Joseph Conrad LORD JIM "E' certo che qualsiasi convinzione guadagna infinitamente non appena vi aderisca un'altra anima". A G. F. W. Hope ed a sua moglie con grato affetto dopo molti anni di amicizia. NOTA DELL'AUTORE. Allorché questo romanzo apparve la prima volta in volume, si cominciò a dire che mi ero lasciato prender la mano. Qualche recensore sostenne che il lavoro, iniziato come novella, era poi sfuggito al controllo dell'autore. Di ciò, un paio di critici scoprirono alcune prove interne: il che parve divertirli molto. Insistettero sui limiti della forma narrativa. E' assurdo, sostennero, che uno possa parlare tutto quel tempo, e che altri stiano ad ascoltarlo così a lungo. Non era molto credibile, dissero. Ho avuto agio di ripensarci per circa sedici anni, ma non sono ancora tanto sicuro che avessero ragione. Si sa di uomini rimasti in piedi metà della notte - tanto ai tropici che in zone temperate - a "raccontarsi storie". E' vero che questa è una storia sola, ma vi ho pur inframezzato pause che danno una certa dose di sollievo; e, quanto alla resistenza degli ascoltatori, certo bisognerà accettare - assunto preliminare necessario - il postulato che il racconto sia interessante davvero. Per parte mia se non l'avessi trovato interessante, non avrei mai potuto mettermi a scriverlo. In riguardo poi alla possibilità fisica, ognun sa che certi discorsi in Parlamento hanno avuto una durata più prossima alle sei che alle tre ore; mentre tutta quella parte del libro che corrisponde al racconto di Marlow si può leggerla ad alta voce, direi, in meno di tre ore. E d'altronde sebbene io abbia rigorosamente escluso dal libro tutti i dettagli del genere - possiamo ben supporre che quella notte siano stati offerti dei rinfreschi; e che un bicchiere d'una qualunque acqua minerale abbia aiutato il narratore a tirare avanti. Ma, scherzi a parte, è effettivamente vero che la mia prima concezione fu d'una novella ristretta al solo episodio della nave dei pellegrini: null'altro. Dopo però averne buttate giù poche pagine ne restai scontento, chissà perché; e per un certo tempo le misi a dormire. Non tornai a cavarle dal cassetto se non quando il povero William Blackwood mi chiese qualcosa per la sua rivista. Soltanto allora mi resi conto che la faccenda della nave dei pellegrini era un buon spunto per un racconto da lasciarlo andar libero dove volesse; e che tale episodio poteva opportunamente prestarsi ad illuminar tutto intero il "senso dell'esistenza" in un personaggio di temperamento semplice e sensibile. Ma tutti questi stati d'animo e questi moti dello spirito, antecedenti all'atto dello scrivere, mi rimasero lì per lì alquanto oscuri; e non mi appaiono più chiari nemmeno oggi, dopo tanti anni. Le poche pagine che avevo messo da parte ebbero il loro peso nella scelta dell'argomento. Ma riscrissi deliberatamente ogni cosa. Sapevo, quando mi ci misi, che sarebbe stato un libro lungo; pur non prevedendo che avrebbe finito con l'occupare tredici numeri della "Maga". Talora mi è stato domandato se dei miei libri non fosse Lord Jim quello che preferivo. Sono un nemico dichiarato dei favoritismi nella vita pubblica, nella vita privata, e perfino nei delicati rapporti che corrono fra un autore e le sue opere. Per questione di principio non voglio favoriti; ma non giungo al punto da sentirmi addolorato ed urtato per la preferenza che certuni accordano a questo, tra gli altri miei romanzi. Non dirò neppure che "non arrivo a capire..." No! Ma una volta ebbi ragione di restare interdetto e sorpreso. Un mio amico di ritorno dall'Italia aveva parlato colà con una signora, alla quale il libro non piaceva. La cosa mi rincrebbe, naturalmente, ma a stupirmi fu la causa della sua avversione. "E' così malsano", aveva detto. Su questo giudizio ebbi da meditare ansiosamente per un'ora. Alla fine - debitamente riconosciuto che il tema è piuttosto estraneo alla sensibilità femminile - giunsi alla conclusione che quella signora non poteva essere italiana. Chissà anzi se era neanche europea? Comunque, un temperamento latino non avrebbe mai trovato nulla di morboso in un'acuta coscienza dell'onore perduto. Una simile coscienza può essere errata, può essere giusta, o venir condannata come artificiosa; e forse Jim non è un tipo molto comune. Ma posso accertare ai miei lettori, senza tema di sbagliarmi, che egli non è il prodotto di una riflessione fredda e perversa. Non è nemmeno una creatura delle nebbie nordiche. Fu una mattina di sole, nell'ambiente banale d'una strada di Oriente, che vidi passare, commovente e significativa, ravvolta in una nube, la sua figura perfettamente silenziosa. Come doveva essere. Toccava a me, con tutta la comprensione di cui ero capace, cercar le parole adatte per esprimerne il significato. Era "uno dei nostri". Giugno 1917. CAPITOLO 1. Per tre o forse cinque centimetri non arrivava a un metro e ottanta. Di complessione robusta, vi veniva incontro a passi sicuri, un po' curvo nelle spalle, con la testa protesa in avanti e uno sguardo fisso di sotto in su che vi faceva pensare a un toro sul punto di slanciarsi. La voce era profonda e sonora; nei modi, una sorta di sicurezza caparbia, senza nulla tuttavia di aggressivo, che pareva voluta per imporre a se stesso non meno che agli altri. Nella persona meticolosamente curato: tutto di bianco dalle scarpe al cappello, immacolato. Nei diversi porti orientali dove si guadagnava da vivere come commissionario marittimo era favorevolmente conosciuto. Un commissionario marittimo non ha bisogno di sottoporsi ad esami di sorta, ma certe capacità deve possederle in astratto e saperle dimostrare in concreto. Il suo lavoro consiste nel gareggiare di velocità, sia a vela che a vapore o a remi, con altri commissionari per essere il primo a raggiungere ogni nave in procinto di dar fondo; nel salutarne festosamente il capitano, cacciandogli in mano a forza il listino delle varie mercanzie; e, non appena costui mette piede a terra, nel pilotarlo con energia ma senza ostentazione fino ad un vasto magazzino che pare una caverna, colmo non soltanto di tutte quelle cose che a bordo si mangiano e si bevono, ma dove si può anche procurarsi quanto rende un bastimento atto alla navigazione e bello a vedersi: da un assortimento di ganci per le cime d'ormeggio a un libretto d'oro in foglia per gli intagli di poppa. Qui il capitano è ricevuto dal proprietario dell'azienda come un fratello, benché lo veda allora per la prima volta. V'è un fresco salottino, poltrone, bottiglie, sigari, l'occorrente per scrivere, una copia del regolamento portuale, e un'accoglienza così cordiale da scioglier nel cuore d'un marinaio tutta la salsedine che vi hanno accumulato tre mesi di navigazione. I rapporti così iniziati son mantenuti vivi, per tutto il periodo che la nave rimane in porto, attraverso le visite giornaliere del commissionario marittimo. Egli si mostrerà fedele al capitano come un amico e pieno d'attenzioni come un figlio; avrà la pazienza di Giobbe, la dedizione altruistica d'una donna e l'eterna allegria d'un buontempone. Più tardi arriverà anche il conto. E' un mestiere bello e umano. Perciò un bravo commissionario marittimo è raro. Se poi un commissionario marittimo, che possieda in astratto le volute capacità, ha anche il pregio d'essersi fatto le ossa sul mare, egli merita da parte del suo principale un bel po' di soldi e parecchia indulgenza. A Jim toccavano sempre buoni salari e indulgenza quanta ne basterebbe per render fedele un demonio. Eppure, con