, conversavano, scherzavano o erano di malumore proprio come a casa loro, reagendo alle nuove impressioni con la medesima intelligenza dei bagagli depositati nelle loro camere. D'ora innanzi avrebbero portato addosso, come le loro valige, l'etichetta che dimostrava che eran passati per questo o per quel luogo. Avrebbero tenuto cara una simile distinzione, conservando i cartellini incollati sulle valige come documenti indiscutibili, come unica traccia permanente del vantaggio culturale ricavato dalla loro impresa. I camerieri di pelle scura scivolavano leggeri, senza rumore, sul vasto pavimento lucido; di quando in quando si sentiva zampillare la risata di una giovinetta, innocente e vuota come il suo cervello; oppure, in un'improvvisa pausa dell'acciottolìo delle stoviglie, si udivano poche parole pronunciate con voce languida e affettata da qualche bello spirito, che ricamava, per lo spasso d'una tavolata sogghignante, sull'ultimo pettegolezzo di bordo. Due vecchie zitelle nomadi, tutte in fronzoli per il miraggio d'una conquista, studiavano la lista con sostenuta acrimonia: le labbra avvizzite si scambiavano bisbigli, i visi strani e legnosi le facevano simili a spauracchi di lusso. Un po' di vino aprì il cuore di Jim e gli sciolse la lingua. Notai anche che aveva buon appetito. Era come se avesse seppellito chissà dove l'episodio inaugurale della nostra conoscenza: pareva un argomento di cui non si sarebbe parlato mai più in questo mondo. E tutto il tempo avevo di fronte a me quei fanciulleschi occhi azzurri, che guardavano dritto nei miei, quel viso giovane, quelle spalle poderose, quella fronte aperta e abbronzata con una linea bianca sotto la radice dei folti e ricciuti capelli biondi, quell'aspetto che, fin dal primo momento, aveva attirato tutta la mia simpatia: una fisonomia schietta, un sorriso sincero, quella serietà giovanile... Era del ceppo buono; era uno dei nostri. Parlava pacato, con una specie di sobria confidenza e con una tranquilla compostezza che potevano derivare tanto da un autocontrollo virile come da un'impudenza o incoscienza colossale, quanto anche da una duplicità mostruosa. Chi può dirlo? Dal tono della nostra conversazione, si sarebbe potuto credere che parlassimo d'una terza persona, o d'una partita a calcio, o del tempo che faceva l'anno scorso. La mia mente si perdeva in un mare di congetture: finché la piega della conversazione non mi consentì, senza indiscrezione offensiva per il mio interlocutore, di osservare che, tutto sommato, quell'inchiesta doveva riuscirgli abbastanza penosa. Lanciò il braccio attraverso la tovaglia e, afferrando la mano che tenevo accanto al piatto, mi fissò con occhi infuocati. Rimasi proprio sbalestrato. 'Sì, dev'essere terribilmente penoso,' balbettai, tutto confuso da questa muta esplosione di sentimento.' '... è un inferno,' si lasciò sfuggire con voce rauca. Quel gesto, e le sue parole, fecero alzar gli occhi con inquietudine a due turisti elegantissimi, che al tavolo vicino stavano curvi sui loro dolci glassati. Mi alzai, e passammo nella grande galleria esterna per prendere il caffè e fumare un sigaro. Sui tavolini ottagonali ardevano delle candele entro globi di cristallo; ciuffi di piante dalle foglie rigide dividevano in tanti gruppi le accoglienti poltrone di vimini, e fra le colonne abbinate, i cui fusti rossastri riflettevano in lunga fila la luce dei finestroni, sembrava che la notte buia e scintillante pendesse come un drappeggio sontuoso. I fanali di navigazione delle navi occhieggiavano da lontano come stelle al tramonto, e le colline al di là della rada sembravan le rotonde masse di pece d'immobili nuvole temporalesche. 'Non potevo svignarmela,' cominciò Jim. 'Il capitano l'ha fatto... affar suo. Io non potevo e non volevo. Tutti si sono arrangiati in un modo o nell'altro, ma per me non era il caso.' Ascoltavo con attenzione concentrata, non osando muovermi sulla sedia; volevo sapere... ma oggi ancora non so nulla, posso soltanto indovinare. Egli appariva tutt'insieme fiducioso e depresso, come se il convincimento di un'innata innocenza ricacciasse indietro la verità che ad ogni passo gli si contorceva dentro per saltar fuori. La prima cosa che disse, col tono d'un uomo che si riconosca incapace di saltare un muro di sei metri, fu che ormai non sarebbe più tornato a casa: il che mi fece ricordare di quanto mi aveva detto Brierly sul 'vecchio pastore dell'Essex che pareva avesse un debole particolare per quel suo figliolone marinaio.' Non saprei dirvi se Jim avesse coscienza di quel 'debole particolare'; ma il tono come accennava al 'mio babbo' voleva certo dar l'impressione che mai uomo migliore di quel buon vecchio decano campagnolo avesse sentito tutta la responsabilità d'una famiglia numerosa. Questo convincimento Jim non lo manifestava esplicitamente, ma nel suo sottintenderlo si leggeva l'ansia che non sorgessero dubbi in proposito: un'ansia davvero piena di sincerità e di grazia, ma che in quel suo evocare esistenze lontane aggiungeva un senso doloroso agli altri elementi della storia. 'Ormai deve averlo letto in tutti i giornali inglesi,' fece Jim. 'Non potrò mai più guardare in faccia quel povero vecchio.' Non osai alzar gli occhi fino a che non sentii che soggiungeva: 'Non riuscirei mai a spiegargli la verità. Non capirebbe.' Allora lo guardai: fumava con aria assorta; ma dopo un momento si riscosse e riprese a parlare. Manifestò subito il desiderio ch'io non lo confondessi con i suoi complici nel... nel delitto, diciamo così. Non era dei loro, lui, ma di tutt'altra razza. Io non manifestai segno alcuno di dissenso. Non avevo la più lontana intenzione, per amor della nuda verità, di rubargli neanche un atomo di grazia redentrice, se glie n'era toccata in sorte. Non sapevo fino a qual punto credesse alle proprie parole, né a che mirasse (se pur mirava a qualcosa): ho idea che non lo sapesse nemmeno lui, tanto sono convinto che nessuno si rende mai ben conto delle proprie ingegnose gherminelle per sfuggire all'ombra torva della conoscenza di se stesso. Mi guardai dall'aprir bocca mentre egli si chiedeva 'cosa avrebbe potuto fare una volta finita quella stupida inchiesta.' Aveva l'aria di condividere il disprezzo di Brierly verso codesti procedimenti voluti dalla legge. Non avrebbe saputo da che parte voltarsi, confessò: e si vedeva chiaro che, più che parlare con me, stava riflettendo ad alta voce. Perduta la patente, spezzata la carriera, senza danaro per andarsene, credeva che non avrebbe più trovato lavoro di nessuna specie. In patria forse avrebbe potuto rimediare un impieguccio: ma questo significava rivolgersi ai suoi per aiuto, e non voleva farlo. L'unica possibilità era un imbarco come semplice marinaio... forse non gli avrebbero negato un posto di quartiermastro su qualche piroscafo. Sì, il quartiermastro avrebbe potuto farlo... 'Lo crede proprio?' domandai spietatamente. Si alzò di scatto e, avvicinatosi alla balaustra di pietra, si mise a scrutare la notte. Ma quasi subito tornò indietro: dominava con l'alta statura su me seduto, il volto giovanile ancora contratto nella sofferenza di un'emozione contenuta. Aveva capito benissimo che non era della sua capacità a governare una nave che dubitavo. Con voce leggermente tremante mi chiese perché avevo detto così. Ero stato "tanto mai buono" con lui.. Non avevo nemmeno riso di lui quando - e qui incominciò a barbugliare - "quell'equivoco, sa... ho fatto una figura da imbecille". L'interruppi per dire con un certo calore che a me in un equivoco simile non pareva ci fosse nulla da ridere. Sedette e bevve il suo caffè con aria decisa, vuotando la tazzina fino all'ultima goccia. 'Questo non significa ch'io ammetta neppure per un momento che quella definizione mi si adatti,' dichiarò nettamente. 'Davvero?' domandai. 'No,' affermò con tranquilla decisione. 'Lo sa cosa avrebbe fatto lei al mio posto? Lo sa? E sì che lei non si crede un...' (parve che inghiottisse qualcosa) 'non si crede un... un cane rognoso, vero?' E così dicendo - parola d'onore! - mi guardava con aria interrogativa. Era proprio una domanda: una domanda bona fide! Ma non aspettò la risposta. Prima ch'io mi rimettessi, guardando fisso davanti a sé come se leggesse delle parole scritte sulla carne della notte, riprese: 'Tutto sta nell'esser pronti. E io non lo ero... non lo ero ancora, in quel momento. Non cerco scusanti: ma vorrei spiegare... vorrei che qualcuno capisse... qualcuno... una persona almeno! Lei! Perché non lei?' Era una scena un po' solenne e anche un po' ridicola, come sempre lo sono gli sforzi d'un uomo che tenti di salvar dal fuoco la propria personalità etica, quale avrebbe dovuto essere nell'idea ch'egli se ne è fatto: idea preziosa benché si tratti di pura convenzione, di una fra le regole del gioco e nulla più; eppure terribilmente efficace, per quel tanto di illimitato potere che ha sugli istinti naturali e per il terribile prezzo che costano le sue sconfitte. Egli incominciò il suo racconto con abbastanza calma. A bordo di quel piroscafo della Dale Line che aveva raccolto i quattro naufraghi da un battello alla deriva sul semispento fulgore del mare al tramonto, fin dal secondo giorno si erano messi a guardarli di traverso. L'enorme capitano tedesco aveva raccontato non so che storiella, ascoltata in silenzio da' loro salvatori, che lì per lì glie la menarono buona. A nessuno verrebbe in testa di sottoporre a interrogatorio dei poveri naufraghi che si è avuto la fortuna di salvare, se non da una morte crudele, per lo meno da crudeli sofferenze. Dopo, ripensandoci su, forse balenò alla mente degli ufficiali dell'Avondale che nella faccenda potesse esserci qualcosa di losco; ma naturalmente si tennero i loro dubbi per sé. Avevano raccolto il capitano, il secondo, e due macchinisti d'un vapore affondato; e, da persone beneducate, non domandavan di più. Non interrogai Jim sulla natura dei suoi sentimenti durante i dieci giorni che passò a bordo. Da come ne parlava mi era lecito dedurre che fosse rimasto stordito dalla propria scoperta - la scoperta del fondo di se stesso - e che facesse di tutto per cercar di darne una spiegazione esauriente all'unico uomo capace di valutarne la spaventosa enormità. Capitemi bene: non tentava in nessun modo di attenuar l'importanza del fatto. Di questo sono sicuro; e qui sta la sua attrattiva. Delle sue sensazioni quando, sceso a terra, venne a conoscere l'inaspettata conclusione della storia cui aveva preso parte in modo così pietoso non mi disse nulla, ed è difficile immaginarsele. Chissà se si sentì mancare il terreno sotto i piedi? Chissà? Ma certo riuscì a trovare ben presto un nuovo punto di appoggio. Rimase a terra in attesa due settimane intere, nella Casa del Marinaio, dove in quel periodo v'erano altri sei o sette ricoverati, dai quali ebbi occasione di sentir parlare un poco di lui. La loro languida opinione pareva fosse questa, che, a prescindere dagli altri suoi difetti, Jim era un animale sempre ammusonito. Aveva trascorso quelle giornate sepolto in una poltrona a sdraio della veranda, e usciva da quella tomba soltanto nelle ore dei pasti o la sera tardi, per girellare sulle banchine tutto solo, estraneo a quanto lo circondava, incerto e silenzioso come uno spettro a cui manchi una casa dove aggirarsi. "Non credo d'aver rivolto tre parole ad anima viva durante tutto quel periodo", disse, ispirandomi molta compassione; e subito dopo soggiunse: 'Qualcuno di quei tipi si sarebbe certo abbandonato a considerazioni che non avrei saputo tollerare, e non volevo scene. No! Allora, no. Ero troppo... troppo... non mi andava, ecco.' 'Dunque quella paratìa ha resistito, dopo tutto,' osservai allegramente. 'Già,' mormorò, 'ha resistito. Eppure le giuro che l'ho sentita incurvarsi sotto la mia mano.' 'E' straordinario, certe volte, a quali tensioni può reggere il ferro vecchio,' dissi. Gettato all'indietro sulla poltrona, con le gambe rigidamente allungate e le braccia penzoloni, annuì leggermente col capo a più riprese. Non si potrebbe immaginare spettacolo più malinconico. A un tratto rialzò il capo e si drizzò a sedere, dandosi una manata sulla coscia. 'Ah! che occasione perduta! Mio Dio! che occasione perduta!' esclamò con calore; e in quell'ultimo 'perduta' sentii come la vibrazione d'un grido che gli fosse strappato da un dolore fisico. Tornò silenzioso, e nel suo sguardo fisso e lontano c'era una voglia feroce di codesta gloria mancata, mentre le narici gli si dilatavano un attimo ad aspirare l'odore inebriante di quell'occasione andata in fumo. Se credete che io fossi sorpreso o scandalizzato mi fate proprio torto. Ah, era un ragazzo pieno d'immaginazione, quello! Si sarebbe tradito; si sarebbe arreso. Dentro a quel suo sguardo immerso nella notte scorgevo la sua più segreta natura proiettata a capofitto nel regno fantasioso delle aspirazioni temerarie, degli eroismi inauditi. Non pensava nemmeno pl a rimpiangere quel che aveva perduto, tanto era completamente assorbito dal miraggio di ciò che non era riuscito a raggiungere. Era lontanissimo da me, che lo osservavo da un metro di distanza. Attimo per attimo stava penetrando più addentro nel mondo impossibile delle gesta romantiche: e alla fine vi giunse proprio nel cuore! Una strana espressione di beatitudine gli si diffuse in volto, e gli occhi gli luccicarono alla luce della candela che stava fra me e lui; arrivò addirittura a sorridere! Sì, era arrivato proprio nel cuore... nel più profondo cuore di quel mondo! Un sorriso estatico, il suo, che sui vostri visi non si vedrà mai, e nemmeno sul mio, cari ragazzi. Lo ricondussi in un attimo alla realtà, dicendo: 'Se lei fosse rimasto sulla nave, eh?' Volse verso di me due occhi improvvisamente sbigottiti e pieni di dolore, un volto confuso, interdetto, sofferente, come se l'avessi fatto piombar giù da una stella. Né voi né io avremo mai uno sguardo simile. Rabbrividì profondamente, come se la punta d'un dito di ghiaccio gli avesse toccato il cuore. In ultimo sospiro. Io non mi sentivo d'umor compassionevole. Quelle sue sfacciataggini contraddittorie m'irritavano. 'Peccato che non l'abbia saputo prima!' dissi, con le più malvagie intenzioni; ma la mia perfida frecciata cadde senza ferire - gli cadde ai piedi come uno strale esausto, per così dire, ed egli non pensò neanche a raccoglierla. Forse non l'aveva nemmeno veduta. Dopo un poco, sistemandosi più comodamente sulla sdraia, fece: 'Al diavolo! Le dico che si era incurvata. Andavo esplorando con la lampada il ponte inferiore di stiva lungo lo spigolo di ferro, quando una falda di ruggine grande come il palmo della mano si staccò da sé dalla lamiera.' Si passò la mano sulla fronte. 'La falda di ruggine si mosse e saltò via, mentre guardavo, come una cosa viva.' 'Dev'esser stata una brutta impressione, no?' osservai con noncuranza. 'Ma lei crede forse,' ribatté, 'che pensassi alla mia pelle, con centosessanta passeggeri dietro a me profondamente addormentati in quel corridoio del ponte di prua, e parecchi di più a poppa; e altri ancora sopra coperta... addormentati... senza sospettare di nulla.. il triplo di quanti potessero entrarcene nelle scialuppe, anche se ci fosse stato il tempo di calarle in mare? Mi aspettavo di veder la piastra di ferro spaccarsi da un momento all'altro, e l'acqua precipitarsi su di loro, distesi com'erano... Cosa potevo fare?... cosa?' Non facevo fatica a figurarmelo nel buio cavernoso di quell'antro stivato di corpi giacenti, dove la lampada a globo non rischiarava che un breve tratto di quella paratìa che con l'altra faccia sosteneva tutto il peso dell'oceano, ed egli aveva nelle orecchie il respiro di tutti quei dormienti ignari. Lo vedo che fissa la parete di ferro con occhi infuocati, atterrito dalla ruggine che si stacca, sopraffatto dalla certezza di una morte imminente. Tutto questo accadeva, a quanto capii, la seconda volta che era stato mandato a prua dal capitano, soprattutto per allontanarlo, penso, dal ponte di comando. Mi disse che il suo primo impulso era stato quello di gridare, facendo balzar su di colpo dal sonno tutta quella gente terrorizzata; ma lo sopraffece tale un senso della propria impotenza che non fu capace di articolare alcun suono. Questo si deve voler esprimere quando si dice che la lingua s'appiccica al palato. 'Troppo arida,' disse concisamente Jim per spiegare la sua sensazione. Così, in silenzio, si precipitò sopra coperta dal boccaporto numero uno. Una manica a vento lì fuori gli sbatté contro per caso, e Jim si ricordava che il lieve tocco della tela sul suo viso per poco non era bastato a farlo ruzzolare giù per la scaletta. Mi confessò che i ginocchi gli tremavano forte mentre s'era fermato sul ponte di prua a guardare un'altra massa di dormienti. Le macchine erano ormai ferme e gli ultimi sbuffi di vapore uscivano dalla ciminiera con un muggito cupo che faceva vibrar la notte come una corda di contrabbasso. La nave ne tremava tutta. Vedeva qua e là una testa sollevarsi dalla stuoia, una forma vaga drizzarsi a sedere, stare un momento in ascolto piena di sonno, e poi risprofondarsi in quella montuosa confusione di bagagli, verricelli a vapore e ventilatori. Si rendeva conto che quella gente era troppo all'oscuro di tutto per attribuire un significato preciso a quel rumore anormale. La nave di ferro, gli uomini dai visi bianchi, tutto quel che si vedeva e si udiva a bordo, ogni cosa per quella pia e ignorante moltitudine era egualmente strana, tanto degna di fiducia quanto incomprensibile. Gli venne fatto di maledire codesta fiducia cieca: ma era un pensiero tremendo. Dovete ricordarvi che era convinto - e chiunque altro lo sarebbe stato al suo posto - che la nave sarebbe colata a picco da un momento all'altro: le piastre rigonfie, divorate dalla ruggine, che trattenevano l'oceano, dovevano cedere fatalmente tutto d'un colpo, come una diga minata dal di sotto che apra la via a un'improvvisa e travolgente inondazione. Restava immobile a guardare quei corpi distesi, come un condannato cosciente del proprio destino che contemplasse la compagnia silenziosa dei morti. Perché eran già morti: nulla poteva salvarli! C'eran forse scialuppe sufficienti per la metà di loro, ma in ogni modo non c'era tempo. Non c'era tempo! non c'era tempo! Non valeva la pena di aprir la bocca, di muovere una mano o un piede. Prima che avesse potuto urlar tre parole o muovere tre passi, starebbe a dibattersi in un mare reso orribilmente spumeggiante dagli sforzi disperati di esseri umani, echeggiante delle loro angosciate grida d'aiuto. Ma nessun aiuto era possibile. Immaginava perfettamente quel che sarebbe accaduto; l'intera scena gli passò dinanzi agli occhi, mentre se ne restava immobile vicino a quel boccaporto, con la lanterna in mano; l'intera scena gli passò dinanzi agli occhi fino ai minimi, ai più atroci dettagli; e credo che, mentre mi stava raccontando queste cose di cui non poteva parlare in tribunale, quella visione gli si ripresentasse ancora. 'Vidi chiaro come vedo lei adesso che non avrei potuto far nulla, e questo pensiero mi svuotava di vita le membra. Mi dissi che tanto valeva rimanere addirittura dov'ero, e aspettare. Non credevo di avere ancora molti secondi a disposizione...' A un tratto gli sbuffi di vapore cessarono. Quel frastuono faceva impazzire; ma il silenzio diventò subito opprimente, intollerabile. 'Mi pareva che prima ancora d'affogare sarei morto soffocato,' disse. Insisté che non pensò neppure a salvarsi. L'unico pensiero nitido che si formava, svaniva, e tornava a formarsi nel suo cervello era questo: ottocento passeggeri e sette scialuppe; ottocento passeggeri e sette scialuppe. 'Qualcuno parlava a voce alta nella mia testa,' fece, un po fuori di sé. 'Ottocento passeggeri, sette scialuppe... e non c'era tempo! Pensi cosa significa.' Si curvò verso di me attraverso il tavolino, e io cercai di evitare il suo sguardo fisso. 'Crede che avessi paura di morire?' domandò a bassa voce, con una sorta di ferocia. E lasciò cadere la mano aperta sul tavolo con un colpo che fece traballare le tazzine da caffè. 'Sono pronto a giurare che non ne avevo... non ne avevo... per Dio!... no!' Si raddrizzò sulla vita incrociando le braccia; il mento gli cadde sul petto. Un leggero acciottolìo di stoviglie giungeva attutito fino a noi dai finestroni. Ci fu uno scoppio di voci, e un gruppo di gente allegra uscì nella galleria scambiandosi umoristiche reminiscenze sui somarelli del Cairo. Un giovanotto pallido e con l'aria inquieta che camminava senza rumore sulle lunghissime gambe, era preso in giro da un globe-trotter pettoruto e rubicondo a proposito dei suoi acquisti al bazar. 'No, via... credi che mi sia lasciato mettere in mezzo fino a questo punto?' domandò in tono deciso e caloroso. La brigata si allontanò, rovesciando due seggiole al passaggio; fiammeggiarono dei cerini, illuminando per un secondo dei volti completamente inespressivi e la lucida superficie piatta degli sparati bianchi; il brusìo di molte conversazioni animate dal calore del banchetto mi parve un suono assurdo e infinitamente remoto. 'Qualche marinaio dormiva sul boccaporto numero uno, a portata del mio braccio,' riprese Jim. Dovete sapere che su quella nave si montava la guardia all'uso Kalashee; la notte l'intero equipaggio dormiva, e non si faceva il cambio che dei quartiermastri e delle vedette. Jim fu tentato di afferrare e scuotere per la spalla il 'lascar' più vicino, ma non lo fece. Qualcosa gli tenne fermo il braccio lungo il fianco. Non aveva paura... oh, no! solo che non poteva... ecco tutto. Forse, infatti, non aveva paura della morte, ma ve lo diro io di che aveva paura: aveva paura del disastro. La sua maledetta immaginazione gli aveva evocato tutti gli orrori di un panico, il precipitarsi furioso, le urla pietose, le scialuppe stracariche che imbarcavano acqua - tutti insomma gli atroci episodi d'un disastro in mare, quali li conosceva da letture e racconti. Forse a morire era rassegnato; ma suppongo che volesse morire senza terrori in soprappiù, silenziosamente, in una specie di coma tranquillo. Una certa qual attitudine alla morte non è poi tanto rara, ma raro è incontrar uomini la cui anima, chiusa nell'impenetrabile e ferrea armatura della risolutezza, siano pronti a combattere fino all'ultimo una battaglia perduta: il desiderio di pace aumenta via via che la speranza svanisce, finché giunge a superare il desiderio stesso di vivere. Chi di noi non ha osservato questo fatto, o non ha addirittura provato in se stesso un po' di questo sentimento: un'estrema stanchezza delle emozioni, L'inanità dello sforzo, l'immenso desiderio di riposo? Coloro che lottano contro forze brute lo conoscono bene: i naufraghi abbandonati sulle scialuppe, i viaggiatori sperduti nei deserti, tutti gli uomini che combattono contro le potenze cieche della natura o contro la stupida brutalità delle folle". CAPITOLO 8. "Quanto tempo rimase immobile vicino al boccaporto, aspettandosi da un istante all'altro di sentir la nave sprofondarglisi sotto i piedi e un fiotto d'acqua investirlo alle spalle, sballottarlo di qua e di là come un fuscello, non lo saprei dire. Certo non molto... forse due minuti. Un paio d'uomini che non riuscì a distinguere cominciarono a discorrere con voce assonnata, e gli giunse all'orecchio, non sapeva da dove, uno strano scalpiccìo. Ma sovrastante a codesti lievi rumori c'era quella calma terribile che precede le catastrofi, quel silenzio insostenibile che si fa un attimo prima del crollo; allora gli balenò nella mente che forse avrebbe avuto il tempo di precipitarsi a tagliar tutte le cime dei paranchi, in modo che, affondando la nave, le scialuppe si trovassero a galleggiare per conto loro. Il Patna aveva un ponte di comando più lungo che per solito non usi, e tutte le scialuppe si trovavano lassù, quattro da una parte e tre dall'altra; la più piccola era sospesa sulla sinistra, quasi di traverso all'apparato di governo. Jim mi assicurò, con evidente ansia d'esser creduto, che si era sempre preoccupato con ogni diligenza di tenerle pronte per l'uso. Conosceva il suo dovere. E' probabile che, da questo punto di vista, fosse un bravo ufficiale. 'Mi è sempre parsa una buona cosa tenersi pronti al peggio,' soggiunse fissandomi inquieto. Annuii con aria di approvazione, ma distogliendo gli occhi dallo spettacolo di quell'astuzia malfida. Incominciò a correre con difficoltà. Dovette scavalcar delle gambe, stare attento a non inciampare contro delle teste. Al un tratto qualcuno lo afferrò per le falde della giacca, mentre una voce angosciata gli parlava di sotto al gomito. Il raggio della lampada che teneva nella destra cadde sopra un viso rivolto in su, i cui occhi erano supplichevoli come la voce. Con quel poco che Jim aveva imparato della lingua dei pellegrini, capì la parola acqua ripetuta varie volte con insistenza, in tono di preghiera, quasi di disperazione. Diede uno strattone per liberarsi, e sentì che un braccio gli si avvinghiava a una gamba. 'Mi teneva stretto come quando uno sta affogando,' disse con tono mordente. 'Acqua, acqua? Di che acqua voleva parlare? Cosa sapeva? Con quanta calma potei, gli ordinai di lasciarmi. Mi tratteneva, il tempo stringeva, altra gente cominciava ad agitarsi: avevo bisogno di tempo... di tempo per sciogliere le scialuppe. Poi mi afferrò la mano, e capii che stava per mettersi a gridare. Mi balenò alla mente che sarebbe bastato questo per provocare un panico, e allora col braccio libero gli sbattei il lume sulla faccia. Il vetro tintinnò, la fiamma si spense, ma il colpo gli fece lasciar presa, e io corsi via... Volevo raggiungere le scialuppe; volevo raggiungere le scialuppe. Quegli mi saltò addosso alle spalle. Mi voltai. Non voleva smetterla; cercò di gridare; e prima di capire cosa volesse l'avevo già mezzo strangolato. Dell'acqua, voleva... acqua da bere! Perché deve sapere che eran tenuti strettamente a razione, e quello aveva con sé un ragazzetto che avevo notato varie volte. Ora il bambino era malato... aveva sete. Egli mi aveva visto passare, e mi supplicava di dargli un po' d'acqua. Ecco tutto. Eravamo sotto al ponte di comando, nel buio. Continuava a stringermi i polsi: non c'era modo di liberarsene. Mi precipitai nella mia cabina, afferrai la borraccia e glie la misi in mano. Scomparve. Non mi ero accorto fino allora quanto bisogno avessi anch'io di bere.' Si appoggiò a un gomito con una mano sugli occhi. Una specie di brivido mi corse giù per la schiena; c'era qualcosa di strano, in tutto questo... Le dita che gli nascondevan la fronte tremavano leggermente. Ruppe il breve silenzio. 'Cose come queste succedono una volta sola nella vita d'un uomo, e... Bene: allorché raggiunsi finalmente il ponte dl comando, quei mascalzoni stavano calando una scialuppa giù dai paranchi. Una scialuppa! Io correvo su per la scaletta quando un colpo pesante, passandomi a un pelo dalla testa, mi cadde sulla spalla. Ma non bastò a fermarmi; e il capo macchinista - erano riusciti a tirarlo fuori dalla sua cuccetta - alzò di nuovo su di me il poggiapiedi della scialuppa. Non so perché, ma non mi sorprendevo più di nulla. Mi sembrava tutto naturale... e orribile... orribile. Scansai quel miserabile pazzo, poi saltandogli addosso lo sollevai su dal ponte come fosse stato un bambino, e lui cominciò a sussurrarmi, mentre lo tenevo così in braccio: - No! mi lasci! Credevo fosse un di quei negri -. Lo scaraventai lontano: ruzzolando lungo il ponte andò a finir tra le gambe di quell'altro omettino, il secondo macchinista, e lo fece cadere a sua volta. Il capitano, che si dava da fare intorno alla scialuppa, si voltò e mi venne contro a testa bassa, grugnendo come un animale selvatico. Io rimasi immobile come una roccia. Ero duro, lì in piedi, duro quanto questo': e batté leggermente con le nocche sul muro vicino alla sua poltrona. 'Mi pareva d'aver già sentito, già visto, già vissuto tutto questo venti volte. Non avevo paura di loro. Tirai indietro il pugno pronto a colpire, e lui si fermò di colpo, borbottando: - Ah, è lei. Mi dia una mano, presto! -. Ecco cosa disse: PRESTO! Come se si fosse potuto fare abbastanza presto! - Sicché lei non ha intenzione di far qualcosa? - domandai. - Sì. Di squagliarmela -, sogghignò senza voltarsi. Non credo d'aver capito lì per lì cosa intendesse dire. Gli altri due si erano ormai rimessi in piedi, e si precipitavano insieme sulla scialuppa. Pestavano i piedi, ansavano, facevan forza di spalle, maledicevano la scialuppa, la nave, si maledicevano a vicenda... e maledicevano me. Tutto a bassa voce. Io non mi muovevo, non dicevo nulla. Tenevo d'occhio la pendenza del piroscafo. Stava immobile come lo sostenessero i puntelli in bacino di carenaggio... soltanto che stava così.' Alzò una mano col palmo verso il basso, inclinando la punta delle dita. 'Così,' ripeté. 'Davanti a me vedevo, chiara come un tocco di campana, la linea dell'orizzonte, al disopra della ruota di prua; vedevo laggiù l'acqua nera e lucente, quieta... quieta come uno stagno, mortalmente quieta, più di quanto fosse mai stata... più di quanto potessi sopportar di vederla. Ha mai visto, lei, un piroscafo con la prua in giù, che non va a picco perché una piastra di ferro vecchio regge ancora... regge, ma e troppo marcia perché si possa puntellarla? L'hai mai visto? Eh, già, puntellarla! Ci pensai... pensai tutto quello che si può pensare; ma è possibile puntellare una paratìa in cinque minuti?... o anche in cinquanta, del resto? Dove avrei trovato gli uomini da far scendere nella stiva? E il legname... il legname? Avrebbe avuto il coraggio, lei, di dare il primo colpo di martello, dopo aver veduto quella paratìa? Non mi dica di sì; lei non l'ha veduta; nessuno avrebbe avuto il coraggio. Al diavolo!... per fare una cosa simile, si sarebbe dovuto credere a una possibilità: almeno a una su mille; all'ombra di una possibilità: e neanche lei ci avrebbe creduto. Nessuno ci avrebbe creduto. Lei mi giudica un cane rognoso perché sono rimasto lì senza far niente, ma cosa avrebbe fatto lei? Cosa? Non si sa... nessuno può saperlo. Bisogna avere almeno il tempo di guardarsi intorno. Cosa vuole che facessi? Bell'atto di bontà sarebbe stato far impazzire di paura tutta quella gente che da solo non potevo salvare... che nulla poteva salvare! Senta: come è vero che son seduto su questa poltrona...' Ogni due o tre parole ansimava lanciandomi rapide occhiate, come se, nella sua angoscia, volesse leggermi in viso l'effetto che produceva. Non stava parlando a me; parlava soltanto davanti a me, alle prese con una personalità invisibile, con un antagonista ormai inseparabile dalla sua esistenza: con un altro padrone dell'anima sua. Queste erano quistioni che esulavano dalla competenza d'un tribunale; era una controversia grave e sottile sulla più vera essenza della vita, e non richiedeva un giudice. Egli aveva bisogno d'un alleato, d'un aiutante, d'un complice. Mi rendevo conto che stavo correndo il rischio di lasciarmi circuìre, acciecare, prendere in trappola, forse obbligare con la violenza ad assumere una parte precisa in quella disputa, che non aveva conclusione possibile se si voleva esser giusti verso tutti gli elementi in campo: sia verso i diritti dell'onesto quanto verso le esigenze dell'essere abbietto che è in noi. Non posso spiegare, a voi che non avete conosciuto Jim e che sentite le sue parole soltanto dalla mia bocca, il contrasto dei miei sentimenti. Era come se mi si obbligasse a comprendere l'Inconcepibile - e non conosco disagio paragonabile a quello d'una sensazione simile. Mi si obbligava a contemplar quanto di convenzionale si annida in ogni verità e la fondamentale sincerità della menzogna. Si faceva appello in una volta sola a tutti i lati della mia coscienza... al lato che sta perpetuamente rivolto verso la luce del sole, e a quel lato di noi che, come l'altro emisfero della luna, esiste segretamente in un'oscurità perenne, e i cui orli soltanto sono sfiorati a momenti da una spaventosa luce cinerea. Egli mi dominava: lo confesso, lo confesso. Il fatto in sé era oscuro, insignificante... quei che volete: un giovane finito male, uno fra un milione di suoi simili... ma era uno dei nostri! L'incidente era privo d'importanza come un formicaio allagato: e tuttavia il mistero dell'atteggiamento di Jim s'impossessò di me come se egli fosse stato in prima fila fra i suoi pari, come se l'oscura verità della sua condotta avesse un tal peso da influire sul concetto che di se stessa può farsi l'umanità..." Marlow s'interruppe per riaccendere il sigaro morente. Per un istante parve aver completamente dimenticato quel che stava dicendo; poi all'improvviso riprese: "La colpa era mia, si capisce. Non bisognerebbe mai interessarsi davvero alle cose. E' una mia debolezza. La sua invece era d'un altro genere. La mia debolezza consiste nel non avere occhio critico per tutto ciò che è accidentale, esteriore: nessuna capacità di distinguere tra la cesta del cenciaiolo e la biancheria fine del mio prossimo. Il mio prossimo... dico bene. Ho incontrato tanti uomini!" soggiunse Marlow con una passeggera sfumatura di malinconia..., "li ho incontrati anche con una certa... una certa... violenza, diciamo; come quel ragazzo lì, per esempio... e ogni volta non ho saputo vedere in essi che l'essere umano. Un maledetto modo democratico di vedere, che varrà anche più della cecità totale, può darsi, ma non mi è stato mai di nessun vantaggio... ve lo posso assicurare. Gli uomini si aspettano che si faccia gran conto della loro biancheria fine; io invece non sono mai riuscito a entusiasmarmi per queste faccende. Oh! è un difetto, lo so: è un difetto; poi capita una serata soave, un gruppo di amici troppo indolenti per giuocare a whist... e un racconto..." S'interruppe di nuovo, forse per aspettare una riflessione incoraggiante: ma nessuno aprì bocca. Soltanto il padrone di casa, quasi adempisse contro voglia a un dovere, mormorò... "Sei così cavilloso, Marlow!" "Chi, io?" replicò Marlow a bassa voce. "Oh no! ma 'lui' sì che lo era; e benché faccia di tutto per portare a buon fine questa storia, mi sto lasciando sfuggire una quantità di sfumature... troppo sottili, troppo difficili da rendere in parole scolorite. Perché complicava le cose, a furia d'essere così semplice, lui... il più semplice dei poveri diavoli!... Perdiana! Era stupefacente. Se ne stava lì seduto dinanzi a me dicendomi che, così come lo vedevo, non avrebbe avuto paura di affrontar nulla al mondo... e sono sicuro che ci credeva. Vi dico che era una cosa di un'innocenza favolosa, ed anche enorme, enorme! Lo tenevo d'occhio senza parere, proprio come se lo sospettassi intenzionato a farmi un brutto colpo. 'Se il gioco è leale,' affermava con sicurezza, 'ma leale davvero;' intendiamoci, non c'era nulla che lo potesse spaventare. Fin da quando era 'alto così' - un ragazzino, proprio - si era preparato a tutto quel che può capitare in terra e per mare. Era orgoglioso di questa specie di previdenza. Si era rappresentato ogni sorta di pericoli e tutti i modi di pararli, aspettandosi sempre il peggio e sempre di sé dando il meglio. Dev'esser stata, la sua, l'esistenza di un esaltato. Ve l'immaginate? Una sequela di avventure, uno splendore di gloria, una marcia continuamente vittoriosa; e ogni giorno della sua vita interiore trionfalmente dominato dal sentimento profondo della propria sagacia. In quel momento era del tutto fuori dalla realtà; gli luccicavano gli occhi; e ad ogni sua parola il mio cuore, sempre più penetrato dalla luce della sua mentalità assurda, mi si faceva più pesante nel petto. Non avevo voglia di ridere; e tuttavia, per paura di sorridere, mi diedi un'espressione stolida. Jim incominciò ad irritarsi. 'E' sempre l'inaspettato a succedere,' osservai in tono propiziatorio. La mia ottusità lo fece uscire in un 'puah!' sprezzante. Probabilmente voleva dire che l'inaspettato non poteva toccarlo; nel suo stato di preparazione perfetta, soltanto l'inconcepibile poteva aver la meglio su di lui. Era stato preso alla sprovvista... e mormorò fra i denti una maledizione contro le acque e il firmamento, contro la nave, contro gli uomini. Tutto lo aveva tradito! Con l'inganno era stato ridotto a quella specie di altera rassegnazione che gli impedì di muovere anche un dito, mentre quegli altri, che al contrario si rendevano chiarissimo conto delle necessità impellenti, si montavano addosso, sudavano, si arrabbattavano da disperati intorno alla scialuppa. Qualcosa si era guastato proprio all'ultimo momento. Sembra che, nella furia, fossero riusciti in qualche misteriosa maniera a bloccar la chiavarda scorrevole d'uno dei paranchi della prima scialuppa, e così, davanti a quella catastrofe, avevan finito di perdere quel po' di testa che ancora avevano. Doveva essere un bello spettacolo, sulla nave immobile, galleggiante in pace nel silenzio d'un mondo addormentato, il dimenarsi indiavolato di quei miserabili che si agitavano per far presto a liberare la scialuppa, si trascinavano a quattro zampe, e si rialzavano in piedi disperati, tiravano, spingevano, si scambiavano ringhiando insulti velenosi, pronti a uccidere, sul punto di scoppiare in pianto, e che dal prendersi l'un l'altro alla gola tratteneva soltanto la paura della morte, silenziosa alle loro spalle come un sorvegliante inflessibile, con gli occhi di ghiaccio. Oh sì, doveva essere un bello spettacolo! Jim l'aveva veduto, e poteva parlarne con disprezzo e amarezza; ne aveva afferrato i minimi dettagli per mezzo d'un sesto senso, direi, perché mi giurò che si era tenuto da parte senza gettare un'occhiata né sugli uomini né sulla scialuppa... neanche un'occhiata. E ci credo. Doveva esser troppo occupato a osservare l'inclinazione minacciosa della nave, quella sospesa minaccia rivelatasi nel bel mezzo della più perfetta sicurezza; troppo affascinato dalla spada che pendeva per un filo sulla sua testa immaginosa. Nulla al mondo che si muovesse dinanzi ai suoi occhi; nulla che gli impedisse di rappresentarsi l'improvviso balzo all'insù dell'orizzonte buio, il subitaneo impennarsi della vasta pianura del mare, il rapido, silenzioso sollevamento, lo schianto brutale, la stretta dell'abisso, la lotta senza speranza, la luce delle stelle che gli si sarebbe rinchiusa per sempre sul capo come la pietra d'un sepolcro, la ribellione della sua giovane vita, la fine nera. Sapeva figurarselo benissimo. Perdiana! E chi non avrebbe saputo? Dovete anche ricordarvi che su quel particolare terreno era un artista compiuto, un povero diavolo dotato di un'antiveggenza fulminea. Le visioni suscitategli da codesta facoltà davanti agli occhi della fantasia l'avevan mutato dalla pianta dei piedi alla nuca in una gelida pietra; ma nella sua testa c'era una danza infuocata d'idee, un turbine d'idee zoppe, cieche, mute... una ridda di ripugnanti mutilati. Non vi ho detto che si confessava a me come se io avessi avuto il potere di legare e di sciogliere? Si scavava profondo nel cuore, sperando in una assoluzione, che non gli sarebbe servita a nulla. Il suo era uno di quei casi che nessuna solenne menzogna avrebbe potuto placare; a cui nessuno può prestar rimedi; uno di quei casi in cui lo stesso Creatore sembra abbandonare il peccatore alle proprie risorse. Stava sulla dritta del ponte, lontano il più possibile da quegli uomini curvi sulla scialuppa, accaniti al fatto loro con un'agitazione da forsennati e una cautela da cospiratori. I due Malesi non avevano mollato la barra. Immaginatevi gli attori di quel dramma del mare, di quell'episodio unico, grazie a Dio!... i quattro uomini esausti di sforzi, selvaggi e furtivi, e gli altri tre che li guardavano immobili come statue davanti ai tendoni che coprivano la profonda inconsapevolezza di centinaia di esseri umani, addormentati nella loro stanchezza, nei loro sogni, trattenuti da una mano invisibile sull'orlo dell'abisso. Che fossero proprio sull'orlo dell'abisso, date le condizioni della nave, per me è assolutamente fuori dubbio; nessuna avaria avrebbe potuto esserle altrettanto fatale. Quei disgraziati intorno alla scialuppa avevano tutte le ragioni di perder la testa dal terrore. Francamente, mi ci fossi trovato, non avrei dato un soldo per l'eventualità che la nave restasse a galla fino al seguente minuto secondo. Eppure galleggiava! Quei pellegrini addormentati erano destinati a seguitare il loro pellegrinaggio fino all'amarezza di un'altra fine. Si sarebbe detto che l'onnipotenza da cui invocavano misericordia avesse bisogno per qualche momento ancora della loro umile testimonianza su questa terra, e avesse chinato gli occhi sull'oceano con un gesto di comando: 'Non voglio!' La loro sopravvivenza mi colpirebbe come un miracolo inesplicabile, se non sapessi quanta resistenza possano avere i ferri vecchi resistenza analoga a quella di certe carcasse umane incontrate qua e là, ridotte a un'ombra, e che pure sopportano ancora tutto il peso della vita. Non è per me la sorpresa minore di quei venti minuti il comportamento dei due timonieri. Facevano parte di quel gregge variopinto di indigeni menato da Aden per venire a testimoniare all'inchiesta. Uno di essi, giovanissimo, lottava contro un'estrema timidezza, e la sua faccia glabra, giallastra e gioviale, lo faceva ancora più giovane di quel che fosse. Ricordo perfettamente che Brierly gli fece domandare dall'interprete che cosa avesse pensato in quel momenti; e l'interprete, dopo un breve colloquio, volgendosi alla Corte con aria importante: 'Dice che non pensava niente.' L'altro, con i suoi occhi remissivi che sbatteva continuamente, col suo fazzoletto di cotone azzurro, scolorito dai molti lavaggi e annodato con arte su una massa di ciocche grigie, aveva un viso scavato da dure pieghe, e una pelle bruna che faceva sembrare più scura una rete di rughe; aveva coscienza che una sciagura si era abbattuta sulla nave: ma non aveva ricevuto ordini: per lo meno non se ne ricordava: perché avrebbe dovuto lasciar la barra? Di fronte a più precise domande gettò indietro le magre spalle, e dichiarò che non lo aveva neanche sfiorato l'idea che gli uomini bianchi potessero aver abbandonato la nave per paura della morte. Non ci credeva ancora. Potevano aver avuto ragioni segrete. Scuoteva la vecchia testa con l'aria di chi la sa lunga. Certo! ragioni segrete... Era uomo d'esperienza, e voleva far capire a quel Tuan lì - si volse verso Brierly, che non alzava il capo - che lui ne aveva imparate tante in tanti anni al servizio di uomini bianchi sul mare; e, improvvisamente, con agitazione febbrile, scaricò sulla nostra attenzione ansiosa un fiotto di nomi che suonavano strani, nomi di capitani scomparsi, nomi dalle consonanze familiari e storpiate e velieri dimenticati, come se la mano del tempo vi avesse gravato sopra da secoli. Finirono col farlo tacere. Il silenzio cadde sul tribunale - un silenzio totale che durò oltre un minuto prima di risolversi in un mormorio profondo. L'episodio fu l'avvenimento sensazionale della seconda udienza e scosse tutto il pubblico, tutti fuorché Jim, il quale sedeva aggrondato all'estremità del primo banco, e non alzò mai gli occhi su quel testimone strano e terribile che sembrava seguire un suo misterioso metodo di difesa. Così quei due lascar erano dunque rimasti alla barra della nave senza governo, e ve li avrebbe trovati la morte, se tale fosse stato il loro destino. I bianchi non li degnarono nemmeno di uno sguardo; probabilmente si erano dimenticati della loro esistenza. Jim non se ne ricordava certamente più. Ricordava soltanto di non poter far nulla, ora che era solo. Altro non rimaneva che scomparire con la nave. A che scopo far del chiasso? A che scopo? Aspettava in piedi, senza una parola, irrigidito in un'attitudine di eroico riserbo. Il capo macchinista gli corse incontro in punta di piedi attraverso il ponte di comando e lo tirò per la manica. 'Venga a aiutarci! Per amor di Dio venga a aiutarci!' Corse di nuovo verso la scialuppa in punta di piedi, ma poi tornò subito indietro a tirarlo per la manica, supplicando e bestemmiando. 'Credo che mi avrebbe baciato le mani,' diceva Jim, violento, 'e, subito dopo, cominciò a schiumare di rabbia, bestemmiandomi in faccia: - Se avessi tempo sarei felice di spaccarle la testa.- Lo respinsi. A un tratto mi afferrò per il collo. Maledetto! Lo colpii. Lo colpii senza guardare. - Allora non vuol salvarsi la vita, lei... maledetto vigliacco! singhiozzava. Vigliacco! Mi chiamò maledetto vigliacco! Ah! ah! ah! ah! mi chiamò... ah! ah! ah!...' Si era rovesciato indietro, in un convulso di riso. Non avevo mai udito in vita mia un riso così amaro. Cadeva come un vento malefico sopra l'allegria delle chiacchiere sugli asinelli, sulle piramidi, sui bazar, e tutto il resto. Nella penombra della lunga galleria le voci tacquero, le macchie pallide dei visi si volsero tutte insieme verso di noi e si fece un così profondo silenzio che il tintinnìo di un cucchiaino caduto sul pavimento della veranda lo riempì di un piccolo rumore argentino. 'Non rida così, con tutta questa gente intorno,' protestai con aria di rimprovero. 'Fa un brutto effetto, sa.' Da principio parve non aver sentito; ma fissò un attimo sul vuoto uno sguardo che, senza vedermi, contemplava una visione orribile, e borbottò con noncuranza: 'Oh, crederanno che sono ubriaco.' E, dopo, a guardarlo, si sarebbe pensato che non avrebbe più detto una parola. Ma... neanche per sogno! Non poteva smettere di parlare, ora, più di quanto non avrebbe potuto smettere di vivere per pura forza di volontà". CAPITOLO 9. "'Io dicevo tra me: - E va' a fondo... maledetta! Va' a fondo! -' Con queste parole riprese il discorso. Non desiderava se non che fosse finita. Gli altri con disprezzo lo avevano lasciato da parte, ed egli nella sua testa lanciava questa apostrofe alla nave in tono di invocazione e d'imprecazione, mentre, e nello stesso tempo, gustava il privilegio di esser testimonio di scene- a mio parere - di bassa commedia. Quelli continuavano ad arrabattarsi intorno alla chiavarda. Il capitano dava ordini. 'Buttatevi là sotto e cercate di sollevarla;' e gli altri naturalmente si schermivano. Capirete che trovarsi appiattiti sotto la chiglia di una scialuppa non è una posizione ideale, con una nave che può affondare da un momento all'altro. 'Perché non ci va lei... lei - il più forte?' guaì il piccolo macchinista. 'Gott-for dam! Sono troppo grosso,' borbottò il capitano disperato. Era buffo da far piangere gli angeli. Rimasero lì immobili un momento, e poi a un tratto il capo macchinista si buttò contro Jim. 'Venga a aiutare, lei! E' matto a voler gettare via l'unica sua speranza? Venga a aiutare, lei! lei! Guardi... guardi!' E finalmente Jim guardò verso poppa dove l'altro indicava con insistenza di maniaco. Vide un silenzioso tendone nero che s'era già mangiato un terzo del cielo. Sapete come vengono su quei nembi da quelle parti, in quella stagione. Prima si vede oscurarsi appena appena l'orizzonte - niente altro; poi si alza una nuvola opaca come un muro. Un orlo diritto di vapore sfrangiato da luccicori lividi e giallastri monta da sudovest, ingoiandosi le stelle a intere costellazioni; la sua ombra vola sulle acque, e confonde mare e cielo in un unico abisso di oscurità. E tutto è calmo. Né tuoni né vento né rumori; non un bagliore di lampi. Poi nella tenebrosa immensità appare una cappa livida; una o due onde lunghe, quasi il fiatare della stessa oscurità, passano veloci, e improvvisamente vento e pioggia si abbattono insieme con particolare impetuosità, come se avessero sfondato un ostacolo solido. Una di codeste nuvole s'era levata senza che ci avessero fatto caso. Ora la scorsero, si resero esattamente conto che, se nella calma assoluta c'era qualche possibilità che la nave restasse a galla ancora qualche minuto, non appena il mare si fosse mosso le avrebbe dato subito il colpo di grazia. Il suo primo sbandamento avanti il rompersi di uno di quei nembi sarebbe stato anche l'ultimo, si sarebbe risolto in un tuffo, si sarebbe, per così dire, prolungato in un lungo inabissarsi, giù giù, fino in fondo. Donde quei loro scossoni di paura, quei nuovi gesti buffoneschi con cui dimostravano che non eran disposti a morire. 'Era nera, nera,' continuava Jim con una calma tetra. 'Ci era venuto su, sornione sornione alle spalle, quel dannato! In fondo al cervello mi doveva essere rimasta un'ombra di speranza. Non so. Ma ormai era finita. Mi esasperava di trovarmi preso così. Ero furibondo di sentirmi in trappola. E c'ero in trappola! Mi ricordo che la notte era calda, molto: non un soffio d'aria.' Se ne ricordava così bene, che, ansimando sulla sua poltrona, sembrava sudare e soffocare davanti ai miei occhi. Certo che il nembo lo aveva esasperato: lo aveva messo a terra una seconda volta, per modo di dire - ma gli aveva anche fatto tornare in mente lo scopo importante che lo aveva spinto a precipizio sul ponte e che lì poi gli era svanito subito dalla mente. Voleva liberare le scialuppe di salvataggio. Tirò fuori il coltello e si mise a dar di taglio come se non avesse veduto nulla, udito nulla, e non conoscesse nessuno a bordo. Gli altri pensarono che gli avesse dato di volta il cervello e che fosse matto senza rimedio, ma non osarono protestare a voce alta contro quell'inutile perdita di tempo. Quando ebbe terminato, tornò nel punto preciso da cui si era mosso. Il capo macchinista era lì, pronto ad afferrarlo e a sussurrargli, con la testa vicino alla sua, rabbiosamente, come se volesse mordergli l'orecchio... 'Imbecille! E lei crede di avere un'ombra di probabilità di salvarsi quando quel branco di bestie saranno nell'acqua? La prenderanno a colpi in testa da codeste scialuppe.' E si torceva le mani, accanto a Jim che non gli badava menomanente. Il capitano continuava a battere i piedi borbottando: 'Martello! Martello! Mein Gott! andate a prendere un martello ' Il piccolo macchinista piagnucolava come un bambino, ma, con tutto il suo braccio rotto, si dimostrò meno vigliacco degli altri, pare; perché in realtà trovò tanto coraggio da correre ubbidientemente nella sala macchine. Non è cosa da poco, a voler esser giusti con lui, questa. Jim mi disse che lanciava occhiate di disperazione come uno messo alle strette, aveva dato soltanto un gemito sordo, e era corso via. Tornò immediatamente, incespicando, col martello in mano, e senza fermarsi si gettò sulla chiavarda. Gli altri abbandonarono subito Jim e corsero ad aiutarlo. Jim udì i colpi del martello, e il rumore della zeppa che cadeva. La scialuppa era libera. Soltanto allora si voltò a guardare - soltanto allora. Ma mantenne le distanze... mantenne le distanze. Desiderava farmi capire che manteneva le distanze; che non c'era nulla in comune fra lui e quegli uomini... quelli del martello. Assolutamente nulla. Molto probabilmente si sentiva separato da loro da uno spazio insuperabile, da un abisso senza fondo. Si teneva alla massima distanza da loro... l'intera larghezza della nave. Teneva i piedi abbarbicati in quel punto isolato e gli occhi fissi sul gruppo indistinto di quegli uomini curvi che avevano strani ondeggiamenti nell'angoscia collettiva della paura. Una lampada portatile appesa a un sostegno sopra un tavolino messo sul ponte di comando - il Patna non aveva una cabina di guardia a mezza nave - gettava un po' di luce sulle loro spalle tese nello sforzo, sull'oscillare delle loro schiene arcuate. Spingevano la scialuppa da prua, la spingevano avanti nella notte; spingevano, e non si curavano più di lui. Lo avevano lasciato perdere come se veramente fosse stato tanto lontano e senza rimedio separato da loro, da non meritare neanche un richiamo, uno sguardo, un cenno. Non avevano tempo di voltarsi a osservare il suo eroismo passivo, di sentire l'aculeo della sua astensione. La scialuppa era pesante; la spingevano da prua senza che avanzasse fiato per una parola d'incitamento; ma l'orgasmo di terrore che aveva disperso il loro coraggio come pula al vento, trasformava i loro sforzi disperati in una specie di farsa. Una vera farsa da pagliacci in un circo. Spingevano con le mani, con la testa, spingevano disperatamente con tutto il peso del corpo, spingevano con tutta la forza della loro anima - se non che, appena riuscivano con la prua a oltrepassare la gru, smettevano tutti come un sol uomo, si arrampicavano per gettarsi come matti nella barca. La scialuppa, manco a dirlo, tornava indietro di colpo, rigettandoli a terra senza rimedio, e ammucchiandoli uno contro l'altro. Per un poco rimanevano lì intontiti, scambiandosi in un feroce brontolìo gli epiteti più infamanti che venivano loro alla bocca, e poi riprendevano da capo. Per tre volte si ripeté la scena. Jim me la descriveva con una tetra precisione. Non un gesto gli era sfuggito di quella scena comica. 'Li odiavo. Li aborrivo. E ho dovuto vedere tutto questo,' disse senza enfasi, volgendosi verso di me con uno sguardo cupo e sospettoso. 'Ci fu mai nessuno messo a più vergognosa prova?' Si prese la testa fra le mani per un momento, come uno uscito di senno per qualche indicibile offesa. Queste cose non poteva spiegarle al tribunale - e nemmeno a me; ma sarei stato poco degno di ricevere le sue confidenze se non avessi saputo ogni tanto capire anche le pause tra le parole. In questo assalto contro la sua forza d'animo c'era l'intenzione beffarda di una vendetta vile e maligna; c'era qualcosa di buffonesco nella prova a cui era sottoposto... qualcosa di degradante nelle comiche smorfie che accompagnavano l'avvicinarsi della morte o del disonore. Mi riferì fatti che non ho dimenticati, ma a tanta distanza di tempo non potrei rammentarmi le sue precise parole; ricordo soltanto che riuscì magnificamente col nudo racconto degli avvenimenti a manifestare il rancore che covava nell'animo. Due volte, mi disse, aveva chiuso gli occhi nella certezza che fosse scoccata la sua ultima ora, e due volte ebbe a riaprirli. Ogni volta notò più oscurità nella grande calma. L'ombra della nuvola silenziosa, che cadeva ormai a perpendìcolo sulla nave, sembrava aver estinto ogni suono in quella sua vita formicolante. Non si sentiva più una voce sotto i tendoni. Mi disse che ogni qual volta aveva chiuso gli occhi un lampo di pensiero gli aveva mostrato, chiaro come il sole, quella folla di corpi distesi, pronti per la morte. Quando li riapriva, vedeva la lotta confusa e caparbia dei quattro uomini che si accanivano come matti intorno alla barca. Di quando in quando arretravano, e si mettevano a inveire uno contro l'altro, per poi precipitarsi avanti di nuovo tutti in una volta... 'C'era da morir dal ridere,' commentò a occhi bassi: poi, alzandomeli in viso un momento con un sorriso malinconico: 'Dovrei avere un avvenire allegro, perché, per Dio! quel buffo spettacolo lo avrò davanti agli occhi un bel po' di volte prima di morire.' Abbassò gli occhi di nuovo. 'Negli occhi e nelle orecchie... negli occhi e nelle orecchie...' disse due volte, con un lungo intervallo pieno di uno sguardo assorto. Si riscosse. 'Mi ero imposto di tener gli occhi chiusi,' riprese, 'ma non mi riuscì. Non mi riuscì, e non m'importa che si sappia. Si provino a passare per certe esperienze, prima di parlare. Si provi... e a far meglio:... ecco tutto. La seconda volta le palpebre mi si aprirono di colpo, e anche la bocca. Avevo sentito muover la nave. S'era abbassata un poco di prua - per risollevarsi pian piano - lenta... lenta un'eternità e appena appena. Da giorni e giorni non faceva così. La nuvola era trascorsa, e questa prima onda lunga sembrava avanzare su un mare di piombo. Non c'era vita in quel movimento. Eppure bastò a sconvolgere qualcosa nella mia testa. Che avrebbe fatto lei? E' sicuro di sé, no? Ma che farebbe se sentisse ora, sul momento, muoversi la casa, qui, muoversi appena d'un tantino, sotto la sua poltrona? Un salto! Un salto - perdiana! - da qui dove è seduto fino a quel gruppo di cespugli laggiù.' Tese il braccio verso la notte oltre la balaustra di pietra. Tacqui. Mi guardava con occhi fermi, severi. Non c'era dubbio, mi trovavo io, ora, a mal punto e mi conveniva non dar segno né con un gesto né con una parola che mi mettesse a rischio di venir trascinato a qualche fatale ammissione in rapporto con quella faccenda. Non ero affatto disposto a correre un rischio del genere. Non dimenticate che Jim io me lo trovavo di fronte, e che, realmente, era troppo dei nostri per non riuscire pericoloso. Non ho vergogna a dirvi - se volete saperlo - che con un rapido sguardo scandagliai la distanza che mi separava da quella massa d'ombra più densa che spiccava nel mezzo dell'aiuola, davanti alla veranda. Aveva esagerato. Con un salto non sarei mai arrivato tanto lontano... ed è l'unica cosa di cui sono piuttosto sicuro. Il momento estremo era giunto - pensava - ma non si mosse. I piedi gli rimanevano abbarbicati al piancito, è i pensieri gli turbinavano nella testa. In quel momento vide uno degli uomini intorno alla scialuppa arretrare improvvisamente di un passo, batter l'aria con le braccia alzate, barcollare e accasciarsi. Non proprio caduto, ma scivolato dolcemente a sedere, tutto raggomitolato, e con le spalle appoggiate al fianco del lucernario della sala macchine. 'Era il fuochista. Un tipo macilento, pallido, con baffi ispidi. Fungeva da terzo macchinista,' spiegò. 'Morto,' dissi. Ne avevamo sentito accennare in tribunale. 'Così dicono,' pronunciò con cupa indifferenza. 'In verità non l'ho capito allora. Malato di cuore. Si lamentava, da qualche tempo, di non sentirsi molto in gamba. L'eccitazione. Lo sforzo. Lo sa il diavolo. Ah! ah! ah! Si vedeva bene che neanche lui voleva morire. Buffo, no? Che io possa morire ammazzato se non l'avevano trascinato ad uccidersi! Trascinato... né più né meno. Trascinato, perdiana! Proprio come me... Ah! Se non si fosse mosso! se avesse detto a quei tre di andare all'inferno quando erano corsi a strapparlo dalla cuccetta perché la nave stava affondando! Se si fosse tenuto da parte con le mani in tasca e glie ne avesse dette quattro!' Si alzò, agitò il pugno, mi guardò con occhi di fuoco, e si rimise a sedere. 'Un'occasione perduta, eh?' mormorai. 'Perché non ride?' fece. 'Uno scherzo combinato nell'inferno. Debolezza di cuore!... Qualche volta vorrei averla avuta anch'io, la debolezza di cuore!' Questo mi irritò. 'Davvero?' esclamai con profonda ironia. 'Sì! Non lo capisce?', gridò. 'Non so che altro avrebbe potuto desiderare, lei,' ribattei con ira. Mi guardò con aria di assoluta incomprensione. Anche questa freccia non era andata a segno, ed egli non era tipo da preoccuparsi di frecce sperdute. Parola mia, era troppo poco sospettoso; non era un giuoco leale. Fui contento di avere sprecato il mio dardo... che lui non avesse udito nemmeno la vibrazione dell'arco. Di certo, allora, non poteva sapere che quell'uomo era morto. Il minuto seguente - il suo ultimo a bordo - fu pieno d'un tumulto di casi e di sensazioni che gli si rovesciarono addosso come il mare su uno scoglio. Adopro di proposito questo paragone perché dal suo racconto debbo credere che abbia mantenuto per tutto lo svolgersi di questi avvenimenti una strana illusione di passività, come se non fosse stato lui l'agente, ma uno strumento nelle mani di potenze infernali che lo avevano scelto a vittima del loro scherzo diabolico. La prima cosa di cui riebbe coscienza fu lo stridore delle pesanti gru che si misero finalmente in moto oscillando... uno stridore pungente che parve propagarglisi in corpo dal ponte attraverso le piante dei piedi, e su su lungo la spina dorsale fino alla sommità del capo. Allora, nell'imminenza del nembo ora vicinissimo, un'onda più alta sollevò lo scafo inerte a una altezza paurosa che gli tolse il respiro, mentre grida di terrore come pugnalate gli passavano cuore e cervello. 'Molla! per amor di Dio, molla! Molla! Va giù.' Subito dopo le cime di sostegno scorsero nei bozzelli e molti uomini sotto i tendoni si diedero a parlare con voce spaventata. 'Quegli sciagurati, perduto ogni ritegno, cominciarono a strillare che avrebbero svegliato un morto,' disse. Poi, dopo il colpo e lo sciacquìo della scialuppa messa di peso in acqua, sentì rumori sordi e lo scalpiccìo di quelli che si buttavano nella scialuppa, in una confusione di grida: 'Scoccia! Scoccia! Spingi! Scoccia! Spingi per amor di Dio! Ecco, il nembo ci viene addosso!...' Udì, alto sopra il suo capo, il lieve sussurro del vento; e, sotto i piedi, un grido di dolore. Una voce sperduta da sottobordo si alzò a bestemmiare contro una gaffa. La nave cominciò a ronzare da poppa a prua come un'arnia infastidita; e, con la stessa calma con cui mi aveva raccontato tutto questo perché in quel momento era calmo nell'atteggiamento, nel volto, nella voce - Jim soggiunse, per così dire, senza preavviso: 'Inciampai nelle sue gambe.' Era il primo accenno al fatto di essersi mosso. Non potei trattenere un segno di sorpresa. Qualcosa lo aveva finalmente fatto muovere, ma quando esattamente, e per qual motivo si fosse distolto dalla sua immobilità, egli non sapeva più di quanto un albero sradicato ne sappia del vento che lo ha buttato a terra. Ai suoi sensi erano arrivati i suoni, le immagini, I'urto contro le gambe del morto... perdiana! Lo scherzo diabolico gli era stato ficcato in gola da una potenza infernale, ma - badate non avrebbe mai ammesso di aver consentito, lui, con un pur minimo movimento di deglutizione. E' straordinario come riusciva a trascinarvi nella sua illusione. Lo ascoltavo come si ascolta una storia di magìa nera operata su un cadavere. 'Cadde piano piano di fianco; e questa è l'ultima cosa che mi rammento di aver veduta a bordo,' continuò. 'Di quel che facesse non mi curavo. Sembrava volesse tirarsi su, e mi parve naturale. Mi aspettavo di vedermelo correre davanti a buttarsi di là dai bastingaggi, nella scialuppa, dietro agli altri che sentivo urtarsi di qua e di là, lì sotto, e una voce che sembrava venire dal fondo di un pozzo chiamò: - Giorgio! - Poi tre voci urlarono contemporaneamente. Ma mi arrivarono ben distinte: un belato, uno strillo, un guaìto. Puah!' Ebbe un brivido, e lo vidi alzarsi lentamente in piedi, come se una mano ferrea lo avesse tirato su dalla poltrona per i capelli. Su, lento - quanto era alto; e quando le ginocchia si furono tese, quella mano lo lasciò, ed egli vacillò un poco. C'era un tal senso di paurosa immobilità nel suo volto, nei suoi movimenti, perfino nella sua voce quando disse 'urlarono' che involontariamente tesi le orecchie per ascoltare il fantasma di quel grido che tra poco avrei certamente udito in quell'effetto di illusorio silenzio. 'C'erano ottocento persone sulla nave,' disse Jim, inchiodandomi contro lo schienale della poltrona col suo terribile sguardo vuoto. 'Ottocento persone vive: e loro urlavano a quell'unico morto di buttarsi giù e di salvarsi. Salta, Giorgio! Salta! Oh! Salta! - Io stavo lì, con la mano sulla gru. Ero molto calmo. S'era fatto buio come la pece. Non si vedeva né cielo né mare. Per un momento non udii più che la scialuppa sbattere, sbattere sottobordo, contro lo scafo, mentre la nave sotto di me era piena di brusìo. A un tratto il capitano urlò: - Mein Gott! Il nembo! il nembo! Tiriamoci fuori! - Col primo fischio di pioggia e la prima raffica di vento gridarono: Salta, Giorgio! Ti prendiamo noi! Salta! - La nave beccheggiò lentamente; la pioggia la spazzava come colpi di mare, il berretto mi volò via; il vento mi ricacciava in gola il respiro. Come dall'alto di una torre udii un ultimo grido selvaggio: Giooorgio! Oh, salta! - La nave stava affondando, affondando sotto i miei piedi... a cominciar dalla prua.' Si portò deliberatamente una mano al viso, muovendo le dita come per togliersi delle ragnatele che gli dessero fastidio; poi si guardò per un attimo la palma aperta prima di sputar fuori le parole: 'Mi ero buttato giù...' S'interruppe, volse gli occhi... 'Pare,' soggiunse. I suoi occhi celesti si volsero verso di me con uno sguardo penoso, e vedendolo lì, in piedi davanti a me, confuso e accorato, mi sentii oppresso da un senso triste di rassegnata saggezza, misto alla pietà distaccata e profonda di un vecchio, impotente davanti al malestro fatto da un bambino. 'Già, sembrerebbe,' borbottai. "Non me ne accorsi finché non guardai in su", spiegò in fretta. E anche questo è possibile. Bisognava starlo a sentire, come un ragazzetto nei guai. Non se n'era accorto. La cosa era andata così... ma non sarebbe mai più successo. Era cascato quasi addosso a uno, di traverso, su un banco. Ebbe l'impressione di essersi sfondato tutto il costato sinistro: poi rotolò, e vide confusamente sopra di lui la nave che aveva abbandonata, con il fanale rosso di fianco che nella pioggia sembrava più grande, come un fuoco in cima a una collina visto attraverso la nebbia. 'Sembrava più alta di un muro; dominava la scialuppa come una rupe... Desiderai di morire,' gridò. 'Non c'era modo di tornare indietro. Era come se mi fossi buttato in un pozzo... in un buco fondo senza fine.'". CAPITOLO 10. "Intrecciò le dita, poi le disciolse con uno strappo. Non c'era nulla di più vero: era saltato proprio in un buco fondo senza fine. Era caduto da un'altezza che mai più avrebbe potuto scalare. Frattanto la scialuppa alla deriva aveva sorpassato la prua. Era troppo buio in quel momento perché potessero vedersi i quattro uomini, accecati, per di più, e mezzo affogati dalla pioggia. Mi disse che era come se fossero stati trascinati da un'inondazione attraverso una caverna. Voltavano le spalle al nembo; il capitano, pare, aveva messo fuori un remo da poppa per mantenere la barca prua a vento, e per due o tre minuti fu un finimondo con quel diluvio in un'oscurità di pece. Il mare fischiava 'come ventimila pentole.' Il paragone è suo, non mio. Immagino non ci fosse più molto vento, dopo quella prima raffica; e lui stesso aveva ammesso, all'inchiesta, che il mare non era cresciuto gran che durante la notte. Si accoccolò a prua guatandosi alle spalle. Vide un'unica luce gialla: quella del fanale a riva dell'albero maestro, alto e incerto come un'ultima stella sul punto di spegnersi. 'Mi fece drizzare i capelli, a vederlo ancora lì,' disse. Questo disse. Ciò che lo empì di terrore fu l'idea che la nave non fosse ancora affondata. Senza dubbio desiderava che quell'abominio fosse finito al più presto possibile. Nessuno fiatava nella scialuppa. Nell'oscurità la barca sembrava volare, ma naturalmente non doveva far molta strada. Poi l'acquazzone passò oltre, veloce; e il vasto sibilo che li ossessionava la seguì allontanandosi, e si spense. Non si udiva altro che un leggero sciabordare lungo i fianchi della barca. Uno batteva forte i denti. Una mano toccò la schiena di Jim. Una voce fioca disse: 'Ci sei?' Un'altra, tremula, esclamò: 'Se n'è andata!' e tutti insieme si alzarono in piedi a guardare verso poppa. Non si vedeva più il fanale. Tutto buio. Una pioggerella fredda e sottile batteva le facce. La barca rollò leggermente. I denti batterono più in fretta, poi più nulla, poi ricominciarono due volte a battere prima che l'uomo riuscisse a dominare il proprio tremito tanto da dire: 'G... g... g... Giusto in t... t... t... tempo... Brrr.' Jim riconobbe la voce del primo macchinista che diceva in tono burbero: 'L'ho vista affondare. Mi sono voltato per caso.' Il vento era caduto quasi del tutto. Scrutavano l'oscurità stando rivolti contro vento, come in attesa di udire delle grida. Da principio si sentì grato alla notte di avergli nascosto alla vista la scena; ma poi il fatto che tutto era accaduto senza che egli avesse visto né udito nulla gli parve in qualche modo il punto saliente di un'orribile disgrazia. 'Strano, vero?' mormorò, interrompendosi nella sua saltuaria narrazione. A me non parve tanto strano. Doveva aver avuto una inconsapevole convinzione che la realtà non avrebbe potuto essere neanche lontanamente brutta, angosciosa, spaventosa e crudele quanto il terrore creato dalla sua immaginazione. Sono sicuro che, in quel primo momento, il suo cuore dovette essere dilaniato da tutta intera la sofferenza, la sua anima aver assaporato il cumulo di paura, di orrore, di disperazione di quegli ottocento esseri umani afferrati in piena notte da una morte subitanea e violenta; se no, perché avrebbe detto: 'Mi pareva di dover saltar giù da quella maledetta barca, per tornar indietro a nuoto a vedere... Un mezzo miglio... di più... qualunque distanza... fino al punto preciso...?' Perché questo impulso? Ne capite il significato? Perché indietro, nel punto preciso? Perché non affogarsi lì vicino alla barca - se intendeva affogarsi - perché tornare nel punto preciso, a vedere... come se la sua immaginazione avesse avuto bisogno di placarsi nella certezza che tutto era finito prima di cercare una liberazione nella morte? Sfido chiunque di voi a trovare un'altra spiegazione. Era, attraverso la nebbia, uno di quei bizzarri e commoventi barlumi che vi ho detto. Una rivelazione straordinaria: egli la buttò fuori come la cosa più naturale del mondo. Aveva soffocato quell'impulso; poi si rese conto del silenzio intorno. Me ne accennò. Silenzio del mare, del cielo, fusi in una unica immensità indefinibile, ferma come la morte, intorno a quelle vite salve, palpitanti. 'Si sarebbe sentito cadere uno spillo, in quella barca,' disse con una strana contrazione delle labbra, come un uomo che si sforzi di dominare la propria sensibilità mentre racconta un fatto di una estrema commozione. Il silenzio! Soltanto Iddio, che aveva voluto Jim così com'era, sapeva che cosa significava quel silenzio per il suo cuore. 'Non credevo che al mondo ci fosse un luogo così cheto,' disse. 'Non si distingueva il mare dal cielo: non si vedeva, non si sentiva nulla. Non una luce, non una forma, non un suono. Si sarebbe detto che la terraferma fosse sprofondata tutta fino all'ultima zolla; che tutti gli uomini della terra, eccetto quei tali della scialuppa e io, fossero affogati.' Si curvò sulla tavola con le nocche delle mani puntate tra le tazzine da caffè, i bicchierini da liquore, le cicche di sigarette. 'Mi pareva di crederlo davvero. Tutto scomparso, e... tutto finito...' sospirò profondamente... 'per me.'". Marlow si drizzò di colpo sulla sedia, e gettò via con forza il sigaro che seguì una traiettoria rossa, come un razzo da bambini lanciato attraverso il drappeggio dei rampicanti. Nessuno si mosse. "Ehi, che ve ne pare?" esclamò con improvvisa vivacità. "Era in linea con se stesso, no? La sua vita salvata era perduta perché gli mancava la terra sotto i piedi, gli mancava la vista per gli occhi, gli mancavano voci per le sue orecchie. Annichilimento.. ehi! E sempre soltanto il cielo torbido, la bonaccia senza frangenti, e un'aria senza moto. Nient'altro che la notte; nient'altro che il silenzio. "Così durò per un poco; poi improvvisamente gli altri tre si misero a schiamazzare sul loro salvataggio. 'Lo sapevo fin dal primo momento che sarebbe andata giù.' 'In tempo in tempo.' 'Scampati proprio per un pelo, porca miseria!' Lui non disse nulla, ma la brezza che era caduta riprese, una bava di vento venne rinfrescando gradatamente, e il mare unì il suo mormorio a quello schiamazzo di reazione dopo i primi istanti di muto spavento. Sparita! Sparita! Non c'era dubbio. Nessuno avrebbe potuto farci niente. Ripetevano le medesime parole, sempre quelle, come se non potessero farne a meno. Non avevano mai dubitato che sarebbe andata giù. I fanali erano scomparsi. Non c'era da sbagliare. I fanali erano scomparsi. Non c'era da aspettarsi altro. Doveva andar giù per forza... Notò che parlavano come se si fossero lasciati dietro una nave vuota. Conclusero che doveva averci messo poco, una volta che aveva cominciato ad affondare. Ciò sembrava procurar loro una specie di soddisfazione. Si rassicuravano l'uno con l'altro: doveva averci messo poco... 'Calata giù come un ferro da stiro.' Il primo macchinista dichiarò che il fanale a riva dell'albero maestro, al momento d'affondare, era precipitato 'come a buttar via un fiammifero acceso.' A queste parole, il secondo macchinista scoppiò in una risata isterica. 'Sono c-c-contento, sono c-c-contento.' I suoi denti continuavano a battere 'come una raganella,' disse Jim, 'e tutto a un tratto si mise a piangere. Piangeva e frignava come un bambino, tirando il fiato e singhiozzando: - Oh, Dio! Oh Dio! Oh Dio! - Si interrompeva per un po', e poi ricominciava tutto a un tratto: - Oh il mio povero braccio! Oh, il mio povero bra-a-accio -. Lo avrei picchiato. Qualcuno sedeva sul cordame di poppa. Potevo appena intravvedere le loro ombre. Mi arrivavano voci, borbottii, mugolii, grugniti. Tutto questo era difficile da sopportarsi. Avevo anche freddo. E non potevo far nulla. Mi pareva che se mi fossi mosso avrei finito col gettarmi in acqua e...' Poiché con la mano brancicava a caso, venne a contatto con un bicchierino da liquore, e la ritrasse di colpo, come se avesse toccato un carbone acceso. Gli avvicinai un poco la bottiglia. 'Non ne vuole un altro po'?' domandai. Mi lanciò un'occhiata rabbiosa. 'Crede che io non possa dirle quello che c'è da dire senza farmi ubriacare?' domandò. Il gruppo di globe-trotters era andato a letto. Eravamo rimasti soli; c'era soltanto un'incerta forma bianca, dritta nell'ombra, che, quando si sentì guardata, si sporse in avanti, esitò, e si allontanò in silenzio. Si faceva tardi, ma non diedi fretta al mio ospite. Nella sua desolazione sentì i compagni inveire contro qualcuno. 'Che aspettavi a saltar giù, pezzo di scemo?' gridò una voce aspra. Il primo macchinista scese dal cordame di poppa e avanzò incespicando come mosso da intenzioni ostili contro "il più grande imbecille del mondo". Il capitano, dal suo posto dove era seduto reggendo il remo, con voce rauca, sforzata, lanciava insulti. Jim a questo berciare alzò la testa e sentì chiamare: 'Giorgio!' mentre una mano nel buio lo colpiva al petto. 'Avanti! Che hai da dire, stupido?' domandò qualcuno, con una rabbia che ricordava quella della virtù offesa. 'Ce l'avevano con me,' disse. 'Mi insultavano - mi insultavano - continuando a chiamarmi Giorgio.' S'interruppe per fissare il vuoto, cercò di sorridere, volse gli occhi e riprese: 'Quel mezz'uomo del sotto capo macchinista ecco che mi mette la testa sotto al naso. - Ma è quel maledetto ufficiale in seconda! - Come? - urla il capitano dall'altra estremità della scialuppa. - Ma no! - grida il capo. E anche lui si chinò per guardarmi in faccia.' Il vento s'era improvvisamente calmato. Ricominciò a piovere, e si udì nella notte tutto intorno il suono dolce, ininterrotto, un poco misterioso dell'acquazzone sul mare. 'Lì per lì non dissero altro tanto erano sbalorditi,' proseguì con voce ferma; 'e io che potevo dire?' La voce gli mancò un momento; poi, con uno sforzo, riprese a dire: 'Mi ricopersero degli insulti più ignominiosi.' La sua voce, che s'era venuta spegnendo, a tratti si riaccendeva all'improvviso, indurita dalla violenza del suo disprezzo, come se stesse svelando qualche segreto abominio. 'Non mi facevano niente con i loro improperi,' disse a muso duro. 'Si sentiva l'odio nelle loro parole. Per fortuna. Non potevano perdonarmi di essere lì in quella barca. L'idea li rivoltava; eran furibondi...' Ebbe un breve riso... 'Ma fu proprio questo a trattenermi da... Guardi! Sedevo a braccia conserte sul bordo!...' Si sedette addirittura sull'orlo del tavolino, a braccia conserte... 'Così... vede? Una spintina e sarei andato... a raggiungere gli altri. Una spintina... da niente... appena appena...' Aggrottò le sopracciglia, e battendosi in fronte la punta del medio: 'C'era da un pezzo, qui,' disse in tono solenne. 'Da un pezzo - quel pensiero. E la pioggia... fredda, fitta, fredda come neve sciolta... più fredda... sui miei vestiti leggeri di cotone... non avrò mai più tanto freddo in vita mia, lo so. E il cielo era nero..., tutto nero. Non una stella, non una luce da nessuna parte. Nulla fuorché quella maledetta barca e quei due che mi abbaiavano addosso come una coppia di botoli ringhiosi che incalzano un ladro. Bau! Bau! Che fai qui? Bel genere! Troppo delicato il signore per dare una mano. E s'è svegliato, eh? Per intrufolarsi qua con noi! Vero? Bau! Bau! Non è degno di stare al mondo! Bau! Bau! Due alla volta, e cercando di abbaiare uno più forte dell'altro. E il terzo latrava da poppa attraverso la pioggia... non potevo capire le sue sudicie parolacce. Uà! uà! Bauau-au-au-au. Uà! uà! Bau! Bau! Era un dolce sentire; mi legava alla vita... le dico. Ci si misero d'impegno, come se volessero gettarmi in mare a forza di berci!... Mi meraviglio che abbia avuto il fegato di buttarsi di sotto. Non ce lo vogliamo qui. Se avessi saputo che era lei, l'avrei scaraventato fuori bordo... coniglio che non è altro! Che ne ha fatto del nostro compagno? Dove ha trovato tanto fegato da buttarsi di sotto?... vigliacco! Chi c'impedisce a noi tre di cacciarla in mare? Non avevan più fiato; l'acquazzone dileguò sul mare. Poi più nulla. Nulla intorno alla barca, nemmeno un rumore. Avrebbero voluto vedermi in mare, eh? Perdio! Credo che il loro desiderio sarebbe stato soddisfatto senz'altro, se fossero rimasti tranquilli. Gettarmi fuori bordo! Davvero? - Provateci, dissi. - Per due soldi lo faccio -. -Troppo, per lei! urlarono tutti insieme. Era così buio che soltanto quando l'uno o l'altro si muoveva ero proprio sicuro di vederlo. Perdiana! Magari ci avessero provato!' Non potei trattenermi dall'esclamare: 'Straordinario!' 'Non c'è male... eh?' disse con una cert'aria stupita. 'Fecero finta di credere che quel fuochista, per qualche motivo, l'avessi levato di mezzo. Perché lo avrei fatto? E come diavolo potevo sapere? Non c'ero comunque arrivato in quella barca? in quella barca... io...' I muscoli della bocca gli si contrassero in una smorfia involontaria sotto la maschera della sua espressione abituale... un segno violento, istantaneo, rivelatore come il zig- zag d'un lampo che apra all'occhio per un attimo la segreta geografia di una nuvola. 'C'ero: c'ero evidentemente lì con loro... no? Non è terribile che un uomo possa essere trascinato a fare una cosa in quel modo... e ne debba poi rispondere? Che ne sapevo di quel Giorgio di cui stavano berciando? Ricordavo di averlo veduto sul ponte raggomitolato su se stesso. - Vigliacco assassino! - continuava a gridarmi il capo-macchinista. Sembrava incapace di ricordare altre parole che quelle due. Non me n'importava niente, a me, ma il baccano che faceva, quello sì cominciava a seccarmi. - Falla finita! - dissi. Allora raccolse tutte le sue forze per urlare da maledetto: - Lei l'ha ucciso! Lei l'ha ucciso! - No! gridai, ma ammazzerò te se séguiti -. Balzai in piedi, e lui cadde riverso sul banco con un tonfo pauroso. Non so come. Troppo buio. Forse, nel tentativo di tirarsi indietro. Cercai di guardar bene da poppavia dove quel mezzo uomo del secondo macchinista si sentiva ora piagnucolare: - Avrebbe il coraggio, lei, di mettersi con un disgraziato che ha un braccio rotto... e poi dice di essere un gentiluomo...- Sentii un passo pesante... uno... due... e un gorgoglio asmatico. Era l'altro bestione, che mi serrava addosso, sbattendo il suo remo sulla poppa. Lo vidi venire avanti, grande, grande... come si vede un uomo nella nebbia, o in sogno.- Fatti avanti -, gridai. Gli sarei piombato addosso come una valanga. Si fermò, brontolò qualche cosa, e tornò indietro. Forse aveva sentito il vento. Io no. Fu l'ultima raffica greve che ci investì. E fece ritorno al suo remo. Peccato! Mi sarebbe piaciuto di... di...'. Aprì e richiuse le dita adunche; le sue mani ebbero un fremito d'impazienza feroce. 'Calma, calma,' mormorai. 'Eh? Come? Sono calmo" protestò, terribilmente offeso; e con uno scatto convulso del gomito rovesciò la bottiglia del cognac. Feci un balzo, tirandomi dietro la poltrona. Scattò giù dal tavolo come se una mina gli fosse esplosa alle spalle, e, fatto un mezzo giro prima di toccar terra, restò accoccolato sul pavimento con occhi atterriti e un orlo di pallore intorno alle narici. Poi ebbe uno sguardo d'intenso fastidio. "Sono mortificatissimo. Che sventato!' borbottò tutto indispettito, mentre nella pura, fresca oscurità della notte l'odore pungente dell'alcool spanto ci avviluppò tutt'a un tratto in una avvinazzata atmosfera da bettola. Nella sala da pranzo erano state spente le luci; la nostra candela ardeva solitaria per tutta la lunghezza della galleria, e le colonne s'erano fatte nere dal basamento al capitello. Contro le stelle vivide, lo spigolo superiore della Capitaneria di Porto spiccava distintamente di là dal piazzale, come se quella massa oscura fosse scivolata avanti, avvicinandosi a noi per meglio vederci e ascoltarci. Affettò un'aria d'indifferenza. 'Oserei dire di esser meno calmo adesso che allora. Ero pronto a tutto. Quelle mi sembravano piccolezze...' 'Lei se la deve essere spassata in quella scialuppa', osservai. 'Ero pronto,' ripeté. 'Scomparsi i fanali del piroscafo, qualunque cosa sarebbe potuta succedere nella barca - qualunque cosa al mondo - che nessuno ne avrebbe mai saputo niente. Questo lo sentivo, e mi faceva piacere. C'era anche un discreto buio. Eravamo come uomini murati alla rinfusa in una tomba capace. Nessun rapporto con nessuna cosa al mondo. Tutto senza importanza' Per la terza volta nel corso di quella conversazione rise amaro, ma non c'era nessuno lì in giro che potesse crederlo ubriaco. 'Né paure, né leggi, né rumori, né sguardi - nemmeno i nostri... fino almeno alla levata del sole.' Fui colpito dalla suggestione di verità che nasceva dalle sue parole. Una barchetta in mezzo al mare immenso dà una sua particolare sensazione. Sulle vite sottratte all'ombra della morte sembra incombere l'ombra della pazzia. Perdendo la vostra nave, vi sembra di perdere tutto il vostro mondo: il mondo che vi ha fatti, vi ha tenuti a freno, che si è preso cura di voi. Come se le anime degli uomini, a galla sull'abisso e in contatto con l'immensità, fossero libere di oltrepassare ogni limite di eroismo, di assurdità, o di abominio. Naturalmente, anche per i naufragi, come per la fede, per il pensiero, l'amore, l'odio, le convinzioni e perfino per l'aspetto visibile delle cose materiali, tanti sono i casi quanti sono i tipi di uomini; e in questo qui c'era qualcosa d'abietto che rendeva più completo l'isolamento; c'era nelle sue contingenze una bruttura che tagliava fuori nel modo più preciso quegli uomini da tutta quella parte di umanità, il cui ideale del costume non era mai stato sottoposto alla prova di uno scherzo così diabolico e spaventoso. Erano esasperati contro di lui che ritenevano uno scroccone vile; e lui li gratificava d'un odio globale, per tutta quella faccenda: avrebbe voluto trar su di loro una vendetta esemplare per l'odiosa occasione che gli avevano fornito. Servitevi di una barca in alto mare per far emergere l'Irrazionale che si annida in fondo a ogni nostro pensiero, e sentimento, e sensazione o emozione. Fu ancora un segno della meschinità buffonesca insita in quel particolare sinistro nautico, il fatto che i naufragi non arrivarono a scazzottarsi. Tutto si limitò a minacce, a una finzione terribilmente efficace; una commedia dal principio alla fine, preparata dal supremo scherno delle Potenze Oscure i cui terrori reali, sempre sull'orlo del trionfo, restano perpetuamente smontati dalla costanza degli uomini. Domandai, dopo una breve pausa d'attesa: 'Beh, che accadde?' Futile domanda. Troppe già ne sapevo per poter sperare la grazia che tutto avesse a riscattarsi con un sol tocco: l'attenuante di un sospetto di pazzia, di un'ombra di orrore. 'Nulla,' disse. 'Io facevo sul serio, ma loro facevano solo per chiasso. Non accadde nulla.' E l'alba lo trovò esattamente come quando era saltato sulla prua della scialuppa: pronto in attesa. Che costanza! Se n'era stato tutta la notte con in mano la barra del timone. Il timone l'avevan perso in mare nel tentativo di gettarlo a bordo, e, probabilmente, un calcio aveva buttato la barra verso prua mentre correvano su e giù per la scialuppa cercando di far mille cose in una volta nella fretta di allontanarsi dalla nave. Era un pezzo di legno duro, lungo e pesante: deve esserselo tenuto stretto in pugno per circa sei ore. Se non si chiama questo essere pronti! Ve lo figurate? Taciturno, in piedi per metà della notte, faccia alle raffiche di pioggia, fissi gli occhi su quelle forme d'ombra, attento a ogni cenno di movimento, con le orecchie tese per afferrare i mormorii sommessi che venivano dalla poppa! Saldezza di coraggio, o sforzo di paura? Che vi pare? Innegabilmente, anche capacità di sopportazione. Sei ore più o meno sulla difensiva; sei ore di immobilità guardinga, mentre la barca o avanzava lenta o fluttuava immobile a capriccio del vento; mentre il mare, ora in bonaccia finalmente, dormiva sorvolato dalla nuvolaglia; mentre il cielo da un'immensità di opaco e di nero si delimitava in una volta scura e traslucida cosparsa di un più lucente scintillìo, sfumava verso levante, sbiadita allo zenith; e quelle ombre oscure, che là da poppa nascondevano alla vista le stelle basse, prendendo a poco a poco rilievo e contorno, diventavano spalle, teste, facce, fattezze; là di fronte a lui, con sguardi fissi e tetri; capelli scomposti, abiti strappati, le palpebre arrossate e inquiete nel pallore dell'alba. 'Sembrava gente che avesse sguazzato per le pozzanghere della strada, in un'ubriachezza di sette giorni,' disse con un'immagine visiva; e poi borbottando ricordò quella levata di sole come una di quelle che annunciano una bella giornata. Conoscete l'abitudine dei marinai di riferirsi al tempo che fa a proposito di tutto. E a me bastarono quelle poche parole smozzicate a mostrarmi al vivo l'orlo inferiore del disco solare staccarsi dalla linea dell'orizzonte, e il fremito di una larga increspatura scorrere a vista d'occhio su tutta la stesa del mare, come se le acque avessero rabbrividito nel partorire il globo di luce, mentre l'ultimo soffio di brezza moveva I'aria in un sospiro di sollievo. 'Stavano seduti a poppa, spalla contro spalla, col capitano nel mezzo, come tre brutti gufi, e mi fissavano,' disse con un accento d'odio che versava un tossico erosivo in quelle parole banali, come versare una goccia di potente veleno in un bicchier d'acqua; ma il mio pensiero si era fermato su quella levata di sole. Immaginavo sotto la vacuità pellucida del cielo quei quattro uomini prigionieri della solitudine di quel mare, il sole ascendere solitario, incurante di quell'atomo di vita, su per l'arco limpido del cielo come per voglia di contemplare da più alto il proprio splendore riflesso nello specchio immobile dell'oceano. 'Da poppa, alzando la voce, mi parlarono,' disse Jim, 'come se fossimo stati amiconi. Li udivo. Mi pregavano di essere savio e di lasciare quel PEZZO DI LEGNO DEL DIAVOLO. Perché mai volevo prenderla su questo tono? Non mi avevano fatto niente di male, no? Male a nessuno... Niente di male!' Avvampò come se non riuscisse a tirare il fiato. 'Niente di male!' esclamò. 'Giudichi lei, che può capire. Vero? Che potevano fare di peggio? Ah sì, lo so benissimo... sono saltato giù... Certo. Sono saltato giù! Glie l'ho detto da me che sono saltato giù; però anche le dico che quelli erano troppo forti per chiunque. Erano stati loro; chiaro solare; come se mi avessero tirato giù con un raffio. Non capisce? Eppure deve capirlo. Su, parli... cuore in mano!' I suoi occhi turbati si fermarono sui miei, con aria di interrogazione, di preghiera, di spavento, di implorazione. Non potei trattenermi dal mormorare: 'Certo, lei è stato messo a dura prova.' 'Più del dovere,' ribatté pronto. 'C'era poco da scegliere, con una cricca simile. E ora trattavano da amici... così maledettamente da amici! Camerati, compagni di mare. Tutti nello stesso guaio. Prendiamola per il meglio. Con me non ci avevano proprio niente. Di Giorgio non glie ne importava un fico. Giorgio era tornato in cabina a prender qualcosa all'ultimo momento, e era rimasto in trappola. Quell'uomo era un fior d'imbecille. Certo la cosa non era molto allegra... Avevano gli occhi su di me. Muovevano le labbra, scuotevano la testa, all'altra estremità della barca; mi facevano cenni... a me. Perché no? Non m'ero buttato di sotto? Non dissi nulla. Non ci sono parole per esprimere cose del genere di quelle che volevo dire. Se avessi aperto bocca in quel momento avrei urlato come una bestia. Mi domandavo quando mi sarei svegliato. Mi invitarono con insistenza, ad alta voce, a portarmi a poppa per sentire con calma quel che il capitano aveva da dirmi. Ci avrebbero ricuperati senza dubbio prima di sera - eravamo proprio sulla rotta di tutto il traffico del Canale; già si vedeva del fumo a nord-ovest. 'Ebbi un colpo al cuore alla vista di quella vaga, tenue macchia; quella traccia bassa di nebbia color marrone che lasciava trasparire la linea di demarcazione tra mare e cielo. Gridai loro che li sentivo benissimo da dove mi trovavo. Il capitano si mise a bestemmiare, più rauco d'una cornacchia. Non intendeva sgolarsi per far comodo a me. - Ha paura che lo sentano da terra? - domandai. Roteò gli occhi come se avesse avuto voglia di sbranarmi con le unghie. Il primo macchinista gli consigliò di lasciar perdere. Disse che non ero ancora tornato del tutto in me. L'altro si alzò in piedi, da poppa, e si mise a parlare - a parlare...' Jim s'interruppe, soprappensiero. 'Ebbene?' dissi. 'Cosa m'importa che storiella s'eran combinati fra loro?' gridò eccitato. 'Potevano dire tutto quello che gli andava a genio. Affar loro. La storia vera, la sapevo io. Nulla di quanto sarebbero riusciti a far credere alla gente avrebbe potuto cambiare la mia verità. Lo lasciai parlare, argomentare... parlare, argomentare. E avanti- avanti-avanti... A un tratto mi sentii cedere le gambe. Ero nauseato, stanco... stanco... da morire. Lasciai cadere la barra, voltai le spalle ai tre, e sedetti sul banco più vicino. Ne avevo abbastanza. Mi gridarono se avevo capito - non era, parola per parola, la verità? Perdio, se era la verità! Non voltai la testa. Li sentii che tenevan conciliabolo. - Quel pezzo d'asino non dirà niente -. - Oh, capisce benissimo! - Lo lasci stare; funzionerà a dovere -. Tanto, che cosa può fare? - Che potevo fare? Non eravamo tutti nello stesso guaio? Cercai di restar sordo. Il fumo era scomparso in direzione Nord. C era una bonaccia marcia. Bevvero al barile e bevvi un sorso anch'io. Dopo si diedero un gran da fare a stendere la vela sul carabottino. Mi domandarono se mi sarei prestato a far da vedetta. Si infilarono sotto, che non li vedevo, grazie a Dio! Mi sentivo stanco morto, esausto, come se non avessi dormito un'ora dal giorno ch'ero nato. L'acqua non si scorgeva, tanto il barbaglio del sole. Di quando in quando uno di loro veniva fuori carponi, si alzava in piedi per dare un'occhiata in giro, e poi si rinfilava sotto. Sentivo russare a tratti di sotto la vela. Dunque qualcuno riusciva a dormire. Uno almeno. Io no! Tutto era luce, luce, e la barca sembrava vi sprofondasse attraverso. Ogni tanto provavo una vera sorpresa a ritrovarmi lì su un banco...' Cominciò a far su e giù a passi misurati davanti alla mia poltrona, con una mano nella tasca dei calzoni, la testa china. pensieroso, sollevando ogni tanto il braccio destro come a toglier di mezzo un invisibile intruso. 'Lei penserà che diventavo matto?' riprese con tono diverso. 'E non avrebbe torto, se si ricorda che avevo perduto il berretto. Il sole mi batté per tutto intero il suo arco da est a ovest sul capo nudo, ma si vede che quel giorno là non mi poteva succedere nulla. Il sole non riuscì a farmi diventar matto... Col braccio destro respinsi l'idea della pazzia... Né a uccidermi...' Di nuovo ricacciò un'ombra col braccio... 'Questo dipendeva da me.' 'Davvero?' esclamai, profondamente stupito a questa svolta inattesa, e guardandolo con l'espressione che sarebbe stata naturale se Jim, fatta una piroetta, mi fosse riapparso col viso d'un altro. 'Non mi presi un'insolazione, e nemmeno cascai morto,' proseguì. 'Non mi scomposi affatto per tutto quel sole che mi batteva sulla testa. Riflettevo con la stessa calma di uno che, seduto all'ombra, segua i suoi pensieri. Quel bestione sugnoso del capitano spinse fuori il suo testone rasato di sotto la tela e fissò su di me i suoi occhi di pesce. - Donnerwetter! Lei si piglia un accidente -, brontolò, ritraendosi nel guscio come una tartaruga. Lo avevo veduto. Lo avevo udito. Ma non mi mossi. Stavo concludendo, proprio in quel momento, che non sarei morto.' Cercò di sondare i miei pensieri lanciandomi un'occhiata penetrante nel passarmi davanti. 'Lei vuol dire che stava decidendo in se stesso, se morire o no?' domandai, col tono più impenetrabile che mi riuscì di assumere. Annuì col capo senza fermarsi. 'Sì, c'ero arrivato mentre stavo seduto là, da solo,' disse. Fece qualche passo fino al limite immaginario della sua marcia, e quando si voltò di scatto per tornare indietro, s'era ficcato tutt'e due le mani in tasca fino in fondo. Si fermò di colpo davanti alla mia poltrona e mi guardò dall'alto in basso: 'Non mi crede?' domandò con tesa curiosità. E mi sentii portato a dichiarare solennemente d'esser pronto a credere implicitamente a tutto ciò che gli fosse piaciuto di raccontarmi". CAPITOLO 11. "Mi stava a sentire con la testa inclinata da una parte, e fu per me un'altra schiarita, come uno squarcio nella nebbia entro a cui si muoveva la sua sostanza viva. Lo vedevo appena, alla luce debole di una candela che sfrigolava nel suo globo di vetro; dietro di lui la notte buia con le limpide stelle, il cui scintillìo remoto attirava l'occhio attraverso una successione di piani di tenebra sempre più fitta; e tuttavia una luce misteriosa sembrava scoprirmi la sua testa di ragazzo, come se in quel momento la gioventù che era in lui si fosse effusa in un attimo di chiarore subito spento. 'E' proprio buono, lei, ad ascoltarmi così,' disse. 'Mi fa bene. Non può sapere che significhi per me. Lei non...' Parve non trovare le parole. Questa volta in un netto chiarore vidi che era un giovanotto del tipo di quelli che ci vediamo volentieri d'attorno; del tipo a cui ci piace immaginare di aver somigliato un tempo; del tipo il cui aspetto richiama per affinità illusioni che credevamo perdute, estinte, fredde, e che, quasi riaccese dall'accostarsi di un'altra fiamma, danno ancora un guizzo in qualche punto laggiù, laggiù... dal profondo; un guizzo di luce... di calore!... Sì, ebbi una illuminazione di lui in quel momento... e non fu l'ultima... 'Non può immaginare che significhi per uno nella mia situazione essere creduto... poter raccontare tutto a un più anziano. E' così difficile... così terribilmente iniquo... così duro da capire.' La nebbia si riaddensava. Non so quanto gli sembrassi vecchio... o quanto saggio. Assai meno vecchio di quanto mi sentivo io in quel momento; e assai meno saggio (di una saggezza inutile) di quanto mi conoscevo. Certo, in nessun altro mestiere quanto nel marittimo, il cuore di chi è già varato, per naufragare o per restar a galla che sia, si sente più vicino ai giovani che guardan dall'orlo con occhi accesi lo scintillare della vasta superficie, che altro non è se non il riflesso dei loro sguardi infuocati. C'è una così magnifica indeterminatezza nelle speranze che hanno spinto ognuno di noi verso il mare, una così meravigliosa indefinitezza, una così bella sete di avventure che hanno soltanto in se stesse la loro ricompensa! Con che costrutto poi - beh, lasciamo andare - ma esiste chi tra noi riuscirà a trattenere un sorriso? In nessun altro genere di vita l'illusione è così lontana dalla realtà... in nessun altro l'esordio è così tutto illusione... e la delusione così pronta... così completo l'asservimento. Non avevamo cominciato tutti con le stesse aspirazioni, finito con la stessa esperienza, portato il ricordo dello stesso incantesimo lungo le nostre giornate sordide d'imprecazioni? Che meraviglia, dunque, se, quando capita addosso qualche grossa tegola, ci si accorge che il legame resiste; che oltre al senso di consorteria e di mestiere c'è la forza di un più profondo sentimento... il sentimento che unisce un adulto a un bambino. Era lì, davanti a me, fiducioso che l'età e la saggezza possano trovare un rimedio contro lo squallore della verità e mi rivelava in lui, di colpo, un giovanotto che si è messo in un guaio che è l'anima dei guai, uno di quei guai davanti ai quali i barbogi scuotono il capo solenni, nascondendo un sorriso. Dunque, tra sé, aveva pensato alla morte... maledetto! Aveva trovato questo bell'argomento da meditare, perché gli pareva di essersela salvata la vita, dopo aver perduto tutta la sua aureola - quella notte - insieme alla nave. Che c'era di più naturale? Piuttosto tragico e buffo, in coscienza, quel chiedere a gran voce compassione. Valevo io forse più degli altri per rifiutargli la mia pietà? E già mentre ancora lo stavo guardando, la nebbia riavvolse lo squarcio, e non udii più che la sua voce: 'Ero così sperso, capisce. Era una di quelle cose che uno non se l'aspetta mai. Non come una battaglia, per esempio.' 'Infatti,' annuii. Sembrava cambiato, come se si fosse maturato tutt'a un tratto. 'Non si poteva essere sicuri,' borbottò. 'Ah! Lei non era sicuro,' feci, placato però dall'alito di un lieve sospiro che passò fra di noi come il fruscìo di un'ala nella notte. 'Non ero sicuro,' ripeté deciso. 'Come quella storia meschina che avevano inventato quei tre. Che non era una menzogna... ma non era nemmeno la verità. Era una certa cosa... Una menzogna vera e propria si riconosce. C'è meno d'un capello tra il bene e il male, in questa faccenda.' 'Che voleva di più, lei?' chiesi; ma credo di averlo detto così piano che, non afferrò le mie parole. Aveva sostenuto la sua tesi come se la vita fosse un intreccio di sentieri separati da abissi. La sua voce aveva un tono di convinzione. 'Mettiamo che io non avessi... insomma, mettiamo che io fossi rimasto sulla nave. Bene. Per quanto tempo ancora? Diciamo un minuto - mezzo minuto. Ecco. Dopo trenta secondi, come allora sembrava certo, mi sarei trovato in acqua; e crede lei che non mi sarei afferrato alla prima cosa che mi fosse capitata sottomano... un remo, un salvagente, un pagliolo... qualunque cosa. Non lo crede?' 'E si sarebbe salvato,' feci. 'Avrei cercato di salvarmi,' ribatté. 'E questo è più di quanto intendevo fare quando...' rabbrividì come chi ingoia una droga nauseabonda... 'quando mi buttai di sotto,' disse con uno sforzo convulso che, quasi si propagasse in onde d'aria, mi fece trasalire sulla poltrona. Mi fissò con occhi cupi. 'Non mi crede?' esclamò. 'Lo giuro!... Accidenti! Mi ha fatto venir qui a parlare, e... Lei deve! Deve credermi!... Lei ha detto che mi avrebbe creduto.' 'Certo che le credo,' risposi con un tono naturale che ebbe un effetto calmante. 'Mi scusi,' fece. 'Naturalmente non le avrei parlato di tutto questo se lei non fosse un gentiluomo. Avrei dovuto capire... Sono... sono... un gentiluomo anch'io...' 'Sì, sì,' dissi subito. Mi guardò dritto in faccia, poi lentamente distolse lo sguardo. 'Ora capisce perché, dopo tutto, non... non ho seguito la mia prima idea. Non volevo aver paura di quel che avevo fatto. E, in ogni modo, se fossi rimasto sulla nave avrei cercato con ogni mezzo di salvarmi. Si sa di gente che è rimasta a galla per delle ore... in alto mare... e fu ricuperata in condizioni abbastanza buone. Io avrei potuto resistere meglio di tanti altri. Io il cuore ce l'ho sano.' Si tolse di tasca il pugno destro, e il colpo che si diede sul petto risuonò nel buio come una detonazione sorda. 'Già,' dissi. Meditava, con le gambe leggermente divaricate e il mento sul petto. 'Un filo di rasoio,' borbottò. 'Un filo di rasoio, fra questo e quello. E lì per lì...' 'E' difficile vedere un filo di rasoio a mezzanotte,' commentai con un po' di veleno, forse. Lo capite che intendo io per solidarietà di mestiere? Ero irritato contro di lui come se avesse rubato a me... a me personalmente!... una splendida occasione per confermare le illusioni dei miei primi tempi; come se avesse tolto alla nostra vita comune l'ultima scintilla del suo splendore. 'E così lei se n'è andato... subito.' 'Saltato di sotto,' corresse con tono deciso. 'Saltato... badi!' ripeté, e io mi stupii dell'evidente, ma oscuro, sottinteso. 'Ebbene, sì! Forse non ci ho visto chiaro, sul momento. Ma poi ebbi tanto tempo per schiarirmi bene le idee in quella scialuppa. E per riflettere, anche. Nessuno ne avrebbe saputo nulla, naturalmente, ma questo non migliorava la mia condizione. Lei deve credermi anche in questo. Io non avevo in mente di far tutte queste chiacchiere... No... Sì... non voglio mentire... Ne avevo bisogno; era la cosa che desideravo di più... laggiù. Crede che lei o chiunque altro avrebbe potuto obbligarmi se io... Non ho... non ho paura di parlare. Come non avevo paura di riflettere. Ho guardato bene le cose in faccia. Non intendevo scappare. Da principio... durante la notte, non fosse stato per quegli uomini, forse avrei... No! perdio! Non intendevo dar loro quella soddisfazione. Si erano già spinti anche troppo. Avevano inventato una storia, e, per quanto ne so, ci credevano. Ma io conoscevo la verità e, giorno per giorno, con le mie sole forze, sarei riuscito a sgretolarla ed a vincerla. Non intendevo cedere a una così bestiale ingiustizia. Cosa provava, dopo tutto? Ero maledettamente giù. Nauseato della vita... a dirle la verità; ma a cosa sarebbe servito di sfuggirle in... in... quella maniera? Non era quella la buona via. Credo... credo che non avrebbe... non avrebbe messo fine... a nulla.' Andava in su e in giù, ma a quest'ultima parola si volse di scatto verso di me. 'Che ne pensa, lei?' domandò con violenza. Seguì una pausa, e a un tratto mi sentii carico di una stanchezza profonda e disperata, come se la sua voce mi avesse strappato fuori da un vagare, in sogno, fra gli spazi vuoti di una immensità che mi torturava l'anima e mi estenuava il corpo. '... non avrebbe messo fine a nulla,' insisté dopo un poco, borbottando, dominandomi con la persona. 'No! Non c'era altro da fare che affrontar tutto questo... da me solo... aspettare un'altra occasione... scoprire...'". CAPITOLO 12. "Intorno, tutto era silenzio fin dove si arrivava coll'udito. La nebbia dei sentimenti di Jim che stagnava tra noi, ora, come se l'avessero agitata gli sforzi di lui, si franse, e negli squarci di quel velo immateriale, egli apparve ai miei occhi fissi netto nei suoi contorni e carico di un fascino vago, come una figura simbolica in un quadro. Il rigore della notte mi pesava addosso come una lastra di marmo. 'Capisco,' mormorai, più che altro per provare a me stesso che ero in grado di rompere quel mio stato di torpore. 'L'Avondale ci raccolse poco prima del tramonto,' osservò con aria imbronciata. 'Filò dritto su di noi. Non avemmo che da star ad aspettarlo, seduti.' Dopo un lungo intervallo, soggiunse: 'Gli altri raccontarono la loro storiella.' Seguì un altro silenzio opprimente. 'Soltanto allora capii la portata della mia decisione,' fece poi. 'Lei non disse nulla,' mormorai. 'Che potevo dire?' domandò, anche a lui a bassa voce... 'Urto leggero. Fermata la nave. Accertato il danno. Prese le misure necessarie per mettere in mare le scialuppe senza creare panico. Mentre si calava la prima, la nave, presa in un nembo, andò giù. Affondò come piombo... Che poteva esserci di più chiaro...' abbassò il capo... 'e di più orribile?' Gli tremarono le labbra mentre mi fissava dritto negli occhi. 'Mi ero buttato giù... non è vero?' domandò, sgomento. 'Ecco cosa dovevo scancellare con la mia vita. La storiella non contava...' Giunse le mani un attimo, gettando uno sguardo a destra e a sinistra nel buio. 'Era come ingannare i morti,' balbettò. 'E morti non ce n'erano,' feci. A queste parole svanì. Non posso altrimenti dare un'idea del suo movimento. Vidi a un tratto la sua schiena contro la balaustra. Rimase un poco lì, quasi ammirasse quella purezza e quella pace della notte. Qualche cespo fiorito, dal giardino di sotto, esalava il suo profumo potente nell'aria umida. Tornò dietro a passi affrettati. 'E neanche questo contava niente,' disse, testardo come un mulo. 'Può darsi,' ammisi. Cominciavo a dubitare se non fosse lui più forte di me. Dopo tutto, che ne sapevo? 'Morti o non morti, non potevo cavarmela così,' disse. 'Dovevo pur continuare a vivere, no?' 'Beh, sì... se la prende da questo lato,' mormorai. 'Naturalmente fui ben contento,' gettò lì con indifferenza, con la mente fissa altrove... 'della chiarificazione,' soggiunse lentamente; e alzò il capo. 'Sa lei quale fu il mio primo pensiero quando seppi? Un senso di sollievo. Di sollievo nel sapere che quelle grida... le ho detto che avevo udito delle grida? No? Beh, le avevo udite. Grida di aiuto... portate dal vento con la pioggia. Immaginazione, suppongo. Eppure, mi sarebbe difficile... Che stupidaggine... Gli altri non le avevano udite. Glie lo domandai, dopo. Dissero tutti di no. No? E io le udivo ancora! Avrei dovuto capire... ma non facevo riflessioni... ascoltavo soltanto. Fievolissime grida... giorno per giorno. Poi quel piccolo meticcio mi si avvicinò e mi parlò.- Il Patna... una cannoniera francese... riuscita a rimorchiarlo fino a Aden... Indagine... Capitaneria di porto... Casa del Marinaio... Tutto sistemato. Vitto e alloggio! - Lo seguii, contento del silenzio, finalmente. Dunque non c'erano state grida. Immaginazione. Bisognava credergli. Non udivo più nulla. Mi domandavo per quanto tempo avrei potuto reggerci. Di male in peggio... sì, voglio dire, sempre più forti...' Si immerse nei suoi pensieri. 'E invece non avevo udito nulla! Bene. E sia. Ma i fanali? I fanali erano scomparsi! Non li abbiamo visti più. Se li avessimo visti ancora, sarei tornato indietro fino alla nave a gridare. Li avrei scongiurati di riprendermi a bordo... Avrei riavuto una possibilità di salvezza... Lo mette in dubbio?... Come può sapere quello che sentivo io? Che diritto ha di dubitare?... Anche così fui sul punto di farlo... capisce?' Poi, a voce più bassa: 'Non c'era nemmeno una luce... neppur l'ombra...' protestò lugubre. 'Non capisce che se ci fosse stato anche un barlume lei, adesso, non mi vedrebbe qui? Mi vede qui... e dubita?' Negai col capo. Quella faccenda dei fanali scomparsi alla vista quando la scialuppa non poteva essere a più d'un quarto di miglio dalla nave, offriva molta materia di discussione. Jim si teneva fermo alla versione che non si era visto più niente dopo il primo acquazzone; e gli altri avevano confermato la cosa davanti agli ufficiali dell'Avondale. Naturalmente la gente scuoteva il capo e sorrideva. Un vecchio capitano seduto vicino a me in tribunale mi fece il solletico nell'orecchio con la sua barba bianca per mormorare: 'E' naturale che mentiscano.' In realtà non avevano mentito affatto; nemmeno il capo macchinista con la sua storia del fanale che aveva fatto una traiettoria come un fiammifero buttato via. Per lo meno, non aveva mentito in mala fede. Un uomo col fegato in quello stato può benissimo aver veduto una luminella all'angolo dell'occhio nel volgere una rapida occhiata alle sue spalle. Non videro luci di nessun genere pur essendo tanto vicini; e non se lo seppero spiegare che in un modo solo: la nave era affondata. Era consolante certezza. E la immediatezza onde la loro previsione si era avverata aveva giustificato la loro precipitazione. Naturale che non si fossero indugiati in cerca di altre ipotesi. Eppure la vera era la più semplice, e appena Brierly l'ebbe accennata alla Corte, cessò ogni discussione su quel punto. Se ricordate, la nave era ferma, con la prua sulla rotta seguìta fino a quel momento, con la poppa sollevata e la prua ingavonata per l'allagamento del quadrato prodiero. Essendo così in panna, quando il nembo la investì da poppa, virò rapidamente prua a vento come se fosse stata all'àncora. Questo giro di posizione nascose in un batter d'occhio tutti i fanali dalla vista della scialuppa, di sottovento. Può darsi benissimo che, se fossero stati visibili, quei fanali avrebbero avuto l'effetto di una muta invocazione - la loro luce solitaria, contro l'oscurità della nuvolaglia, avrebbe forse avuto il misterioso potere di uno sguardo umano, capace di risvegliare il senso del rimorso e della pietà. Avrebbe detto: 'Sono qui - ancora qui...' e cosa può dire di più l'occhio del più abbandonato essere umano? Ma la nave voltò le spalle come per disprezzo della loro sorte: aveva virato di bordo, col suo peso d'acqua, a contemplare ostinatamente con sguardi accesi sul mare aperto il pericolo a cui doveva sopravvivere in un modo così impensato, per terminare i suoi giorni in un cantiere di demolizione, come se fosse stato stabilito dal destino che dovesse fare una morte oscura sotto i colpi di tanti martelli. Quale fine avesse riservato la sorte ai pellegrini, non sono in grado di dirlo io; ma il loro immediato avvenire portò sul luogo, alle nove circa del mattino dopo, una cannoniera francese che rimpatriava, proveniente da Réunion. Il rapporto del suo comandante era di dominio pubblico. Aveva dirottato alquanto per vedere cosa fosse successo a quel piroscafo che navigava paurosamente appruato su un fosco mare in bonaccia. C'era una bandiera nazionale capovolta che sventolava sul suo picco di maestra (il serang aveva avuto il buon senso di metter questo segnale di pericolo appena giorno); ma i cuochi stavano preparando come al solito il cibo nelle cassette di cottura a prua. I ponti erano gremiti come stazzi di pecore; c'era gente arrampicata su tutti i bastingaggi, stipata sul ponte di comando in massa compatta; centinaia d'occhi fissavano la cannoniera, e non si udì una voce mentre questa si dirigeva sul Patna, come se quel mucchio di labbra fosse stato sigillato da un incantesimo. Il comandante chiamò, e non avendo ricevuto risposta intelligibile, dopo essersi accertato col binocolo che la folla sul ponte non aveva l'aria di essere appestata, decise di mandare una scialuppa. Due ufficiali salirono a bordo, ascoltarono il serang, tentarono di parlar con l'Arabo, ma non riuscirono a levare un ragno dal buco; comunque, la natura del pericolo era abbastanza evidente. I Francesi rimasero anche molto colpiti nel vedere un bianco morto, tranquillamente raggomitolato sul ponte di comando. 'Fort intrigués par ce cadavre,' come mi disse molto tempo dopo un tenente anziano che incontrai a Sidney, per uno stranissimo caso, in una specie di caffè, e che si ricordava benissimo dell'incidente. In realtà quella faccenda, detto tra parentesi, aveva una straordinaria potenza per sfidare la brevità della memoria e la lunghezza del tempo: sembrava persistere con una sorta di vitalità dispettosa nella mente e sulla lingua degli uomini. Ho avuto il dubbio piacere di risentirla spesso, anni più tardi, a migliaia di miglia di distanza, emergere dai discorsi meno attinenti, portata alla superficie dalle allusioni più lontane. Non è forse venuta a galla anche stasera fra noi? E io sono il solo uomo di mare, qui. Sono il solo per il quale questa storia rappresenti un ricordo. Eppure ha trovato la via per saltar fuori! Se due uomini al corrente della faccenda, ma all'insaputa uno dell'altro, si fossero incontrati per puro caso in un punto qualunque della terra, era immancabile come il destino che questa cosa, prima di separarsi, venisse in ballo tra loro. Non avevo mai conosciuto quel Francese, e un'ora dopo avevamo già chiuso i nostri rapporti per tutta la vita: non sembrava nemmeno molto comunicativo: era anzi un tipo tranquillo, massiccio, con la divisa ciancicata, seduto, sonnacchioso, davanti a un mezzo bicchiere di un liquido scuro. Aveva le controspalline un po' opache, guance ben rasate larghe e pallidicce: sembrava un tipo da fiutar tabacco - sapete? Non dico che ne fiutasse davvero: ma che a un tipo così quell'abitudine sarebbe stata in carattere. Cominciò così: lui mi porse attraverso il tavolino di marmo un numero del Home News che non m'interessava affatto. Dissi: 'Merci.' Scambiammo qualche frase apparentemente senza importanza, e a un tratto, prima di poter sapere com'era successo, eravamo entrati in pieno nella faccenda del Patna, e quegli mi stava raccontando come 'erano rimasti perplessi di fronte a quel cadavere.' Risultò che lui era uno degli ufficiali saliti a bordo. In quel locale c'era una gran varietà di bibite straniere, per gli ufficiali di marina di passaggio, e il mio compagno bevve un sorso di quella roba scura, dall'aspetto medicinale, che probabilmente era un innocente cassis à l'eau; poi, gettando con un occhio solo uno sguardo nel bicchiere, scosse leggermente la testa. 'Impossible à comprendre - vous concevez,' disse, con una strana mistura di indifferenza e di riflessione. Potevo agevolmente rendermi conto di come fosse stato impossibile per loro capire. Nessuno sulla cannoniera sapeva tanto l'inglese da seguir la storia raccontata, a modo suo, dal serang. E si faceva anche un gran baccano attorno ai due ufficiali. 'Molti li avevamo tra i piedi; altri stavano in cerchio intorno al morto (autour de ce mort)' raccontò. 'C'era da badare a cose più urgenti. Quella gente cominciava ad agitarsi... Parbleu! Una folla così... capisce?' esclamò con filosofica indulgenza. Quanto alla paratìa, lui aveva detto al comandante che la cosa migliore era di lasciarla stare, tanto aveva un'aria malsicura. Portarono immediatamente (en toute hâte) a bordo due gherlini, e presero il Patna a rimorchio - per la poppa! - il che, data la situazione, non era poi una sciocchezza, ché il timone, un bel po' fuori dell'acqua, non poteva servire gran che a governare, e questa manovra alleggeriva lo sforzo della paratìa, il cui stato, come mi spiegò con loquacità volubile, voleva le massime precauzioni (exigeait les plus grands ménagements). Non potevo fare a meno di pensare che la mia nuova conoscenza doveva aver avuto una parte consultiva in quasi tutte codeste operazioni: sembrava un ufficiale degno di fiducia, non più molto agile, ma d'aspetto in certo modo assai marinaresco, benché, mentre sedeva lì, con le grosse dita intrecciate sul ventre, facesse venire in mente uno di quei preti di campagna tabaccosi e tranquilli, nelle cui orecchie si riversano peccati, sofferenze, rimorsi di generazioni di contadini, e la cui espressione placida e semplice è come un velo gettato sul mistero di tanti dolori e miserie. Avrebbe dovuto indossare una soutane nera e consunta, liscia, abbottonata fino all'ampio mento, invece della finanziera con le controspalline e i bottoni d'ottone. Il suo largo petto si sollevava regolarmente, mentre seguitava a raccontarmi che era stato un lavoro del diavolo, come certamente (sans doute) potevo figurarmi, nella mia qualità d'uomo di mare (en vôtre qualité de marin). Alla fine della frase curvò appena il corpo verso di me, e, spingendo un poco in fuori le labbra rasate, cacciò una specie di sibilo. 'Per fortuna,' soggiunse, 'il mare era liscio come questa tavola e non c'era più vento che qui...' In realtà il locale sapeva di chiuso in un modo intollerabile; faceva molto caldo; il viso mi bruciava come se fossi stato tanto giovane da arrossire di imbarazzo. Avevano fatto rotta, continuò, verso il porto inglese più vicino 'naturellement,' dove si scaricarono di quella responsabilità 'Dieu merci...' Gonfiò un poco le guance piatte... 'Perché, badi (notez bien) durante tutta l'operazione due quartiermastri rimasero piazzati con delle ascie vicino ai gherlini, pronti a liberarci dal rimorchio nel caso che...' Abbassò lentamente le palpebre pesanti, rendendo di piena evidenza il proprio pensiero... 'Che vuole! Si fa quel che si può (on fait ce qu'on peut)' e per un momento riusci a permeare di un'aria di rassegnazione la sua poderosa immobilità. 'Due quartiermastri per trenta ore - sempre lì. Due!' ripeté, alzando un poco la destra e mostrando due dita. Era il primo gesto che gli vedevo fare, e mi fornì l'occasione di osservare una cicatrice a stella sul dorso della mano - prodotta evidentemente da pallottola di fucile; e come se mi si fosse acuita la vista per questa scoperta, mi accorsi anche della sutura di una vecchia ferita, che partendo da un po' sotto la tempia andava a perdersi tra i corti capelli grigi da un lato della testa - il solco di una lancia o il taglio di una sciabola. Di nuovo intrecciò le mani sul ventre. 'Rimasi a bordo di quel, di quel... la mia memoria se ne va (s'en va). Ah! Patt- nà. C'est bien ça. Patt-nà. Merci. E' buffo come svanisce la memoria. Rimasi a bordo trenta ore...' 'Davvero!' esclamai. Sempre guardandosi le mani, strinse un poco le labbra ma senza fischiare, stavolta. 'Parve opportuno,' disse sollevando pacato le sopracciglia, 'che uno degli ufficiali rimanesse lì a tener d'occhio (pour ouvrir l'oeil...)' sospirò a caso... 'e per i segnali di collegamento con la cannoniera... capisce... E anch'io ero d'accordo. Mettemmo le nostre scialuppe in posizione di ammaraggio... e anch'io su quel piroscafo avevo preso le opportune misure... Enfin! Si è fatto il possibile. Era una posizione delicata. Trenta ore. Mi prepararono da mangiare. Quanto al vino... col binocolo!... nemmeno una goccia.' Io non so per che straordinaria maniera, senza nessun percettibile mutamento nel suo aspetto inerte e nella placida espressione del suo volto, riuscì a dare l'idea di un profondo disgusto. 'Io... sa... quando si tratta di mangiare senza il mio bicchiere di vino... non mi ci ritrovo.' Temevo che l'avrebbe fatta lunga sul tema di quel torto patito; perché, pur senza muovere membro né batter ciglio, riusciva a manifestare l'alto grado di irritazione che gli suscitava quel ripensamento. Ma poi sembrò dimenticarsene del tutto. Consegnarono il loro ricupero alle 'autorità portuali' come disse lui. Era rimasto colpito dalla calma con cui lo ricevettero. 'Si sarebbe detto che di questi buffi oggetti rinvenuti (drôle de trouvaille) ne ricevessero in consegna uno tutti i giorni. Siete straordinari - voialtri,' commentò, con la schiena appoggiata al muro, mostrando a sua volta l'aspetto di un essere incapace di reazioni emotive quanto un sacco di farina. C'era per caso una nave da guerra e un piroscafo della marina indiana in porto in quel momento, e il Francese non nascose la sua ammirazione per la sveltezza onde le scialuppe delle due navi liberarono il Patna dei suoi passeggeri. In verità, con quel suo aspetto torpido non lasciava nulla inespresso: aveva quei potere misterioso, quasi miracoloso, di raggiungere effetti impressionanti con mezzi impercettibili; che è il non plus ultra della grande arte. 'Venticinque minuti - orologio alla mano - venticinque, non più...' Aprì e intrecciò di nuovo le dita senza togliere le mani di sul ventre, arrivando a un effetto molto più efficace che se avesse alzato le braccia al cielo in gesto di stupore... 'Tutta quella gente (tout ce monde) a terra... con le loro carabattole... a bordo soltanto una squadra di marinai (marins de l'Etat) e quell'interessante cadavere (cet intéressant cadavre)... Venticinque minuti...' Con gli occhi bassi e la testa un tantino piegata da una parte, sembrava assaporarsi da conoscitore, tra lingua e palato, una fettina di quella brillante operazione. Dava la persuasione in tale modo, senz'altro segno, che il suo gradimento era di gran peso, e, riassumendo quella sua immobilità che non aveva quasi mai interrotto, riprese a parlare per informarmi che, avendo ricevuto l'ordine di recarsi a Tolone al più presto, ripartirono meno di due ore dopo, 'talché (de sorte que) molte cose in questo episodio della mia vita (dans cet épisode de ma vie) mi sono poi rimaste oscure.'". CAPITOLO 13. "Dopo queste parole, e senza mutar posizione, egli, per così dire, si sottomise a uno stato di silenzio passivo. Gli tenni compagnia; e ad un tratto, ma non in modo brusco, come se fosse giunto il momento prestabilito per far uscire dal chiuso la sua voce calma e roca, esclamò: 'Mon Dieu! come passa il tempo!' Nulla poteva essere più banale di questa osservazione; ma venne a sorprendermi in un momento di visione. E' straordinario: noi passiamo attraverso la vita con gli occhi semichiusi, con le orecchie ovattate, col pensiero addormentato. Forse è meglio così; e può darsi che sia proprio questo attutimento dei sensi a far la vita sopportabile e gradita alla stragrande maggioranza della gente. Tuttavia, ben pochi di noi non avranno mai vissuto uno di quei rari momenti di risveglio, quando viviamo ascoltiamo, comprendiamo tante cose - tutte - in un lampo prima di ricadere nella nostra dolce sonnolenza. A quelle sue parole alzai gli occhi e lo vidi come per la prima volta. Vidi il suo mento abbassato sul petto, le goffe pieghe della sua giacca, le sue mani giunte, la sua immobilità che dava la stranissima idea di un oggetto abbandonato lì. Ne era passato davvero tanto, del tempo: e lo aveva raggiunto e sorpassato, lasciandoselo irrimediabilmente alle spalle, con pochi, poveri doni: i capelli grigio-ferro, la pesante stanchezza del viso abbronzato, due cicatrici, un paio di controspalline che avevano perso il lustro; uno di quegli uomini solidi, di fiducia, che sono la materia prima delle grandi reputazioni; una di quelle vite che non si calcolano, che si seppelliscono senza tamburi né trombe sotto le fondamenta dei successi monumentali. 'Ora sono capitano di corvetta sulla Victorieuse,' (era l'ammiraglia della squadra francese del Pacifico in quel periodo), disse, staccando di cinque centimetri le spalle dal muro per presentarsi. M'inchinai leggermente dalla mia parte del tavolo, dicendogli che comandavo una nave mercantile ancorata in quel momento nella Rushcutters' Bay. L'aveva 'rimarcata': un bel bastimentino. Pur nella sua impassibilità, su questo argomento fu molto gentile con me. Mi pare che arrivasse perfino a muovere la testa per complimento, mentre ripeteva a bassissima voce 'Ah sì. Un bastimentino verniciato di nero... molto carino... molto carino (très coquet)'. Dopo un po' fece una lenta conversione per volgersi alla porta a vetri sulla nostra destra. 'Città malinconica (Triste ville)' osservò, fissando la strada. Era una giornata luminosa; faceva vento di scirocco: vedevamo i passanti, uomini e donne, schiaffeggiati dalla buriana lungo i marciapiedi, e le facciate solatìe delle case di fronte seminascoste dagli alti mulinelli di polvere. 'Ero sceso a terra,' disse, 'per sgranchirmi un po' le gambe, ma...' S'interruppe, e ricadde nelle profondità del suo riposo. 'Mi dica un po', scusi,' riprese, risalendo faticosamente alla superficie. 'Che c'era precisamente (au juste) in fondo a quella faccenda? Curiosa cosa! Quel cadavere, per esempio... e tutto quanto.' 'E i vivi,' risposi. 'Qualcuno, anche molto più strano del morto.' 'Senza dubbio, senza dubbio,' annuì come un soffio; poi, quasi dopo matura riflessione, mormorò: 'Evidentemente.' Non ebbi difficoltà a comunicargli quel che più mi aveva colpito nella faccenda. Mi sembrava che avesse il diritto di saperlo: non aveva passato trenta ore sul Patna - non ne aveva, per così dire, raccolto l'eredità, non aveva fatto 'il possibile?' Mi ascoltò con un aspetto più sacerdotale che mai e con un'aria probabilmente per via di quei suoi occhi bassi - di devoto raccoglimento. Una o due volte sollevò le sopracciglia (ma senza alzare le palpebre) come uno che dicesse 'Diavolo!' Una volta esclamò con calma: 'Ah, bah!' sottovoce, e quando ebbi terminato spinse le labbra in fuori con decisione emettendo un leggero sibilo di pena. In qualunque altra persona questo avrebbe significato uno stato di noia, un segno d'indifferenza; ma lui, col suo metodo misterioso, riuscì a dare alla sua immobilità un profondo senso di risposta, piena di pensieri importanti come un uovo è pieno di sostanza. Ciò che disse alla fine non fu che un 'molto interessante' pronunciato con cortesia, e poco più forte di un sussurro. Prima che mi fossi rimesso dalla mia delusione, soggiunse, come parlando fra sé: 'Già. Proprio così.' Il mento sembrò sprofondarglisi ancor più nel petto, il suo corpo pesare ancor più sulla sedia. Stavo per domandargli che intendesse dire, quando una specie di tremito preparatorio lo trascorse per tutta la persona, come quella leggera increspatura che si scorge sulle acque di uno stagno prima che si metta il vento. 'E così quel povero giovanotto se ne scappò con gli altri,' disse, con pacata severità. Non so che cosa mi fece sorridere: è l'unico mio sorriso sincero che ricordi in tutta questa storia di Jim. Comunque, anche questa semplice dichiarazione suonava buffa, in francese... 'S'est enfui avec les autres,' aveva detto il tenente. E a un tratto cominciai ad ammirare la prontezza di quell'uomo, che aveva colto subito il punto della questione; aveva afferrato subito l'unica cosa per me importante. Mi parve di essere a consulto da un avvocato. La sua maturità calma e imperturbabile era quella di un esperto in possesso dei fatti, per il quale le perplessità altrui non sono che giochi di bambini. 'Ah! la gioventù, la gioventù,' disse con indulgenza. 'E dopo tutto, di questo non si muore.' 'Di che cosa non si muore?' domandai subito. 'Di paura.' Chiarito il suo pensiero, buttò giù un sorso della sua bibita. Mi accorsi che il medio, l'anulare e il mignolo della sua mano ferita erano rigidi e senza facoltà di movimento autonomo, sicché teneva il bicchiere in modo un po' sgraziato. 'Si ha sempre paura. Si può discorrere quanto si vuole, ma...' Posò il bicchiere... 'La paura, la paura... badi... è sempre qui...' Si toccò il petto vicino a uno dei bottoni di metallo, proprio nel punto dove Jim si era dato una manata quando aveva dichiarato che il suo cuore era sanissimo. Mi sfuggì forse un moto di dissenso, perché insistette: 'Sì! Sì! Si discorre, si discorre; va tutto benissimo, ma alla resa dei conti uno non è più intelligente di un altro... e nemmeno più coraggioso. Coraggioso! Questo resta sempre da vedersi. Ho viaggiato un mucchio (roulé ma bosse)' disse, usando quel termine del gergo con imperturbabile serietà in tutte le parti del mondo; 'ho conosciuto uomini coraggiosi - alcuni celebri addirittura. Allez!...' Bevve con aria indifferente... 'Coraggiosi... lei lo capisce... in servizio... bisogna esserlo... lo richiede il mestiere (le métier veut ça). No?' Si volse a me in tono calmo. 'Eh bien! Ognuno di loro - dico ognuno di loro, se fosse stato sincero - bien entendu - avrebbe confessato che c'è un punto c'è un punto - per il più in gamba di noi - c'è più in qua o più in là il punto che si lascia andare ogni cosa (vous lâchez tout). E bisogna vivere con questa certezza... Capisce? In certe date coincidenze di casi, la paura non può mancare. Una fifa terribile (un trac épouvantable). E anche per coloro che non credono a questa verità, la paura c'è ugualmente... la paura di se stessi. Non si scappa. Creda a me. Sì. Sì... Alla mia età si parla a ragion veduta... que diable!...' Aveva scodellato tutto ciò nella sua immobilità, come un portavoce della saggezza astratta; ma a questo punto accrebbe quel senso di distacco mettendosi a girare lentamente i pollici. 'E' chiaro... parbleu!' riprese; 'perché, ha voglia uno di essersi preparato l'animo, basta un semplice mal di capo o una indisposizione di stomaco (un dérangement d'estomac) a... Guardi me, per esempio... io ne ho passate abbastanza... Eh bien! Io che le parlo, una volta...' Scolò il bicchiere, e poi riprese a far girare i pollici. 'No, no; non si muore di questo,' dichiarò con aria conclusiva; e quando capii che non intendeva continuare il racconto del suo fatto personale rimasi estremamente deluso; tanto più che eravamo in un campo che, si sa, non è mai il caso di spingere la gente a confidarsi. Rimasi in silenzio, e anche lui; come se niente potesse riuscirgli più gradito. Erano fermi, adesso, perfino i suoi pollici. A un tratto cominciò a muovere le labbra. 'E' così,' riprese, placidamente. 'L'uomo nasce vigliacco (L'homme est né poltron). E' una difficoltà parbleu! Altrimenti sarebbe troppo facile. Ma l'abitudine... la necessità... capisce?... l'occhio degli altri... voilà. Ci si vince. E poi l'esempio degli altri, che non valgono più di noi, eppure si tengono su...'. Tacque. 'Quel giovane - lei lo avrà notato - non aveva di questi stimolanti... almeno in quel momento,' osservai. Alzò le sopracciglia con aria benevola. 'Non dico, non dico. Il giovanotto in questione poteva avere le migliori qualità - le migliori ,' ripeté ansando un poco. 'Sono contento di vedere che lei considera la cosa con tanta indulgenza", dissi. "I sentimenti di quel giovane, in materia, erano... ah!... ottimisti, e...' Lo stropiccìo dei suoi piedi sotto la tavola m'interruppe. Tirò su le palpebre pesanti. Tirò su, dico - nessun'altra espressione potrebbe descrivere la calma decisa dell'atto - e finalmente mi si rivelò del tutto. Mi stavano addosso due cerchietti grigi, stretti, come due minuscoli anelli di acciaio intorno al nero carico delle pupille. Quello sguardo acuto, da quel corpo massiccio, dava un senso di estrema potenza, come un'affilatura di rasoio su un'ascia da battaglia. 'Domando scusa, disse con un po' di pedanteria. Alzò la mano destra e si piegò in avanti. 'Mi permetta... Sostenevo che si può vivere sapendo benissimo che il coraggio non viene da sé (ne vient pas tout seul). In questo non c'è nulla di male. Una verità di più non sarà quella che rende la vita impossibile... Ma l'onore - l'onore, monsieur!.. . L'onore... quella è una realtà. .. quella! E che valore può aver la vita quando,'... si alzò in piedi con pesante impeto, come un bue spaventato si tira su dall'erba... 'quando l'onore se n'è andato - ah! ça par exemple - non posso esprimere una opinione. Non posso esprimere un'opinione... perché... monsieur - non ne so nulla.' Mi ero alzato in piedi anch'io, e, sforzandoci di manifestare la più gran cortesia con i nostri atteggiamenti restammo l'uno di fronte all'altro, muti, come due cani di porcellana su un caminetto. Al diavolo anche quello lì! Aveva bucato la bolla di sapone. Il demone della futilità che tende l'agguato ai discorsi degli uomini era piombato in mezzo alla nostra conversazione, riducendola a una vuota discussione di suoni. 'Benissimo,' dissi, con un sorriso impacciato. 'Ma forse basterebbe non essere scoperti?' Fece il gesto di ribattere subito, ma quando parlò aveva cambiato idea. 'Questo, monsieur, è troppo sottile per me - mi supera di molto - non ci voglio pensare.' S'inchinò profondamente, tenendo il suo berretto davanti a sé, per la punta, fra il pollice e l'indice dalla mano ferita. Mi inchinai anch'io. Ci inchinammo insieme uno di fronte all'altro con gran strusciar di piedi e salamelecchi, sotto gli occhi d'una specie di cameriere bisunto che ci osservava con aria di critico, come se avesse pagato il biglietto per quello spettacolo. 'Serviteur,' disse il Francese. Un'altra strisciatina di piedi. 'Monsieur...' 'Monsieur...' La porta a vetri si richiuse dietro alla sua schiena voluminosa. Vidi la sciroccata investirlo e portarselo via col vento in poppa, una mano sulla testa, le spalle squadrate, e le falde della giacca appiccicate alle gambe. Tornai a sedermi, solo e scoraggiato - scoraggiato per il caso di Jim. Non vi meravigliate che dopo più di tre anni la faccenda fosse ancora presente al mio spirito. Jim, io lo avevo riveduto poco prima. Venivo dritto da Samarang dove avevo fatto carico per Sydney: un affare privo assolutamente di interesse - una di quelle cose che Carletto, qui, chiamerebbe una delle mie transazioni razionali: e a Samarang avevo visto Jim. Lavorava allora per De Jongh, su mia raccomandazione. Commissionario marittimo. 'Il mio commesso galleggiante,' lo chiamava De Jongh. Non potete immaginare vita più povera di consolazioni, con meno possibilità di rallegrarsi per una scintilla di bellezza. Soltanto quella di un agente di assicurazioni è peggiore. Il piccolo Bob Stanton - Carletto, qui, lo conosceva bene - ci è passato. Parlo di quel Bob che annegò nel tentativo di salvare una cameriera nel naufragio del Sephora: quel caso di collisione- ve lo ricorderete certo - una mattina di nebbia lungo la costa spagnola. Tutti i passeggeri erano stati sistemati a dovere nelle scialuppe e spinti lontano dalla nave, quando Bob tornò ancora sottobordo e si arrampicò sul ponte a riprendere quella ragazza. Come mai l'avessero dimenticata, non so capacitarmene; comunque, era impazzita: non voleva abbandonare la nave - si reggeva al bastingaggio con tutte le sue forze. Dalle scialuppe questa lotta si vedeva benissimo; ma il povero Bob era il più basso di statura degli ufficiali in prima di tutta la marina mercantile: e la donna, alta un metro e settantacinque, pare che fosse robusta come un accidente. Così, tira di qua, e tira di là; e quella disgraziata che urlava senza tregua, e Bob che ogni tanto dava uno strillo per raccomandare alla scialuppa di tenersi lontana dalla nave. Uno dei marinai mi raccontò, sorridendo al ricordo: 'Sembrava proprio, signore, un bambino cattivo alle prese con la mamma.' Aggiunse: 'Alla fine vedemmo che il signor Stanton aveva rinunciato all'idea di staccar la donna dal bastingaggio, e si teneva semplicemente vicino a lei, come in osservazione. Pensammo poi che doveva aver fatto calcolo sulla forza del mare, che forse, dopo, l'avrebbe strappata di lì dandogli modo di salvarla. Avvicinarci noi sottobordo, neanche a dirlo: difatti, poco dopo, la vecchia nave, dopo una sbandata a dritta, andò giù di colpo: plop! Il risucchio fu una cosa terribile. Non vedemmo tornar a galla niente: né vivo né morto.' Il periodo di vita a terra del povero Bob fu, credo, un episodio d'un suo affare di cuore. Sperava seriamente di averla finita per sempre col mare, e gli pareva di toccare il cielo con le dita, ma alla fine dovette acconciarsi a un lavoro duro. Il posto glie l'aveva trovato un suo cugino di Liverpool. Ci raccontava sempre quanto aveva tribolato a far quel mestiere. Ci faceva ridere fino alle lagrime e, incoraggiato dal successo, piccolo com'era e barbuto fino alla cintura come uno gnomo, si alzava sulla punta dei piedi in mezzo a noi, e diceva: 'Ridete pure, voialtri, ma la mia anima immortale si riduceva alle proporzioni di un pisello secco, dopo una settimana di quel lavoro.' Non so come si adattasse la natura di Jim alle sue nuove condizioni di vita - avevo già dovuto sudar sangue per trovargli un'occupazione che gli conservasse l'anima in corpo ma sono convinto che la sua fantasia avventurosa ha dovuto soffrire tutte le pene dell'inedia non avendo certamente di che nutrirsi nel suo nuovo impiego. Faceva pena vederlo lavorare, benché ci si mettesse con una serena pertinacia degna di ogni rispetto. Tenevo d'occhio la sua costanza in quel noioso lavoro, che mi pareva una forma di punizione per le fanfaronate della sua fantasia - un castigo per la sua aspirazione a una bellezza per la quale non gli sarebbero bastate le forze. Gli era troppo piaciuto immaginarsi come un magnifico cavallo da corsa; e ora era condannato a faticar senza gloria come il ciuco d'un erbivendolo. Era bravissimo. Si chiudeva in se stesso, abbassava la testa, e non diceva mai una parola. Bene; benissimo - eccetto quando tornava disgraziatamente a galla l'insopprimibile storia del Patna, ché allora scoppiavano scenate fantastiche e violente. Per sua sventura, quello scandalo dei mari d'Oriente era duro a morire. E perciò non avevo mai la sensazione di averla finita con Jim. Rimasi seduto pensando a lui dopo che l'ufficiale francese se ne fu andato; però non lo rivedevo nel retrobottega fresco e malinconico di De Jongh, dove ci eravamo stretti la mano qualche tempo prima, ma come tre anni fa, agli ultimi guizzi della candela, nella lunga galleria dell'Hôtel Malabar, col freddo, il buio della notte alle spalle. La rispettabile spada della patria Legge gli pendeva sospesa sul capo. Domani - o oggi? (la mezzanotte era scivolata via molto prima che ci separassimo) il magistrato faccia di marmo, dopo aver distribuito multe e prigione nel processo di aggressione con vie di fatto, avrebbe impugnato la sua terribile arma, e lo avrebbe colpito sul collo proteso. Il nostro colloquio durante quella notte era stato incredibilmente simile all'ultima veglia di un condannato. Anche lui era colpevole. Era colpevole - me l'ero ripetuto tante volte; colpevole e finito; e tuttavia desideravo risparmiargli i particolari di un'esecuzione formale. Non mi proverò a spiegare le ragioni di quella mia disposizione d'animo - non credo che potrei; ma se non siete arrivati ormai a farvene un'idea, allora devo esser stato assai poco chiaro nel mio racconto, oppure avete troppo sonno per afferrare il significato delle mie parole. Io non difendo la mia moralità. Non c'era una questione di moralità nell'impulso che mi spinse a offrirgli il piano d'evasione di Brierly - se così posso chiamarlo - in tutta la sua semplicità primitiva. Le rupie c'erano - le avevo in tasca assolutamente pronte per lui, a sua disposizione. Oh! non era che un prestito; un prestito, si capisce - e se una presentazione a un tale (a Rangoon) che poteva trovargli qualche lavoro... Ma col massimo piacere! Avevo penna, inchiostro e carta in camera, al primo piano. E già mentre parlavo ero impaziente di cominciare la lettera: giorno, mese, anno, ore 2.30 antimeridiane... in nome della nostra vecchia amicizia ti prego di trovare un'occupazione per il signor Giacomo Tal dei Tali, nel quale, ecc. ecc.... Per lui ero pronto perfino a scrivere in quel tono. Se non si era conquistato la mia simpatia, per sé aveva fatto di più - era penetrato fino alla sorgente e alla radice di quel sentimento, aveva toccato la segreta sensibilità del mio egoismo. Non vi nascondo nulla, perché se lo facessi il mio atto apparirebbe più inspiegabile di quanto sia lecito a qualsiasi atto umano; senza contare che domani avrete dimenticato la mia sincerità come tutte le altre lezioni del passato. In questa faccenda, a parlar chiaro, I'uomo irreprensibile ero io; ma le raffinate intenzioni della mia immoralità furono vinte dalla semplicità morale del colpevole. Aveva anche lui, senza dubbio, la sua parte d'egoismo, ma di un'origine più alta, e per uno scopo più elevato. Mi accorsi che, qualunque cosa io dicessi, lui era ansioso di presentarsi alla cerimonia dell'esecuzione; né dissi gran che, perché sentivo che in una discussione tra noi la sua gioventù avrebbe avuto buon giuoco contro di me: egli credeva ancora in ciò su cui da un pezzo io avevo cessato d'illudermi. C'era una certa bellezza nella follia della sua inespressa, quasi non formulata speranza. 'Svignarmela! Non ci penso nemmeno,' fece, scuotendo il capo. 'Le faccio una offerta per la quale non pretendo né mi aspetto neanche l'ombra della gratitudine,' dissi; 'mi restituirà il danaro a suo comodo, e...' 'Lei è molto buono,' borbottò senza alzare gli occhi. Lo osservai a fondo; l'avvenire doveva sembrargli orribilmente incerto; ma non esitò un attimo, come se davvero nel suo cuore non ci fosse stato nulla di men che buono. Mi sentii irritato non era la prima volta, in quella sera. 'Tutta questa disgraziata faccenda,' dissi, 'è già abbastanza dura, direi, per un uomo come lei...' 'Infatti, infatti,' mormorò due volte, con gli occhi fissi sul pavimento. Spezzava il cuore. Era lì dritto, alto sopra il lume, e vedevo la peluria della sua guancia, il colorito caldo sotto la pelle liscia del suo viso. Credetemi o no, vi dico che faceva spezzare il cuore. Mi sentii spinto alla brutalità. 'Sì,' feci; 'e mi permetta di confessarle la mia impossibilità assoluta di vedere che vantaggio c'è a voler arrivare così fino alla feccia.' 'Vantaggio!' mormorò senza un gesto. 'Dio mi dànni se ce lo vedo,' ribattei, furibondo. 'Per farle capire che cosa c'è sotto...,' seguitò lentamente, come preparasse un argomento inconfutabile. 'Ma, dopo tutto, è un guaio mio personale.' Aprii la bocca per ribattere, ma mi accorsi d'un tratto di aver perduto ogni fiducia in me stesso; e mi parve che anche lui mi avesse tolta la sua stima, perché borbottò come uno che riflette a mezza voce: 'Chi scappato - chi all'ospedale... Nessuno di loro ha voluto affrontare... Loro!...' Agitò lievemente la mano in segno di spregio. 'Ma io ho da superare questa prova, senza sottrarmi a nulla, altrimenti...' Tacque. Fissava il vuoto come allucinato. La sua faccia inconsapevole rifletteva il susseguirsi di varie espressioni: disprezzo, disperazione, risolutezza - le rifletteva a turno, come in uno specchio magico il passaggio labile di forme ultraterrene. Viveva in un cerchio di spettri fallaci, di ombre austere. 'Oh, sciocchezze, ragazzo,' cominciai. Ebbe un moto d'impazienza. 'Sembra che non mi abbia inteso bene,' fece con tono incisivo; poi, guardandomi senza batter palpebra: 'Mi son buttato giù, è vero, ma non sono uno che scappa.' 'Non intendevo offenderla,' dissi; poi soggiunsi come uno stupido: 'Uomini meglio di lei hanno trovato opportuno, talvolta, di scappare.' Arrossì tutto, mentre io per poco non soffocavo dalla mortificazione. 'Forse è così,' disse alla fine. 'Io non valgo abbastanza: non posso permettermi questo lusso. Debbo lottare contro questo... Sto lottando anche adesso.' Mi alzai dalla poltrona, e mi sentii tutto irrigidito. Il silenzio era penoso, e per finirla non seppi trovar nulla di meglio che osservare con disinvoltura: 'Non credevo fosse così tardi...' 'Lei ne ha abbastanza - credo - di questa storia,' disse bruscamente: 'e, per dire la verità,' - cominciò a cercar con gli occhi il suo berretto - 'anch'io.' Bene! Aveva rifiutato quella straordinaria offerta. Aveva respinto la mia mano tesa ad aiutarlo; ora era pronto ad andarsene, e al di là della balaustra la notte sembrava aspettarlo immobile, come la vittima designata. Udii la sua voce. 'Ah! eccolo qui.' Aveva trovato il berretto. Per pochi secondi rimanemmo sospesi. 'Che farà quando... quando...' domandai a voce bassissima. 'Andrò al diavolo, molto probabilmente,' rispose in un borbottio roco. Mi ero un po' ripreso, e mi parve meglio prender la cosa alla leggera. 'La prego di ricordarsi,' dissi, 'che sarei molto lieto di rivederla prima della sua partenza.' 'Perché no? Questa maledetta storia non mi renderà mica invisibile.' replicò con intensa amarezza... 'Magari!' Allora, al momento di congedarsi, fu una serie di balbettii, di gesti incerti, di tremende esitazioni. Dio gli perdoni, a lui... e anche a me! Si era ficcato in quella sua testa fantastica che forse avrei avuto difficolta a stringergli la mano. Una cosa tremenda! Credo che gli gridai qualcosa a un tratto, come si urlerebbe a un uomo sul punto di metter piede sopra un burrone; ricordo che alzammo la voce, e ricordo l'apparire sul suo volto di un povero sorriso, una stretta di mano da stritolarmela, e la sua risatina nervosa. La candela si spense sfrigolando, e la cosa finì, se Dio vuole, con un gemito che mi giunse per l'aria nel buio. In qualche modo riuscì ad allontanarsi. La notte ne inghiottì la sagoma. Era uno spaventoso pasticcione. Spaventoso. Sentii lo scricchiolìo della ghiaia sotto le sue scarpe. Se n'andava di corsa; proprio di corsa, senza un posto al mondo dove andare. E non aveva ancora ventiquattr'anni". CAPITOLO 14. "Dormii poco, mangiai un boccone in fretta e decisi, dopo un attimo di titubanza, di saltare la visita mattutina alla mia nave. Facevo uno strappo grave perché il mio primo ufficiale di bordo, sebbene fosse in tutto e per tutto un eccellente uomo, era soggetto a così nere fantasie che, se non riceveva una lettera dalla moglie nel termine stabilito, diventava addirittura matto di rabbia e di gelosia; lasciava perdere il suo lavoro, litigava con tutti i marinai, e se non si ritirava a piangere in cabina, s'inaspriva al punto di portar l'equipaggio sull'orlo della rivolta. Questa faccenda non l'avevo mai capita: erano sposati da tredici anni: lei l'avevo vista di sfuggita una volta e in coscienza non si arriva a immaginare un donnaiolo di così buon palato da cadere in tentazione per quello straccetto. Non so se ho fatto male a non aprir gli occhi in proposito al povero Selvin, quando quel disgraziato si creava un inferno in terra che, di contraccolpo, investiva anche me; ma una certa, indubbiamente falsa, delicatezza mi trattenne. I rapporti coniugali dei marinai sarebbero un interessante argomento; io potrei raccontarvi episodi... Ma ciò sarebbe fuor di tempo e di luogo: qui noi ci stiamo occupando di Jim - che era celibe. Qualora per il suo carattere estroso o il suo orgoglio, ovvero per tutte quelle fantasmagorie e ombre austere di cui ebbe le calamitose visitazioni in gioventù, non fosse riuscito a sfuggire al ceppo, io che, naturalmente, non ho mai ricevuto visitazioni simili, neanche il sospetto, ero spinto da una forza irresistibile ad assistere alla sua decapitazione. Presi la via del tribunale. Non pensavo affatto di rimanere molto colpito o edificato, o eccitato e nemmeno impaurito, sebbene un bello spavento ogni tanto sia disciplina salutare finché uno ha vita da vivere. Ma non mi aspettavo nemmeno che la faccenda mi avrebbe così terribilmente depresso. L'amarezza del suo castigo era tutta in quell'atmosfera gelida e meschina. La vera essenza del delitto sta nel mancar di fede al consorzio umano; da questo punto di vista Jim non era un traditore da poco, ma la sua esecuzione fu una cerimonia pietosa. Né la solennità del patibolo, né i drappi rossi (si usavano i drappi rossi a Tower Hill? Avrebbero dovuto esserci) né moltitudini esterrefatte dall'orrore del delitto, e commosse fino alle lacrime per la fine del reo - né l'aspetto d'una cupa giustizia punitrice. Splendeva, sui miei passi, un limpido sole troppo vivo per riuscir consolante, le strade piene d'un guazzabuglio di note di colore, come in un caleidoscopio rotto: giallo, verde, azzurro, bianco da levar gli occhi; la nudità scoperta di una spalla abbronzata, un carro di buoi con un baldacchino rosso, una compagnia di fanteria indigena in un blocco color nocciola opaco punteggiato di teste nere, che marciava con gambaletti coperti di polverone; un agente indigeno in uniforme scura di taglio striminzito, con cintura di cuoio lucido, che mi guardò con occhi d'un'accoratezza orientale, come se il suo spirito trasmigratore soffrisse troppo di quell'imprevista come si chiama?... avatar... incarnazione. All'ombra di un albero solitario nel cortile, i contadini implicati nel processo d'aggressione, in gruppo pittoresco, seduti, sembravano la cromolitografia di un accampamento per un libro di viaggi in Oriente. Veniva fatto di cercare l'immancabile fil di fumo in primo piano e le bestie da soma a brucare in libertà. Più alto dietro l'albero si levava un liscio muro giallo e rifletteva il bagliore del sole. L'aula del tribunale, così buia, sembrava più grande. Lassù nella zona in penombra i punkahs oscillavano avanti e indietro, avanti e indietro. Qua e là una figura drappeggiata, rimpicciolita dalla nudità delle pareti, stava immobile in mezzo alle file di banchi vuoti, come assorta in pia meditazione. Il querelante, quello che era stato bastonato, un obeso color cioccolato con la testa rapata, col petto oleoso scoperto e un segno di casta di un giallo brillante sopra la radice del naso, sedeva in pomposa immobilità, rotando nell'ombra gli occhi scintillanti, e dilatando nel respiro e riabbassando le narici con energia. Brierly si abbandonò sulla sedia e pareva esausto, come se avesse passato la notte a correre su una pista di cenere. Il pio capitano di veliero sembrava eccitato e aveva scatti nervosi, come se trattenesse a stento l'impulso di balzare in piedi per esortarci solennemente alla preghiera e al pentimento. La testa del magistrato, di uno squisito pallore sotto le chiome ravviate con cura, sembrava la testa d'un malato incurabile che, ben lavato e pettinato, avessero messo a sedere sul letto, sollevato sui cuscini. Spostò il vaso da fiori - un mazzo di corolle purpuree su gambi lunghi, con qualche punteggiatura di rosa - poi, sollevato a due mani un foglio di carta azzurrina, lo scorse con gli occhi, appoggiò gli avambracci sull'orlo della scrivania, e cominciò a leggere ad alta voce in tono uguale, nitido e assente "Perdiana! Con tutte le mie sciocchezze a proposito di patiboli, e di teste tagliate - io vi assicuro che fu infinitamente peggio di una decapitazione. Un grave senso di ineluttabilità incombeva, senza neanche il sollievo di quella speranza di riposo e di sicurezza che segue il cadere della mannaia. Questo giudizio legale aveva la freddezza vendicativa di una sentenza di morte, aveva la crudeltà di un bando di esilio. Così per lo meno mi parve quella mattina - e ancora adesso mi sembra di riconoscere un innegabile fondo di verità in quella mia valutazione eccessiva d'un fatto di cronaca. Potete dunque farvi un'idea dell'intensità dei miei sentimenti in quel giorno. Per questo, forse, non riuscivo a persuadermi che il giudizio fosse definitivo. La questione, per me, restava aperta; ero ancora ansioso di rimetterlo in discussione, come se non fosse già esaurita - suffragandola di pareri individuali - di opinioni internazionali, magari. Per esempio, quella del Francese. E costui aveva emesso il giudizio di tutto il suo Paese con la fraseologia spassionata e precisa di una macchina, se le macchine sapessero parlare. La testa del magistrato restava mezzo nascosta dal foglio, la sua fronte sembrava d'alabastro. Vari quesiti vennero sottoposti alla Corte. Primo, se la nave era, sotto ogni punto di vista, in efficienza e in condizione di reggere il mare. La Corte rispose: no. Il secondo quesito, ricordo, era se fino al momento dell'incidente il Patna avesse navigato con le debite e specifiche norme nautiche. A questo risposero: sì - Dio sa perché - e poi dichiararono che non era emerso alcun elemento probatorio sulle precise cause del sinistro. Probabilmente un relitto vagante. Mi ricordavo di un tre alberi norvegese, che faceva rotta con un carico di pino americano e fu dato disperso verso quell'epoca: giusto il tipo di nave da scuffiare sotto un fortunale e seguitar poi a galleggiare, chiglia in su, per dei mesi - una specie di versiera marina, alla ricerca di preda nell'oscurità. Tali cadaveri vaganti sono piuttosto comuni nell'Atlantico settentrionale, infestato com'è da tutti i terrori del mare nebbie, icebergs, carcasse di navi all'agguato, e la maledizione di burrasche insistenti, che ti si attaccano addosso come vampiri, e non mollano finché non hanno succhiato tutte le forze, tutto il coraggio, e perfino la speranza, e ti riducono un uomo a un guscio vuoto. Ma lì - in quei mari - il caso era tanto raro da sembrare piuttosto il personale proposito di una provvidenza maligna: la quale, tranne non si fosse proposta come scopo preciso la morte d'un fuochista e peggio della morte per Jim, appariva un gioco diabolico assolutamente gratuito. Queste considerazioni che mi spuntavano in mente, mi sviarono l'attenzione. Per un certo tempo la voce del magistrato non la sentii più che come puro suono; ma improvvisamente riprese a scandirsi in parole definite... 'con assoluta noncuranza del loro preciso dovere,' diceva. La frase successiva, non so come, mi sfuggì. E poi... 'abbandonando nel momento del pericolo le vite e la roba a loro affidate...' continuò la voce in tono monotono, e quindi si tacque. Due pupille sotto a una fronte bianca gettarono un cupo sguardo di sopra il margine del foglio. Cercai subito Jim con gli occhi, come se mi aspettassi di non trovarlo più li. Era fermo immobile - ma c'era, seduto, biondo, roseo, raccolto. 'Per questi motivi...' riprese la voce, enfatica. Jim con gli occhi fissi e la bocca semiaperta, pendeva dalle parole di quell'uomo di là dalla scrivania: cadevano esse nel silenzio intorno, librandosi sul vento mosso dai punkahs: e io, che badavo al loro effetto su Jim, non afferravo che a frammenti quella terminologia ufficiale... 'La Corte... Gustavo Tal-dei-Tali, capitano... nato in Germania... Giacomo Tal-dei-Tali... primo ufficiale... radiati dall'albo.' Seguì in silenzio. Il magistrato aveva lasciato cadere il foglio, e, chinandosi di traverso su un bracciolo della poltrona, si mise a parlare tranquillamente con Brierly. La gente si avviava all'uscita; altri cercavano di entrare, io mi avviai alla porta. Fuori, mi fermai; e quando Jim mi passò vicino, diretto al cancello, lo presi per un braccio. L'occhiata che mi diede mi turbò come se fossi stato responsabile della sua situazione: mi guardò come se fossi io, in carne e ossa, il male della vita. 'E' finita,' balbettai. 'Già,' ribatté con voce afona. 'E ora, che nessuno...' con uno strappo si liberò il braccio dalla mia stretta, e lo vedevo di schiena allontanarsi. La strada correva dritta ed egli mi rimase in vista per un pezzo. Camminava piuttosto adagio, con le gambe un po' aperte, come se gli riuscisse difficile seguire una linea retta. Poco prima di perderlo d'occhio, mi parve di vedere che barcollava un po'. 'Un uomo in mare,' disse una voce profonda dietro di me. Voltandomi, vidi un tipo che conoscevo appena, un Australiano dell'Ovest: un tal Chester. Anche lui l'aveva accompagnato con gli occhi. Era un uomo con un torace immenso, un viso scabro, raso, color mogano, e due ciuffetti di peli grigio ferro, folti, duri, sul labbro superiore. Era stato pescatore di perle, recuperatore di relitti, commerciante e anche pescatore di balene, credo; secondo quanto diceva lui stesso, aveva fatto tutto ciò che un uomo può fare in mare, eccetto il pirata. Il Pacifico del Nord e del Sud era la sua bandita di caccia; ma adesso era arrivato fino a quel porto in cerca di un piroscafo da comprare a buon mercato. Recentemente aveva scoperto in qualche parte - a sentir lui - un'isola di guano, ma c'era un approdo pericoloso e l'ancoraggio, allo stato delle cose, si presentava innegabilmente, a dir poco, malsicuro. 'Vale una miniera d'oro,' esclamava. 'Proprio in mezzo alle scogliere di Walpole, e anche se non si trova, magari, dove dar fondo a meno di quaranta braccia, che importa? E ci sarà magari qualche ciclone. Però è un affare di prim'ordine. Vale una miniera d'oro... di più! Eppure non ce n'è uno, di questi imbecilli, che se ne renda conto. Non mi riesce di trovare un capitano o un armatore che ci si voglia accostare. Così ho deciso di caricarla da me quella grazia di Dio...' Ecco perché cercava un piroscafo, e sapevo che proprio allora stava trattando con grande entusiasmo con una ditta Parsi per un vecchio anacronismo attrezzato a brigantino, della forza di novanta cavalli. Ci eravamo incontrati varie volte, e avevamo fatto quattro chiacchiere insieme. Ora guardava Jim allontanarsi, e con aria di chi è al corrente, domandò con sarcasmo: 'E quello se la prende, eh?' 'Moltissimo,' risposi. 'Allora è un buono da niente,' concluse. 'Tante storie per uno straccio di pergamena: roba che non è mai servita a fare un uomo! Bisogna vedere le cose come sono - altrimenti meglio piantarla, che tanto non si farà mai nulla in questo mondo. Guardi me. Mi sono fatto una regola di non pigliarmela mai di nulla.' 'Già,' feci. 'Vede le cose come sono, lei.' 'Vorrei veder arrivare il mio socio, ecco cosa vorrei vedere,' disse. 'Lo conosce lei il mio socio? Il vecchio Robinson. Già: il Robinson. Non lo conosce, lei? Il famoso Robinson. L'uomo più in gamba al mondo per contrabbandare l'oppio e sgraffignar foche. Dicono che costumava arrembare gli schooner dei cacciatori di foche su verso l'Alaska quando la nebbia era così fitta che Domeneddio solo poteva riconoscere un uomo da un altro. Robinson il Terrore di Dio. Ecco chi è il mio socio, in quell'affare di guano. La migliore occasione che gli sia capitata in vita sua.' Avvicinò le labbra al mio orecchio. 