nera ingratitudine, ogni tanto abbandonava sui due piedi l'impiego, e se n'andava da qualche altra parte. Ai suoi principali, le ragioni che dava apparivano assolutamente insufficienti. "Maledetto idiota!" esclamavano, appena aveva voltato le spalle: e questo era tutto il commento che facevano sulla sua squisita sensibilità. Per i bianchi che trafficavano nei commerci marittimi e per i capitani delle navi, egli era Jim: null'altro che Jim. Aveva, ben s'intende, anche un altro nome, ma gli premeva che non fosse mai pronunciato. Codesto suo incognito, bucherellato d'altronde come un setaccio, non era tuttavia destinato a nascondere una personalità, bensì un fatto. Quando il fatto sbucava fuori dall'incognito, Jim abbandonava all'improvviso il porto dove si trovava in quel momento, e si trasferiva in un altro: di solito sempre più verso oriente. Si teneva ai porti, perché era un uomo di mare in esilio dal mare, e perché possedeva quelle capacità astratte che non servono in nessun mestiere, salvo in quello di commissionario marittimo. Si ritirava in buon ordine verso il sole levante, e il fatto gli teneva dietro a caso, ma senza scampo. Così, anno dietro anno, lo conobbero successivamente a Bombay, a Calcutta, a Rangoon, a Penang, a Batavia: e in ciascuna di queste tappe egli non era che Jim, il commissionario marittimo. Più tardi, allorché la sua acuta percezione dell'intollerabile lo distaccò per sempre dai porti di mare e dagli uomini bianchi sospingendolo fin dentro le foreste vergini, i malesi di quel villaggio nella giungla dove s'era deciso a nascondere la propria deplorevole sensibilità, aggiunsero una paroletta al monosillabo del suo incognito. Lo chiamarono Tuan Jim, che è come dire: Lord Jim. Era nato in un presbiterio. Molti sono i comandanti di belle navi mercantili che provengono da simili asili di devozione e di pace. Il padre di Jim possedeva una così sicura conoscenza dell'Inconoscibile da lasciar soddisfatta la rigidezza morale di chi abitava in povere catapecchie, senza perciò turbare i sonni di coloro ai quali una Provvidenza infallibile consentiva di vivere in ricchi castelli. La chiesetta sulla collina aveva il color grigio muschioso di una roccia irretita da un intrico di vegetazione. Sorgeva là da secoli, ma gli alberi onde era circondata ricordavan probabilmente il giorno in cui ne fu posta la prima pietra. Più in basso la rossa facciata del rettorato brillava col suo tono caldo fra i praticelli, le aiuole e gli abeti. Sul dietro si stendeva un frutteto, a sinistra il cortile lastricato della scuderia, e le vetrate in pendenza delle serre lungo un muro di mattoni. La parrocchia apparteneva da generazioni alla famiglia; ma Jim aveva quattro fratelli: e quando, dopo una serie di romanzi d'avventure letti durante le vacanze, s'era manifestata in lui la vocazione marinara, lo mandarono subito su una nave-scuola per allievi ufficiali della marina mercantile. Qui imparò un po' di trigonometria, e come si bracciano i pennoni di velaccio. Tutti gli volevano bene. Per la navigazione si guadagnò il terzo posto in graduatoria e fu fatto capovoga nella prima lancia. Aveva una testa solida e un fisico eccellente che lo servivano a dovere nelle manovre in cima agli alberi. Il suo posto era sulla crocetta di trinchetto, e di lassù spesso gettava un occhio, con lo sprezzo dell'uomo destinato a rifulgere nei pericoli, sulla pacifica moltitudine dei tetti tagliata in due dalla torbida corrente del fiume, mentre, sparsi ai margini della pianura circostante, i comignoli delle fabbriche si drizzavano uno per uno a perpendicolo contro il cielo sporco: sottili come matite, eruttavan fumo al pari di vulcani. Vedeva grandi navi partire, chiatte panciute far la spola in continuazione, barchette laggiù laggiù sotto ai suoi piedi, il fosco splendore del mare verso l'orizzonte, e la speranza di una vita eccitante in un mondo pieno d'avventure. Sotto coperta, in una babele di duecento voci, si spogliava della propria realtà presente per anticipar con l'immaginazione la vita di mare quale la letteratura romanzesca glie l'aveva dipinta. Vedeva se stesso in atto di salvare dei naufraghi, o di tagliar con l'ascia le alberature nella furia d'un ciclone, o di nuotare contro il risucchio trascinando un gherlino. Oppure si vedeva naufrago solitario, scalzo e in brandelli, vagare sui nudi scogli in cerca di frutti di mare per sfamarsi. Altre volte affrontava i selvaggi su spiagge tropicali, sedava ammutinamenti in alto mare, in una barchetta sperduta nell'oceano rincuorava gli affranti compagni: esempio costante di dedizione al dovere, eroe a tutta prova, come un personaggio di romanzo. "E' successo qualcosa. Vieni su!" Balzò in piedi. Come una fiumana gli allievi facevan le scalette a quattro a quattro. Si sentiva sul ponte un gran correre e gridare. Quando fu sbucato dal boccaporto, Jim si fermò di botto allibito. Era il crepuscolo di una giornata d'inverno. Il vento aveva rinfrescato nel pomeriggio, bloccando il traffico sul fiume; e ora soffiava con la violenza d'un uragano, a raffiche capricciose che rimbombavano come salve di grossi cannoni sull'oceano. La pioggia veniva giù di traverso a scrosci interrotti, e nelle pause si offriva a Jim la rapida e minacciosa visione dell'accavallarsi dei marosi, delle barche sballottate che si urtavano lungo la riva, dei fabbricati immobili nella bruma fuggente, delle chiatte panciute che sgroppavano pesantemente tesando le cime d'ancoraggio, dei grandi pontoni che facevano l'altalena inondati dagli spruzzi. La raffica che seguì parve spazzasse via tutto. L'atmosfera era gonfia d'acqua portata dal vento. V'era come un proposito di ferocia nella bufera, un'intensità furibonda nell'urlo del turbine, in quel tumulto brutale della terra e del cielo, che pareva diretto proprio contro di lui, e che lo lasciò senza fiato, immobile e sgomento. Gli sembrava d'esser trascinato in un vortice. Qualcuno gli diede uno spintone. "Armate la lancia!" Ragazzi gli passarono accanto correndo. Un battello guardacoste, mentre filava a ripararsi in porto, era andato a sbattere contro una goletta all'ormeggio: dell'infortunio era stato testimone uno degli istruttori della nave-scuola. Una folla di allievi si arrampicò sui bastingaggi, si raggruppò intorno ai paranchi. "Una collisione... Proprio davanti a noi... Il signor Symons ha visto benissimo". Un urtone lo scaraventò fin contro all'albero di mezzana, dove si sostenne afferrandosi ad una cima. La vecchia nave-scuola costretta dall'ormeggio vibrava tutta, dando dolcemente la prua al vento, e traverso la sua poca attrezzatura mormorava con voce di basso profondo l'affannata canzone della sua giovinezza sul mare. "Cala!" Vide la lancia, con l'equipaggio al completo, scender rapida al disotto dell'intraversata e si precipitò da quella parte. Sentì un tonfo. "Molla; libera via!" Si sporse. Il fiume ribolliva schiumoso lungo la murata. Si scorgeva nell'oscurità crescente la lancia in balìa del risucchio e del vento che la tennero per un attimo magicamente in loro potere a sballottar sul fianco della nave. Una voce tonante gli giunse a mala pena alle orecchie: "Remate d'accordo, cuccioli che non siete altro, se volete salvar qualcuno! Remate a tempo!" E all'improvviso la lancia s'inalberò di prua, e balzando a remi alzati sopra un'ondata, ruppe il breve incantesimo in cui l'avevan tenuta il vento e il risucchio. Jim si sentì stringere una spalla con forza. "Troppo tardi, giovanotto". Il comandante della nave trattenne