'Cannibale? - beh, lo chiamavano così tanti e tanti anni fa. Si ricorda della storia? Un naufragio sulla costa occidentale dell'isola Stewart; appunto; arrivati a toccar terra in sette, pare che non andassero gran che d'accordo. C'è sempre il fegatoso che niente gli va bene e piglia tutto per traverso che non vede le cose come stanno - ma proprio come stanno, caro mio! E allora come va a finire? E' chiaro! Guai, guai! e la bona in testa, si sa, poi ci scappa, e meritata, magari. Quei tipi li fan più comodo morti. Vuol la leggenda che una scialuppa della Regia Nave Wolverine lo trovò inginocchiato sulle alghe, nudo bruco, che cantava qualcosa come un salmo, sotto un nevischio leggero. Aspettò che la barca fosse a un remo dalla riva, poi si rialzò, e via. Gli diedero la caccia per un'ora su e giù per la scogliera, e alla fine un marinaio gli tirò un sasso che lo pigliò provvidenzialmente dietro l'orecchio e lo stese in terra svenuto. Solo? Si capisce. Ma è come quell'altra storia degli schooner dei cacciatori di foche, che Dio solo sa il vero e il falso di quella faccenda. Quelli della scialuppa non andarono a cercar tanto in là. Lo avvilupparono in una incerata e se lo portarono via in fretta, che già faceva buio, il tempo minacciava e la nave sparava colpi d'appello ogni cinque minuti. Tre settimane dopo era più in gamba che mai. Non si curò né tanto né poco delle storie che mettevano in giro a terra; strinse forte le labbra, e che la gente cantasse pure. Era già un guaio grosso aver perduto nave e ogni cosa, senza dover anche far attenzione agli insulti della gente. Ecco l'uomo che fa per me.' Alzò un braccio per far cenno a qualcuno in fondo alla strada. 'Ha un po' di quattrini, e così ho dovuto metterlo a parte dell'affare. Per forza! Sarebbe stato un delitto buttar a mare una simile scoperta! E io ero a secco. Mi piangeva il cuore, ma a guardar la faccenda esattamente com'era, non potevo far a meno di dividere l'impresa con qualcuno - e allora, pensai- viva la faccia di Robinson. L'ho lasciato che faceva colazione in albergo, perché son voluto venire in tribunale, per via di una certa idea... Ah! buongiorno capitano Robinson... Un mio amico, il capitano Robinson.' Un emaciato patriarca, con un vestito di cotonina bianca, un casco orlato di verde sul capo tremulo di vecchiaia, ci raggiunse dopo aver attraversato la strada con un trottellerino strascicato; e si fermò, con le due mani appoggiate sul manico dell'ombrello. Una barba bianca striata d'ambra gli scendeva a bioccoli fino alla vita. Sbatté le palpebre rugose guardandomi con aria sperduta. 'Come sta? come sta?' cinguettò amabilmente, e barcollò. 'Un po' sordo,' mi confidò Chester. 'E lei se lo è strascinato dietro per seimila miglia per comprare un piroscafo a buon mercato?' domandai. 'Gli avrei fatto fare due volte il giro del mondo soltanto perché ci desse un'occhiata,' rispose Chester con una straordinaria energia. 'Quel vapore sarà la nostra fortuna, caro mio. E' forse colpa mia se tutti i capitani e armatori della mia benedetta Australasia non sono che dei maledetti imbecilli? Una volta ci persi tre ore a parlare con uno a Auckland. - Mandi una nave -, gli dissi, - mandi una nave. Le do metà del primo carico, gratis et amore Dei... per niente, regalo: solo per cominciare. - Dice lui: - Ma neanche se non avessi altro posto al mondo da mandarci una nave. - Quell'asino calzato e vestito, capisce? Scogli, correnti, niente baie riparate, roccia a strapiombo nel punto di ancoraggio, nessuna compagnia d'assicurazione che voglia correre un rischio simile, non vedeva come si sarebbe potuto fare il carico in meno di tre anni... Asino. Quasi quasi mi ci inginocchiavo davanti. - Ma guardi la cosa esattamente com'è - dissi. - Macché scogli e cicloni del diavolo. La guardi com'è. C'è guano laggiù, roba che i piantatori di zucchero del Queensland ci farebbero a botte... a botte sulla banchina, glie lo dico io... - Che si può combinare con un imbecille?... - Questo è uno dei suoi scherzetti, Chester, - dice... Scherzetti! Mi sarei messo a piangere. Lo domandi al capitano Robinson, qui... E c'era un altro tipo di armatore - un grassone in panciotto bianco, a Wellington, che pareva avesse paura di esser magari messo in mezzo. - Non so che genere d'imbecille lei stia cercando, dice, ma in questo momento ho da fare. Arrivederla. - Avevo una voglia matta di prenderlo a due mani e buttarlo fuori per la finestra del suo ufficio. Ma non lo feci. Mi tenni dolce come un sagrestano. - Ci pensi, - dico. - Ci pensi, la prego. Ripasso domani. - Grugnì che sarebbe stato 'fuori tutto il giorno'. Scendendo le scale avrei battuto la testa contro il muro dalla rabbia. Il capitano Robinson, qui, glie lo può dire. Era una disperazione pensare a tutto quel ben di Dio, fermo, inutilizzato, sotto al sole - roba da mandar le canne da zucchero a bucare il cielo. La fortuna del Queensland! La fortuna del Queensland! E a Brisbane, dove andai per un ultimo tentativo, mi diedero del matto. Imbecilli! L'unica persona di buon senso capitatami fu il vetturino che mi portò in giro. Doveva essere un pezzo grosso decaduto - positivo! Ehi! Capitano Robinson! Si ricorda quello che le ho detto del mio vetturino di Brisbane - eh? Quello aveva un occhio straordinario per le cose. Vide l'affare di colpo. Era un piacere parlare con lui. Una sera, dopo una giornata infernale tra gli armatori, mi sentii così a mal partito che, dico: - Qui o prendo una sbornia o impazzisco. - Ci sto - dice lui. - E subito. - Non so cos'avrei fatto senza di lui. Ehi! Capitano Robinson!'. Ficcò un dito nelle costole del suo socio. " Eh! eh! eh!" rise quell'Antico guardando giù per la strada con occhio svagato, e poi dandomi un'occhiata dubbiosa con le sue pupille tristi e opache... 'Eh! eh! eh!'... Si appoggiò con più forza sull'ombrello e abbassò gli occhi a terra. Io - neanche a dirlo - avevo cercato varie volte di andarmene, ma Chester aveva sventato ogni mio tentativo semplicemente afferrandomi per la falda della giacca. 'Un minuto. Ho un'idea.' 'Che è questa maledetta idea?' gridai alla fine. 'Se crede di trascinarmici dentro...' 'No, no, caro. Troppo tardi, anche se ne morisse di voglia. Abbiamo il piroscafo, ormai!' 'Avete un fantasma di piroscafo, feci. 'Per cominciare, basta... non abbiamo sciocche pretese, noi. Vero, capitano Robinson?' 'No! no! no!' gracchiò il vecchio senza alzare gli occhi, ma con tanta risolutezza che il tremito della sua testa divenne quasi spasmodico. 'So che lei conosce quel giovanotto,' disse Chester accennando col capo verso la strada per la quale era scomparso Jim un bel po' prima. 'Ha mangiato con lei al Malabar ieri sera - me l'hanno detto!' Risposi che era vero; e quegli mi confidò che anche a lui piaceva viver bene e con eleganza, ma che, per il momento, doveva spellare il centesimo; 'non ce n'è mai abbastanza, per il nostro affare! Vero, capitano Robinson?' Poi drizzo le spalle, e si lisciò i baffetti, mentre il famoso Robinson, al suo fianco, nei colpi di tosse si attaccava più che mai al manico del suo ombrello, e sembrava sul punto di dissolversi insensibilmente in un mucchietto di vecchie ossa lì a terra. 'Capisce, è il vecchio che ci mette i quattrini,' mormorò Chester confidenzialmente. 'Io sono rimasto a secco nel tentativo di riparare quella maledetta caffettiera. Ma aspetti un po', aspetti e vedrà! Si avvicina il momento buono.' D'un tratto sembrò stupirsi dei miei segni d'impazienza. 'Oh! canchero!' esclamò, 'io gli parlo dell'affare più grandioso che si sia mai visto, e lui...' 'Ho un appuntamento,' dichiarai con aria di umile preghiera. 'E che importa?' domandò con schietta sorpresa. 'Li faccia aspettare.' 'E': proprio quello che sto facendo,' osservai. 'Non farebbe più presto a dirmi che vuole?' 'Arrivare a comprare venti alberghi come quello,' brontolò fra sé, 'e anche tutti i buffoni che ci abitano... comprarli venti volte.' Alzò la testa di scatto. 'Mi occorre quel giovanotto.' 'Non capisco,' feci. 'E' un buon da niente, vero?' disse Chester con vivacità. 'Non ne so nulla,' protestai. 'Ma se me l'ha detto proprio lei che se la prendeva tanto per quel suo guaio 'ribatté Chester. 'Beh, secondo me, un tipo che... In ogni caso, di scarso valore certo; d'altra parte, sto cercando gente, e ho per l'appunto un lavoro adatto per lui: un impiego sulla mia isola.' E fece col capo un cenno significativo. 'Ci sgnacco un quaranta coolies - dovessi rapirli. Qualcuno ci ha pur da lavorare a quella roba. Oh! intendo far le cose a modo: baracca di legno, tetto di lamiera, conosco un tale a Hobart che mi accetta un effetto a sei mesi per i materiali. Davvero. Giuro. Poi c'è la riserva d'acqua. Devo mettermi in giro presto per trovare qualcuno che mi fornisca su parola una dozzina di serbatoi di seconda mano. Per captare la pioggia, capito? A lui la direzione. Lo faccio direttore generale dei coolies. Buon'idea, no? Che ne dice, lei?' 'Passano anni interi senza che caschi una goccia d'acqua a Walpole,' risposi, troppo stupito per poter ridere. Si morse il labbro e parve perplesso. 'Oh, beh, mi arrangerò in qualche modo- magari ci porto una provvista d'acqua - accidenti! Non è questo il problema.' Non risposi. Vidi come in un lampo Jim arrampicarsi per una sassaia bruciata, immerso nel guano fino alle ginocchia, con le orecchie intronate dagli strilli dei gabbiani, e la palla incandescente del sole sopra la testa; il cielo deserto e l'oceano deserto a perdita d'occhio, frementi di una stessa tensione torrida. 'Neanche al mio peggior nemico...' cominciai. '"Che va cercando?' gridò Chester; 'intendo dargli un ottimo stipendio - voglio dire, appena la cosa sia ben avviata, si sa. Un incarico facile come lasciarsi cadere da un ramo. Assolutamente niente da fare; due pistole a sei colpi nella cintura... Non avrà mica paura, quello, di ciò che possono fare quaranta coolies... disarmati, e lui con due pistole. Molto meglio che non sembri a prima vista. Lei mi deve aiutare a convincerlo.' 'No!' gridai. Il vecchio Robinson alzò un attimo la malinconia dei suoi occhi cisposi; Chester mi guardò con un supremo disprezzo. 'Dunque lei non glie lo vuol proporre?' disse lentamente. 'No certo,' risposi, indignato come se mi avesse chiesto di aiutarlo ad assassinare qualcuno. 'E poi sono sicuro che lui non accetterebbe. E' molto avvilito, ma non è matto, ch'io sappia.' 'Non può più fare niente al mondo,' ribatté Chester ad alta voce. 'Mi andava proprio bene. Se lei sapesse veder le cose come sono, capirebbe che è proprio quello che fa per lui. E poi... Ma come! Ma se è l'occasione più rara, la più sicura...' E, d'un tratto, furibondo: 'Ho bisogno di un uomo. Ecco!...' Batté un piede in terra, con un sorriso antipatico. 'Comunque, la mia isola garantisco che non gli si affonderebbe sotto i piedi... e mi pare che questa sia una circostanza di particolare valore per lui.' 'Buongiorno,' dissi io secco secco. Mi guardò come se fossi stato un assurdo imbecille... 'Bisognerà levar l'àncora, capitano Robinson,' urlò a un tratto nell'orecchio del vecchio. 'Questi citrulli di Parsee ci stanno aspettando per concluder l'affare.' Con una stretta energica afferrò il socio per un braccio, gli fece fare un mezzo giro su se stesso, e, improvvisamente, si voltò lanciandomi un'occhiata furbesca di sopra le sue spalle. 'Intendevo di fargli un piacere,' asserì, con un'espressione e un tono di voce che mi rimescolarono il sangue. 'Le pare - grazie per lui,' ribattei. 'Oh, lei ha un punto più del diavolo,' disse a scherno; 'ma è anche lei come tutti gli altri. Troppo nelle nuvole. Vedremo che ne saprà fare, lei, di quell'individuo.' 'Non credo di volerne far nulla.' 'Davvero?' Sputacchiò; dalla rabbia gli si drizzarono i baffi grigi, mentre il famoso Robinson puntellato dall'ombrello gli stava al fianco volgendomi le spalle, paziente immobile come un esausto brocco di carrozzella. 'Io non ho trovato isole di guano,' feci. 'Sono convinto che lei non saprebbe trovarne, quando anche ce lo portassero per mano,' ribatté sùbito. 'E in questo mondo bisogna prima vederla una cosa, per poterla mettere a partito. Bisogna vederla da parte a parte, né più né meno.' 'E persuadere anche gli altri a vederla,' insinuai con un'occhiata alla schiena curva che gli stava vicino. Chester grugnì. 'Gli occhi ce l'ha buoni abbastanza... non abbia paura. Non è mica un cucciolo.' 'Oh, mai più!' dissi. 'Venga via, capitano Robinson,' urlò, con una specie di deferenza dispotica, sotto alla falda del cappello del capitano; il Terrore di Dio fece un salterello remissivo. Un fantasma di piroscafo li aspettava; come pure la Fortuna su quell'isola bella! Formavano una curiosa coppia di Argonauti. Chester a passi lenti, ben costruito, maestoso e in aspetto di dominatore - l'altro, allampanato, smunto, cadente, attaccato al suo braccio, trascinava in affannosa fretta le cianche vizze". CAPITOLO 15. "Non andai sùbito in cerca di Jim perché avevo davvero un appuntamento a cui non potevo mancare. Poi accadde che, nell'ufficio del mio agente, fossi bloccato da uno arrivato di fresco dal Madagascar con uno schema di progetto per un affare mirabolante. Si trattava di bestiame, di cartucce e di un tal principe Ravonalo; ma il perno dell'intera faccenda era la stupidità di un ammiraglio - l'Ammiraglio Pierre, mi pare. Tutto convergeva lì, e quel tipo non riusciva a trovare parole abbastanza efficaci ad esprimere tutta la sua fiducia. Aveva due occhi a globo che gli uscivano dalle orbite, con una rifrazione da pesce, forti bozze frontali e capelli lunghi tirati indietro senza scriminatura. Aveva una sua frase favorita che ripeteva trionfalmente: 'Il minimo rischio col massimo profitto è il mio motto. Eh?' Mi diede il mal di capo, mi rovinò la colazione, ma mi sfruttò a suo piacere; e appena me lo fui levato dai piedi, mi diressi al mare. Trovai Jim appoggiato al parapetto della banchina. Vicino a lui tre barcaioli indigeni che litigavano per cinque anni facevano un baccano del diavolo. Non mi sentì arrivare, ma quando lo toccai si voltò di colpo come se il lieve contatto del mio dito avesse fatto scattare una molla. 'Guardavo,' balbettò. Non ricordo che dissi, certo poche parole, ma si lasciò condurre all'albergo senza difficoltà. Mi seguì con la docilità d'un bambinetto, e un'aria ubbidiente, senz'ombra di reazione, quasi fosse stato lì ad aspettare ch'io venissi a prenderlo e condurlo via. Non avrei dovuto rimanere così sorpreso della sua docilità. In tutta la sfera del mondo, che a qualcuno sembra così grande e che altri fan mostra di considerare alquanto più piccola di un seme di mostarda, per lui non esisteva un luogo dove avrebbe potuto - come dire? - dove avrebbe potuto rifugiarsi. Ecco! Rifugiarsi - essere solo con la propria solitudine. Mi camminava al fianco, molto calmo, guardando un po' qua e un po' là, e una volta girò il capo per seguire con lo sguardo un pompiere Sidiboy dalla giacca a coda di rondine e i calzoni giallini, con un volto nero dai riflessi di seta come un pezzo d'antracite. Stimo però che non vedesse nulla, in realtà, e che neppur si accorgesse sempre neanche della mia esistenza, perché se non lo avessi ora spinto un po` a sinistra, ora tirato un po' a destra, credo che avrebbe proseguito dritto davanti a sé in qualsiasi direzione, finché non lo avesse fermato un muro o qualche altro ostacolo. Lo portai in camera mia, e mi misi subito a sedere per scrivere delle lettere. Era l'unico posto al mondo (oltre, forse, le scogliere di Walpole: ma quelle non erano così sotto mano) dove potesse concentrarsi in se stesso senza esser disturbato dal resto dell'universo. Quella maledetta faccenda - l'aveva detto lui stesso - non lo aveva reso invisibile, ma io mi comportavo proprio come se lo fosse. Appena messomi a sedere, mi chinai subito sul mio tavolino, come uno scriba medioevale, e, tranne il movimento della penna, rimasi in una ansiosa immobilità. Non che avessi paura; ma è certo che mi tenni immobile come se nella stanza ci fosse una presenza pericolosa, pronta a balzarmi addosso al primo accenno di movimento da parte mia. Non c'era gran che nella stanza: sapete come sono combinate le camere d'albergo - una specie di letto a colonne sotto a una zanzariera, due o tre sedie, il tavolo al quale sedevo, un pavimento nudo. Una porta a vetri dava su una veranda, e Jim se ne stava in piedi di fronte a quella, in un isolamento assoluto, alle prese col proprio dramma. Calò il crepuscolo; accesi una candela con la massima parsimonia di movimenti, guardingo come se fosse un atto clandestino. Non c'è dubbio che fosse per lui un momento difficile, e anche per me, tanto che, lo confesso, arrivai in cuor mio a mandarlo all'inferno, o almeno alle scogliere di Walpole. Una o anche due volte mi venne fatto di pensare che, dopo tutto, Chester poteva essere davvero l'uomo adatto, provvidenziale, in un disastro simile. Quel curioso tipo d'idealista aveva trovato subito il lato pratico della questione, diciamo così. Tanto da farmi supporre che, forse, lui fosse in grado sul serio di vedere il vero aspetto di cose che, a persone di minore immaginazione, apparivano misteriose e del tutto disperate. Scrivevo, scrivevo; sbrigai tutta la corrispondenza arretrata e poi mi misi a scrivere a gente che non aveva nessun motivo di aspettarsi da me una lettera di chiacchiere a vuoto. Ogni tanto lo sbirciavo con la coda dell'occhio. Ci pareva radicato, lì, ma si vedeva che brividi convulsi gli correvano per la schiena; a tratti scuoteva le spalle, di colpo. Lottava, lottava... più che altro, o almeno in apparenza, per tirare il respiro. Le ombre massicce, proiettate tutte da una parte dalla fiamma diritta della candela, sembravano possedute da una cupa consapevolezza; il mobilio immobile pareva al mio occhio furtivo in sospensione attenta. Mi si accendeva la fantasia in quei miei laboriosi scarabocchi; e sebbene, quando s'interrompeva un momento lo stridore della mia penna, nella stanza succedesse un silenzio pieno e un'immobilità assoluta, tuttavia provavo quella penosa confusione mentale e quel profondo turbamento provocati normalmente da un fragore violento e pauroso - per esempio da una grossa burrasca in mare. Qualcuno di voi, forse, sa cosa intendo dire: quel misto di ansia, di pena, di irritazione e quel filo di vigliaccheria che vi s'insinua dentro; che, piuttosto difficile da confessare, dà tuttavia un valore speciale alla nostra forza d'animo. Non voglio farmi un merito per aver resistito alla tensione emotiva di Jim; avevo, nelle mie lettere, una diversione; potevo anche scrivere a degli sconosciuti, se volevo. A un tratto, mentre prendevo un altro foglio di carta, sentii come un gemito sommesso: il primo suono che, da quando eravamo chiusi insieme, mi fosse giunto all'orecchio nella silenziosa penombra della stanza. Restai a capo chino, con la mano sospesa. Chi ha mai vegliato vicino al letto di un infermo sa che cosa sono questi suoni leggeri nel silenzio delle ore notturne, strappati dalla sofferenza del corpo, dalla stanchezza dell'anima. Spinse la porta con tanta forza, che ne rintronarono tutti i vetri: lo ascoltai uscire trattenendo il respiro e tendendo le orecchie senza sapere che altro mi aspettassi. Davvero se la prendeva troppo per una vuota formalità che al rigoroso senso critico di Chester appariva di nessun peso, per chi vede le cose come sono. Una vuota formalità: un pezzo di pergamena. Già, già. Quell'inaccessibile banco di guano, invece, era tutt'un'altra storia. Di questo si poteva, non senza ragione, farsi una spina al cuore. Una sorda folata di voci mescolate a un tintinnìo d'argenterie e di cristalli salì dalla sala da pranzo. Attraverso la porta aperta l'estremo orlo di luce della mia candela batteva fioco sulla schiena di Jim; di là, era tutto buio. Stava sul margine di una vasta oscurità, come una figura solitaria sulla spiaggia di un oceano disperatamente buio. In quell'oceano c'era la scogliera di Walpole - questo sì - un puntino nella vuota oscurità, una festuca per un uomo che affoga. La mia compassione per lui si concretò in questo pensiero: non avrei voluto che la sua gente lo vedesse in quel momento. Era già una pena per me. L'ansito non gli scuoteva più la schiena: stava lì in piedi, dritto come una freccia, appena visibile e fermo; e il significato di quell'immobilità mi scese in fondo all'animo come piombo nell'acqua, e con tanto peso che per un attimo mi augurai di tutto cuore mi restasse un'unica cosa da fare: pagargli il funerale. Ormai neppure la legge aveva più nulla da spartire con lui. Seppellirlo sarebbe stato un atto di bontà così facile, e così in accordo con la saggezza della vita, la quale vuole che scancelliamo in noi ogni rievocazione delle nostre follie, delle nostre debolezze, della nostra natura mortale: tutto ciò che può diminuire il nostro rendimento - il ricordo dei nostri mancamenti, l'incubo dei nostri timori sempre vivi, i cadaveri dei nostri amici morti. Forse davvero se la prendeva troppo. E in tal caso... l'offerta di Chester... A questo punto presi un foglio bianco e mi misi a scrivere, risoluto. Non c'ero che io fra lui e il buio oceano. Sentii tutta la mia responsabilità. Se avessi parlato, quel giovane lì fermo, in pena, non avrebbe forse fatto un salto nel buio... per afferrarsi a una festuca? Capii come può essere difficile talvolta uscir dal silenzio. C'è un potere magico nella parola detta. E perché no, che diavolo! Me lo domandavo con insistenza mentre seguitavo faticosamente a scrivere. Tutto a un tratto mi si insinuarono di sorpresa sul foglio bianco, proprio sotto la punta della penna, le due figure di Chester e del suo vetusto socio, nitidissime e complete, col loro passo e i loro gesti, come riprodotte sullo schermo d'un qualche giocattolo ottico. Le osservai un attimo. No! Erano troppo spettrali e stravaganti per influire sul destino di un uomo. E una parola può portare lontano... molto lontano... portare col tempo la distruzione, come una pallottola nella sua traiettoria. Non dissi nulla; e Jim era in piedi, lì fuori, con le spalle alla luce, come incatenato e imbavagliato da tutti i nemici invisibili dell'uomo, senza un gesto né una parola". CAPITOLO 16. Giorno sarebbe venuto nel quale l'avrei visto amato, stimato, ammirato; il suo nome aureolato da una leggenda di forza e di ardimento, come se fosse stato della stoffa degli eroi. E' proprio vero... ve lo assicuro: com'è vero che io sono qui seduto a parlare di lui senza costrutto. Jim, da parte sua, aveva quel dono di scoprire, al minimo accenno, il volto del suo desiderio e la forma del suo sogno, dono senza il quale non ci sarebbe al mondo né un amante ne un avventuriero. Si acquistò molto onore e una felicità arcadica (dell'innocenza non parlo) nel "bush", e ciò valeva per lui quanto l'onore e la felicità arcadica che altri uomini trovano nelle strade delle città. La felicità, la felicità... come dire?... si attinge da una tazza d'oro sotto qualunque latitudine: il gusto ne è in noi... solo in noi, che lo possiamo rendere inebriante a volontà. Lui era tipo da berne a fondo, come potete intuire da quello che ho detto finora. Lo ritrovai, se non proprio ubriaco, alquanto acceso dalle reiterate libagioni di quell'elixir. Non lo aveva però scoperto subito. Aveva avuto, come sapete, un periodo di tirocinio in mezzo a quei diavoli di fornitori marittimi, e in quel tempo aveva sofferto e io mi ero molto preoccupato per... per - come dire? - per il mio pupillo... Né posso dire di sentirmi tranquillo del tutto neanche adesso, dopo averlo veduto in tutto il suo splendore: è proprio questo l'ultimo ricordo rimastomi di lui: radioso, dominatore, eppure in perfetto accordo col suo mondo: con la vita della foresta e con la vita degli uomini. Confesso di esser rimasto colpito lì per lì, ma devo anche confessare a me stesso che dopo tutto quella non fu un'impressione durevole. Era protetto dal suo isolamento, esemplare unico di una razza superiore, a stretto contatto con la natura, che tiene fede con tanta liberalità a chi l'ama. Ma non riesco a fissare davanti agli occhi l'immagine di lui già salvo. Lo ricorderò sempre come lo vidi attraverso la porta aperta della mia camera, quando se la prendeva tanto, e forse troppo, per le naturali conseguenze della sua mancanza. Sono contento, si capisce, che un po' di bene - e anche un certo splendore - sia risultato dai miei sforzi; ma a volte mi pare che sarebbe stato meglio, per la tranquillità del mio spirito, di non essermi trovato tra lui e quell'offerta maledettamente generosa di Chester. Chissà che ne avrebbe fatto la sua immaginazione esuberante, di quell'isoletta delle Walpole - il briciolo di terra più disperatamente abbandonato sulla faccia delle acque! Probabilmente non ne avrei saputo mai più nulla, perché, vi dirò, Chester, dopo essersi fermato in un porto australiano per far rabberciare quel suo anacronismo marittimo attrezzato a brigantino, partì verso il Pacifico con un equipaggio di ventidue uomini in tutto; e la sola notizia che forse poteva collegarsi al mistero del suo destino fu di un uragano che circa un mese dopo avrebbe investito le secche delle Walpole. Degli Argonauti mai più neanche il segno; non una voce uscì da quel nulla. Finis! Il Pacifico è il più discreto fra gli oceani di temperamento turbolento; anche il gelido Antartico sa serbare un segreto, ma piuttosto come lo serba una tomba. "C'è un senso di finalità divina in tale discrezione, che noi tutti più o meno sinceramente siamo pronti a riconoscere; cos'altro c'è infatti di così adatto a rendere accettabile l'idea della morte? La fine! Finis! Quella parola potente di esorcismo che scaccia dalla casa della vita lo spettro incombente del fato. Ecco - nonostante la testimonianza dei miei occhi, e le sue stesse affermazioni calorose - quel che mi manca quando considero il successo di Jim. Finché c'è vita c'è speranza, è vero; ma c'è anche paura. Non che io rimpianga il mio atto; non che io voglia far credere che ciò mi tolga il sonno la notte! ma mi si presenta insistente l'idea che lui facesse troppo caso al suo disonore, mentre quello che importa è soltanto la colpa. Egli per me aveva perduto - per così dire la sua limpidità. Ai miei occhi non era limpido. E c'è da credere che non fosse limpido neanche ai suoi. Rimanevano certe sue raffinate sensibilità, i suoi raffinati sentimenti, le sue aspirazioni raffinate - una specie di sublimato, di idealizzato egoismo. Era - lasciatemelo dire - molto raffinato; molto raffinato - e molto disgraziato. Una natura un po' più grezza non avrebbe retto a quella tensione; sarebbe venuta a patti con se stessa - con un sospiro, un grugnito o magari con una risata; una natura ancora più grezza sarebbe rimasta immersa in un'ignoranza invulnerabile e del tutto priva d'interesse per me. Ma lui era troppo interessante o troppo disgraziato per esser buttato ai cani, o anche a Chester. Me ne resi conto mentre ero seduto col viso sul foglio e lui lottava ansimando e cercando di riprender fiato in quel suo modo di pena segreta, in camera mia; me ne resi conto vedendolo precipitarsi in veranda come per buttarsi di sotto - ma non si buttò; me ne resi conto sempre più e meglio tutto il tempo che rimase là fuori, rischiarato appena sullo sfondo della notte, come sul margine di un mare buio senza speranza. Un grave rombo improvviso mi fece alzare il capo. Sembrò rotolar via; un subito bagliore penetrante e violento accese il volto cieco della notte. Il barbaglio sostenuto e abbacinante sembrò durare per un tempo infinito. Il brontolìo del tuono cresceva mentre guardavo Jim, nitido e nero, piantato solido sulla riva di un oceano di luce. Al momento di più intenso bagliore, successe una più fonda oscurità nell'acme del tuono; ed egli mi sparve tutto dalla vista abbacinata come mi si fosse dissolto in atomi in quel fragore. Passò nell'aria un fiato strepitoso; mani furibonde sembrarono strappare arbusti, agitare cime d'alberi sotto la finestra, sbattere porte, rompere vetri lungo tutta la facciata dell'edificio. Jim rientrò, chiudendosi l'uscio alle spalle, e mi trovò sempre curvo sul mio tavolo; mi prese una grandissima ansia improvvisa per ciò che avrebbe detto, un'ansia assai vicina alla paura. 'Posso prendere una sigaretta?' domandò. Gli spinsi la scatola senza alzare il capo. 'Ho bisogno... ho bisogno di fumare,' borbottò. Mi sentii tutto sollevato. 'Un momento,' mormorai con cortesia. Fece un po' su e giù per la stanza. 'E' passata,' lo sentii dire. Un lontano tuono isolato arrivò dal mare come una cannonata d'allarme. 'Il monsone ha rotto per tempo quest'anno,' osservò in tono di conversazione, da un punto alle mie spalle. Questo mi persuase a voltarmi, appena messo l'indirizzo sull'ultima busta. Fumava avidamente, nel mezzo della stanza; e nonostante il rumore che feci muovendomi, continuò a volgermi le spalle per un bel po'. 'Beh - me la son cavata abbastanza bene,' fece, girando tutt'a un tratto sui tacchi. 'Un po' l'ho pagata - ma non tanto. Chissà che altro mi succederà.' Non mostrava nessuna emozione in viso, solo sembrava un po' più scuro e teso, come se avesse trattenuto il respiro. Sorrise, si direbbe, di controvoglia, e mentre lo guardavo in silenzio soggiunse: '... Grazie, però... la sua stanza... una bella comodità... per uno... a mal partito...'. La pioggia tamburellava e scrosciava nel giardino; una grondaia (doveva esserci un buco) faceva proprio davanti alla finestra la parodia di un dirotto pianto con ridicoli singhiozzi e lamentazioni gorgogliose, interrotti da strappi di silenzio spasmodico... 'Una specie di ricovero...' mormorò, e tacque. Il bagliore smorzato di un lampo dardeggiò attraverso la cornice nera della finestra, e svanì senza rumore. Studiavo il modo di avvicinarmi a lui (non volevo esser respinto malamente un'altra volta) quando abbozzò una risatina. 'Né più né meno che un vagabondo adesso...' la cicca della sigaretta gli finiva di bruciare tra le dita... 'senza neanche un... un...' disse lentamente; 'eppure...'. S'interruppe, la pioggia cadeva con raddoppiata violenza. 'Ha da capitare, un giorno o l'altro, per forza, l'occasione di recuperare ogni cosa. Per forza!' mormorò bene scandito e con gli occhi fissi sulle mie scarpe. Non arrivavo a capire cosa desiderava tanto di recuperare; che cosa avesse perduto così tragicamente. Forse era cosa tanto importante che a lui riusciva difficile anche parlarne. Uno straccio di diploma in pergamena, secondo Chester... Alzò su di me uno sguardo interrogativo. 'Può darsi. Se le basterà la vita,' borbottai fra i denti con un'irritazione senza motivo. 'Non ci conti troppo.' 'Perdiana! Ho idea che ormai niente mi può far più niente,' fece, in tono di cupa convinzione. 'Se questa storia non ce l'ha fatta a mettermi a terra, non c'è pericolo che ora mi manchi il tempo per... per arrampicarmi, e...' Guardò per aria. Mi balenò l'idea che è tra individui simili che si recluta il grande esercito dei vagabondi e dei reietti, l'esercito in marcia sempre più giù, sempre più giù per tutti i pantani del mondo. Appena lasciata la mia stanza, quella 'specie di ricovero,' avrebbe preso posto nei ranghi, iniziando la sua marcia verso l'abisso senza fondo. Io, per lo meno, non mi facevo illusioni; ma ero pur sempre io che, così sicuro fino a un momento prima della potenza delle parole, ora avevo paura di parlare, così come non si osa muoversi per tema di perdere una presa vacillante. Proprio quando ci troviamo di fronte alle esigenze più intime del nostro prossimo, allora ci appare chiaro quanto indecifrabili, cangianti e nebulosi siano gli esseri compartecipi con noi dello spetta olo delle stelle e del calore solare. E' come se la solitudine fosse una dura e assoluta condizione d'esistenza; l'involucro di carne e sangue su cui fermiamo lo sguardo sfugge di sotto la mano tesa, e rimane soltanto il capriccioso, inconsolabile ed elusivo spirito che l'occhio non può seguire, che la mano non afferra. Era il timore di perderlo, quello che mi teneva in silenzio, perché ebbi la sensazione immediata e stranamente precisa che se lo avessi lasciato scivolar via nella notte non me lo sarei perdonato mai più. 'Beh - grazie... ancora una volta. E' stato... hem... straordinariamente... proprio non ci sono parole per... Straordinariamente. Davvero non so perché... Temo di non riuscire a dimostrarmi tanto grato quanto potrei se tutta questa faccenda non mi fosse piovuta addosso in un modo così brutale. Perché in fondo... anche lei...'. Balbettava. 'Può darsi,' risposi. Aggrottò le sopracciglia. 'Siamo, malgrado tutto, degli esseri responsabili.' Mi fissava come un falco. 'E anche questo è vero,' dissi. 'Beh. Ho sopportato fino in fondo, e non intendo che nessuno venga a rivedermi le bucce senza... senza... averla da fare con me.' Strinse i pugni. 'Ha sempre da vedersela con se stesso,' ribattei con un sorriso - Dio sa se poco allegro - ma bastò perché mi guardasse con cipiglio minaccioso. 'Questo è affar mio,' disse. Un'aria di risolutezza indomita gli si accese sul viso, subito spenta come un'ombra vana e passeggera. Un attimo dopo tornò il bambino crucciato di prima. Gettò via la sigaretta. 'Addio,' disse con l'improvvisa furia di chi si è indugiato troppo da un lavoro urgente che lo aspetta; ma per un paio di secondi rimase lì senza il minimo movimento. L'acquazzone cadeva con lo scroscio pesante e continuo della corrente impetuosa di un fiume in piena, con un fragore furibondo, prepotente e senza ritegno, che richiamava alla mente immagini di ponti crollati, di alberi sradicati, di montagne sconvolte. Nessun uomo avrebbe potuto affrontare il flutto colossale e turbinoso che sembrava infrangersi e mulinare contro l'isola di pacata penombra in cui stavamo, precariamente riparati. La grondaia forata gorgogliava, rantolava, sputava e sciaguattava; odiosa parodia di nuotatore che lotta per la vita. 'Piove,' avvertii, 'e io...' 'Piova o splenda il sole,' cominciò deciso; ma s'interruppe e si avvicinò alla finestra. 'Un vero diluvio,' borbottò dopo un poco; appoggiò la fronte al vetro. 'E poi è buio.' 'Sì. Molto,' feci. Girò sui tacchi, attraversò la stanza, e, prima che io fossi balzato dalla seggiolina aveva già aperto la porta che dava sul corridoio. 'Aspetti,' gridai. 'Voglio che lei...'. 'Non posso mica cenare con lei un'altra volta questa sera,' esclamò con un piede già fuori della porta. 'Non ho la più lontana intenzione di invitarla,' risposi. Allora ritrasse il piede, ma rimanendo con aria sospettosa sulla soglia. Lo pregai senz'altro e con insistenza di non fare assurdità; di tornar dentro e chiudere la porta". CAPITOLO 17. "Finalmente rientrò; ma credo che fu soprattutto per via della pioggia; stava diluviando in quel momento con una violenza rabbiosa che venne poi calmandosi a poco a poco mentre discorrevamo. Si portava in modo calmo e deciso; nell'atteggiamento di un uomo naturalmente taciturno e dominato da un pensiero fisso. Io, prospettandogli il lato materiale della sua situazione, con l'unico scopo di salvarlo dall'abbrutimento, dalla rovina e dalla disperazione che fanno così presto, laggiù, a riversarsi sull'uomo senza amici e senza casa, lo supplicai di accettare il mio aiuto; gli portai argomenti solidi; ma ogni volta che alzavo gli occhi su quel volto assorto e liscio, così giovane e serio, provavo il disagio di essergli non di aiuto ma piuttosto di ostacolo, per non so quale misteriosa, inesplicabile, impalpabile reazione del suo spirito ferito. 'Immagino che intenda mangiare, bere e dormire sotto un tetto come tutti,' ricordo di aver detto con irritazione. 'Lei dice di non voler neanche toccare il danaro che le è dovuto...' Fece il più vivo gesto d'orrore di cui sia capace un individuo del suo tipo. (Gli venivano, di paga, tre settimane e cinque giorni come primo ufficiale del Patna). 'Beh, comunque è troppo poco per occuparsene; ma che farà domani? Dove si rivolgerà? Deve pur vivere...' 'Non è questo,' commentò tra i denti. Feci finta di non averlo udito, e continuai confutando quelli che supponevo fossero gli scrupoli di una eccessiva delicatezza. 'Lei deve comunque permettermi d'aiutarla,' conclusi. 'Non si può,' rispose con molta semplicità e dolcezza, seguendo una sua idea profonda, che potevo intravvedere come uno specchio d'acqua nel buio, ma senza speranza di poter mai tanto avvicinarmi ad esso da riuscire a sondarne la profondità. Considerai la sua ben proporzionata struttura. 'Ad ogni modo,' feci, 'posso aiutarla per quel che di lei è l'esteriore. Non pretendo arrivare più in là.' Scosse il capo, senza guardarmi, incredulo. Mi sentii le fiamme al viso. 'Posso! posso!' insistei. 'E posso fare forse anche di più. Già lo sto facendo. Io le faccio credito...' 'I quattrini...' cominciò a dire. 'Parola mia, meriterebbe che io la mandassi al diavolo,' esclamai, sforzandomi di apparire molto indignato. Sorrise perplesso; io cercai di sfruttare quel vantaggio iniziale. 'Non si tratta di quattrini. Affatto! Lei è troppo superficiale,' dissi (e pensavo tra me: Piglia su! che, in fondo, è forse proprio così). 'Guardi: questa è una lettera che voglio consegnarle. Ho scritto a una persona a cui non ho mai chiesto un favore; e ho parlato di lei in termini che non si osa adoperare se non scrivendo di un amico molto intimo. Mi assumo a suo riguardo tutte le responsabilità; senza riserve. Ecco che sto facendo io per lei. E in realtà, se lei volesse riflettere un momento sul significato di questo mio atto...' Alzò il capo. L'acquazzone era passato; solo dalla grondaia seguitava uno stillicidio di lagrime ridicole lì, fuori della finestra. Nella stanza tutto era tranquillo, con quelle zone d'ombra addensata negli angoli, lontano dalla fiamma della candela dritta e ferma come un pugnale; e il suo volto, a poco a poco, apparve soffuso d'un tenue riflesso di pallida luce, come se fosse già spuntata l'alba. 'Perdiana!' sospirò. 'Un gesto veramente nobile il suo...' Se mi avesse lì per lì mostrato a scherno la lingua, non mi sarei sentito più mortificato. Pensai fra me: mi sta bene a fare il moralista a collotorto... Mi fissava in faccia con occhi accesi, ma non d'ironia. Poi, tutto a un tratto, si riscosse, preso da una improvvisa agitazione spasmodica, come una marionetta mossa dai suoi fili. Alzò le braccia, poi le riabbassò con rumore. Divenne un altr'uomo. 'E non l'avevo capito,' gridò, mordendosi il labbro e aggrottando le sopracciglia. 'Che asino sono stato,' aggiunse lento e sbigottito. 'Lei è un asso!' gridò con voce rotta: e mi afferrò la mano come se l'avesse scoperto allora allora, e subito me la lasciò. 'Ma come! se proprio questo io... lei... io...' balbettò; poi, tornando al suo primo atteggiamento stolido, vorrei dire mulesco, riprese a stento: 'Ma ora sarei una bestia se...' Qui parve gli si spezzasse la voce. 'Sì, sì; va bene,' dissi. Mi aveva un po' scombussolato questa piena di sentimenti, da cui traspariva uno strano giubilo. Involontariamente avevo, per così dire, tirato i fili giusti, senza conoscere la meccanica del giocattolo. 'Ora devo andare,' disse. 'Perdio! Lei mi ha aiutato sul serio! Non sto più nei panni. Proprio quello che...' Proprio quello - sicuro! questo era il punto. Dieci contro uno, che l'avevo salvato da morir di fame - quella particolare sorta di fame che quasi invariabilmente si associa all'ubriachezza. Ecco tutto. Non faceva ombra di dubbio in proposito; ma, osservandolo, mi permisi di domandare a me stesso che sorta di miraggio fosse quello che negli ultimi tre minuti gli si era evidentemente creato dentro. Lo avevo costretto ad accettare un piano per tirare avanti, con qualche decenza, in quella cosa seria che e la vita; per procurarsi anche lui da mangiare e da bere e un asilo come tutti; mentre il suo spirito ferito, come un uccello con un'ala rotta, si sarebbe infrattato a salti e sbalzi in qualche buco a morir d'inedia, in silenzio. Quel che l'aveva spinto ad accettare era, in ultima analisi, una cosa da nulla: e invece, miracolo! per il modo come l'aveva accettata, ora essa ci dominava, nella incerta luce della candela, come un'ombra enorme, indistinta e forse minacciosa. 'Non faccia caso se non so trovare le parole adatte,' esclamò. 'Ma non ci sono parole che bastino. Già ieri sera lei mi ha fatto un bene incalcolabile standomi a sentire... capisce? Le do la mia parola che ho sentito più di una volta scoppiarmi il cervello...' Si slanciò - proprio si slanciò - da un punto all'altro della stanza; si infilò le mani in tasca d'un tratto, e le tirò di nuovo fuori; si buttò il berretto in testa. Non riuscivo a immaginare che avesse in corpo da essere così arioso e vivace. Dava l'idea di una foglia secca presa in un mulinello, e intanto un'apprensione misteriosa, un gravame di oscuri dubbi mi inchiodava sulla sedia. Rimase fermo impietrito, come folgorato da una sùbita illuminazione. 'Lei mi ha ridato fiducia,' dichiarò senza enfasi. 'Oh, per amor di Dio, figliolo... basta così!' lo supplicai, come se mi avesse offeso. 'Va bene: non dirò più niente - né ora né mai. Però lei non può impedirmi di pensare... che... Non fa niente!... Vedrà... vedrà...' Corse alla porta, sostò un attimo a testa bassa, tornò indietro con passo risoluto. 'Ho sempre pensato se un uomo non potrebbe ricominciare da capo, a pagina bianca... e ora lei... fino a un certo punto... sì... pagina bianca.' Gli feci un saluto con la mano, e lui uscì senza voltarsi; il suono dei suoi passi a poco a poco si spense di là dalla porta chiusa - il passo sicuro di un uomo che procede nella luce piena del sole. Ma io, rimasto solo con la mia candela solitaria, io mi trovavo per contro in pieno buio. Non ero più tanto giovane da scoprire a ogni svolta il magnifico splendore che guida i nostri passi perduti verso il bene o il male. Sorrisi al pensiero che, dopo tutto, di noi due, era lui che possedeva la luce. E mi sentii triste. Una pagina bianca aveva detto, eh? Come se la parola iniziale nel destino di ciascuno di noi non fosse incisa a lettere indelebili sul vivo di una roccia!". CAPITOLO 18. "Sei mesi dopo ricevetti una lettera dal mio amico. Era costui uno scapolo su per giù di mezza età, cinico, in fama d'eccentrico, proprietario di un mulino da riso. Dal calore della mia raccomandazione, aveva stimato che la cosa mi stesse a cuore, e perciò nello scrivermi si diffuse alquanto sulle doti, pacate, ma efficaci, di Jim. 'Non essendo riuscito a trovarmi in cuore più che una rassegnata sopportazione di fronte a tutti gli altri esemplari della razza umana, ho vissuto finora solitario in una casa che anche in questo clima torrido potrebbe considerarsi troppo grande per una persona sola. Me lo sono preso in casa tempo fa: e, a quanto pare, non è stato uno sbaglio.' Mi domandavo, leggendo questa lettera, se il mio amico si fosse scovato in cuore, meglio che un sentimento di tolleranza verso Jim, il preannuncio di una vera simpatia. E si esprimeva in un modo tutto personale. Punto primo, Jim si conservava fresco in quel clima. 'Se fosse una ragazza,' scriveva il mio amico, 'si potrebbe dire che fiorisce - fiorisce quieto quieto come una violetta, non come uno dei nostri roboanti fiori tropicali.' Da sei settimane abitava in casa sua, e non si era ancora spinto a dargli una manata sulla schiena, o a chiamarlo 'vecchio mio,' o a dargli la sensazione di considerarlo un annoso fossile. Non aveva il vizio di chiacchierare, proprio dei giovani. Era di buon carattere, di poche parole, non troppo intelligente 'se Dio vuole' - scriveva il mio amico. Abbastanza però, da apprezzare tranquillamente le arguzie dell'ospite che a sua volta era molto rallegrato dall'ingenuità del ragazzo. 'Ha ancora addosso la rugiada, e da quando ho avuto la buona idea di dargli una stanza in casa mia e tenermelo a tavola mi par di rinverdire. L'altro giorno si è messo in testa di attraversare tutta la stanza solo per aprirmi una porta; e questo mi ha fatto sentire in accordo con l'umanità; che da anni non mi capitava. Buffo, no? Non mi sfugge che qualche mistero sotto ci ha da essere; qualche brutto piccolo guaio - di cui tu sei al corrente - ma se anche si tratta di cosa riprovevole, con un po' di buona volontà credo che si possa passarci sopra. Per parte mia, confesso che non riesco a immaginarlo reo se non, tutt'al più, di aver rubato della frutta in un orto. Si tratta davvero di cosa molto più grave? Me ne avresti forse dovuto parlare: ma da tanto tempo siamo diventati santi, noi due, che devi esserti scordato che i nostri peccati, al tempo nostro, li abbiamo fatti anche noi. Può darsi che un giorno te lo abbia da chiedere, e allora bisognerà che tu mi risponda. Non voglio interrogarlo io direttamente finché non ho almeno un'idea di quel che si tratta. E poi, è ancora troppo presto. Lasciamolo aprirmi la porta qualche altra volta...' Così il mio amico. Ero soddisfatto per tre ragioni per la buona riuscita di Jim, per il tono della lettera, per la mia perspicacia. Evidentemente avevo agito con criterio; avevo studiato a fondo i caratteri delle persone; e così via. E se ne fosse venuto fuori qualche risultato inatteso e meraviglioso? Quella sera, steso su una sdraia all'ombra del mio tendone di poppa (ero nel porto di Hong-Kong), posai in onore di Jim la prima pietra d'un castello in aria. In seguito, di ritorno da un viaggetto nel nord, trovai tra la posta in giacenza un'altra lettera del mio amico. L'apersi per prima: 'Posate non ne mancano, a quanto pare,' diceva la prima riga; 'e non mi son curato di farne la verifica, perché non mi importa molto. Se n'è andato, lasciandomi sulla tavola da pranzo un bigliettino di scuse convenzionali, che denota o stupidità o mancanza di cuore. Probabilmente tutt'e due le cose insieme, per me è lo stesso. Permettimi di dirti, casomai tu avessi in serbo qualche altro giovinotto misterioso, che ho chiuso bottega, definitivamente e per sempre. Sarà stata la mia ultima eccentricità. Non devi credere che me ne importi un fico secco; ma ha lasciato molti rimpianti sui campi di tennis, e, nel mio stesso interesse, ho dovuto raccontare una storia plausibile al circolo...'. Misi la lettera da parte e mi posi a frugare fra le altre ammucchiate sul mio tavolino, finché mi capitò sott'occhio la calligrafia di Jim. Lo credereste? Un caso su cento! Ma è sempre quel centesimo caso che càpita! Il secondo macchinista del Patna, quel mezz'uomo, era saltato fuori in condizioni più o meno disperate, ed aveva ottenuto l'incarico temporaneo di sorvegliante al macchinario del mulino. 'Non potevo sopportare la confidenza che si pigliava quell'animale,' scriveva Jim da un porto di mare a settecento miglia più a sud del luogo dove avrebbe dovuto essere a far vita da re. 'Per il momento lavoro da Egström e Blake, fornitori marittimi, come... ecco... galoppino, a dirla com'è. Per le referenze, ho dato il suo nome, che naturalmente conoscono; e se lei volesse mettere una buona parola, il mio impiego potrebbe diventare stabile.' Ero rimasto schiacciato sotto le rovine del mio castello ma, naturalmente, scrissi quanto mi veniva richiesto. Prima della fine dell'anno, il mio nuovo ingaggio mi portò da quelle parti, e così ebbi occasione di vederlo. Lavorava ancora per Egström e Blake, e c'incontrammo nel 'salottino,' come chiamavano una stanzetta che dava sul magazzino. Tornava da una nave appena attraccata, e mi affrontò a fronte bassa, pronto a battagliare. 'Che ha da dire a sua difesa?' cominciai, appena ci fummo stretti la mano. 'Quello che le ho scritto, niente di più,' disse, in tono scontroso. 'Quello ha chiacchierato... o che cosa?' domandai. Alzò gli occhi, guardandomi, con un sorriso turbato. 'Oh no! chiacchierato no. Ma ne aveva fatto una specie di legame confidenziale tra noi. Prendeva una maledetta aria di mistero ogni volta che io andavo al mulino; mi strizzava l'occhio molto compunto, come per dire: NOI SAPPIAMO QUEL CHE SAPPIAMO. E poi, sempre con un maledetto servilismo e una familiarità... eccetera, eccetera.' Si lasciò andare su una seggiola con lo sguardo fisso sulle sue gambe. 'Un giorno ci capitò di ritrovarci soli, e quell'individuo ebbe la faccia di dirmi: - Beh, signor Giacomo - (lì mi chiamavano tutti signor Giacomo, come fossi il figlio del padrone) - eccoci un altra volta insieme. Meglio qui che su quel ferrovecchio, no? Non era orribile? Lo guardai, e lui prese un'aria furba. Niente paura, signor Giacomo, - dice. - Riconosco un gentiluomo a colpo d'occhio, e so come un gentiluomo la intende. Spero, quindi, che lei mi terrà a questo posto. L'ho passata brutta anch'io per via di quella vecchia maledetta storia del Patna. Perdiana! era spaventoso. Non so che avrei detto o fatto se in quel momento non avessi sentito dal corridoio la voce del signor Denver che mi chiamava. Era ora di pranzo; attraversammo insieme il cortile e il giardino per entrare nel bungalow. Cominciò a stuzzicarmi, col suo modo così pieno di bontà... credo che mi volesse bene...' Jim rimase un po' in silenzio. 'Lo so che mi voleva bene: e proprio per questo mi sentivo tanto a disagio. Un uomo così straordinario!... Quella mattina mi prese sotto braccio... Anche lui mi trattava con familiarità.' Scoppiò in una risata secca e piegò il mento sul petto. 'Bah! Ricordavo le parole e il modo di quello schifoso vermiciattolo,' riprese a un tratto con voce tesa, 'e mi ribellai all'idea che io... Lei lo sa...' Annuii col capo. 'Più che un padre,' esclamò; poi abbassò la voce. 'Dovevo dirgli tutto. Così non si poteva seguitare, no?' 'Beh?' mormorai, dopo un momento di attesa. 'Ho preferito andarmene,' rispose lento; 'questa faccenda bisogna seppellirla.' Sentivamo Blake in negozio scaricare una volata d'improperi contro Egström con grandi strilli e berci. Erano soci da molti anni. E ogni giorno, dall'apertura del negozio fino all'ultimo minuto prima della chiusura, si sentiva Blake, un omino dai capelli lisci lisci, nerissimi, e due occhietti tondi, scontenti, strapazzare così, senza posa, il suo socio, con una specie di furia astiosa e lagnosa. Il frastuono di quelle eterne scenate faceva parte dell'ambiente con tutto il resto della mobilia; i forestieri imparavano anche loro molto presto a non farci più caso e si limitavano a borbottare qualche volta: 'Accidenti!' o ad alzarsi di colpo dalla sedia per chiudere la porta del 'salottino'. Intanto Egström, uno scandinavo massiccio, dalle ossa a fior di pelle, e due immensi scopettoni biondi, seguitava indaffarato a dar ordini ai suoi dipendenti, a registrar pacchi, a preparar conti o a scrivere lettere su un alto bancone in negozio, comportandosi insomma in mezzo a quell'ira di Dio come se fosse sordo spaccato. A tratti, e per scarico di coscienza, lanciava un 'Sshh!' che non produceva, né intendeva produrre, il minimo effetto. 'Mi trattano molto bene, qui,' fece Jim. 'Blake è una canaglietta, ma Egström è in gamba.' Balzò in piedi, e, avvicinandosi al treppiede che sosteneva il telescopio puntato alla finestra verso la baia, vi applicò un occhio. 'Ecco la nave rimasta in panne stamani al largo e che ha trovato alla fine una bava di vento per entrare,' osservò tranquillamente. 'Devo andare a bordo.' Ci stringemmo la mano in silenzio, e si avviò per uscire. 'Jim!' esclamai. Si volse con la mano sulla maniglia. 'Lei... lei ha buttato via qualcosa come una fortuna.' Riattraversò tutta la stanza e mi si avvicinò. 'Un così straordinario vecchio...' fece. 'Come potevo? Come potevo?' Gli tremavano le labbra. 'Qui, non ha importanza.' 'Oh! che... che...' cercavo la parola adatta, ma prima che arrivassi a rendermi conto che non c'era un epiteto confacente, Jim se n'era andato. Udii da fuori la voce profonda e dolce di Egström che diceva allegramente: 'E' il Sara W. Granger, Jimmy. Devi far di tutto per trovarti a bordo prima di tutti,' e subito interloquì Blake, strillando come un pappagallo infuriato. 'Di' al capitano che abbiamo posta per lui, qui. Vedrai che viene subito. Capito, signor Come-ti-chiami?' E la risposta di Jim a Egström con un che di fanciullesco nel tono. 'Va bene. Si va in regata!' Sembrava consolarsi della miseria di quel mestiere prendendolo dal lato marinaresco. Non lo vidi più in quel mio viaggio, ma durante il seguente (avevo un contratto di sei mesi) tornai all'emporio. A dieci metri dall'ingresso mi arrivò all'orecchio il blaterare di Blake, il quale, quando fui entrato, mi lanciò un'occhiata piena di uno scoramento totale; Egström, tutto sorrisi, avanzò, tendendomi una grande mano ossuta. 'Molto lieto di vederla, capitano... Sshh... Lo dicevo io che doveva esser in via di ricapitare da queste parti. Come dice, signore?... Sshh... Ah! quello lì! Se n'è andato. Si accomodi in salottino.'... Richiuso l'uscio, la voce stridula di Blake arrivò alquanto smorzata, come di uno che facesse sfoghi disperati in mezzo al deserto... 'Ci ha messo in un grosso impiccio, anche. Si è comportato male con noi, se l'ho da dire...' 'Dov'è andato? Lo sa?' domandai. 'No. A lui era inutile chiederlo,' rispose Egström, rimasto in piedi davanti a me, con i suoi scopettoni, servizievole, le braccia goffe lungo i fianchi, e l'esile catenina d'argento dell'orologio attaccata molto in basso su un panciotto di lana blu tutto ciancicato. 'Un uomo così non ha mai una particolare direzione.' La notizia mi rattristava troppo per lasciarmi la voglia di farmi spiegare questa sua teoria; egli proseguì: 'E' partito... vediamo un poco... proprio il giorno che riparò qui in porto un piroscafo con dei pellegrini di ritorno dal Mar Rosso, che aveva perso due pale dell'elica. Giusto tre settimane oggi.' 'Non si parlò, per caso, della faccenda del Patna?' domandai, temendo il peggio. Trasalì e mi guardò come se fossi un mago. 'Ma sì! Come fa a saperlo? Se ne parlò proprio qui: un paio di capitani, il direttore dell'officina Vanlo al porto, altri due o tre e io. C'era anche Jim, che faceva colazione con panini imbottiti e un bicchiere di birra; quando abbiamo molto da fare - capisce, capitano - non c'è tempo per un vero pasto. Mangiava in piedi a questo tavolino, e noialtri intorno al telescopio a guardar entrare il piroscafo. Dopo un po' il direttore della Vanlo cominciò a parlare del capo macchinista del Patna; gli aveva fatto certe riparazioni una volta; da questo passò a raccontarci di quella nave, che era una vecchia carcassa, e quanto danaro ne avevan ricavato. Gli capitò d'accennare al suo ultimo viaggio, e allora interloquimmo tutti. Chi disse una cosa, chi un'altra - non gran che - cose che lei o chiunque altro potrebbe dire; e ci fu qualche risata. Il capitano O'Brien del Sara W. Granger, un vecchio grosso, rumoroso, col bastone - che ascoltava seduto su questa poltrona qui, tutto a un tratto batte col bastone per terra e ruggisce: Vigliacconi!... - Ci fece sobbalzare tutti. Il direttore della Vanlo ci fa l'occhietto e chiede: - Che succede, capitano O'Brien? - Che succede? Che succede? - cominciò a gridare il vecchio; - che c'è da ridere, pezzi di pellirossa? Non c'è niente da ridere. E' una vergogna per il genere umano, ecco cos'è. Mi vergognerei di farmi vedere nella stessa stanza con uno di quegli uomini. Sissignore! - Pareva avesse preso di mira proprio me, e dovetti rispondere per educazione: Vigliacconi! dissi, - certo, capitano O'Brien: e neanch'io li riceverei qui dentro: dunque lei, qui, può star tranquillo, capitano O'Brien. Prenda una bibita fresca -. - Al diavolo le sue bibite, Egström, disse sbattendo le palpebre, - quando mi va di bere qualcosa, so gridare da me che me la portino. Vi pianto. Ci puzza qua dentro, adesso -. A queste parole tutti scoppiarono a ridere, e se ne andarono dietro al vecchio. E allora, signore, quel dannato di Jim posò il panino che aveva in mano e fece il giro del tavolino per appressarsi a me; e lasciò lì il suo bicchiere di birra ancora pieno fino all'orlo. - Me ne vado, dice... così, preciso. - Non è ancora l'una e mezzo, - faccio io; - puoi farti una fumatina, prima. - Credevo dicesse che era l'ora di andare al lavoro. Quando capii la sua vera intenzione, mi caddero le braccia... così! Non si trova tutti i giorni un uomo come quello, sa, signore; un vero diavolo per portare una barca a vela; pronto a far miglia e miglia di mare con qualunque tempo per andare incontro alle navi. Più d'una volta è successo che qualche capitano mi entrasse qui pieno di meraviglia, e la prima cosa che diceva era: - Un bel matto quel suo commissionario di bordo, Egström. Stavo cercando la rotta per il porto, approfittando dell'ultima luce del giorno, e interzarolato stretto, quando mi sbuca dalla nebbia come una freccia, propria sulla mia rotta di prua, una barca mezza abboccata d'acqua, con gli schizzi che le arrivavano a riva dell'albero, due negri spaventatissimi sui paglioli, e un diavolo al timone che urla: Ehi! Ehi! Ohè della nave! Ohè! Capitano! Ehi! Ehi! Qui, l'uomo di Egström e Blake: il primo a passarvi parola! Ehi! Ehi! Egström e Blake! Olà! Ehi! - Via! un calcio ai negri - molla i terzaroli - arriva una raffica - ci fila davanti urlando e berciando di mollare a vento che mi avrebbe pilotato lui fino in porto - un demonio più che un uomo. Non ho mai visto in vita mia portare una barca così. E non aveva mica bevuto, vero? Un ragazzo così tranquillo quando fu a bordo, educato, capace di arrossire come una ragazza... - Le dico, capitano Marlow, che nessuno poteva vincerci con le navi in arrivo, quando in mare c'era Jim. Gli altri fornitori marittimi era bazza se riuscivano a conservarsi i vecchi clienti, e...' Egström parve sopraffatto dall'emozione. 'Beh, signore - non ci avrebbe pensato né poco né tanto a farsi cento miglia al largo su una scarpa vecchia per guadagnare una nave alla nostra ditta. Se si fosse trattato di un commercio suo ancora tutto da impiantare, sotto questo riguardo non avrebbe potuto fare di più. E ora... tutto a un tratto... ecco! Penso io tra me: Oho!... un piccolo aumento - sta qui la questione eh? Benissimo - dico, - inutile far tante storie con me, Jimmy. Basta la cifra. Di' tu... Qualunque somma, se di ragione.- Mi guarda come se cercasse d'ingoiare qualcosa rimastagli in gola. Devo andarmene da qui -. - Che scherzo stupido è questo? domando. Scosse il capo, gli si leggeva negli occhi che se n'era già bell'e andato, signore. Allora lo presi di petto e glie ne dissi di cotte e di crude. - Che cosa ti fa scappar via? domando. Chi ti ha fatto torto? Chi ti ha minacciato? Non hai più cervello di un topo: quelli, da una nave buona non se ne vanno. Dove credi di trovare un posto migliore?... pezzo di questo e di quest'altro. - Lo ridussi come un cencio, glie lo dico io. - La nostra ditta non andrà a fondo lo stesso, - dico. Fece un gran salto. - Addio, - dice, salutandomi con un cenno del capo, come un gran signore; - Lei è un buon uomo, Egström. E io le do la mia parola che se conoscesse la mia condizione, non avrebbe più tanta voglia di trattenermi -. - Questa è la più grossa bugia che tu abbia mai detto, - dico io. - So io che pensare. - Mi aveva talmente fatto andare in bestia, che dovetti mettermi a ridere. - Non puoi davvero fermarti nemmeno tanto da finirti questo bicchiere di birra, disgraziato? - Non so co sa gli successe; sembrava che non riuscisse più a trovare la porta; una cosa buffa, le assicuro, capitano. La birra me la bevvi io. Beh, se hai tanta furia, bevo io alla tua buona fortuna, dico; solo, senti a me, se continui di questo passo, ti accorgerai presto che il mondo non è abbastanza grande per contenerti, ecco. - Mi diede un'occhiata torva, e scappò con una faccia da far paura ai bambini.' Egström sbuffò con amarezza, lisciandosi uno dei basettoni rossicci, con le dita nodose. 'Non mi è mai più riuscito, dopo, di trovare un uomo che valesse un soldo. Tutto a rotoli, qui. Ma lei, se è lecito, dove l'ha conosciuto, capitano?' 'Era secondo sul Patna durante quella famosa traversata,' risposi, sentendo che gli dovevo una spiegazione. Egström rimase un po' immobile, con le dita immerse nel pelame degli scopettoni; poi esplose. 'E che diavolo può importare questo? A chi?' 'Forse a nessuno,' cominciai... 'E chi diavolo crede di essere, quello, comunque, per prendersela in questo modo?' A un tratto si ficcò in bocca il basettone sinistro e prese un'aria stupita. 'Perdiana!' esclamò. 'Glie l'ho ben detto che la terra non sarebbe bastata alle sue giravolte!'". CAPITOLO 19. "Vi ho raccontato per esteso questi due soli episodi, che mostrano lo stato d'animo di lui in quel periodo della sua vita: ma ce ne furono molti altri del genere; quanti ne potrei contare sulle dita delle mani e anche più; tutti con lo stesso segno di un così alto scrupolo morale da rendere profonda e commovente anche la loro futilità. Gettare via il proprio pane quotidiano per aver mano libera nella lotta contro un fantasma sarà magari un atto di eroismo banale. Altri l'hanno fatto prima di lui (ma noi sappiamo troppo bene - noi che abbiamo vissuto - come non sia l'ossessione spirituale, ma la fame fisica a creare i proscritti): sempre applaudita la loro meritoria pazzia dagli uomini che mangiano, e intendono continuare a mangiare ogni giorno. Davvero disgraziato, il povero Jim, che, con tutta la sua temerarietà non riusciva a liberarsi da quell'ombra: sul suo coraggio persisteva sempre un dubbio. La verità è, forse, che non ci si libera dallo spettro di un fatto materiale. Lo si può affrontare o sfuggire - e mi è capitato d'incontrare un tipo o due che sapevano dare eventualmente una strizzatina d'occhio al loro fantasma familiare. Jim non era davvero tipo da fargli l'occhietto; io però non sono mai riuscito a decifrare se si comportava così con l intenzione di fuggire il suo spettro o d'affrontarlo. Tutti i miei sforzi di perspicacia mi portavano soltanto alla conclusione che, come sempre nella complessità delle nostre azioni, l'ombra di differenza era troppo sfumata per riuscire a coglierla. Quella di Jim poteva essere una fuga come poteva essere una maniera di combattere. Il volgo vedeva Jim come l'immagine di un sasso che seguita a rotolar giù; cioè dal suo lato più buffo: dopo un certo tempo divenne infatti notissimo, addirittura famoso, nel cerchio dei suoi vagabondaggi (che aveva un diametro di, mettiamo, tremila miglia) allo stesso modo come un tipo strambo è conosciuto nel suo circondario. Per esempio a Bangkok, dove trovò lavoro presso i fratelli Yuckee, noleggiatori e mercanti di teck, era quasi commovente vederlo andare in giro lungo il fiume sotto la canicola, tenendosi stretto dentro il suo segreto, conosciuto ormai fino alle più lontane capanne del retroterra. Schomberg, il direttore dell'albergo dove alloggiava, un irsuto Alsaziano che con quell'aria virile era un inesauribile divulgatore di tutte le chiacchiere e scandali locali, propinava regolarmente, gomiti sul tavolino, una versione infiorettata della storia di Jim a tutti i clienti propensi ad ingerire un po' di notizie insieme ai liquori più costosi. 'E, badi, il più simpatico ragazzo che si possa incontrare,' concludeva generosamente; 'proprio un uomo superiore.' E' tutto a favore della folla eterogenea di clienti dello stabilimento di Schomberg, il fatto che Jim riuscisse a reggere a Bankok per sei mesi buoni. Notai che la gente, senza conoscerlo affatto, gli si affezionava come a un caro bambino. Nonostante i suoi modi riservati, il suo aspetto fisico, i suoi capelli, i suoi occhi, il suo sorriso, gli creavano amicizie dovunque capitasse. E poi non era affatto uno sciocco. Udii Siegmund Yucker (oriundo svizzero: un mite uomo, consumato da una feroce dispepsia, zoppo sconciato, che la testa gli tracciava un quarto di cerchio a ogni passo) dichiarare con ammirazione che, per essere così giovane, era 'di grande gabacità' come se fosse un caso di semplice capienza cubica. 'Perché non mandarlo nell'interno?' suggerii con ansia, sapendo che i fratelli Yucker possedevano certe concessioni e foreste nel retroterra. 'Se ha capacità, come lei dice, farà presto a impratichirsi. Ha un fisico molto robusto, una salute di ferro.' 'Ah! E' una gran cosa in questo paese non soffrire di tispepsia,' sospirò il povero Yucker con invidia, dandosi un'occhiata di sfuggita alla cavità dello stomaco. Lo lasciai lì, assorto a tamburellare sulla scrivania, borbottando: 'Es ist eine Idee. Es ist eine Idee.' Disgraziatamente, proprio quella sera accadde nell'albergo una scena incresciosa. Non per farne troppo un carico a Jim, ma fu senz'altro un caso molto sgradevole: una delle solite squallide risse da bar; e l'avversario era un Danese strabico, che nel biglietto da visita, sotto un nome bastardo, si spacciava per 'primo tenente della Regia Marina Siamese.' Costui era una vera schiappa al biliardo, ma naturalmente, di perdere non l'intendeva. Aveva la sbornia cattiva, sicché alla sesta partita perse le staffe e si permise qualche frase di scherno contro Jim. I più dei presenti non lo avevano udito; quei pochi che avevano inteso se lo scordarono in fretta per lo spavento di quel che ne seguì immediatamente. Fu una fortuna per il Danese quella di saper nuotare, perché il locale dava su una veranda a picco sul Menam che scorreva di sotto, larghissimo e nero. Una barca di Cinesi, diretti molto probabilmente a qualche impresa ladresca, ripescò l'ufficiale del Re del Siam, e Jim mi arrivò a bordo verso mezzanotte senza cappello. 'Sembrava che lo sapessero tutti, nel locale,' disse, quasi ansimando ancora per la baruffa. In via di principio era piuttosto pentito dell'accaduto, benché, nella specie, secondo lui, non rimaneva altro da fare. Soprattutto lo aveva atterrito la scoperta che era noto a tutti il segreto che gli pesava addosso, come se lo fosse portato in giro sempre bene in vista. Naturalmente, ora doveva andarsene anche di lì. Tutti lo accusarono di violenza brutale, così poco opportuna per un uomo nella sua situazione delicata; alcuni sostenevano che in quel momento era ubriaco fradicio; altri gli rinfacciavano la sua mancanza di tatto. Perfino Schomberg ne fu molto seccato. 'E' un giovanotto molto simpatico,' mi disse con una punta di polemica, 'ma anche il tenente è un tipo di prim'ordine. Cena ogni sera alla mia table d'hôte, sa. E mi hanno rotto una stecca di biliardo. Queste cose non le posso permettere. La mattina dopo sono andato per tempo a far le mie scuse al tenente, e per parte mia credo d'aver appianato le cose; ma pensi un po', capitano, se tutti si mettessero a fare di questi giochetti! E se quell'altro affogava? Senza contare che qui non si tratta mica di fare un salto nella strada accanto per ricomprarmi una stecca nuova. Devo ordinarla in Europa. No, no! Un carattere simile non va!...' L'argomento gli bruciava forte. Questo fu l'incidente più grave di tutta la sua... la sua ritirata. Nessuno più di me era nel caso di rammaricarsene; perché, se qualcuno nel sentirlo nominare aveva potuto dire: 'Ah, sì! lo conosco. E' venuto a sbatter la testa anche da queste parti per un bel po'' - egli era tuttavia riuscito fino a quel momento a tirar avanti senza troppe botte e ammaccature. Quest'ultima faccenda, invece, mi seccò sul serio, perché se la sua squisita suscettibilità arrivava al punto di trascinarlo a risse da bettola, allora avrebbe perduto quella sua nomèa di baggiano innocuo, anche se un po' pesante, acquistandosi quella di un fannullone qualunque. Con tutta la mia fiducia in lui, non potevo tenermi dal pensare che in certi casi dalla parola al fatto il passo è breve. Capirete, mi figuro, che oramai non potevo pl pensare a lavarmene le mani. Me lo portai via da Bankok sulla mia nave; la traversata fu piuttosto lunga. Faceva pena vederlo ritirarsi così in se stesso. Un marinaio, anche da semplice passeggero, prende interesse alla nave, e osserva la vita marinaresca intorno a lui col godimento valutativo di un pittore, mettiamo, che osservi l'opera di un collega. Egli è "sul ponte" in tutto il senso della parola. Il nostro Jim, invece, stava per lo più da basso, tutto aggrondato, come un passeggero clandestino. Me l'attaccò anche a me; tanto che mi astenevo dal parlargli di questioni professionali, come sarebbe naturale tra due marinai durante una traversata. Restavamo senza scambiarci una parola per intere giornate; e mi riusciva estremamente difficile anche dare ordini ai miei ufficiali in sua presenza. Spesso, trovandoci insieme soli sul ponte o in cabina, non sapevamo dove posare gli occhi. Lo misi da De Jongh, come sapete, ben lieto di sistemarlo in qualche modo, ma convinto che la sua situazione diventava intollerabile. Aveva perduto un poco di quella elasticità che gli aveva permesso altre volte di tornare a galla intatto dopo ogni rovescio. Un giorno, sbarcando, lo trovai in piedi sulla banchina; l'acqua della baia e il mare aperto formavano un piano liscio e ascendente; i bastimenti all'àncora, lontani, sembravano navigare immobili nel cielo. Stava aspettando che finissero di caricare una barca, sotto ai nostri piedi, con pacchi di minute provviste per qualche nave lesta a salpare. Ci salutammo e restammo in silenzio, uno vicino all'altro. 'Perdiana!' disse a un tratto. 'E' un lavoro che ammazza.' Mi sorrise; devo dire che in genere fino a un sorriso ci arrivava. Non risposi. Sapevo benissimo che non alludeva alla fatica: aveva la vita facile con De Jongh. Tuttavia, a quelle sue parole, mi convinsi in pieno che veramente quel lavoro lo ammazzava. Senza guardarlo: 'Le piacerebbe,' dissi, 'abbandonare definitivamente questa parte di mondo; provare in California o sulla Costa occidentale? Vedrò se è possibile...' M'interruppe alquanto sdegnato: 'Che differenza c'è...' Capii subito che aveva ragione. Non c'era differenza; non cercava un riposo, lui; mi parve di intuire vagamente che gli occorreva e, per così dire, stava aspettando, qualcosa difficilmente definibile qualcosa come un'occasione. Glie ne avevo fornite diverse, ma di quelle buone soltanto a procurargli il pane. Eppure che si poteva fare di più? Il caso mi parve disperato, e mi sovvenivano le parole di Brierly: 'Che si scavi una buca sei metri fonda e ci rimanga.' Meglio questo, pensai, che codesto stare a fior di terra ad aspettar l'impossibile. Eppure, non si poteva esser sicuri neanche di ciò. Lì per lì, e prima che la sua barca si fosse staccata di tre remi dalla banchina, decisi di andare subito. in serata. a consultare Stein. Questo Stein era un mercante ricco e stimato. La sua ditta (perché era proprio una ditta, Stein e Company: esisteva anche una specie di socio che, a sentire Stein 'si occupava delle Molucche') aveva un'estesa rete di commerci interinsulari, e molte agenzie nei luoghi più remoti per la raccolta dei prodotti. Non erano tuttavia né la sua ricchezza, né la sua autorità quelle che mi spingevano così urgentemente a chiedergli i suoi pareri. Avevo bisogno di confidargli la mia apprensione perché era uno degli uomini più degni di fiducia che io abbia mai conosciuto. Una bella aureola di bontà semplice, per così dire instancabile, e intelligente gli illuminava il viso lungo e glabro dalle profonde rughe verticali, e pallido come il viso di una persona accostumata ad una vita sedentaria - che, in realtà non era mai stata la sua. Aveva capelli radi, spazzolati all'indietro sulla fronte massiccia e spaziosa. Veniva fatto di pensare che a vent'anni doveva essere stato molto simile a ora, che ne aveva sessanta. Era il viso di uno studioso; soltanto le sopracciglia, quasi completamente bianche, folte e a cespugli, e, di sotto a quelle, lo sguardo che ne scaturiva risoluto e penetrante, contrastavano col suo aspetto, direi, di scienziato. Era alto e dinoccolato; la schiena leggermente curva, e il sorriso innocente lo facevano apparire pronto a prestarvi benevola attenzione; le lunghe braccia con le grandi mani pallide avevano radi gesti decisi per indicare o dimostrare. Se mi indugio a parlar di lui è perché, dietro a questo aspetto esteriore, e in accordo con una natura diritta e indulgente, quest'uomo possedeva un'intrepidità di spirito e un coraggio fisico che poteva passare per temerarietà se non fosse stata una funzione naturale del suo corpo - come la buona digestione, per esempio - e del tutto inconsapevole. Si dice talvolta che la vita l'abbiamo nelle nostre mani. Codesto modo di dire non sarebbe valso per lui: durante la prima parte della sua esistenza in Oriente ci aveva giocato addirittura a palla, con la sua vita. Tutto questo apparteneva ormai al passato, ma io conoscevo la sua storia e l'origine della sua ricchezza. Era anche un naturalista di un certo valore, o, più esattamente, un dotto collezionista. L'entomologia era la sua particolare passione. La sua collezione di Buprestidae e Longicornuae tutti scarabei - orribili mostri in miniatura, dall'aspetto nemico anche nell'immobilità della morte, e la sua vetrina di farfalle, belle e frementi nelle loro ali senza vita sotto al vetro delle scatole, avevano portato lontano la sua fama nel mondo. Il nome di questo mercante avventuriero, consigliere, in passato, di un sultano malese (e non lo chiamava altrimenti che 'il mio povero Mohammed Bonso') era noto, in Europa, in virtù di poche staia di insetti morti, a scienziati che non potevano farsi neanche l'idea, e certo non si sarebbero curati di farsela, della sua vita e del suo carattere. A me, che ero al corrente, parve persona adattissima a ricevere le mie confidenze sulle difficoltà di Jim: e sulle mie proprie...". CAPITOLO 20. "La sera sul tardi entrai nel suo studio, dopo aver attraversato una sala da pranzo imponente, ma vuota, e scarsamente illuminata. La casa era silenziosa. Mi precedeva un servo giavanese, anziano e severo, con una specie di livrea formata da una giacca bianca e da un sarong giallo; costui, dopo aver spalancato la porta, esclamò a bassa voce: 'Oh padrone!' e, facendosi da parte, sparì in certa sua misteriosa maniera, come un fantasma che avesse preso corpo solo un attimo per quel particolare servizio. Stein si voltò girando la poltrona, e sembrò che lo stesso movimento gli sollevasse gli occhiali sulla fronte. Mi diede il benvenuto con la sua voce pacata e gioviale. Soltanto un angolo dell'ampia camera, l'angolo dove si trovava la sua scrivania, era fortemente illuminato da una lampada da tavolino, con paralume; il resto del vasto ambiente si fondeva con l'oscurità informe, come di una caverna. Stretti scaffali pieni di scatole scure, uguali di forma e di colore, coprivano le pareti tutt'intorno, non dal pavimento al soffitto, ma in una scura zona di circa un metro e venti d'altezza: catacombe di scarabei. Tavolette di legno vi pendevano a intervalli irregolari. La luce, raggiungendo una di queste tavolette, faceva scintillare misteriosa nella vasta penombra la parola Coleoptera scrittavi a lettere d'oro. Le cassette di vetro della collezione di farfalle erano allineate in tre lunghe file su certi tavolini di gambe sottili. Una di queste cassette, tolta dal suo posto, era posata sulla scrivania cosparsa di striscie di carta rigate da una minuscola calligrafia. 'Così mi trova... così,' disse. La sua mano rimase sospesa sulla cassetta in cui una farfalla, grandiosa nel suo isolamento, stendeva le ali d'un color bronzo scuro, larghe un diciassette centimetri o più, con squisite venature bianche, e una sontuosa orlatura di puntini gialli. 'Esiste un solo esemplare così nella SUA Londra: uno e basta. Alla mia cittadina natìa io questa mia collezione lascerò. Qualcosa di me. Il meglio.' Si chinò in avanti sulla poltrona osservando intensamente, col mento sulla cassetta. Io gli stavo dietro in piedi. 'Meravigliosa, mormorò, e sembrò aver dimenticato che io ero lì. Strana storia, la sua. Nato in Baviera, a ventidue anni aveva preso parte attiva al movimento rivoluzionario del 1848. Gravemente compromesso, riuscì a mettersi in salvo, e da principio trovò un rifugio presso un povero orologiaio repubblicano di Trieste. Da lì arrivò a Tripoli con un blocco di orologi a buon mercato da smerciare: esordio non proprio magnifico, ma che si risolse poi in una fortuna per lui, perché là conobbe un esploratore olandese - uomo piuttosto famoso, credo, ma di cui non ricordo il nome. Fu questo naturalista a prenderselo con sé come una specie di aiutante, e a portarselo in Oriente. Viaggiarono per l'Arcipelago insieme e separati, facendo collezione d'insetti e d'uccelli, per oltre quattr'anni. Poi il naturalista tornò in patria, e Stein, non avendo una patria dove tornare, rimase laggiù con un vecchio mercante che aveva conosciuto durante i suoi viaggi nell'interno delle Celebes - se si può dire che le Celebes abbiano un interno. Questo vecchio Scozzese, unico bianco che avesse allora permesso di residenza nel paese, godeva le preferenze del più potente monarca degli Stati del Wajo: che era una donna. Ho sentito spesso raccontare da Stein che quello Scozzese, affetto da leggera paralisi laterale, lo aveva presentato alla Corte indigena poco prima che un nuovo colpo apoplettico se lo portasse via. Era un uomo tanto fatto, dalla bianca barba patriarcale e di statura imponente. Arrivò nella sala del Consiglio dove tutti i rajah, pangerani e capi tribù erano raccolti intorno alla regina, una donna grassa e grinzosa (molto spregiudicata nel parlare, diceva Stein) distesa su un alto divano sotto un baldacchino. Strascicando la gamba egli batteva col bastone sul pavimento: afferrò il braccio di Stein e lo portò dritto dritto presso il divano. 'Guarda, oh Regina, e voi rajah, questi è mio figlio,' proclamò con voce stentorea. 'Ho commerciato con i vostri padri, e quando io morrò lui commercerà con voi e coi vostri figli.' Per effetto di questa semplice cerimonia, Stein ereditò la situazione privilegiata dello Scozzese, insieme con tutta la sua merce in blocco e a una casa fortificata sulle rive dell'unico fiume navigabile del paese. Poco dopo, la vecchia regina, tanto spregiudicata nel parlare, morì; e il paese fu turbato dalle lotte tra i vari pretendenti al trono. Stein si unì al partito del figlio minore, quello che trent'anni dopo non ricordava se non chiamandolo 'il mio povero Mohammed Bonso.' Insieme divennero i protagonisti di innumerevoli imprese; ebbero avventure meravigliose, e una volta sostennero un assedio di un mese nella casa dello Scozzese, con appena una ventina di seguaci contro un intero esercito. Credo che di quella guerra gli indigeni seguitino a parlare ancora oggi. E nel frattempo sembra che Stein non tralasciasse mai di far tesoro di tutte le farfalle o scarabei che gli capitavano sotto mano. Dopo circa otto anni di guerre, di negoziati, di falsi armistizi, d'improvvise riprese d'ostilità e di riconciliazioni, di tradimenti, e via di seguito, proprio quando sembrava che la pace fosse definitivamente e stabilmente conchiusa, il suo 'povero Mohammed Bonso' fu assassinato sul cancello della residenza regale mentre scendeva da cavallo, in stato di alta euforia, di ritorno da una riuscitissima caccia al cervo. Per questo avvenimento Stein si ritrovò in una posizione estremamente malsicura, ma lui sarebbe forse rimasto lì lo stesso, se poco tempo dopo non avesse perduto anche la sorella di Mohammed ('la mia cara moglie, la principessa' soleva dire solennemente), dalla quale aveva avuto una bambina: madre e figlia erano morte a tre giorni di distanza, per non so quale febbre infettiva. Stein abbandonò il paese, che questi gravi lutti gli avevano reso insopportabile; e così terminò la prima parte, quella avventurosa, della sua esistenza. Ciò che seguì fu così diverso, che, se non fosse stata la realtà del dolore che era rimasto sempre vivo in lui, quel suo strano passato gli sarebbe parso un sogno. Aveva un po' di danaro; ricominciò la sua vita da capo, e nel corso degli anni mise insieme una fortuna considerevole. Da principio viaggiò molto da un'isola all'altra, ma col sopraggiungere a poco a poco dell'età, da ultimo raramente gli accadeva di allontanarsi dalla sua vasta casa a tre miglia dalla città, con una bella stesa di giardino, e in mezzo a una corona di stalle, uffici, e casette di bambù per i servi e i dipendenti che aveva in gran numero. Col suo carrozzino scoperto si recava ogni mattina in città, dove aveva un ufficio con impiegati bianchi e cinesi. Possedeva una piccola flotta di schooner e d'imbarcazioni indigene, e commerciava su larga scala prodotti delle isole. Del resto, viveva solitario, ma non misantropo, con i suoi libri e la sua collezione, classificando e sistemando esemplari, corrispondendo con entomologi europei, preparando un catalogo descrittivo dei suoi tesori. Tale era la storia di colui che ero venuto a consultare sul caso di Jim, senza una precisa speranza. Mi sarebbe già riuscito di sollievo ascoltare semplicemente ciò che mi avrebbe detto. Ero molto in ansia, ma rispettai la concentrazione intensa, quasi appassionata, con cui Stein osservava la farfalla, come se nella lucentezza bronzea di quelle fragilissime ali dai candidi disegni e dalle splendide macchie, egli vedesse altre cose: l'immagine di qualche cosa altrettanto fragile e indistruttibile quanto quei tessuti delicati e senza vita che mostravano una sontuosità non alterata dalla morte. 'Meraviglioso!' ripeté, alzando gli occhi. 'Guardi! La bellezza... ma questo è nulla... guardi la finitura, l'armonia. E' così fragile! E così robusto! E così esatto! Questa è Natura - equilibrio di forze colossali. Ogni stella così... ogni filo d'erba lì, così... e il potente Kosmos in perfetto equilibrio produce... questo. Questo miracolo; questo capolavoro di Natura... la grande artista.' 'Non ho mai sentito un entomologo parlare così,' osservai allegramente. 'Capolavoro! E l'uomo, allora?' 'L'uomo è stupefacente, ma non è un capolavoro,' disse, tenendo gli occhi fissi sulla cassetta di vetro. 'Forse l'artista era un po' fuori squadra. Eh? Che glie ne pare? Qualche volta sembra che l'uomo sia capitato dove nessuno lo aspettava, dove non c'è posto per lui; ché altrimenti come vorrebbe tutto per sé? Perché correrebbe qua e là facendo tanto strepito intorno a se stesso, chiacchierando delle stelle, calpestando i fili d'erba?...' 'Acchiappando farfalle,' interloquii. Sorrise, si gettò all'indietro sulla poltrona e stese le gambe. 'Si accomodi,' fece. 'Questo raro esemplare l'ho preso proprio io in una mattinata bellissima. Provai una profonda emozione. Lei non immagina che significhi per un collezionista catturare un esemplare così raro. Non può immaginarlo.' Seduto comodamente nella mia poltrona a dondolo, sorrisi. I suoi occhi sembravano guardare molto oltre la parete che stava fissando; e narrò come, una sera, era arrivato un messo del suo 'povero Mohammed,' che lo chiamava alla 'residenza' - come diceva Stein - distante un nove o dieci miglia, a prendere la mulattiera che attraversava una piana coltivata, rotta qua e là da plaghe boscose. La mattina presto partì dalla sua casa fortificata, dopo aver baciato la sua piccola Emma, trasferendo il comando alla 'principessa' sua moglie. Raccontò come essa lo aveva accompagnato fino al cancello, camminandogli a fianco con una mano sul collo del cavallo; con una giacchetta bianca, e spilloni d'oro nei capelli, e sulla spalla sinistra una bandoliera di cuoio marrone con una rivoltella. 'Parlava come parlano le donne,' fece, 'dicendomi di far attenzione, di procurare di esser di ritorno prima di notte, e chiamandomi brutto cattivo che andavo solo. Eravamo in guerra, e il paese non era sicuro; i miei uomini stavano adattando alle finestre della casa certe imposte a prova di pallottola, e tenevano i fucili carichi, ma mi scongiurò di non star in pena per lei. Poteva difendere la casa contro chiunque fino al mio ritorno. Ridevo di contentezza. Mi piaceva vederla così coraggiosa e giovane e forte. Anch'io ero giovane allora. Al cancello mi afferrò una mano, mi diede una stretta e si ritirò. Rimasi fermo sul cavallo, di fuori, finché non ebbi sentito richiudersi le sbarre del cancello alle mie spalle. C'era un mio grande nemico, un gran nobile - e anche un gran furfante - che batteva i dintorni con una sua banda. Per quattro o cinque miglia mi tenni al galoppo; aveva piovuto durante la notte, ma la nebbia era salita, su su - e la faccia della terra, adesso, tutta linda, mi sorrideva fresca e innocente, come una fanciullina. Ad un tratto una sparatoria - una ventina di colpi, mi parve. Mi sentii fischiare le pallottole all'orecchio, e il cappello mi salta sulla nuca. Un'imboscata, capisce. Avevano brigato per farmi chiamare dal mio povero Mohammed, e poi avevano preparato l'insidia. Capisco tutto in un baleno, e penso: QUI BISOGNA FAR MENTE LOCALE. Il mio cavallino sbuffa, salta, e si impenna, e io mi piego lentamente in avanti con la testa sulla sua criniera. Si rimette in cammino, e con la coda dell'occhio scorgo al disopra del suo collo una nuvoletta di fumo davanti a un ciuffo di bambù sulla mia sinistra. Penso: AHA! AMICI BELLI, AVETE AVUTO TROPPA FURIA A SPARARE. ANCORA NON MI AVETE GELUNGEM. Oh no! afferro la mia rivoltella con la destra... piano... piano. Dopo tutto non erano che sette, quelle canaglie. Si alzano da terra e si mettono a correre in avanti con i loro sarong tirati su, agitando le lance sopra la testa e urlandosi l'un con l'altro di badare a non lasciarsi scappare il cavallo, perché io ero spacciato. Li lasciai avvicinare fino alla distanza di quella porta lì, e poi bum, bum, bum - prendendo ogni volta anche la mira. Sparo l'ultimo colpo alla schiena di uno, ma lo sbaglio. Era già troppo lontano. E allora resto solo sul mio cavallo, la terra linda che mi sorride e tre uomini stesi al suolo. Uno s'era accercinato come un cane, un altro, a pancia all'aria, teneva un braccio sugli occhi come per ripararsi dal sole, e il terzo tira su lento lento una gamba e poi la stende di nuovo con un calcio. Lo osservo molto attentamente dall'alto del mio cavallo, ma non succede altro - bleibt ganz ruhig rimane fermo lì. E mentre gli cerco in viso un segno di vita, osservo come un'ombra passargli sulla fronte. Era l'ombra di questa farfalla. Guardi la forma dell'ala. Questa specie vola in alto con un volo resistente. Alzai gli occhi e la vidi svolar via. Penso... E' mai possibile? Poi la persi di vista. Sceso a terra, avanzavo piano piano, guidando il cavallo per la briglia, e stringendo la rivoltella mentre scrutavo in giro, su e giù, a destra e a sinistra e dappertutto! Finalmente la vidi su un mucchio di letame a tre metri di distanza. Cominciò a battermi forte il cuore. Lascio andare il cavallo, tenendo sempre la rivoltella in mano, e con l'altra mi tolgo di testa il cappello floscio. Un passo. Attenzione. Un altro passo. Flop! Presa! Quando mi alzai tremavo come una foglia dall'emozione. Ma quando le apersi le belle ali e mi avvidi della rarità e della straordinaria perfezione dell'esemplare che avevo trovato, mi girò addirittura la testa e mi si fiaccarono talmente le gambe dall'agitazione che dovetti mettermi a sedere per terra. Avevo desiderato molto di possedere anch'io un esemplare di quella specie, quando lavoravo col Professore. Avevo proprio fatto lunghi giri, e molti sacrifici: me l'ero sognata la notte; ed ecco che a un tratto l'avevo fra le dita - tutta per me! Dirò col poeta (pronunciava BOETA): So halt' ich's endlich denn in meinen Händen, Und nenn'es in gewissem Sinne mein.' Diede enfasi all'ultima parola con un improvviso abbassamento di voce, e mi distolse lentamente lo sguardo dal viso. Cominciò a caricare con cura e in silenzio una pipa di lunga cannuccia, poi, soffermandosi col pollice sulla bocca del fornello, mi rivolse ancora uno sguardo d'intesa. 'Sì, mio buon amico. Quel giorno non avevo più nulla da desiderare: avevo dato un serio dispiacere al mio principale nemico; ero giovane, forte; avevo un amico; avevo l'amore di una donna (pronunciava TONNA) e una bambina, avevo: tanto dunque da colmarmi il cuore - e adesso perfino ciò che avevo sognato nel sonno, me lo trovavo tra le mani!' Scriccò un fiammifero, che diede una fiamma viva; vidi rabbuiarsi il suo viso placido e pensoso. 'Amico, moglie, bambina,' disse lentamente, guardando la piccola fiammella. 'Pfu!' E con un soffio spense il fiammifero. Sospirò, e di nuovo si volse verso la cassetta di vetro. Le ali fragili e bellissime tremolarono appena come se il suo fiato avesse per un momento richiamato in vita quel superbo oggetto dei suoi sogni. 'Il mio lavoro,' riprese a un tratto, indicando le strisciole di carta sparpagliate, e col suo tono dolce e allegro, 'procede a gran passi. Ho di descrivere questo raro esemplare finito!... Na! Lei, che buone nuove mi porta?' 'A dir la verità, Stein,' risposi con uno sforzo che mi stupì, 'sono venuto anch'io a descrivere un esemplare...' 'Una farfalla?' domandò con calore incredulo e scherzoso. 'Nulla di così perfetto,' replicai, sentendomi improvvisamente disarmato e pieno di ogni sorta di dubbi. 'Un uomo!' 'Ach so!' mormorò, volgendosi a me, e la sua fisonomia di sorridente si fece seria. Poi, dopo aver mi osservato un po', disse adagio adagio: 'Beh... anch'io sono uomo.' Qui era tutto lui; l'uomo che sapeva riuscire incoraggiante con tanta generosità da indurre una persona scrupolosa a esitare al limite di una confidenza; e io esitai, ma per poco. Mi ascoltò fino alla fine, seduto, con le gambe accavallate. Qualche volta che la testa gli spariva completamente in una grande eruzione di fumo, da quella nuvola usciva un sussurro di comprensione. Quando ebbi finito, tolse la gamba di sopra all'altra, posò la pipa, si protese serio serio verso di me, appoggiando i gomiti sui braccioli della poltrona, e unendo le punte delle dita. 'Capisco benissimo. E' un romantico.' Mi aveva bell'e fatto la diagnosi del caso, e da principio mi stupii molto che fosse così semplice; il nostro colloquio somigliava preciso a un consulto medico: Stein, con quel suo aspetto di dottore, seduto in poltrona davanti alla scrivania, io seduto in un'altra poltrona di fronte a lui, un poco di lato in ansiosa attesa del responso. Mi sembrò perfino naturale di chiedere: 'E che rimedio mi consiglia?' Levò un lungo indice. 'L'unico! C'è un solo modo per guarirci dall'essere noi stessi!' L'indice piombò sulla scrivania con un colpo secco. Il caso, di cui dianzi egli aveva saputo rivelarmi tutta la semplicità, apparve se possibile ancora più semplice - e assolutamente disperato. Seguì una pausa. 'Già,' dissi, 'a rigor di termini, il problema non è guarire, ma esistere.' Approvò col capo, un po' triste, mi parve. 'Ja! Ja! Insomma, con le parole del vostro grande poeta: That is the question...' seguitava ad affermare del capo, con comprensione... 'Esistere! Ach! Esistere.' Si alzò in piedi poggiando le punte delle dita sulla scrivania. 'Noi vogliamo in tanti modi diversi esistere,' riprese. 'Questa magnifica farfalla trova un mucchietto di fimo, e vi si ferma su; ma l'uomo non si vuol mai sul suo mucchio di fimo fermare. Vuole esistere così, e dopo vuole invece esistere così...' Girò la palma in alto e poi in basso... 'Vuol essere un santo, e vuol essere un diavolo... e ogni volta che chiude gli occhi vede se stesso come una rara meraviglia... così rara come non potrà mai essere... In sogno...' Abbassò il coperchio di vetro, la cui serratura automatica scattò con un rumore secco, e, presa la cassetta a due mani, la riportò religiosamente al suo posto, passando dal cerchio di piena luce della lampada in un anello di luce più tenue... e alla fine nell'ombra informe. Era un effetto strano... come se quei pochi passi lo avessero portato fuori da questo mondo concreto e pieno di perplessità. La sua alta figura, quasi vuotata dalla sua sostanza, fluttuava senza rumore su oggetti invisibili, con movimenti obliqui e indefiniti; la sua voce, da quella remota lontananza, dove lo intravvedeva misteriosamente occupato in atti immateriali, non era più così incisiva, ma sembrava snodarsi voluminosa e grave-smorzata dalla distanza. 'E dal fatto che non si possono tenere gli occhi sempre chiusi nasce il male - la pena del cuore - la pena del mondo. Le dico, amico mio, che non è un vantaggio scoprire che non si possono tradurre in realtà i nostri sogni unicamente perché non si è forti abbastanza, né abbastanza intelligenti - Ja!... E frattanto si è pur sempre gente in gamba! Wie? Was? Gott in Himmel! Come va questa storia? Ah! ah! ah!...' L'ombra vagolante tra le tombe delle farfalle rideva forte. 'Già! Molto buffa questa terribile cosa. Ogni uomo nascendo cade in un sogno come si casca in mare. Se si arrabatta per tirarsi fuori come chi non è pratico, annega... nicht wahr?... No! Le dirò! Il segreto è di adattarsi all'elemento distruttivo, e con sforzi di mani e di piedi nell'acqua costringere il profondo, profondo mare a tenerci su. Così se mi domanda: come esistere?...' La sua voce arrivava straordinariamente forte, quasi laggiù nella penombra lo ispirasse uno spirito di saggezza. '... le rispondo: Anche per questo c'è un solo modo!' In un frettoloso stropiccìo di pantofole sul pavimento si delineò di nuovo nel cerchio di luce più tenue, e a un tratto comparve nel campo di luce piena della lampada, con la mano tesa in direzione del mio petto come una pistola; i suoi occhi infossati sembravano passarmi da parte a parte, ma dalle labbra tremanti non usciva più una parola, e gli si spense nel volto l'austera esaltazione di quella certezza che si era manifestata nella penombra. Lasciò ricadere la mano puntata sul mio petto, e dopo un po', avvicinandosi d'un passo, me la posò lieve su una spalla. Ci sono cose, disse con una punta di tristezza, che forse non bisognerebbe mai dire, ma lui viveva tanto solo che qualche volta si lasciava andare... si lasciava andare... La luce aveva distrutto la certezza che lo aveva esaltato nell'ombra remota. Sedette, e coi gomiti sulla scrivania, si stropicciò la fronte. 'Eppure è vero... è vero. Nell'elemento distruttivo immersi...' Parlava in tono sommesso, senza guardarmi, col viso tra le palme. 'Ecco il segreto. Seguire il sogno, sempre seguire il sogno... e così... ewig... usque ad finem...' La voce sommessa della sua convinzione sembrava aprire davanti a me una distesa vasta e malsicura come di una landa a stesa d'orizzonte nel crepuscolo dell'alba... o era forse il calare della notte? Chi poteva dire? Non si osava definirla: ma era una luce di ingannevole fascino, che diffondeva l'impalpabile poesia della sua penombra su baratri - tombe. La sua vita era cominciata con aspirazioni al sacrificio, con entusiasmi per ogni idea generosa; era andato molto lontano, per varie strade, su strani sentieri; in ogni nuova impresa si era buttato senza esitazione, e quindi senza vergogna e senza rimpianti. Fin qui aveva ragione lui. E questa era senza dubbio la via buona. Eppure, nonostante tutto, la grande pianura dove gli uomini vagano fra tombe e baratri rimaneva molto desolata sotto l'impalpabile poesia della sua luce crepuscolare, prigione dell'ombra nel centro, e circondata da un alone luminoso come se si trovasse al mezzo di un abisso pieno di fiamme. Finalmente ruppi il silenzio per esprimere l'opinione che nessuno poteva essere più romantico di lui. Scosse il capo lentamente e poi mi guardò con occhi pazienti e interrogativi. 'E' una vergogna,' disse. 'Eccoci qui a chiacchierare come due ragazzi invece di metterci di buona lena a cercare un rimedio pratico - un rimedio - per il male... per il grave male,' ripeté, con un sorriso arguto e indulgente. E tuttavia, la nostra conversazione non volse affatto al positivo. Evitammo di pronunciare il nome di Jim come per lasciare fuori discussione la sua persona di sangue e di carne, quasi si trattasse soltanto d'uno spirito in preda all'errore, un'ombra senza pace e senza nome. 'Na!' disse Stein, alzandosi. 'Stanotte lei dormirà qui, e domattina faremo qualcosa di pratico... pratico...' Accese un candeliere a due bracci e mi fece strada. Attraversammo stanze buie e vuote, guidati dal chiarore della candela che portava Stein. Le luci slittavano lungo i pavimenti a cera, correvano qua e là sulla superficie lucida di un tavolino, lambivano lo spigolo d'un mobile o si accendevano in diretti riflessi negli specchi lontani, mentre si vedevano passare nella profonda cavità del cristallo le forme di due uomini e il palpitare di due fiammelle. Stein procedeva lento, un passo avanti a me, con deferente cortesia; aveva in viso la profonda quiete di chi sta in ascolto; le lunghe ciocche bionde sparse di fili bianchi cadevano rade e in disordine sul collo un po' piegato. 'E' un romantico... un romantico,' ripeté. 'E questo è un gran male... un gran male... ma anche un gran bene,' soggiunse. 'Davvero?' domandai. 'Gewiss,' disse, e si fermò, reggendo alzato il candelabro, ma senza guardarmi. 'Evidente! Che altro mai lo porterebbe, attraverso una pena interiore, a conoscere se stesso? Che altro, per lei e per me, lo fa... ESISTERE?' Era difficile, in quel momento, credere all'esistenza di Jim partito ragazzo da una parrocchia di campagna, avvolto dalla moltitudine degli uomini come da una nuvola di polvere, ammutolito dallo strepitoso contrasto della vita e della morte in un mondo tutto materiale: eppure la sua realtà indistruttibile mi si presentò davanti con una forza convincente e perentoria! La scorsi vivida, come se, durante il passaggio; attraverso le alte stanze silenziose fra i labili raggi di luce e le improvvise immagini di figure umane che avanzavano furtive con vacillanti fiammelle a profondità insondabili e translucide, ci fossimo avvicinati alla Verità assoluta; che, come la stessa Bellezza, fluttua elusiva, oscura, semisommersa, sulle acque silenziose e ferme del mistero. 'Romantico, può darsi,' ammisi con un riso leggero, che risuonò con forza così imprevista da farmi abbassar subito la voce: 'ma anche lei di certo.' Con la testa piegata sul petto e reggendo in alto il candeliere, Stein riprese a camminare. 'Beh... anch'io esisto,' disse. Mi precedette. Seguivo con gli occhi ogni suo movimento; e non vedevo pl in lui il capo di una ditta, I'ospite gradito dei ricevimenti pomeridiani, il corrispondente di dotte società, l'anfitrione dei naturalisti di passaggio: vedevo soltanto la realtà del suo destino, che egli aveva saputo seguire con passo sicuro, quella sua vita partita da un'umile origine, ricca di slanci generosi, per l'amicizia, l'amore, la guerra - per tutti gli elementi esaltati del romanticismo. Sulla porta della mia stanza si voltò. 'Sì,' dissi, come continuando una discussione, 'anche lei che, tra l'altro, sognava candidamente di una certa farfalla; però quando, in una bella mattinata, il suo sogno le apparve davanti, vivo e tangibile, lei non si è mica perduto quella magnifica occasione. No? Mentre lui...' Stein alzò una mano. 'E lo sa lei quante occasioni mi son perduto io; quanti sogni mi son lasciato scappare, che mi erano venuti davanti, vivi e tangibili?' Scosse la testa in tono di rimpianto. 'Ho idea che qualcuno di quei sogni sarebbe riuscito molto bello... se lo avessi saputo tradurre in realtà. Lo sa quanti? Forse non lo so nemmeno io.' 'Fossero belli o no quelli di Jim,' dissi, 'uno egli sa con sicurezza che gli è sfuggito.' 'Tutti sappiamo di uno o due così,' ribatté Stein; 'e questo è il guaio... il grosso guaio...' Mi strinse la mano lì sulla soglia, dando un'occhiata alla mia camera di sotto al braccio alzato. 'Dorma bene. Domani bisogna che facciamo qualcosa di pratico... di pratico...' Benché la sua camera fosse più avanti lo vidi rifare la strada percorsa venendo. Tornava alle sue farfalle". CAPITOLO 21. "Non credo che nessuno di voi abbia mai sentito parlare del Patusan", riprese Marlow, dopo un silenzio colmato dalla rituale accensione di un sigaro. "Non fa niente: esistono tanti corpi celesti, in quel comizio affollato che ci si svolge ogni notte sulla testa, di cui la gente non ha mai sentito parlare, perché sono fuori dalla nostra sfera d'azione e non hanno importanza per nessuno al mondo, eccetto che per gli astronomi, i quali sono pagati per far dotti discorsi sulla loro composizione, sul peso, sull'orbita, sui loro capricci, sulle anomalie della loro luce; una specie di pettegolezzo scientifico, insomma. Così si può dire del Patusan. Vi si accennava con aria d'intesa nei circoli governativi di Batavia, specialmente per quel che riguarda le sue irregolarità e anomalie, e pochi, pochissimi tra la gente di commercio lo conoscevano neanche di nome. Nessuno, comunque, c'era mai stato, e nessuno - ho idea - desiderava andarci di persona, proprio come nessun astronomo, credo, senza opporre obbiezioni, si lascerebbe portare in un lontano corpo celeste dove, separato dai suoi emolumenti terrestri, rimarrebbe a bocca aperta alla vista di cieli inusuali. Comunque, né i corpi celesti né gli astronomi hanno nulla a che vedere col Patusan, dove andò a finire Jim. Volevo solo farvi intendere che se Stein si fosse invece adoperato per spedirlo in una stella di quinta grandezza non avrebbe determinato una più radicale trasformazione. Lasciatesi dietro le sue colpe terrene, e quella certa fama che s'era fatta, Jim si trovò in una serie di situazioni interamente nuove, su cui esercitare le facoltà della sua fantasia. In tutto e per tutto nuove, e notevoli. E dal canto suo, in modo notevole ne profittò. Stein era l'uomo che la sapeva più lunga di qualunque altro, sul Patusan. Più di quanto se ne sapesse negli ambienti governativi, direi. Non c'è dubbio che c'era andato, sia ai tempi delle sue caccie alle farfalle, sia più tardi, quando, seguendo la sua mania inguaribile, cercò di condire con un pizzico di romanticismo le troppo sostanziose vivande della sua cucina commerciale. Erano pochissimi i luoghi dell'Arcipelago che non avesse visitati nel loro stato di natura, prima che vi avessero portato la luce (e perfino la luce elettrica) per l'incremento della moralità e... e... beh, anche dei materiali profitti. Fu durante la prima colazione, la mattina seguente alla nostra conversazione a proposito di Jim: e Stein accennò a quel luogo, quando gli ebbi ripetuta la frase del povero Brierly: 'Che si scavi una fossa sei metri sotto terra e ci rimanga.' Mi guardò con attento interesse, come fossi stato un raro coleottero. 'Sarebbe una soluzione,' osservò, sorseggiando il suo caffè. 'Una forma di sepoltura,' spiegai. 'Non è una cosa molto piacevole da fare, certo, ma sarebbe la soluzione migliore, considerando quello che è Jim.' 'Già; è giovane,' fece Stein con aria assorta. 'La più giovane creatura umana che sia oggi in vita,' affermai. 'Schön. C'è il Patusan,' riprese nello stesso tono. '... E la donna ormai è morta,' soggiunse. Io non capivo. Non sono a giorno, naturalmente, di questa storia; posso soltanto intuire che già una volta il Patusan ha da aver servito da tomba a qualche peccato, trasgressione o sfortuna. E' assurdo sospettare di Stein. La sola donna al mondo, per lui, era quella ragazza malese che chiamava 'mia moglie la principessa,' o, più raramente, in momenti di espansione: 'la madre della mia Emma.' Chi era la donna che aveva ricordato a proposito del Patusan? Non saprei dirlo; ma dalle sue allusioni compresi che si trattava di una ragazza fiammingo-malese, colta e bellissima, con una tragica, o forse anche soltanto pietosa storia, di cui il più doloroso capitolo fu senza dubbio quello del suo matrimonio con un Portoghese della Malacca impiegato in una ditta commerciale nelle colonie olandesi. A quanto potei capire dalle parole di Stein, quest'uomo era persona malfida sotto vari punti di vista, però sempre, poco più poco meno, loschi ed indefinibili. Soltanto per un riguardo verso la moglie Stein lo aveva messo a capo dell'agenzia Stein e Company a Patusan; ma dal punto di vista commerciale era stato un disastro, almeno per la ditta, e ora che la donna era morta, Stein era disposto a ritentare la prova mandando laggiù un altro agente. Il Portoghese, che si chiamava Cornelius, si considerava un uomo di gran valore, sebbene molto misconosciuto, e degno pertanto, per i suoi talenti, di un trattamento molto più alto. Questo l'individuo che Jim avrebbe dovuto sostituire. 'Non credo però che se n'andrà di lì,' osservò Stein, 'ma questo non mi riguarda. Soltanto per la donna io... Siccome però credo che abbia lasciato una figlia, se vuol rimanere gli per metterò di tenersi la vecchia casa.' Il Patusan è la regione remota di uno stato governato da indigeni, e la sua capitale porta lo stesso nome. Sul fiume, in un punto a circa quaranta miglia dal mare, dove si scoprono le prime case, emergono sopra la zona delle foreste i cocuzzoli di due colline scoscese molto vicine l'una all'altra, e separate da una specie di profondo spacco; come il solco di una potente sciabolata. In realtà, la valle tra le due alture non è che uno stretto burrone: viste dall'abitato sembrano piuttosto una collina unica a cono irregolare diviso in due, e con le due metà leggermente divergenti. Al terzo giorno di plenilunio, la luna, vista dallo spiazzo davanti alla casa di Jim (aveva una bellissima casa in stile indigeno, quando lo andai a trovare io) sorgeva esattamente da dietro le due colline, dando a tutta prima, con la sua luce diffusa, un intenso rilievo alla loro massa scura; poi il disco quasi perfetto, tutto acceso di luce rossastra, appariva, scivolava salendo tra i due bordi della spaccatura, finché compariva a galla sopra le cime, in un dolce trionfo di resurrezione sulla sua tomba aperta. 'Un effetto meraviglioso,' disse Jim vicino a me. 'Val la pena di vederlo, no?' E me lo domandava con una nota di compiacimento personale che mi fece sorridere; come se avesse collaborato a mettere insieme questo spettacolo unico. Aveva messo insieme tante cose a Patusan! Cose che potevano sembrare fuori dalla sua sfera d'influenza quanto i movimenti della luna e delle stelle. Incredibile! Proprio questa era la nota distintiva dell'attività a cui Stein ed io lo avevamo spinto senza saperlo, con l'unico pensiero di aiutarlo a sbrigarsela; a sbrigarsi di se stesso, beninteso. Questo era stato il nostro primo scopo, benché, lo confesso, per me ci avesse concorso anche un altro motivo determinante. Ero sul punto di tornare in patria per un po' di tempo; e può darsi che desiderassi, più di quanto non me ne rendessi conto io stesso, di sistemarlo - sistemarlo, capite prima di partire. Io stavo per tornare in patria, e da lì lui mi era arrivato, con i suoi poveri guai e i suoi oscuri diritti, come un uomo ansante sotto un peso, nella nebbia. Non posso dire di averlo mai capito bene - nemmeno adesso che l'ho veduto per l'ultima volta; ma mi sembrava che, meno lo capivo, più mi sentivo legato a lui in nome di quel dubbio che è parte inseparabile di ogni nostra conoscenza. Non capivo molto più nemmeno di me stesso. E poi, ripeto, stavo per tornare in patria- quella patria abbastanza lontana perché tutti i suoi focolari mi sembrassero un solo focolare, davanti al quale il più umile di noi ha il diritto di mettersi a sedere. A migliaia andiamo vagando sulla faccia della terra, illustri ed oscuri, in cerca, di là dai mari, di fama, danaro e anche soltanto di una crosta di pane; ma mi sembra che per ognuno di noi tornare in patria sia come un andare a render conto. Torniamo per presentarci ai nostri superiori, ai nostri congiunti, ai nostri amici - per obbedienza o per affetto; ma anche coloro che non hanno legami né di obbedienza né di affetto, gli assolutamente liberi, soli, senza responsabilità e senza vincoli - coloro per i quali la patria non significa né un viso caro, né una voce nota - anche questi hanno da ritrovare lo spirito che abita nella loro terra, sotto a quel cielo, in quell'aria, in quelle vallate, e su quelle alture, in quei campi, in quelle acque e in quegli alberi- amico muto, giudice, e ispiratore. Dite quel che volete, ma per goderne le gioie, per respirarne la pace, per affrontarne la verità, di quello spirito, bisogna tornare con la coscienza netta. Tutto ciò può sembrare mero sentimentalismo; e veramente pochissimi di noi possiedono la volontà o la facoltà di guardare con coscienza sotto la scorza degli affetti più familiari. Esistono le fanciulle che amiamo, gli uomini che ammiriamo, le tenerezze, le amicizie, le occasioni, i piaceri! Ma il fatto sta che bisogna ricevere questo premio con mani pulite, se no vi si cambia in foglie morte o spine. I solitari, i senza focolare, i senza richiami d'affetti, coloro che non tornano a una casa, ma a un paese, credo che siano proprio loro a incontrarne l'incorporeo, eterno ed immutabile spirito; a comprenderne meglio la severità, il potere di redenzione e la grazia del suo secolare diritto alla nostra fedeltà e obbedienza. Sì! pochi di noi lo capiscono, ma lo sentiamo tutti però; e dico tutti senza eccezione, perché quelli che non lo sentono non contano. Ogni filo d'erba ha il suo punto della terra da cui trae vita e forza; e così l'uomo è radicato alla patria dalla quale trae vita e fede. Non so quanto ne capisse Jim; ma so che sentiva, sentiva confuso ma potente il bisogno di simile verità o illusione - non m'importa come la vogliate chiamare: c'è tanto poca differenza, e la differenza conta tanto poco. Fatto sta che proprio in virtù di questo suo sentimento Jim contava qualche cosa. Non sarebbe più tornato in patria ormai. Lui no. Mai. Se fosse stato capace di fantasie pittoresche avrebbe rabbrividito al pensiero, e avrebbe fatto rabbrividire anche voi. Ma non era di questa tempra, benché, a modo suo, sapesse riuscire abbastanza espressivo. All'idea di tornare in patria si sarebbe irrigidito in una immobilità disperata, mento sul petto e labbra in fuori, con quei suoi ingenui occhi azzurri che luccicavano torvi sotto alle sopracciglia aggrottate, come alla vista di qualcosa d'insopportabile, di disgustoso. C'era la sua parte di immaginazione in quel suo cranio tosto sul quale i capelli folti e ricci calzavano come un berretto. Quanto a me, non ho immaginazione (andrei più a colpo sicuro nel giudicarlo, oggi, se ne avessi) e non vi voglio dar da intendere che mi figurassi di vedere lo spirito della patria sorgere sui bianchi strapiombi di Dover per chiedere a me - che tornavo, per così dire, senza un osso rotto - che ne avevo fatto di quel mio molto giovane fratello. Non potrei cascare in un simile equivoco. Sapevo benissimo che Jim era di quelli su cui nessuno avrebbe fatto domande. Avevo veduto uomini migliori di lui svanire, eliminati, scomparire del tutto, senza provocare una voce di curiosità o di rimpianto. Lo spirito della patria, secondo un costume che si addice ai grandi capi, è indifferente alla sorte di innumerevoli vite. Guai ai dispersi! Esistiamo soltanto per adesione reciproca. Lui si era in certo modo sperduto; non aveva aderito abbastanza; ma ne era consapevole in modo così intenso da muovere a pietà; come avviene che la maggiore intensità di vita rende la morte di un uomo più commovente della morte di un albero. Era capitato a me di trovarmi proprio lì, e capitò a me di commuovermi; ecco tutto. Mi stava a cuore sapere come sarebbe andata a finire. Mi avrebbe fatto male, per esempio, se mi avessero detto che si era dato al bere. La terra è così piccola che temevo dì esser fermato un bel giorno da un vagabondo lercio, dagli occhi cisposi, dal viso gonfio, con le scarpe di tela scalcagnate, brandelli al vento sui gomiti, il quale, in nome della nostra vecchia amicizia, mi chiedesse in prestito cinque dollari. La conosciamo tutti la spaventosa improntitudine di questi spaventapasseri che ci vengono incontro da un passato decoroso, con la loro voce di raspa, amorfa, e lo sguardo sfacciato, obliquo, - incontri più duri per un uomo il quale creda alla solidarietà umana che per un prete la vista di un reprobo sul suo letto di morte. Quello, a dirvi la verità, era l'unico pericolo che riuscissi a immaginare per lui e per me; ma temevo la mia scarsità d'immaginazione. Poteva accadere di peggio, in un qualsiasi modo che la mia fantasia non era in grado di prevedere. Non arrivavo a dimenticarmi che Jim era dotato di una certa immaginazione; e chi è dotato d'immaginazione va sempre a finire più lontano degli altri su qualunque strada; come se possedessero una cima più lunga per il non agevole ancoraggio della vita. Proprio così. E si danno anche al bere. Forse gli faccio torto con questa mia supposizione. Che ne posso sapere, io? Perfino Stein aveva dovuto limitarsi a chiamarlo un romantico e basta. Io sapevo soltanto che era uno di noi. E che c'entrava, lui, ad essere romantico? Mi diffondo a parlare dei miei sentimenti istintivi e delle mie ponderate riflessioni perché di lui rimane ben poco da dire. Esisteva per me, e dopo tutto è soltanto attraverso me che esiste per voi. Me lo son preso per mano e l'ho fatto uscire davanti a voi. Erano ingiuste le mie banali preoccupazioni? Non saprei dirlo... nemmeno adesso. Forse potete giudicarne meglio voi, se, come dice il proverbio, sono gli spettatori a seguire meglio la partita. Comunque, le mie preoccupazioni risultarono gratuite. Non andò a finir male affatto; anzi, ne uscì brillantemente, ne uscì dritto come un fuso e in ottima forma; dimostrando di esser capace tanto di reggere alla distanza che di partire in velocità. Dovrei rallegrarmene, perché è una vittoria alla quale ho dato mano: eppure non mi sento contento come mi sarei aspettato. Mi domando se gli abbia giovato tirarsi fuori così, di slancio, da quella nebbia che lo rendeva, nella sua modestia, assai interessante, a contorni fluidi - un disperso, con la desolata nostalgia per il suo umile posto nei ranghi. E poi non è detta l'ultima parola... probabilmente non esiste ultima parola. Troppo corta è la nostra vita, per bastare a condurre a termine quel discorso che, attraverso i nostri balbettamenti, è pur sempre la nostra unica e stabile aspirazione. Ho lasciato ogni speranza di arrivare a sentire l"' ultima parola" che, detta, scuoterebbe il cielo e la terra. Non c'è mai tempo abbastanza per arrivare all'ultima parola l'ultima parola del nostro amore, del nostro desiderio, della nostra fede, rimorso, sottomissione, rivolta. Credo che il cielo e la terra non la intendano di lasciarsi scuotere - almeno non da noi che sappiamo tante verità su questa e su quello. Le mie ultime parole su Jim saranno poche. Affermo che aveva raggiunto una sua grandezza; ma la cosa s'immiserisce a dirla, e più a sentirla dire. Francamente non delle mie parole diffido, ma dei vostri cervelli. Potrei essere eloquente, se non sospettassi che voialtri abbiate ridotto alla fame le vostre immaginazioni per rimpinzarvi la pancia. Non intendo offendere nessuno: non avere illusioni è cosa rispettabile - sicura - proficua - e triste. Dovrete pur aver conosciuto anche voi, una volta, l'intensità della vita, lo sfavillìo che scaturisce dall'urto delle inezie, meraviglioso come lo sfavillìo prodotto da un colpo su una pietra dura - e ahimè! altrettanto effimero". CAPITOLO 22. "La conquista dell'amore, dell'onore, della fiducia degli uomini - l'orgoglio che ne nasce, la potenza che ne risulta, sarebbero materia di racconto eroico; se la nostra mente non fosse colpita per lo più dal puro aspetto esteriore del successo. Ora, i successi di Jim non erano affatto appariscenti. Trenta miglia di foreste li nascondevano alla vista di un mondo indifferente, e il rumore delle schiume bianche lungo la costa soffocava la voce della fama. La corrente della civiltà, quasi divisa in due corsi da un promontorio un cento miglia a nord di Patusan, si dirama verso est e sud-est, trascurando e lasciando circoscritte quelle pianure, quelle valli, quei vecchi alberi e quella antica umanità come un insignificante isolotto in erosione tra i due rami di un fiume potente e divoratore. Il nome del paese ricorre abbastanza spesso nei resoconti dei vecchi viaggi. I mercanti del diciassettesimo secolo vi si recavano in cerca di pepe, giacché la passione per il pepe sembrava ardere come una fiamma d'amore nel petto degli avventurieri olandesi e inglesi del tempo di Giacomo Dove non sarebbero andati costoro pur di procurarsi del pepe! Per un sacchetto di pepe si sarebbero scannati a vicenda senza pensarci su, e si sarebbero giuocata l'anima, della quale in genere avevano tanta cura; quella bizzarra ostinata bramosia li portava a sfidare la morte in mille varie forme: mari sconosciuti, orribili e strane malattie; ferite, prigionia, fame, pestilenza e disperazione. Li faceva grandi! Perbacco! li rendeva eroici; e ne faceva delle figure romantiche in quella loro sete di commerci, con la morte lì sul capo che esigeva inflessibile il suo tributo di giovani e vecchi. Sembra impossibile credere che soltanto l'avidità arrivasse a dotare gli uomini di tanta pertinacia di propositi, e tanta persistenza cieca nello sforzo e nel sacrificio. E veramente coloro che mettevano così allo sbaraglio persona e vita rischiavano tutto il loro avere per un molto scarso guadagno. Andavano a lasciare le loro bianche ossa sui remoti lidi, per far affluire l'oro nelle borse dei vivi rimasti a casa. Ai nostri occhi di successori messi a meno dure prove, appaiono gloriosi, non come pionieri del commercio, ma come strumenti di un destino segnato, in via verso l'ignoto per ubbidire a una voce interiore, a un impulso del sangue, a un miraggio del futuro. Erano prodigiosi; e bisogna riconoscere che erano preparati al prodigioso. Lo ritrovavano con compiacenza nelle loro sofferenze, nell'aspetto dei mari, nei costumi di nazioni straniere, nella gloria di Capi magnifici. Nel Patusan avevano trovato pepe a bizzeffe, ed erano rimasti colpiti dalla magnificenza e dalla saggezza del Sultano; ma, non si sa come, dopo un secolo di scambi saltuari, quella regione parve restare a poco a poco esclusa dal commercio. Forse il pepe era esaurito. Comunque, oggi nessuno sembra più occuparsene; è spenta la sua gloria, il Sultano è un giovane deficiente che ha la mano sinistra con due pollici e una rendita incerta e scarsa che egli estorce a un popolo in miseria e che gli vien poi rubata dai suoi molti zii. Tutto questo, naturalmente, l'ho saputo da Stein. Mi diede lui il nome di costoro, con un breve riassunto della vita e del carattere di ognuno. Era pieno di dati sugli Stati indigeni, come un rapporto ufficiale, ma infinitamente più spassoso. Aveva l'obbligo di sapere. Trafficava con un'infinità di paesi, in qualcuno dei quali - come per esempio al Patusan - la sua ditta era l'unica a possedere un'agenzia con licenza speciale delle autorità olandesi. Il Governo si fidava della sua discrezione; i rischi però, tutti a suo carico: era inteso. Gli uomini che lavoravano da Stein si regolavano di conseguenza, ma, evidentemente, lui sapeva fare in modo che ci trovassero il loro tornaconto. Fu pienamente sincero con me quella mattina, durante la prima colazione. Per quanto ne sapeva lui (le ultime notizie risalivano a tredici mesi prima: data precisa) laggiù era cosa normale il massimo rischio della vita e dei possedimenti. Vi erano al Patusan varie forze contrastanti; una delle quali era rappresentata dal peggiore tra gli zii del Sultano che aveva governo sulla zona del fiume: il Rajah Allang, che a forza di estorsioni e ruberie spremeva fino all'osso i Malesi nativi del paese; i quali, completamente privi di ogni difesa, non avevano nemmeno la risorsa di emigrare - 'giacché,' osservava Stein, 'come e dove potevano andarsene?' Senza dubbio non riuscivano più neanche a desiderarlo. Il loro mondo (che è circoscritto da alte montagne insormontabili) è stato affidato alle mani di chi è di alta nascita, e quel Rajah lì lo conoscevano bene: apparteneva a casa reale. Ebbi il piacere più tardi di conoscere codesto gentiluomo. Era un vecchietto sudicio, consunto, dagli occhi cattivi e la bocca flaccida; che ingoiava una pillola d'oppio ogni due ore, e, in spregio alla più elementare decenza, portava i capelli scoperti e cadenti in ciocche sottili come spaghi intorno al viso sporco e risecchito. Per dare udienza si arrampicava su una specie di stretto palcoscenico eretto in una sala che sembrava un granaio in rovina, col pavimento di bambù marcio, che, tra una fessura e l'altra, lasciava scorgere, un tre o quattro metri al disotto, mucchi di rifiuti e d'immondizie d'ogni genere ammonticchiati sotto casa. In tal modo e luogo ci ricevette quando, accompagnato da Jim, andai a fargli la visita di etichetta. C'erano una quarantina di persone dentro la stanza, e forse il triplo nel grande cortile di sotto. Sentivamo dietro le nostre spalle un continuo movimento di flusso e riflusso; spinte e mormorii. Qualche raro giovanotto vestito di sete sgargianti ci fissava da lontano con occhi vivi; la maggioranza, schiavi e umili dipendenti, erano mezzo nudi, avvolti in sarong a brandelli, sporchi di cenere e di pillacchere. Non avevo mai veduto Jim così serio, così padrone di sé, così impenetrabile e imponente. In mezzo a quegli uomini di colore, la sua alta figura vestita di bianco, le ciocche dei suoi capelli biondo lucido, sembravano raccogliere tutta la luce del sole che penetrava a stento attraverso le fessure delle persiane chiuse, in quella sala semibuia, dalle pareti di stuoia e dal tetto di paglia. Sembrava una creatura non solo di un'altra razza, ma di un'altra sostanza. Se non lo avessero veduto arrivare in una canoa avrebbero potuto credere che fosse disceso dalle nuvole. Ma era giunto in un barchetto quasi in pezzi, seduto (fermo immobile con le ginocchia unite, per la paura di farlo scuffiare) - seduto su una scatola di latta - che gli avevo prestato io - tenendo amorosamente sulle ginocchia una rivoltella da marina, - che gli avevo dato come regalo d'addio, e che, grazie all'intervento della Provvidenza, o per qualche assurda fissazione dello stesso Jim, che spesso ne aveva, o forse per una semplice sagacia istintiva, egli s'era deciso a tenere scarica. Così Jim aveva risalito il fiume di Patusan. Niente avrebbe potuto essere più prosaico e più malsicuro, più a casaccio, più strampalato e più solitario. Strana fatalità che persisteva a dare a tutte le sue azioni aspetto di fuga, di diserzione impulsiva e istintiva - di salto nel buio. E' proprio codesto senso di casualità in tutte queste cose quello che più colpisce. Né Stein né io avevamo un'idea precisa di ciò che ci fosse dall'altra parte quando, per usare una metafora, lo afferrammo per lanciarlo pari pari oltre il muro. Lì per lì io desideravo soltanto di farlo sparire; Stein, sempre in carattere, aveva invece un motivo sentimentale: l'idea di ripagare (in natura, immagino) quel suo vecchio debito morale che non aveva mai dimenticato. In realtà, tutta la vita egli si era mostrato particolarmente cordiale con chiunque venisse dalle isole britanniche. Il suo antico benefattore, veramente, era scozzese - fino al punto di chiamarsi Alessandro Mac Neil - e Jim proveniva da un bel po' a sud della Tweed; ma alla distanza di sei o settemila miglia la Gran Bretagna, pur senza mai diminuire di statura, appare anche ai suoi figli un po' di scorcio, sicché certi dettagli restano senza importanza. Stein era dunque scusabile, e certe sue intenzioni appena accennate mi parvero così generose che lo pregai molto vivamente di tenerle segrete per un po' di tempo. Sentivo che non bisognava lasciar influire su Jim considerazioni di vantaggio personale; che bisognava evitarne anche il più lontano rischio. Qui eravamo di fronte a un altro genere di realtà: a lui occorreva un rifugio e noi glie ne offrivamo uno, magari pericoloso: e niente altro. Su tutti gli altri punti fui nettamente sincero con lui, e perfino esagerai i pericoli dell'impresa (così almeno mi era parso allora. In realtà non li avevo valutati abbastanza). Mancò poco che il suo primo giorno a Patusan non fosse anche il suo ultimo - anzi lo sarebbe stato senz'altro se Jim, meno temerario o meno fermo nel suo proposito, si fosse deciso a caricare la rivoltella. Ricordo, mentre gli comunicavo il nostro magnifico progetto di un suo ritiro in quell'eremo, la sua rassegnazione ancora testarda, ma stanca, come andò trasformandosi via via in sorpresa, interesse, stupore e entusiasmo infantile. Questa era l'occasione che aveva sognata. Non capiva come aveva fatto a meritarsi che io... Potesse scoppiare se riusciva a spiegarsi a che doveva... Ed era Stein, Stein il mercante che... ma naturalmente a me egli doveva... Lo interruppi. Balbettava e la sua gratitudine chi sa perché mi metteva a disagio. Gli dissi che, se verso qualcuno doveva sentirsi in debito per l'offerta, questi era un vecchio Scozzese, del quale non aveva mai sentito parlare, morto da molti anni, e di cui poco si sapeva ormai, se non che possedeva una voce stentorea e una specie di rozza onestà. Non c'era proprio nessuno che meritasse i suoi ringraziamenti. Stein non faceva che passare a un giovane l'aiuto ricevuto in gioventù, e io non avevo fatto altro che suggerirgli il nome di Jim. A tali parole arrossì, e, cincischiando un pezzetto di carta tra le dita, disse timidamente che io avevo avuto sempre fiducia in lui. Ammisi che questo era vero, soggiungendo dopo una pausa che si provasse a fare altrettanto. 'Crede che non lo faccia?' domandò impacciato, e aggiunse balbettando che però prima avrebbe dovuto dar prova di meritarselo; poi, rischiaratosi in volto, protestò a gran voce che non mi avrebbe dato motivo di pentirmi della mia fiducia, la quale... la quale... 'Non equivochiamo,' precisai. 'Non è in suo potere di farmi rimpiangere nulla.' Certo ne sarebbero mancati i motivi: ma, nel caso, sarebbe affar mio: di me solo; e d'altra parte desideravo fargli chiaramente intendere che il buon esito di questo progetto, di questo... questo... esperimento, dipendeva unicamente da lui, che ne rispondeva in modo pieno ed esclusivo. 'Ecco! Ecco!' balbettò, 'proprio quello che io...'. Lo pregai di nuovo di non far lo stupido, e allora sembrò più perplesso che mai. Era sulla buona strada per rendersi la vita intollerabile... 'Le pare?' domandò, turbato; ma subito dopo soggiunse, con fiducia: 'Eppure, stavo facendo progressi, no?' Era impossibile prendersela con uno così; non seppi trattenere un sorriso, e gli dissi che anticamente le persone che compivano simili progressi finivano coll'andare a far gli eremiti nel deserto. 'Alla forca gli eremiti!' commentò Jim con simpatico impulso. Ma il deserto non gli dispiaceva, naturalmente... 'Meno male,' dissi. Proprio in un deserto stava per andare... Potevo tuttavia promettergli che l'avrebbe trovato piuttosto movimentato. 'Sì, sì,' fece con entusiasmo. Era tuttavia un chiudersi definitivamente la porta alle spalle... 'Davvero?' interruppe in uno strano accesso di malinconia che parve avvolgerlo dalla testa ai piedi come l'ombra di una nuvola passeggera. In fondo era straordinariamente espressivo. Straordinariamente! 'Davvero?' ripeté amaro. 'Non si può dire che io abbia fatto troppe storie. E sono anche capace di tenere il mio punto... Solo che, diavolo! lei mi deve indicare la porta...'. 'Benissimo. Si accomodi,' ribadii. Ero in grado di dargli la più netta assicurazione che quella porta gli sarebbe stata sbattuta dietro con tutto lo slancio. Il suo destino, qualunque fosse, sarebbe rimasto ignorato, perché il paese, sebbene in pieno decadimento, non pareva ancora maturo per una presa di possesso europea. Una volta arrivato laggiù, per il mondo era come se lui non fosse mai esistito. Non avrebbe posseduto che le piante dei piedi per stare ritto, e anche per questo gli sarebbe toccato cercar prima il terreno su cui posarle. 'Mai esistito... quel che ci vuole, perdiana!' mormorò fra sé. Gli occhi, fissi sulle mie labbra, gli ardevano. Se aveva capito a fondo i miei suggerimenti, conclusi, avrebbe fatto bene a saltare sul primo gharry che gli capitasse e andare da Stein a ricevere le ultime istruzioni. Si precipitò fuori della stanza prima ancora che avessi finito di parlare". CAPITOLO 23. "Non tornò che la mattina dopo. Era stato trattenuto a cena e a dormire. Non era mai esistito un uomo straordinario come il signor Stein. Jim aveva in tasca una lettera per Cornelius ("quello che sta per far fagotto", spiegò, e per un momento si spense la sua euforia) e tirò fuori di slancio un anello d'argento, di quelli che usano gli indigeni, reso molto sottile dall'uso e con lievi tracce d'incisioni. Questa era la presentazione per un vecchio chiamato Doramin uno dei personaggi più importanti di laggiù - un pezzo grosso che era stato amico del signor Stein nel paese dove aveva avuto tutte quelle avventure. Il signor Stein lo chiamava il suo 'compagno d'armi'... 'Bello: COMPAGNO D'ARMI, no? E l'inglese? come lo parla bene il signor Stein! Dice di averlo imparato a Celebes, pensi un po'! Buffissimo, no? Veramente lo parla con un accento... una sfumatura...' l'avevo notato? Glie lo aveva dato Doramin quell'anello. Si erano scambiati un regalo, quando si lasciarono l'ultima volta. Una specie di patto d'eterna amicizia. Una cosa bella, no? Avevano dovuto prendere un fugone per salvarsi la pelle quando quel Mohammed... Mohammed... coso... era stato ucciso. La conoscevo, no, quella storia?... Fu un gran peccato, no?... Chiacchierava così, dimenticandosi il piatto che aveva davanti, col coltello e la forchetta in mano (mi aveva trovato a far colazione), un po' rosso in viso, e con gli occhi assai più scuri del solito: che in lui era segno di esaltazione. L'anello sostituiva le credenziali ('E' una cosa come se ne leggono nei libri,' gettò lì con ammirazione) - e Doramin avrebbe fatto di tutto per aiutarlo. Il signor Stein aveva salvato la vita a quell'individuo, una volta; per puro caso, aveva aggiunto il signor Stein, ma lui, Jim, aveva la sua opinione in proposito. Il signor Stein era tipo da crearselo un caso del genere. Non fa niente. Caso o volontà, veniva giusto giusto a proposito. Voglia Iddio, piuttosto, che quel bravo vecchierello non abbia tirato le cuoia nel frattempo. Il signor Stein non avrebbe saputo dirlo. Non aveva sue notizie da più di un anno; e laggiù c'erano state sparatorie dell'altro mondo tra una parte e l'altra, e il fiume era sbarrato. Bella sorpresa, questa, ma niente paura; lui avrebbe trovato una fessura da infiltrarcisi. Mi colpì, quasi mi spaventò, quel suo chiacchiericcio esaltato. Era loquace come un ragazzo alla vigilia di una lunga vacanza in vista di gioconde avventure; un simile stato d'animo in un adulto e in simile frangente aveva in sé del fenomenale, del pazzesco, del pericoloso, del malsicuro. Ero sul punto di invitarlo a prendere le cose sul serio, quando lasciò cadere coltello e forchetta (aveva cominciato a mangiare, o meglio a ingoiar cibo, per così dire, inconsciamente), e si mise a cercare tutt'intorno al piatto. L'anello! L'anello! Dove diavolo... Ah! Eccolo... Lo strinse nella sua grande mano, ficcandoselo in una tasca dopo l'altra. Perdiana! Non bisognava perderlo, per carità. Restò meditabondo, guardandosi tutto assorto il pugno chiuso. Ecco! Se lo sarebbe appeso al collo quel gingillo. E si diede subito da fare tirando fuori uno spago (che sembrava un pezzetto di stringa di cotone). Ora sì! Ora funziona! Vedremo ora se... Per la prima volta mi alzò un poco gli occhi in viso, e questo gli rese un certo equilibrio. Forse non mi rendevo conto, disse con serietà ingenua, dell'importanza di quel pegno per lui. Voleva dire un amico; ed è una bella cosa trovare un amico. Ne sapeva qualcosa, lui. Mi fece un cenno d'intesa col capo, ma prima ch'io potessi fare un gesto di protesta chinò la testa sulla mano, e rimase un po' in silenzio, giocherellando con le briciole sulla tovaglia, assente... "Sbattersi la porta alle spalle... proprio ben detto", esclamò, e, balzando in piedi, cominciò a misurare la stanza a grandi passi, e mi fece ricordare, con la quadratura delle spalle, ii portamento del capo, il passo rapido e sconnesso, quella sera che aveva camminato così, confessando, spiegando - come volete ma, in ultima analisi, vivo - vivo davanti a me, chiuso nella sua nuvoletta personale, con tutti quegli involontari cavilli per cercare una consolazione nella fonte stessa del dolore. Era sempre lo stesso umore; lo stesso, ma diverso, come un compagno volubile che, dopo averci guidato oggi sulla via giusta, col medesimo sguardo, il medesimo gesto e il medesimo impulso domani ci porta irrimediabilmente fuori strada. Si muoveva con passo sicuro; i suoi occhi mobili, rabbuiati, sembravano frugare per la stanza in cerca di qualche cosa. Un passo, ogni tanto, faceva più rumore degli altri - derivava probabilmente dalle sue scarpe- dando la strana impressione che zoppicasse. Si era ficcata una mano in fondo alla tasca dei calzoni, e l'altra, tutto a un tratto, se la agitò sopra alla testa. 'Sbatta pure l'uscio!' gridò. 'Non aspettavo altro. Farò vedere io, farò... io... sono pronto a ogni cimento... Era il mio sogno... Perdiana! Uscir di qui. Perdiana! E' la fortuna finalmente... Aspetti un poco, e... vedrà se io...'. Scosse il capo con un gesto spavaldo: confesso che per la prima e l'ultima volta da quando lo conoscevo mi accadde di accorgermi a un tratto di non poterne proprio più di lui. A che pro' codeste spacconate? Camminava per la stanza agitando il braccio in un modo ridicolo, e tastandosi a tratti l'anello sotto gli abiti. Che senso poteva avere una simile esaltazione in un uomo assunto come agente commerciale in un luogo, oltre tutto, dove il commercio non esiste? A che scopo questa sfida all'universo? Non era uno stato d'animo da accingersi a una impresa qualsiasi; uno stato d'animo che non si addiceva non solo a lui, dissi, ma a nessuno. Si fermò, davanti a me. 'Ah, così?' domandò, tutto spento, e con un sorriso in cui mi parve di scoprire a un tratto una punta d'insolenza. Ma io sono di vent'anni più vecchio di lui. La gioventù è sempre insolente: è il suo diritto - la sua legge; ha da affermarsi; e ogni affermazione, in questo mondo di dubbi, è una sfida, un'insolenza. Arrivò fino all'angolo opposto e, tornando indietro, si mise, a dirla sotto metafora, a dilaniarmi. Parlavo così perché io - perfino io, che ero stato di una infinita bontà con lui - perfino io ricordavo... ricordavo... a sua vergogna... quello... quello... che era successo. E gli altri allora?... il... mondo. Che c'era di strano se desiderava uscirne, se intendeva uscirne, se intendeva restarne fuori... perdio! E io parlavo di stato d'animo inadatto? 'Non sono né io ne il mondo a ricordare,' gridai. 'E' lei... lei!' Non batté ciglio, e continuò con calore: 'Dimenticarsi di tutto, di tutti... di tutti...' abbassò la voce. 'Fuorché di lei,' soggiunse. 'Sì... anche di me... se questo può aiutarla,' ribattei abbassando la voce a mia volta. Dopo di che rimanemmo silenziosi e abbattuti per un po', come esausti. Quindi Jim riprese a parlare, pacato, dicendomi che il signor Stein gli aveva detto di aspettare un mese circa, per accertarsi che gli fosse possibile rimanere, prima di cominciare a costruirsi una casa ed evitare una 'vana spesa.' Adopera certe espressioni buffe, quello Stein. 'Vana spesa!' Buona davvero! Rimanere? Ma certo! Ci si sarebbe radicato. Bastava arrivare fin là - ecco tutto; ci sarebbe rimasto; garantito! Per sempre. Rimanere era piuttosto facile. 'Non sia troppo avventato,' dissi, turbato dal suo tono pericoloso. 'Se vivrà abbastanza, finirà che avrà voglia di tornare.' "Tornare dove?" domandò assente, con gli occhi fissi sul quadrante di un orologio alla parete. Tacqui per un momento. 'Dunque, per sempre?' dissi. 'Per sempre,' ripeté con aria assorta senza guardarmi; poi si lasciò andare improvvisamente a un'irrequietezza frenetica. 'Perdiana! Le due, e si salpa alle quattro!' Era vero. Un brigantino di Stein partiva per l'occidente nel pomeriggio, a lui era stato detto di imbarcarsi, ma la nave non aveva avuto ordine di rimandar la partenza. Forse Stein se n'era dimenticato. Jim corse a prendere la sua roba mentre io andavo a bordo della mia nave, dove promise di passarmi a salutare nel raggiungere la rada esterna. Infatti comparve a bordo in gran fretta, con una valigetta di pelle in mano. Era insufficiente per quel viaggio: gli regalai un mio vecchio baule di zinco impermeabile all'acqua, o almeno capace di preservar dall'umidità. Effettuò il travaso da un collo all'altro rovesciando senz'altro il contenuto della valigia come si vuota un sacco di grano. Intravidi tre libri precipitare col resto; due più piccoli con le copertine scure, e uno grosso legato in verde e oro - uno Shakespeare completo in un'edizione da mezza corona. 'Lo legge lei?' gli chiesi. 'Sì. Ottima roba per tirar su il morale,' rispose in fretta. Fui colpito da questa risposta, ma non c'era tempo per una discussione scespiriana. Sul tavolino della cabina c'era una pesante rivoltella e due scatolette di cartucce. 'Li prenda, la prego,' dissi. 'Possono servirle a rimanere laggiù.' Capii, appena dette, che queste parole potevan acquistare un significato macabro. 'Possono servirle per penetrare nel paese,' corressi, pieno di rimorsi. Ma Jim non si lasciava turbare da significati nascosti; mi ringraziò con effusione, e scappò via, gridandomi 'Arrivederci,' senza voltarsi. Udii la sua voce dalla murata della nave incitare i suoi barcaioli a dar di remo, e, affacciatomi al portello di poppa, vidi la barca francare la volta. Jim seduto, piegato in avanti, spronava i suoi uomini con la voce e col gesto; e siccome aveva sempre la rivoltella in mano - puntata, sembrava, in direzione delle loro teste - non dimenticherò mai le facce spaurite dei quattro Giavanesi né lo slancio frenetico dei loro remi, che mi sottrassero alla vista quello spettacolo. Poi, voltandomi, la prima cosa che notai furono le due scatole di cartucce sul tavolo della cabina. S'era dimenticato di prenderle. Ordinai subito che si armasse la mia saettìa; ma i rematori di Jim, vogando sotto l'impressione che la loro vita fosse appesa a un filo finché avessero a bordo quel pazzo, arrancavano a ritmo di regata; e io non ero ancora a mezzo cammino tra i due bastimenti, che lo vidi arrampicarsi sul bastingaggio; mentre issavano a bordo il suo bagaglio. Il brigantino aveva già sciolto tutte le vele: la maestra era a punto, e già l'argano dell'àncora cominciava a stridere quando misi piede a bordo; il capitano, un piccolo meticcio di una quarantina d'anni, vispo e atticciato, vestito di flanella blu, con occhi vivaci, il viso tondo color limone, e due baffettini neri e sottili che gli scendevano dai due angoli delle labbra grosse e scure, mi venne incontro tutto gestroso. Nonostante il suo aspetto soddisfatto e gaio, risultò poi di carattere pessimista. In risposta a una mia osservazione (mentre Jim era sceso un momento), disse: 'Ah, già. Patusan.' Avrebbe condotto quel signore fino alla foce del fiume, ma non lo avrebbe "mai asceso". Il suo inglese disinvolto sembrava attinto al dizionario di un pazzo. Se il signor Stein gli avesse chiesto di 'ascendere,' gli avrebbe 'riverenzialmente' (credo volesse dire rispettosamente, ma lo sa il diavolo) - 'riverenzialmente fatto obbietti per la sicurezza delle sostanze.' Se il signor Stein avesse insistito, gli avrebbe presentato 'la rassegnazione delle dimissioni.' L'ultimo viaggio da quelle parti lo aveva fatto dodici mesi prima, e benché il signor Cornelius avesse 'propiziato molti offertori' al signor Rajah Allang e alle 'principali popolazioni' a patti tali da rendere il commercio 'un'insidia e cenere in bocca,' tuttavia la sua nave era stata bersaglio di armi da fuoco, dai boschi lungo tutto il corso del fiume, per opera di 'partiti irresponsivi;' il che, obbligando il suo equipaggio 'per l'esposizione delle membra, a rimaner silenzioso in nascondiglio,' il brigantino si era quasi insabbiato alla foce, dove 'sarebbe stato distruggibile al di là delle forze dell'uomo.' Il disgusto e l'ira che lo invadevano al ricordo, e l'orgoglio della propria loquela, alla quale prestava un attentissimo orecchio, lottavano per il possesso del suo largo e semplice viso. Mi guardava cipiglioso e insieme sorridente, osservando con soddisfazione l'effetto immancabile della sua fraseologia. Oscuri fremiti sfioravano veloci la superficie calma del mare, e il brigantino, con la vela di parrocchetto a riva e la randa della maestra a mezzanave, sembrava perplesso tra le réfole. Il capitano mi disse anche, digrignando i denti, che il Rajah era una 'iena ridicolosa' (non so immaginare come avesse trovato la parola iena); mentre un altro individuo era di gran tratto più falso delle 'armi di un coccodrillo.' Con un occhio fisso a prua sulla manovra dell'equipaggio, diede libero sfogo alla propria loquacità, paragonando quel paese a una "gabbia di bestie feroci invoracite da una lunga impenitenza". Credo intendesse dire impunità. Non aveva intenzione, esclamò, di 'esibirsi per esser assalito appositamente a una ruberia.' La lunga cantilena ritmica degli uomini che salpavano l'àncora si tacque; e il capitano abbassò la voce. 'Ne ho molto troppo abbastanza del Patusan,' concluse energicamente. Seppi in seguito che laggiù si era portato così male da meritarsi di esser legato per il collo con un capestro di canapa a un palo piantato in mezzo a una buca da immondizie davanti alla residenza del Rajah. Passò gran parte del giorno e un'intera notte in quella scomoda posizione, ma c'era serio motivo per credere che si trattasse di una specie di scherzo. Dovette rimasticarsi un po' quell'orribile ricordo, perché poi affrontò con aria litigiosa il marinaio che si stava avviando a poppa verso la barra del timone. Quando si rivolse di nuovo a me fu in tono riflessivo, pacato. Avrebbe condotto quel signore fino alla foce del fiume a Batu- Kring (la città di Patusan essendo 'collocata interiormente,' osservò, 'a trenta miglia'). Ma ai suoi occhi - soggiunse con una espressione di noia e di stanchezza che andava sostituendosi alla sua loquacità di prima - era già 'una similitudine di un cadavere.' 'Come? Che dice?' esclamai. Assunse un aspetto di ferocia impressionante, e imitò alla perfezione l'atto di pugnalare qualcuno alle spalle. 'Già, come il corpo di uno che è deportato,' spiegò con l'aria insopportabilmente vanesia delle persone del suo genere quando si mettono in mente di fare sfoggio d'intelligenza. Alle sue spalle scorsi Jim, che sorridendomi in silenzio mi fermò con la mano alzata l'esclamazione che mi saliva alle labbra. Allora, mentre il meticcio, gonfio d'importanza, gridava i comandi, e mentre i pennoni oscillavano cigolando e la pesante randa piegava palpitando verso di noi, Jim ed io, in certo modo soli di sottovento alla vela maestra, ci stringemmo la mano scambiandoci in fretta le parole di commiato. Il mio cuore si era liberato di quel vago risentimento che era stato finora in me, insieme all'interesse per il suo destino. L'assurdo vaniloquio del meticcio era riuscito a dar corpo ai pericoli che Jim avrebbe incontrato sul suo cammino più di quanto non fosse riuscito a Stein con le sue descrizioni precise. In quel momento quella specie di ritegno mondano che era stato sempre nei nostri colloqui svanì del tutto. Credo di averlo chiamato 'caro ragazzo' e lui unì le parole 'vecchio mio' a qualche smozzicata espressione di gratitudine, come se i suoi rischi, bilanciati con i miei anni, ci avessero parificati di età e di sentimento. Vi fu un attimo di vera e profonda intimità, inaspettata e passeggera come un colpo d'occhio a qualche verità eterna e redentrice. S'ingegnò di rendermi la tranquillità come se fosse stato lui il più maturo di noi. 'Va bene, va bene,' disse rapidamente e con sentimento. 'Le prometto di esser prudente. Sì; non correrò rischi inutili. Neanche uno. Ma certo. Intendo di starci, laggiù. Non abbia paura; perdiana! mi pare che nulla mi potrà intaccare. Ma come! la fortuna comincia con la parola Partenza. Non vorrei mai perdere una così splendida occasione!...' Un'occasione splendida! Beh, risultò magnifica davvero, ma le occasioni sono quali le fanno gli uomini, e come potevo io sapere? Come aveva detto Jim, perfino io... perfino io ero contro di lui... io che ricordavo la sua... la sua disgrazia. Era vero. E la miglior cosa che potesse fare era di partire. La mia saettìa rimase indietro sulla scìa del brigantino, e lo vidi a poppa stagliato nella luce del tramonto, sollevare il berretto alto sul capo. Udii un grido indistinto: 'Avrà notizie di me.' Di me o da me, non so bene, ma credo fosse 'di me.' I miei occhi erano troppo abbacinati dal barbaglio del mare che scintillava sotto i suoi piedi perché potessi vederlo chiaro; è mio destino di non vederlo mai chiaro; ma vi assicuro che nessuno poteva apparire meno di lui 'in similitudine di cadavere,' come si era espresso quel corbaccio di meticcio di cui vedevo la faccia di canaglietta, forma e colore di zucca matura, affacciarsi di sotto al gomito di Jim. Anche lui alzò il braccio, ma nel gesto di una pugnalata dall'alto in basso. Absit omen!". CAPITOLO 24. "La costa del Patusan (la vidi circa due anni dopo) è dritta e scura, in faccia all'oceano nebbioso. Tracce rosse scendono come cataratte di ruggine sotto il fogliame verde scuro dei cespugli e dei rampicanti che vestono la rupe poco elevata. Una bassura paludosa si stende intorno alla foce del fiume, e mostra un panorama frastagliato di picchi azzurri di là dalle vaste foreste. Al largo, una catena di isole spicca, nella nebbia eterna illuminata dal sole, con le sue forme buie e sgretolate come i resti di un muro scalzato dal mare. C'è un villaggio di pescatori sulla foce di uno dei rami dell'estuario: Batu-Kring. Il fiume, che da tanto tempo era rimasto chiuso al traffico, era stato riaperto, e il piccolo schooner di Stein, su cui ero imbarcato, risalì la corrente con l'aiuto di tre maree successive senza esser preso a fucilate da 'partiti irresponsivi.' Questo pericolo, del resto, doveva già appartenere alla storia antica, secondo quanto diceva il vecchio capo del villaggio di pescatori, il quale venne a bordo a fare in certo modo da pilota. Mi parlò con tranquilla fiducia. Ero il secondo uomo bianco che avesse mai veduto: e l'argomento principale dei suoi discorsi fu il primo uomo bianco che avesse mai veduto. Lo chiamava Tuan Jim, e me ne parlò con un tono in cui risaltava una strana mistura di familiarità e di reverenza. Lì, nel villaggio, erano sotto la speciale protezione di quel Signore, il che mostra che Jim non serbava rancori. Quando mi preannunciò che io avrei avuto sue notizie, aveva detto la verità: queste che ricevevo erano notizie sue. Cominciava già la leggenda: di una marea alzatasi due ore prima del solito per agevolargli il viaggio su per il fiume. E proprio lui, il vecchio ciarliero, lui in persona aveva tenuto il timone della canoa, quella volta: e a quel fenomeno era rimasto a bocca aperta. Inoltre la luce di quell'episodio si riversava tutta sulla sua famiglia. Ai remi stavano suo figlio e suo genero: ma quelli, due giovanotti senza esperienza, non si fecero accorti che la canoa agguantava in modo insolito, finché non aveva attirato lui la loro attenzione su tal fatto strabiliante. L'arrivo di Jim in quel villaggio di pescatori era stato una benedizione, ma anche per loro, come per molti di noi, la benedizione giunse preannunciata da terrori. Tante generazioni si erano susseguite da quando l'ultimo bianco era approdato sul fiume, che se n'era persa perfino la tradizione. La comparsa di quell'essere che, sceso tra loro, pretese con volontà inflessibile di essere portato a Patusan, era una cosa da scombussolare la gente; la sua insistenza dava apprensione; la sua generosità era peggio che sospetta. Era una pretesa inaudita, la sua. Senza precedenti. Che ne avrebbe detto il Rajah? E a loro, che avrebbe fatto? Passarono la maggior parte della notte a dibattere il caso; ma il furore di quell'uomo ignoto sembrò tale e così immediato rischio, che finalmente si rassegnarono ad apprestargli uno straccio di piroga. A vederla partire, le donne urlarono d'angoscia: una vecchia strega scagliò una intrepida maledizione sullo straniero. Jim stava seduto, come vi ho detto, sul suo bauletto di zinco, tenendosi teneramente poggiata sulle ginocchia la sua rivoltella scarica. Sedeva con cautela - una fatica del diavolo, questa! e così penetrò nel paese che egli era destinato a riempire della fama delle sue virtù, dai picchi azzurri dell'interno fino al candido nastro di schiume che segue la costa. Alla prima curva perdette di vista il mare, col lavorio delle sue onde nell'eterno travaglio di sollevarsi, riabbassarsi, scomparire, risollevarsi - precisa immagine dell'umano travaglio - e fu di fronte alle immense foreste, profondamente radicate alla terra, tese alla luce del sole, eterne, nella loro tradizione di potenza e d'ombra come la vita stessa. Gli sedeva al fianco, velata, l'occasione, come una sposa orientale in attesa che la sciolga dai veli la mano del suo padrone. Anche lui era l'erede di una tradizione di potenza e d'ombra! A me confessò peraltro, che mai in vita sua si era sentito stanco e depresso come in quella canoa. Il solo movimento che osava permettersi era quello di stender la mano, quasi di soppiatto, verso un mezzo guscio di noce di cocco che gli galleggiava fra i piedi, per aggottare un po' d'acqua con gesti accuratamente trattenuti. Seppe quanto può essere duro il coperchio di un bauletto di zinco a starci seduti su. Aveva una salute eroica; eppure varie volte, durante quel viaggio, ebbe dei giramenti di capo, e da una volta all'altra, come in un dormiveglia, si domandava che dimensioni poteva aver raggiunto la vescica che il sole gli andava formando sulla schiena. Per distrarsi si mise a guardare davanti a sé, cercando di stabilire se quelle cose melmose che vedeva stese al margine dell'acqua fossero un tronco d'albero o un alligatore. Ma si stufò presto. Non c'era sugo. Sempre alligatori. Uno si lasciò cadere nell'acqua, che per poco non rovescio la canoa. E anche quest'emozione passò subito. Poi, durante una tratta che non finiva mai, fu molto grato a un gruppo turbolento e irriverente di scimmie che scesero fino sulla riva con un baccano del diavolo e un bailamme d'insulti al suo passaggio. Così si avvicinava egli alla più genuina grandezza che uomo abbia mai raggiunto. Agognava, soprattutto, al tramonto; e intanto i tre pagaiatori stavano preparandosi a mettere in esecuzione il loro piano di consegnarlo al Rajah. 'Dovevo essere istupidito di fatica, o forse ero rimasto un po' addirittura assopito,' disse. Ad un tratto si accorse che la canoa stava per toccare la riva. Immediatamente si rese conto che si erano lasciati indietro la foresta; vide le prime case un po' più in su, uno steccato alla sua sinistra, e i tre barcaioli saltare tutti insieme in un punto di terra bassa e darsela a gambe. Istintivamente saltò giù anche lui. Dapprincipio pensò di essere stato abbandonato per qualche misteriosa ragione, ma poi udì grida esaltate, vide spalancare un cancello, e una frotta di gente riversarsi fuori, verso di lui. Nel medesimo tempo una barca piena d'armati apparve sul fiume e si pose a fianco della canoa vuota, tagliandogli la ritirata. 'Preso così alla sprovvista non potevo serbare il mio sangue freddo - capisce? Se quella rivoltella fosse stata carica, avrei ammazzato qualcuno - forse due, tre uomini, e sarebbe stata la mia rovina. Ma era scarica...' 'E perché?' 'Beh, non potevo mica combattere contro tutto un paese; e non a sarei venuto se avessi avuto paura per la mia pelle,' fece, con un'occhiata in cui ritrovai una sfumatura della sua vecchia, cupa cocciutaggine. Mi trattenni dal fargli notare che gli indigeni non potevano sapere se la rivoltella era carica o scarica. Meglio lasciargli le sue idee... 'Comunque, era scarica,' rispose bonario, 'e mi fermai, domandando cosa succedeva. Ammutolirono stupiti. Vidi qualcuno di quei ladri portarsi via la mia cassetta. Quel vecchio gambalunga di Kassim, un furfante, che le farò conoscere domani, venne fuori a raccontarmi con un sacco di storie che il Rajah voleva vedermi. Dissi: VA BENE. Anch'io volevo vedere il Rajah; così non ho avuto che da varcare il cancello e... e... eccomi qua.' Rise; poi con enfasi improvvisa: 'E sa il più bello?' domandò. 'Glie lo dico io. E' che ero sicuro, se mi avessero levato di mezzo, che a rimetterci sarebbero stati loro.' Questo mi disse davanti alla sua casa la sera che sapete - dopo aver contemplato insieme la luna salire di sopra al crepaccio fra i due colli, come uno spirito asceso dalla tomba; col suo chiarore soffuso e pallido e freddo come il fantasma di un sole morto. C'è un sapore spettrale nella luce della luna; tutta la frigidità di un'anima senza corpo e un poco del suo inspiegabile mistero. In confronto della nostra luce solare che - si dica quel che si vuole - è l'unica cosa che possediamo per vivere, è come l'eco per il suono: fallace e sviante, ironico o triste che ne sia il tono. Toglie consistenza alle forme materiali - che, dopo tutto, sono il nostro regno - e presta una realtà soltanto alle ombre: sinistra. Le ombre apparivano molto concrete intorno a noi; ma Jim al mio fianco restava alto e solido, come se nulla ai miei occhi - nemmeno la forza occulta della luna - potesse privarlo della sua realtà. Forse veramente nulla poteva toccarlo, dacché aveva sopravvissuto all'assalto di forze tenebrose. Tutto era pace e silenzio; perfino sul fiume i raggi della luna sonnecchiavano come su uno stagno. Era il momento dell'alta marea, un momento di immobilità che accentuava il totale isolamento di quest'angolo perduto della terra. Le case affollate lungo la vasta ansa immersa in un lago di luce senza né increspature né barbagli, nella loro discesa in fila verso l'acqua, con un sovrapporsi di forme vaghe, grigie, argentee, miste a masse nere d'ombra, sembravano una mandria spettrale di labili creature che si spingessero avanti per bere a un fiume anch'esso spettrale e senza vita. Qua e là un rosso chiarore occhieggiava tra le pareti di bambù, caldo, come una scintilla di vita, simbolo di affetti umani, di buon rifugio, di riposo. Mi confessò di aver spesso osservato quei punti di luce sparire uno dopo l'altro, e che gli piaceva vedere la gente addormentarglisi sotto gli occhi, fiduciosa nella sicurezza del domani. 'Che pace, qui, eh?' domandò. Non era eloquente, ma nelle parole che seguirono c'era un significato profondo. 'Guardi queste case: non ce n'è una in cui si diffidi di me. Perdiana! Glie lo avevo detto che avrei resistito. Domandi a chi vuole: uomo, donna o bambino...' S'interruppe. 'Beh, io, comunque, sono un galantuomo.' Gli risposi subito che era ora che se ne fosse accorto! E che io ne ero sempre stato sicuro. Scosse il capo: 'Davvero?' Mi strinse leggermente il braccio sopra al gomito. 'Ebbene, allora... Lei aveva ragione.' C'era un senso di esultanza e d'orgoglio, c'era quasi un sacro panico in quell'esclamazione a bassa voce. 'Perdiana!' esclamò, 'pensi cosa significa questo per me.' Mi strinse di nuovo il braccio. 'E mi ha chiesto se pensavo a scappar via! Santo Dio! Io via di qua! Specialmente adesso, dopo quello che mi ha detto del signor Stein... Andarmene! Ma se era quello che temevo di più! Sarebbe stato... sarebbe stato peggio della morte. Sì... parola mia. Non rida. Ho bisogno di sentire... ogni giorno, ogni volta che apro gli occhi... che la gente si fida di me... che nessuno ha il diritto... capisce? Andarmene! Dove? A che scopo? In cerca di che?' Gli avevo detto (anzi era stato questo il movente principale della visita) che Stein aveva l'intenzione di fargli dono immediato della casa e dello stock di merce, con qualche lieve condizione, tanto per rendere la transazione del tutto regolare e valida. Da principio cominciò a sbuffare e a impennarsi. 