con la mano quel ragazzo che pareva volesse buttarsi in mare, e Jim sollevò verso di lui uno sguardo pieno di cosciente dolore per la disfatta subita. Il comandante sorrise con simpatia. "Avrai più fortuna un'altra volta. Questo t'insegnerà ad esser svelto". Acute grida d'entusiasmo accolsero la lancia che tornava indietro a balzelloni, mezza piena d'acqua e con due uomini esausti che diguazzavano sui paglioli. A Jim il tumulto e la minaccia del vento e del mare sembravano ormai assolutamente spregevoli, ciò che accresceva il suo rammarico per essersi lasciato sgomentare dal loro vano furore. Ora sapeva cosa pensarne. Era ben certo che della bufera non glie ne importava più nulla. Sarebbe stato capace di affrontare pericoli ben più grandi. Sicuro: un giorno li avrebbe affrontati, e meglio di chiunque altro. Non aveva più neanche un briciolo di paura. Tuttavia se ne rimase la serata intera in disparte, pensieroso e aggrondato, mentre il capovoga - un ragazzo con un viso da femminuccia e certi grandi occhi grigi - era festeggiato come un eroe nel ponte inferiore. Tutti gli si stringevano attorno con le più appassionate domande. E lui raccontava: "Non appena ho scorto la sua testa che scompariva e riappariva, subito ho lanciato in acqua l'alighiero. Gli si è agganciato ai calzoni e per poco non cascavo in mare, se non era il vecchio Symons che, lasciato andare il timone, mi ha acciuffato per le gambe. La lancia è andata a un pelo dal capovolgersi. Gran brav'uomo quel vecchio Symons. Che m'importa se ogni tanto fa il brontolone con noi? Tutto il tempo che mi ha tenuto per le gambe non ha fatto che coprirmi d'improperi, ma quello era il suo modo di dirmi di non mollar l'alighiero. Certo che il vecchio Symons si eccita con terribile facilità, vero? No, non il biondino.... voglio dir l'altro, quello grosso, con la barba. Quando l'abbiamo tirato a bordo gemeva: OH, LA MIA GAMBA! OH, LA MIA GAMBA! e rovesciò gli occhi fino al bianco. Curioso, un tipo così grosso, che svenga come una ragazza. Voi sverreste per una botta di alighiero? Io no sicuro. Gli s'era infilato nella gamba tanto così" E, suscitando viva emozione, mostrò in giro l'alighiero che aveva portato apposta sotto coperta. "Ma no, sciocco! Non era la carne a reggerlo, erano i calzoni. Ma sanguinava anche molto, s'intende". A Jim queste parevano penose esibizioni di vanità. La tempesta aveva provocato un eroismo spurio quanto la sua minaccia era falsa. Si sentiva irritato contro quel brutale tumulto della terra e del cielo che l'aveva preso alla sprovvista soffocando a tradimento il suo slancio generoso verso il rischio. Per il rimanente era piuttosto soddisfatto di non essere andato con la lancia, visto che alla bisogna era bastata un'iniziativa di proporzioni così modeste. Aveva arricchito la propria esperienza meglio dei materiali esecutori dell'impresa. Quando tutti gli altri avessero indietreggiato, allora sì - ne era sicuro - lui solo avrebbe saputo affrontare la falsa minaccia del vento e del mare. Sapeva ormai cosa pensarne. Obbiettivamente veduta, era una minaccia spregevole. Non riusciva a trovare in se stesso la minima traccia di emozione, e insomma l'effetto conclusivo di quell'avvenimento eccezionale fu che, dimenticato e solo in mezzo alla chiassosa folla dei compagni, Jim esultò nella rinnovata certezza del proprio spirito d'avventura e in un sentimento di multiforme coraggio. CAPITOLO 2. Dopo due anni di tirocinio prese imbarco; ma, addentrandosi in regioni tanto familiari alla sua fantasia, dovette riconoscerle stranamente povere di avventure. Fece molte traversate. Conobbe la magica monotonia di un'esistenza fra cielo e mare; ebbe a subire le critiche degli uomini, le esigenze del mare, e la prosaica durezza del compito giornaliero da cui si ricava il pane, ma anche, in compenso, l'amore per il proprio lavoro. Era un compenso di cui non godeva: eppure non poteva tornare indietro, perché non v'è nulla al mondo che seduca, deluda e renda schiavi come la vita di mare. Senza contare che la carriera prometteva bene. Di modi distinti e di buon naturale, profondamente conscio dei propri doveri, era un tipo che ispirava fiducia; sì che, giovanissimo ancora, si ritrovò primo ufficiale sopra una bella nave, senza esser mai stato messo a prova da quegli incidenti di navigazione che dimostrano alla luce del giorno il valore intrinseco d'un uomo, l'affilatura della sua tempra, la fibra della sua stoffa: che rivelano il grado della sua resistenza e la segreta verità delle sue apparenze, non solo agli occhi degli altri, ma ai propri. Una volta sola in tutto quel periodo ebbe di nuovo il senso, in una rapida visione, di quanto possa essere intensa la rabbia del mare. E' una rabbia che si manifesta meno spesso di quanto può creder la gente. Vi sono molte gradazioni di pericolo, nelle avventure e nei fortunali: solo ogni tanto appare sul volto dei fatti la sinistra violenza di un'intenzione; quel quid indefinibile che forza la mente e il cuore dell'uomo a convincersi come quella concatenazione d'incidenti, o quella furia degli elementi che lo assalgono, abbiano un preciso intento di perfidia, una forza al di là d'ogni controllo, una crudeltà sfrenata che vuol strappare all'animo speranza e timore, travaglio di stanchezza e desiderio infinito di riposo; che vuol schiacciare, distruggere, annientare tutto ciò che fino a quel momento egli ha visto, conosciuto, amato, goduto, oppure odiato; tutto ciò che è necessario e senza prezzo: la luce del sole, le memorie, I'avvenire; che vuole spazzar via d'un colpo dai suoi occhi tutto il mondo prezioso col solo, semplice e spaventevole gesto di togliergli la vita. Ferito da un pennone che gli era caduto addosso al principio d'una settimana di burrasca (della quale in seguito il capitano, uno scozzese, usava dire: "Ragazzi! per conto mio è un vero miracolo se la nave l'ha scampata!"), Jim passò lunghi giorni disteso sul dorso, con la testa confusa, in un abbattimento senza speranza e in un'agitazione tale come se avesse toccato il fondo d'un abisso di irrequietezza. Di come sarebbe finito non gli importava; nei momenti di lucidità si esagerava la propria indifferenza. Il pericolo, quando non lo vediamo, ha la stessa confusa imperfezione del pensiero umano. La paura diventa vaga; e quella nemica dell'uomo che è l'immaginazione, madre di tutti i terrori, se non è stimolata dai fatti si affloscia nel tedio dell'emozione esausta. Jim non vedeva altro che il disordine della sua cabina sballottata. Giaceva là prigioniero nel bel mezzo d'una piccola devastazione, segretamente felice di non dover salire in coperta. Ma di quando in quando un fiotto di incontenibile angoscia lo sopraffaceva fisicamente, lasciandolo senza fiato a contorcersi sotto le lenzuola. Allora la stupida brutalità di un'esistenza così atrocemente schiava di simili sensazioni gli dava un desiderio disperato di fuggirne ad ogni costo. Poi, col ritorno del bel tempo, non ci pensò più. Continuava tuttavia a zoppicare, sì che quando la nave raggiunse un porto in Oriente bisognò ricoverarlo all'ospedale. La guarigione tardava, e dovettero lasciarlo a terra. Nella corsia dei bianchi vi erano altri due soli pazienti: il commissario di bordo d'una cannoniera che si era rotto una gamba cadendo in un boccaporto, e una specie d'imprenditore di ferrovie d'una provincia vicina. Costui, afflitto da una misteriosa malattia tropicale, riteneva il dottore un vero ciuco, e si abbandonava a segrete orgie di specialità medicinali che il suo servo Tamilo gli portava di nascosto con devozione instancabile. Si raccontarono a vicenda la storia della loro vita, giocavano un po' a carte, oppure sbadigliando ciondolavano in pigiama dalla mattina alla sera, sdraiati sulle poltrone senza scambiarsi una parola. L'ospedale sorgeva sopra una collina, e un'arietta delicata, entrando dalle vetrate sempre aperte, portava nella stanza disadorna la morbidezza del cielo, il languore della terra, l'affascinante respiro delle acque orientali. Vi portava profumi, suggestioni d'infinito riposo, il dono di sogni senza fine. L'occhio di Jim spazzava ogni giorno di là dai boschetti dei giardini, sopra le terrazze della città, oltre le fronde dei palmizi che crescevano sulla spiaggia, per fermarsi sulla grande via dell'Oriente: una via costellata d'isolette inghirlandate, illuminata dal sole delle grandi occasioni, con le sue navi simili a giocattoli, col suo traffico brillante come una parata festiva, con in alto l'eterna serenità del cielo orientale, e in basso la sorridente pace dei mari orientali, padroni dello spazio fino all'estremo orizzonte. Non appena gli fu possibile camminare con un bastone, scese in città a informarsi d'un mezzo per ritornare in patria. Ma non essendovi nulla in vista per il momento, gli venne naturalmente fatto, per ingannare l'attesa, d'entrare in relazione con gli uomini del suo mestiere che si trovavano in porto. Costoro erano di due categorie. Alcuni, pochi e che si vedevano raramente, facevan vita misteriosa, avevano conservato un'inalterabile energia e, insieme con una cert'aria da pirati, occhi da sognatori. Pareva vivessero in un pazzo labirinto di progetti, di speranze, di pericoli, d'imprese, al di là della civiltà, negli oscuri ricetti del mare; la loro morte sembrava poter essere l'unico avvenimento in qualche modo probabile di quelle fantastiche esistenze. La maggioranza invece si componeva di uomini che, capitati là per caso, come Jim, vi eran rimasti come ufficiali di cabotaggio locale. Ormai pensavano con orrore all'idea di prestar servizio sui bastimenti dei bianchi, con quelle condizioni di vita tanto più dure, con quella rigida concezione del dovere, col rischio delle traversate sugli oceani bizzosi. S'erano intonati all'eterna pace del cielo e del mare d'Oriente. Amavano i viaggi brevi, le buone sdraie di coperta, i folti equipaggi indigeni, e il privilegio d'esser bianchi. Rabbrividivano al pensiero di dover faticare, e conducevano così un'esistenza precaria ma comoda, sempre sul punto d'essere licenziati, sempre sul punto d'essere assunti; al servizio di Cinesi, di Arabi, di meticci... Anche al soldo del diavolo si sarebbero messi se ci fosse stato poco da fare. Discorrevano eternamente di colpi di fortuna: come al Tal dei Tali era stato affidato un bastimento che faceva un servizio comodo comodo lungo le coste della Cina; come quell'altro aveva un'occupazione piacevole in qualche parte del Giappone; come un terzo si faceva d'oro nella marina siamese. E in tutto quanto dicevano - come anche nelle azioni, nell'aspetto, nelle persone - si scopriva il punto debole, il marcio: quel proposito ben determinato di bighellonar senza rischio attraverso la vita. A Jim codesta masnada di chiacchieroni, a considerarli come marinai, sembraron sulle prime irreali più che fantasmi. Ma finì con lo scoprire un certo fascino in quegli uomini, in quella loro aria di passarsela a meraviglia con una razione così minuscola di fatica e di rischio. Col tempo, accanto al suo iniziale disprezzo, crebbe lentamente in lui un altro sentimento; e all'improvviso, abbandonata l'idea di tornarsene in patria, prese imbarco sul Patna come primo ufficiale. Il Patna era un vapore locale vecchio come il mondo, smilzo come un levriero e divorato dalla ruggine peggio d'un serbatoio abbandonato. Proprietà d'un Cinese, era noleggiato da un Arabo e lo comandava un rinnegato tedesco della Nuova Galles del Sud, il quale ci teneva moltissimo a maledire pubblicamente la propria terra d'origine, ma che, traendo forse esempio dalla trionfante politica di Bismarck, si compiaceva di trattar brutalmente tutti coloro del quali non aveva paura, e aveva un'aria di "a ferro e sangue" combinata con un naso violaceo e dei mustacchi rossi. Dopo che la nave fu ridipinta all'esterno e imbiancata di dentro, a un dipresso ottocento pellegrini vi vennero imbarcati, mentre stava all'attracco con le caldaie accese lungo un molo di palafitte. Al fiotti i pellegrini salivano a bordo per tre passerelle; salivano a fiotti sospinti dalla fede e dalla speranza del Paradiso; salivano a fiotti con un struscìo continuo di piedi scalzi, senza dire una parola, senza né mormorare né guardarsi indietro: e, non appena fuori dai guardamano che li obbligavano a procedere incolonnati, dilagarono d'ogni parte sul ponte, fluivano verso prua e verso poppa, straripavan giù per i boccaporti spalancati, andavano a riempire i più lontani recessi della nave: come l'acqua che colma una cisterna, come l'acqua che filtra da crepacci e fessure, come l'acqua che silenziosa cresce su su fino all'orlo. Ottocento tra uomini e donne, con la loro fede e speranza, i loro affetti e ricordi, si erano là riuniti provenendo dal Nord e dal Sud e dai limiti estremi dell'Oriente, dopo aver percorso i sentieri della giungla, disceso i corsi dei fiumi, costeggiato in proe sui bassifondi, traversato in piccole canoe da un'isola all'altra, sopportato disagi e patimenti, incontrato spettacoli strani e subìto l'assedio di strane paure, un solo anelito sostenendoli sempre. Venivano da capanne solitarie abbandonate in lande deserte, da accampamenti popolosi, da villaggi in riva al mare. Al richiamo di un'idea avevano abbandonato le loro foreste, le radure, la protezione dei capi, la prosperità e la miseria, i luoghi della giovinezza e le tombe dei padri. Arrivavano coperti di polvere, di sudore, di sudiciume, di stracci: gli uomini più forti a capo di gruppi di famiglie, i vecchi scarni che si facevan strada nella calca senza speranza di ritorno; ragazzi d'occhio ardito che si guardavano attorno con curiosità, bambine scontrose dai lunghi capelli arruffati; timide donne imbacuccate che si stringevano al seno, avvolti nei lembi sciolti delle sporche pezzuole da testa, i loro marmocchi addormentati; pellegrini inconsci di una ferrea credenza. "Guardi un po' che mandria", fece il capitano tedesco al suo nuovo primo ufficiale. Per ultimo giunse il capo di quella pia carovana, un Arabo. Salì a bordo lentamente, bello e solenne nella sua tunica bianca e col suo grande turbante, seguito da uno stuolo di servi carichi dei suoi bagagli. Il Patna salpò, staccandosi dalla calata a macchina indietro. Dapprima diresse la prua verso un passaggio tra due isolette, poi attraversò in senso obliquo lo spazio d'ancoraggio riservato ai velieri, descrisse un semicerchio all'ombra di una collina, e prese la via lungo una scogliera frangiata dalla spuma dei marosi. Dritto a poppa, l'Arabo recitò ad alta voce la preghiera dei naviganti. Invocò la protezione dell'Altissimo sul viaggio, ne implorò la benedizione sulle fatiche degli uomini e sulle segrete mire dei loro cuori: il piroscafo intanto solcava pulsante nel crepuscolo le calme acque dello Stretto e laggiù lontano lontano, a poppavia, un faro piantato da miscredenti sopra una secca traditrice, sembrava gli strizzasse quel suo occhio di fiamma, quasi a deriderne la missione di fede. Uscito fuor dagli stretti il bastimento superò la baia, proseguendo la