'Al diavolo la sua delicatezza!' gridai. 'Stein non c'entra niente. Le dà soltanto quello che lei si è creato da sé. E in ogni modo risparmi le sue proteste per Mac Neil - quando lo incontrerà all'altro mondo. E speriamo non sia tanto presto...' Dovette cedere ai miei argomenti, perché tutte le sue conquiste, fiducia, fama, amicizia, amore - tutte queste cose che gli avevano dato un senso di padronanza, lo avevano anche ridotto in schiavitù. Guardava con occhio di padrone la serata, il fiume, le case, la vita imperitura delle foreste, la vita della vecchia umanità, i segreti della terra, l'orgoglio del suo cuore; ma eran quelli a possederlo e a impadronirsi di lui in pieno, fino al suo pensiero più intimo, al più lieve moto del suo sangue, fino al suo ultimo respiro. C'era da andarne orgogliosi. Anch'io ero orgoglioso di lui, pur non sentendomi sicuro come Jim della favolosa bontà dell'affare. Era meraviglioso. Ma non al suo coraggio pensavo io. Strano! Gli davo pochissimo peso: come se fosse una cosa troppo convenzionale per avere una consistenza effettiva. No. Mi colpiva di più la rivelazione di altre sue doti. Aveva spiegato grande adattabilità a situazioni insolite, agilità d'intelletto in quel certo campo del pensiero. E la sua prontezza! Straordinaria. E tutto questo gli era venuto come il buon fiuto a un bravo cane da caccia. Non era eloquente, ma c'era una certa dignità nella sua naturale reticenza, c'era una profonda serietà nel suo balbettare. Aveva conservato il vecchio vizio di arrossire di caparbia. Ogni tanto, però, gli sfuggiva una parola, una frase, che mostrava quanto a fondo, e con quanta solennità considerava quel compito che gli aveva procurato la certezza della sua riabilitazione. Ecco perché sembrava amare quella terra e quella gente con una specie di feroce egoismo con una sdegnosa tenerezza". CAPITOLO 25. "'Qui sono stato prigioniero tre giorni,' mi sussurrò (il giorno della nostra visita al Rajah), mentre attraversavamo lentamente il cortile di Tunku Allang, tra una folla di servi sbalorditi. 'Che schifo, eh? E non mi davano niente da mangiare se non facevo baccano; e anche allora mi passavano appena un piattino di riso e un'ombra di pesce fritto... Maledetti! Perdiana! Ne ho patita di fame, in questo cortile fetido, a far su e giù, con qualcuno di questi vagabondi che mi ficcava il muso fin sotto al naso. Avevo consegnato alla prima richiesta quella sua famosa rivoltella, ben contento di liberarmi di quell'arnese infernale. Facevo una figura da imbecille a girar con una canna da fuoco scarica in mano.' In quel momento giungemmo alla real presenza, e Jim si fece rigidamente solenne e complimentoso col suo ex-nemico. Oh! era magnifico! Mi vien da ridere quando ci penso. Quel vecchio mascalzone di Tunku Allang non riusciva a dissimulare la sua gran paura (non era un eroe, nonostante tutte le storie che andava raccontando intorno alla sua bollente gioventù), mentre sfoggiava una patetica fiducia nel modo di comportarsi verso il suo ex- prigioniero. Vedete? Anche quelli che più lo odiavano avevano fiducia in lui. Jim - per quel che potevo capire dalla piega del colloquio - approfittava dell'occasione per fargli una predica. Certi poveracci del villaggio erano stati fermati e rapinati mentre si recavano da Doramin con un po' di gomma e di cera d'apiario da scambiare con riso. 'E' Doramin il ladro,' scoppiò a dire il Rajah. La fragile carcassa era in preda a un tremito furibondo. Si contorceva tutto sulla stuoia, gesticolando con le mani e coi piedi, agitando gli spaghi scompigliati della sua zazzera: incarnazione della rabbia impotente. Tutt'in giro occhi sgranati e bocche aperte intorno a noi. Jim cominciò a parlare. Risolutamente, freddamente e a lungo sostenne che a nessuno si deve impedire di procurarsi onestamente il cibo per sé e per i figli. L'altro stava seduto come un sarto al suo tavolino, con le palme sulle ginocchia, a testa bassa, e fissando Jim attraverso i capelli grigi che gli cadevano fin sugli occhi. Alle ultime parole di Jim seguì un gran silenzio. Pareva che nessuno fiatasse più; nessuno diceva una parola; finalmente il vecchio Rajah, dopo un sospiro leggero, alzando gli occhi, con una scossa del capo, disse in fretta: 'Hai sentito, popolo mio? Basta con questi scherzetti.' Questa ordinanza cadde in un profondo silenzio. Un uomo piuttosto grosso, evidentemente investito di autorità, occhi intelligenti, viso ossuto, scurissimo, modi gioviali e alla mano (seppi poi che era il boia) ci offrì due tazze di caffè su un vassoio d'ottone tolto dalle mani d'un suo sottoposto. 'Non è necessario che lei beva,' disse Jim in fretta e tra i denti. Non afferrai subito il significato delle sue parole e mi limitai a guardarlo. Ma egli bevve un lungo sorso, poi restò correttamente seduto, tenendo il piattino nella mano sinistra. Lì per lì rimasi seccatissimo. 'Che diavolo!' mormorai, sorridendogli amabilmente, 'perché mi ha esposto a un rischio così sciocco?' Bevvi, naturalmente, non c'era altro da fare, senza che Jim battesse ciglio; e dopo, quasi subito, ci congedammo. Mentre stavamo attraversando il cortile diretti alla nostra barca, sotto la scorta dell'allegro e intelligente carnefice, Jim mi dichiarò di essere molto mortificato. In fondo, le probabilità di rischio erano minime. Lui al veleno non ci aveva neanche pensato: una lontanissima eventualità. Mi assicurò di essere considerato infinitamente più utile che pericoloso, e quindi... 'Ma il Rajah ha una paura matta di lei. Lo si vede a colpo d'occhio,' ribattei, lo confesso, con una certa acredine, sempre in attesa dei primi sintomi di una possibile colica tremenda. Ero di pessimo umore. 'Se voglio riuscire a qualche risultato, qui, e conservar la mia posizione,' disse Jim prendendo posto vicino a me nella barca, 'devo correre dei rischi: questo lo corro almeno due volte al mese. Molta gente si affida a me - perché io lo affronti per il loro bene. Paura di me? Appunto. Probabilmente ha paura di me perché io non ho paura del suo caffè.' Poi, indicandomi un punto sul lato settentrionale dello steccato dove c'erano diversi pali con la punta spezzata: 'Ecco, di qui sono saltato il terzo giorno della mia venuta a Patusan. Non ci hanno ancora rimesso i pali nuovi. Un bel salto, no?' Poco dopo passammo davanti allo sbocco di un ruscello melmoso. 'Qui ho fatto il secondo salto. Presi un po' di rincorsa e spiccai il balzo di volata, ma non ce la feci. Credevo di lasciarci la pelle. Ci ho perso le scarpe nel tramestio per tirarmi fuori. E dopo ho ripensato sempre che bel costrutto ci sarebbe stato a pigliarmi nella schiena un colpo di quelle maledette lancie lunghe, mentre ero così invischiato nel fango. Ricordo lo schifo a sguazzare in quella melma. Una vera nausea - dico - proprio come se mi fossi messo sotto i denti una cosa marcia.' Ecco com'era andata - e l'Occasione correva al suo fianco, saltando con lui gli steccati rotti, sguazzando con lui nella melma... sempre velata. La sorpresa al momento del suo arrivo fu l'unica cosa, capite, che lo salvò dall'essere immediatamente spacciato con un colpo di kris e buttato nel fiume. Lo avevano fra le mani, ma era come voler stringere un'apparizione, un fantasma, uno spirito maligno. Che poteva significare? Che se ne doveva fare? Non era troppo tardi per conciliarselo? Non era meglio ucciderlo senza indugio? Ma dopo, che cosa sarebbe successo? Quel povero vecchio Allang ci aveva quasi perso il cervello, per l'orgasmo e per la difficoltà di prendere una risoluzione. Varie volte, interrompendo i lavori del Consiglio, i partecipanti si erano precipitati alla rinfusa verso la porta e di lì sulla veranda. Uno di essi - a quel che si racconta fece perfino un salto dall'altezza di un quattro metri e mezzo e si ruppe una gamba. Il regio governatore di Patusan aveva delle strane fissazioni; come quella d'introdurre nel corso di ardue discussioni, certe sue rapsodie millantatorie, nelle quali veniva a mano a mano esaltandosi, finché, brandendo il suo kris, finiva col saltar giù dalla piattaforma dove stava appollaiato. Ma, a parte tali interruzioni, le dispute sul destino di Jim seguitarono notte e giorno. Intanto lui vagava per il cortile, e qualcuno lo scansava, altri lo fissavano con sguardi accesi, e tutti lo osservavano; e lui lì, si può dire alla mercè del primo cialtrone che capitasse con un trinciante. Per dormire aveva preso possesso di una piccola tettoia mezzo crollata; ma gli effluvi d'immondizie e di roba in putrefazione gli davano allo stomaco; l'appetito invece pare che non l'avesse perduto perché - mi disse - per tutto quel tempo aveva avuto sempre fame. Ogni tanto 'qualche asino in gran faccenda,' in deputazione dalla sala del Consiglio, gli si avvicinava di corsa e in tono mellifluo gli infliggeva stupefacenti interrogatori. 'Era vero che gli Olandesi sarebbero venuti a prendersi il paese? Gradirebbe l'uomo bianco ridiscendere il fiume? Con quali intenzioni era egli venuto in un paese così poverello? Il Rajah desiderava sapere se l'uomo bianco sapeva riparare un orologio.' Gli portarono davvero una sveglia di nichel fabbricata nella Nuova Inghilterra; e lui, pur di vincere il tormento della noia, si era dato a tutt'uomo a tentar di rimettere in efficienza la suoneria. E proprio mentre, sotto la sua tettoia, era così occupato alla bisogna, pare che gli si affacciasse alla mente la precisa percezione dell'estremo pericolo in cui versava. Lasciò cadere l'orologio - dice - 'come una patata bollente,' e uscì in fretta, senza la minima idea di quel che avrebbe voluto, o meglio potuto, fare. Sapeva soltanto che in quelle condizioni non ci poteva durare. Passava senza scopo davanti a una specie di piccolo fatiscente granaio su palafitte, allorché gli caddero gli occhi sui pali spezzati dello steccato; e allora - dice - di colpo, quasi senza un vero procedimento mentale, senza slancio emotivo, si decise alla fuga come se da un mese ne avesse maturato il piano. Si allontanò come se niente fosse per avvantaggiarsi di una buona rincorsa, quando, voltandosi, si vide al fianco un dignitario scortato da due portatori di lancie, che si preparava a rivolgergli una delle solite domande. Gli spiccò la corsa 'proprio sotto il naso,' volò oltre l'ostacolo 'come un uccello,' e cadde dall'altra parte con un tonfo che gli sconquassò le ossa e parve spaccargli il cranio. Si rialzò immediatamente. Non pensò a nulla lì per lì: non ricordava altro - disse - che un grande urlo; le prime case di Patusan gli stavano di fronte a quattrocento metri di distanza; vide il ruscello, e quasi automaticamente accelerò la corsa. La terra sembrava volargli indietro sotto i piedi. Prese lo slancio dall'estremo punto di terra asciutta, si sentì volare per aria, e si trovò senza il minimo urto ficcato in piedi in un banco di poltiglia molliccia e vischiosa. Soltanto quando provò a muovere le gambe e si accorse che non ce la faceva, allora, a dirla con le sue parole, 'tornò in sé.' Cominciò a pensare a 'quelle maledette lancie lunghe.' In realtà, considerando che la gente da dentro lo steccato doveva correre al cancello, poi scendere all'imbarcadero, mettersi in barca e fare il giro di un promontorio, Jim aveva più vantaggio di quanto immaginasse. Inoltre, essendo bassa marea, il ruscello era senz'acqua - non si poteva dire asciutto - e all'atto pratico non c'era altro rischio per il momento che quello, forse, di un tiro di lunghissima tratta. La terra ferma si trovava a due metri scarsi davanti a lui, più in alto. 'Ho creduto tuttavia che lì ci sarei morto,' disse. Allungò le mani nel tentativo disperato di afferrarsi a qualche cosa e riuscì soltanto a tirarsi contro il petto, quasi fino al mento, un gran mucchio di melma fredda e lucida, ripugnante. Gli parve di seppellirsi vivo da sé, e allora si mise a sbatacchiar le braccia come un pazzo, gettando il fango qua e là a pugni. Glie ne arrivò sul capo, sul viso, negli occhi, in bocca. Mi disse che si era ricordato a un tratto del cortile, come si ricorda un luogo dove si è stati un tempo molto felici. Agognava - disse proprio così - ad esser lì di nuovo, a riparare quella sveglia. Riparare la sveglia - era la sua idea fissa. Faceva sforzi, terribili sforzi tra singhiozzi e ànsiti; sforzi che sembrava gli dovessero far scoppiare gli occhi dalle orbite, lasciandolo lì, cieco; sforzi che culminarono in un energico tentativo supremo, nel buio, di spaccare in due la terra, di liberarsene le membra - e allora sentì che stava arrampicandosi piano piano per la proda. Arrivato alla terra ferma, vi giacque a lungo disteso, e rivide la luce, il cielo. Allora, come una felice trovata, gli sorse l'idea di mettersi a dormire. Lui ama dire che dormì davvero; che dormì - forse un minuto, forse venti secondi, forse un secondo solo, ma ricorda benissimo il sobbalzo convulso e violento del risveglio. Restò un po' steso così immobile, poi si alzò lercio di melma dalla testa ai piedi, e rimase lì a considerare che era il solo della sua razza per un raggio di centinaia di miglia; solo, senza speranza di aiuto, né di comprensione, né di pietà da nessuno, come un animale braccato. Le prime case erano adesso a non più di venti metri da lui; e furono gli strilli disperati di una donna a riscuoterlo, che, spaventata, cercava di trascinarsi via un bambino. Riprese a correre in avanti con i soli calzini ai piedi, così imbrattato di quel bitume da non aver più sembianza umana. Attraversò in lunghezza più di metà della colonia. Le donne, più agili, fuggivano a destra e a sinistra, gli uomini, più lenti, lasciavan cadere tutto quello che avevano in mano, e restavan lì, pietrificati, a bocca aperta. Era il terrore volante. Dice di aver veduto dei bimbetti, che nella furia di scappare cascavano pancia a terra e scalciavano. Svoltò tra due case, su per un'erta, scavalcò alla disperata uno sbarramento di tronchi d'albero (non passava settimana senza qualche battaglia a Patusan, in quell'epoca) e poi giù, a precipizio, irruppe attraverso un recinto in un campo di granturco, dove un ragazzo spaventato gli scagliò un bastone; raggiunse un sentiero a caso, e andò dritto a finire in mezzo a un gruppetto di uomini sbalorditi. Gli bastò appena il fiato di boccheggiare: 'Doramin! Doramin!' Ricorda di esser stato mezzo portato, mezzo spinto in cima all'erta in un vasto recinto con palme e alberi da frutta, e condotto di corsa davanti a un pezzo d'uomo massiccio seduto su una poltrona in mezzo a una folla in preda a grandissima agitazione ed orgasmo. Si frugò fango e stoffa per tirar fuori l'anello, e, trovatosi a un tratto a pancia all'aria si domandò chi lo aveva buttato a terra. Lo avevano semplicemente mollato capite? - non si reggeva più in piedi. Dal fondo del declivio si sentiva sparacchiare a casaccio, e disopra ai tetti della colonia si levò un sordo brontolio di sbigottimento. Ma lui era in salvo. Gli uomini di Doramin stavano barricando il cancello e versandogli acqua in gola; la vecchia moglie di Doramin, tutta affaccendata e premurosa, con voce stridula, impartiva ordini alle sue serve. 'Quella vecchia,' disse dolcemente, 'si faceva in quattro per me come se fossi suo figlio. Mi misero in un letto immenso - il suo letto di gala - e lei correva dentro e fuori dalla camera asciugandosi gli occhi e battendomi cordialmente sulla schiena. Dovevo fare pietà. Rimasi lì come un pezzo di legno per non so quanto tempo.' Mostrava una gran simpatia per la vecchia moglie di Doramin. Lei, dal canto suo, l'aveva preso a benvolere come una madre: con quel suo viso largo, tondo, morbido, color noce, tutto grinze sottili e labbra grosse di un rosso lucido (masticava betel continuamente), e occhi semichiusi, benevoli con gran batter di palpebre. Era sempre in moto, sempre a dare ordini e lavate di capo a una schiera di femmine dal viso limpido color marrone e grandi occhi seri; sue figlie o sue serve, o sue schiave. Sapete come va in quelle famiglie: in genere è impossibile cogliere certe differenze. Era magrolina, e anche il suo ampio mantello, chiuso davanti con fibbie di pietre preziose, dava non so come un senso di miseria. I piedi nudi e bruni teneva infilati in pantofole cinesi di paglia. L'ho vista coi miei occhi sfaccendare di qua e di là con quel suo bosco fitto di capelli, lunghi e grigi, giù per le spalle. Parlava a proverbi arguti e casalinghi, nasceva di nobile stirpe, era eccentrica e arbitraria. Nel pomeriggio sedeva in una poltrona enorme, di fronte al marito, senza mai staccar gli occhi da una larga apertura nella parete, donde si scorgeva una vasta zona della città e del fiume. Invariabilmente lei sedeva a gambe ripiegate; il vecchio Doramin invece, rigido, imponente come una montagna sopra la pianura. Lui apparteneva alla classe nakhoda ossia dei mercanti, ma la sua autorità e la sua dignità di portamento facevano piuttosto colpo. Era il capo del secondo potere in Patusan. Gli emigranti di Celebes (circa sessanta famiglie che, coi sottoposti e il resto, erano in grado di mettere insieme un paio di centinaia di uomini 'portatori di kris') lo avevano eletto molti anni prima loro capo. Gli uomini di quella razza lì sono intelligenti, intraprendenti, vendicativi, e di un coraggio più risoluto degli altri Malesi; insofferenti di servaggio. Formavano il partito d'opposizione contro il Rajah. Naturalmente, i litigi sorgevano sempre per via dei commerci, causa prima delle lotte di parte, dei sommovimenti che riempivano tutto a un tratto di fumo, di fiamme, di sparatorie e di grida questo o quel punto del paese. Villaggi bruciati, uomini trascinati dentro il recinto del Rajah, per pagar con la vita o la tortura il delitto di aver fatto commercio con altri e non con lui. Un giorno o due prima dell'arrivo di Jim erano stati buttati in mare dall'alto della costa, da un gruppo di lancieri del Rajah, vari capi famiglia proprio di quel villaggio di pescatori che passò più tardi sotto la sua speciale protezione; e c'erano stati buttati perché sospetti di aver fatto raccolta di nidi commestibili di uccelli per un mercante di Celebes. Il Rajah Allan pretendeva essere l'unico mercante del paese; ogni violazione di questo monopolio era punita con la morte; ma la sua idea del commercio non era in fondo molto lontana dalla comune forma del furto. La sua crudeltà e rapacità non era limitata che dalla sua vigliaccheria; e paura ne aveva, della forza organizzata degli uomini di Celebes, se non che - fino alla venuta di Jim - non tanta che bastasse a frenarlo. Colpiva quella gente per mano dei suoi sudditi e pensava in buona fede di essere nel suo diritto. A complicare le cose contribuiva la presenza di un forestiero errante, un mezzosangue arabo, il quale, per ragioni, credo, puramente religiose, aveva incitato le tribù dell'interno (gli uomini della macchia, li chiamava Jim) a sollevarsi, e si era stabilito in un campo trincerato sul culmine di una delle due colline gemelle. Stava lì, levato sulla città di Patusan come un falco su un cortile di fattoria, e intanto devastava l'aperta campagna. Interi villaggi, abbandonati, marcivano sulle loro palafitte annerite in riva ai limpidi fiumi, mentre cadevano a pezzi nelle acque l'erba delle pareti, le foglie dei tetti, con uno strano effetto di disfacimento naturale, come una vegetazione colpita da morbo fino alle radici. I due partiti di Patusan non sapevano quale esattamente di loro quel partigiano avesse maggior desiderio di saccheggiare. Il Rajah propendeva a complottare con lui. Qualcuno della colonia Bugi, stufo di quella vita senza mai sicurezza, aveva una mezza voglia di chiamarsi l'arabo in casa. I più giovani, scherzando, consigliavano di 'unirsi allo Sceriffo Alì e ai suoi selvatici seguaci per buttar fuori dal paese il Rajah Allang.' Doramin durava fatica a tenerli. Invecchiava, e, benché la sua autorità non fosse affatto diminuita, tuttavia la situazione cominciava a soverchiarlo. Tale era lo stato delle cose quando Jim, fuggendo dalla palizzata del Rajah, mostrò l'anello e venne accolto, per così dire, nel cuore stesso della comunità". CAPITOLO 26. "Doramin era uno degli uomini più notevoli che io abbia mai veduto, della sua razza. La sua era una corporatura enorme, per un Malese, ma non sembrava soltanto grasso: appariva imponente, monumentale. Quel corpo immobile, ravvolto in ricche stoffe, sete colorate, ricami d'oro; quel testone cinto d'un gran fazzoletto rosso e oro; quel faccione rotondo, rugoso, solcato, con le sue due profonde pieghe semicircolari che, partendo dai due lati delle narici larghe e feroci, chiudevano come in una parentesi la bocca dalle labbra carnose; quella gola da boro; quell'ampia fronte corrugata, affacciata sugli occhi orgogliosi e fermi - formavano un tutto che, visto una volta, non si dimenticava più. Il suo impassibile stato di riposo (una volta seduto non muoveva un dito) era come una mostra di dignità. Nessuno lo sentì mai alzar la voce, che restava un mormorio basso e potente, un tantino velato, come dalla lontananza. Quando camminava, due giovanotti bassi e tarchiati, nudi fino alla cintola, in sarong bianchi e con zuccotti scuri piantati sulla nuca, lo reggevano per i gomiti: lo aiutavano a sedersi, e rimanevano dietro la sua poltrona finché non desiderava rialzarsi; nel qual caso volgeva lentamente il capo, quasi con difficoltà, prima a destra e poi a sinistra: e allora quei due lo afferravano sotto le ascelle e lo tiravano su. Con tutto ciò, egli non aveva niente in sé del paralitico; anzi, tutti i suoi movimenti ben ponderati apparivano come espressioni di una potente risolutezza. Era convinzione di tutti, in giro, che consultasse sua moglie sulle pubbliche faccende; ma nessuno, ch'io sappia, li aveva mai sentiti scambiarsi una parola. Quando si sedevano in tutta la loro maestà vicino alla finestra spalancata, intorno regnava il silenzio. Vedevano, sotto di loro, nella luce digradante, la vasta spianata della campagna boscosa, il cupo mare assopito in una ondulazione verde carico che si perdeva lontano fino alla catena delle montagne porpora e viola; la lucida sinuosità del fiume, come un'immensa lettera S d'argento battuto; il nastro bruno delle case che segnava la curva delle due sponde, dominate dalle due colline gemelle, cime emergenti sulle vette degli alberi più vicini. Che profondo contrasto tra i due! Lei, leggera, delicata, sottile, svelta, un po' strega, e con un'ombra di preoccupazione materna anche durante il riposo; lui, di fronte, enorme e massiccio come una statua rozzamente scolpita nel sasso, con un misto di magnanimo e di barbarico nella sua immobilità. Il figlio di questi due vecchi era un giovane di rara distinzione. Lo avevano avuto tardi. Forse non era poi così giovane come sembrava. Ventiquattro o venticinque anni non sono tanto pochi per un uomo che a diciott'anni è già padre di famiglia. Entrando nella grande sala di belle stuoie alle pareti e sul pavimento, sotto l'alto soffitto di tela bianca dove la coppia sedeva solenne in mezzo alla sua deferentissima corte, andava dritto verso Doramin a baciargli la mano - che quegli gli abbandonava con maestà; poi attraversava la stanza e si fermava in piedi vicino alla poltrona della madre. Potrei forse dire che quei due lo adoravano, anche se non ho mai colto in loro una aperta occhiata a quel figliolo. Vero è che quelle erano cerimonie ufficiali e la sala, per lo più, affollatissima. La solenne formalità delle accoglienze e dei congedi; il profondo rispetto espresso dai gesti, dalle fisonomie, dai sussurri sommessi è semplicemente inenarrabile. 'Valeva la pena di vederli, no?' mi diceva Jim, nell'attraversare il fiume per tornarcene a casa. 'Sono come personaggi di un libro, non è vero?' disse con aria trionfale. 'E Dain Waris - il loro figlio - è, a parte lei, il miglior amico che ho mai avuto. Quello che il signor Stein chiamerebbe un buon COMPAGNO D'ARMI! Ho avuto fortuna, perdiana! Ho avuto fortuna ad arrivare coll'ultimo fiato in mezzo a quella gente.' Chinò il capo, assorto: poi, riscuotendosi, soggiunse: 'Naturalmente non ci ho dormito su, ma...' S'interruppe di nuovo. 'M'è venuto così, tutt'a un tratto,' mormoro, 'di vedere quel che avevo da fare...' Senza dubbio gli era venuto così, tutt'a un tratto; e gli era venuto attraverso la guerra, naturalmente, giacché questa forza sopravvenutagli come per un miracolo era la forza di portare la pace. Soltanto in questo senso la potestà è talvolta un bene. Non è da credere che egli avesse trovato subito la sua via. Quando arrivò, la comunità Bugi era in una condizione molto critica. 'Avevano tutti paura,' mi disse, 'e ognuno aveva paura per sé; e intanto io lo vedevo chiaro come l'aria che avrebbero dovuto subito muoversi, se non volevano restar schiacciati l'uno dopo l'altro tra il Rajah da una parte e quel vagabondo di sceriffo dall'altra.' Ma averlo capito non voleva dir niente. Bisognava escogitare un piano. Compresa l'idea si trattò di farla entrare in testa a gente refrattaria e corazzata di paura e di egoismo. Ci arrivò alla fine, ma non era ancora niente. Doveva escogitare i mezzi. Li trovò: fece un piano audace e non era ancora che a metà. Gli restava da infondere la sua stessa fede a una quantità di gente che aveva assurdi e coperti motivi di tenersi indietro, doveva conciliare stolte gelosie e battere in breccia le più insensate diffidenze. Senza il peso d'autorità di Doramin e il focoso entusiasmo del figlio, avrebbe fatto fiasco. Dain Waris, quel giovane così distinto, fu il primo ad accordargli fede; la loro fu una di quelle strane, profonde e rare amicizie fra un uomo di colore e un bianco, in cui sembra che sia proprio la differenza di razza ad avvicinare due esseri umani in virtù di qualche arcano elemento di simpatia. Di Dain Waris, la sua gente diceva con orgoglio che combatteva come un bianco. Era vero; con quel tipo di coraggio che si potrebbe chiamare coraggio allo scoperto, possedeva anche un cervello europeo. Se n'incontrano a volte, di fatti così, e ci si sorprende allora di scoprire in loro, inaspettatamente, un giro di pensieri familiari, una visione mentale non ottenebrata, tenacia di propositi, un principio di altruismo. Piccolo di statura, però mirabilmente proporzionato, Dain Waris aveva un portamento dignitoso e schivo, un tratto educato e disinvolto, un temperamento come una chiara fiamma. Il suo viso scuro, con quei due grandi occhi neri, era espressivo nell'azione, e, nel riposo, cogitabondo. Di carattere silenzioso; il suo sguardo fermo, il suo sorriso ironico e la sua cortese sicurezza di modi sembravano dar segno di grandi riserve di intelligenza e di forza. Tali creature scoprono agli occhi degli occidentali, che volentieri restano alla superficie delle cose, le arcane possibilità di razze e di paesi su cui sta il mistero di evi immemorabili. Non solo egli aveva fede in Jim, ma, ne sono fermamente convinto, lo capiva. Parlo di lui perché ne ero rimasto preso. La sua - vorrei chiamarla - caustica placidità e, al tempo stesso, la sua intelligente comprensione dei disegni di Jim, mi attraevano. Mi pareva di essere arrivato a scoprire le origini di quell'amicizia. Se Jim aveva preso il comando, l'altro aveva conquistato il proprio capo. In realtà, Jim, il capo, era prigioniero in tutti i sensi. Il paese, la gente, l'amicizia, l'amore erano come tante severe guardie del corpo; e ogni giorno aggiungeva un anello alla catena di quella strana libertà. Me ne convincevo sempre più, via via che, di giorno in giorno, venivo a conoscere altri fatti della sua storia. La sua storia! Non l'ho sentita, la sua storia; L'ho sentita in marcia, all'accampamento (Jim mi faceva battere tutta la campagna a caccia di selvaggina introvabile); ne ho sentita una buona parte sulla vetta di una delle due cime gemelle, dopo aver fatto l'ultima trentina di metri a quattro zampe, rampicando. La nostra scorta (dei volontari cioè che ci seguivano da un villaggio all'altro) si era accampata su un piccolo ripiano a mezza costa; e nel silenzio della sera, senza un alito, ci arrivava da lì giù l'odore del fumo di legna con l'acuta squisitezza di un profumo di marca. Anche le voci arrivavano meravigliosamente chiare, distinte, immateriali. Jim si era messo a sedere su un tronco d'albero abbattuto, e, tirata fuori la pipa, cominciò a fumare. Una nuova messe d'erba e di cespugli stava germogliando: sotto un groviglio di stecchi spinosi si scoprivano ancora le tracce di uno sterro. 'Tutto è partito di qui,' fece, dopo una lunga pausa di silenzio assorto. Sull'altra collina, un duecento metri sopra l'ombra di un burrone, vidi una fila di pali alti, anneriti, guasti qua e là come rovine: i resti del campo inespugnabile dello sceriffo Alì. Però lo avevano espugnato. Lui: con questa trovata: aveva fatto portare la vecchia artiglieria di Doramin lì in vetta alla collina: due rugginosi obici di ferro da sette libbre, una quantità di cannoncini di bronzo - di quelli che servono da moneta. Oggi servono, sì, per trasformarli in moneta: ma se bravamente caricati fino alla bocca, possono anche mandare un buon colpo a una certa distanza. Il problema era di portarli fin lassù. Mi mostrò dove aveva assicurato le funi, spiegò come aveva improvvisato un rozzo argano con un tronco scavato che girava su un palo appuntito, mi indicò col fornello della pipa il profilo dello sterro. Gli ultimi trenta metri di ascesa erano stati i più duri. Si era preso, in cuor suo, la responsabilità della riuscita. Aveva indotto il partito della guerra a lavorare sodo tutta la notte. Ardevano grandi fuochi accesi a intervalli lungo tutta la salita, 'ma quassù,' spiegò, 'la squadra di trazione doveva sbrigarsela al buio.' Dall'alto vedeva gli uomini muoversi lungo il pendìo della collina come formiche affaccendate. Lui stesso, quella notte, non aveva fatto altro che salire e scendere, come uno scoiattolo, dirigendo, incoraggiando, tutto tenendo d'occhio lungo la fila degli uomini. Il vecchio Doramin si era fatto portare su per la collina in poltrona. Lo deposero sul ripiano a mezza costa, e sedette là, nella luce di uno dei grandi fuochi, 'straordinario vecchio - un vero capo come nell'antichità,' fece Jim, 'con i suoi occhietti feroci - e un paio di enormi pistole a pietra focaia sulle ginocchia. Oggetti magnifici, di ebano, montati in argento, con bellissime piastre e un calibro da vecchio trombone. Un regalo di Stein, pare - in cambio, sa, di quell'anello. Avevano appartenuto al buon vecchio O'Neil. Dio sa, a lui, come gli erano capitate. Stava lì seduto, senza muovere un dito, con una fiammata di sarmenti dietro la schiena, e, intorno, un mucchio di gente che correva qua e là, urlando e tirando: la figura più solenne e imponente che si possa immaginare. Poca possibilità di scampo ci sarebbe stata per lui se lo sceriffo Alì avesse sguinzagliato la sua banda di demoni, e fatto polpette dei miei uomini - no? Comunque, se andava male, lassù dov'era venuto, ci moriva. Di certo. Perdiana! Mi empiva d'entusiasmo a vederlo lì - come una roccia. Ma lo sceriffo deve averci presi per matti; perché non si diede neanche la pena di venir a ficcare il naso nei fatti nostri. Nessuno pensava che facessimo sul serio. Macché! Credo che perfino quelli che tiravano e spingevano e sudavano all'opera non credessero possibile la cosa. Proprio in parola- direi di no...' Stava dritto in piedi stringendo in mano la pipa accesa, col sorriso sulle labbra e un fuoco vivo negli occhi infantili. Io sedevo su un tronco d'albero ai suoi piedi e sotto a noi si stendeva il paese, grande distesa di foreste, buia sotto al sole, ondosa come il mare; la chiarità dei fiumi sinuosi, le macchie grigie dei villaggi, e - qua e là - una radura, come un isolotto di luce in mezzo alle onde scure di quel mare di cime d'alberi. Una cupa malinconia incombeva su quel paesaggio vasto e monotono; la luce vi cadeva come in un abisso. La terra si divorava i raggi del sole; soltanto in lontananza, lungo la costa, il vuoto oceano, liscio e lucido in un velo di nebbia sembrava alzarsi nel cielo come un muro d'acciaio. E io ero lì, con lui alto nel sole sulla cima di quella sua collina storica. Dominava la foresta, la malinconia secolare, la vecchia umanità. Era come una figura messa su un piedestallo, a rappresentare nella sua giovinezza persistente la forza, e forse le virtù, di razze che non invecchiano, che sono sfuggite al buio. Perché mi sia sempre dovuto apparire come un simbolo, io non so; ma è forse questa la ragione del mio interesse per la sua sorte. Non so se era bello verso di lui il ricordarmi dell'incidente che aveva dato un nuovo orientamento alla sua vita ma proprio in quell'attimo preciso mi tornò nitidissimo alla memoria. E fu come un'ombra nella luce". CAPITOLO 27. "Già, la leggenda gli prestava virtù soprannaturali. Sì, diceva la gente, c'erano state tutte quelle corde disposte con accorgimento, e quello strano marchingegno che girava con lo sforzo riunito di molti uomini, sicché ogni cannone era salito facendosi strada lentamente, attraverso i cespugli, come un cinghiale che si grùfola la via nell'intrico del sottobosco, ma... i più saggi scuotevano il capo. Lì sotto c'era senza dubbio qualche magìa; perché che è mai la forza delle corde e delle braccia umane? C'è nelle cose un'anima ribellante che bisogna vincere con potenti esorcismi ed incantesimi. Così il vecchio Sura - un rispettabilissimo capo famiglia di Patusan col quale feci una placida chiacchierata una sera. Sura, però, era altresì mago di professione, soprintendente alle semine e mietiture del riso per un raggio di molte miglia, con la funzione appunto di soggiogare l'anima proterva delle cose. Pare che questa sua mansione gli riuscisse piuttosto ardua, e forse l'anima delle cose è veramente più proterva dell'anima umana. La gente semplice dei villaggi lontani credeva e diceva (come la cosa più naturale del mondo) che Jim avesse portato sulla schiena i cannoni in cima alla collina - a due alla volta. Questo faceva battere per la rabbia i piedi a Jim, che esclamava seccatissimo, con un risolino esasperato: 'Che si può fare con degli sciocchi simili? Sono capaci di star su metà della notte a raccontarsi le loro maledette fandonie; e più grande è la bugia, più sembra gradita.' Si intravvedeva la sottile influenza dell'ambiente in questa sua irritazione. Faceva parte dei suoi legami. Buffo come si scaldava a negare. 'Ma mio caro,' dissi alla fine, 'non penserà mica che ci creda io...' Mi guardò tutto sorpreso. 'Eh no - no che non lo penso,' fece; e scoppiò in una risata omerica. 'Beh, comunque i cannoni arrivarono su, e spararono tutti insieme all'alba. Perdiana! Lei doveva vedere che volata di scheggie!' esclamò. Al suo fianco Dain Waris, ascoltando con un sorriso tranquillo, abbassò le palpebre e strisciò un poco i piedi. La buona riuscita di quell'idea di portar su i cannoni pareva aver procurato alla gente di Jim un gran senso di fiducia; sicché egli si decise di affidare la batteria a due Bugi anziani, che avevano visto al tempo loro più di una battaglia, per andare a raggiungere Dain Waris e il gruppo d'assalto nascosto nel burrone. Nelle ore piccole avevano cominciato ad arrampicarsi, e quando furono a due terzi della salita si distesero nell'erba umida ad aspettar la levata del sole, che era il segnale convenuto. Mi disse con che impaziente e angosciata emozione aveva seguìto il rapido avvicinarsi dell'alba; come, accalorato qual era dal lavoro e dalla scalata, gli era penetrato nelle ossa fino al midollo il freddo della rugiada; e la sua gran paura di mettersi a tremare come una foglia e a sentirsi addosso i brividi al momento dell'avanzata. 'Fu la mezz'ora più lenta della mia vita,' dichiarò. A poco a poco la palizzata cominciò a spiccare contro il cielo sopra di lui, silenziosa. Gli uomini sparpagliati sull'erba erano accovacciati tra i sassi scuri e i cespugli roridi. Dain Waris era steso bocconi al suo fianco. 'Ci guardammo,' fece Jim, dolcemente posando una mano sulla spalla del suo amico. 'Mi sorrise, allegro come una pasqua, ma io non osai aprir bocca per paura di un attacco di brividi. Parola mia, che è proprio così! Lei deve pensare che si colava di sudore quando ci stendemmo sull'erba - e perciò può immaginare...' Mi dichiarò, e gli credo, di non aver avuto dubbi sul risultato dell'impresa. L'unica sua preoccupazione era quella di riuscire a reprimere quei brividi. Del successo non si dava pensiero. Era sicuro di raggiungere la vetta di quella collina e di rimanerci, a tutti i costi. Indietro, lui non ci sarebbe tornato. Quella gente si era messa nelle mani di lui; implicitamente. Di lui. Di lui solo! Una sua semplice parola... Ricordo come, a questo punto, s'interruppe con gli occhi fissi nei miei. 'Per quanto mi risulta non hanno mai avuto l'occasione di pentirsene - fino a oggi,' fece. 'Mai.' E sperava con tutta l'anima che neanche in seguito... Intanto - disgraziatamente! avevano preso l'abitudine di ricorrere a lui in tutto e per tutto. Non se ne poteva avere una idea!... Ma sì!... Anche l'altro giorno un vecchio imbecille che non aveva mai veduto in vita sua, era venuto da un villaggio lontano miglia e miglia per sapere se doveva divorziare dalla moglie. Proprio così! Parola d'onore. Ecco che genere di cose... Non si sarebbe mai creduto. Vero? Quel vecchio si mise a sedere lì per terra sulla veranda masticando noce di betel, sospirando e sputando da tutte le parti per più di un'ora, malinconico come un impiegato delle pompe funebri, finché se ne venne fuori con quel suo maledetto quesito. E non è tanto buffo quanto sembra, questo genere di cose. Che gli si poteva rispondere? - Buona moglie? - Sì, buona moglie... ma vecchia... - Cominciò una lunga storia dell'accidente, a proposito di certe pignatte di rame. Vivevano insieme da quindici anni - vent'anni - chi se ne ricorda? Tanto, tanto tempo. Buona moglie. L'aveva picchiata, qualche po' - non molto - solo un po', quando lei era giovane. Per forza - per onor di firma. Tutt'a un tratto, ora che era vecchia, va a prestare tre pignatte di rame alla moglie del figlio di sua sorella, e comincia a insolentire lui ogni giorno e si fa anche sentire dagli altri. I suoi nemici lo schernivano. Mette su una faccia da funerale. Le pignatte, perdute per sempre. Per sempre. E lui, avvilito morto. 'Impossibile capirci un'acca, in una storia simile; gli dissi di tornarsene a casa, promettendo che sarei andato io a sistemargli la faccenda. Lei fa presto a ridere, ma è stata una seccatura dell'altro mondo! Una giornata di cammino attraverso la foresta, un'altra persa a persuadere un branco di stupidi contadini per arrivar a capo della questione. C'era da scatenare una serie di liti a sangue. Il primo venuto di quegli imbecilli del diavolo prendeva le parti di una famiglia o dell'altra, e meta del villaggio era pronta a buttarsi sull'altra metà con tutto quel che capitasse sotto mano. Parola d'onore! Senza scherzi!... Invece di badare ai loro maledetti raccolti.' Naturalmente gli aveva fatto restituire quelle pignatte del diavolo - e messo tutti in pace. Senza nessuna fatica, naturalmente. Lui poteva far finire qualunque litigio solo piegando un mignolo. Il difficile era di arrivare alla verità, nelle cose. Non era sicuro, a tutt'oggi, di essere stato giusto con tutti. E questo lo preoccupava. E le chiacchiere! Perdiana! Senza capo né coda. Meglio andare tutti i giorni all'assalto di una vecchia palizzata alta sei metri! Molto meglio! Un gioco da bambini in confronto. E poi più spiccio. Beh, sì; tutto sommato, in fondo, una faccenda ridicola- quell'imbecille pareva tanto vecchio da potergli essere nonno. Ma da un altro punto di vista non era uno scherzo; perché la sua parola poteva essere sempre decisiva - da quando aveva sbaragliato lo sceriffo Alì. Una terribile responsabilità, ripeté. 'No, davvero... a parte gli scherzi, si fosse trattato di tre vite umane invece che di quelle tre sporche pignatte di rame, sarebbe stato lo stesso...' Così m'illustrava l'effetto morale della sua vittoria di guerra. Un effetto davvero immenso, che l'aveva portato dal combattimento alla pace, e attraverso la morte l'aveva immerso nella vita più intima di quel popolo; e tuttavia la tetraggine di quella terra in pieno sole conservava il suo carattere di arcano, secolare assopimento. La sua fresca voce giovanile (è straordinario quanto scarsi erano in lui i segni di usura) si levava leggera e passava sopra la faccia impassibile delle foreste, come il rombo dei grossi cannoni in quel freddo mattino rugiadoso, quando egli non aveva altra preoccupazione al mondo che impedirsi di rabbrividire. Appena coi primi raggi obliqui il sole sfiorò le cime immobili degli alberi, la vetta di una delle colline rimase avvolta con grandi boati in bianche nuvole di fumo, e sull'altra scoppiò un fragore incredibile di urli, grida di guerra, imprecazioni di rabbia, di sorpresa, di sgomento. Jim e Dain Waris furono i primi a metter la mano sugli stecconi della palizzata. La leggenda popolare narrò subito di Jim, che col semplice tocco d'un dito aveva rovesciato il cancello. Egli era, naturalmente, ansioso di confutare questa diceria. La intera palizzata - si affannava a spiegare a tutti - non era che una modesta faccenda (lo sceriffo Alì si affidava soprattutto al vantaggio della posizione); e comunque, i pali già in pezzi per le cannonate stavano in piedi per miracolo. Ci aveva dato una spallata storditamente, ed era finito dentro a gambe all'aria. Perdiana! Se non c'era Dain Waris, un certo vagabondo butterato e tatuato, con la sua lancia lo avrebbe inchiodato a un tronco d'albero come uno degli scarabei di Stein. Il terzo a entrare fu - pare - Tamb'Itam, il servo di Jim. Era costui un Malese del nord, uno straniero capitato per caso a Patusan, e trattenuto per forza dal Rajah Allang come pagaiatore di una delle sue imbarcazioni di gala. Se l'era svignata alla prima occasione, e, trovato un rifugio precario (e pochissimo da mangiare) fra i coloni Bugi, si era posto al servizio di Jim. Era di carnagione scurissima, aveva il viso schiacciato, gli occhi prominenti e iniettati di bile. C'era una punta di esagerazione, quasi di fanatismo, nel suo attaccamento al 'Signore bianco.' Era inseparabile da Jim, come un'ombra malinconica. Nelle grandi occasioni, camminava alle calcagna del suo padrone e, kris alla mano, teneva a distanza la gente bassa con le sue occhiate torve e truculente. Jim lo aveva fatto suo maggiordomo, e tutta Patusan lo rispettava e lo corteggiava come persona molto influente. Alla presa della palizzata si era molto distinto per la ferocia melodica del suo modo di combattere. La squadra d'assalto era piombata dentro così fulminea - disse Jim - che, anche in mezzo al panico della guarnigione, ci furono 'cinque minuti caldi di corpo a corpo di là dalla palizzata; ma poi un asinaccio diede fuoco ai ripari di rami e d'erba secca, e dovemmo tutti tagliar la corda per salvare la pelle.' Pare che la rotta sia stata completa. Doramin, immobile nella sua poltrona a mezza costa, col fumo dei cannoni che si stendeva lentamente sulla sua testa enorme, ricevette la notizia con un profondo brontolio. Quando seppe che il figlio era salvo e si era gettato all'inseguimento, lui, senza una parola, fece un immenso sforzo per alzarsi; i suoi servi si precipitarono in suo aiuto, ed egli, rispettosamente sorretto, si avviò, strascicando i piedi, verso un po' d'ombra dove si stese e si mise a dormire, coperto da capo a piedi d'una tela bianca. A Patusan c'era un intenso fermento. Jim mi disse che dalla collina, volgendo le spalle alla palizzata che era tutta un braciere, alla sua cenere nera e ai suoi cadaveri semicarbonizzati, vide a più riprese gli spiazzi fra le case, sulle due sponde del fiume, riempirsi a folate di una marea tumultuosa di gente, e rivuotarsi in un attimo. Alle sue orecchie arrivava attenuato, da laggiù sotto, il terribile strepito dei gong e dei tamburi, le grida selvagge della folla lo raggiungevano in volate di muggiti smorzati dalla distanza. Una quantità di bandierine mettevano come un palpito d'ali d'uccelli bianchi, rossi, gialli tra gli orli bruni dei tetti. 'Dev'essere stata una grande gioia per lei,' mormorai, in uno slancio di simpatetica emozione. 'Oh, sì... Una cosa immensa! Immensa!' esclamò forte, spalancando le braccia. Quel movimento improvviso mi spaventò come se lo avessi veduto denudare i segreti del suo cuore davanti al sole, alle cupe foreste, al mare d'acciaio. Sotto di noi, la città posava in pigre curve sulle rive del fiume, che sembrava assopito. 'Immensa!' ripeté una terza volta tra i denti, solo per sé. Immensa! Immensa indubbiamente; il successo venuto a suggellar le sue parole, il territorio conquistato da posarvi i suoi piedi, la cieca fiducia degli uomini, la fede in se stesso strappata al fuoco, la solitudine della vittoria. Tutto questo ve l'ho detto - si rimpicciolisce a raccontarlo. Non posso, con le sole parole, comunicarvi il senso del suo isolamento assoluto e totale. So, naturalmente, che della sua razza, laggiù, era, in tutta l'estensione del termine, solo; ma insospettate doti di carattere lo avevano portato a così stretto contatto con l'ambiente che il suo isolamento sembrava effetto della sua potenza soltanto. La sua solitudine lo accresceva di statura. Non c'era nulla sott'occhi con cui poterlo commisurare, come se fosse stato uno di quegli uomini eccezionali che si devono ragguagliare soltanto alla misura della loro fama; e la sua fama, ricordatelo, era la più grande cosa del paese, in un àmbito di molti giorni di viaggio. Si doveva remare, metter vela, o aprirsi un lungo e faticoso cammino nella giungla per giungere oltre la portata di quella voce. Una voce che non era come lo strombettare di quella dea spregevole che tutti conosciamo - né roboante - né sfacciata. Prendeva il suo tono dal silenzio triste di un paese senza passato, dove la sua parola era l'unica ferma verità di ogni transitoria giornata. Partecipava un po' del carattere di quel silenzio attraverso il quale essa vi guidava a profondità inesplorate, sempre viva al vostro fianco, penetrante, e di lunga portata - sussurro di meraviglia e di mistero sulle labbra degli uomini". CAPITOLO 28. "Lo sconfitto sceriffo fuggì a gambe levate dal paese; e quando i poveri contadini perseguitati cominciarono a far capolino fuor dalla giungla per tornare finalmente alle loro casupole imputridite, fu Jim ad eleggere i capi del paese, dopo essersi consigliato con Dain Waris. Così egli diventò virtualmente il sovrano: Quanto al vecchio Tunku Allang, la sua paura lì per lì non conobbe limiti. Si racconta che, alla notizia dell'assalto vittorioso della collina, si buttasse bocconi sul pavimento di bambù nella sala delle udienze, e vi restasse così tutta la notte e tutto il giorno dopo, immobile, con gemiti soffocati tanto paurosi, che nessuno osava avvicinarsi a quel prostrato a meno di una lunghezza di lancia. Già si vedeva, cacciato da Patusan con ignominia, andar ramingo e solo, spoglio, senza oppio, senza le sue donne e senza scorta, facile preda del primo che volesse ammazzarlo. Dopo lo sceriffo Alì, adesso era il suo turno: chi poteva resistere all'assalto di un diavolo simile? In realtà dovette la vita, a quel po' di prestigio che conservava ancora al momento della mia visita, all'idea che, della giustizia pura, Jim si era fatta. I Bugi erano prontissimi a regolare i conti col passato, e il vecchio Doramin, nella sua impassibilità, nutriva la speranza di vedere un giorno suo figlio sovrano del Patusan. Durante una delle nostre interviste mi lasciò di proposito intravvedere la sua segreta ambizione. Non si poteva immaginare cosa a suo modo più elegante della dignitosa prudenza delle sue allusioni. Cominciò col dire che lui la sua forza, in gioventù, non se l'era risparmiata, ma adesso era vecchio e stanco. Con la sua mole imponente e certi sguardi sagaci dei suoi occhietti orgogliosi, richiamava irresistibilmente al pensiero la furberia d'un vecchio elefante; il lento respiro del suo vasto petto era continuo, potente e regolare come il buleggiume di un mare in bonaccia. Asserì d'avere anche lui una fiducia illimitata nella saggezza di Tuan Jim. Ah - poter avere appena una promessa; bastava una parola!... Le pause di calmo respiro, il rombo sommesso della sua voce ricordavano gli ultimi brontolii in coda al temporale. Tentai di lasciar cadere l'argomento. Non era facile, perché Jim era ormai indiscutibilmente una potenza; e nella sua nuova situazione pareva non esserci nulla ch'egli non avesse facoltà di concedere o negare. Ma questa, dirò, era un'inezia appetto all'idea che mi balenò, mentre facevo finta di ascoltare il vecchio: che Jim pareva ormai arrivare al possesso del proprio destino. Doramin era in ansia per l'avvenire del paese, e restai colpito dal giro che diede all'argomento: 'Il paese rimane dove Dio l'ha messo, ma i bianchi,' disse, 'loro vengono qui e dopo poco tempo se ne vanno. Vanno via. Quelli che restano, qui, non possono prevedere se e quando faranno ritorno. Se ne vanno al loro paese, tra la gente loro, e così farà anche quel bianco'... Non so che cosa m'indusse a compromettermi fino al punto di ribattere con un vigoroso: 'No, no.' Misurai tutta la portata della mia indiscrezione, quando Doramin, alzandomi in faccia tutto il suo viso, inalterato in quella sua espressione, fissata da profonde rughe scabre come un'enorme maschera brunastra, prima disse cogitabondo che questa era una veramente buona notizia, e poi volle sapere perché. Quella streghetta dall'aria materna di sua moglie, seduta dall'altro mio lato, col capo coperto e i piedi raccolti sotto di sé, teneva lo sguardo fisso oltre l'apertura delle persiane. Vedevo soltanto un riccioletto grigio ribelle, uno zigomo alto, un leggero movimento masticatorio del mento aguzzo. Senza distogliere gli occhi dal vasto panorama delle foreste che si stendeva fino alle colline, mi domandò con voce piena di carità come mai uno così giovane aveva abbandonato la sua casa per venire fin quaggiù, in mezzo a tanti pericoli. Non aveva una famiglia, nessun parente là nel suo paese? Non aveva una vecchia madre che ne avrebbe sempre ricordato il viso?... A questo ero del tutto impreparato. Riuscii appena a borbottare non so che scuotendo il capo. Ma dopo - me ne rendo conto - devo aver fatto una meschina figura nel tentativo di tirarmi fuori da questo impiccio. Da quel momento, però, il vecchio nakhoda divenne taciturno. Non era molto soddisfatto, ho paura; era chiaro che dovevo avergli dato materia di riflessione. E' piuttosto strano che, la sera di quello stesso giorno (l'ultimo che dovevo passare a Patusan), mi trovassi di nuovo di fronte alla stessa domanda, a quel perché senza risposta sul destino di Jim. E questo mi porta alla storia del suo amore. Voi penserete magari che sia una storia che sareste capaci di immaginare da soli. Ne abbiamo sentite tante, e la maggior parte di noi non le crede affatto vere storie d'amore. Quasi sempre le consideriamo storie d'incontri fortuiti; tutt'al più episodi di passione, o forse soltanto trascorsi di giovinezza, tentazioni; votati a una definitiva dimenticanza, anche se comportano una certa tenerezza, una realtà nostalgica di rimpianto. Questo punto di vista, spessissimo esatto, lo è forse anche in questo caso... Eppure non so: raccontare questa storia non è affatto così facile come se ci si potesse mettere dal solito punto di vista. Apparentemente, è una storia come tante altre: ma io ci vedo, nello sfondo, la figura malinconica di una donna, l'ombra di una spietata saggezza sepolta in una tomba solitaria, uno sguardo triste e desolato, a labbra suggellate. La tomba stessa, che scopersi per caso durante una passeggiata mattutina, era un mucchio di terra scura piuttosto informe con, alla base, una linda bordura di pezzi di corallo bianco confitti nel terreno, cinto d'una staccionata circolare fatta di arboscelli spaccati per il lungo con la corteccia e tutto. Una ghirlanda di foglie e di fiori correva per tutto il cerchio in cima ai picchetti - e i fiori erano freschi. Così, sia o no quell'ombra frutto della mia immaginazione, posso comunque segnalarvi il fatto rilevante di una tomba non dimenticata. Quando poi vi diro che Jim con le sue mani aveva costruito quel rustico recinto, coglierete subito l'elemento differenziante, il lato individuale della storia. Codesta adozione della memoria e dell'affetto di un'altra creatura umana era tipica della serietà della sua natura. Aveva una sua coscienza; ed era una coscienza romantica. In tutta la sua vita la moglie dell'innominabile Cornelius non aveva avuto altra compagna, confidente o amica fuori che sua figlia. Come mai la poveretta avesse avuto l'idea di sposare quell'orribile Malaccoportoghese - dopo essersi separata dal padre della sua bambina - e se tale separazione fosse avvenuta per la morte, che a volte sa mostrarsi anche pietosa, o per le meno pietose convenzioni sociali, questo resta per me un mistero. Da quel poco che Stein (che sapeva tante storie) si era lasciato sfuggire con me, mi sono convinto che non si trattava di una donna comune. Suo padre era un bianco; alto funzionario; un uomo di brillanti qualità: uno di quelli che, per non essere abbastanza stupidi da covarsi il successo, finiscono la carriera nell'ombra. Immagino che anche a lei mancasse quella provvidenziale stupidità - e la sua carriera finì nell'ombra a Patusan. Il nostro comune destino... perché dov'è quell'uomo intendo il vero uomo dotato di sentimento - che non abbia il vago ricordo di esser stato abbandonato, nella pienezza del possesso, da qualche cosa o da qualcuno più prezioso della vita?... il nostro comune destino infierisce sulla donna con particolare ferocia. Non castiga come un padrone, ma infligge una lenta tortura, come per sfogare un dispetto segreto, implacabile. Si crederebbe che, costretto a regnare sul mondo, cerchi di rivalersi proprio su quegli esseri che sono i più prossimi a superare le pastoie delle umane cautele; perché soltanto le donne riescono talvolta a mettere nel loro amore un elemento tangibile appena, quanto basti a sbigottirci: una punta di ultra-terreno. Mi domando talvolta... come apparirà ad esse il mondo? avrà la stessa forma e sostanza che noi gli conosciamo, nella stessa aria che noi respiriamo? Qualche volta immagino che ci debba essere una regione di illogiche sublimità mosse dallo slancio di quelle loro anime avventurose, illuminate dalla gloria di tutti i rischi, di tutte le rinuncie. Temo peraltro che esistano poche vere donne al mondo, benché naturalmente mi renda conto che l'umanità consiste di moltitudini, e che i sensi - dal punto di vista numerico - si equivalgono. Ma sono sicuro che la madre aveva in sé tanto di donna quanto pareva averne la figlia. Non posso far a meno di immaginarmele tutt'e due; prima l'una donna giovane e l'altra bambina, poi l'una vecchia e l'altra ragazza la terribile monotonia del tempo nel suo rapido passare, la barriera della foresta, la solitudine e il tumulto intorno a quelle due vite solitarie, e il carico di tristezza che portava ogni parola pronunciata. Si saranno scambiate le loro confidenze, non tanto sui fatti, suppongo, quanto sui sentimenti più intimi: paure rimpianti - e senza dubbio avvertimenti; che la più giovane non comprese del tutto finché non fu morta l'anziana - e apparve Jim. Quel giorno sono sicuro che molto comprese - non tutto - e, specialmente, direi, la paura. Jim la chiamava con un nome che voleva dire prezioso, nel senso di una pietra preziosa: gioiello. Grazioso, vero? Lui era capace di tutto. Era all'altezza della propria fortuna, come - dopo tutto - era stato all'altezza della propria disgrazia. Gioiello, la chiamava; e lo diceva come avrebbe potuto dire 'Giannina,' sapete, con un accento coniugale, casalingo, sereno. Sentii quel nome per la prima volta dieci minuti dopo essere entrato nel suo cortile, quando, dopo avermi quasi slogato un braccio nel darmi la mano, si slanciò su per la scala, e si mise come un ragazzo a fare un allegro fracasso davanti all'uscio, sotto alle sue pesanti grondaie. 'Gioiello! Oho! Gioiello! Presto! E' arrivato un amico!...' e a un tratto, guardandomi di sottecchi nella penombra della veranda, mormoro con voce profonda: 'Sa... questa... Niente sciocchezze... niente maledette storie... non le so dire quanto devo a quella ragazza... e così... capisce... io... è proprio come se...' L'ansioso incalzare dei suoi balbettamenti fu interrotto di colpo dall'improvviso passaggio di una forma bianca dentro la casa, una leggera esclamazione, un visino infantile ma energico dai tratti delicati e uno sguardo attento e profondo che si mossero dal buio dell'interno, .come un uccello dal fondo di un nido. Rimasi colpito dal nome, si capisce; ma dovette passar un bel tratto di tempo per farmelo ricollegare con una stravagante diceria che avevo sentito durante il viaggio, in un angolo della costa a 230 miglia a sud del fiume Patusan. Lo schooner di Stein, dove ero imbarcato, sostò là, per caricare un po' di roba, e io, scendendo a terra, ebbi la grande sorpresa di trovare che quell'angolo di miseria poteva gloriarsi di avere un vice-segretario di residenza di terza classe; un tipo grosso, grasso, bisunto, strizzalocchio meticcio lucido-labbruto. Lo trovai sdraiato a pancia all'aria in un divano di vimini, indecorosamente sbottonato, con una grande foglia di chissà che pianta appoggiata sul capo fumigante, e un'altra in mano che adoprava, pigro, a modo di ventaglio... Diretto a Patusan? Ah, sì. Società Commerciale Stein. Conosceva. Con autorizzazione? Non era affar suo. Le cose andavano un po' meno peggio laggiù, osservò con indifferenza, e soggiunse con voce strascicata: 'C'è arrivato una specie di vagabondo bianco, dicono... Eh? Come? Un amico suo? Davvero?... Allora era vero che c'era laggiù uno di questi VORDAMTE. Che gli era mai saltato in mente? Aveva trovato la strada, il briccone! Eh? Mi pareva impossibile. Patusan... laggiù tagliano la gola non è affar mio.' S'interruppe con un gemito. 'Pfui! Onnipotente! Che caldo! Che caldo! Beh, allora, poteva esserci del vero anche in quell'altra storia, dopo tutto, e...' Chiuse uno dei suoi orribili occhi vitrei (la palpebra continuò a tremolare) mentre con l'altro mi ammiccava sinistro. 'Senta un po',' fece con aria di mistero, 'se - capisce? - se realmente ha messo le mani su qualcosa che valga - non uno dei soliti pezzetti di vetro verde - capisce? - io sono funzionario governativo - dica a quel furfante - Eh? Come? Amico suo?...' Continuava a star stravaccato tranquillamente sulla poltrona... 'Me l'ha detto lei; appunto; e sono contento di metterla sull'avviso. Anche a lei, suppongo, piacerebbe di cavarne fuori qualcosa. Non m'interrompa. Lei gli dica soltanto che ho saputo la storia, ma al mio governo io non ho fatto rapporto. Non ancora. Capito? Perché fare un rapporto? Eh? Gli dica di venire da me se lo lasciano uscire vivo da quel paese. Farà bene a salvaguardarsi le spalle. Eh? Prometto di non fargli domande. Discrezione - capito? E penseremo anche a lei. Una piccola commissione per il disturbo. Non m'interrompa. Sono un funzionario governativo e non farò rapporti. Gli affari sono affari. Capito? Conosco della brava gente pronta a comprar qualunque cosa che valga la pena e che può dargli più quattrini di quanti quel farabutto ne abbia mai veduti in vita sua. Conosco i miei polli.' Mi fissava con tanto d'occhi - ora tutti e due aperti - mentre gli stavo davanti in piedi sbalordito, e mi domandavo se era matto o ubriaco. Sudava sbuffava, lamentandosi tra i denti e grattandosi con una tranquillità così ributtante che non riuscii a sopportarne la vista, né ebbi la forza di domandargli schiarimenti. Il giorno dopo, parlando a caso con la gente della piccola Corte indigena, venni a sapere che lungo la costa si andava diffondendo la storia di un misterioso bianco che a Patusan era venuto in possesso di una gemma straordinaria - uno smeraldo di enormi dimensioni, e assolutamente senza prezzo. Lo smeraldo sembra far colpo sulla immaginazione orientale più di qualsiasi altra pietra preziosa. Il bianco se l'era procurato, mi dissero, un po' con l'uso della sua forza meravigliosa, un po' con l'astuzia, dal monarca di un paese lontano, di dove era fuggito immediatamente, giungendo a Patusan in condizioni pietose, ma sempre in grado di ispirar terrore al popolo con la sua estrema ferocia, che nulla sembra poter ammansare. I più tra i miei informatori erano d'opinione che la pietra desse il malocchio - come la famosa gemma del Sultano di Succadana che aveva portato anticamente in quella contrada infinite guerre e calamità. Forse era il medesimo gioiello - non si sa mai. In realtà la storia di uno smeraldo di dimensioni favolose risale ai tempi dell'arrivo dei primi bianchi nell'Arcipelago; ed è credenza così persistente che ancora un quarant'anni fa fu condotta un'inchiesta ufficiale in proposito da parte del Governo olandese. Un simile gioiello - mi spiegò un vecchio dal quale mi era stato riferito questo straordinario mito Jimmiano - una specie di scriba del poverissimo piccolo Rajah locale - un gioiello simile, disse, alzando verso di me i suoi poveri occhi mezzo acciecati (stava seduto per terra nella capanna in segno di rispetto), si conserva meglio nascondendolo addosso a una donna. Però non tutte le donne sono adatte. Devono essere giovani - e trasse un profondo sospiro - e insensibili alle seduzioni dell'amore. Scosse il capo incredulo. Eppure una donna simile sembra che ci sia. Davvero. Gli avevano parlato di una ragazza alta che l'uomo bianco trattava con molto rispetto e attenzioni, e che non usciva mai di casa senza scorta. La gente diceva che il bianco si faceva vedere in sua compagnia quasi ogni giorno: passeggiavano insieme in faccia a tutti, e lui se la portava in giro col braccio sotto al suo, stretta stretta al fianco così, in un modo proprio strambo. Questo poteva anche non esser vero - lo concedeva - perché veramente era un comportamento fin troppo bizzarro. Ma che portasse lei nascosto in petto il gioiello dell'uomo bianco non si poteva mettere in dubbio". CAPITOLO 29. "Così si interpretavano le maritali passeggiate di Jim alla sera. Più di una volta avevo fatto il terzo incomodo in queste passeggiate, sempre consapevole della sgradita presenza di Cornelius che, covando in cuore una punta di paterno sdegno, ci pedinava furtivo con la bocca contratta, come sempre sul punto di digrignare i denti. Avete mai notato come, a trecento miglia dall'ultimo palo telegrafico e dall'approdo dei postali, le meschine bugie utilitarie della nostra civiltà avvizziscano e muoiano, sostituite da puri giuochi di fantasia, che hanno la leggerezza e spesso il fascino e qualche volta la profonda verità intima di un'opera d'arte? Il romanticismo aveva eletto Jim al proprio servizio - e la parte romantica era l'unica autentica di quella storia, che per il resto era tutta una fandonia. Non lo nascondeva, lui, il suo gioiello. In realtà, ne era immensamente orgoglioso. Mi accorgo ora che, tutto sommato, quella ragazza io l'avevo vista ben poco. Quello che ricordo meglio è il pallore unito, olivastro, della sua carnagione, i vivi riflessi metallici dei suoi capelli neri, che fluivano abbondanti di sotto a un berretto scarlatto tenuto molto indietro sulla testa ben modellata. Sciolta e sicura nei movimenti, arrossiva talvolta d'un rosso intenso. Mentre Jim e io si discorreva, ella andava e veniva dandoci qualche occhiata fuggitiva e lasciandosi dietro, sul suo passaggio, un ricordo di grazia e di fascino e un netto sottinteso di attenta vigilanza. I suoi modi denotavano una strana combinazione di timidezza e di audacia. Ogni suo bel sorriso, come disperso dal ricordo d'un incombente pericolo, era seguìto subito da uno sguardo d'ansia taciturna e repressa. A volte sedeva con noi, e, con le nocche della sua mano piccolina infossate nella morbida guancia, ascoltava la nostra conversazione; i suoi grandi occhi chiari si fissavano sulle nostre labbra, come se ogni nostra parola fosse pronunciata in forma visibile. Sua madre le aveva insegnato a leggere e a scrivere; aveva imparato un bel po' di inglese con Jim, e lo parlava che era uno spasso con la stessa intonazione e le stesse abbreviazioni fanciullesche di lui. La sua tenerezza si librava su di lui come un palpito d'ali. Viveva così pienamente nella contemplazione di lui, che aveva perfino acquistato un po' del suo aspetto esteriore, qualcosa che lo ricordava nei movimenti, nel modo di stendere un braccio, di girare il capo, di volgere lo sguardo. Il suo vigile affetto aveva un'intensità tale da renderlo quasi percettibile ai sensi; sembrava esistere concretamente nella sostanza dello spazio, avvolgendolo come di una fragranza particolare, effondersi nel sole come una nota tremula, sommessa e appassionata. Credo che prenderete anche me per un romantico: ma non è vero. Vi riferisco la pura impressione di un frammento di giovinezza; di uno strano travagliato romanzo che mi è capitato sottocchi. Notai con interesse il lavorìo della sua - diciamo - fortuna. Era amato d'un amore geloso; ma perché poi lei dovesse essere gelosa, e di che, non sapevo. La terra, la gente, le foreste erano ora complici in accordo vigile per tenerselo d'occhio con un'aria di segregazione, di mistero, di possesso esclusivo. Per lui non c'era, per così dire, via d'appello; era prigioniero della libertà stessa della propria potenza, e lei, pur essendo pronta a mettergli il capo sotto i piedi, a sgabello, si custodiva inesorabilmente la sua conquista - come se temesse di non potersela conservare. Lo stesso Tamb'Itam, marciando alle calcagna del suo Signore bianco, durante le nostre uscite, testa indietro, truculento e tuttarmi come un giannizzero, con kris, accetta e lancia (oltre al fucile che Jim gli dava da portare); lo stesso Tamb'Itam si permetteva di darsi delle arie di custode incorruttibile come un carceriere arcigno e devoto pronto a dare la vita per il proprio prigioniero. La sera, quando eravamo alzati fino a tardi, la sua sagoma silenziosa, indistinta, passava e ripassava sotto la veranda, a passi felpati, e talvolta, alzando la testa, lo coglievo a sua insaputa dritto in piedi, impalato nell'ombra. Di regola scompariva dopo un po' senza rumore; ma quando ci si alzava, di balzo ci era vicino come se fosse uscito di sottoterra, pronto a qualunque ordine di Jim. Neanche la ragazza, credo, si addormentava mai finché non ci eravamo dati la buonanotte. Più di una volta, dalla finestra della mia camera, la vidi uscire con Jim piano piano, appoggiarsi alla rozza balaustra - due figure bianche strette l'una all'altra, lui col braccio cingendole la vita, lei col capo reclinato sulla spalla di lui. Mi giungeva il loro sussurro sommesso, penetrante, tenero, nota calma e triste nel silenzio della notte, come un monologo interno, su due voci. Più tardi, rigirandomi sul letto sotto la zanzariera, avrei giurato di sentire leggeri scricchiolii, un tenue respiro, uno schiarirsi cauto della gola, e voleva dire che Tamb'Itam era ancora lì, di ronda. Benché avesse (per la munificenza del Signore bianco) una casa di sua proprietà dentro la cinta, e avesse 'preso una moglie' e ricevuto recentemente la benedizione di un bambino, tuttavia sono convinto che, almeno durante il mio soggiorno, dormiva sulla veranda ogni notte. Era molto difficile far parlare quell'armigero arcigno e fedele. Neanche Jim riusciva a tirargli fuori più che risposte secche e a strappi, quasi in tono di protesta: come volesse dar da intendere che il parlare non era affar suo. Il discorso più lungo formulato di sua iniziativa glie lo sentii fare una mattina, quando, stendendo a un tratto la mano verso il cortile, indicò Cornelius e disse: 'Ecco qua il Nazzareno.' Non credo che parlasse con me, per quanto gli stessi a fianco; il suo discorso sembrava piuttosto diretto a risvegliare l'attenzione e lo sdegno dell'universo intero. Certi borbottamenti allusivi che seguirono, a proposito di cani e odor d'arrosto, mi parvero singolarmente appropriati. L'ampio quadrato del cortile era tutto una vampa torrida di sole, e, avvolto in quella luce intensa, Cornelius veniva avanti lento lento, bene in vista, e tuttavia con un'aria ineffabilmente furtiva, di oscuro e coperto segreto, sgattaiolando. Faceva pensare a quanto ci può essere di più stomachevole. Il suo passo lento, laborioso, ricordava il movimento dello scarafaggio schifoso: dava lo stesso ribrezzo vedergli muovere sole le gambe, e fermo tutto il resto del corpo. Camminava, senza dubbio, dritto per la sua direzione, eppure, con quella spalla in avanti, pareva andare obliquo. Lo si vedeva spesso aggirarsi lento tra le tettoie come fiutando una pista; passare davanti alla veranda dando una sbirciata furtiva all'insù; sparire adagio dietro l'angolo di una capanna. Che costui potesse circolare liberamente là dentro, accusava una assurda negligenza da parte di Jim, oppure un supremo disprezzo, perché Cornelius aveva avuto una parte assai dubbia (a dir poco) in un certo episodio che a Jim avrebbe potuto riuscire fatale. All'atto pratico quell'episodio era tornato a sua maggior gloria. Ma tutto riusciva ormai a sua gloria; ed era questa l'ironia della sua buona fortuna attuale: che per essere stato una volta troppo attaccato alla propria vita, ora la sua vita sembrava protetta da un sortilegio. Dovete sapere che aveva lasciato la casa di Doramin poco dopo il suo arrivo - un po' troppo presto, in realtà, per la sua sicurezza, e, naturalmente, molto prima della guerra. A questo lo aveva spinto il senso del dovere: doveva attendere agli affari di Stein, no? - mi disse. A tal fine, con assoluto disprezzo del pericolo, aveva attraversato il fiume andando a stare da Cornelius. Come avesse fatto costui a campare in tempi così agitati, io non lo so. Quale agente di Stein, dopo tutto, doveva aver usufruito in certo senso della protezione di Doramin; certo è che, in un modo o nell'altro, era riuscito a cavarsela attraverso a tutte quelle gravi complicazioni, e non dubito che la sua condotta, qualunque linea sia stato costretto a seguire, debba aver portato il segno di quell'abiezione che era come lo stampo di quell'uomo abietto di dentro e di fuori, come altri è d'aspetto riconoscibilmente generoso, distinto o venerando. A questo suo elemento costitutivo si informava ogni suo atto, passione o moto dell'animo; si arrabbiava abietto, sorrideva abietto, s'attristava abietto; parimenti abiette in lui cortesia e villania. Non c'è dubbio che l'amore, in lui, sarebbe stato il più abietto dei sentimenti: ma come immaginare l'amore in un insetto schifoso? Perché anche la sua schifezza era abietta, talché una persona non più che disgustosa sarebbe apparsa nobile al confronto. Costui non è figura né di sfondo né di primo piano in questa storia: lo si vede soltanto ai margini aggirarsi enigmatico e sporco, a corromperne l'ingenuità e la fragranza di giovinezza. La sua condizione, in ogni caso, non poteva essere che estremamente bassa; ma può darsi benissimo che lui ne traesse qualche vantaggio. Jim mi disse di esser stato accolto da principio con un'abietta ostentazione dei più amichevoli sentimenti. 'Sembrava che quell'individuo non riuscisse a contenere la propria gioia,' fece Jim con aria disgustata. 'Correva da me ogni mattina a stringermi tutt'e due le mani - il maledetto! - ma non sapevo mai se poi sarei andato a colazione. Se arrivavo a mangiare tre volte in due giorni mi consideravo fortunato; eppure mi faceva firmare un buono di dieci dollari alla settimana. Diceva d'esser sicuro che il signor Stein non intendeva che mi mantenesse per niente. Beh... mi manteneva quasi con niente. Ne incolpava lo stato di disordine del paese, e fingeva di strapparsi i capelli, chiedendomi perdono venti volte al giorno, tanto che dovetti alla fine supplicarlo di non angustiarsi così. Mi dava la nausea. Metà del tetto era crollato e tutta la casa aveva un aspetto squallido, con dei ciuffetti d'erba secca che spuntavano fuori qua e là, e penzolanti da ogni parete gli orli sfilaccicati delle stuoie. Fece del suo meglio per far risultare che il signor Stein gli doveva dei soldi sugli affari degli ultimi tre anni, ma i suoi libri mastri erano tutti strappati e qualcuno mancava addirittura. Cercò di accennare che la colpa era della buonanima di sua moglie. Mascalzone schifoso! Alla fine dovetti proibirgli perfino di nominarla, sua moglie, per non far piangere Gioiello. Non arrivai a scoprire dove era andata a finire tutta la merce; nel magazzino vuoto c'erano rimasti soltanto i topi che avevan trovato la cuccagna in mezzo a quella baraonda di carta color marrone e di sacchi vecchi. Da tutte le parti mi assicuravano che aveva un mucchio di quattrini sepolti chissà mai dove; ma naturalmente da lui non c'era da cavar fuori nulla. Passai in quella casa del diavolo i giorni più disgraziati della mia vita. Cercai di far il mio dovere verso Stein, ma avevo anche altro da pensare. Quando mi rifugiai in casa di Doramin, il vecchio Tunku Allang si spaventò e mi restituì la mia roba: tutto per vie oblique e con un'infinità di misteri, attraverso un Cinese che ha qui un negozietto; ma appena lasciai il quartiere dei Bugi per andar a stare da Cornelius si cominciò a dire apertamente che il Rajah aveva deciso di farmi ammazzare al più presto. Un bel fatto, no? E non vedevo che cosa avrebbe potuto impedirglielo, se veramente ne avesse avuto l'idea. Il peggio era che dovevo necessariamente riconoscere di non far niente di utile né per Stein né per me stesso. Oh! furono davvero un inferno quelle sei lunghe settimane...'". CAPITOLO 30. "Mi disse, seguitando, di non sapere che cosa lo avesse trattenuto lì - ma non ci vorrà molto a intuirlo. Provava una profonda pietà per quella ragazza inerme, alla mercé di quello 'straccio di mascalzone vigliacco.' Pare che Cornelius le facesse una vita d'inferno, anche se non arrivava a metterle, ma sol per mancanza di coraggio, le mani addosso. Pretendeva perfino che lo chiamasse babbo - 'e con rispetto anche - con rispetto,' urlava, agitandole davanti alla faccia un pugno giallo, rinsecchito. 'Sono un uomo rispettabile, io, e tu che cosa sei? Avanti! che cosa sei? Credi che io la intenda di tirar su la figlia d'un altro e non farmi rispettare? Ringrazia Iddio ch'io ti permetta di chiamarmi così! Avanti! - di': Sì, babbo... ah no?... Aspetta un po'!' E allora si metteva a ingiuriare la morta finché la ragazza non se ne scappava con le mani nei capelli. La rincorreva, precipitandosi dentro e fuori e intorno alla casa, e in mezzo alle tettoie; finché non la rincantucciava in qualche angolo, dove lei cadeva in ginocchio tappandosi le orecchie, e allora, da lontano, per delle mezze ore seguitava a scaricarle contro una sfilza di sudicie ingiurie. 'Tua madre era un demonio - un demonio di falsità. E anche tu sei un demonio!' urlava come sparata finale, raccogliendo un po' di terra secca o una manciata di fango (fango ce n'era quanto se ne voleva, intorno alla casa) e glie la buttava nei capelli. Qualche volta, però, lei gli teneva testa, accesa di rabbia, guardandolo fisso in silenzio, a faccia dura e contratta, lasciando cadere una parola ogni tanto, ma così tagliente che lo facevan saltare convulso. Scene spaventose, mi disse Jim. Cose davvero inaudite, lì in mezzo al deserto. Un tale stato di raffinata cattiveria, pensate un po' che tormento doveva essere pensare che non sarebbe finito mai. Il rispettabile Cornelius (Inci' Nelyus, lo chiamavano i Malesi, con una smorfia che voleva dir molte cose) era un uomo profondamente scontento. Non so che cose si fosse aspettato in conseguenza del suo matrimonio: ma, evidentemente, il privilegio di poter rubare a man salva, e incamerare per molti anni e come meglio gli talentava le merci della Società Commerciale di Stein (Stein soleva reintegrargli puntualmente il deposito tutte le volte che poteva mandare i suoi capitani a portargli la roba) non gli pareva sufficiente compenso al sacrificio del suo rispettabile nome. Jim avrebbe toccato il cielo con le dita a poter dare un tal sacco di legnate a Cornelius da ridurlo a un filo dalla morte; ma d'altra parte quelle scene erano così penose, così ributtanti, che il suo impulso era piuttosto di allontanarsi, dove non si sentissero più quelle voci, in modo da risparmiare la sensibilità della ragazza. Quelle scenate la lasciavano tutta agitata e taciturna a dilaniarsi il petto, e col viso impietrito dalla disperazione. Allora Jim, così senza parere, le si avvicinava con aria sgomenta: 'Su... andiamo... davvero... a che serve... provi a mangiare qualcosa,' o qualche altra parola di simpatia. Cornelius sgusciava da una porta all'altra attraversando la veranda per poi tornare sui propri passi, muto come un pesce, e sogguardando malevolo, sospettoso, di sottecchi: 'Glie la faccio finire io...' le disse Jim una volta. 'Mi dica una sola parola.' E sapete che rispose lei? Disse - Jim me lo riferì con aria solenne - che se non fosse stata sicura che Cornelius era tanto infelice anche lui, avrebbe trovato il coraggio di ammazzarlo con le proprie mani. 