sua rotta attraverso il passaggio detto del " Primo Grado". Puntò direttamente sul Mar Rosso sotto un cielo sereno, sotto un cielo rovente e senza nubi ravvolto in un fulgore di sole che annientava il pensiero, opprimeva il cuore, faceva avvizzire ogni impulso d'energia. E sotto al sinistro splendore di quel cielo, il mare azzurro e profondo restava immobile, senza un fremito, senza un'increspatura, senza una ruga: vischioso, stagnante, morto. Il Patna trascorreva con un lieve sibilo su quella pianura liscia e luminosa, snodando un nastro di fumo nero attraverso il cielo, lasciandosi dietro un nastro di spuma candida che subito si sfaceva e scompariva, come il fantasma d'una scìa tracciata su un mare senza vita dal fantasma d'una nave. Tutte le mattine il sole, quasi volesse tener dietro con le sue rivoluzioni alla marcia dei pellegrini, emergeva dalle acque con un silenzioso scoppio di luce, sempre alla stessa distanza a poppa della nave, la raggiungeva sul mezzogiorno, versando il fuoco concentrato dei suoi raggi sulle pie intenzioni degli uomini; le scivolava dinanzi nella sua discesa, e sprofondava misteriosamente nel mare una sera dopo l'altra, conservando sempre la stessa distanza dalla prua. I cinque bianchi di bordo vivevano a mezza nave, appartati da quel carico umano. Il tendone copriva il ponte da prua a poppa come un tetto bianco, e soltanto un debole mormorìo, un sussurrar di malinconiche voci rivelava la presenza di una folla sulla distesa immensa e sfolgorante dell'oceano. Tali erano le giornate immobili, afose e pesanti, che scomparivano una dopo l'altra nel passato, quasi cadessero nell'abisso continuamente aperto dalla scìa; e la nave, solitaria sotto un fiocco di fumo, proseguiva il suo cammino costante, nera e infuocata in un'immensità luminosa, come arsa dalla fiamma che un cielo senza pietà le saettava contro. Le notti calavano su di essa come una benedizione. CAPITOLO 3. Una placidità meravigliosa riempiva il mondo, e pareva che le stelle effondessero sulla terra, insieme ai loro raggi sereni, la garanzia di un'eterna sicurezza. La falcata luna giovinetta che splendeva bassa a ponente, era simile a un truciolo sottile piallato da una sbarra d'oro, e il mare Arabico, liscio e fresco all'occhio come una lastra di ghiaccio, stendeva la sua superficie perfettamente livellata fino al circolo perfetto dell'oscuro orizzonte. L'elica girava senza intoppo, come se il suo pulsare rientrasse nello schema d'un universo privo di rischi; e sui fianchi del Patna due profondi solchi d'acqua, scuri e ininterrotti sullo scintillìo senza rughe del mare, racchiudevano, entro i loro orli dritti e divergenti, candidi vortici di schiuma che si rompevano con un sibilo sommesso creando piccole onde, increspature leggere, brevi risucchi che un istante agitavano il mare dopo il passaggio della nave, per poi placarsi con un tenue sciacquìo e finalmente dissolversi in quell'immobilità circolare dell'acqua e del cielo che aveva eternamente per centro la macchia nera del piroscafo in movimento. Jim, in piedi sul ponte, si sentiva pervaso da una grande certezza: la certezza di un'incolumità e di una pace senza confini che si leggeva chiaramente nell'aspetto silenzioso della natura, così come la certezza d'esser protetti da un amore si legge nella tenera calma del volto materno. Riparati dal tendone teso come una tettoia, affidati alla saggezza e al coraggio degli uomini bianchi, alla potenza del loro scetticismo e al ferreo involucro della nave col fuoco in corpo, i pellegrini di una fede esigente si abbandonavano al sonno su stuoie, su coperte, sulle nude tavole dei ponti, in ogni angolo buio, ravvolti in panni ritinti, imbacuccati in luridi cenci, con la testa sui loro fagotti e il volto contro le braccia ripiegate: uomini, donne, bambini; i vecchi insieme ai giovani, i decrepiti con i vigorosi - tutti uguali davanti al sonno, fratello della morte. Una corrente d'aria provocata dalla corsa della nave attraversava senza posa la lunga zona di penombra fra gli alti bastingaggi, spazzava le file dei corpi distesi. Poche lampade a globo di debole fiamma erano appese qua e là con una breve catenella alle capriate di sostegno del tendone; entro ai torbidi cerchi di luce proiettati verso il basso, che tremavano appena per l'incessante vibrazione della nave, appariva qui un mento rivolto in su oppure due palpebre chiuse, là una mano scura con i suoi anelli d'argento o una gamba scarna drappeggiata di stracci; qui una testa ripiegata all'indietro o un piede scalzo, la una gola nuda e tesa come si offrisse al coltello. I più agiati, con casse pesanti e stuoie polverose avevan messo insieme dei ricoveri per le loro famiglie; i poveri riposavano uno vicino all'altro tenendo sotto al capo tutto ciò che possedevano al mondo avvolto in un cencio; i vecchi solitari dormivano con le gambe rattratte sui loro tappeti da preghiera, con le mani sulle orecchie e un gomito per parte all'altezza delle guance; un padre, con le spalle sollevate e la fronte sulle ginocchia, stava assopito con un'aria desolata accanto a un ragazzo che dormiva supino coi capelli arruffati e il braccio teso in un gesto imperioso; una donna chiusa dalla testa ai piedi, come un cadavere, in un lenzuolo bianco, teneva un bambino ignudo nel cavo di ogni braccio; il bagaglio dell'Arabo, ammucchiato a poppa sulla destra, era come una pesante montagna dai contorni frastagliati, su cui ciondolava una lampada da stiva; e più dietro s'intravedeva una gran confusione di forme eterogenee: panciuti vasi d'ottone che lanciavan riflessi, l'appoggiapiedi d'una poltrona a sdraio, le lame di certe lancie, il fodero dritto d'una vecchia sciabola appoggiato a un mucchio di cuscini, il beccuccio d'una caffettiera di latta. Il solcometro automatico sul bastingaggio di poppa batteva periodicamente un tocco argentino per ogni miglio superato da quella spedizione di fedeli. Talora sopra la massa dei dormienti aleggiava un lieve e paziente sospiro, l'esalazione d'un sogno agitato; erano altra volta brevi colpi metallici che risonavano improvvisi nelle profondità della nave: l'aspro raschiar di una pala, lo sbattere violento del portello d'una caldaia scoppiavano brutalmente, come se gli uomini che laggiù maneggiavano quelle cose misteriose avessero l'animo pieno d'ira selvaggia. Intanto lo scafo alto e snello del piroscafo proseguiva imperturbato il suo cammino, senza neanche un'oscillazione della spoglia alberatura, fendendo ininterrottamente la gran calma delle acque sotto l'inaccessibile serenità del cielo. Jim attraversò il ponte, e i suoi passi nel vasto silenzio parvero fragorosi al suo stesso orecchio, quasi li riecheggiassero le stelle in agguato. Gli occhi gli andavan vagando lungo la linea dell'orizzonte, come a scrutare l'irraggiungibile con immensa avidità. "I fatti imminenti si proiettan dinanzi la propria ombra": ma egli non sapeva scorgerla. Una sola ombra si vedeva sul mare, quella del fumo nero che, uscendo dalla ciminiera, svolgeva pesantemente la sua immensa coda, mentre l'aria ne dissolveva di continuo l'estremità. Due Malesi, silenziosi e quasi immobili, governavano ai due lati della ruota del timone, il cui orlo d'ottone brillava or sì or no nell'ovale di luce irradiato dalla chiesuola. Di quando in quando una mano, con le dita nere che a vicenda abbandonavano ed afferravano le caviglie rotanti, appariva nei punti illuminati; gli anelli della catena della ruota strisciavano pesantemente entro le scanalature della botte. Jim