'Pensi un po'! Quella povera diavola di ragazza, quasi una bambina, trascinata a parlare in questo modo!', esclamò con orrore. Sembrava impossibile salvarla, non dalle grinfie di quel brutto furfante, ma anche da se stessa! Non che gli facesse soltanto compassione, mi assicurò; era più che pietà; era come se avesse un peso sulla coscienza finché fosse durata quella vita. Abbandonare la casa sarebbe parsa una vile diserzione. Aveva capito alla fine che non c'era nulla da aspettarsi da una più lunga permanenza: né rendiconti, né denaro, né verità di nessun genere; eppure restava, esasperando Cornelius fino all'orlo non dico della pazzia, ma quasi del coraggio. Intanto sentiva ogni sorta di pericoli accumularglisi oscuramente intorno. Doramin gli aveva mandato due volte un suo uomo di fiducia a dirgli che davvero non avrebbe potuto far niente per la sua sicurezza se non ripassava il fiume per tornare tra i Bugi, come prima. Gente di ogni condizione veniva a trovarlo, spesso nel cuore della notte, per rivelargli complotti di gente che voleva assassinarlo. Lo volevano avvelenare. Lo volevano pugnalare, nello stabilimento dei bagni. Si stavano prendendo accordi per fargli sparare addosso da una barca sul fiume. Ognuno di questi informatori si professava suo grande amico. Ce n'era abbastanza - mi disse - per togliere la pace per sempre a un disgraziato. Una cosa del genere era estremamente plausibile - anzi probabilissima - e quegli avvertimenti, anche se bugiardi, gli davano la sensazione di complotti di morte che gli si andavano tramando intorno da tutte le parti, nel buio. Nulla di più indovinato per scuotere i più solidi nervi. Finalmente, una notte, Cornelius in persona, con grande sfoggio di orgasmo e di mistero, gli rivelo con voce untuosa e solenne un progettino, come qualmente per cento dollari - o anche per ottanta: diciamo ottanta - lui, Cornelius, avrebbe procurato un uomo di fiducia per portare di soppiatto Jim, sano e salvo, fino alla foce del fiume. Non c'era altro da fare, ormai - se Jim faceva il minimo conto della sua vita. Che sono ottanta dollari? Un'inezia. Una somma insignificante. E intanto lui, Cornelius, sarebbe rimasto lì, a sfidare senz'altro la morte pur di dare questa prova di attaccamento al giovane amico del signor Stein. Era difficile - mi disse Jim - di reggere alla vista delle sue abiette smancerie; si tirava i capelli, si batteva il petto, si dondolava con le mani compresse sul ventre, e finse perfino di spargere una lagrima. 'Il tuo sangue ricada sul tuo capo!' squittì finalmente, e scappò via. Sarebbe interessante sapere fino a che punto Cornelius era sincero in questa commedia. Jim mi confessò di non aver chiuso occhio dopo che quell'individuo se ne fu andato. Rimase supino sopra la stuoia sottile sul piancito di bambù, a contare le travi nude del soffitto, e ad ascoltare il fruscìo nelle sconnessure della paglia di copertura. Una stella brillò a un tratto attraverso un buco del tetto. Il cervello gli turbinava; eppure proprio in quella notte maturò il suo piano per dare addosso allo sceriffo Alì. Era stato il suo pensiero fisso nei rari momenti liberi dalle vane indagini intorno agli affari di Stein, ma la soluzione - dice gli balenò in mente allora tutto a un tratto. Vide, per così dire, i cannoni piazzati sulla vetta della collina. Rimase lì disteso, ma tutto accalorato ed eccitato: di dormire, neanche a dirlo, non se ne parlava più. Balzò in piedi, e scalzo se ne uscì in veranda senza far rumore. S'imbatté nella ragazza, ferma contro il muro, come di vedetta. Nello stato in cui si trovava, non si sorprese di trovarla alzata, e nemmeno che gli domandasse in ansia, sottovoce, dove poteva essere Cornelius. Rispose semplicemente che non lo sapeva. L'altra ebbe un gemito sommesso, frugando con gli occhi nel campong. Tutto era tranquillissimo. Jim, ossessionato e invasato dalla sua idea, non poté astenersi dal comunicarla subito alla ragazza. Questa ascoltò, batté le mani senza far rumore, espresse la propria ammirazione a voce bassa, ma senza cessare di tenersi visibilmente all'erta. Pare che Jim ne avesse fatto la sua confidente fin dal primo giorno: - che lei, dal canto suo, fosse al caso di fornirgli, e gli fornisse in realtà, utili ragguagli sulle cose di Patusan non c'è dubbio. Jim mi assicurò più di una volta di non aver mai avuto da dolersi dei suoi consigli. Comunque, era lì lì per accingersi a spiegarle dettagliatamente il suo piano, quando la ragazza gli diede una stretta al braccio, e svanì dal suo fianco. Allora apparve Cornelius, chissà da dove, il quale, scorgendo Jim, fece uno scarto di lato, come se gli avessero sparato addosso, e si tenne poi fermo immobile nel buio. Alla fine avanzò guardingo, come un gatto sospettoso. 'Sono venuti dei pescatori - con del pesce,' disse con voce incerta. 'A vendere il pesce - capisci'... Dovevano essere le due del mattino: proprio l'ora più adatta per portare il pesce in giro nelle case! Jim lasciò passare la frase senza farci mente locale: neanche per un attimo. Altri pensieri gli occupavano il cervello, e poi non aveva visto niente. Si accontentò di lasciar cadere un 'Oh!' distratto; bevve un sorso d'acqua da una brocca che era lì, e lasciando Cornelius in preda a un'emozione inesplicabile (che gli fece afferrare a due braccia la ringhiera tutta tarlata dalla veranda come se gli cedessero le gambe) rientrò e si distese sulla sua stuoia a riflettere. Dopo un po' udì dei passi furtivi: poi più. Una voce in tremito sussurrò attraverso la parete: 'Dormi?' 'No! Che c'è?' rispose Jim allegramente; poi un movimento brusco di fuori, e poi silenzio, come se chi aveva mormorato quelle parole avesse preso spavento. Estremamente seccato, Jim uscì fuori d'impeto, e Cornelius, con un grido soffocato, fuggì per tutta la veranda fino ai gradini d'accesso, dove restò attaccato alla balaustra rotta. Molto sorpreso, Jim gli domandò da lontano che diavolo gli era preso. 'Hai riflettuto a quello che ti ho detto?' domandò Cornelius, spiccicando le parole a fatica, come in preda a un attacco di febbre fredda. 'No!' gridò Jim, fuori di sé. 'Non ci ho riflettuto, e non ci rifletterò mai. Voglio vivere qui, a Patusan.' 'Tu ci m-m-morrai, qui,' ribatté Cornelius, sempre scosso forte dal tremito, con una voce da moribondo. Tutta questa scena era così assurda e irritante che Jim non sapeva bene se divertirsi o arrabbiarsi. 'Non prima di vederti messo a posto a dovere, ci puoi contare,' gridò a sua volta, esasperato, e sul punto di ridere. Mezzo sul serio (eccitato com'era dai propri pensieri, capite) continuò a urlare: 'Nulla mi può far nulla, a me! Quand'anche tu buttassi all'aria il mondo ". In certo modo, quel Cornelius in ombra laggiù in fondo sembrava l'odiosa incarnazione di tutte le noie e le difficoltà che aveva incontrato sul suo cammino. Si lasciò andare - aveva i nervi tesi da parecchi giorni - e lo investì coi più lusinghieri epiteti: imbroglione, bugiardo, brutto mascalzone; insomma, fece un baccano d'inferno. Ammise poi di aver passato tutti i limiti della creanza - ché era proprio fuori di sé - sfidando Patusan intera a costringerlo a scappar per paura, e dichiarando che ce l'aveva lui la musica da farli ballar tutti; e così via, in tono minaccioso e fanfarone. Un comportamento assolutamente ridicolo e burbanzoso, mi disse. Sentiva le orecchie bruciargli solo a ripensarci. Doveva aver perso la tramontana, in certo modo... La ragazza, seduta con noi, mi fece un rapido gesto d'assenso con la sua testina, aggrottando un poco le sopracciglia, e disse: 'Io ho sentito tutto,' con solennità infantile. Jim rise e arrossì. Ciò che lo fece smettere, disse, fu il silenzio, il profondo silenzio, come di morte, della figura indistinta che stava laggiù in fondo, e sembrava pendere, tutta svuotata, piegata in due, sulla balaustra, in una macabra immobilità. Tornato in sé, tacque subito e si meravigliò molto di se stesso. Osservò l'altro per un po'. Non un gesto, non un suono. 'Proprio come se colui fosse morto mentre facevo tutto quel putiferio,' disse. Si vergognava tanto che rientrò in fretta, senza aggiungere verbo, e si gettò di nuovo sulla stuoia. La sparata sembra gli avesse fatto bene, però, perché dormì per tutto il resto della notte come un bambino. Erano settimane che non dormiva così. 'Ma io non dormii ,' disse la ragazza col gomito sulla tavola, e la guancia sulla mano. 'Io montai la guardia.' Girò un poco lo sguardo e mi fissò coi suoi grandi occhi scintillanti". CAPITOLO 31. "Potete immaginare con quanto interesse tenni dietro a questo discorso. Il significato di questi particolari si rivelò ventiquattr'ore dopo. La mattina, Cornelius non fece alcuna allusione agli avvenimenti della notte. 'Immagino che tornerai nella mia povera casa,' borbottò con aria arcigna, obliquando su Jim che si preparava a salire in canoa per recarsi al campong di Doramin. Il giovanotto si limitò ad annuire col capo, senza guardarlo. 'Ti ci diverti, tu, è chiaro,' borbottò l'altro in tono acido. Jim passò la giornata col vecchio nakhoda, a propugnare la necessità di un'azione vigorosa, davanti agli uomini più eminenti della comunità Bugi, che erano stati convocati a gran parlamento. Ricordava con piacere di essere stato molto eloquente e persuasivo. 'Son riuscito a rinforzare la loro spina dorsale, positivo,' mi disse. L'ultima spedizione dello sceriffo Alì aveva raggiunto la periferia della colonia, e alcune donne del borgo erano state portate dentro la sua palizzata. Il giorno prima gli emissari dello sceriffo s'erano fatti vedere sulla piazza del mercato a pavoneggiarsi altezzosi nei loro mantelli bianchi, a vantar l'amicizia del Rajah per il loro padrone. Uno si era fatto avanti, all'ombra di un albero, e, appoggiato alla lunga canna del fucile, aveva esortato il popolo alla preghiera e al pentimento, consigliando ad ammazzare tutti i forestieri che s'erano intrufolati nel paese, fra i quali, disse, certi infedeli - peggio! figli di Satana, camuffati da Mussulmani. Si raccontava che parecchi di parte del Rajah avessero gridato la loro approvazione. Il popolino era atterrito. Jim, soddisfattissìmo dell'opera svolta in quel giorno, ripassò il fiume prima del tramonto. Essendo riuscito a ottenere dai Bugi un impegno inderogabile per l'azione, ed avendo preso su di sé tutta la responsabilità del successo, si sentiva così felice, che nella sua leggerezza di cuore fece di tutto per mostrarsi cortese verso Cornelius. Ma questi, di rimando, gli rispose con una giovialità pazzesca, sicché a lui non bastò l'animo, mi disse Jim, di sopportare quel suo squittire e rider falso, quei suoi contorcircimenti e quell'ammiccare, e afferrarsi a un tratto il mento e restar lì, curvo sulla tavola con lo sguardo fisso dell'invasato. La ragazza non si fece vedere, e Jim si ritirò presto. Al momento in cui si alzò per congedarsi, Cornelius balzò su, rovesciò la sedia e scomparve come per raccattar qualcosa che aveva lasciato cadere. La sua buonanotte arrivò roca di sotto al tavolino. Jim stupì di vederlo riemergere a bocca aperta e con occhi vuoti, spalancati, di spavento. Si teneva afferrato al margine del tavolino. 'Che succede? Ti senti male?' domandò Jim. 'Sì, sì, sì. Un mal di pancia tremendo,' fece l'altro; e secondo Jim doveva essere proprio vero. In tal caso, data l'azione che andava premeditando, era il segno, seppure abietto, di una incompleta intossicazione di cinismo della quale converrà dargli atto. Comunque, turbò i sonni di Jim un sogno di cieli bronzei, tonanti con voce terribile: 'Svegliati! Svegliati!' così alto che, nonostante la sua disperata volontà di continuar a dormire, dovette pur svegliarsi. Lo colpì il bagliore di un incendio rosso, tutto scoppi, a mezz'aria. Spire di un fumo denso e nero avvolgevano la testa di un'apparizione, un essere sovrumano, tutto vestito di bianco, con un viso severo, teso e ansioso. Dopo un attimo di perplessità, riconobbe la ragazza. Teneva levata a braccio teso una torcia, alta sul capo, e ripeteva con insistenza monotona d'incitamento: 'Alzati! Alzati!' A un tratto Jim balzò in piedi, e subito lei gli mise in mano una rivoltella, la rivoltella di Jim, che stava appesa a un chiodo, e, stavolta, carica. La afferrò in silenzio, stupefatto, battendo gli occhi abbacinati. Si domandò che cosa ella potesse volere. La ragazza gli chiese presto in un soffio: 'Puoi affrontare quattro uomini con questa?' Jim rideva nel raccontarmi questo episodio, al pensiero della cortese prontezza della propria risposta: e pare che sul momento gli premesse molto di farla rilevare: 'Certamente... si capisce... certamente... agli ordini!' Non era ben sveglio, ma aveva la sensazione di condursi in modo gentilissimo, in così straordinaria contingenza, dimostrandosi di tanto incondizionata e immediata devozione. Ella uscì dalla stanza, e lui la seguì; passando per il corridoio disturbarono una vecchia megera che, quando le capitava, faceva un po' di cucina, ma era così decrepita da non riuscir quasi più a capire il linguaggio umano. Costei si alzò e li seguì arrancando e borbottando qualcosa tra le gengive. Sulla veranda un'amaca di tela di sacco, che era di Cornelius, a una gomitata di Jim oscillò un poco: era vuota. Il fondaco di Patusan, come tutti i depositi della Società Commerciale Stein, consisteva in origine di quattro edifici. Due erano ormai ridotti a un mucchio di stecchi, frammenti di bambù e paglia marcia, su cui si levavano quattro pilastri d'angolo, di legno duro, tristi e sbilenchi; si reggeva ancora in piedi il magazzino principale, di fronte alla casa del rappresentante. Era una capanna oblunga, di fango e argilla; a un'estremità aveva una larga porta di tavole robuste non ancora sgangherata, e in una delle pareti laterali un'apertura quadra, una specie di finestra, con tre sbarre di legno. Prima di scendere i pochi gradini d'accesso, la ragazza volse il capo e disse presto presto: 'Volevan saltarti addosso nel sonno.' Jim mi confessò di aver provato un senso di delusione. Sempre la solita storia. Non ne poteva più di attentati alla sua vita. Ne aveva fin sopra i capelli di falsi allarmi. Era stufo. Mi assicurò che si era arrabbiato contro la ragazza che l'aveva ingannato. L'aveva seguita perché persuaso che fosse lei ad aver bisogno di aiuto, e ora per il dispetto quasi quasi si sentiva una mezza voglia di voltare i tacchi e tornarsene a dormire. 'Lo sa?' mi disse a commento e con aria solenne. 'Credo proprio di non esser stato del tutto in me per intere settimane in quell'epoca.' 'Ma sì. Era perfettamente in sé ,' non potei trattenermi dal contraddirlo. La ragazza proseguì a passo svelto, e Jim la seguì nel cortile. Tutte le staccionate erano cadute da un pezzo; i bufali dei vicini ogni mattina entravano liberamente nel recinto aperto traendo dal profondo lunghi sbuffi senza scomporsi; era già la vera e propria invasione della giungla. Jim e la ragazza si fermarono nell'erba folta. La luce che li avvolgeva creava intorno una più densa oscurità; soltanto sopra al loro capo brillava uno scintillìo opulento di stelle. Mi disse che era una bella notte - fresca fresca con un fiato di brezza dal fiume. A Jim non sfuggì, pare, questa amorosa bellezza. Ricordatevi che è una storia d'amore quella che vi sto raccontando adesso. Una notte soave che sembrava alitare su di loro una leggera carezza. La fiamma della torcia ruscellava a volta a volta con un fruscìo come di bandiera, e per un certo tempo non si sentì altro. 'Sono nel magazzino in attesa,' mormorò la ragazza. 'Aspettano il segnale.' 'Da chi?' domandò Jim. L'altra scosse la torcia, che dopo aver spanto una pioggia di scintille fiammeggiò più alta. 'Ma tu dormivi tanto agitato!' riprese la fanciulla sottovoce. 'Io ho vegliato anche sul tuo sonno.' 'Tu!' esclamò il giovane, allungando il collo per guardarsi intorno. 'Credi che sia la prima notte che monto la guardia?' disse l'altra dopo una pausa di cupa indignazione. Jim dice che gli parve di ricevere un colpo in pieno petto. Rimase senza fiato. Pensò di essersi condotto come una brutta bestia, e si sentì pieno di rimorsi, commosso, felice, esultante. Questa, permettete che ve lo ricordi ancora, è una storia d'amore: lo si riconosce dalla sua imbecillità; non un'imbecillità odiosa, ma l'esaltata imbecillità di ogni suo episodio, come questa sosta a torcia accesa, quasi che fossero venuti lì proprio apposta per farsi le loro confessioni, a maggior edificazione degli assassini in agguato. Se gli emissari dello sceriffo Alì avessero posseduto - come osservò Jim - un briciolo di fegato, questo era per loro il momento di saltar fuori. Gli batteva il cuore - non di paura - ma perché gli era sembrato di sentir frusciare l'erba; e fece un subito scarto fuori dalla zona di luce. Un'ombra nera vista e non vista svanì di corsa. Jim chiamò con voce sonora: 'Cornelius! oh! Cornelius!' Seguì un profondo silenzio; parve che la sua voce non avesse avuto più di dieci passi di portata. Di nuovo la ragazza fu al suo fianco. 'Fuggi!' disse. La vecchia si avvicinava; la sua figura sbilenca entrò a balzelli paralitici sul margine della luce; la udirono borbottare, ed emettere un lieve sospiro doloroso. 'Fuggi!' ripeté la fanciulla, eccitata. 'Ora che sono spaventati... questa luce... le voci. Hanno capito che tu sei sveglio adesso - sanno che tu sei grande, forte, e hai coraggio...' 'Ma se io sono tutto questo,' cominciò a dire; ma la ragazza lo interruppe. 'Sì - stanotte! Ma domani notte? E dopodomani? E le notti appresso?... tante, tante notti? Posso star sempre di guardia, io?' Le tagliò il fiato un singhiozzo che lo commosse oltre ogni possibilità di parola. Mi disse di non essersi mai sentito così piccolo, così niente e anche il coraggio, a che serviva? pensò. Era così scosso che anche la fuga gli sembrò inutile; benché la ragazza, con insistenza febbrile seguitasse a mormorargli: 'Va' da Doramin, va' da Doramin.' Egli si rese conto che da quella solitudine in cui si centuplicavano tutti i pericoli, non gli restava altro scampo che in lei. 'Pensai oscuramente,' mi disse, 'che se la lasciavo era la fine di tutto.' Però siccome non potevano restare all'infinito fermi lì in mezzo al cortile, decise di andare a dar un'occhiata nel magazzino. Lasciò, senza neanche protestare, ch'ella lo seguisse, come fossero stati indissolubilmente uniti. 'Ho coraggio eh, io?' borbotto fra i denti. La ragazza lo afferrò per un braccio. 'Aspetta finché non sentirai la mia voce,' disse, e con la torcia in mano sparì leggera dietro l'angolo. Egli rimase solo nel buio, col viso verso la porta; non un suono, non un respiro di là dentro. Da chi sa dove alle sue spalle, la vecchia megera dette un lugubre lamento. Udì un richiamo acuto, quasi un grido della ragazza. 'Adesso! Spingi!' Diede una spinta violenta e la porta si spalancò con un cigolìo e un tonfo, e agli occhi stupefatti di Jim apparve un basso interno di prigione, rischiarato da una miseria di luce incerta. Un turbine di fumo andava a morire, calando, su una gerla vuota in mezzo al pavimento; nella corrente d'aria un mucchietto di cenci e di paglia parve volersi sollevare, ma fu appena smosso. La fanciulla aveva ficcato la fiaccola attraverso le sbarre della finestra. Jim vide il braccio rotondo di lei, steso e rigido, tener la fiaccola con la saldezza di un torciere di ferro. Non c'era che un cono di vecchie stuoie sdruscite in un angolo, alto fin quasi al soffitto, e nient'altro. Jim mi spiegò che ne era rimasto amaramente deluso. La sua resistenza era stata provata da tanti avvertimenti; per settimane e settimane era stato circondato da tante minacce di pericolo, che sentiva il bisogno d'affrontare finalmente un po' di realtà, concreta e tangibile. 'Avrebbe schiarito l'aria almeno per un paio d'ore, non so se rendo l'idea,' mi disse. 'Perdiana! Erano giorni e giorni che vivevo con una pietra sullo stomaco.' Finalmente aveva creduto di afferrare qualche cosa, e invece... niente! Né una traccia, né un segno: nessuno. Aveva sollevato l'arma mentre la porta si spalancava, ma aveva lasciato ricadere il braccio. 'Spara! Difenditi,' gridò la ragazza di fuori con accento disperato. Essa, lì, al buio, col braccio infilato fino alla spalla nello stretto passaggio, non poteva vedere quel che succedeva, e non osava ormai ritirare la torcia e rifare il giro. 'Non c'è nessuno!' urlò Jim furioso: ma la risata di dispetto e di esasperazione che stava per scoppiargli istintiva gli si strozzò in gola. Proprio nell'atto di voltarsi aveva avvertito di tra il mucchio delle stuoie uno sguardo che si incrociava col suo. Vide muoversi il bianco di quegli occhi: 'Vieni fuori!' gridò furibondo, ancora in dubbio: e una faccia abbronzata, una testa senza corpo, si delineò fra le immondizie: una testa stranamente spiccata dal busto, che lo fissava torvo. Poi, di colpo, tutto il mucchio si agitò, e con un sordo grugnito l'uomo si levò di balzo contro Jim. Di sulla sua schiena le stuoie parvero saltare e volar via: teneva alto il braccio destro col gomito piegato, mentre una lama opaca di kris gli spuntava dal pugno, un po' più su del capo. La fascia stretta intorno ai fianchi sembrava d'un bianco abbagliante contro la pelle di bronzo del suo corpo nudo, lucido come fosse bagnato. Jim notò tutto questo, mi disse, con un senso ineffabile di sollievo, una esultanza di vendetta. Trattenne il colpo, disse, di proposito. Lo trattenne per un attimo: il tempo che l'altro mise a far tre passi avanti - un tempo incalcolabile. Lo trattenne per il piacere di dire a se stesso: E' bell'e morto! Era assolutamente sicuro e certo. Lo lasciò avvicinare, che tanto era lo stesso. Tanto era bell'e morto. Notò le sue narici dilatate, gli occhi sbarrati, l'intensa avida immobilità del viso, e poi sparò. L'esplosione, in quello spazio ristretto, fu assordante. Jim indietreggiò di un passo. Vide l'uomo sollevar la testa di scatto, lanciar le braccia avanti, e lasciar cadere il kris. Dopo si accorse di averlo colpito alla bocca, un poco dal sotto in su, sicché la pallottola gli era uscita dalla nuca, in alto. Portato dall'impeto del suo slancio, l'uomo seguitò a venire in avanti, col viso a un tratto sfigurato, le mani aperte davanti a sé in atto di arrancare, come un cieco, e cadde picchiando orrendamente con la fronte a pochi centimetri dai piedi nudi di Jim. Mi disse poi che di tutto questo non si era perduto il minimo particolare. Si ritrovò calmo, pacificato, senza rancore, senza disagio, come se la morte di quell'uomo avesse riequilibrato ogni cosa. Il luogo si andava riempiendo del fumo fuligginoso della torcia, di cui la fiamma immobile ardeva unita e sanguigna. Avanzò risoluto, scavalcando il cadavere, e puntò la rivoltella contro un'altra figura nuda che si delineava appena all'estremità opposta della stanza. Mentre stava per far partire il colpo, l'uomo scagliò lontano da sé una lancia corta e pesante e si lasciò cadere sui calcagni con aria di sottomissione, la schiena contro la parete e le mani giunte fra le gambe. 'Vuoi salva la vita?' fece Jim. L'altro non fiatò. 'Quanti altri siete?' domandò ancora Jim. 'Altri due, Tuan,' rispose l'uomo con molta dolcezza, fissando con grandi occhi affascinati la bocca della rivoltella. Sùbito, due altri uomini uscirono carponi di sotto le stuoie, sollevando ben visibilmente le mani vuote". CAPITOLO 32. "Jim si mise in posizione di vantaggio e li spinse attraverso la porta in gruppo, come pecore: durante tutto questo tempo la piccola mano aveva tenuto verticale la torcia, stretta senza un tremito. I tre uomini gli ubbidirono zitti zitti procedendo come automi. Li fece mettere in riga. 'Datevi il braccio!' ordinò. Quelli eseguirono. 'Il primo che lascia il braccio o volta la testa è un uomo morto,' disse. 'Marsch!' Si mossero insieme, rigidi: seguiti da Jim; al suo fianco la ragazza in una veste bianca lunga fino a terra e coi capelli neri sciolti fino alla vita, portava la fiaccola. Eretta e snella sembrava scivolar via senza toccar terra; senz'altro rumore che il fruscìo di seta dell'erba alta che stormiva. 'Alt!' gridò Jim. Dalla proda ripida del fiume saliva una grande frescura; la luce cadeva sul filo dell'acqua liscia e buia che ribolliva senza increspature; a destra e a sinistra le sagome parallele delle case si stendevano seguendo la netta allineatura dei tetti. 'Portate i miei saluti allo sceriffo Alì - che poi vengo io,' fece Jim. Nessuna delle tre teste si mosse. 'In acqua!' tuonò. Tre tonfi come un tonfo solo, un grande schizzo d'acqua, e le tre teste nere, emerse e risommerse in movimenti convulsi, scomparvero; ma per un bel pezzo continuò un gran soffiare e sputacchiare, sempre più lontano, perché s'ingegnavano a nuotare sott'acqua, temendo molto una salva d'addio. Jim si volse alla ragazza, testimone attenta e silenziosa, e gli parve a un tratto che il cuore gli si fosse fatto troppo grande nel petto, e gli chiudesse la gola mozzandogli il respiro. Forse per questo si tenne in silenzio a lungo: e la ragazza, scambiato uno sguardo con lui, lanciò la torcia accesa nel fiume con un ampio gesto del braccio. La luce rossa della fiamma, fatto un lungo volo nel buio, sprofondò con uno stridore maligno, e la dolce calma luce delle stelle discese su loro incontrastata. Non mi riferì ciò che disse quando finalmente riprese voce. Non credo che possa essere stato molto eloquente. Il mondo era immobile, la notte alitava su di loro; una di quelle notti che sembrano create per aprirsi alla tenerezza; in quei momenti in cui le nostre anime, quasi disciolte dal loro buio involucro, ardono con una sensibilità squisita che rende certi silenzi più lucidi delle parole. Della ragazza, mi disse: 'Ebbe un momento di crisi. L'eccitazione... capisce. La reazione. Doveva essere stanca morta... e tutta questa specie di cose. E... accidenti... mi voleva bene, capisce.. Anch'io... non lo sapevo, naturalmente... non mi era mai passato per la testa...' Qui si alzò e cominciò a far su e giù piuttosto agitato. 'Io... io l'amo con tutta l'anima. Più che io non possa dire. Naturalmente queste cose non si possono mai dire. Si considerano le proprie azioni con altri occhi quando si viene a capire, quando vi fanno capire che la vostra vita è necessaria intende? assolutamente necessaria - a un'altra persona. Io sono costretto a capire questo. Meraviglioso. Ma cerchi un po' lei di farsi un concetto di quel che era stata la sua vita. Roba da matti! Spaventoso! No? E io che la trovo qui, così... come se, uscendo per far quattro passi ci s'imbattesse a un tratto in qualcuno che affoga in un sito deserto, di notte. Perbacco! Non c'è tempo da perdere. Beh, è anche una responsabilità... Ma credo di essere all'altezza.' Devo dirvi che la ragazza da un po' di tempo ci aveva lasciati soli. Si batté il petto. 'Sì! Mi rendo conto di questo, ma sono convinto di essere all'altezza di tutta la mia fortuna!' Aveva la virtù di trovare un particolare senso in tutto quello che gli accadeva. E la sua storia d'amore l'aveva presa per questo verso. Un punto di vista idillico, un poco solenne, e anche autentico, perché la sua convinzione aveva tutta la incrollabile serietà della giovinezza. Qualche tempo dopo, in un altro colloquio, mi disse: 'Sono qui da due anni appena, eppure, parola mia, non so concepire come si possa vivere altrove. Il solo pensiero del mondo fuorivia mi fa spavento; perché si capisce,' soggiunse, seguendo a occhi bassi i movimenti della propria scarpa molto seriamente impegnata a spiaccicare a regola d'arte un pezzetto di fango secco (passeggiavamo lungo la sponda del fiume) '... che non ho mica dimenticato la ragione che mi ha condotto qui. Non ancora!' Mi astenni dal guardarlo, ma direi di aver sentito un breve sospiro; facemmo qualche passo in silenzio. 'Sull'anima mia e in coscienza,' riprese, 'se si può dimenticare una cosa simile, allora credo di avere il diritto anch'io di sradicarmela dalla mente. Domandi a chi vuole, qui...' La sua voce mutò. 'Non è strano,' soggiunse in tono dolce, quasi supplichevole, 'che tutta questa gente, tutta questa gente che per me si butterebbe nel fuoco, non possa mai far tanto di capire? Mai! Se lei non credesse in me, io non potrei chiamarli a testimonianza. Sembra ingiusto. Sono stupido, vero? Che potrei desiderare di più? Se lei domanda a chiunque di loro chi è coraggioso - chi è fedele chi è giusto - chi è quello a cui affiderebbero la loro vita direbbero, Tuan Jim. Eppure non potranno mai sapere la verità, la verità vera...' Questo mi disse l'ultimo giorno che passai con lui. Mi guardai bene dall'insistere sul tema; sentii che avrebbe potuto seguitare a parlare ancora, ma non si sarebbe avvicinato di un'oncia alla radice della questione. Il sole, che con la sua luce concentrata riduce la terra a un briciolo di fango inquieto, era calato dietro la foresta, e la luce diffusa da un cielo opalino sembrava versare su un mondo senza ombre e senza lucentezza l'illusione di una calma e pensosa grandezza. Non so perché, ascoltando lui, mi sia accaduto di notare con tanta precisione il graduale oscurarsi del fiume dell'aria: il lavorìo lento e inoppugnabile della notte che si stende in silenzio su tutte le forme visibili, cancellando i contorni, seppellendo le parvenze sempre più a fondo, come per la caduta costante di un'impalpabile sostanza nera. 'Perdiana!' cominciò a un tratto, 'ci sono dei giorni che uno è davvero troppo assurdo; ma so che a lei posso dire tutto. Dico sempre di non pensarci più a quella maledetta faccenda... e sempre l'ho in fondo al cervello... Dimenticare!... Dio mi punisca se io so... Però mi riesce di pensarci con calma. Dopo tutto, che cosa provava? Nulla. Immagino che lei non la pensi così...' Feci un accenno di protesta. 'Non fa niente,' disse. 'Sono soddisfatto... quasi. Mi basta guardare in viso il primo che incontro qui per riacquistare la fiducia in me stesso. Non si può portarli a capire, questa gente, quel che succede in me. E con questo? Andiamo, che non me la sono cavata tanto male.' 'Non tanto male,' feci. 'Eppure, tutto sommato, lei a bordo della sua nave non mi ci vorrebbe: no?' 'Vada al diavolo!' esclamai. 'La smetta...'. 'Aha! Lo vede?' ribatté, con aria, per così dire, di placido trionfo. 'Soltanto,' soggiunse, 'provi a dirlo a chi vuole, quaggiù: la prenderanno per matto, bugiardo o peggio. E io resisto qui. Ho pur fatto qualche cosa per loro, ma questo è quanto hanno fatto loro per me.' 'Mio caro ragazzo,' esclamai, 'per loro lei sarà sempre un mistero insolubile.' E qui restammo un po' in silenzio. 'Un mistero,' ripeté, prima di alzare gli occhi. 'E allora resto qui per sempre.' Dopo il tramonto del sole, il buio sembrò venirci addosso, portato da ogni alito di brezza. Nel mezzo di un sentiero costeggiato da siepi vidi la figura di Tamb'Itam immobile, allampanato, vigile, che pareva reggersi su una gamba sola; e oltre una zona di penombra, scorsi una cosa bianca muoversi avanti e indietro, di là dai sostegni del tetto. Appena Jim con Tamb'Itam alle calcagna se ne fu partito per la sua ronda serale io, rimasto solo, mi avviavo verso casa, quando, inaspettatamente, mi vidi tagliare la strada dalla ragazza che evidentemente aspettava quest'occasione. E' un po' difficile dirvi che cosa esattamente volesse estorcermi. Senza dubbio qualche cosa di semplice - la più semplice impossibilità del mondo; come, per esempio, l'esatta descrizione della forma di una nuvola. Un'assicurazione, una dichiarazione, una promessa, una spiegazione - non so come chiamarla; una cosa senza nome. Faceva buio sotto l'ala del tetto, e non potevo veder altro che le mobili linee della sua veste, il pallido ovale della sua faccia piccolina, il lampo bianco dei suoi denti, e, rivolte a me, le grandi orbite scure dei suoi occhi, dove sembrava annidarsi una leggera agitazione, quale possiamo immaginar di scorgere spingendo lo sguardo in un pozzo di smisurata profondità. Che c'è laggiù che si muove? Ci si domanda. E' un mostro cieco, o soltanto una luce perduta dell'universo? Mi venne in mente - non ridete - che a parte tutte le differenze, era più indecifrabile lei nella sua ignoranza infantile, che la sfinge coi suoi enigmi infantili proposti al passeggero. Era stata portata a Patusan prima di aprire gli occhi. Era cresciuta lì; senza vedere mai nulla, sapere nulla, farsi un concetto di nulla. Mi domando se aveva neanche l'idea che esistesse qualche altra cosa. Non riesco a figurarmi quali immagini si fosse fatta del mondo lontano: tutto quel che conosceva dei suoi abitanti era una donna tradita e un pagliaccio sinistro. Anche il suo innamorato veniva da quel mondo, con un dono di seduzioni invincibili; ma che sarebbe stato di lei, se fosse tornato in quelle regioni inconoscibili che sembravano reclamare sempre a sé i propri figli? Sua madre l'aveva avvertita di questo, piangendo, prima di morire... Mi aveva afferrato forte per un braccio, e appena mi ero fermato aveva subito ritirata la mano. Era audace e ritrosa. Non aveva paura di nulla, ma era trattenuta da una profonda titubanza e da un estremo disagio - una creatura coraggiosa brancolante nel buio. Io appartenevo a quell'Inconoscibile che avrebbe potuto reclamare Jim, da un momento all'altro, per sé. Ero, per così dire, nei segreti della sua natura e delle sue intenzioni... partecipe di un mistero pieno di minaccia... forse, armato del suo stesso potere! Doveva pensare - credo - che io con una parola avrei potuto strapparglielo proprio di fra le braccia, il suo Jim. Sono alla lettera persuaso che, durante le mie lunghe conversazioni con lui, la poveretta doveva aver passato agonie d'apprensione; e un'angoscia così autentica e intollerabile da portarla fino a preparare la mia morte se avesse avuto una ferocia naturale pari allo sconvolgimento della sua fantasia. E' soltanto una mia impressione; di più non posso offrirvi; tutto questo mi si rivelò per gradi, e via via che la cosa mi si faceva più chiara ero preso di crescente stupore incredulo. Mi obbligò a crederle, ma non c'è parola che sulle mie labbra possa dare l'effetto di quel suo mormorìo serrato e veemente, di quei toni caldi, appassionati, di quelle improvvise pause affannate e del gesto d'implorazione di quelle braccia bianche sollevate d'impeto. Le braccia le ricaddero, la figura evanescente oscillò come un albero sottile al vento, il pallido ovale del viso le si abbassò triste; era impossibile distinguerne i tratti, o sondarne l'ombra degli occhi; due ampie maniche si levarono nel buio come l'aprirsi di due ali, ed ella restò così, in silenzio, col capo tra le mani ". CAPITOLO 33. "Ero infinitamente commosso; la sua giovinezza, la sua ingenuità, la sua graziosa bellezza che aveva il semplice fascino e il vigore delicato di un fiore selvatico, il suo accorato supplicare, quella sua vita indifesa, suscitavano in me una tenerezza profonda quanto la sua paura assurda e naturale. Aveva paura dell'ignoto come noi tutti, ma la sua ingenuità le figurava l'ignoto di vastità infinita. L'Inconoscibile, per lei, era costituito da me, personalmente e in rappresentanza di tutti voi, di tutti quelli ai quali in realtà non importava niente di Jim e che non avevano alcun bisogno di lui. Sarei stato più che pronto a garantire i'indifferenza di questo mondo affollatissimo, se non mi avesse trattenuto il pensiero che anche Jim apparteneva a quel misterioso ignoto creato dai timori di lei, e che, per quante garanzie potessi dare, non potevo garantire per lui. Questo mi tenne incerto. Un suo sospiro di desolata tristezza mi dissigillò le labbra. Cominciai col ribadire che per lo meno io ero lungi da ogni intenzione di portar via Jim. 'E allora perché ero venuto?' - disse la ragazza; e subito riprese la sua immobilità come una statua di marmo nel buio. Cercai di spiegare in poche parole: motivi di amicizia, affari; se una cosa desideravo era, se mai, che Jim rimanesse... 'Sempre ci lasciano,' mormorò. Questo soffio di triste saggezza venuto da una tomba che la sua pietà inghirlandava di fiori sembrò trasvolare come un sospiro leggero... Nulla, risposi, avrebbe potuto separare Jim da lei. E ne sono fermamente convinto oggi come ne ero fermamente convinto allora; era l'unica conclusione possibile allo stato delle cose. Né concorsero a persuadermi le parole ch'ella mi sussurrò come parlando tra sé: 'Me lo ha giurato.' 'Perché, lei glie lo ha chiesto?' domandai. Mi si avvicinò di un passo. 'No. Mai.' Gli aveva chiesto soltanto di andarsene: quella notte sulla riva del fiume dopo che Jim ebbe ucciso quel sicario - dopo che lei aveva gettato la torcia nell'acqua perché lui la guardava in quel modo. C'era troppa luce, e il pericolo era passato... per un poco... per un poco. Jim disse che non l'avrebbe lasciata alle mani di Cornelius. Lei aveva insistito. Voleva che la lasciasse. Lui replicò che non poteva... che era impossibile: e tremava dicendo così. Lo aveva sentito tremare... Non occorre molta fantasia per immaginarsi la scena, fin quasi a udirne il sussurro. Aveva anche paura per lui. Credo che allora non vedesse in lui che la vittima designata, e credesse di accorgersi dei pericoli meglio di lui. Sebbene con la sola sua presenza Jim le avesse preso il cuore, le avesse riempito di sé tutti i pensieri, si fosse impadronito di tutto il suo affetto, tuttavia la ragazza sottovalutava le probabilità di riuscita di lui. E' evidente che in quell'epoca tutti erano portati a sottovalutare queste probabilità. A rigor di termini, non ne aveva. So che questo era anche il punto di vista di Cornelius. Me lo confessò lui per attenuare la gravità dell'azione sospetta che aveva svolto nel complotto dello sceriffo Alì per toglier di mezzo l'infedele. Perfino lo stesso sceriffo Alì, come ormai sembra certo, aveva un'opinione piuttosto modesta sull'uomo bianco. Jim doveva essere assassinato soprattutto per motivi di religione, credo. Come semplice atto di fede, altamente meritorio, ma, per altri rispetti, di scarsa importanza. Su quest'ultima parte, Cornelius era d'accordo. 'Eccellenza,' osservò, sempre abietto, l'unica volta che riuscì a parlarmi da solo a solo. 'Eccellenza, come facevo a indovinare? Chi era lui? Come poteva persuadere la gente ad accordargli fiducia? Cosa intendeva il signor Stein mandando un ragazzo come quello a far la voce grossa con un vecchio impiegato come me? Ero pronto a salvarlo per ottanta dollari. Ottanta dollari appena. Perché non se n'è andato quell'imbecille? Dovevo farmi pugnalare per i begli occhi di un estraneo?' Si rivoltolava, moralmente, nel fango davanti a me, col corpo piegato in due, in atto servile e agitando le mani intorno alle ginocchia, come se volesse abbracciarmi le gambe. 'Cosa sono ottanta dollari? Una somma insignificante da dare a un vecchio inerme, rovinato per sempre da quella defunta del diavolo.' Qui si mise a piangere. Ma sto anticipando i tempi. Quella notte non mi incontrai con Cornelius se non dopo aver terminato il colloquio con la ragazza. Era stato un tratto generoso da parte di lei esortare Jim a lasciarla; anzi a lasciare il paese. Sua prima preoccupazione era il pericolo che correva lui, sebbene cercasse anche, nel medesimo tempo, e magari inconsciamente, di salvare se stessa; ma pensate agli avvertimenti, alla lezione che aveva potuto trarre da ogni minuto di quella vita finita da poco e in cui si accentravano tutti i suoi ricordi. Gli cadde ai piedi - così mi disse lei - là vicino al fiume, nella luce discreta delle stelle che dava solo risalto a grandi masse d'ombre silenziose, spazi vuoti, indefiniti, e che col riflesso del loro debole tremolio sul largo corso d'acqua, creavano l'illusione d'una vastità marina. L'aveva rialzata da terra. L'aveva rialzata e lei non aveva più voluto lottare. No. Più. Braccia forti, voce dolce, spalla robusta su cui appoggiare la sua povera testolina solitaria: il bisogno... il bisogno infinito di tutto questo per il cuore dolente, lo spirito smarrito, gli stimoli della gioventù, la necessità del momento! Che volete farci? Si capisce- a meno di esser incapaci di capire qualsiasi cosa sotto il sole. E perciò le piacque di essere tirata su e tenuta stretta. 'Sa... perdiana! è una cosa seria... niente sciocchezze!' mi aveva sussurrato Jim in fretta sulla soglia di casa sua, serio e turbato. Non m'intendo molto di sciocchezze, ma certo non era una cosa a cuor leggero il loro idillio; si erano incontrati all'ombra del crollo di una vita, come un cavaliere antico e una donzella s'incontravano a scambiarsi i loro giuramenti tra le rovine popolate di fantasime. Per la loro vicenda bastava la luce delle stelle, una luce lieve e lontana che non riusciva a dar forma alle ombre, né a scoprire alla vista l'altra sponda del fiume. Anch'io guardai il fiume quella notte, e dallo stesso punto: scorreva silenzioso e più nero dello Stige: partii il giorno dopo, ma difficilmente dimenticherò a quale pericolo voleva sfuggire la ragazza quando supplicava Jim di andarsene finché era in tempo. Me lo disse lei, qual'era questo pericolo, allorché si fu calmata; e nel suo impeto tutto passionale era ormai lontana da un semplice eccitamento: con una voce che parve lieve, nel buio, come la sua figura bianca quasi evanescente, mi disse: 'Non volevo morire piangendo'. Credetti di non aver capito bene. 'Lei non voleva morire piangendo?' ripetei. 'Come mia madre,' soggiunse pronta. Il profilo della sua sagoma candida restò assolutamente immobile. 'Mia madre pianse amaro prima di morire,' spiegò. Una calma indicibile sembrava essere intorno a noi, salita quasi impercettibilmente, come di notte la insidiosa piena di un fiume, a cancellar i termini delle sensazioni familiari. Come se mi fosse mancato il piede nel bel mezzo di un guado, mi sentii addosso un terrore improvviso - il terrore di una profondità sconosciuta. La fanciulla continuò a raccontare che durante gli ultimi momenti di sua madre, trovandosi sola con lei, dovette allontanarsi dal giaciglio per mettersi con la schiena contro la porta e tenerla chiusa, ché Cornelius voleva venir dentro, e seguitava a picchiare con tutt'e due i pugni, interrompendosi solo per urlare con voce rauca: 'Aprimi! Aprimi! Aprimi!' In un angolo lontano, su poche stuoie, la moribonda, già senza parola, e incapace di sollevare un braccio, volgeva il capo di qua e di là, e con un debole gesto della mano sembrava ordinare: No! No! mentre la figlia non le toglieva gli occhi di dosso, puntando a tutta forza le spalle contro la porta. 'Le caddero due lagrime giù dagli occhi - e poi morì,' concluse la ragazza con un'imperturbabile monotonia, che più di tutto il resto - più dell'immobilità statuaria della persona, più delle stesse parole - riusciva a turbar profondamente con la rievocazione di quella scena di orrore passivo, ineluttabile. Quella voce aveva il potere di strapparmi fuori dal mio concetto della vita, dal riparo che ognuno di noi si costruisce per infilarcisi dentro nei momenti di pericolo, come una tartaruga nel suo guscio. Per un istante ebbi davanti agli occhi la visione di un mondo in aspetto di vasto e desolato disordine, mentre in realtà, grazie ai nostri sforzi instancabili, esso rappresenta il più luminoso sistema di piccoli espedienti pratici che mente umana possa concepire. Ma fu un attimo; tornai subito nel mio guscio. BISOGNA tornarci - non è vero? - sebbene a me sembrasse anche di aver perduto tutte le mie parole nel caos di cupi pensieri che avevo contemplato per uno o due secondi di là dalla frontiera. Ma mi tornarono ben presto anche le parole, perché anch'esse appartengono al concetto di luce e d'ordine che è il nostro rifugio di protezione. Me le trovai a disposizione prima ancora di sentirla mormorare dolcemente: 'Mi ha giurato di non lasciarmi mai, quando eravamo lì, soli! Me lo ha giurato!...' 'Ed è possibile che lei... lei! non gli creda?' domandai, con tono di sincero rimprovero, ché veramente mi sentivo urtato. Perché non poteva credergli? A che scopo tutta quella smania d'inquietudine, quell'attaccarsi a tutte le paure, come se l'inquietudine e la paura fossero la salvaguardia del suo amore? Era mostruoso. Avrebbe dovuto farsi, di quell'onesto affetto, un rifugio di pace inespugnabile. Ma forse mancava dell'esperienza... o forse della capacità necessaria. Ci aveva sorpresi la notte; si era fatto buio presto intorno a noi, sicché la ragazza era insensibilmente svanita come la forma impalpabile di uno spirito inquieto e dispettoso. E a un tratto la sentii di nuovo mormorare calma: 'Altri uomini bianchi hanno fatto gli stessi giuramenti.' Era come il commento interiore a un pensiero pieno di tristezza e di terrore. E soggiunse, ancora più piano, se possibile: 'Anche mio padre.' S'interruppe per trarre un impercettibile sospiro. 'Anche il padre di mia madre...' Queste cose sapeva! Subito dissi: 'Ah! ma lui non è così!' Su questo punto sembrava non voler discutere; ma dopo un poco mi tornò all'orecchio il calmo strano mormorio che passava come in sogno nell'aria: 'In che è diverso? E' migliore, lui? E'...' 'Credo di sì,' interruppi. 'Sulla mia parola d'onore.' Abbassammo la voce, in tono di mistero. In mezzo alle capanne, tra gli operai di Jim (in gran parte schiavi liberati dalla palizzata dello sceriffo), qualcuno attaccò un canto acuto e strascicato. Oltre il fiume un grande fuoco (in casa di Doramin, credo) formava una palla di luce isolata nella notte. 'E' più leale?' mormorò lei. 'Sì,' risposi. 'Più leale di tutti gli altri uomini?', ripeté, scandendo la frase. 'Nessuno qui,' feci, 'si sognerebbe di dubitare della parola di lui... nessuno oserebbe... tranne lei.' Qui mi parve di vederle fare un gesto. 'Più coraggio,' proseguì con altra voce. 'Non sarà mai la paura, è sicuro, a farlo allontanare da lei,' replicai un po' inquieto. Il canto s'interruppe su una nota acuta, a cui seguirono varie voci in lontananza. Anche quella di Jim. Mi stupì il silenzio di lei. 'Che le ha detto? Le ha detto qualche cosa?' domandai. Nessuna risposta. 'Che le ha detto?' insistei. 'E come faccio a dirglielo? Che ne posso sapere, io? Che ne capisco?' esclamò alla fine. Colsi appena un movimento. Credo che stesse torcendosi le mani. 'C'è qualche cosa che lui non potrà mai dimenticare.' 'Tanto meglio per lei,' ribattei cupamente. 'Che cos'è? Che cos'è?' Dette una straordinaria forza di invocazione al tono supplichevole della sua voce. 'Dice che ha avuto paura. Come posso crederlo? Sono matta, io, da crederlo? Siete tutti pieni di ricordi di laggiù, voialtri. Ci tornate tutti, laggiù, a ritrovarli. Che cos'è? Me lo dica lei! Che è questa cosa? E' una cosa viva?... è una cosa morta? Una cosa che odio, perché è senza pietà. Ha forse una faccia e una voce... questa sciagura? La vedrà lui? la sentirà? Forse nel sonno, quando non può vedermi... e allora si alzerà e se n'andrà. Ah! non gli perdonerò mai. Mia madre aveva perdonato... ma io no, mai! Ci sarà un segno... un richiamo?...' Era un fatto straordinario. Dubitava perfino del sonno dell'amato... e credeva che io le potessi spiegare il perché! Così un povero mortale, sotto il fascino di un fantasma, potrebbe cercar di strappare a un altro spettro il tremendo segreto dell'attrazione dell'al di là su un'anima incorporea, vagante tra le passioni di questa terra. La terra stessa, su cui poggiavo, sembrava dissolversi sotto i miei piedi. Eppure, era così semplice: ma se gli spiriti evocati dalle nostre paure e dalla nostra inquietudine hanno mai dovuto garantire l'uno per l'altro la loro costanza di fronte a quei maghi derelitti che siamo noi, io in quel momento, io solo tra i rivestiti di carne, fui costretto a rabbrividire per il gelo disperato di un simile compito. Un segno, un richiamo! Si esprimeva in termini così efficaci, la sua ignoranza! Poche parole! Come le avesse imparate e come facesse a formularle, non riesco a immaginarmelo. Le donne traggono ispirazione dalla stretta di momenti che a noi appaiono soltanto spaventosi, assurdi, o futili. La semplice scoperta che aveva una voce bastava a far tremare il cuore. Se una pietra calpestata avesse gridato di dolore non sarebbe stata una cosa più grande né più pietosa. Quei pochi sussurri nel buio mi scopersero alla mente la tragedia delle loro due vite ottenebrate. Era impossibile farle capire. Mi irritai tra di me di essere un buono a nulla. E anche Jim... povero diavolo! Chi poteva aver bisogno di lui? ricordarlo? Aveva quel che voleva: ché ormai tutti si erano forse dimenticati della sua stessa esistenza. Avevano entrambi soggiogato i loro destini. Erano nella tragedia. Ella stava immobile al mio fianco evidentemente in attesa, e ora sarebbe stato mio compito parlare in favore di quel mio fratello richiamato dal regno delle ombre in oblio. Ero profondamente scosso per la mia responsabilità e per la sua pena. Avrei pagato qualunque cosa per riuscire a calmare la sua anima così fragile e che si dibatteva nella sua ineluttabile ignoranza, come un uccellino contro le sorde sbarre della gabbia. Niente di più facile che dire: Non temere! Niente di più difficile. Chi sa come si farà a uccidere la paura? Come si fa a colpire al cuore uno spettro con una fucilata, a tagliargli la testa di spettro con un fendente, ad afferrarlo per la sua gola di spettro? E' un'impresa a cui ci si butta nei sogni, e che si è ben contenti quando se ne esce fuori con i capelli madidi e tutte le membra in tremore. Quella pallottola non è ancora stata fusa, quella lama non ancora forgiata, e ancora non è nato quell'uomo; perfino le parole alate della verità cadono ai nostri piedi come pezzi di piombo. Occorre per uno scontro così disperato una freccia incantata e avvelenata, intinta in una menzogna tanto sottile come non ce n'è sulla terra. Un'impresa di sogno, signori miei! Cominciai il mio esorcismo con un peso al cuore, e anche una specie di rabbia sorda. Giungeva da oltre il cortile la voce di Jim, levatasi a un tratto severa, a rimproverare qualcuno che doveva avere commesso qualche sciocca mancanza. Nulla cominciai con parole sommesse, ma nette - non ci poteva esser nulla in quel mondo sconosciuto, che lei immaginava tanto impaziente di rubarle la sua felicità: nulla c'era né vivo né morto, non un viso, né una voce, né una forza capaci di strapparle dal fianco il suo Jim. Ripresi fiato, e lei mormorò dolcemente: 'Me l'ha detto.' '"Le ha detto la verità,' replicai. 'Nulla,' sospirò; e a un tratto mi si rivolse con voce quasi impercettibile. 'Perché è venuto tra noi da laggiù, lei? Jim parla troppo spesso di lei. Lei mi fa paura. Lei... ha bisogno di Jim?' Una specie di ferocia segreta si era infiltrata nel nostro mormorio concitato. 'Io, qui, non ci tornerò mai più,' dissi con amarezza. 'E non ho bisogno di Jim. Nessuno ha bisogno di lui.' 'Nessuno,' ripeté non convinta. 'Nessuno,' affermai, in preda a una strana emozione. 'Lei lo crede forte, saggio, coraggioso, grande... perché non crederlo anche sincero? Io partirò domani - e così, tutto finito; lei non sarà mai più turbata da nessuna voce di laggiù. Quel mondo che lei non conosce è troppo grande per accorgersi della mancanza di Jim. Capisce? Troppo grande. Lei ha nelle sue mani il cuore di Jim. Deve rendersi conto di questo. Deve saperlo.' 'Sì, lo so,' fece in un soffio, duro e fermo, come potrebbe essere quello di una statua. Sentii di non esser riuscito a niente. Ma a che cosa volevo riuscire? Oggi non lo so più bene. Ero allora animato da una inesplicabile ardenza, come davanti a un compito grande e necessario - era l'influsso del momento sul mio stato mentale ed emotivo. Nella vita di tutti noi ci sono momenti simili a tali influssi, per così dire, dal di fuori; irresistibili, incomprensibili - quasi creati da misteriose congiunzioni di pianeti. Quella ragazza possedeva, come avevo detto a lei, il cuore di Jim. Possedeva quello e tutto il resto - qualora fosse riuscita a crederci. Io le avevo detto semplicemente che nessuno al mondo avrebbe mai avuto bisogno del cuore, del cervello, della mano di lui. E' la condizione comune: eppure, detta d'un singolo, sembrava una cosa orrenda. Mi ascoltò senza aprir bocca; il suo silenzio era adesso come la reazione di una insuperabile incredulità. Che glie ne doveva importare, a lei, del mondo al di là di quelle foreste? - domandai. Dalla varia moltitudine che popolava la vastità di quel mondo ignoto, potevo affermarle che non sarebbe mai venuto, vita durante, né un richiamo né un segno per Jim. Mai. Ero lanciato: Mai! Mai! Ricordo con meraviglia la mia spietata insistenza. Avevo l'illusione di aver finalmente afferrato lo spettro per la gola. Veramente, la realtà di quel colloquio mi ha lasciato in tutti i suoi particolari lo stupore di un sogno. Che aveva da temere? Sapeva che egli era forte, sincero, savio, coraggioso: tutto questo era. Certo. Era di più. Era grande... invincibile... e il mondo non aveva bisogno di lui, lo aveva dimenticato, non lo riconoscerebbe nemmeno. M'interruppi; il silenzio su Patusan era profondo; e il lieve rumore di una pagaia contro il fianco di una canoa in un punto in mezzo al fiume sembrava riprenderlo all'infinito. 'Perché?' mormorò. Provai quella specie di rabbia che si prova durante una lotta accanita. Lo spettro tentava di scivolar via dalla mia stretta. 'Perché?' ripeté più forte; 'me lo dica!' E siccome indugiavo perplesso, batté un piede per terra come un bambino capriccioso. 'Perché? Parli.' 'Vuole saperlo?' domandai furibondo. 'Sì!' esclamò. 'Perché non vale abbastanza,' ribattei con brutalità. Nel breve silenzio che seguì vidi il fuoco sull'altra sponda crescere tutto a un tratto d'intensità, dilatando il suo cerchio di luce come un occhio per stupore, e subito contrarsi in una rossa punta di spillo. Mi accorsi di quanto la ragazza mi era vicina soltanto quando sentii la stretta delle sue dita sul mio avambraccio. Mise nella sua voce trattenuta un'infinità di rovente disprezzo, di amarezza e di disperazione. 'E' proprio quello che ha detto lui... Lei mente.' Le ultime due parole me le gridò nel suo dialetto indigeno. 'Mi ascolti!' supplicai; ebbe un tremito di singulto, e mi lasciò il braccio. 'Nessuno, nessuno vale abbastanza,' cominciai col più grande impeto. Udivo il suo faticoso ansimare rotto da singhiozzi e paurosamente concitato. Abbassai il capo. A che pro? Sentivo avvicinarsi dei passi; scivolai via senza aggiungere parola...". CAPITOLO 34. Marlow allungò le gambe, balzò in piedi, e barcollò un poco, come se avesse atterrato dopo un salto attraverso lo spazio. Appoggiò la schiena contro la balaustra, di fronte alla scomposta fila delle poltrone di vimini. Il suo movimento parve riscuotere dal loro torpore i corpi che vi stavano adagiati. Un paio si drizzarono a sedere, trasalendo; qua e là ardeva ancora qualche sigaro; Marlow li guardò a uno a uno con gli occhi di chi torna dall'infinita lontananza di un sogno. Uno si schiarì la gola; una voce calma parve incitare, ma senza interesse: "E poi?" "E poi niente", rispose Marlow, riscosso appena. 'Glie lo aveva detto,' ecco tutto. E lei non gli aveva creduto - e niente altro. Quanto a me, non so se è giusto, conveniente, da persona a modo, che io me ne rallegri o me ne rammarichi. Per parte mia, non saprei che ne pensassi allora - e in realtà non lo so neanche adesso, ed è probabile che non lo saprò mai. Ma quel povero diavolo che pensava? La verità deve trionfare - sapete? Magna est veritas et... Sì, quando ce la fa. C'è una legge senza dubbio - come c'è una legge che regola la sorte ai dadi. Non è la Giustizia, serva degli uomini, ma sono l'accidente, il caso, e la Fortuna - alleata del Tempo paziente - a reggere quella bilancia equilibrata e scrupolosa. Tutti e due le avevamo detto la stessa identica cosa. Ma avevamo detto tutti e due la verità?- o uno solo - o nessuno?..." Marlow s'interruppe, incrociò le braccia sul petto, e poi, con altro tono: "Lei disse che noi eravamo bugiardi. Poveretta. Beh... lasciamo la decisione al caso, che ha per alleato il Tempo, il quale non si può accelerare, e per nemica la Morte, che non si può ritardare. Avevo battuto in ritirata - un po' avvilito, lo confesso. Avevo tentato di lottare con la paura in persona - e ero stato messo a terra io, naturalmente. Ero riuscito soltanto ad aggiungere all'angoscia della ragazza il sospetto di qualche segreta combutta, di una cospirazione complicata e misteriosa per tenerla allo scuro per sempre. E tutto questo così, senza sforzo, naturalmente, ineluttabilmente, per opera di lui, di lei stessa! Era come se mi fosse stato rivelato il meccanismo dell'implacabile destino di cui siamo le vittime - e gli strumenti. Era spaventoso pensare a quella ragazza che avevo lasciato lì, nella sua immobilità; i passi di Jim avevano un suono di fatalità mentre, senza vedermi, si avvicinava con le sue pesanti scarpe allacciate. 'Come! Al buio?' disse a voce alta, sorpreso. 'Che state facendo al buio - voi due?' Subito dopo dovette scoprire lei. 'Ciao, ragazza!' esclamò allegramente. 'Ciao, ragazzo!' rispose l'altra di rimando, con mirabile forza d'animo. Era il loro saluto abituale, e quel tanto di spacconeria che lei metteva nella sua voce piuttosto acuta, ma dolce, faceva un effetto molto buffo, grazioso e infantile; e piaceva tanto a Jim. Questa fu l'ultima volta che li udii scambiarsi quel saluto familiare, e mi gelò il cuore. Era la solita voce acuta e dolce, la solita graziosa sforzatura, la solita spacconeria; ma tutto sembrò troppo presto spento, e il giocondo richiamo suonò piuttosto come un gemito. Era maledettamente triste. 'Che ne hai fatto di Marlow?' chiedeva Jim; e poi: 'E' sceso - sì? Strano che non l'ho veduto... E' lì, lei, Marlow?' Non risposi. Non volevo intervenire... non ancora per lo meno. Proprio non potevo. Mentre mi chiamava io badavo a svignarmela attraverso un cancelletto che metteva a un terreno aperto sboscato di fresco. No; non avevo ancora il coraggio di trovarmi faccia a faccia con loro. Camminavo a passo svelto, testa bassa, lungo una traccia di sentiero. Il terreno era in leggera salita, i pochi alberi grandi erano stati abbattuti, il sottobosco tagliato e l'erba bruciata. Jim aveva in progetto di tentare una piantagione di caffè. La grande collina, erta la doppia vetta, nera come il carbone contro il giallino della luna nascente, sembrava gettar la sua ombra sullo scasso preparato per l'esperimento. Jim intendeva farne tanti altri, di esperimenti; avevo ammirato la sua energia, il suo spirito d'iniziativa, la sua sagacia. Niente al mondo sembrava meno reale, adesso, dei suoi piani, della sua energia e del suo entusiasmo; alzando gli occhi, vidi uno spicchio di luna scintillare attraverso i cespugli dietro lo spacco della collina. Per un momento si sarebbe detto che quel disco liscio, cadendo in terra dal suo luogo nel cielo, si fosse sprofondato nel precipizio; la sua ascensione, un rimbalzo a rilento; si liberò da un intrico di ramoscelli; il ramo nudo e contorto di un albero le attraversò la facciona d'un taglio nero. Irradiava lo spazio a fasci paralleli come di fondo a una caverna, e in questa malinconica luce da eclissi i ceppi degli alberi tagliati mettevano macchie d'uno scuro intenso, e le loro ombre compatte mi raggiungevano da ogni lato: ai miei piedi la mia ombra mobile, e quella della tomba solitaria perpetuamente inghirlandata di fiori, che mi attraversava il sentiero. Nella luce attenuata della luna le corolle della ghirlanda assumevano forme non presenti alla memoria e colori non definibili all'occhio, come di fiori non raccolti da mani umane, cresciuti non sulla terra, e destinati soltanto ai morti. Il loro profumo acuto aleggiando nell'aria calda, la rendeva densa e greve come i fumi dell'incenso. Le pietre di corallo bianco spiccavano intorno alla zona d'ombra come un rosario di crani rinsecchiti; così profondo era il silenzio intorno, che quando mi fermai parvero spenti ogni suono e ogni movimento del mondo. Era una gran pace, come se la terra fosse stata tutta una tomba, e per un poco rimasi là, col pensiero fisso alle creature vive che, sepolte in luoghi remoti, fuori anche dalla conoscenza dell'umanità, sono condannate dal destino a condividerne le tragiche o grottesche miserie. E anche, chi sa? le sue lotte generose. Il cuore umano è tanto vasto da contenere tutto il mondo; tanto valente da sopportarne il peso; ma chi avrebbe, poi, il coraggio di liberarsene? Dovevo essermi lasciato prendere dall'umore sentimentale, forse; so soltanto che mi indugiai lì tanto quanto bastò a che quel senso di solitudine assoluta si impadronisse di me, e così a fondo da farmi credere che tutto ciò che dianzi avevo veduto e udito, compresa la stessa parlata umana, fosse trasmigrato fuori dalla nostra esistenza, affidato ancora solo per un poco alla mia memoria, come se fossi stato l'ultimo abitante della terra. Era una illusione strana e malinconica, sviluppatasi nel subcosciente come tutte le nostre illusioni, le quali mi sta in mente altro non siano se non visioni di una verità remota e irraggiungibile, appena intravista. Quello era senza dubbio uno dei luoghi persi, dimenticati, sconosciuti della terra; me l'ero studiato fin sotto la sua superficie oscura; era chiaro che domani, quando l'avessi lasciato per sempre, sarebbe scivolato fuori dell'esistenza, per vivere soltanto nella mia memoria finché non fossi finito in dimenticanza anch'io. Pure adesso mi produce quella sensazione: alla quale si deve forse se mi sono indotto a raccontarvi questa storia, a tentar di trasmettervi la sua, per così dire, autentica consistenza, la sua realtà - la verità sbocciata da una momentanea illusione. Venne ad interromperla Cornelius. Uscì fuori, come un verme, dall'erba alta che cresceva in un avvallamento del terreno. Doveva esser lì vicino quel marciume della sua casa, che io non avevo mai vista, non essendomi allontanato mai tanto in quei paraggi. Mi corse incontro sul sentiero; gli vedevo spiccare contro il terreno buio i piedi calzati di scarpe bianco sporco; si drizzò e cominciò ad adularmi piagnucolando sotto il suo copricapo a tubo di stufa. La sua piccola carcassa rinsecchita era tutta sepolta, ingoiata da un abito di panno nero. Era vestito da festa, da cerimonia, e questo mi ricordò che era domenica: la quarta che passavo a Patusan. Durante tutta la mia permanenza mi ero vagamente accorto del suo desiderio di confidarsi con me, appena fosse riuscito ad avermi tutto per lui. Mi ciondolava intorno con un'espressione avida e avvilita in tutta la sua faccetta acida e gialla; ma lo tratteneva sia la timidezza quanto la mia naturale riluttanza a trattare con un individuo così antipatico. Ci sarebbe arrivato, comunque, se fosse stato meno pronto a sgattaiolare non appena gli si mettevano gli occhi addosso. Sgattaiolava sotto lo sguardo severo di Jim, sotto il mio, che pur mi sforzavo di conservare indifferente; perfino sotto le occhiate dall'alto in basso, arcigne, di Tamb'Itam. Sgattaiolava via in continuazione; ogni volta che si vedeva guardato, muovendo obliquo, la testa inclinata sulla spalla, o con un ghigno di malfidanza, o con un aspetto desolato, pietoso, chiuso; ma sotto nessun atteggiamento riusciva a nascondere l'innata, irrimediabile abiezione del suo carattere, più di quanto un abito di sapiente confezione non riesca a dissimulare una mostruosa difformità del corpo. Non so se per lo scoraggiamento della completa sconfitta di meno di un'ora fa, nel mio scontro con lo spettro della paura, io mi lasciai accalappiare da lui senz'ombra di resistenza. Ero destinato a fare il ricettacolo delle confidenze, e a trovarmi alle prese con domande per le quali non c'è risposta. Era una seccatura; ma il disprezzo, la ripugnanza gratuita per l'aspetto di quell'individuo facilitava la cosa e aiutava a sopportarla. Non aveva importanza. Nulla aveva importanza, dacché m'ero persuaso che Jim, il solo che mi premesse, aveva finalmente dominato ii proprio destino. Mi aveva detto di essere soddisfatto... quasi. E' andar più oltre di quanto non osino i più di noi. Io - che ho il diritto di considerarmi abbastanza a posto - non oserei. E nessuno di voi, qui, non è vero?..." Marlow s'interruppe, quasi attendesse una risposta. Nessuno fiatò. "Benissimo", riprese. "Che non lo sappia anima viva. La verità può esserci estorta solamente da qualche piccola catastrofe tremenda e dolorosa. Ma lui è dei nostri, e ha potuto dire di essere soddisfatto - quasi. Pensate un po'! Quasi soddisfatto. C'era da invidiargli la sua catastrofe. Quasi soddisfatto. Dopo questo, niente conta più niente. Non conta chi avesse sospettato di lui, chi si fosse fidato di lui, chi gli volesse bene, chi gli volesse male... tanto più se a volergli male era Cornelius. Eppure, dopo tutto, anche questo era una specie di riconoscimento. Si può giudicare un uomo dai suoi nemici quanto dai suoi amici, e questo nemico di Jim era tale, che nessun uomo per bene si vergognerebbe di averlo contro, anche senza prenderlo troppo sul serio. Questo era il punto di vista di Jim, che condividevo; ma Jim lo disprezzava per considerazioni d'indole generale. 'Mio caro Marlow,' fece; 'sento che se io vado dritto, niente mi può toccare. Io vado dritto. Ora lei è stato qui abbastanza per essersi reso conto di come stanno le cose: e, francamente, non le pare che sono del tutto al sicuro? Non dipende che da me, e, perdiana! io ho un bel po' di fiducia in me stesso. Il peggio che potrebbe farmi costui è di uccidermi, direi. Ma non credo affatto che lo farebbe. Non gli basta l'animo, sa... nemmeno se il fucile glie lo dessi io, carico; e poi mi mettessi col viso al muro. Ecco: è fatto così... E anche se lo facesse... se ne avesse il coraggio? Beh... e allora? Non sono scappato qui per salvarmi la vita... non è vero? Sono venuto per mettermi le spalle al muro, e ci sto...' 'Finché sarà soddisfatto... del tutto,' interruppi. Stavamo seduti in quel momento sotto al carabottino di poppa della sua barca; venti pagaie balenavano come una sola, dieci per parte, battendo l'acqua con unico tonfo; dietro di noi Tamb'Itam affondava senza rumore il suo remo a destra o a sinistra, per mantenere la lunga canoa sul filo della corrente. Jim chinò il capo, e lì sembro spegnersi davvero la nostra ultima conversazione. Mi accompagnava fino alla foce del fiume. Lo schooner era partito il giorno prima, arrancando sul riflusso, e io avevo prolungato di una notte il mio soggiorno. Ora veniva ad accompagnarmi. Jim s'era preso un po' a male che io gli avessi anche soltanto nominato Cornelius. In fondo, non avevo poi detto gran che. Troppo insignificante, quello lì, per essere pericoloso, benché fosse pieno di odio da scoppiare. Mi dava di 'eccellenza' ogni due frasi, venendomi piagnucoloso a fianco a fianco in tutto il tratto dalla tomba della sua 'defunta moglie' fino al cancello del recinto di Jim. Giurava di essere il più infelice degli uomini, una vittima, schiacciata come un verme; e che io lo guardassi, supplicò. Io non ci pensai neanche e non voltai il capo; ma vedevo con la coda dell'occhio la sua ombra ossequiosa strisciare vicino alla mia, mentre la luna, sospesa sulla nostra destra, sembrava godersi lo spettacolo in santa pace. Cercò di spiegarmi - come vi ho detto - la parte che aveva avuto negli avvenimenti di quella notte memorabile. Si trattava di fare il doppio giuoco. Come poteva sapere chi avrebbe preso il sopravvento? 'Lo avrei salvato, eccellenza! Lo avrei salvato per ottanta dollari,' protestò in tono dulcoroso, tenendosi di un passo dietro a me. 'Si è salvato da sé,' ribattei; 'e le ha perdonato.' Udii una risatina, ed essendomi voltato di scatto lo credetti sul punto di darsela a gambe. 'Che ci ha da ridere?' domandai, fermandomi. 'Non ci creda, sa, eccellenza!' strillò, perdendo evidentemente il controllo sui propri sentimenti. 'Lui, salvarsi! Non sa nulla, eccellenza! - nulla di nulla. Chi è? Che ci fa qui? Che vuole quel... pezzo di ladrone? Che vuole qui? Dar la polvere negli occhi a tutti; anche a lei, eccellenza; ma a me no, sa: non ce la fa. E' un grande imbecille, eccellenza.' Risi con ripugnanza, e, girando sui tacchi, ripresi la strada. Si mise a trotterellare al mio fianco, mormorando con insistenza: 'Non vale più di un bambino, qui... di un bambinetto... un bambinetto.' Va da sé che non l'ascoltai nemmeno; e vedendo che il tempo stringeva, perché ci stavamo avvicinando alla palizzata di bambù che spiccava sul terreno scuro della radura, venne al punto. Cominciò con un abietto lacrimare. Le gran disgrazie gli avevano toccato il cervello. Sperava che avrei avuto la bontà di scordarmi tutto quel che mi diceva, indotto soltanto dai suoi guai. Non mica per niente; ma Sua Eccellenza non poteva immaginar che significhi esser rovinato, distrutto, calpestato. Dopo questo preambolo, si accostò all'argomento che lo toccava più da vicino; ma in modo così fumicoso, tortuoso e abietto, che stentai a capire dove volesse andare a parare. Voleva ch'io mi adoprassi in suo favore presso Jim. Pareva che ci fosse di mezzo una questione di danaro. Sentii a più riprese le parole 'Una modesta provvigione... un adeguato presente.' Pareva reclamasse un compenso di qualche cosa, e arrivò al punto di proclamare con un certo calore che non valeva la pena di vivere per vedersi derubato di tutto. Non fiatai naturalmente, ma neanche mi turai le orecchie. Il nocciolo della faccenda, che via via mi si chiarì, era questo: che si considerava in diritto di ricevere del danaro in cambio della ragazza. Se l'era tirata su. La figlia d'un altro. Gran pena e disturbo - un vecchio ormai adeguato presente. Se Sua Eccellenza volesse mettere una parolina... Mi fermai per guardarmelo un po' bene, ma lui, temendo che lo considerassi, suppongo, troppo esigente, si affrettò subito a fare una concessione: in cambio di un 'adeguato presente,' subito e per una volta tanto, si dichiarò pronto a riassumersi l'onere della ragazza 'senz'altro compenso, al momento del rimpatrio di quel signore.' La sua faccetta gialla, avvizzita come un limone strizzato, era tutta tesa di avara ingordigia. Piagnucolava carezzevole: 'E poi più niente da pensare... naturale tutela... una somma di danaro...' Io stavo lì, pieno di stupore. Evidentemente per questo genere di cose ci aveva una vocazione. Scoprii ad un tratto sotto al suo fare scivoloso una sorta di certezza, come se nella certezza avesse sguazzato per tutta la vita. Dovette credere che io stessi considerando spassionatamente la sua proposta, perché si fece dolce come il miele. 'Tutti i signori lasciano una provvigione al momento del rimpatrio,' cominciò con tono insinuante. Sbattei il cancelletto. 'Nel caso presente, signor Cornelius,' dissi, 'quel momento non verrà mai.' Gli ci volle qualche secondo per assorbire la notizia. 'Cosa?' strillò. 'E che,' ribattei, dall'altra parte del cancello, ' non l'ha sentito dire anche da lui, proprio dalla sua bocca? Non tornerà mai in patria.' 'Oh! questo è troppo!' gridò. Non mi chiamava più 'eccellenza.' Rimase un po' in silenzio, e poi, senza più ombra di umiltà, cominciò a voce bassa: 'Non tornerà mai... eh? Lui... lui... lui viene, sa il diavolo da dove viene... viene qui... sa il diavolo perché... per calpestarmi fino alla mia morte... ah... calpestarmi,' (batté piano i piedi per terra, uno dopo l'altro) 'calpestarmi così... sa il diavolo perché... fino alla mia morte...' La sua voce si spense del tutto; fu preso da un colpo di tossetta; si avvicinò alla staccionata per dirmi, in tono miserevole e confidenziale, che non si sarebbe lasciato mettere sotto i piedi. 'Pazienza... pazienza,' borbottò, battendosi il petto. Avevo smesso di farmi beffe di lui, ma fu lui a colpirmi con una improvvisa risata convulsa: 'Ah! ah! ah! La vedremo! La vedremo! Come? Rubare a me? Portarmi via tutto! Tutto! Tutto!' La testa gli ricadde su una spalla, le mani gli pendevano davanti intrecciate. Si poteva credere che quella ragazza gli fosse più cara del suo respiro e che gli si fosse spezzata anima e cuore per la più crudele delle spoliazioni. A un tratto rialzo la testa e sbottò in una invettiva oltraggiosa: 'Come sua madre - è come quella bugiarda di sua madre. Tale quale. Anche di faccia. Di faccia. Demonio!' Appoggiò la fronte alla staccionata, e in quella posizione sputò minacce e orribili bestemmie in portoghese con sorde interiezioni, miste a miserevoli gemiti e lamenti, emessi con certi scossoni di spalle che facevan pensare a un terribile insulto di vomito. Uno spettacolo inenarrabilmente basso e grottesco, e me ne allontanai in fretta. Cercò di gridarmi dietro qualcosa. Un insulto per Jim, credo... non troppo forte, però, perché eravamo vicini alla casa. Ben chiaro mi arrivò soltanto: 'Non più che un bambinetto... un bambinetto...'". CAPITOLO 35. "Ma la mattina dopo, alla prima curva del fiume che mi nascose le case di Patusan, tutto questo mi cadde in blocco dagli occhi, colore, disegno e senso, come un quadro fissato dalla fantasia sulla tela, e al quale, dopo averlo a lungo contemplato, si voltano le spalle per sempre. Rimane però nella memoria immobile, col suo colore, fermato nella sua vita in una luce immutabile. Ambizioni, paure, odio, speranze, mi sono presenti nel ricordo proprio come le vidi allora - intense e direi sospese per sempre nella loro espressione. Avevo voltato le spalle al quadro, e tornavo nel mondo degli avvenimenti mobili, degli uomini mutevoli, dove la luce vibra, la vita scorre in limpida corrente, non importa se sul fango o sui sassi. Non intendevo tuffarmici dentro, avrei avuto abbastanza da fare per tener fuori la testa. Quanto a quello che mi lasciavo alle spalle, non so immaginarmelo mutato in nessun modo. L'immenso e magnanimo Doramin e quella materna streghetta di sua moglie a contemplare insieme le campagne nutrendo in segreto le loro ambizioni per il figliolo; Tunku Allang, rinsecchito e sempre in gran perplessità: Dain Waris, intelligente e coraggioso, con la sua fede in Jim, il suo sguardo fermo e la sua cordialità ironica; la ragazza in una adorazione piena di orgasmo e di sospetto; Tamb'Itam, arcigno e fedele; Cornelius, con la fronte appoggiata alla staccionata sotto la luna - li sento immancabili. Come sotto una bacchetta magica. Ma la figura intorno alla quale si raggruppano tutti costoro - quella sola vive, ma non così precisa. Nessuna bacchetta magica può fermarla ai miei occhi. E' dei nostri. Jim, come vi ho detto, mi accompagnò nella prima tappa di ritorno verso il mondo al quale aveva rinunciato, e il nostro cammino pareva a volte condurci proprio nel cuore della foresta vergine. I tratti liberi del fiume scintillavano sotto al sole a picco; tra gli alti muri di vegetazione la caldura sonnecchiava sull'acqua e la barca, spinta vigorosamente, si tagliava la via attraverso un'aria che pareva essersi messa a riparo, densa e calda, nell'àmbito di smisurati alberi. L'ombra della separazione imminente aveva già posto uno spazio immenso fra noi e dovevamo fare uno sforzo per parlare, come se avessimo dovuto forzar le nostre voci troppo basse per vincere una distanza sempre più vasta e crescente. La barca volava addirittura; uno vicino all'altro, soffocavamo in quell'atmosfera stagnante e arroventata; l'odore di fango, di palude, l'odore primigenio della terra feconda sembrava pungerci la faccia; finché a un tratto, a una curva, fu come se una grande mano da una perduta lontananza avesse sollevato una tenda pesante. La luce stessa ne sembrò ravvivata, si allargò il cielo sulle nostre teste, un mormorio remoto ci giunse alle orecchie, ci avviluppò una frescura che ci riempì i polmoni, ci accelerò sangue, pensieri e nostalgie - e, dritto di fronte a noi, le foreste si appiattirono contro l'orlo azzurro cupo del mare. Tirai un profondo respiro, risollevato dalla vastità dell'orizzonte aperto, nella mutata atmosfera che sembrò vibrare di un travaglio di vita, dell'energia di un mondo impeccabile. Mi si apriva questo cielo e questo mare. Aveva ragione la ragazza: veniva di là un segno, un richiamo - qualche cosa a cui rispondevo con ogni mia fibra. Lasciai spaziare i miei occhi, come chi, liberato da una catena, si sgranchisce le membra, corre, salta, si abbandona all'ebbrezza istintiva della libertà. 'Splendido!' esclamai; poi guardai il peccatore che mi stava a fianco. Sedeva con la testa affondata sul petto, e disse 'Sì,' senza alzar gli occhi, quasi temesse di vedere scritto in grande, sul cielo limpido oltre la foce, il rimprovero della sua coscienza romantica. Ricordo i minimi particolari di quel pomeriggio. Approdammo su un piccolo tratto di spiaggia bianca, chiusa da una bassa scogliera boscosa in vetta, rivestita di rampicanti proprio fino alla base. Sotto a noi, la piana del mare, di un inteso e sereno azzurro, sembrava salire quasi insensibilmente fino al filo dell'orizzonte, teso all'altezza dei nostri occhi. Grandi ondate scintillanti scorrevano leggere sulla solcata superficie carica, rapide come piume incalzate dalla brezza. Si stendeva, di fronte all'estuario aperto, una catena di isole, rotte e massiccie, orlate da una zona d'acqua vitrea che ne disegnava puntualmente i contorni. Alto nella luce falba del sole, un uccello solitario, tutto nero, si teneva sospeso nel cielo, calando e risollevandosi sempre allo stesso punto con un lieve palpito d'ali. Un gruppo di capanne di stuoia, squallide e sporche di nerofumo, si levava sulla propria immagine rovesciata, sopra una quantità di alti pali contorti color d'ebano. Se ne staccò una minuscola canoa nera, con due minuscoli uomini, tutti neri, che facevano sforzi sovrumani a dar di remo nell'acqua pallida; e la canoa sembrava slittare a fatica su uno specchio. Quel gruppo di squallide capanne formava quel villaggio di pescatori che godeva la particolare protezione del Signore bianco, e i due uomini che arrancavano erano il vecchio capo e suo genero. Approdarono, e ci vennero incontro sulla rena bianca, magri, color marrone carico, come pesci affumicati, con macchie cinerine sul nudo delle spalle e del petto. Portavano legati intorno alla testa fazzoletti sudici, ma attorti con cura, e il vecchio cominciò subito a esporre una sua lagnanza, volubile, tendendo il suo braccio magro, sbirciando Jim dal basso con i suoi vecchi occhi cisposi e fiduciosi. La gente del Rajah non li lasciava in pace; c'era stata una storia per una certa quantità di uova di tartaruga che i suoi avevano raccolto su quelle isolette - e appoggiandosi a braccio teso sulla pagaia, indicò il mare con una mano magra color marrone. Jim ascoltò un poco senza alzare gli occhi, e alla fine, con dolcezza, gli disse di aspettare. Gli avrebbe dato retta più tardi. I due si ritirarono obbedienti un po' distanti, seduti sui talloni e con le pagaie posate davanti a loro sulla rena: lo seintillìo argenteo dei loro occhi seguiva pazientemente i nostri movimenti; e l'immensa apertura di mare, l'immobilità della costa che si stendeva a nord e a sud a perdita d'occhio, formavano una Presenza colossale che osservava quei quattro nani, isolati su una striscia di sabbia scintillante. 'Il guaio è,' osservò Jim immusonito, 'che per generazioni i pescatori di questo villaggio, poveracci, sono stati considerati schiavi personali del Rajah... e quel vecchio citrullo non si vuol mettere in testa che...' L'interruppi. 'Che lei ha cambiato ogni cosa,' interloquii. 'Già. Ho cambiato ogni cosa,' ripeté con voce sorda. 'Ha avuto la sua Occasione,' ripresi. 'Io?' replicò. 'Beh, sì. Forse. Sì, ho ripreso fiducia in me stesso - una buona fama - eppure a volte preferirei... No! Mi contento di quello che ho. Non posso pretendere altro.' Levò a un tratto il braccio verso il mare. 'Comunque, non di là.' Batté il piede sulla sabbia. 'Qui è il mio confine, perché di meno non mi contento.' Continuammo a passeggiare sulla spiaggia. 'Sì, ho cambiato ogni cosa,' riprese, con un'occhiata di traverso ai due pescatori pazientemente accoccolati per terra, 'ma cerchi un po' di figurarsi che accadrebbe se io me ne andassi. Perdiana! Se l'immagina? Si scatena l'inferno. No! domani andrò a tutto mio rischio a prendere il caffè da quello stupido vecchio di Tunku Allang, e farò un sacco di storie per quelle uova di tartaruga. No. Non posso dire: basta. Mai. Devo andare avanti, avanti sempre, tenendo sempre presente il mio scopo, per sentire con sicurezza che niente può toccarmi. Devo appoggiarmi alla loro fiducia in me per sentirmi sicuro e per... per...' Si guardò intorno per cercar la parola giusta, parve cercarla sul mare... 'per sentirmi in contatto con...' A un tratto abbassò la voce che divenne un sussurro: '...con coloro che, forse, non vedrò mai più. Con - con - lei, per esempio.' A queste parole mi sentii profondamente umiliato. 'Per amor di Dio,' dissi, 'non mi metta così in alto, mio caro; pensi soltanto a sé.' Sentivo gratitudine, affetto, per quel povero disperso che mi aveva scoperto con un'occhiata e tirato fuori da una insulsa moltitudine, che era il mio mondo: e non c'era poi da menarne gran vanti, in fin dei conti. Distolsi il viso che mi scottava; sotto il sole basso, di una luce già smorta, e scarlatto come un tizzo tolto dal fuoco, la distesa del mare offriva la sua sconfinata immobilità alla imminente discesa del globo infocato. Due volte stette per parlare, ma si frenò; finalmente, quand'ebbe trovato la formula: 'Terrò fede,' disse, con voce tranquilla. 'Terrò fede,' ripeté senza guardarmi, ma lasciando per la prima volta vagar lo sguardo sulle acque, che da azzurre si erano tinte dl un rosso cupo sotto le fiamme del tramonto. Ah! era romantico, romantico. Ricordai le parole di Stein... 'Nell'elemento distruttivo immersi!;.. Seguire il sogno, sempre seguire il sogno.. e così... sempre... usque ad finem.' Era romantico, ma non meno sincero per questo. Chi può dire quali forme, quali visioni, che facce, quali pedoni vedeva lui nel fulgore del ponente. Una lancia, staccatasi dallo schooner, avanzava lenta, col ritmo regolare dei due remi verso la sabbia della nostra riva per venirmi a prendere. 'E poi c'è Gioiello,' soggiunse in quel gran silenzio della terra, del cielo e del mare: i quali mi avevano così profondamente occupato i più reconditi pensieri che la sua voce mi fece trasalire. 'Già,' mormorai. 'Non ho bisogno di dirle quello che essa è per me,' disse. 'Lo ha ben visto. Col tempo finirà col capire...' 'Lo spero,' interruppi. 'Anche Gioiello si fida di me,' disse con aria pensosa; poi cambiò tono. 'Chissà quando ci rivedremo?' disse. 'Mai... a meno che lei non venga via,' risposi, evitando il suo sguardo. Non sembrò sorpreso; rimase un momento immobile. 'E allora addio,' disse dopo una pausa. 'Meglio così, forse.' Ci stringemmo la mano, e mi avviai alla lancia che aspettava con la poppa sulla spiaggia. Lo schooner, con la maestra issata e un fiocco controvento, faceva gran riverenze al mare di porpora; le vele avevano una tinta rosa. 'Tornerà subito in patria?' domandò Jim, mentre io già scavalcavo il bordo. 'Fra un anno circa, se sarò vivo,' risposi. La chiglia grattò sul fondo, la barca prese il mare, i remi bagnati si tuffarono una volta, due volte. Sull'orlo dell'acqua, Jim alzò la voce: 'Dica a quelli laggiù...' cominciò. Feci cenno agli uomini di alzare i remi, e aspettai, profondamente sorpreso. Dire a chi? Il sole, già immerso per metà, gli stava di fronte; vedevo il suo riflesso rosso negli occhi di Jim che mi seguiva con uno sguardo vuoto... 'No - niente,' disse, e con un lieve gesto della mano accennò alla barca di allontanarsi. Io non mi volsi più verso terra finché non mi fui arrampicato a bordo dello schooner. Frattanto il sole era tramontato. Il crepuscolo si stendeva da levante, e la costa, tutta opaca, allungava all'infinito un muro di oscurità che sembrava il baluardo della notte, mentre da ponente l'orizzonte era tutto un riflesso d'oro e di scarlatto, e vi stava sopra una grande nuvola isolata, spenta e immobile, spandendo un'ombra color lavagna sull'acqua sottostante; vidi Jim sulla spiaggia che osservava lo schooner puggiare e mettersi alla via. I due pescatori seminudi, appena andato via io, si erano alzati in piedi; senza dubbio avevano ripreso a versare i crucci della loro vita meschina di oppressi nelle orecchie del Signore bianco, il quale senza dubbio li ascoltava come in causa propria: non era forse questa una parte della sua fortuna - la fortuna 'cominciata dalla parola Partenza' - la fortuna di cui mi aveva detto di sentirsi all'altezza? Una fortuna, direi, anche per loro; di cui anche loro, sono certo, erano all'altezza, in virtù della loro insistenza. Persi di vista i loro corpi di pelle scura che si fusero nello sfondo di oscurità molto prima di quello del loro protettore. Era bianco dalla testa ai piedi, e seguitò ad essere bene in vista, con il bastione della notte alle spalle, il mare ai piedi, e al suo fianco l'Occasione - sempre velata. Che dite? Era sempre velata? Non so. Per me, quella figura bianca nell'immobilità silenziosa della costa e del mare mi sembrava nel cuore di un enigma smisurato. Sul suo capo il crepuscolo si ritirava rapidamente dal cielo, la striscia di sabbia gli si era già sommersa sotto ai piedi, lui stesso non sembrava più alto di un bambino... poi un punto soltanto, un minuscolo punto bianco, che sembrò prendersi tutta la luce rimasta in un mondo ottenebrato... E a un tratto, non lo vidi più...". CAPITOLO 36. Con queste parole Marlow aveva terminato il suo racconto, e i suoi ascoltatori si erano subito sparpagliati mentre egli era rimasto con lo sguardo assente, assorto. Gli uomini uscirono dalla veranda soli o a coppie senza indugiarsi, senza perdersi in osservazioni, come se l'ultima immagine di quella storia incompiuta e la sua stessa incompiutezza, e il tono stesso dello storico, avessero eliminato ogni discussione, ogni possibile commento. Ognuno di loro sembrava portarsi via con sé come un segreto la propria opinione su quella storia; ma ce n'era uno che un giorno doveva apprenderne l'ultima parola. Gli giunse in casa, più di due anni dopo, dentro un grosso pacco con l'indirizzo tracciato dalla scrittura dritta e angolosa di Marlow. Il privilegiato aprì il pacco, ci guardò dentro, e, posatolo, si avvicinò alla finestra. Il suo appartamento era all'ultimo piano di un edificio altissimo, donde si poteva spingersi lontano con lo sguardo oltre i vetri limpidi della finestra, come a guardare dalla lanterna di un faro. Gli spioventi dei tetti spiccavano separati da interstizi d'ombra che si susseguivano come onde buie e senza schiuma; e dal profondo della città, sotto i suoi piedi, saliva un confuso e continuo brusìo. I campanili delle chiese, numerosi e sparpagliati a caso, si levavano come fari su un labirinto di secche senza canali; il battere della pioggia si mescolava al calar del crepuscolo nella sera invernale, e il rintoccar del grande orologio che da una torre batteva le ore, passò ronzando con tonfi di suono voluminosi e austeri, con, al centro, una vibrazione più acuta. L'uomo chiuse le tende pesanti. La lampada del tavolino, col suo paralume, sonnecchiava come uno stagno riparato dai venti; non risuonava il suo passo sul tappeto, i suoi giorni di vagabondaggio erano finiti. Non più orizzonti sconfinati come speranze; non più crepuscoli nelle foreste solenni come templi, nell'ardente ricerca del Paese Inesplorato, di là dalla collina, oltre il fiume, al di là dell'onda. Battevano le ore. Non più! Non più!... ma il pacco aperto sotto la lampada gli riportava con suoni e visioni il sapore stesso del passato - una moltitudine di visi sfocati, un tumulto di voci lontane, che si spegnevano sulle sponde di mari remoti sotto a un sole inconsolatamente appassionato. Sospirò, e si sedette per leggere. Dapprima vide tre plichi separati: un bel po' di pagine fitte e tenute insieme da uno spillo; un foglio unico, quadrato, di carta grigiastra con poche parole scritte in una calligrafia che non aveva mai veduta; e una lettera d'accompagno di Marlow; di tra i fogli della quale un'altra ne cadde, ingiallita dal tempo e tutta spiegazzata. La raccolse, e, messala da parte, prese il messaggio di Marlow, diede subito una rapida scorsa alle righe iniziali, ma poi, frenandosi, si mise a leggere in tutta calma, come uno che si avvicini attento e a lenti passi a un paese inesplorato, che ha appena allora intravisto. "... non credo che tu abbia dimenticato, diceva la lettera. Tu solo hai dimostrato per lui un interesse che è sopravvissuto al racconto della sua storia, benché - me lo ricordo bene - neanche tu volevi ammettere che egli fosse arrivato a dominare il suo destino. Tu prevedevi per lui la tragedia di trovarsi un giorno stanco e disgustato degli onori acquistati, del compito impostosi, dell'amore nato dalla pietà e dalla giovinezza. Dicesti di conoscere troppo bene 'questo genere di cose,' le loro soddisfazioni illusorie, la inevitabile delusione. Dicesti anche - ricordo - che 'dare la propria vita per loro,' (e loro voleva dire tutta l'umanità di colore: bruni, gialli o neri) 'era come buttar l'anima ai cani.' Sostenevi che 'una cosa così' è sopportabile e duratura solo se sorretta da una convinzione della verità di alcune idee razzialmente nostre, in nome delle quali si stabilisce l'ordine e la moralità di un progresso etico. 'Abbiamo bisogno di questa forza alle spalle...' avevi detto. 'Abbiamo bisogno di credere nella sua necessità e nella sua giustizia per fare un degno e cosciente sacrificio della nostra vita. Senza di che il sacrificio non è che smemoratezza, la via all'offerta non è migliore della via alla perdizione.' In altre parole, per te, o combattere nei propri ranghi, o perdersi la vita per niente. Può darsi! Tu dovresti saperlo - sia detto senza malizia - tu che ti sei gettato da solo in un qualche frangente, tirandotene fuori con abilità, senza bruciacchiarti le ali. La questione è, comunque, che, di tutta l'umanità, Jim era l'unico a non dover rispondere che a se stesso; bisognerà vedere se alla fine non abbia professato una fede più alta che le leggi dell'ordine e del progresso. Non affermo nulla. Potrai forse giudicare, a lettera finita. C'è molto di vero - dopo tutto - nel modo di dire: 'come dentro una nuvola.' E' impossibile farsene un'idea chiara specialmente quando dobbiamo limitarci a vederlo un'ultima volta attraverso gli occhi degli altri. Non ho nessuna difficoltà a riferirti quanto io so dell'ultimo episodio che, come soleva dire Jim, 'era venuto a lui.' Ci si domanda se non fu quella forse l'Occasione estrema, la prova ultima e decisiva che ho sempre sospettato egli stesse aspettando per formulare finalmente il suo messaggio all'impeccabile mondo. Tu ricorderai che sul punto di lasciarci l'ultima volta egli mi domandò se sarei tornato subito in patria, e mi gridò a un tratto: 'Dica a quelli laggiù!...' E dopo aver atteso - con curiosità, lo confesso, e anche con speranza - non lo sentii aggiungere che un: 'No... niente.' E fu tutto, allora - e non ci sarà mai niente di più; e neanche un messaggio, se non quel tanto che ciascuno di noi potrà ricavare interpretando per proprio conto il linguaggio dei fatti, che sono spesso più enigmatici dei più scaltriti giri di parola. Fece, è vero, ancora un tentativo per liberarsi; ma vano anche questo, come vedrai se dai un'occhiata al foglio di carta grigiastra qui accluso. Aveva tentato di scrivere; avrai notato la calligrafia molto comune. E' intestata: 'La Fortezza, Patusan.' Immagino che abbia attuato il suo progetto di trasformare la sua casa in un fortilizio difensivo. Il progetto era ottimo: un profondo fossato, un terrapieno sormontato da una palizzata, e agli angoli cannoni montati su piattaforme per dominare tutti i fronti del quadrato. Doramin si era indotto a cedergli i cannoni; e sicché ogni suo uomo avrebbe saputo dove trovare uno scampo e ogni fido partigiano dove accorrere in caso di pericolo improvviso. Tutto questo dimostrava la sua giudiziosa previdenza, la sua fede nel futuro. Quelli che chiamava 'i miei propri uomini,' - i prigionieri dello Sceriffo liberati - dovevano formare un quartiere a parte a Patusan, con le loro capanne e quelle quattro dita di terreno sotto le mura della fortezza. Dentro, lui, da solo: un esercito invincibile. 'La Fortezza, Patusan.' Nessuna data, come vedi. Che significa un numero o un nome per un giorno tra tanti giorni? E' anche impossibile dire a chi volesse indirizzarsi quando prese la penna in mano: Stein - me - il mondo in blocco... O non fu che il grido vano, sbigottito, di un uomo solitario di fronte al suo destino? 'E' successo un fatto tremendo,' scrisse, prima di lasciar cadere la penna una prima volta: guarda quella macchia che sembra la punta di una freccia, sotto quelle parole. Dopo un po' ci si era provato di nuovo, scarabocchiando con mano pesante, di piombo, un'altra riga: 'Ora devo subito...' La penna gli aveva fatto uno scarto, e questa volta ci rinunciò. E niente più: si era trovato di fronte a un immenso abisso a perdita d'occhio e di voce. Posso capirlo: era stato sopraffatto dall'inesplicabile; sopraffatto dalla sua stessa personalità... il dono di quel destino che aveva fatto di tutto per dominare. Ti mando anche una vecchia - vecchissima - lettera, trovata riposta con cura nei suoi incartamenti. E' di suo padre, e dalla data vedrai che la dovette ricevere pochi giorni prima di imbarcarsi sul Patna. Dunque dev'essere l'ultima che ha ricevuto da casa. L'aveva custodita come un tesoro tutti questi anni. Il buon vecchio pastore prediligeva il figlio marinaio. Ho letto qualche frase qua e là. E tutta affetto, e basta. Dice al suo 'caro Giacomo' che l'ultima sua lunga lettera era molto 'proba e dilettevole.' Gli raccomanda di non 'giudicare il prossimo in fretta e con severità.' Sono quattro pagine di morale alla mano, e notizie di famiglia. Tom aveva 'preso gli Ordini.' Il marito di Carrie aveva avuto 'rovesci finanziari.' Il buon vecchio prosegue esortandolo a fidare sia nella Provvidenza sia nell'ordine stabilito dell'universo, che ha certo i suoi piccoli pericoli come le sue piccole ricompense. Par quasi di vederlo, brizzolato e sereno, nel rifugio inviolabile del suo studio foderato di libri, scolorito e comodo, dove per quarant'anni si era sempre girato e rigirato coscienziosamente intorno alle sue ristrette idee sulla fede e la virtù, sulla condotta nella vita e sulla sola maniera pulita di morire; dove aveva scritto tante prediche, dove si era tante volte seduto a ragionare col suo ragazzo da lì all'altro capo del mondo. Ma che è la distanza? La virtù una in tutto il mondo, e una la fede, una la buona condotta di vita, unico il modo di morire pulitamente. Spera che il suo 'caro Giacomo' non dimentichi mai che 'colui che una volta apre le porte alla tentazione, arrischia in quell'attimo la totale depravazione, e la perdizione eterna.' Quindi risolversi fermissimamente a non mai, per nessun motivo al mondo, far cosa che si reputi malvagia. Ci sono anche notizie di un cane assai diletto; e quel poney 'che calvacate tutti voialtri ragazzi,' era diventato cieco di vecchiaia e si era dovuto ucciderlo. Il bravo vecchio invoca la benedizione del cielo; la mamma e le ragazze allora in casa mandano i loro saluti affettuosi... No, non c'è gran che in quella lettera gialla e sciupata, sfuggita dopo tanti anni all'affettuosa custodia. Non aveva mai avuto risposta, ma chi può dire quali colloqui egli avrà allacciato con tutte quelle immagini placide e scolorite di uomini e donne che popolavano quel tranquillo angolo del mondo, libero dal pericolo e dalla lotta quanto una tomba, e abituato a respirare in pieno equilibrio un'aria di indisturbata rettitudine. Sembra incredibile che fosse questo il suo mondo, di lui al quale erano 'venute' tante cose. A loro, lì, non 'veniva' mai nulla; mai non erano presi alla sprovvista, mai chiamati a cimento col destino, Eccoli tutti qui, evocati dal mite chiacchiericcio paterno, tutti questi fratelli e sorelle, ossa delle sue ossa e carne della sua carne, che guardano con occhi chiari, inconsapevoli, mentre a me pare di vedere lui, tornato finalmente, non più un semplice punto bianco nel cuore di un immenso mistero, ma dritto di tutta la sua statura, negletto in mezzo alle loro immagini imperturbate, con aria severa e romantica, ma sempre muto, oscuro - dentro una nuvola. La storia degli ultimi avvenimenti la troverai nelle poche pagine accluse. Devi ammettere che è più romantica dei più strampalati sogni della sua adolescenza; eppure secondo me c'è dentro una specie di logica profonda e spaventosa, come se la nostra immaginazione avesse il potere da sola di scatenarci addosso la violenza di un destino soverchiatore. L'imprudenza dei nostri pensieri ricade sul nostro capo; chi scherza con la spada di spada perirà. Quest'avventura stupefacente, di cui il lato più stupefacente è che è autentica, ci si presenta come una conseguenza ineluttabile. Qualcosa del genere doveva accadere. Ce lo ripetiamo dentro di noi, mentre ci meravigliamo che una cosa sìmile sia potuta accadere nell'anno di grazia ultimo scorso. Ma è successo - e non c'è da star a discuterne la logica. Te la riferisco come se ne fossi stato testimonio oculare, su informazioni frammentarie; io però ho messo insieme i vari frammenti, e mi par che ce ne sia abbastanza per cavarne fuori un quadro intelligibile. Chissà come l'avrebbe raccontata lui. Si è confidato tanto spesso con me, che mi sembra debba entrare qui da un momento all'altro a contarmela tutta a modo suo, con la sua voce indifferente e pure piena di sentimento, con i suoi modi sbrigativi; un po' perplesso, un po' seccato, un po' offeso, ma ogni tanto capace di rivelarti con una parola o una frase uno di quei lampi della sua vera personalità che non servivano affatto ad orientarti. E' difficile credere che non tornerà più. Non sentire mai più la sua voce, né vedere il suo viso liscio, d'un color rosa abbronzato, con un orlo bianco sulla fronte, e gli occhi giovanili che nei momenti di eccitazione diventavano di un cupo insondabile azzurro fondo". CAPITOLO 37. "Origine di tutto è la notevole impresa di un tale Brown, che si rubò pari pari uno shooner spagnolo da una piccola baia vicino a Zamboanga. Finché non ebbi scoperto quell'individuo, le mie informazioni restarono incomplete; ma mi capitò sottomano nel modo più inaspettato poche ore prima che rendesse l'anima proterva. Fortunatamente in voglia e in grado di parlare, nonostante gli attacchi d'asma che gli tagliavano ogni tanto il respiro, il suo corpo martoriato si torceva di maligna esultanza al solo pensiero di Jim. Esultava all'idea di aver 'dato la paga a quel vanesio, alla fine.' Era raggiante di quella sua azione. Dovetti sopportare lo sguardo affocato dei suoi occhi feroci coronati di rughe, per venir a sapere quel che m'importava: e così lo sopportai, riflettendo quanto siano vicine alla pazzia certe forme di cattiveria, originate da un potente egoismo, attizzate dalla protervia, che frantumano l'anima, e danno al corpo un illusorio vigore. Il racconto rivela anche una insospettata profondità di astuzia in quel disgraziato di Cornelius, il cui odio abietto ed intenso, come una sottile ispirazione, lo mise sulla dritta via della vendetta. 'Mi accorsi a colpo d'occhio con che razza di imbecille l'avevo da fare,' ansimò il moribondo Brown. 'Un uomo quello lì? Accidenti! Una canna vuota, era. Non poteva dir subito: - Giù le mani dal mio bottino! -, che Dio lo stramaledica? Questo sarebbe stato agire da uomo! Dio gli imputridisca quella sua anima di lusso! Mi aveva in mano laggiù - ma non ce la faceva con me: ci voleva un punto più del diavolo. Macché! Un tanghero come quello lasciarmi perdere come se non meritassi neanche un calcio!...' Brown ansimava disperatamente per riprender fiato... 'Mascalzoni!... lasciarmi perdere... E così alla fine glie l'ho fatta vedere io, a lui...' Gli mancò di nuovo il respiro. 'Questo malanno mi ammazzerà di certo, ma adesso muoio contento... Lei... lei... non so il suo nome - le regalerei un biglietto da cinque sterline se... se lo avessi... per questa notizia - quanto è vero che mi chiamo Brown...' Ebbe un orrendo ghigno... 'Il gentiluomo Brown.' Disse tutte queste cose ansando forte, fissandomi con quei suoi occhi gialli fuori da quella faccia lunga, scura, devastata; agitò il braccio sinistro; con quella barba pepe e sale tutta arruffata che gli arrivava quasi alla cintura; e quella coperta sudicia e ruvida che gli copriva le gambe. L'avevo scoperto a Bangkok per mezzo di quel maneggione di Schomberg, l'albergatore, che mi aveva suggerito in confidenza dove scovarlo. Pare che una specie di vagabondo sfaticato e ubriacone- un bianco insabbiato fra gli indigeni, che viveva con una donna siamese - avesse ascritto a suo grande onore di dar ricovero nei suoi ultimi giorni al famoso Gentiluomo Brown. Mentre costui parlava con me in quello squallido tugurio, tenendo, si può dire, la vita coi denti minuto per minuto, la donna siamese, grosse gambe nude e faccia stupida e volgare, sedeva in un angolo buio masticando betel con stolidità bestiale. Di quando in quando si alzava per cacciare fuori dalla porta un pollastro, e tutta la capanna tremava sotto i suoi passi. Un brutto bambino giallo, nudo e con la pancia rigonfia come un piccolo budda stava ai piedi del giaciglio, col dito in bocca, immerso in una profonda e calma contemplazione del moribondo. Questi parlava febbrilmente, con una ferocia piena di gioia e di folle e implacabile disprezzo verso il povero Jim; ma a volte, a metà di una parola, una mano invisibile lo afferrava alla gola e lui restava con gli occhi imbambolati, col petto ansante e un'espressione di timore e d'angoscia. Si vedevano le sue labbra volgari farsi violacee dietro ai baffi cascanti e ispidi. Pareva temere che io, stanco di aspettar la fine del suo accesso, me ne andassi, lasciandolo a metà del suo dire, senza poter sfogare tutta la sua esultanza. Nulla di più lontano dai miei pensieri; temevo anzi che la morte, sospesa su di lui, gli piombasse addosso a un tratto, sventando il mio desiderio di sapere. Morì durante la notte, credo, ma ormai non aveva altro da dirmi. La storia la conoscevo già, si capisce; lui non fece che chiarirmi un punto oscuro, benché il nero profondo del suo atto non si possa diradare in nessun modo. E di Brown, per il momento, basta. Otto mesi prima, arrivando a Samarang, andai come al solito a trovare Stein. Dal lato della casa che dava sul giardino, di sulla veranda mi accolse con un timido saluto un Malese, che mi ricordavo di aver visto a Patusan nella casa di Jim, fra altri Bugi che venivano la sera a fare interminabili rievocazioni dei loro ricordi di guerra o a discutere affari di Stato. Jim me lo aveva segnalato una volta come un modesto e rispettabile mercante, proprietario di una imbarcazione indigena di lungo cabotaggio, e che si era mostrato 'uno dei migliori all'assalto della palizzata.' Non rimasi troppo sorpreso nel vederlo, perché mi parve naturale che un mercante di Patusan, avventuratosi fino a Samarang, prendesse la via di casa Stein. Risposi al suo saluto e passai oltre. Ma sulla porta di Stein m'imbattei in un altro Malese che riconobbi per Tamb'Itam. Gli domandai subito che cosa faceva lì; pensai che Jim ci fosse venuto in visita. Confesso che al pensiero mi sentii contento e ravvivato. Sembrava che Tamb'Itam non sapesse che dire. 'C'è Tuan Jim?' domandai con impazienza. 'No,' mormoro confuso, abbassando un momento il capo; poi con improvviso vigore: 'Non ha voluto combattere. Non ha voluto combattere,' ripeté. Siccome pareva non sapesse dir altro, lo spinsi da parte ed entrai. Stein, alto e curvo, era solo, in piedi, in mezzo alla stanza, fra le file delle cassette di farfalle. 'Ach! E' lei, amico mio? disse accorato, scrutandomi attraverso gli occhiali. Una sdruscita giacca a sacco di alpaga gli cadeva aperta fino alle ginocchia. Aveva in testa un panama, e le guance pallide solcate da rughe profonde. 'Che c'è di nuovo?' domandai con inquietudine. 'C'è Tamb'Itam di fuori...' 'Venga a vedere la ragazza. Venga a vedere la ragazza. E' qui,' fece, con una falsa mostra di energia. Cercai di trattenerlo, ma con dolce ostinazione si rifiutò di rispondere alle mie domande ansiose. 'E' qui, è qui,' ripeté tutto agitazione. 'Sono venuti due giorni fa. Un estraneo, e un vecchio come me... sehen Sie - non può far molto... Venga di qua... I cuori dei giovani sono implacabili...' Vedevo che era in grande angoscia... 'La forza della vita, in loro; la spietata forza della vita...' borbottava, conducendomi in giro per la casa; lo seguii, perso in congetture piene di desolazione e di collera. Sulla porta del salotto mi sbarrò la strada. 'Lui la amava assai ,' fece interrogativamente, e io mi limitai ad annuire col capo, sentendomi così amaramente deluso che non mi fidavo a parlare. 'Molto spaventoso,' mormorò. 'Quella non può capirmi. Sono soltanto un vecchio sconosciuto. Forse lei... la conosce. Le parli. Non possiamo lasciarla così. Le dica di perdonargli. E' stato molto spaventoso.' 'Certo,' feci, esasperato di essere all'oscuro di tutto. 'Ma lei, Stein, lei gli ha perdonato?' Mi guardò in un modo curioso. 'Sentirà,' disse, e, aprendo la porta, mi cacciò - addirittura - nel salotto. Tu conosci la grande casa di Stein, e le due immense sale da ricevimento, disabitate e inabitabili, pulite, piene di solitudine e di un brillìo di cose che paiono non essere state mai sfiorate da uno sguardo umano? Sono fredde nelle giornate più torride, e vi si entra come in una caverna sotterranea dal pavimento accuratamente scopato. Ne attraversai una, e nell'altra vidi la ragazza seduta all'estremità di un tavolone di mogano, su cui appoggiava la testa, col viso nascosto tra le braccia. Il pavimento a cera ne rifletteva vagamente l'immagine come una lastra d'acqua gelata. Gli stoini di giunco erano calati; forti raffiche di vento entravano attraverso la strana penombra verdastra degli alberi di fuori, agitando i lunghi tendaggi delle finestre e delle porte. La sua figura bianca sembrava plasmata nella neve; i cristalli penduli del lampadario tintinnavano sul suo capo come ghiaccioli trasparenti. Sentendomi avvicinare alzò gli occhi e mi fissò in volto. Ero raggelato come se quelle vaste sale fossero state la fredda dimora della disperazione. Mi riconobbe subito e appena mi fui fermato a guardarla di sopra in giù: 'Mi ha lasciata,' disse calma; 'ci lasciate sempre... per i vostri disegni.' Non batteva ciglio. Pareva che tutto il calore di vita si fosse raccolto in qualche punto inaccessibile del suo petto. 'Sarebbe stato facile morire con lui,' continuò, e fece un leggero, stanco gesto come di chi si arrende all'imperscrutabile. 'Non ha voluto! Era come cieco: ed ero io che gli stavo parlando; ero io che gli stavo davanti agli occhi; ero io quella che lui guardò per tutto il tempo! Ah! siete cattivi, traditori; senza verità, senza compassione. Che cosa vi fa così malvagi? Oppure siete tutti pazzi.' Le presi la mano, che rimase inerte, e ricadde quando la lasciai, fin quasi a sfiorare il pavimento. Quell'indifferenza, più tremenda di un pianto, di un urlo, di una rampogna, sembrava sfidare il tempo e la consolazione. Si sentiva che non si sarebbe mai esaurita, e che mai una parola avrebbe raggiunto la sede di quel dolore torpido e fermo. Stein mi aveva detto 'Sentirà...' E sentii, infatti. Tutto. Seguii con stupore, con orrore, la voce della sua stanchezza irrimediabile. Non arrivavo ad afferrare il vero senso di quello che mi andava raccontando con un rancore che mi riempiva di pietà per lei... e anche per lui. Rimasi inchiodato là anche dopo che ella ebbe finito. Appoggiata sui gomiti, teneva i suoi occhi duri fissi nel vuoto; e passava il vento a raffiche, e i cristalli continuavano a tintinnare nella penombra verdastra. Seguitò a mormorare tra sé: 'Eppure mi stava guardando! Vedeva il mio viso, sentiva la mia voce, e la mia pena! Quando mi sedevo ai suoi piedi, con la guancia sul suo ginocchio e la sua mano sul capo, la maledizione della cattiveria e della pazzia era già in lui, e aspettava il giorno. E il giorno è venuto!... e prima del tramontar del sole non mi vide più... s'era fatto cieco e sordo e spietato, come siete tutti. Non piangerò per lui. Mai, mai. Non una lagrima. No. Mai. E' scappato via da me peggio che se fossi la morte. E' scappato come se fosse inseguito dalla maledizione di qualche cosa che aveva udita o veduta nel sonno...' I suoi occhi fermi sembravano inseguire l'immagine di un uomo strappato alle sue braccia dalla forza di un sogno. Non rispose neanche d'un cenno al mio inchino silenzioso. Fu per me una liberazione andar via. La rividi nello stesso pomeriggio. Lasciata lei, ero andato in cerca di Stein, e non lo trovai in casa; e uscii in giardino, tormentato da pensieri tristi; in quel famoso giardino di Stein dove si trovano tutte le piante e tutti gli alberi dei bassopiani tropicali. Seguii un corso d'acqua incanalato, e sedetti a lungo su una banchina ombreggiata vicino a uno stagno ornamentale, dove qualche anatra con le ali mozzate si tuffava e starnazzava rumorosa. I rami degli alberi di casuarina alle mie spalle ondeggiavano appena, costantemente, e mi ricordavano il fruscìo degli abeti, al mio paese. Questo suono malinconico e inquieto era l'accompagnamento adatto alle mie riflessioni. La ragazza aveva detto che lui le era stato strappato da un sogno, e non c'era niente da ribattere non pareva potesse esservi perdono per una così mala azione. Eppure non è l'umanità stessa a mettersi ciecamente in cammino, incalzata da sogni di grandezza e di potenza sui sentieri tenebrosi di una eccessiva crudeltà o di un'eccessiva dedizione? E che è la ricerca della verità... dopo tutto? Quando mi alzai per tornare a casa intravidi la giacca lisa di Stein attraverso una breccia tra il fogliame, e presto, a una svolta del sentiero, incontrai lui con la ragazza. La piccola mano di lei poggiava sul suo avambraccio, e, sotto la falda larga e piatta del suo panama, Stein si curvava su di lei, canuto, paterno, con deferenza pietosa e cavalleresca. Io mi feci da parte, ma loro si fermarono di fronte a me. Il vecchio aveva chinato lo sguardo a terra, ai suoi piedi; la ragazza, dritta e sottile al suo braccio, fissava un punto oltre le mie spalle, cupa, con i suoi occhi grandi, chiari, immoti. 'Schrecklich,' mormorò Stein. 'Terribile, terribile. Che si può fare?' Sembrava supplicarmi ma la gioventù di lei, i lunghi giorni sospesi sul suo capo mi supplicavano molto di più; e a un tratto, proprio mentre mi rendevo conto che non c'era nulla da dire, mi trovai a perorare la causa di Jim per pietà di lei. 'Deve perdonargli,' conclusi, e la mia voce suonava soffocata alle mie stesse orecchie, persa in una immensità sorda e senza risposta. 'Tutti abbiamo bisogno di perdono,' soggiunsi dopo una pausa di silenzio. 'Che torti ho io?' domandò ella a fior di labbra. 'Di non aver mai avuto fede in lui,' risposi. 'Era come gli altri,' disse lentamente. 'Non come gli altri,' protestai, ma ella continuò con voce monotona, senza calore... 'Era un traditore.' E subito intervenne Stein. 'No! No! No! Mia povera bambina!...' Le diede qualche colpetto sulla mano abbandonata inerte sulla sua manica. 'No! No! Non traditore! Fedele! Fedele! Fedele!' Cercò di penetrare quel suo viso di sasso. 'Lei non capisce... Ach! Perché non capisce?... Terribile,' disse a me. 'Un giorno DOVRA' capire.' 'Glie lo spiegherà lei?' gli chiesi, guardandolo fisso. Ripresero a camminare. Li seguii con lo sguardo. La sua gonna strusciava sul sentiero, i suoi capelli neri cadevano sciolti. Camminava dritta e leggera a fianco di quell'alto uomo dalla giacca lunga e sformata che gli scendeva in pieghe perpendicolari dalle spalle curve, e che procedeva a passi lenti. Scomparvero dietro quel boschetto (forse te lo ricordi) dove crescono sedici qualità diverse di bambù tutte riconoscibili all'occhio dello studioso. Per parte mia, io ero affascinato dalla grazia squisita e dalla bellezza di quel boschetto di flauti incoronati da foglie puntute e da sommoli di piume, dalla leggerezza, dal vigore, dal fascino, chiaro come una voce, di quella vita lussureggiante e risoluta. Ricordo che rimasi a guardarlo a lungo, come uno che si indugi nel campo sonoro di un mormorìo consolatore. Il cielo era color di perla. Era una di quelle giornate coperte così rare ai tropici, in cui le memorie si affollano dentro, memorie di altre sponde, di altri visi. Tornai in città nel medesimo pomeriggio, portando con me Tamb'Itam e l'altro Malese, che aveva fornito l'imbarcazione per la fuga al momento del disastro, nel primo sbigottimento di paura e di pena. Il colpo sembrava aver mutato il carattere a tutti. Aveva impietrito la passione della ragazza, e reso quasi loquace l'aggrondato e taciturno Tamb'Itam. Anche il suo tono arcigno era ridotto a perplessa umiltà, come se avesse assistito al fallimento di un gran mito in un momento supremo. Il mercante Bugi, un uomo timido e titubante, fu molto preciso per quel poco che ebbe da dire. Tutti e due erano sopraffatti evidentemente da un senso di meraviglia profonda e inesprimibile, dal tocco di un mistero imperscrutabile". Qui, con la firma di Marlow, terminava la lettera. Il privilegiato destinatario rattizzò la sua lampada, e, solitario tra il mareggiare dei tetti della città, come il guardiano di un faro alto sul mare, si avvio alla lettura del racconto. CAPITOLO 38. "Tutto ebbe inizio, come ti ho detto, da quel Brown", cominciava la prima frase del racconto di Marlow. "Tu che hai bazzicato per il Pacifico occidentale devi averne sentito qualche cosa. Era il furfante più tipico della costa australiana, non perché si facesse vedere spesso in quei paraggi, ma perché era sempre in ballo in tutte le storie sui fuori legge che si ammanniscono ai viaggiatori in arrivo dalla madre patria; e la più blanda delle imprese che di lui si raccontavano da Capo York a Eden Bay sarebbe stata più che sufficiente a far impiccare un uomo, se fosse stata raccontata altrove. Non mancava mai il particolare che egli fosse figlio di un baronetto. Sia un po' come sia, è certo che aveva disertato da una nave inglese nei primi tempi della caccia all'oro, e in pochi anni fece parlare largamente di sé come del terrore di questo o di quel gruppo di isole della Polinesia. Rapiva indigeni, spogliava qualche solitario mercante bianco fino del pigiama che aveva addosso, e, dopo aver saccheggiato quel povero diavolo, era capace di sfidarlo come niente a un duello alla doppietta sulla spiaggia; cosa neanche tanto sleale, di questi tempi, se l'altro non fosse stato già mezzo morto dalla paura. Brown era un pirata in ritardo, uno sciagurato al pari dei più celebri prototipi; ma ciò che lo distingueva dalla confraternita dei furfanti suoi contemporanei, come Bully Hayes o il mellifluo Pease, o quel mascalzone profumato, quell'elegantone dagli scopettoni alla Dundreary conosciuto col nome di Dick il Lercio, era il carattere arrogante dei suoi misfatti e il suo disprezzo veemente per l'umanità in genere e per le sue vittime in ispecie. Gli altri non erano che dei bruti volgari e avidi, ma lui sembrava mosso da più complesse intenzioni. Rubava a un uomo quasi soltanto per dimostrargli la sua scarsa stima, e metteva nell'uccidere o nel mutilare qualche pacifico e innocuo sconosciuto una intensità di vendetta così selvaggia da terrorizzare il più temerario dei filibustieri. Nei giorni del suo massimo splendore possedeva un tre-alberi armato, con una ciurma mista di Kanaka e di balenieri evasi, e si vantava, non so con quanta verità, di esser finanziato di sottomano dalla più stimata ditta di mercanti di copra. In seguito scappò - dicono - con la moglie di un missionario, la quale aveva sposato in un momento di esaltazione quel poveraccio mite, dai piedi piatti, e, trapiantata subito nella Melanesia vi aveva in certo modo perso la bussola. Fu una storia triste. Era malata al tempo che Brown se la portò via, e gli morì a bordo. Si racconta - come la cosa più straordinaria che sul suo cadavere egli si abbandonasse a uno scoppio di dolore cupo e violento. Poco dopo lo abbandonava anche la sua buona fortuna. Perse la nave su certi scogli al largo di Malaita, e scomparve per qualche tempo come se fosse andato a fondo anche lui. Se ne sentì riparlare per la prima volta a Nuka- Hiva dove comprò dalla Francia un vecchio schooner fuori servizio. Quale impresa meritoria potesse avere in vista quando fece quell'acquisto non saprei dire, ma è evidente che fra Alti Commissari, consoli, navi da guerra e controlli internazionali, i mari del Sud stavano diventando troppo caldi per un galantuomo del suo stampo. E' chiaro che doveva aver spostato verso occidente il suo teatro d'operazioni, perché un anno dopo egli ha una parte d'incredibile audacia, se non proprio di gran profitto, in una faccenda tragicomica nella Baia di Manilla, di cui sono protagonisti un governatore reo di peculato e un tesoriere latitante; da allora sembra si sia attaccato alle Filippine col suo schooner marcito, sempre alle prese con l'avversa fortuna, finché, un giorno, seguendo la sua via segnata, entrò a vele spiegate nella storia di Jim, complice cieco delle Potenze Oscure. A sentir lui, quando fu catturato da un cutter spagnuolo di perlustrazione, non aveva fatto altro che un tentativo di passare ai ribelli qualche fucile. In tal caso non so che ci facesse al largo della costa meridionale di Mindanao. E' mia convinzione, invece, che stesse taglieggiando i villaggi indigeni lungo la costa. Fatto sta che il cutter, imbarcata una pattuglia sullo schooner, lo obbligò a navigare di conserva verso Zamboanga. Strada facendo, per una ragione o per l'altra, le due navi dovettero dar fondo davanti a uno di quei nuovi possedimenti spagnoli - che in definitiva non servirono mai a nulla - dove non esisteva a riva che un solo funzionario civile in carica, ma c'era lì nella calanca, all'àncora, un bello e robusto schooner da piccolo cabotaggio; e quel barco, migliore del suo sotto ogni punto di vista, Brown decise di rubarselo. Gli andava, allora, a rotta di collo - come mi disse lui stesso. L'aver bistrattato il mondo per venti anni con disprezzo feroce e aggressivo non gli aveva procurato altro, dal punto di vista dei vantaggi materiali, che una borsetta di dollari d'argento nascosta così bene nella sua cabina che 'il diavolo stesso non l'avrebbe potuta fiutare.' E nient'altro - assolutamente nient'altro. Era stanco della sua esistenza, e non aveva paura della morte. Ma quest'uomo, che si sarebbe giocata la vita per un capriccio con amara e sarcastica baldanza, aveva una paura gialla della prigione: una specie di assurdo terrore, sudafreddo, scuotinervi, sanguinacqua, al solo immaginare l'eventualità d'esser messo in gattabuia: quella sorta di terrore che proverebbe un pauroso dei morti all'idea di poter essere abbracciato da uno spettro. Così è che il funzionario civile salito a bordo per svolgere un'indagine preliminare sulla cattura, in questa investigazione faticosa ci spese tutto il giorno, e non scese a terra che a buio, avvolto nel mantello e molto badando a non far tintinnare la borsa di dollari di Brown. Dopo, essendo uomo di parola, provvide, fin dalla sera seguente, a rispedire il cutter governativo in perlustrazione urgentissima. Siccome il comandante del cutter non aveva uomini da poter lasciare di guardia, si accontentò di portar via tutte le vele di Brown fino all'ultima striscia di tela, e si prodigò a rimorchiarne le due scialuppe sul secco della spiaggia a un paio di miglia più in là. Ma fra l'equipaggio di Brown c'era un isolano delle Salomone, rapito in gioventù e devotissimo a Brown, il quale era il meglio pezzo della banda. Costui si portò a nuoto fino alla nave spagnuola - un cinquecento metri - l'estremità di una corda fatta con tutti i pezzi di cima da manovra corrente annodati insieme per la bisogna. Il mare era come l'olio, e nella calanca faceva buio 'come dentro la pancia di una vacca,' secondo l'espressione di Brown. L'isolano delle Salomone si arrampicò sui bastingaggi, con l'estremità della fune fra i denti. L'equipaggio della nave costiera - tutti Tagal - era a terra a far bisboccia nel villaggio indigeno. I due guardiani di bordo si svegliarono di soprassalto e videro il diavolo. Aveva occhi scintillanti e saltò sul ponte come un lampo. Caddero in ginocchio, paralizzati di paura; e fattisi il segno della croce cominciarono a masticar preghiere. Con un coltello che trovò nella cambusa, l'isolano, senza interrompere le loro orazioni li pugnalò uno dopo l'altro; con lo stesso coltello si mise a segare pazientemente la cima d'ormeggio finché non si spezzò tutta in un colpo sotto la lama, schizzando nell'acqua. Allora, nel silenzio della calanca, il Salomonese lanciò un cauto grido, e la banda di Brown, che intanto se n'era stata con gli occhi fitti e le orecchie dritte in attesa, cominciò a tirare pian piano dall'altra estremità della fune. In meno di cinque minuti i due schooner si toccarono dì murata con un leggero urto e uno scricchiolìo del fasciame. Senza perdere un attimo la gente di Brown trasbordò, portando con sé le armi e una larga provvista di munizioni. Erano sedici in tutto: due marinai scappati da un piroscafo inglese, uno spilungone disertore da una nave da guerra Yankee, un paio di Scandinavi biondi e innocenti, una specie di mulatto, un placido Cinese che faceva il cuoco - e il resto, indefinibile minutaglia dei mari del Sud. Nessuno di loro disse niente; Brown li piegava al suo volere, e adesso Brown, indifferente all'idea della forca, scappava dallo spettro di una prigione spagnuola. Egli non diede loro neppur l'agio di trasbordare sufficienti provviste; il tempo era calmo, l'aria carica di guazza, e quando salparono gli ormeggi e si misero alla vela con una leggera brezza di terra non ebbero un palpito le vele umide: il vecchio schooner sembrò staccarsi lui dolcemente dalla nave rubata e scivolare via in silenzio, insieme alla massa nera della costa, nella notte. Se la cavarono in pieno. Brown mi riferì i particolari del loro passaggio per gli Stretti di Macassar. E' una storia di una disperazione ossessionante. Erano scarsi di cibo e d'acqua; abbordarono parecchie imbarcazioni indigene e presero un po' di roba da tutte. Con una nave rubata Brown non osava certo di entrare nei porti. Non aveva soldi da comprar nulla, non aveva documenti da mostrare, e neanche bugie plausibili per cavarsi d'impaccio. Un brigantino arabo, battente bandiera olandese, sorpreso una notte all'àncora al largo di Poulo Laut cedette un po di riso sporco, un grappolo di banane, e una bariletta d'acqua; tre giorni di burrasca con nebbia e vento da nord-est scaraventarono lo schooner attraverso al mare di Giava. Ondate gialle, fangose, inzupparono quella serqua di furfanti affamati. Avvistarono i postali che facevano rotta fissa; incrociarono navi inglesi, ben rifornite nei fianchi di ferro arrugginito, all'àncora nei bassi fondi ad aspettare il cambiamento del tempo o il flusso della marea; un giorno una cannoniera inglese, bianca e linda, con due alberi sottili, tagliò loro la rotta da lontano; e un'altra volta una corvetta olandese, nera e carica di vele, comparve minacciosa da poppa, lentissima e fumigante nella nebbia. Sgattaiolarono in mezzo a tutti, non visti e non curati, banda di ultra-fuorilegge macilenti, facce gialle, divorati dalla fame e incalzati dalla paura. Era progetto di Brown di puntare verso il Madagascar, dove si aspettava, non senza fondata ragione, di vendere lo schooner a Tamatave, senza interrogatori, o forse di ottenere dei documenti di navigazione più o meno falsificati. Ma prima di affrontare la lunga traversata dell'Oceano Indiano cibarie occorrevano, e acqua, anche Forse aveva sentito parlare di Patusan - o forse gli capitò magari di trovare scritto in piccolo sulla carta quel nome probabilmente di un villaggio alquanto grande, su un fiume, a una certa distanza dalla foce, in uno Stato indigeno, del tutto ìndifeso, fuori dalle vie battute del mare e dai cavi sottomarini. Aveva fatto già cose del genere - in cerca di guadagno; ma quella d'ora era un'assoluta necessità, una questione di vita o di morte - o meglio di libertà. Libertà! Era certo di trovarvi provviste - bovini - riso - patate dolci. Quell'equipaggio morto di fame si leccava le dita. Forse si sarebbe potuto rimediare anche un carico di merce per il barco e, chissà? - anche qualche po' di buona moneta sonante! Qualche volta quei capi e maggiorenti di villaggi ci si arriva a portarli a generose offerte. Mi disse che, a costo di arrostirli, a bocca asciutta non ci sarebbe restato. Gli credo. Anche i suoi uomini gli credettero. Non scoppiarono in applausi rumorosi perché erano un branco piuttosto taciturno, ma arrotarono i denti come lupi. In quanto al tempo la fortuna lo servì bene. Pochi giorni di bonaccia avrebbero scatenato orrori innominabili a bordo di quello schooner, ma con l'aiuto del vento di terra e di mare, in meno di una settimana, dopo aver passato gli Stretti della Sonda, diedero fondo alla foce, a Batu Kring, a meno di un tiro di schioppo dal villaggio di pescatori. Quattordici di loro si ammassarono nella scialuppa dello schooner (che era grande, tanto che aveva già servito da barca da carico) e si avviarono su per il fiume, avendo lasciato due di guardia a bordo, con viveri sufficienti a tener a bada la fame per dieci giorni. La marea e il vento erano in favore, e nelle prime ore di un pomeriggio la grande scialuppa bianca, con una vela malandata, e buon vento di mare in poppa, arrivò a Patusan, col suo equipaggio di quattordici scelti spauracchi che spingevano avanti certi loro sguardi vogliosi e affamati, le dita ai grilletti dei loro vecchi fucili. Brown aveva calcolato su una terrificante sorpresa al suo apparire. Giunsero con l'estrema spinta della marea; la palizzata del Rajah non diede segno di vita; le prime case dai due lati del fiume sembravano deserte. Qualche canoa in piena fuga si vedeva in fondo al tratto diritto del fiume. Brown rimase stupefatto della grandezza del villaggio. Regnava un profondo silenzio. Tra le case il vento cadde; misero due remi, e seguitarono a risalire il fiume, con l'idea di accamparsi al centro della città prima che gli abitanti potessero pensare a una resistenza. Sembra però che il capo del villaggio a Batu Kring avesse pensato a mandare in tempo un messaggio d'allarme. Quando la scialuppa arrivò all'altezza della moschea (costruita da Doramin: un edificio con comignoli e pinnacoli di corallo lavorato) lo spiazzo di fronte era tutto pieno di gente. Risuonò un grido, seguito dal fragore dei gong lungo tutto il fiume. Da un punto elevato partirono due colpi di cannoncino da sei libbre, e i bronzei proietti raggiunsero il tratto dritto e libero del fiume, sollevando getti d'acqua scintillanti nel sole. Davanti alla moschea una massa d'uomini cominciò urlando una sparatoria che frustava per traverso la corrente del fiume; dalle due rive la barca fu presa in mezzo a un fuoco di fucileria irregolare e continuo, e gli uomini di Brown risposero con un fuoco nutrito e selvaggio: intanto avevano ritirato i remi in barca. Il flusso dell'alta marea si ritrae velocemente, in quel fiume, e la barca in mezzo alla corrente, quasi nascosta dal fumo, cominciò a retrocedere di poppa. Anche lungo le due rive il fumo si addensava, stendendosi sotto ai tetti in una striscia orizzontale, come a volte si vedono certi strappi di nuvole allungarsi tagliando il pendìo di una montagna. Un tumulto di grida di guerra, il clamore vibratorio dei gong, il ronfare profondo dei tamburi, gli urli di rabbia, gli scoppi di fucileria facevano un chiasso infernale, e Brown, in mezzo a questo bailamme, stupefatto ma fermo, al timone, si rodeva l'anima, in preda a una crescente ondata di odio e di rabbia contro quella gente che osava difendersi. Gli rimasero feriti due dei suoi uomini; poi si vide tagliare la ritirata a valle della città da alcune barche uscite dalla palizzata di Tunku Allang. Erano sei, cariche d'uomini. Mentre era minacciato così, scorse l'imbocco del ruscello (quello stesso che Jim aveva saltato a bassa marea). In quel momento era pieno fino all'orlo: vi diresse la scialuppa, sbarcarono, e, a farla breve, si stabilirono su una piccola altura, a novecento metri circa dalla palizzata, che venivano così, in fatto, a dominare da quel punto. La collinetta era spoglia sui fianchi, ma sulla vetta aveva qualche albero. Si diedero a buttarli giù per farsene un parapetto di difesa, e avanti buio si trovavano trincerati abbastanza bene; mentre le barche del Rajah, giù nel fiume, si tenevano neutrali chissà perché. Tramontato il sole, i bagliori di molti fuochi di stoppie illuminarono le rive del fiume, e tra la doppia fila di case sulla sponda più elevata, diedero un nero rilievo ai tetti, ai gruppi di palme sottili, ai densi agglomerati di alberi da frutto. Brown ordinò di bruciare tutta l'erba intorno al fortino; un anello di fiamme radenti sotto al fumo che saliva lento serpeggiò rapido lungo il pendìo dell'altura; qua e là un cespuglio secco prendeva fuoco con un muggito forte e maligno. Il fuoco formò un campo libero di tiro ai fucili della piccola pattuglia, e morì rosseggiando all'orlo della foresta e lungo la riva fangosa del ruscello. Una striscia di giungla lussureggiante nel fosso profondo tra la collinetta e la palizzata del Rajah fermò il fuoco da quella parte con grandi schianti e botti dei fusti di bambù che scoppiavano. Il cielo buio, vellutato, brulicava di stelle. Il terreno annerito fumava tranquillo, con qualche ultimo guizzo e pennacchietto qua e là, finché, levatasi una brezzolina leggera, soffiò via ogni cosa. Brown si aspettava un assalto appena la marea fosse risalita di quel tanto da permettere alle barche da guerra, che gli avevano tagliato la ritirata, di penetrare nel ruscello. Era comunque sicuro che ci sarebbe stato un tentativo di portargli via la scialuppa, che, ferma ai piedi della collinetta, formava un ammasso alto nel buio sul debole appoggio di un piano di fango umido. Ma le barche sul fiume non si mossero per nulla. Al disopra della palizzata e degli edifici del Rajah, Brown vedeva i loro lumi: sembravano ancorate in mezzo alla corrente. Luci vaganti si muovevano nel tratto diritto del fiume, in continuo movimento da una sponda all'altra. Delle luci occhieggiavano immobili sui lunghi muri delle case lungo la riva, fino all'ansa del fiume, altre più in là; altre ancora nel retroterra. Il bagliore di grandi fuochi scopriva edifici, tetti, pilastri neri a perdita d'occhio. Era un villaggio che non finiva più. I quattordici invasori pronti a tutto, lunghi distesi dietro agli alberi abbattuti, alzarono il mento per osservare il tumulto della città, che sembrava estendersi per miglia e miglia lungo il fiume, e brulicare di migliaia d'uomini furibondi. Non si scambiavano parola. Ogni tanto arrivava un grido o uno sparo isolato molto da lontano, chissà dove. Ma intorno alla loro trincea tutto era immobile, buio, silenzioso. Sembravano dimenticati lì, come se l'orgasmo che teneva sveglia quella popolazione non avesse nessun rapporto con loro, come se fossero già morti". CAPITOLO 39. "Tutti gli avvenimenti di quella notte hanno una grande importanza, giacché portarono a una situazione rimasta poi inalterata fino al ritorno di Jim. Costui da più di una settimana si trovava nell'interno, ed era stato Dain Waris a organizzare la prima difesa. Quel giovane coraggioso e intelligente ('che sapeva combattere alla maniera dei bianchi') avrebbe voluto sistemar la faccenda lì per lì, ma non gli dettero retta: non aveva il prestigio razziale di Jim, né la reputazione di un potere invincibile, soprannaturale. Non era l'incarnazione visibile, tangibile, della immancabile verità e della immancabile vittoria. Amato, stimato ed ammirato quanto si vuole, restava pur sempre UNO DI LORO mentre Jim era UNO DI NOI. Inoltre, l'uomo bianco, torre di potenza di per se stesso, era invulnerabile, mentre Dain Waris poteva essere ucciso. Furono questi pensieri impliciti a guidare l'opinione dei capi della città; i quali stabilirono per deliberare sul caso d'emergenza di raccogliersi nella fortezza di Jim, quasi per trarre forza e saggezza, in assenza dell'uomo bianco, dal luogo della sua dimora. Il loro umore era spietato. Soprattutto i Bugi si sentivano esasperati. Il fuoco dei pirati di Brown era stato così ben aggiustato o fortunato, che c'era una mezza dozzina di caduti fra i difensori. I feriti, stesi sulla veranda, venivano curati dalle loro donne. Le donne e i bambini della città bassa erano stati raccolti nel forte al primo allarme. Lì il comando lo aveva Gioiello, molto pratica ed energica, obbedita dalla 'gente propria di Jim,' venuta a far da guarnigione al forte, dopo aver abbandonato in blocco la piccola colonia sotto la palizzata. I rifugiati le si affollavano intorno; e durante l'intera vicenda, fino alla sua disastrosissima fine, la fanciulla mostrò uno straordinario spirito combattivo. Da lei era corso Dain Waris subito al primo sentore del pericolo; perché devi sapere che Jim era il solo in Patusan a possedere una provvista di polvere da sparo. Stein, col quale egli si era tenuto a stretto contatto per lettera, s'era fatto rilasciare dal Governo olandese la speciale autorizzazione di esportarne a Patusan cinquecento barili. Il magazzino delle polveri era una capannuccia di pali grezzi interamente coperta di terra; la chiave, in assenza di Jim, la teneva la ragazza. Durante il Consiglio, che si riunì alle undici di sera nella stanza da pranzo di Jim, essa sostenne l'opinione di Dain Waris per un'azione immediata e a fondo. Dritta in piedi - mi han detto vicino alla sedia vuota di Jim, al capo estremo del lungo tavolo, tenne un discorso di foga così battagliera che lì per lì strappò mormorii di approvazione da quel concilio di capi. Il vecchio Doramin, che da oltre un anno non rimetteva il naso fuori dal suo cancello, s'era fatto portare a gran fatica. Naturalmente era lui il personaggio più importante. L'umore del Consiglio era di non dar quartiere, e la parola del vecchio avrebbe potuto essere decisiva; ma, secondo me, lui che conosceva bene l'impetuoso ardimento del figlio, quella parola non osò pronunciarla. Prevalsero i suggerimenti dilatori. Un certo Haji Saman dimostrò con un lungo discorso che 'quegli uomini tirannici e feroci erano esposti a una morte sicura in ogni caso: se restavan fermi sulla loro collina, sarebbero morti di fame; se avessero cercato di raggiungere la barca, sarebbero stati uccisi da tiratori imboscati di là dal ruscello; se avessero spezzato l'assedio fuggendo nella foresta, vi sarebbero periti a uno a uno.' Sostenne che usando opportuni stratagemmi si potevano annientare i forestieri senza correre il rischio di una battaglia; e le sue parole furono di gran peso, specialmente per i Patusanesi del borgo, ì quali erano molto turbati dal fatto che era mancata l'azione delle barche del Rajah al momento decisivo. A rappresentare il Rajah era venuto il diplomatico Kassim. Parlava poco, ascoltava sorridendo, molto cordiale e impenetrabile. Durante la seduta, messaggeri arrivavano, si può dire, ogni due o tre minuti, col resoconto delle mosse degli invasori. Si spargevano rapidamente le voci più esagerate ed assurde: alla foce del fiume c'era una grande nave con grossi cannoni e molti altri uomini... alcuni bianchi, altri di pelle nera e d'aspetto sanguinario. Si erano mossi con molte barche per venire a sterminare ogni essere vivente. La sensazione di un'oscura imminenza teneva il popolo in agitazione. A un dato momento si sparse il panico tra le donne in cortile; strilli, gran pigia pigia; bambini che piangevano... Haji Saman uscì a calmarle. Poi una sentinella sparò contro qualcosa che aveva visto muovere sul fiume, e per poco non ammazzò uno del villaggio che aveva caricato in una canoa le sue donne, i suoi utensili migliori e una dozzina di polli, e veniva a portar ogni cosa nel forte. Questo portò nuova confusione. Intanto dentro alla casa di Jim seguitavano a concionare alla presenza della ragazza. Doramin seduto, pesante, colla faccia feroce, guardava gli oratori uno dopo l'altro e traeva lunghe soffiate come un toro. Non parlò che all'ultimo, quando Kassim ebbe dichiarato che il Rajah avrebbe ritirato le sue barche, essendo gli uomini necessari per la difesa alla palizzata del suo padrone. Dain Waris, in presenza del padre, non volle prendere la parola, benché la ragazza lo supplicasse in nome di Jim di parlare. Nella sua ansia di veder cacciare subito gli intrusi, ella offrì 'la gente propria di Jim.' Ma il giovane scosse il capo dopo avere una o due volte scambiato un'occhiata con Doramin. Finalmente, quando il Consiglio si sciolse, era stato deciso di far occupare in forza le case più vicine al ruscello per avere il controllo sulla barca del nemico, senza però toccare la barca medesima, affinché i banditi della collina si sentissero invogliati a imbarcarsi, nel qual caso una ben aggiustata fucileria avrebbe senza dubbio fatto strage dei più. Per tagliare la via di scampo agli eventuali superstiti e impedire ad altri di venire in rincalzo, Dain Waris ebbe ordine da Doramin di condurre un gruppo di Bugi armati lungo il fiume fino a un quindici miglia a valle di Patusan, e lì mettere il campo sulla riva bloccando il fiume con le canoe. Non credo neanche per ombra che Doramin temesse l'arrivo di rinforzi. Secondo me la sua condotta fu determinata soltanto dal suo desiderio di tenere il figlio lontano dal pericolo. Per impedire un irruzione dentro il borgo fu decisa la costruzione di una palizzata da iniziarsi all'alba, in capo alla strada, sulla riva sinistra. Il vecchio nakhoda dichiarò di volerne assumere il comando di persona. Ebbe luogo immediatamente una distribuzione di polvere, pallottole, e capsule a percussione, sotto la sorveglianza della ragazza. Furono spediti a Jim parecchi messaggeri in direzioni varie, non sapendosi dove precisamente si trovasse. Queste staffette partirono all'alba, ma ormai Kassim era riuscito a mettersi in comunicazione con l'assediato Brown. Quel matricolato diplomatico e confidente del Rajah, nell'abbandonare il forte per tornare dal suo padrone, imbattutosi in Cornelius che se la sgattaiolava zitto zitto tra la gente del cortile, se lo portò in barca con sé. Kassim aveva un progettino tutto di sua invenzione, e pensò di portarsi Cornelius come interprete. Così accadde che la mattina Brown, mentre rifletteva sulla propria disperata situazione, udì di tra la fitta vegetazione del fosso paludoso una voce amichevole, tremolante, chioccia, che gridando in inglese chiedeva con la garanzia dell'incolumità personale il permesso di salire, per un'importantissima missione. Brown toccò il cielo con le dita. Se qualcuno gli rivolgeva la parola voleva dire che non gli si dava più la caccia come a una bestia feroce. Quelle parole amichevoli lo sollevarono subito dalla terribile tensione di quella spasmodica vigilanza di ciechi che si aspettano il colpo di grazia senza veder da che parte può arrivare. Finse una grande titubanza. La voce si dichiarò 'un uomo bianco. Un povero vecchio rovinato che viveva lì da anni.' Una nebbia umida e fredda copriva il pendìo della collina, e dopo qualche altro scambio di parole Brown gridò: 'Vieni su, avanti! ma da solo, bada!' In via di fatto - mi disse, storcendosi di rabbia al ricordo della sua impotenza - in fondo era poi lo stesso. Non ci vedevano un metro più in là del loro naso, e la loro situazione era tale che nessun tradimento avrebbe potuto peggiorarla. Dopo un po' videro Cornelius, col suo vestito di tutti i giorni, fatto d'una camicia e di un paio di pantaloni strappati e sudici, a piedi nudi, con in testa un cappello di fibra dalla tesa tutta smozzicata, che si avvicinava di sbieco alla trincea, esitando e fermandosi in ascolto, quasi guatando. 'Vieni su! Non c'è pericolo,' urlo Brown, mentre i suoi uomini eran lì a occhi sbarrati. Tutte le loro speranze di vita convergevano su quello straccio meschino e miserabile di nuovo venuto, il quale, nel più profondo silenzio, scavalcava goffamente un tronco d'albero abbattuto, e, rabbrividendo, col suo viso acido, diffidente, sogguardava quel gruppo di banditi barbuti, ansiosi, insonni, che gli facevano corona. Una mezz'oretta di conversazione amichevole con Cornelius bastò per aprire gli occhi a Brown sulla situazione interna di Patusan, e a fargli drizzare le orecchie. Possibilità ce n'erano- moltissime; prima però di prendere in esame le proposte di Cornelius volle che sulla collina fossero mandati viveri a garanzia di buona fede. Cornelius se ne andò pian piano e a ciondoloni, giù per la costa, dalla parte della dimora del Rajah, e dopo un breve intervallo qualcuno degli uomini di Tunku Allang venne su a portare un po' di riso, 'chilli,' e pesce secco. Poco, ma infinitamente meglio che niente. Più tardi Cornelius ritornò, in compagnia di Kassim, che se ne venne avanti con una cera gioviale e pienamente fiduciosa, in sandali, e avvolto dal collo alle caviglie in un lenzuolo bianco. Strinse con discrezione la mano a Brown, e i tre uomini si appartarono per conferire. Quelli di Brown, ripreso animo, si davano gran manate sulla schiena, con occhiate d'intesa al loro capitano, mentre si eran dati a tutt'uomo a preparare il rancio. Kassim non poteva soffrire né Doramin ne i suoi Bugi, e meno ancora il nuovo ordine di cose. Si era messo in mente che questi bianchi, insieme ai seguaci del Rajah, avrebbero potuto attaccare e sbaragliare i Bugi prima del ritorno di Jim. Poi, ne inferiva, sarebbe seguita immediatamente una defezione generale e il regno dell'uomo bianco paladino della povera gente sarebbe crollato. Dopo, si poteva regolare la faccenda coi nuovi alleati, che non avevano amici. Kassim era pienamente in grado di rilevare certe differenze di caratteri, e ne sapeva abbastanza sui bianchi per capire che questi nuovi venuti erano dei reietti, uomini senza patria. Brown conservava un contegno duro e imperscrutabile. La voce di Cornelius, a tutta prima, quando domandò di esser lasciato salire, gli aveva acceso dentro appena una lieve speranza - di riuscire a scapparsene da una maglia rotta. In meno di un'ora, nuovi pensieri gli misero la testa in ebollizione. Spinto da un'estrema necessità, era venuto lì a rubare un po' di viveri, forse qualche tonnellata di gomma o di caucciù, o una manciata di dollari; e si era trovato in un pantano di pericoli mortali. Ora, in conseguenza di quelle profferte di Kassim, cominciò a pensare di rubarsi tutto il paese. Un dannato individuo sembrava che avesse già fatto qualcosa del genere - e da solo. Ma non ci doveva esser riuscito proprio a dovere. Forse avrebbero potuto collaborare: spremere tutta questa roba fino all'osso, e poi andarsene tranquillamente per i fatti loro. Nel corso dei negoziati con Kassim gli risultò che la gente lo credeva padrone di una grande nave e molti uomini in rada. Kassim lo pregò caldamente di far subito risalire il fiume a questa nave con i suoi molti cannoni e uomini, per metterla al servizio del Rajah. Brown si dichiarò pronto a farlo, e su questa base si svolsero i negoziati con reciproca sfiducia. Tre volte durante la mattinata il cerimonioso e attivo Kassim scese a consultarsi col Rajah, sempre tornando su con aria affaccendata a gran passi. Brown, durante queste trattative, provava una specie di acre allegria, pensando al suo schooner scalcinato con nella stiva un mucchio di immondizie e niente altro, diventato tutto a un tratto un bastimento armato; e al Cinese e allo zoppo, ex-ladro di naufragi, raccolto morto di fame sulla spiaggia di Levuka, che rappresentavano tutti quei suoi molti uomini. Nel pomeriggio ottenne un'altra distribuzione di viveri, la promessa di un po' di danaro, e una provvista di stuoie da farsene dei ripari per i suoi uomini. Questi si distesero a terra e si misero a russare, protetti dal sole cocente; ma Brown, seduto bene allo scoperto su uno degli alberi abbattuti, si rallegrò la vista con lo spettacolo della borgata e del fiume. C'era molta grazia di Dio laggiù. Cornelius, che si sentiva ormai a casa sua nell'accampamento, standogli a fianco, gli parlava e gli segnava a dito le varie località, gli dava consigli, e la propria interpretazione della personalità di Jim, commentando a modo suo gli avvenimenti degli ultimi tre anni. Brown, in apparenza distratto e con gli occhi sempre altrove, ascoltava però con attenzione senza perdersi una parola; ma non riusciva a veder chiaro che razza d'uomo potesse essere questo Jim. 'Come si chiama? Jim! Jim! Un po' poco per un nome d'uomo.' 'Qui lo chiamano,' fece Cornelius con sarcasmo, 'Tuan Jim, ossia Lord Jim, come direste voialtri.' 'Chi è? Di dove esce?' domandò Brown. 'Che tipo d'uomo è? E' inglese?' ' Sì, sì, è inglese. Anch'io sono inglese. Di Malacca. E' uno stupido. Non hai che da ammazzarlo e qui sarai tu il re. Qui è tutto suo,' spiegò Cornelius. 'Mi sa che tra non molto dovrà rassegnarsi a dividere il suo con qualcun altro,' commentò Brown a mezza voce. 'No, no. La cosa da fare è di ammazzarlo alla prima occasione, che allora puoi fare quello che ti pare, dopo,' insisteva Cornelius con calore. 'Vivo qui da molti anni, e ti do un consiglio da amico.' In tali conversazioni, e nel compiacimento della vista di Patusan che aveva deciso in cuor suo di far sua preda, Brown passò gran parte del pomeriggio mentre i suoi uomini riposavano. Quel giorno la flotta di canoe di Dain Waris, scivolando a una alla volta lungo la sponda opposta al ruscello, scese a chiudere il fiume per tagliargli la ritirata. Di questo Brown non si rese conto, e Kassim, salito alla collina un'ora prima del tramonto, si guardò bene dal metterlo al corrente. Desiderava che la nave dell'uomo bianco risalisse il fiume; e temeva che queste notizie lo avrebbero trattenuto dall'impresa. Insistette molto con Brown perché mandasse l''ordine,' offrendogli, nel medesimo tempo, una staffetta di fiducia che, per maggior segretezza (spiegò), avrebbe preso la via di terra per la foce del fiume, a consegnare 1''ordine' a bordo. Dopo una breve riflessione, Brown trovò più spiccio strappare un foglio dal suo taccuino e scriverci su queste semplici parole: 'Andiamo bene. Grosso affare. Trattenete l'uomo.' Lo stolido giovane scelto da Kassim per far da staffetta eseguì fedelmente la missione, e venne ricompensato subito con un bel volo a testa avanti nella stiva vuota, che gli fecero fare l'ex vagabondo e il Cinese, i quali si affrettarono a chiudere i boccaporti. Come gli andò a finire, Brown non me lo disse". CAPITOLO 40. "Scopo di Brown era di guadagnar tempo trastullandosi con la diplomazia di Kassim. Per far un colpo sul serio non poteva esimersi dal pensare che bisognava senz'altro lavorarsi l'uomo bianco. Non poteva immaginare che un tipo simile (che doveva essere maledettamente abile, dopo tutto, per tenere in mano a tal punto gli indigeni) rifiutasse un'alleanza che gli avrebbe eliminata la necessità di quei lenti raggiri, cauti e rischiosi, a che costringe l'unica linea di condotta possibile per un uomo solo. Lui, Brown, gli avrebbe apportato la forza. Impossibile esitare. Tutto stava arrivare a un'intesa chiara. Naturalmente avrebbero poi fatto a mezzo. L'idea che ci fosse, lì, un forte pronto, a portata di mano - un vero forte con la sua artiglieria (glie l'aveva detto Cornelius) lo eccitava. Bastava far il primo passo, che poi... Avrebbe imposto condizioni modeste. Non troppo però. Quello - a quanto pareva - non era un imbecille. Avrebbero lavorato da buoni fratelli, finché... finché non fosse venuto al momento opportuno un litigio e una fucilata a sistemare tutti i conti. Nella sua spasmodica impazienza di saccheggio, avrebbe voluto già trovarsi a colloquio con quell'uomo. Quella terra gli sembrava già sua, da farla a pezzi, strizzarla, e buttarla via. Intanto, bisognava tenersi buono Kassim, prima di tutto per via dei viveri - e poi avere un rinforzo. L'essenziale, per ora, era di aver da mangiare giorno per giorno. D'altra parte era anche disposto a combattere per il Rajah, pur di dare una lezione a quella gente che l'aveva ricevuto a colpi d'arma da fuoco. Lo spirito di battaglia era in lui. Mi rincresce non saperti riferire questo brano della vicenda che, naturalmente, ho saputo per la maggior parte da Brown - con le sue stesse parole. C'era nel fraseggiare rotto, violento di quell'uomo, che metteva a nudo dinanzi a me i suoi pensieri con la Morte alla gola, una sfrenata crudeltà di propositi, uno strano atteggiamento di vendetta contro il proprio passato, e una cieca fede nel buon diritto della sua volontà contro l'umanità intera; un sentimento molto vicino a quello che poté permettere al capo di un'orda di tagliagole vaganti di chiamarsi con orgoglio il Flagello di Dio. Senza dubbio la naturale ferocia insensata che è al fondo di simili caratteri si esasperava in lui per l'insuccesso, l'avversa fortuna e le recenti privazioni, non meno che per la condizione disperata in cui Brown si trovava; ma la cosa più straordinaria era che, mentre progettava false alleanze e aveva già deciso in cuor suo il destino dell'uomo bianco, e complottava con aria di superiore degnazione con Kassim, risultasse così chiaro, quasi suo malgrado, il suo vero desiderio: che era quello di mettere a ferro e fuoco quel borgo della giungla che lo aveva sfidato e di vederlo disseminato di cadaveri e avvolto nelle fiamme. Ascoltando la sua voce spietata e affannosa, potevo figurarmi come se lo contemplava dall'alto della collina, popolandolo d'immagini di strage e di rapina. Il quartiere più prossimo al fiume pareva deserto alla vista, benché in realtà ogni casa nascondesse qualche uomo armato e all'erta. A un tratto, molto di là della vasta piana incolta, cosparsa di ciuffi di bassa e fitta vegetazione, di buche, di mucchi di rifiuti, e tagliata da sentieri, un uomo solitario, che pareva piccolo piccolo, se ne uscì tranquillamente all'aperto per la strada deserta tra le costruzioni chiuse, buie, senza vita, in capo al paese. Forse uno degli abitanti, fuggito all'altra sponda del fiume, e tornato a prendere qualche oggetto d'uso domestico. Evidentemente si riteneva del tutto sicuro a quella distanza dalla collina, dall'altra parte del ruscello. Una debole palizzata, tirata su in fretta, si ergeva lì vicino, allo svolto della strada, popolata dai suoi amici. Si muoveva a suo agio. Brown lo vide, e chiamò immediatamente il disertore yankee che fungeva in certo modo da sottocomandante. Questo spilungone dinoccolato si avvicinò, con la sua faccia di legno, trascinandosi dietro svogliato il suo fucile. Quando capì che cosa si voleva da lui, con ghigno omicida e vanesio scoprì i denti, mentre due rughe profonde gli solcarono le guancie giallastre e coriacee. Si vantava di essere un tiratore infallibile. Piegato un ginocchio, e mirando con la canna appoggiata solidamente ai rami ancora frondosi di un albero abbattuto, sparò, e subito si alzò a guardare. L'uomo laggiù volse il capo al rumore, fece ancora un passo, sembrò esitare, e di colpo cadde sulle ginocchia e sulle mani. Nel silenzio che seguì al colpo secco del fucile, il tiratore infallibile, tenendo gli occhi fissi sulla preda, osservò che 'la salute di quel tanghero lì non avrebbe più dato dispiaceri ai suoi amici.' Si vedevano gli arti della vittima agitarsi sotto il suo corpo nel tentativo di avanzare carponi. In quello spazio vuoto sali un grido collettivo di sgomento e di sorpresa. L'uomo cadde disteso, bocconi, e non si mosse più. 'Per far vedere a quella gente cosa potevamo fare noi,' mi disse Brown. 'E mettergli in corpo la paura della morte improvvisa. Questo ci occorreva. Erano duecento contro uno, ed ecco che davamo loro un argomento da ripensarci su la notte. Prima, nessuno di essi aveva mai avuto neanche l'idea di un tiro così lungo. Quello straccione dell'uomo del Rajah scappò giù per la collina con gli occhi fuori della testa.' Mentre mi parlava così, cercò di tergersi con mano tremante un po' di schiumetta di sulle labbra violacee, che si contorcevano. 'Duecento contro uno. Duecento contro uno... metterli in terrore... terrore; terrore, glie lo dico io...' Anche a lui gli occhi strabuzzavano fuori dell'orbita. Ricadde all'indietro, annaspando l'aria con dita nodose, si tirò su di nuovo, curvo e irsuto, e mi squadrò di traverso con occhi infocati, come l'orco delle favole, con la bocca aperta nella sua agonia orribile e miseranda, prima di poter riprendere la parola dopo quell'attacco. Certi spettacoli uno non se li scorda più. Inoltre, per attirare il fuoco avversario e individuare le pattuglie che potevano nascondersi nei cespugli lungo il ruscello, Brown ordinò all'isolano delle Salomone di scendere fino alla barca e di portar su un remo, come si ordina a un cane di riportare un bastone gettato in acqua. La manovra fallì e l'uomo tornò senza che da nessuna parte gli avessero sparato un colpo. 'Non c'è anima viva,' concluse qualcuno. 'E' assurdo,' osservò lo Yankee. In realtà, Kassim se n'era andato un po' scosso e un po' contento, ma anche inquieto. Fedele alla sua politica tortuosa, aveva mandato un messaggio a Dain Waris, avvertendolo di tener d'occhio il barco degli uomini bianchi che- secondo le sue informazioni - era sulle mosse per risalire il fiume. Ne sottovalutò la potenza ed esortò Waris ad impedirgli il passaggio. Questo doppio giuoco rispondeva al suo scopo che era quello di tener divise le forze Bugi e di indebolirle col combattimento. D'altra parte, nel corso della giornata, aveva passato parola ai capi Bugi adunati in paese, assicurandoli che stava tentando di indurre gli invasori a ritirarsi; e intanto con messaggi al forte chiedeva insistentemente polvere per gli uomini del Rajah. Era passato molto tempo da quando Tunku Allang aveva ricevuto le ultime munizioni per quella ventina di vecchi moschetti che si arrugginivano nelle rastrelliere della sala delle udienze. I palesi rapporti fra la collina e il palazzo turbavano gli spiriti. Si cominciava a dire che era tempo che gli uomini prendessero partito. Presto ci sarebbe stato molto spargimento di sangue, e quindi gran dolore per molta gente. La tela sociale di vita ordinata, pacifica, in cui ogni uomo era sicuro del domani, l'edificio che Jim aveva costruito con le proprie mani, sembrava quella sera sul punto di crollare in rovina e nel sangue. I più poveri già si davano alla macchia o fuggivano su per il fiume. Un buon numero di quelli delle classi più elevate si credettero in dovere di andar a fare la corte al Rajah. Ma i giovanotti al servizio del Rajah li presero rudemente a spintoni. Il vecchio Tunku Allang, quasi fuori di sé dalla paura e dall'indecisione, o li accolse in silenzio, immusonito, o li insolentì violentemente perché avevano osato venire a mani vuote; sicché quelli se ne andarono spaventatissimi. Soltanto il vecchio Doramin teneva in pugno, compatti, i suoi compaesani e seguiva inflessibile la sua tattica. Seduto maestosamente in una grande poltrona dietro la palizzata improvvisata, impartiva i suoi ordini con un boato roco e profondo; impassibile come se fosse stato sordo, tra quel fluttuar dl notizie. Calò il crepuscolo e nascose prima il corpo del morto, che era stato lasciato lì disteso con le braccia aperte, quasi inchiodato al terreno; poi la sfera volvente della notte, nel suo dolce moto, pèndula sopra la Patusan, versò sulla terra lo scintillio di innumerevoli mondi. Di nuovo, nella parte scoperta del borgo, fiammeggiarono grandi fuochi, lungo l'unica strada, e spiccarono a intervalli, nei bagliori, le linee rette dei tetti a spiovente, confusi frammenti di muri, e qualche capanna qua e là tutta intera contro luce sulle dritte linee nere di un gruppo di pali alti, e tutta una striscia di abitazioni, svelata a tratti, sembrava palpitar con la luce delle fiamme lungo la linea tortuosa del fiume fino alla zona di buio nel cuore dei paese. Un grande silenzio, in cui ardeva silenziosa la fila dei fuochi, si stendeva nelle tenebre ai piedi della collina; ma dall'altra riva del fiume, tutta buia con un'unica fiamma solitaria sulla sponda prospiciente il fortilizio, giungeva per l'aria un crescente brulichìo, come lo scalpicciare di una moltitudine, il sussurro di molte voci, o il rumore di una cascata lontanissima. Fu quello il momento, mi confessò Brown, in cui, stando seduto a guardare tutto ciò, con le spalle voltate ai suoi uomini, nonostante il suo disprezzo per gli altri e la sua fede assoluta in se stesso, ebbe viva la sensazione di aver sbattuto alla fine la testa contro un muro di pietra. Se la sua barca in quel momento non fosse stata in secco, avrebbe tentato probabilmente di svignarsela, affrontando il rischio di un lungo inseguimento sul fiume e di una lunga fame per mare. Non è gran che sicuro se ce l'avrebbe fatta a scappare. Comunque, non ci provò neanche. Un momento dopo gli balenò l'idea di tentare un assalto di sorpresa contro il borgo, ma si rese subito conto che alla fine si sarebbe trovato nella strada illuminata, e dalle case li avrebbero ammazzati tutti come cani. Erano duecento contro uno - pensò - mentre i suoi uomini, accoccolati intorno a due mucchi di brage semispenta, biascicavano le ultime banane e arrostivano quelle poche patate che aveva loro procurato la diplomazia di Kassim. Cornelius sedeva fra loro sonnecchiando, scontento. Allora uno dei bianchi si ricordò che era rimasto un po' di tabacco nella barca, e, spinto dall'esempio fortunato dell'isolano delle Salomone, disse che sarebbe andato a prenderlo. A quell'idea tutti si riscossero dalla loro malinconia. Brown, quando si sentì chiedere il permesso, rispose sprezzante: 'Va', e Dio ti...' Non pensava ci potesse esser pericolo a scendere al ruscello di notte. L'uomo scavalcò un tronco e scomparve. Un attimo dopo lo sentirono arrampicarsi sulla barca e uscirne. 