diede un'occhiata alla bussola, un'altra in giro verso l'orizzonte irraggiungibile, si stirò, al colmo del benessere, fino a far scricchiolare le giunture in un lento avvitarsi delle membra; e quasi lo rendesse audace quell'aria circostante di calma invincibile, pensò che non gli importava nulla di quanto avrebbe potuto accadergli fino alla fine dei suoi giorni. Di tanto in tanto gettava un occhio indifferente su una carta nautica appuntata con quattro cimici su un basso tavolino a tre gambe, dietro alla cassetta dell'apparato di governo. La carta, dov'eran segnate le profondità marine, presentava la sua superficie lucida al chiarore dell'occhio di bue appeso a un braccio: una superficie liscia, livellata e luccicante come quella delle acque. Un regolo parallelo e un paio di compassi vi stavan gettati sopra; la posizione della nave al mezzodì del giorno innanzi era marcata con una crocetta nera. La linea segnata a matita con mano sicura fino a Perim figurava la rotta della nave: il sentiero delle anime verso il Luogo Santo, la promessa di salvazione, il premio della vita eterna. Con la punta aguzza che toccava la costa somala, la matita giaceva cilindrica e immobile come un nudo pennone galleggiante sul placido specchio d'acqua d'una darsena. "Guarda come fila a dovere", pensò Jim con meraviglia, anzi con una sorta di gratitudine per quella pace profonda del mare e del cielo. In momenti simili i suoi pensieri eran pieni di gesta valorose: egli amava infinitamente quei sogni e il successo che coronava le sue imprese immaginarie. Erano la parte migliore della sua vita, la sua verità segreta, la sua nascosta realtà. Una magnifica forza virile era in essi, e insieme il fascino delle cose vaghe; gli sfilavano davanti a passo eroico: gli si portavan via il cuore, lo inebriavano col filtro divino di un'illimitata fiducia in se stesso. Cosa non avrebbe saputo affrontare? Quest'idea gli piacque tanto che sorrise tenendo gli occhi fissi distrattamente davanti a sé; poi, quando si volse indietro, vide la linea bianca della scìa tracciata sul mare con la stessa precisione della linea nera disegnata con la matita sulla carta. Nell'andar su e giù le secchie della cenere facevan fracasso urtando contro i ventilatori delle caldaie, e quello sbatacchìo di latta lo avvertì che stava per terminare il suo turno di guardia. Sospirò soddisfatto, ma anche leggermente rammaricato di dover abbandonare quella serenità che eccitava l'avventuroso sbrigliarsi dei suoi pensieri. Aveva anche un po' di sonno, e si sentiva un piacevole languore diffuso per tutte le membra, come se tutto il sangue delle sue vene si fosse tramutato in buon latte tiepido. Silenziosamente gli si era fatto vicino il capitano in pigiama, con la giacca da notte tutta sbottonata. Rosso in viso, ancora mezzo addormentato, con l'occhio sinistro semichiuso e il destro d'una fissità stupida e vitrea, curvò la grossa testa sulla carta grattandosi le costole con aria assonnata. V'era qualcosa di osceno in quella sua carne nuda. Il petto scoperto luccicava soffice e unto, come se avesse trasudato grasso nel sonno. Buttò là un'osservazione tecnica con voce aspra ed afona, simile al suono rasposo d'una lima sullo spigolo di un'asse di legno. La piega del doppio mento pendeva come un sacco sospeso alla cerniera della mascella. Jim si riscosse, e rispose con voce piena di deferenza; ma quella figura odiosa e flaccida, quasi la vedesse allora per la prima volta in un attimo di lucidità, gli si fissò per sempre nella memoria come l'incarnazione di quanto si annida di spregevole e basso nel mondo che amiamo: nei nostri stessi cuori dai quali attendiamo salvezza, negli uomini che ci attorniano, negli spettacoli che ci sazian la vista, nei suoni che ci colmano le orecchie e nell'aria che ci riempie i polmoni. L'esile truciolo d'oro della luna, avviandosi lentamente a tramontare, si era smarrito sulle acque ormai buie, e l'eternità che è oltre il firmamento sembrava farsi più vicina alla terra, ora che più scintillavan le stelle e più profonde s'eran fatte le tenebre sotto la sfolgorante cupola translucida da cui era ricoperto il disco piatto del mare opaco. La nave avanzava così liscia che il suo procedere restava impercettibile ai sensi, come fosse stata un affollato pianeta in corsa attraverso i cupi spazi dell'etere, al di là della miriade dei soli, in quelle calme e spaventose solitudini che attendono il soffio di creazioni future. "Non c'è parola per dire quanto caldo fa sotto coperta", fece una voce. Jim sorrise senza voltarsi. Il capitano presentava l'immota larghezza del dorso: era un vezzo di quel rinnegato mostrarsi volutamente ignaro della vostra esistenza, a meno che non gli piacesse gettare su di voi uno sguardo divorante prima di dar la stura al torrente d'un gergo schiumoso e offensivo che prorompeva dalla sua bocca come uno spurgo di fogna. Questa volta non emise che un burbero grugnito; il secondo macchinista, in cima alla scaletta del ponte di comando, continuò imperterrito, mentre impastava tra le palme umide uno sporco asciugamani cencioso, a sgranare il rosario delle sue lamentele. Quassù in coperta i marinai se la passavano proprio bene; di che utilità fossero mai al mondo costoro, si sarebbe dannato l'anima per saperlo. Tanto, toccava sempre a quei poveri diavoli di macchinisti far camminare la nave; avrebbero potuto benissimo far loro addirittura anche il resto; i macchinisti, perdinci... "Silenzio!" ringhiò stolidamente il tedesco. "Già: silenzio... Ma quando qualcosa non va, se la rifà con noi, eh?" proseguì l'altro. Si sentiva a un buon punto di cottura, disse: ma almeno non glie ne importava più niente, oramai, dei peccati che avrebbe commesso, perché negli ultimi tre giorni aveva superato un ottimo corso di perfezionamento per quel posto dove vanno i cattivi ragazzi dopo morti... perdinci, l'aveva superato sul serio... oltre ad essersi mezzo assordato col frastuono del diavolo che c'era là sotto. Quel maledetto mucchio d'immondizia marcio e rappezzato, quella vecchia ferraglia d'una macchina a condensazione strepitava e sbatacchiava laggiù come un argano decrepito, ma peggio. Perché diavolo lui rischiasse la vita ogni notte e ogni giorno che Dio fece in mezzo a quella specie di rifiuto d'un cantiere da demolizione fatto marciare pazzamente alla velocità di cinquantasette giri, non riusciva davvero a capirlo. Doveva esser nato pazzo, perdinci. Doveva... "Chi ti ha dato da bere?" chiese il tedesco, furibondo ma immobile nella luce della chiesuola, simile alla goffa effigie d'un uomo scolpita in un blocco di grasso. Jim continuò a sorridere: aveva il cuore pieno d'impulsi generosi; e se con l'occhio guardava l'orizzonte fuggente, col pensiero contemplava la propria superiorità. "Sì, da bere!" ripeté il macchinista con ironico spregio: si appoggiava con tutt'e due le mani al bastingaggio, nebulosa figura dalle gambe flessibili. " Non da lei certamente, capitano. Lei è troppo tirchio, perdinci. Lascerebbe morire uno piuttosto che dargli una goccia di schnaps. Questa voi tedeschi la chiamate economia. Ma chi risparmia il soldo spreca la lira". Poi diventò sentimentale. Il capo macchinista verso le dieci gli aveva dato quattro dita di un certo liquorino... - "quattro di numero, che Dio m'aiuti!" - quel brav'uomo d'un capo! ma quanto a tirar fuori quel vecchio imbroglione dalla sua cuccetta neppure con un paranco da cinque tonnellate ci si riuscirebbe. Macché. Per questa notte no di sicuro. Dormiva placido come un