'Trovato!' gridò. Un lampo e un colpo proprio ai piedi della collina. 'Mi hanno pizzicato,' urlò l'uomo. 'Attenti, attenti... mi hanno ferito,' e immediatamente partì una scarica di tutti i fucili. La collina rovesciò fuoco e fragore nella notte come un vulcano in miniatura, e quando Brown e lo Yankee a furia di bestemmie e di pugni furon riusciti a fermare quella sparatoria della paura, un gemito stanco e profondo salì dal ruscello, seguìto da un lamento di una così accorata desolazione che raggelava il sangue nelle vene come un veleno. Poi una voce forte pronunciò alcune parole distinte e incomprensibili da un punto oltre il ruscello. 'Nessuno spari,' gridò Brown. 'Che cosa dice?'... 'Voi della collina, mi sentite? Mi sentite? Mi sentite?' ripeté la voce tre volte. Cornelius tradusse, e poi suggerì la risposta. 'Parla,' gridò Brown. 'Ti sentiamo.' Allora la voce, declamando col tono turgido e roboante di un araldo, e spostandosi continuamente sull'orlo della brughiera invisibile, proclamò che tra gli uomini di razza Bugi di Patusan e gli uomini bianchi sulla collina e loro partitanti non poteva esserci né fede né pietà né discorsi né pace. Un fruscìo in un cespuglio, e partì una fucilata a casaccio. 'Maledetta stupidità,' borbottò lo Yankee, battendo seccato il calcio del fucile in terra. Cornelius tradusse. Il ferito, ai piedi della collina, dopo aver gridato due volte: 'Venitemi a prendere - venitemi a prendere,' continuò a gemere e lamentarsi. Finché si era tenuto sul terreno buio del pendìo, e poi accoccolato nella barca, era rimasto abbastanza al sicuro. Ma pare che nella sua gioia di aver ritrovato il tabacco si fosse lasciato andare saltando fuori dalla barca dalla parte, per così dire, esterna. La scialuppa bianca, alta così tutta in secco, fece spiccare netto il suo profilo; il ruscello non era largo più di sette metri in quel punto, e capitò che in un cespuglio sull'altra sponda ci si fosse appostato un uomo. Era un Bugi di Tondano, venuto da poco a Patusan, e parente dell'uomo ucciso nel pomeriggio. Quel famoso tiro a lunga portata aveva davvero sgomentato i presenti. Quel disgraziato, che se ne stava così sicuro, colpito davanti agli occhi dei suoi amici, con ancora sulle labbra una parola di scherzo, e l'atrocità particolare che gli indigeni vedevano in quell'omicidio, aveva suscitato tra loro un profondo rancore. Quel parente del morto, un certo Si-Lapa, si trovava in quel momento a pochi metri da lui, con Doramin, dentro la palizzata. Tu che conosci quei tipi devi ammettere che quel Si-Lapa mostrò un ardire non comune quando si offerse di portare il messaggio da solo, di notte. Trascinandosi carponi attraverso il terreno scoperto, aveva deviato a sinistra e s'era trovato di fronte alla barca. Spaventato dal grido dell'uomo di Brown, si mise a sedere col fucile appoggiato alla spalla, e quando l'altro saltò fuori allo scoperto fece scattare il grilletto e piazzò di punto in bianco tre pallettoni nella pancia di quel disgraziato. Poi, steso a terra bocconi, fece il morto quando quella grandinata di piombo gli tagliuzzò e frustò i cespugli a due dita da lui, sulla destra. Poi lanciò il suo proclama gridando, piegato in due, e tenendosi costantemente al coperto. Detta l'ultima parola fece uno scarto di fianco, se ne stette un po' lì chiotto chiotto, e quindi se ne tornò sano e salvo tra le case, essendosi acquistato in quella notte una rinomanza che i suoi figli non lasceranno tanto facilmente dimenticare. Intanto sulla collina quella banda di derelitti, col capo tra le mani, aveva lasciato spegnersi i due mucchietti di brage. Sedevano tristissimi per terra, a labbra compresse e occhi bassi, ascoltando i lamenti del loro compagno lì disotto. Era un uomo robusto e stentò a morire, con gemiti ora alti ora abbassati fino a un curioso tono di sofferenze confidate in un sussurro. Qualche volta urlava, poi, di nuovo, dopo un intervallo di silenzio, lo si sentiva borbottare una lamentela lunga e inintelligibile, in delirio. Non smetteva un momento. 'A che serve?' aveva detto Brown, impassibile, vedendo lo Yankee, il quale aveva bestemmiato fino allora sottovoce, prepararsi a scendere. 'Difatti,' assentì il disertore, rinunciando a malincuore. 'Non c'è niente per i feriti quassù. Soltanto, questa lagna può mettere in capo agli altri troppi pensieri dell'al di là, capitano.' 'Acqua!' gridò il ferito con voce straordinariamente chiara e vigorosa, e poi riprese a lamentarsi fioco. 'Sì, acqua. L'acqua ti sistemerà,' borbottò tra i denti l'Americano con aria rassegnata. 'Anche troppa, tra un momento; la marea risale.' Risalì difatti, sommergendo gemiti e grida di dolore. L'alba era vicina quando Brown, seduto di fronte a Patusan col mento sul palmo della mano, come chi fissa il fianco di una montagna inaccessibile, udì il breve e secco latrato di un cannoncino di bronzo da sei libbre laggiù lontano, da un punto del borgo. 'Che è?' domandò a Cornelius che gli era sempre ai panni. Cornelius si mise in ascolto. Un mugghìo di grida soffocate corse lungo il fiume per tutta la città; un grande tamburo cominciò a rullare, altri risposero, pulsando e ronfando. Minuscole luci cominciarono a scintillare qua e là nella parte buia del paese, mentre dalla parte illuminata dalla fila di fuochi saliva sempre il brusìo profondo e prolungato. 'E' arrivato,' fece Cornelius. 'Come? Già? Sei certo?' domandò Brown. 'Sì! Sì! Certissimo. Senti questo rumore.' 'Perché fanno tanto chiasso?' soggiunse Brown. 'Per la gioia,' stronfiò Cornelius; 'è un vero grand'uomo, ma, tutto sommato, è anche un bamboccio, e così fanno molto rumore per dargli piacere perché sono degli stupidi.' 'Senti un po',' fece Brown, 'come si fa per arrivare fino a lui?' 'Verrà lui a parlarti,' dichiarò Cornelius. 'Che vuoi dire? Che verrà a farsi una passeggiatina per questi paraggi?' Cornelius annuì vigorosamente col capo nel buio. 'Sì. Verrà qui dritto dritto a parlarti. E' proprio uno scemo. Vedrai quant'è scemo.' Brown non ci poteva credere. 'Vedrai, vedrai ,' ripeteva Cornelius. 'Non ha paura - non ha paura di nulla. Verrà a ordinarti di lasciar in pace la sua gente. Tutti devono lasciar in pace la sua gente. E' un bamboccio. Verrà dritto da te.' Ahimè! conosceva bene Jim - quel 'vigliacchetto,' come lo chiamò Brown parlando con me. 'Proprio così,' soggiunse Cornelius con ardore, 'e allora, capitano, tu devi dire a quell'uomo alto col fucile di sparargli addosso. Ammazzalo; e metterai addosso a quelli là un tale spavento che, dopo, potrai fare quello che vuoi. Ah! ah! ah! ah! Bello...' Stava quasi ballando per l'impazienza e la smania, e Brown, guardandolo di traverso, vedeva, spietatamente illuminati dall'alba, i suoi uomini fradici di guazza, seduti tra le ceneri fredde, in mezzo al disordine dell'accampamento, stracciati, smunti e avviliti". CAPITOLO 41. "Fino all'ultimissimo momento, finché non li assalì d'un balzo il giorno chiaro, i fuochi sulla riva occidentale fiammeggiarono lucidi e splendenti; e allora Brown vide in un gruppo di indigeni immobili tra le case più vicine, un uomo vestito all'europea, con il casco, tutto bianco dalla testa ai piedi. 'E' lui; guarda! guarda!' fece Cornelius, eccitato. Tutti gli uomini di Brown erano saltati su e facevano ressa alle sue spalle con occhi spenti. Il gruppo di vivaci colori e faccie scure, con la figura bianca nel mezzo, stava osservando la collina. Brown vedeva braccia nude alzate a far solecchio, e altre braccia brune tese a indicare. Cosa doveva fare? Si guardò intorno; le foreste di contro, da ogni lato, sembravano le pareti di un'arena per un duello ineguale. Guardò un'altra volta i suoi uomini. Gli si agitavano in petto disprezzo, stanchezza, desiderio di vivere, voglia di fare ancora un tentativo per raggiungere con miglior fortuna una diversa sepoltura. Dal modo come si profilava la figura, gli sembrò che l'uomo bianco, laggiù, spalleggiato da tutto il paese stesse esaminando la sua posizione col binocolo. Brown salì in piedi su un tronco, alzando le braccia con le palme in fuori. Il gruppo di colore si contrasse ed allargò due volte prima che l'uomo bianco ne fosse fuori per avanzare lentamente, da solo. Brown rimase in piedi sul tronco finché Jim, apparendo e scomparendo tra gli sterpeti, ebbe quasi raggiunto il ruscello; allora saltò giù e gli andò incontro dalla parte sua. S'incontrarono non molto lontano, direi - o forse proprio esattamente - nel punto dove Jim aveva fatto il secondo salto disperato della sua vita - quello che lo trapiantò nella vita di Patusan, nella fede, nell'amore, nella fiducia del popolo. Si guardarono in faccia dalle opposte rive del ruscello e con occhi fermi cercarono di comprendersi a vicenda prima di aprire bocca. Il loro antagonismo dovette risultare chiaro a colpo d'occhio: io so che Brown odiò Jim al primo sguardo. Qualunque speranza avesse concepito, svanì di colpo. Quello non era l'uomo che si aspettava. Lo odiò per questo - e, nella sua camicia a quadretti dalle maniche corte, la barba grigia, la faccia smunta e abbronzata, maledisse in cuor suo la gioventù e la sicurezza dell'altro, i suoi occhi limpidi e il suo portamento tranquillo. Quel ragazzo ne aveva della strada davanti a sé! Non pareva il tipo proclive a cedere qualche cosa per procacciarsi aiuti. Aveva tutti i vantaggi per sé: possesso, sicurezza, potenza; stava col partito di gran lunga dominante. Non era né alla fame né alla disperazione, e non sembrava avere minimamente paura. Perfino nella lindura degli abiti di Jim, dal casco bianco alle mollettiere di tela, alle scarpe pulite col bianchetto, c'era qualcosa che agli occhi torbidi e corrucciati di Brown sembrava appartenere a un mondo da lui sempre vilipeso e sconfessato col tenore stesso della sua vita. 'Chi sei?' domandò Jim alla fine, col suo tono di voce naturale. 'Mi chiamo Brown,' rispose l'altro a voce alta. 'Capitano Brown. E tu?' Ma Jim, dopo una breve pausa, proseguì tranquillamente, come se non avesse sentito. 'Che cosa ti ha condotto qui?' 'Vuoi saperlo?' ribatté Brown amaramente. 'E' presto detto. La fame. E tu?' 'Quell'individuo trasalì a questa domanda,' mi diceva Brown, riferendomi quella strana conversazione tra due uomini separati soltanto dal letto fangoso del torrente, ma ai poli opposti di quel concetto della vita che include l'umanità tutta intera. 'L'individuo trasalì e si fece tutto rosso in faccia. Troppo in alto per sopportar domande, immagino. Gli dissi che se mi considerava un uomo morto da pigliar sottogamba, lui in fondo non si trovava affatto in acque migliori: che io avevo un tipo lassù il quale non gli levava un momento la mira di dosso e aspettava soltanto un segno da me. Non c'era niente di male in questo. Era venuto lì di sua spontanea volontà. - Riconosciamo d'accordo -, gli dissi, - che siamo due uomini morti, e ragioniamo su questa base da pari a pari. Non siamo tutti uguali davanti alla morte? - dissi. Ammisi di esserci, lì, come un topo in trappola, ma ci eravamo stati tirati per forza, e anche un topo in trappola può dare un morso. Mi ribatté subito: - No: se non ci si avvicina alla trappola finché non è morto. - Gli dissi che un giochetto del genere andava bene per quei suoi amici indigeni, ma che lo credevo troppo bianco per trattare a quel modo anche un topo. Sì, desideravo ragionare con lui. Non per pregarlo di salvarmi la vita, però. I miei compagni erano... beh!... quello che erano; uomini come lui, in ogni modo. Tutto quel che gli chiedevamo era di farsi avanti, accidenti al diavolo, e finirla. - Maledizione! - dissi, mentre lui stava lì fermo impalato, - non vorrai mica venire quaggiù ogni giorno col cannocchiale a contare quanti di noi sono ancora in piedi. Avanti. Scatenaci contro la tua maledetta gente, o lasciaci andare a morir di fame per il mare aperto, perdio! Sei stato bianco, una volta, con tutte le tue chiacchiere e che questo popolo è il tuo, e che tu sei uno di loro. Lo sei davvero? E che diavolo ne ricavi? Che hai trovato qui così maledettamente prezioso? Eh? Non vuoi averci qui tra i piedi, eh? Siete duecento contro uno. Non vuoi che scendiamo in campo aperto. Ah! parola mia che vi faremo divertire prima di finirla. Mi parli di un assalto da vigliacco contro gente che non mi aveva fatto nulla. Che me n'importa se non mi hanno fatto nulla, quando io muoio di fame senza aver fatto quasi nulla neanche io? Ma non sono un vigliacco. Non esserlo neanche tu. Portali qui o se no, per tutti i diavoli, ti mandiamo in fumo e in cielo con noi metà del tuo paese che non ha fatto nulla! -' Era orrendo, in questo suo raccontare, quello scheletro torturato e rattrappito, col viso sulle ginocchia, sopra un letto squallido, in quell'orribile tugurio, e che rialzava la testa per guardarmi con aria di trionfo maligno. 'Ecco che cosa gli dissi - sapevo che cosa bisognava dire,' riprese, da prima fievole, ma eccitandosi via via con incredibile crescendo, fino a uno scoppio focoso di disprezzo. '- Non vogliamo mica cacciarci nella foresta a vagolare come una fila di scheletri vivi, a cadere uno dopo l'altro, e che le formiche ci vengano addosso prima ancora d'esser morti del tutto. Eh no... - Non meritate un destino migliore -, fece. - E tu che cosa meriti? - gli gridai, - infrattato qui, a empirti la bocca con la tua responsabilità, e le vite innocenti, e il tuo maledetto dovere? Che sai di me più di quanto io so di te? Io sono venuto qui a cercar da mangiare. Capito? da riempirci la pancia. E tu, che cosa sei venuto a cercare? Che hai domandato arrivando qui? Non ti chiediamo altro che di darci battaglia o via libera per tornare là da dove siamo venuti... - Io la battaglia te la darei anche subito -, fa lui tirandosi i baffetti. - E io ti lascerei sparare su di me e tanti saluti! ribattei. - Sarebbe per me un trampolino come un altro. Sono stufo della mia maledetta scarogna. Ma sarebbe troppo facile. Ci ho i miei uomini con me nella nassa - e perdio, non sono tipo da levarmi dagli impicci lasciandoci loro, sangue di Giuda! dissi. Rimase lì un momento sopra pensiero, e poi volle sapere cos'avessi fatto (- laggiù, - dice, con un cenno del capo al fiume a valle) per essere ridotto così. - Ci siamo forse dati appuntamento per raccontarci la storia della nostra vita? - gli domandai. - Comincia un po' tu. No? Beh, non muoio certo io dalla voglia di starla a sentire. Tientela per te. So che non vale più della mia. Ho vissuto... come hai fatto tu, benché tu parli come uno di quelli che dovrebbero aver le ali per andare in giro senza toccare questa sporca terra. Beh... sporca è, e io non ho ali. Sono qui perché una volta nella mia vita ho avuto paura. Vuoi sapere di che? Della prigione. Quella mi spaventa, e non m'importa di fartelo sapere - se ti serve. Io non voglio domandarti che spavento ti ha cacciato in questo buco d'inferno, dove sembri aver trovato da far bene. E' la tua sorte; la mia è questa: il privilegio di chiedere come una grazia di essere ammazzato subito, o di esser cacciato a calci a morir di fame a modo mio... -'. Il suo capo emaciato vibrava di un'esultanza veemente, sicura e maligna, come se avesse cacciato via la morte che lo aspettava in quella catapecchia. Il cadavere del suo matto amor proprio si sollevava da quegli stracci e da quella miseria come dal buio orrore di una tomba. E' impossibile dire quanto avesse mentito con Jim allora, o quanto mentisse con me adesso - e con se stesso sempre La vanità gioca dei tiri mancini alla nostra memoria, e la verità del sentimento vuol esser tenuta viva da un po' di finzione. Già davanti alla porta dell'altro mondo in veste di mendicante, aveva preso a schiaffi questo mondo qui, gli aveva sputato in faccia, gli aveva scaricato addosso quel cumulo di disprezzo e di rivolta che era al fondo delle sue malefatte. Li aveva vinti tutti - uomini, donne, selvaggi, mercanti, mascalzoni, missionari... e Jim, quello straccione dal viso di carne cruda. Io non gli contrastavo quel suo trionfo 'in articulo mortis,' quell'illusione quasi postuma di essersi messo tutta la terra sotto i piedi. Mentre si vantava con me, nella sua agonia sordida e ripugnante, non potevo trattenermi dal pensare alle allegre chiacchiere che circolavano sulla sua famosa avventura al tempo del suo massimo splendore: quando, per un anno e più la nave di Brown il Gentiluomo si vedeva, per molti giorni di seguito, attardarsi nei dintorni di Erromanga, vicino a un'isoletta col suo orlo verde in mezzo all'azzurro, e il puntino nero della Missione sulla spiaggia bianca; quando Brown il Gentiluomo, a terra, stregava col luccichio della propria fama una giovane donna romantica cui la Melanesia aveva già fatto girare il cervello, e al marito di lei faceva balenare il miraggio di una conversione strabiliante. Il pover'uomo, qualche volta, s'era fatto sentire a esprimere la speranza di 'avviare il Capitano Brown per una strada migliore nella vita...' 'Imbarcare il Gentiluomo Brown alla volta della Gloria celeste,' - come disse un giorno un vagabondo dall'occhio maligno - 'se non altro per far vedere lassù com'è fatto un capitano di lungo corso del Pacifico Occidentale.' E questo era l'uomo - eccolo lì - che aveva rapito una moribonda, e lagrimato sul suo cadavere.' 'Esaltato come un bambino,' non si stancava mai di raccontare il suo secondo di allora, 'e che gusto ci trovasse, ch'io possa essere ammazzato a calci da una carogna di Kanaka se lo so. Signori miei! Era già troppo aggravata per riconoscerlo, quando la portò a bordo; stava lì a pancia all'aria nella cuccetta di Brown a fissare il trave con degli occhi tremendamente lucidi... e poi morì. Qualche sorta di febbre maligna direi, accidenti!...' Mi ritornavano a mente queste storie mentre, asciugandosi la massa incolta della barba con la mano livida e ossuta, Brown, dal fondo del suo ripugnante giaciglio, mi raccontava come s'era rigirato, incocciato e tirato a bordo quello là, quel tipo immacolato di santarellino. Dio lo fulmini! Ammise che quello non era uomo da lasciarsi impressionare, ma che un modo c'era, 'largo come una strada maestra, per arrivargli al cuore e rivoltargli quella sua anima da due soldi, di dentro e di fuori, dall'alto e dal basso, tutta sottosopra, per Dio!'". CAPITOLO 42. "Non credo che Brown fosse in grado di gettare più che uno sguardo appena su quella 'via maestra.' Sembra tuttavia che quanto vi aveva veduto lo avesse lasciato perplesso, perché s'interruppe più di una volta nel suo racconto per esclamare: 'Qui mi sfuggì quasi di mano. Non riuscivo ad agganciarlo. Ma chi era dunque?' E dopo avermi guardato con occhi stralunati, riprendeva a narrare, con giubilo e scherno. A me la conversazione di quei due sulle sponde opposte del ruscello fa l'effetto di uno dei duelli più mortali che il Destino abbia mai contemplato con gli occhi gelidi della sua prescienza finale. No, non riuscì a voltar sottosopra l'anima di Jim, ma, se proprio non m'inganno, dovette trasfondere in quello spirito così fuori dalla sua portata, l'amarezza di quell'incontro, tutta, fino alla feccia. Questi erano gli emissari con i quali il mondo, a cui aveva rinunciato, lo veniva a scovare nel suo rifugio: i bianchi, provenienti da 'laggiù', dove non si sentiva degno di vivere. Solo questo gli arrivava: minaccia, urto, pericolo per il suo lavoro. Immagino che fosse questo senso di tristezza, tra il risentito e il rassegnato, che risalta nelle poche sporadiche parole di Jim, a rendere Brown così per plesso di fronte a quel carattere per lui indecifrabile. Certi grandi uomini devono la maggior parte della loro grandezza al dono di saper riconoscere in quelli che si scelgono a strumenti di lavoro, le precise qualità che servono a loro; e Brown, come se fosse stato davvero grande, aveva il dono satanico di scoprire i lati migliori e quelli peggiori delle sue vittime. Mi ammise che Jim non era di quelli che si possono vincere umiliandosi, e quindi ebbe cura di assumere l'aspetto di un uomo che affronta impavido fortuna avversa, mala fama e rovine. Il contrabbando di pochi fucili - fece ben notare - non era poi un gran delitto. Quanto alla sua venuta a Patusan, chi aveva il diritto di affermare che non era venuto a elemosinare un pezzo di pane? Quel popolo maledetto gli aveva sparato addosso dalle due rive senza neanche sapere chi era. E qui spiegava tutta la sua sfacciataggine, ché in realtà l'azione energica di Dain Waris aveva impedito calamità incalcolabili; e di fatti proprio Brown mi aveva detto chiaro e tondo che, vista la estensione del paese, aveva deciso immediatamente in cuor suo, appena messovi piede, di appiccare il fuoco a destra e a sinistra, ammazzando, intanto, qualunque essere vivente gli fosse venuto sotto mano, per incutere rispetto e terrore alla popolazione. Ché, data la sproporzione delle forze, non c'era altro modo di assicurarsi appena una probabilità di riuscita: lo aveva detto lui, a me, in un accesso di tosse. Ma non lo disse a Jim. Che aveva sofferto fame e privazioni era verissimo: bastava guardare la sua banda. Con un fischio acuto aveva fatto mettere tutti i suoi uomini in fila sui tronchi, ben esposti perché Jim li vedesse. L'uccisione dell'indigeno c'era stata va bene - ma la guerra è la guerra, e senza sangue non si fa nulla a questo mondo... E colui poi era stato ucciso in piena regola con una palla nel petto, non massacrato come il suo, quel poveraccio che adesso giaceva nel ruscello. Per sei ore aveva dovuto starlo a sentir morire, con le budella sbrindellate dai proiettili deformanti. In ogni modo, una vita per l'altra... E tutto questo, detto con la stanchezza, il distacco, di un uomo cacciato avanti dalla sfortuna, finché non gli importa più di niente. Non un raggio di luce, non un momento di respiro nella disgrazia. Quando domandò a Jim, a bruciapelo, con una specie di franchezza disperata, se davvero lui - cuore in mano - non capiva che 'quando si tratta di salvare la pellaccia al buio non si bada a chi ci va di mezzo: tre, trenta, trecento persone,' fu come se questa frase glie l'avesse soffiata all'orecchio un demonio. 'Lo feci diventar bianco come la carta,' si vantò Brown con me. 'Smise subito di fare la perla di virtù. Rimase lì senza parola, con una faccia da temporale; e senza guardare me: guardando per terra.' Domandò a Jim se nella sua vita non ci aveva proprio nessun punto nero per essere così maledettamente duro contro un disgraziato che cercava di cavarsi da un tremendo impiccio col primo mezzo che gli era capitato sotto mano - eccetera eccetera. E sotto tutto questo rozzo discorso correva una vena di subdoli riferimenti alla loro comunanza di sangue, un assunto di comuni esperienze; un disgustoso sottinteso di complicità, di compartecipazione a uno stesso segreto che li teneva legati insieme: cervello e cuore. Finalmente Brown si gettò lungo disteso per terra sbirciando Jim con la coda dell'occhio. Jim, dalla sua parte del ruscello, in piedi, sopra pensiero, si batteva la gamba col frustino. Le case in vista erano silenziose come se fossero state completamente svuotate di ogni alito di vita da una pestilenza; ma molti occhi invisibili, dall'interno, osservavano i due uomini separati dal ruscello, da una barca bianca arenata e dal cadavere di un terzo uomo mezzo sprofondato nel fango. Sul fiume s'erano mosse di nuovo le canoe, perché Patusan, da quando era tornato il Signore bianco, stava riprendendo la propria fiducia nella stabilità delle istituzioni terrene. La riva destra, le piattaforme delle case, le zattere ormeggiate lungo le sponde, perfino i tetti delle capanne da bagno eran gremiti di gente che, nell'assoluta impossibilità di udire e quasi di vedere, aguzzava gli occhi verso l'altura oltre la palizzata del Rajah. Dentro al vasto anello irregolare delle foreste, spezzato in due punti dalla luminosità del fiume, tutto era silenzio. 'Mi prometti di lasciare la costa?' domandò Jim. Brown sollevò un braccio e lo lasciò ricadere, per far intendere che si arrendeva all'inevitabile. 'E cederai le armi?' continuò Jim. Brown si drizzò a sedere e lo guardò con occhi infocati. 'Cedere le armi? Mai, se non ce le verrete a levare dalle mani da morti. Credi che la fifa mi abbia dato alla testa? No no! Quelle, e quei quattro stracci che ho addosso, sono tutto quanto possiedo al mondo, oltre a qualche altro fucile a retrocarica che ho a bordo; e intendo vendere ogni cosa al Madagascar, se mai ci arrivo - a forza d'elemosina da una nave all'altra.' Jim non rispose. Alla fine, gettando via il frustino che teneva in mano, disse, quasi per sé: 'Non so se ne ho il potere...' 'Non lo sai! E un momento fa volevi che cedessi le armi! Questa sì che è bella,' gridò Brown. 'E se a te dicono una cosa e con me ne fanno un'altra?' Si calmò di molto. 'Immagino che il potere ce l'hai, altrimenti che sugo c'era a far tutti questi discorsi?' soggiunse. 'Cosa sei venuto a fare qui? Quattro chiacchiere?' 'Benissimo,' fece Jim, alzando a un tratto la testa dopo una lunga pausa. 'Avrai via libera o aperta battaglia.' Girò le spalle e si allontanò. Brown balzò subito in piedi, ma non salì sulla collina finché non ebbe veduto Jim scomparire tra le prime case. Non doveva rivederlo mai più. Rientrando incontrò Cornelius che scendeva curvo, con la testa incassata nelle spalle: si fermò davanti a Brown. 'Perché non lo hai ucciso?' domandò, con voce acida e scontenta. 'Perché ho di meglio,' replicò Brown con un sorriso allegro. 'Niente! Niente!' protestò Cornelius con energia. 'Impossibile. Io sono qui da tanti anni.' Brown lo guardo con curiosità. C'erano molti aspetti nella vita di quel paese in armi contro di lui, molte cose che non avrebbe mai compreso. Cornelius, avvilito e strascicando il passo, continuò la sua strada in direzione del fiume. Abbandonava i suoi nuovi amici; accettava il corso desolato degli avvenimenti con un'ostinazione arcigna che pareva rinsecchirgli ancor più il suo viso di vecchio, piccolo e giallo; ora, scendendo, gettava occhiate bieche di qua e di là, senza mai abbandonare la sua idea fissa. D'ora in poi gli avvenimenti precipitarono veloci, senza sosta, fluendo dai cuori stessi degli uomini come un fiume da una occulta sorgente, e vi troveremo in mezzo Jim, visto soprattutto attraverso gli occhi di Tamb'Itam. Anche gli occhi della ragazza lo avevano seguìto, ma la sua vita è troppo intrecciata con quella di lui; e sempre la sua passione, il suo stupore, la sua collera, e, soprattutto, la sua paura e il suo amore implacabili. Del servo fedele, non meno inadatto degli altri a comprendere, la sola fedeltà è in giuoco; una così piena fedeltà e fiducia nel suo signore che perfino lo stupore si riduce in lui a una specie di triste accettazione di un misterioso insuccesso. Non ha occhi che per uno solo; e attraverso tutte le titubanze dello sbigottimento egli conserva sempre il suo atteggiamento di guardiano, obbediente e solerte. Il suo padrone tornò dal colloquio con gli uomini bianchi, avviandosi a passi lenti verso la palizzata sulla strada. Tutti si rallegrarono a vederlo ritornare perché mentre era via ognuno temeva non solo per la vita di lui, ma anche per se stesso; per le conseguenze. Jim entrò nella casa dove si era ritirato il vecchio Doramin e rimase solo a lungo col capo dei Bugi; senza dubbio per prendere accordi con lui sul da farsi; ma nessuno fu presente al colloquio. Soltanto Tamb'Itam, tenendosi il più vicino che poté alla porta, sentì il suo padrone che diceva: 'Sì. Farò sapere a tutto il popolo che tale è il mio desiderio; ma ho voluto parlare a te, o Doramin, prima che a tutti gli altri, e da solo a solo: perché tu conosci il mio cuore come io conosco il tuo, e il suo più grande desiderio. Ma sai anche bene che non ho altro pensiero che il bene del popolo.' Poi il suo padrone, sollevando la portiera di stoffa, uscì, e lui, Tamb'Itam, ebbe un'occhiata dal vecchio Doramin, seduto lì dentro nella sua poltrona con le mani sulle ginocchia, e gli occhi fissi a terra tra un piede e l'altro. Dopo, raggiunse il suo padrone sulla via del forte, dove tutti i principali Bugi e i capi di Patusan erano stati convocati a consiglio. Tamb'Itam, per conto suo, sperava che ci sarebbe stata battaglia. 'Non si trattava che di conquistare un'altra collina,' esclamò con aria malinconica. Tuttavia in paese molti speravano che gli stranieri rapinatori si sarebbero decisi ad andarsene, alla vista di tanti valorosi pronti a combattere. Da quando, prima dell'alba, il forte aveva annunciato con una cannonata e col rullo del tamburo il ritorno di Jim, la paura che incombeva su Patusan si era spianata e frantumata, come un'onda su uno scoglio, lasciandosi dietro la schiuma e il ribollire dell'eccitazione, della curiosità e di interminabili dissertazioni. Metà della popolazione era stata cacciata dalle case adibite alla difesa, e viveva in mezzo alla via sulla riva sinistra del fiume, affollandosi intorno al forte, con la preoccupazione di veder incendiare da un momento all'altro le loro case vuote sulla riva minacciata. Desiderio generale era di vedere la faccenda sistemata al più presto. Gioiello si era incaricata di far distribuire viveri ai ricoverati. Nessuno sapeva che avrebbe fatto il loro uomo bianco. Qualcuno osservò che questa volta era peggio della guerra contro lo sceriffo Alì. Quella, per molti, non ebbe grande importanza; adesso invece tutti avevano qualche cosa da perdere. Era seguìto con interesse il movimento delle canoe che andavano avanti e indietro tra le due parti del borgo. Un paio di barche da guerra Bugi stavano all'àncora in mezzo alla corrente per proteggere il fiume; un filo di fumo si alzava sulla prua di ognuna: gli uomini a bordo stavano cuocendo il loro rancio di mezzogiorno quando Jim, finiti i suoi colloqui con Brown e Doramin, attraversò l'acqua ed entrò nel forte dal cancello sul fiume. Dentro, la gente gli si affollò talmente intorno che durò fatica ad aprirsi la strada fino a casa. Non lo avevano veduto fino allora perché, arrivato di notte, aveva scambiato appena due parole con la ragazza, scesagli incontro all'imbarcadero, e subito si era affrettato a raggiungere i capi e i guerrieri sull'altra riva. Il popolo lo salutava con acclamazioni. Una vecchia sollevò uno scoppio di ilarità facendosi largo come una pazza fino in prima fila, per ingiungere a Jim, con voce minacciosa, di badare che ai suoi due figli, del seguito di Dorarnin, non fosse torto un capello per mano di quei ladroni. Parecchi degli astanti cercarono di trascinarla via, ma lei gridava dibattendosi: 'Lasciatemi stare! E che, oh Mussulmani! Che c'è da ridere? Sciagurati! Non sono forse ladroni crudeli, assetati di sangue, e venuti per sterminare?' 'Lasciatela,' fece Jim, e, nel silenzio che seguì ìmmediatamente, disse, lento: 'Tutti saranno salvi.' E prima che si fosse spento il grande sospiro e i forti mormorii di soddisfazione che seguirono, era già entrato in casa sua. Era senza dubbio deciso a lasciare a Brown via libera al mare. Il suo destino gli si rivoltava contro e gli forzava la mano. Per la prima volta si trovava a dover affermare la propria volontà di fronte a un'opposizione dichiarata. 'Ci fu un gran parlare, e da principio il mio padrone stava sempre zitto,' disse Tamb'Itam. 'Si fece buio, e allora accesi le candele sul tavolo lungo. I capi sedevano ai due lati e la signora rimase alla destra del mio padrone.' Quando cominciò a parlare, l'insolita resistenza parve ottenere il solo effetto di rinsaldarlo solidamente nel suo proposito. I bianchi sulla collina aspettavano la sua risposta. Il loro capitano, parlandogli col linguaggio del suo proprio popolo, aveva rese piane molte cose difficili da spiegarsi in altra lingua. Erano dei traviati che i patimenti avevan fatto sordi al bene e al male. E' vero che si erano già perdute delle vite, ma perché perderne delle altre? Dichiarò, a quel raduno di capipopolo che l'ascoltavano, che il loro benessere era il suo; le perdite, le sue; i loro lutti, i suoi. Volse intorno lo sguardo su quei visi seri in ascolto e disse loro di ricordarsi che avevano combattuto e lavorato a fianco a fianco. Conoscevano il suo coraggio... Qui si levò un mormorìo... E che lui non li aveva mai ingannati. Da molti anni vivevano insieme. Amava il paese e i suoi abitanti di un grandissimo amore. Era pronto a rispondere con la vita di qualsiasi eventuale danno fosse capitato a loro per aver consentito agli uomini bianchi e barbuti di ritirarsi. Erano gente malvagia, ma anche il destino era stato malvagio con loro. Aveva egli mai dato un cattivo consiglio? Le sue parole avevano mai portato danno al popolo? domandò. Era convinto che era meglio lasciar che quei bianchi e i loro seguaci se ne andassero col dono della vita. Un dono assai modesto. 'Io, che voi avete messo alla prova e trovato sempre fedele, vi chiedo di lasciarli andare.' Si volse a Doramin. Il vecchio nakhoda non si mosse. 'Allora,' disse Jim, 'richiama Dain Waris, tuo figlio e mio amico, perché a capo di questa impresa io non ci voglio essere'". CAPITOLO 43. "Tamb'Itam dietro alla sua seggiola rimase folgorato. La dichiarazione destò un'impressione enorme. 'Se ne vadano pure: è il meglio a quanto pare a me, che non vi ho mai ingannati,' insisté Jim. Seguì un silenzio. Nel buio del cortile si sentiva il mormorìo sommesso, lo stropiccìo dei piedi di una moltitudine. Doramin sollevò la testa pesante, e disse che leggere nei cuori è impossibile quanto toccare il cielo con le dita - ma che acconsentiva. Gli altri espressero a turno la loro opinione. 'E' meglio,' 'Lasciateli andare,' e così via. Ma la maggior parte disse semplicemente che 'credevano in Tuan Jim.' In questa semplice formula di assenso è il nocciolo di tutta la situazione; la loro fede, la sua lealtà; e il riconoscimento di quella onestà che lo poneva agli stessi suoi occhi nel novero degli uomini senza macchia che s'innalzano sul gregge. Le parole di Stein: 'Romantico!... romantico!' sembrano superare quelle lontananze che ormai non lo restituiranno mai più né al mondo indifferente alle sue debolezze e alle sue virtù, né all'affetto costante che, nello sbigottimento di un grande dolore e di una eterna separazione, gli rifiuta l'elemosina delle lagrime. Dal momento in cui la pura sincerità degli ultimi tre anni di vita bastò a fargli riportare la vittoria sull'ignoranza, la paura e la collera degli uomini, Jim non mi appare più come lo vidi l'ultima volta - una macchiolina bianca che assorbiva tutta la tenue luce rimasta sulla costa buia e il mare scuro - ma più grande e compassionevole nella solitudine di quella sua anima che, anche per colei che lo amò più di tutti, resta un amaro e insolubile mistero. E' evidente che non negò fede alle parole di Brown; non c'era motivo di mettere in dubbio la sua storia, la cui autenticità sembrava suffragata dalla sua rude franchezza, da quella sincerità così maschia nell'accettare le conseguenze e la morale dei suoi atti. Ma Jim non aveva idea dell'egoismo quasi inconcepibile dell'uomo, di quell'egoismo che, se avversato o deluso nelle sue pretese, lo riduceva pazzo di rabbiosa indignazione e di vendetta come un autocrate contrastato. Ma se Jim non sospettava di Brown, era però evidentemente preoccupato che non nascesse qualche equivoco da portare a un urto e a spargimento di sangue. Per questa ragione, appena partiti i capi malesi, pregò Gioiello di dargli qualcosa da mangiare ché doveva uscire dal forte per andare ad assumere il comando del borgo. All'obbiezione di lei che doveva essere troppo stanco, Jim rispose che durante la sua assenza poteva accadere qualcosa che non si sarebbe mai perdonato. 'Sono responsabile di ogni vita nel paese,' disse. Dapprima appariva un po' triste; la ragazza lo servì con le proprie mani, facendosi dare da Tamb'Itam piatti e vassoi (del servizio che gli aveva regalato Stein), ed egli finì per rianimarsi; le disse di tener lei il comando ancora per una notte. 'Non possiamo pensare al sonno, figliola,' disse, 'finché la nostra gente è in pericolo.' E poi soggiunse scherzando che lei era il miglior soldato di tutti. 'Se tu e Dain Waris aveste fatto a modo vostro, non uno di quei disgraziati oggi sarebbe vivo.' 'Sono molto cattivi?' domandò la ragazza, curva sulla seggiola di lui. 'Certi uomini a volte agiscono male senza essere molto peggiori degli altri,' rispose Jim dopo un momento di perplessità. Tamb'Itam seguì il suo padrone fino all'imbarcadero fuori del forte. Era una notte limpida, ma senza luna; e mentre il centro del fiume era buio, l'acqua sotto alle due rive rifletteva la luce di molti fuochi 'come nella notte del Ramadan,' disse l'indigeno. Barche armate andavano chete chete alla deriva per il buio sentiero dell'acqua, oppure, ancorate, fluttuavano con un forte sciacquìo. Quella notte Tamb'Itam ebbe molto da pagaiare con la canoa, e molto da camminare alle calcagna del padrone: misurarono più di una volta la strada dove ardevano i fuochi, e il retroterra, al margine dell'abitato, dove piccole pattuglie montavan la guardia nei campi. Tuan Jim dava ordini, ed era ubbidito. In ultimo si recarono alla palizzata del Rajah, che quella notte era difesa da un distaccamento degli uomini di Jim. Il vecchio Rajah era fuggito quella mattina con la maggior parte delle donne, in una sua casetta vicino a un villaggio nella giungla, su un affluente del fiume. Kassim, rimasto lì, aveva partecipato all'assemblea per spiegare con la sua aria di indaffarata diligenza la sua diplomazia del giorno avanti. Ebbe molto fredde accoglienze, ma riuscì a conservare la sua vivacità sorridente e serena, e si dichiarò felicissimo quando Jim gli disse secco secco che intendeva di guarnire quella notte la palizzata coi suoi uomini. Allorché l'assemblea fu sciolta, lo si sentì di fuori avvicinarsi a questo e a quel capo in procinto di andarsene, parlando con voce alta e soddisfatta del territorio del Rajah così ben difeso durante la sua assenza. Gli uomini di Jim arrivarono verso le dieci alla palizzata, che dominava la foce del ruscello, e Jim intendeva rimanerci finché Brown venendo giù per il fiume non l'avesse oltrepassata. Accesero un focherello sullo spiazzo liscio, erboso, fuori dalla cinta dei pali, e Tamb'Itam posò a terra uno sgabello pieghevole per il suo padrone. Jim gli disse di mettersi a dormire. Tamb'Itam si cercò una stuoia e si distese poco distante; ma non gli riuscì di chiuder occhio, benché sapesse di dover andare per una missione importante prima dello spirar della notte Il suo padrone camminava avanti e indietro davanti al fuoco, a capo chino e con le mani dietro la schiena. Aveva un viso triste. Ogni volta che gli passava vicino Tamb'Itam fingeva di dormire, perché il padrone non si accorgesse che lui non lo perdeva di vista. Finalmente si fermò, guardandolo dall'alto lì disteso, e disse piano: 'E' l'ora.' Tamb'Itam balzò in piedi e si mise a fare i preparativi. La sua missione era di scendere lungo il fiume, precedendo di un'ora o più la barca di Brown, a dire a Dain Waris, in modo formale e perentorio, che i bianchi si dovevano lasciar passare indisturbati. Jim non si fidava di nessun altro per questo servizio. Prima di muoversi, Tamb'Itam domando un segno, più che altro per formalità, giacché la sua posizione presso Jim la conoscevano tutti. 'Perché, Tuan,' disse, 'il messaggio è importante, e sono le tue precise parole quelle che porto.' Il suo padrone si frugò prima in una tasca, poi nell'altra, e alla fine si tolse dall'indice l'anello d'argento di Stein, che portava quasi sempre, e lo consegnò a Tamb'Itam. Quando Tamb'Itam partì per la sua missione, il campo di Brown sull'altura era buio, salvo un'unica piccola luce che splendeva attraverso i rami di uno degli alberi che gli uomini bianchi avevano tagliato. Sul far della sera Brown aveva ricevuto da Jim un pezzo di carta piegato su cui era scritto: 'Hai via libera. Parti appena la tua barca sarà rimessa a galla dal flusso della mattina. Bada che i tuoi uomini facciano ben attenzione, perché i cespugli ai due lati del ruscello e della palizzata alla sua confluenza col fiume sono pieni di uomini bene armati. Non ve la cavereste; ma non credo che tu voglia spargimenti di sangue.' Brown lesse, strappò il foglio in tanti pezzetti, e, volgendosi a Cornelius, che lo aveva portato, disse con aria di motteggio: 'Addio, mio eccellente amico.' Cornelius quel pomeriggio era andato giù al forte e si era aggirato di soppiatto intorno alla casa di Jim. Questi lo incaricò di portare il biglietto, prima perché sapeva l'inglese, e poi perché Brown lo conosceva e non c era pericolo che i suoi uomini, eccitati, lo ammazzassero per sbaglio, come sarebbe potuto capitare a un Malese che si fosse avvicinato alla collina nel crepuscolo. Cornelius consegnò il biglietto, ma non se ne andò subito. Brown sedeva davanti a un po' di fuoco, tutti gli altri erano sdraiati per terra. 'Potrei dirti qualcosa che ti piacerebbe sapere,' borbottò Cornelius di malumore. Brown non gli fece caso. 'Tu non l'hai voluto ammazzare,' riprese l'altro, 'e che te n'è venuto? Ci avresti ricavato un po' di soldi da parte del Rajah, oltre al bottino di tutte le case Bugi; e così non prendi niente.' 'Faresti meglio a levarti dai piedi,' brontolò Brown, senza nemmeno guardarlo. Ma Cornelius si lasciò cadere al suo fianco e cominciò a parlargli in fretta in fretta, sottovoce, dandogli un colpetto sul gomito di quando in quando. Quel che aveva da dire fece drizzar la schiena a Brown che tirò giù una bestemmia: ché l'altro lo aveva semplicemente informato della pattuglia di Dain Waris giù per il fiume. Lì per li Brown si considerò venduto e tradito in pieno, ma gli bastò un momento di riflessione per convincersi che a un tradimento non c'era neanche da pensarci. Non disse nulla, e dopo un poco Cornelius osservò, con aria d'assoluta indifferenza, che c'era un altra via d'acqua oltre al fiume, e che lui la conosceva benissimo. 'Buono a sapersi,' fece Brown, drizzando le orecchie; e Cornelius cominciò a parlare di quel che succedeva nel borgo, e gli ripeteva tutto ciò che era stato detto in Consiglio versando nell'orecchio di Brown un mormorìo monotono, come si fa trovandosi in mezzo a gente addormentata, che non vogliamo svegliare. 'Crede di avermi tirato via i denti, eh?' borbottò Brown molto sottovoce... 'Sì. E' uno stupido. Un bamboccio. E' venuto qui a portarmi via il mio,' continuò a mormorare Cornelius. 'E l'ha data da bere a tutti. Ma se succede qualcosa per cui non gli crederanno più, come gli va a finire, a quello lì? E il Bugi Dain che ti aspetta in agguato lungo il fiume, capitano, è proprio quello che ti assalì quando sei arrivato. Brown osservò con disinvoltura che certo avrebbe preferito di non incontrarsi con lui, e con la stessa aria distaccata, distratta, Cornelius dichiaro di conoscere una diramazione del fiume abbastanza larga da passarci la barca di Brown fin oltre al campo di Dain Waris. 'Dovrete stare molto zitti, però,' soggiunse, come se fosse un ripensamento, 'perché in un punto passiamo vicino all'accampamento, alle sue spalle. Molto vicino. Sono accampati sulla riva con le barche tirate in secco.' 'Oh, lo sappiamo come si fa a star zitti come topi, non aver paura.' Cornelius pattuì che, se doveva far da guida a Brown, questi gli avrebbe portato a rimorchio la sua canoa. 'Bisognerà ch'io torni indietro in fretta,' spiegò. Mancavano un paio d'ore all'alba quando le vedette passarono parola alla palizzata che i pirati bianchi stavano scendendo alla barca. In brevissimo tempo da un'estremità all'altra di Patusan ogni uomo armato fu all'erta, eppure le rive del fiume rimasero così silenziose che, non fossero stati i fuochi a ravvivarsi a tratti con leggeri bagliori improvvisi, il borgo poteva sembrare addormentato come in tempo di pace. Una nebbia fitta stagnava bassissima sull'acqua, creando una specie di illusoria luce grigia che non rischiarava niente. Quando la scialuppa di Brown scivolò dal ruscello nel fiume, Jim stava in piedi su un promontorio basso davanti alla palizzata del Rajah proprio lì dove aveva messo piede a Patusan la prima volta. Vide a un tratto un'ombra, tra quel grigiore di nebbia, scendere solitaria, massiccia, evasiva, ogni momento sottratta alla vista, carica di un mormorìo di voci represse. Brown, al timone, udì la voce di Jim giungere calma: 'Via libera. Farete bene ad affidarvi alla corrente finché dura questo nebbione; ma si alzerà presto.' 'Sì, tra poco ci si vedrà chiaro,' rispose Brown. I trenta o quaranta uomini che stavano pronti con i moschetti imbracciati fuori della palizzata trattennero il respiro. Il mercante Bugi, che incontrai poi sulla veranda di Stein, e che si trovava tra loro, mi disse che la scialuppa, passando rasente al promontorio, sembrò per un momento ingigantirsi e dominarlo come una montagna. 'Se potete aspettare un giorno alla fonda,' gridò Jim, 'cercherò di mandarvi qualcosa: un vitello, un po' di patate dolci - quello che posso.' L'ombra alta veniva sempre più avanti. 'Sì. Bravo,' disse una voce opaca e attutita dalla nebbia. Nessuno dei difensori inorecchiti capì il significato di quelle parole; poi la barca di Brown e i suoi uomini passarono oltre, scomparendo in silenzio come spettri. E così Brown, invisibile nella nebbia, se ne andò da Patusan, gomito a gomito con Cornelius, seduto a poppa della scialuppa. 'Forse ti darà un bel vitello,' disse Cornelius. 'Già; un bel vitello. E patate. Te li ha promessi e te li dà. E' di parola. Mi ha rubato tutto il mio. Un bel vitello è meglio che il bottino di molte case.' 'Ti consiglio di tener la lingua a posto, se non vuoi che qualcuno ti butti fuori bordo in questa nebbia stramaledetta,' fece Brown. La barca sembrava immobile; non si vedeva niente, nemmeno il fiume sottobordo, solo un pulviscolo umido volava e si condensava, giù per le barbe e in faccia. Una fantasmagoria, mi disse Brown. Ognuno di loro, in sé e per sé, si sentiva come se fosse stato solo, alla deriva in una barca, sotto l'incubo di presenze spettrali sospirose e mormoranti. 'Buttarmi fuori, eh? Ma io saprei orientarmi,' mormorò Cornelius, immusonito. 'Vivo qui da molti anni.' 'Non tanti da vedere attraverso a una nebbia come questa,' ribatté Brown, abbandonato all'indietro col braccio che gli dondolava sulla barra inoperosa. 'Sì. Anche attraverso a questa nebbia,' ringhiò Cornelius. 'Molto bene,' commentò Brown. 'Vuoi farmi credere che sapresti ritrovare così alla cieca quel canale secondario di cui hai parlato?' Cornelius grugnì. 'Vi farebbe troppa fatica remare?' domandò dopo un silenzio. 'No, perdio!' gridò Brown a un tratto. 'Fuori i remi laggiù.' Ci fu nella nebbia un gran tramestìo, che dopo un poco si mutò nel raschio regolare di invisibili remi contro invisibili scalmiere. Per il resto, tutto come prima; e non ci fosse stato un leggero sciacquìo era come remare in mezzo a una nuvola dalla navicella di un pallone, mi disse Brown. Da lì in poi Cornelius non aprì bocca se non per domandare lagnosamente che qualcuno gli aggottasse la canoa, a rimorchio della scialuppa. A poco a poco la nebbia si sbiancò e da prua schiariva. A sinistra Brown vide una massa scura, che poteva sembrar la schiena della notte in fuga. A un tratto un grande albero fronzuto gli fu sopra alla testa, e le estremità di alcuni rametti, gocciolanti e immobili s'incurvarono sottili, vicinissimi al bordo. Cornelius, senza una parola, gli prese di mano la barra". CAPITOLO 44. "Non credo che si scambiassero più parola. La barca entrò nello stretto canale secondario e la spinsero pontando i remi contro le prode sfarinose; su cui, per la fitta oscurità, pareva che si fossero tese due enormi ali nere dal fondo fino alla cima degli alberi per tutto il suo spessore. Grandi goccie piovevano dal fogliame dei rami attraverso la densità della nebbia. Cornelius brontolò qualche cosa e Brown fece caricare le armi ai suoi uomini. 'Vi darò il modo di far pari con loro prima di abbandonare il campo, branco di storpiati che siete,' disse alla banda. 'Badate di non perdervi l'occasione, razza di cani.' Un ringhio sordo rispose a quelle parole. Cornelius entrò in grande agitazione per la sua malsicura canoa. Intanto Tamb'Itam era arrivato a destinazione con un po' di ritardo per la nebbia: ma aveva pagaiato regolarmente, tenendosi a contatto con la sponda meridionale. Alla fine la luce del giorno si accese come una fiammella in un globo di vetro smerigliato. Ai due lati del fiume le sponde mettevano una sbavatura caliginosa, in cui si delineavano accenni di forme un po' come colonne e, molto in alto, ombre di intrecci ramosi. La nebbia, a fior d'acqua, era ancora fitta; ma sull'accampamento si faceva buona guardia. Infatti, all'avvicinarsi di Tamb'Itam, le sagome di due uomini emersero dal vapore lattiginoso, e lo investirono voci in tono violento. Rispose; e subito una canoa essendoglisi messa di fianco, scambiò le notizie con i pagaiatori. Tutto bene. Il pericolo era passato. Allora gli uomini della canoa mollarono presa dal bordo di Tamb'Itam, e immediatamente scomparvero. Egli tirò innanzi finche non udì delle voci che gli arrivavano calme sull'acqua; e ora vide, sotto la nebbia che si sollevava in turbini, il chiarore di molti piccoli fuochi accesi su una spiaggiola di rena, contro uno sfondo di alberi alti e sottili e di cespugli. Anche lì c'erano le sentinelle che gli diedero il chi va là. Gridò il suo nome, e con due colpi di pagaia azzuccò la sua barca sulla rena. C'era un vasto accampamento: uomini accoccolati in molti gruppetti nel mormorio ininterrotto delle conversazioni mattutine. Molti fili sottili di fumo si avvitavano lenti nella nebbia biancastra. Elevati sul terreno, sporgevano i piccoli rifugi dei capi. I moschetti erano raggruppati a fasci, e lunghe lancie erano conficcate, una distante dall'altra, nella sabbia, vicino ai fuochi. Tamb'Itam, con aria d'importanza, volle esser accompagnato da Dain Waris. Trovò l'amico del suo padrone bianco disteso su un alto giaciglio di bambù, riparato da una specie di tettoia di stecchi ricoperti di stuoie. Dain Waris era sveglio, e un fuoco vivo ardeva davanti al suo giaciglio che sembrava una specie di rozzo altare. L'unico figlio del nakhoda Doramin rispose cortesemente al saluto Tamb'Itam per prima cosa gli consegnò l'anello, pegno di fede del messaggio e della sua parola. Dain Waris, appoggiato sul gomito, gli ordinò di parlare e di riferirgli le notizie. Dopo la formula consacrata: 'Notizie, buone,' Tamb'Itam cominciò a riferire le parole precise di Jim. Gli uomini bianchi, partiti con il consenso di tutti i capi, dovevano aver passo libero giù per il fiume. Rispondendo a una domanda o due, Tamb'Itam riferì sullo svolgimento dell'ultima assemblea. Dain Waris ascoltò attentamente fino in fondo, giocherellando con l'anello che alla fine si infilò nell'indice della mano destra. Dopo aver ascoltato quanto aveva da dire Tamb'Itam, lo mise in libertà che andasse a mangiare e a riposarsi. Furono immediatamente impartiti gli ordini per il ritorno in Patusan nel pomeriggio. Poi Dain Waris si stese di nuovo, a occhi aperti, mentre i servi addetti alla sua persona gli preparavano il rancio sul fuoco, vicino al quale anche Tamb'Itam si era seduto a chiacchierare con gli uomini che si erano distesi ad ascoltare le ultime notizie di Patusan. Il sole si andava divorando la nebbia. Sul braccio principale de! fiume dove si attendeva da un momento all'altro di veder apparire la barca dei bianchi, gli uomini facevano buona guardia. E qui Brown sì prese la sua rivalsa su quel mondo che dopo vent'anni di bravacciate altezzose e temerarie gli rifiutava il tributo di successo di ogni comune brigante. Fu un atto di ferocia a sangue freddo, che sul suo letto di morte lo sosteneva come il ricordo di un'indomita sfida. Sbarcò i suoi uomini alla chetichella dal lato esterno dell'isola, dietro all'accampamento Bugi, e glie la fece attraversare tutta. Dopo una breve, ma silenziosissima discussione, Cornelius, il quale aveva tentato di sgattaiolarsela al momento dello sbarco, si rassegnò a indicare la via per il sottobosco più rado. Brown gli teneva tutte e due le mani magre strette nel suo grande pugno dietro la schiena, mandandolo avanti con un energico spintone. Cornelius restava muto come un pesce, abietto, ma fedele al suo scopo, di cui intravvedeva il raggiungimento vagamente, davanti a sé. Al margine del terreno boscoso, gli uomini di Brown si sparpagliarono al coperto, e aspettarono. L'accampamento era tutto scoperto da un'estremità all'altra, in piena luce ai loro occhi, e non c'era una sentinella da quella parte. Nessuno si sognava nemmeno che i bianchi potessero aver sentore dello stretto canale che passava alle spalle dell'isola. Tutti e due i suoi imbocchi erano così stretti e irti di vegetazione che gli stessi indigeni, passando in canoa, stentavano a trovarli. Quando credette venuto il buon momento, Brown urlò: 'Addosso!' e quattordici colpi echeggiarono come un colpo solo. Tamb'Itam mi disse tanta essere stata la sorpresa che, tranne i caduti morti o feriti, dopo quella scarica, e per un bel pezzetto, non si mosse un'anima. Poi un uomo gettò un grido, e dopo quel grido, salì da tutte le gole un grande urlo di sorpresa e di paura. Sotto l'impeto di un panico cieco quegli uomini si precipitarono in folla, ondeggiando e fluttuando, avanti e indietro per la riva, come una mandria di buoi spaventati dall'acqua. Qualcuno saltò nel fiume subito, ma i più si decisero soltanto dopo la terza scarica. Tre volte gli uomini di Brown spararono sulla massa, mentre Brown, l'unico che si mostrasse allo scoperto, bestemmiava e urlava: 'Mirate basso! Mirate basso!' Tamb'Itam dice che, quanto a lui, quel che era successo lo capì alla prima scarica. Benché illeso, cadde e si tenne appiattato a terra come morto, ma con gli occhi aperti. Ai primi colpi, Dain Waris, balzando dal suo giaciglio, saltò fuori e alla seconda scarica corse sulla riva allo scoperto, proprio in tempo per prendersi una pallottola in fronte. Tamb'Itam lo vide spalancare le braccia e cadere. Allora, dice, non prima, si sentì preso da una grande paura. I bianchi si ritirarono com'erano venuti - non visti. Così Brown pareggiò il suo conto con la fortuna avversa. Nota che perfino in questo orrendo misfatto si sente la superiorità dell'uomo che porta in sé la realtà astratta del diritto nell'involucro dei suoi comuni desideri. Non era un massacro da volgare tradimento, quello; era una lezione, una retribuzione una dimostrazione di qualche attributo oscuro e spaventoso della nostra natura, il quale temo non sia così a fondo sotto la scorza quanto ci fa comodo di credere. Poi i bianchi si allontanarono non visti neanche da Tamb'Itam, e sembrarono così svanire del tutto di sotto gli sguardi umani; e anche lo schooner scomparve al modo della roba rubata. Si racconta però di una scialuppa bianca raccolta un mese dopo nell'Oceano Indiano da un vapore mercantile. C'erano dentro due scheletri rinsecchiti, gialli, con gli occhi vitrei e con un fil di voce, sottomessi all'autorità di un terzo scheletro che dichiarò di chiamarsi Brown. Il suo schooner, disse, diretto al sud con un carico di zucchero giavanese, aveva fatto una brutta avaria e gli era affondato sotto i piedi. Lui e i suoi compagni erano i superstiti di una ciurma di sei. Gli altri due morirono a bordo del vapore che li aveva salvati. Non ha importanza. Brown visse per farsi vedere da me, e posso testimoniare che restò fedele a se stesso fino all'ultimo. Sembra, tuttavia, che, nell'andarsene, avessero trascurato di sganciare la canoa di Cornelius. Lui, Cornelius, Brown lo aveva lasciato libero all'iniziò della sparatoria, con un calcio d'estrema benedizione. Tamb'Itam, sorto su di tra i morti, vide il Nazareno correre su e giù per la riva tra i cadaveri e i fuochi in estinzione, con grida sottili. A un tratto si precipitò verso il fiume, e con sforzi frenetici tentò di varare una barca Bugi. 'Dopo, finché non mi ebbe scorto,' riferì Tamb'Itam, 'rimase lì in piedi a guardare la pesante canoa grattandosi la testa.' 'Che ne è stato di lui?' domandai. Tamb'Itam, guardandomi fisso, fece un gesto espressivo col braccio destro. 'Due volte l'ho colpito, Tuan,' fece. 'Quando mi vide avvicinare si gettò a terra scalciando, e gridando forte. Due volte l'ho colpito. Strillò come una gallina spaventata finché non sentì la punta; poi tacque, e rimase steso lì, a guardarmi fisso, mentre la vita gli usciva dagli occhi.' Tamb'Itam non si attardò oltre. Capì l'importanza di arrivar primo con le orrende notizie al forte. C'erano, naturalmente, molti superstiti della pattuglia di Dain Waris; ma nel furore del panico qualcuno aveva attraversato il fiume a nuoto, altri erano fuggiti nella macchia. In realtà nessuno sapeva precisamente chi avesse fatto il colpo - e se non fossero in via altri predoni bianchi, e se non avessero già dilagato per tutto il paese. Immaginavano senz'altro di essere vittime di un tradimento in grande, votati alla distruzione totale. Si dice che alcuni piccoli gruppi non giunsero a casa che tre giorni dopo. Comunque, pochi tentarono di tornare subito a Patusan. Una delle canoe che quella mattina erano di ronda sul fiume, si trovò in vista del campo proprio al momento dell'assalto. E' vero che da principio gli uomini si buttarono di sotto, e nuotarono fino alla riva opposta, ma poi tornarono nella barca e ripresero la rotta, incerti, contro corrente. Su costoro. Tamb'Itam aveva un'ora di vantaggio". CAPITOLO 45. "Quando Tamb'Itam, pagaiando come un matto, arrivò in vista del paese, le donne stavano affollate sulle piattaforme davanti alle case, aspettando il ritorno della flottiglia di Dain Waris. Il borgo aveva un'aria festosa; qua e là si vedevano gruppi di uomini, ancora armati di lance e fucili, muoversi o star fermi a capannelli lungo la riva. I negozi cinesi avevano aperto di buon'ora; ma il mercato era vuoto, e una sentinella, ancora al suo posto all'angolo del forte, riconobbe Tamb'Itam e diede la voce a quelli di dentro. Il cancello era spalancato. Tamb'Itam saltò a terra e si precipitò dentro. La prima persona che incontrò fu la ragazza che usciva di casa. Tamb'Itam, sconvolto, affannato, con le labbra tremanti e gli occhi stralunati, rimase un momento davanti a lei come paralizzato da un improvviso sortilegio. Poi disse a precipizio: 'Hanno ucciso Dain Waris e molti altri.' La ragazza si torse le mani, e le sue prime parole furono: 'Chiudi i cancelli.' La maggior parte degli uomini del forte erano tornati alle loro case, ma Tamb'Itam trasmise l'ordine immediato ai pochi rimasti per il turno di guardia. La ragazza rimase immobile in mezzo al cortile, mentre gli altri correvano qua e là 'Doramin,' esclamò disperata, mentre Tamb'Itam le passava vicino. Quando ripassò, rispose in fretta al pensiero inespresso di lei. 'Sì. Ma noi abbiamo tutta la polvere di Patusan.' Lo afferrò per un braccio e, indicando la casa: 'Va' a chiamare lui,' mormorò, tutta in tremito. Tamb'Itam corse su per i gradini. Il suo padrone dormiva. 'Sono io, Tamb'Itam,' gridò alla porta: 'con notizie che non possono aspettare.' Vide Jim rivoltarsi sul cuscino e aprire gli occhi, e aggiunse subito: 'Questo, Tuan, è giorno di sventura, giorno maledetto.' Il suo padrone si sollevò su un gomito per ascoltarlo - proprio come aveva fatto Dain Waris. E allora Tamb'Itam cominciò il suo racconto, cercando di riferire i fatti per ordine, chiamando Dain Waris 'Panglima;' e stava dicendo: 'Allora il Panglima gridò al suo capo-voga: - Da' a Tamb'Itam qualcosa da mangiare -', quando il suo padrone mise i piedi a terra e lo guardò con un viso così sconvolto che gli chiuse le parole in gola. 'Parla,' fece Jim. 'E' morto?' 'Possa tu vivere a lungo,' esclamò Tamb'Itam. 'E' stato il più infame dei tradimenti. Corse fuori ai primi colpi, e cadde...' Il suo padrone si avvicinò alla finestra e con un pugno aprì le imposte. La stanza si illumino; e allora con voce sicura, ma parlando rapidamente, cominciò a dargli gli ordini: radunare una flotta di barche per un immediato inseguimento; andare da questo e da quello... mandare messaggeri; e mentre parlava sedette sul letto, chinandosi ad allacciarsi le scarpe in fretta. A un tratto alzò gli occhi: 'Sei ancora lì?' domandò, acceso in volto. 'Non perdere tempo.' Tamb'Itam non si mosse. 'Perdonami, Tuan, ma... ma,' cominciò a balbettare. 'Che cosa?' gridò il suo padrone alzando la voce, terribile nell'aspetto, e inclinato in avanti, stringendo con tutte e due le mani l'orlo dei letto. 'Non è prudente per il tuo servo uscire in mezzo al popolo,' disse Tamb'Itam dopo un attimo di esitazione. Allora Jim capì. Si era ritirato da un mondo, per un incidente da nulla: un salto istintivo; e ora quest'altro mondo, che si era costruito con le sue mani, gli era crollato addosso. Non era prudente per il suo servo uscire in mezzo al suo popolo! Credo che da quel preciso momento abbia deciso di sfidare il disastro nell'unico modo in cui gli parve che un simile disastro si potesse sfidare; questo soltanto so, che, senza dir parola, uscì dalla sua stanza e sedette davanti alla lunga tavola, in capo alla quale era abituato a dirigere gli affari di questo suo mondo, proclamando quotidianamente la verità che gli viveva sicura in cuore. Ma era romantico - romantico - e tuttavia leale. Le potenze oscure non gli avrebbero rubata due volte la pace. Sedeva come una statua di pietra. Tamb'Itam, deferente, accennò ai preparativi di difesa. La sua amata entrò a parlargli, ma Jim fece un cenno con la mano, ed ella rimase atterrita a quel muto disperato invito al silenzio. La ragazza uscì sulla veranda e sedette sulla soglia, come a difenderlo con la sua persona dai pericoli esterni. Quali pensieri gli passarono per il capo quali memorie? Chissà? Tutto era finito, e lui che già una volta aveva mancato fede al suo compito aveva perduto un'altra volta la fiducia degli uomini. Fu allora, credo, che tentò di scrivere - a qualcuno - e poi vi rinunziò. La solitudine gli si stringeva addosso. Solo per questo la gente gli aveva affidato la propria vita - e intanto nessuno mai, come aveva detto lui, mai sarebbe stato in grado di capirlo. Quelli di fuori non gli udirono pronunciare parola. Più tardi, verso sera, comparve sulla soglia a chiamare Tamb'Itam. 'Ebbene?' domandò. 'C'è molto pianto. Anche molta collera,' rispose Tamb'Itam. Jim lo guardò. 'Tu sai,' mormorò. 'Sì, Tuan,' disse l'altro. 'Il tuo servo sa, e i cancelli sono chiusi. Combatteremo.' 'Combattere? A che scopo?' domandò Jim. 'Per la vita.' 'Io non ho vita,' rispose. Tamb'Itam udì un grido della ragazza che era sull'uscio. 'Chi sa?' disse Tamb'Itam. 'Con audacia e accortezza potremmo forse fuggire. C'è anche molta Paura nei cuori degli uomini.' Uscì, pensando vagamente alle barche e al mare aperto, e lasciò Jim solo con la ragazza. Non mi basta l'animo di riferire qui le brevi notazioni di Gioiello sulla sua lotta di più d'un'ora per il possesso della propria felicità. Se a lui restasse qualche speranza - se e cosa aspettasse, o immaginasse - è impossibile dire. Fu irremovibile, e nell'isolamento sempre più cupo della sua ostinazione, il suo spirito sembrò sollevarsi al disopra delle rovine della sua esistenza. Gli gridò nelle orecchie: 'Combatti!' Lei non capiva. A che scopo combattere? Egli avrebbe dimostrato altrimenti la sua forza, vincendo la fatalità stessa del suo destino. Uscì in cortile; la ragazza lo seguì barcollando, con i capelli sciolti, il viso sconvolto, ansimante, e si appoggiò allo stipite. 'Aprite i cancelli,' ordinò Jim. Poi, rivolto a quei suoi uomini che stavano nel forte, diede loro il permesso di tornare a casa. 'Per quanto tempo, Tuan?' domandò timidamente uno di essi. 'Tutta la vita,' rispose con voce cupa. Sul borgo era disceso il silenzio. Dopo un primo scoppio di gemiti e lamentazioni che avevano spazzato il fiume come una raffica di vento venuta dall'aperta dimora del dolore, sul borgo era disceso il silenzio. Ma le dicerie si spandevano in labili mormorazioni, e riempivano i cuori di atroci dubbi e di costernazione. I predoni stavano per tornare, e con loro ne avrebbero portati chi sa quanti altri in una grande nave, e non ci sarebbe più stato scampo per nessuno in paese. Un senso di totale sbigottimento, come durante un terremoto, empiva l'animo degli uomini che si mormoravano i loro sospetti, guardandosi l'un l'altro negli occhi come in presenza di un pauroso presagio. Il sole calava verso le foreste quando portarono il corpo di Dain Waris nel campong di Doramin. Lo portarono quattro uomini, coperto pietosamente da un lenzuolo che la vecchia madre aveva mandato al cancello incontro al figlio che le tornava. Lo posarono ai piedi di Doramin, e il vecchio sedette a lungo immobile, con le mani sulle ginocchia, guardando in terra. Le fronde delle palme ondeggiavano dolcemente e sul suo capo palpitava il fogliame degli alberi da frutto. Tutti gli uomini del suo popolo erano lì, armati di tutto punto, quando il vecchio nakhoda alla fine alzò gli occhi. Li volse lentamente sulla folla, quasi cercando un viso che mancava. Il mormorìo della moltitudine si mescolava al fruscìo lieve delle foglie. Era lì anche il Malese che portò poi Tamb'Itam e la ragazza a Samarang. 'Non in rivolta come tanti altri,' mi disse, 'ma colpito da sgomento e stupore di fronte al destino subitaneo che pende sul capo degli uomini come una nuvola carica di tuoni.' Mi disse che quando, a un cenno di Doramin, scopersero il corpo disteso di Dain Waris, colui che usavano chiamare l'amico del Signore bianco apparve immutato, con le palpebre socchiuse, come sul punto di svegliarsi. Doramin si inclinò un poco più in avanti, quasi cercasse qualche cosa caduta per terra. Percorse con gli occhi tutto il corpo dai piedi alla testa, forse per vedere dov'era ferito. Il foro era nella fronte, e piccolo; nel più profondo silenzio uno degli astanti, chinandosi sul cadavere, sfilò l'anello d'argento dalla mano fredda, rigida, e in silenzio lo mostrò a Doramin. Allora corse per la folla un mormorìo d'orrore e di sgomento alla vista di quel pegno ben noto. Il vecchio nakhoda lo fissò a occhi sbarrati, e ad un tratto lanciò un gran grido selvaggio, dal profondo del petto; un ruggito di dolore e di rabbia, potente come il muglio di un toro ferito, che mise un gran timore nel cuore degli uomini per la smisurata forza della sua collera e della sua pena, chiarissime così, senza parola. Seguì un gran silenzio per qualche attimo, mentre quattro uomini sollevavano il corpo e, spostandosi da un lato lo deponevano sotto un albero. Immediatamente, con un solo lungo urlo, le donne della casa cominciarono a far lamento tutte insieme, piangendo con acute strida. Il sole volgeva al tramonto; nelle pause delle grida delle lamentatrici si sentivano, staccate, le voci alte a cantilena di due vecchi che intonavano il Corano. Press'a poco nello stesso momento, Jim, appoggiato a un affusto di cannone, guardava il fiume, volgendo le spalle alla casa; e la ragazza, ansimante nel rettangolo della porta, come se fosse venuta di corsa a fermarsi lì, lo guardava di là dal cortile. Tamb'Itam in piedi, non lontano dal suo padrone, stava in paziente attesa degli avvenimenti. Ad un tratto Jim, che sembrava immerso in calmi pensieri, si voltò verso di lui dicendo: 'E' ora di finirla.' 'Tuan?' disse Tamb'Itam con premura. Non capiva le intenzioni del suo padrone, ma al primo movimento di Jim, anche la ragazza si era mossa, uscendo all'aperto. Pare che nessun altro della casa fosse in vista. Barcollava un poco, e circa a metà cammino chiamò Jim, che sembrava aver ripreso a contemplare tranquillamente il fiume. Egli si voltò, appoggiando la schiena al cannone. 'Combatterai?' gli gridò. 'Non c'è ragione di combattere,' le rispose; 'niente è perduto.' Così dicendo fece un passo verso di lei. 'Fuggirai?' gridò ancora la ragazza. 'Non c'è via di scampo,' ribatté, fermandosi lì su due piedi; e anche lei si fermò, in silenzio, fissandolo con occhi di fuoco. 'E andrai là?' disse lentamente. Jim chinò la testa. 'Ah!' esclamò la fanciulla, fissandolo come a scrutarlo. 'O sei pazzo, o mancatore di parola. Ti ricordi la notte che ti pregai di andartene, e tu dicesti che non potevi? Che era impossibile! Impossibile! Ti ricordi che dicesti che non mi avresti mai lasciata? Perché? Io non ti domandavo nessuna promessa. Me l'hai fatta tu spontaneamente - ricordatene.' 'Basta, poveretta,' rispose. 'Che varrei ormai, se restassi?' Tamb'Itam disse che mentre parlavano la ragazza scoppiò a ridere forte e senza senso, come una visitata da Dio, sicché il suo padrone dovette chiudersi la testa tra le mani. Era vestito di tutto punto come sempre, ma senza cappello. A un tratto Gioiello smise di ridere. 'Per l'ultima volta,' gridò minacciosa, 'ti vuoi difendere o no?' 'Niente può toccarmi,' ribatté Jim con un ultimo lampo di superbo egoismo. Tamb'Itam la vide curvarsi in avanti, aprire le braccia e correre veloce verso Jim, abbattersi sul suo petto e abbracciarlo al collo. 'Ah! ma io ti terrò così,' gridò... 'Tu sei mio!' Era scossa da singhiozzi violenti. Il cielo sopra Patusan era sanguigno, immenso, colava sangue come una vena aperta. Un sole enorme, scarlatto, si annidava tra le cime degli alberi, e, sotto, la foresta aveva un volto nero e sinistro. Tamb'Itam mi disse che quella sera l'aspetto del cielo era crucciato e minaccioso. Posso ben crederlo, perché so che proprio quel giorno un ciclone era passato entro il raggio di sessanta miglia dalla costa, sebbene lì non spirasse che una languida brezza. A un tratto Tamb'Itam vide Jim afferrarle le braccia, nel tentativo di staccarsi le mani di lei dal collo. Essa stava appesa con la testa rovesciata all'indietro; i capelli toccavano terra. 'Vieni qui, tu!' gli gridò il padrone, e Tamb'Itam lo aiutò a metterla giù. Fu difficile scioglierle le dita. Jim, curvo su lei a terra, la fissò a lungo nel viso, poi, di colpo, si slanciò verso l'imbarcadero. Tamb'Itam lo seguì, ma, volgendo il capo, vide che la ragazza si era rimessa in piedi a fatica. Li rincorse per qualche passo, e ricadde pesantemente sulle ginocchia. 'Tuan! Tuan!' chiamò Tamb'Itam; 'voltati e guarda!' Ma Jim stava già nella canoa, in piedi, con la pagaia in mano. Non si voltò. Tamb'Itam ebbe appena il tempo di arrampicarsi a bordo, che la canoa prese il largo. La ragazza era sempre in ginocchio, torcendosi le mani, al cancello d'imbarco. Rimase così per un po' in atto di implorazione prima di balzar su e a gridargli dietro: 'Traditore!' 'Perdonami!' rispose Jim. 'Mai! Mai!' ribatté. Tamb'Itam tolse la pagaia di mano a Jim perché era indecoroso che lui stesse a sedere mentre il suo signore remava. Quando toccarono la riva opposta, il suo padrone gli proibì di proseguire; ma Tamb'Itam lo seguì a distanza, salendo l'erta fino al campong di Doramin. Cominciava a imbrunire. Torcie occhieggiavano qua e là. Quelli che incontravano sembravano atterriti e si facevano subito da parte al passaggio di Jim. Dall'alto scendeva il lamento delle donne. Il cortile era pieno di Bugi armati con i loro seguaci, di gente di Patusan. Non so precisamente che scopo avesse questa adunata. Erano preparativi di guerra, o di vendetta, o di difesa da una minaccia d'invasione? Trascorsero molti giorni prima che la gente cessasse di star in vedetta, trepidante, per il ritorno degli uomini bianchi dalle lunghe barbe e dagli abiti a brandelli, di cui non erano mai arrivati a capire gli esatti rapporti col loro uomo bianco. Anche per quei semplici cervelli Jim rimane nell'ombra di una nuvola. Doramin solo, immenso e desolato, sedeva nella sua poltrona, con le sue due pistole a pietra focaia sulle ginocchia, di fronte alla folla armata. Quando comparve Jim, si levò qualche esclamazione, le teste si voltarono tutte insieme, poi la massa si aprì a destra e a sinistra, e lui avanzò lungo un sentiero di sguardi volti altrove. Era seguito da sommessi mormorii; da sussurri: 'Tutto il male ci viene da lui;' 'Possiede un sortilegio... '. Egli, forse, li sentì. Quando entrò nella zona di luce delle torcie, il lamento delle donne cessò tutt'a un tratto. Doramin non alzò il capo, e Jim gli stette fermo davanti per un po', in silenzio. Poi si guardò a sinistra e si avviò in quella direzione a passi lenti. La madre di Dain Waris stava accoccolata vicino alla testa del cadavere, con la faccia coperta dai suoi capelli grigi in disordine. Jim si avvicinò piano piano e, sollevato il lenzuolo, guardò il suo amico morto; poi riabbassò il lenzuolo senza una parola. Lentamente tornò indietro. 'E' venuto! E' venuto!' passava di bocca in bocca, formando un mormorìo che accompagnava i suoi passi. 'Ha preso tutto questo sul suo capo,' disse forte una voce. Jim sentì e si voltò verso la folla. 'Sì. Sul mio capo.' Qualcuno si tirò indietro. Jim attese un poco davanti a Doramin, e poi disse con dolcezza: 'Sono venuto in tristezza.' Aspettò ancora. 'Sono venuto, preparato e senz'armi,' ripeté. Il pesante vecchio, abbassando la fronte enorme come un bove sotto al giogo, fece uno sforzo per alzarsi, impugnando le pistole che teneva sulle ginocchia. Gli uscì dalla gola come un gorgoglio soffocato, disumano, e i suoi due servi lo aiutarono sostenendolo alle spalle. La gente osservò che l'anello, che si era lasciato cadere sulle ginocchia, era rotolato fino ai piedi dell'uomo bianco, e che il povero Jim aveva abbassato un momento gli occhi su quel talismano che gli aveva aperto la porta alla fama, all'amore, al successo entro muri di foreste orlati di schiuma bianca, e la costa che, a calasole, sembra il baluardo stesso della notte. Doramin, rizzandosi faticosamente in piedi, formava con i suoi due sostegni un gruppo instabile e barcollante; i suoi piccoli occhi guardavano fissi con un'espressione di dolore pazzo, di rabbia, e una luce selvaggia che non sfuggì agli astanti; poi mentre Jim in piedi - rigido e a capo scoperto nella luce delle torcie, lo fissava dritto in viso - si appoggiò pesantemente col braccio sinistro al collo di uno dei giovanotti, che piegò sotto il peso, e, alzando deliberatamente la destra, sparò a bruciapelo contro il petto dell'amico di suo figlio. La folla, che si era subito aperta alle spalle di Jim quando Doramin alzò la mano armata, si precipitò in avanti tutta insieme dopo il colpo. Si dice che l'uomo bianco lanciò a destra e a sinistra su tutti quei volti uno sguardo fermo e superbo. Poi, una mano sulle labbra, cadde in avanti, morto. Ed è finito. Egli se ne va nell'ombra di una nuvola, col suo cuore imperscrutabile; dimenticato, non perdonato ed estremamente romantico. Nemmeno le folli visioni dei più bei giorni della sua infanzia avrebbero potuto creargli più attraente visione di uno straordinario successo! Perché può ben darsi che, nel breve attimo del suo ultimo sguardo fermo e superbo, abbia veduto il volto di quell'Occasione che gli si era messa al fianco tutta velata come una sposa orientale. Ma noi possiamo vederlo, oscuro conquistatore di rinomanza, strapparsi dalle braccia di un'innamorata gelosa, al cenno, alla chiamata del suo esaltato egoismo. Egli se ne va lontano da una donna viva per celebrare spietate nozze con una vaga idealità di condotta. E' forse proprio del tutto soddisfatto adesso? Dovremmo saperlo. E' uno di noi - non mi sono io fatto garante, una volta, come uno spettro evocato, della sua eterna costanza? E, dopo tutto, mi ero proprio sbagliato? Ora che lui non c'è più, certi giorni la realtà della sua esistenza mi viene incontro con una forza immensa, soverchiante; eppure, sul mio onore, vi sono anche momenti in cui mi appare agli occhi della mente come uno spirito disincarnato sperduto tra le passioni di questa terra - pronto a rendersi puntualmente alla chiamata del suo mondo di ombre. Chi sa? Se n'è andato, col suo imperscrutabile cuore e la povera ragazza trascina una specie di vita inerte, sorda, nella casa di Stein. Stein è invecchiato molto negli ultimi tempi. Lo sente da sé, e dice spesso che si sta 'preparando a lasciare tutto questo; si sta preparando a lasciare...' e triste accenna con la mano alle sue farfalle". Settembre 1899-luglio 1900. FINE.