marmocchio, con una bottiglia di brandy di prima qualità sotto al cuscino. Dalla gola adiposa del comandante del Patna uscì un sordo borbottìo, sopra al quale il suono della parola schwein svolazzava su e giù come una piuma capricciosa presa in una leggera corrente d'aria. Lui e il capo macchinista erano amici da parecchi anni: sempre al servizio del medesimo Cinese astuto e gioviale, con gli occhiali montati in corno e i cordoncini di seta rossa intrecciati nei venerabili capelli grigi del codino. L'opinione più diffusa sulle banchine del porto dove il Patna figurava iscritto era che quei due, sul capitolo del peculato senza scrupoli "avevan fatto di comune accordo quasi tutto il pensabile". Fisicamente erano male assortiti: l'uno con gli occhi opachi pieni d'astio, tutto curve molli e carnose: l'altro asciutto e scavato, con una testa lunga e ossuta come quella d'un vecchio cavallo: guance infossate, tempie infossate, sguardo indifferente e vitreo negli occhi infossati. Aveva dato in secco da qualche parte in Oriente: a Canton, a Sciangai, o forse a Yokohama: probabilmente non ci teneva neanche lui a ricordarsi il luogo esatto, e la causa del suo naufragio. In considerazione della giovane età, s'erano limitati a buttarlo fuori a calci, senza scandali. Questo era accaduto una ventina d'anni addietro o forse più; e la cosa avrebbe potuto finire talmente peggio, che col tempo il ricordo dell'episodio aveva quasi perduto ai suoi occhi il carattere d'un infortunio. Tuttavia, siccome la navigazione a vapore andava ormai estendendosi in quei mari, e sul principio la gente del mestiere era rara, così il macchinista aveva potuto in un modo o nell'altro tirare avanti. Era ansioso d'informare i forestieri, con un cupo mormorìo, che lui era "vecchio di quei posti". A ogni mossa pareva che uno scheletro gli si agitasse dentro ai panni troppo larghi; aveva un passo sempre incerto, e usava così andar girellando intorno al lucernario della sala-macchine, fumando senza gusto del tabacco drogato in una pipa d'ottone dal cannuccio di ciliegio lungo un metro, con la stolida solennità d'un pensatore che stesse ricavando un sistema filosofico dalla nebulosa e fugace visione della verità. Per solito si mostrava tutt'altro che generoso della sua provvista personale di liquori: ma quella notte aveva fatto uno strappo, talché ii suo secondo, uno di Wapping con la testa debole, fra la sorpresa per il dono e la forza della bevanda, era diventato all'improvviso molto felice, molto impertinente e molto loquace. Il Tedesco della Nuova Galles del Sud era fuor di sé dalla rabbia: soffiava come un tubo di scappamento; ma Jim, benché si divertisse blandamente alla scena, non vedeva l'ora di poter scendere abbasso: quegli ultimi dieci minuti di guardia erano irritanti come un cannone che ritarda lo sparo; e poi costoro non appartenevano al suo mondo di eroiche avventure, anche se non eran cattivi ragazzi. Perfino il capitano... Gli venne la nausea alla vista di quella massa di carne ansimante dalla quale usciva, tra borbottii e gargarismi, un tortuoso rivolo di laide espressioni. Ma si sentiva addosso un languore troppo piacevole per provare una vera antipatia verso costui o chiunque altro. Che razza d'uomini fossero poco gli importava; viveva spalla a spalla con loro, ma in realtà non potevan toccarlo; respiravano la stessa aria, ma egli era diverso... Il capitano le avrebbe suonate al macchinista?... La vita era facile, e lui troppo sicuro di sé - troppo sicuro di sé per... La linea che divideva la sua meditazione da un subdolo pisolino all'impiedi era più sottile del filo d'una ragnatela. Per via di facili transizioni il macchinista in seconda stava venendo a valutar lo stato delle proprie finanze e del proprio coraggio. "Chi è ubriaco? Io? Ah no, no, capitano! Così non va. Oramai lo dovrebbe sapere, perdinci, che il capo non è generoso neanche tanto da fare diventar brillo un passerotto. A me nessun liquore ha mai fatto effetto; l'hanno ancora da inventare quello capace di far ubriacare me. Potrei bere fuoco mentre lei beve whisky, tanti bicchieri lei tanti io, restando fresco come una rosa. Se mi accorgessi d'essere ubriaco mi butterei in mare; m'ammazzerei, perdinci. Proprio! Subito! E no, non voglio andar via dal ponte di comando. Dove crede che potrei prender aria in una notte come questa, sentiamo? Sotto coperta fra quei pidocchiosi? Probabile... eh? E poi lei non mi fa paura". Il Tedesco alzò verso il cielo due pugni pesanti, agitandoli senza dir nulla. "Non so neanche che sia, la paura, continuò il macchinista con l'entusiasmo di un convincimento sincero. "Non mi spaventa neanche tutto il maledetto lavoro di questa marcia carcassa, perdinci! Eh, gran fortuna per lei che ci sia qualcuno al mondo che non ha paura per la propria pelle: se no che ne sarebbe di lei... di lei e di questa vecchia ciabatta, con le sue lamiere che sembrano di carta da involtare... carta da involtare, che Dio m'aiuti? Per lei va benissimo... lei ne ricava un mucchio di quattrini, in un modo o nell'altro; ma io?... che ci guadagno io? Una paga rognosa di centocinquanta dollari al mese e mi dica un po' lei... glie lo domando rispettosamente rispettosamente, le faccio notare - chi non butterebbe ai pesci un impiego maledetto come questo? Non c'è sicurezza, Dio m'aiuti! non c'è sicurezza. Fortuna che io sono uno di quei tipi senza paura che..." Si staccò dal bastingaggio facendo larghi gesti come per dimostrar nello spazio la forma e l'estensione del proprio valore; la sua vocetta esile rimbalzava con squittii prolungati sul mare; oscillava avanti e indietro sulla punta dei piedi per dar più enfasi al suo discorso, e d'un tratto ruzzolò a terra come se gli avessero appioppato una mazzata sulla nuca. "Dannazione!" disse mentre capitombolava; e seguì un attimo di silenzio. Jim e il capitano barcollarono in avanti di comune accordo; poi, ripreso l'equilibrio, rimasero rigidamente fermi a fissar con stupore la superficie indisturbata del mare. Finalmente guardarono in su, verso le stelle. Cos'era accaduto? Gli asmatici tonfi delle macchine continuavano. Si era forse arrestata la terra nella sua corsa? Non riuscivano a capire... e all'improvviso quel mare calmo, quel cielo senza nubi apparvero formidabilmente malsicuri nella loro immobilità, quasi fossero in bilico sull'orlo d'un vortice di distruzione. Il macchinista rimbalzò verticalmente quant'era lungo, e ricadde in un mucchio scomposto. Quel mucchio esclamava: "Cos'è successo?" con accento velato di terribile angoscia. Un rombo lieve come di tuono, d'un tuono infinitamente remoto, quasi meno d'un rumore, poco più d'una vibrazione, trascorse lentamente nell'aria, e la nave vibrò come se rispondesse, come se quel tuono avesse brontolato laggiù nella profondità dell'acqua. Gli occhi dei due Malesi al timone scintillarono in direzione degli uomini bianchi, ma le loro mani scure rimasero ferme sulle caviglie. L'affilata carena, procedendo nel suo cammino, parve via via sgroppare di poche dita in tutta la sua lunghezza, quasi fosse diventata pieghevole; poi si ripose rigidamente al suo lavoro di solcar la liscia superficie del mare. S'interruppero le sue vibrazioni, e anche quel lieve rombo di tuono cessò all'improvviso, come se la nave avesse attraversato da parte a parte una sottile fascia di acqua trepidante e d'aria sonora. CAPITOLO 4. Un mese o due dopo, rispondendo a domande insidiose, Jim cercò di essere onesto e franco circa l'accaduto, quando, riferendosi alla nave, disse: "Passò sopra all'ostacolo, quale che fosse, con la stessa facilità d'un serpente che striscia sopra un bastone ". L'immagine era buona; ma le domande miravano a fatti concreti, e l'inchiesta si svolgeva nel tribunale di polizia di un porto d'Oriente. Jim stava lassù nel recinto dei testimoni; aveva le guance infocate, mentre l'ambiente era fresco e alto di soffitto. La grande intelaiatura dei punkah ondeggiava dolcemente avanti e indietro sulla sua testa, e dal basso erano fissi su di lui molti occhi piantati in volti di color scuro, in volti bianchi, in volti rossi, in volti attenti, ammaliati, come se tutta quella gente seduta in file ben ordinate su strette panche fosse rimasta soggiogata dal fascino della sua voce. Una voce fortissima, da cui restavano colpite le sue stesse orecchie: l'unico suono, gli pareva, che si potesse udire al mondo, perché quelle domande terribilmente nitide che gli strappavano una risposta dietro l'altra sembravan nascere dall'angoscia, dalla sofferenza che aveva in petto; giungevano a lui strazianti e silenziose come i tremendi interrogativi della coscienza. Fuori del tribunale sfolgorava il sole; dentro, c'era il vento dei grandi punkah che faceva rabbrividire, la vergogna che bruciava, quegli sguardi intenti che trafiggevano. La faccia glabra e impassibile del Presidente che lo guardava gli parve pallidissima, tra le facce paonazze dei due assessori nautici. La luce di un'ampia finestra sotto al soffitto pioveva dall'alto sulle teste e le spalle dei tre uomini, che apparivano crudelmente stagliati nella penombra della vasta sala del tribunale, dove il pubblico sembrava composto di ombre con gli occhi fissi. Dei fatti, volevano. Dei fatti! Pretendevan dei fatti da lui, come se i fatti potessero spiegare qualcosa! "Dopo che aveste l'impressione d'aver urtato contro una qualche massa alla deriva, diciamo contro un relitto così pieno d'acqua da restar sommerso, il capitano vi ordinò di correre a prua per accertarvi di eventuali avarie. A voi sembrava probabile che ve ne fossero, data la violenza dell'urto?" chiese l'assessore che sedeva a sinistra. Costui aveva una corta barbetta a ferro di cavallo, zigomi sporgenti, e, con i gomiti appoggiati sul banco, si teneva le mani rugose intrecciate dinanzi al viso, guardando Jim con pensosi occhi azzurri; l'altro, un tipo grosso e sprezzante, gettato all'indietro sulla sedia, col braccio sinistro teso tamburellava delicatamente con la punta delle dita sopra un foglio di cartasuga; nel mezzo il Presidente, dritto nell'ampia poltrona, con la testa leggermente inclinata sulla spalla, teneva le braccia conserte sul petto; in un vaso di vetro accanto al calamaio c'era qualche fiore. "No, non mi sembrava probabile", rispose Jim. "Ebbi ordine di non far chiasso per evitare che nascesse un pànico. La precauzione mi parve ragionevole. Presi una delle lampade appese sotto il tendone e andai a prua. Aperto che ebbi il boccaporto della gavona, sentii uno sciabordìo. Calai giù la lampada quanto lo permetteva la lunghezza della catena, e constatai che la gavona era già più che a mezzo invasa dall'acqua. Allora mi resi conto che doveva esservi una grossa falla sotto alla linea di emersione". E s'interruppe. "Già", fece il grosso assessore rivolgendo un sorriso distratto alla cartasuga; le sue dita giocherellavano instancabilmente, battendo sul foglio senza rumore. "Lì per lì non pensai al pericolo. Forse rimasi appena appena sorpreso... Tutto s'era svolto così quietamente e all'improvviso! Sapevo che, nella nave, di paratie stagne c'era soltanto quella che divide la gavona dalla stiva di prua. Nel tornare indietro per informare il capitano, m'imbattei nel secondo macchinista: si stava rialzando da terra ai piedi della scaletta del ponte di comando, e sembrava intontito. Mi disse che credeva d'essersi rotto un braccio: nello scendere era scivolato sul primo gradino, mentre io andavo a prua. 'Dio mio!' esclamò: 'marcia com'è la paratia cederà in un minuto, e questa maledetta carcassa andrà a picco come un pezzo di piombo!' Col braccio destro mi spinse da parte e si arrampicò su per la scaletta prima di me, gridando qualcosa. Il sinistro gli pendeva lungo il fianco. Lo seguii in tempo per vedere il capitano gettarglisi addosso e, con un pugno, buttarlo lungo disteso per terra. Non lo colpì che una volta; poi gli si curvò sopra parlando con tono furibondo ma a voce bassissima. Credo gli domandasse perché diavolo non andava a fermare le macchine invece di far tutto quel chiasso sul ponte. Sentii che diceva: 'Alzati! Corri, Vola!' Né mancò qualche bestemmia. Il macchinista scivolò giù per la scaletta di dritta, e fece di corsa il giro del lucernario per raggiunger la scaletta della sala-macchine che si trovava dalla parte opposta. Correndo si lamentava... " Parlava lentamente; i ricordi gli si presentavano rapidi e con estrema chiarezza; avrebbe potuto imitare come un'eco i gemiti del macchinista, per informarne con precisione quegli uomini che esigevano "fatti". Dopo aver ceduto in un primo momento a un senso di ribellione, Jim era arrivato a concludere che soltanto se avesse deposto con meticolosa esattezza sarebbe riuscito ad esprimere tutto l'orrore che si nascondeva dietro l'aspetto non più che impressionante dell'accaduto. I fatti che quegli uomini tenevan tanto a sapere, erano stati visibili, offerti ai sensi; avevano occupato il loro posto nello spazio e nel tempo, richiedendo per manifestarsi un piroscafo di millequattrocento tonnellate e ventisette minuti d'orologio; avevano determinato un tutto che aveva una fisonomia, delle sfumature d'espressione, un apparenza complessa di cui l'occhio poteva serbare il ricordo: ma, oltre a ciò, anche qualcosa d'altro: qualcosa d'invisibile, uno spirito di perdizione che aveva mire ben precise e risiedeva dentro ai fatti stessi, come un'anima malefica dentro a un corpo repulsivo. A Jim pareva importantissimo far risultare chiaramente tutto ciò. Quella non era stata una faccenda qualunque: ogni minimo incidente vi aveva avuto importanza estrema, e per fortuna lui si ricordava di tutto. Voleva continuare a parlare per amor della verità, e forse anche per amor di se stesso; ma mentre le sue parole erano limpide e decise, il cervello vorticava entro l'angusto cerchio dei fatti che gli si era serrato addosso per tagliarlo fuori dal resto dei suoi simili. Era come un animale che, sentendosi rinchiuso in un'alta stecconata, corresse disperatamente in cerchio nella notte, impazzito, alla ricerca d'un punto debole, d'una fessura, d'un posto da poter scalare, d'un varco dove insinuarsi e fuggire. Questa assillante attività mentale faceva sì che a tratti il suo discorso era un po` incerto... "Il capitano continuava ad andar qua e là sul ponte di comando; sembrava abbastanza calmo, solo che incespicò varie volte; e a un certo punto, benché stessi parlando proprio a lui, venne a sbattermi contro come un cieco. Non rispose con precisione a quanto gli dicevo; borbottava fra sé. Non afferrai che qualche parola come: 'Maledetto vapore!' e 'Vapore del diavolo!' ... qualcosa in riguardo al piroscafo, insomma. Mi parve... " Stava divagando: una domanda precisa gli tagliò la parola in bocca di netto, come uno spasimo subitaneo, e ad un tratto si sentì infinitamente scoraggiato e stanco. Stava proprio arrivandoci, era lì lì per dirlo... e invece, brutalmente interrotto, doveva rispondere sì o no. Disse la verità, con un secco "Sì". Bello in volto, aitante della persona, giovanili e malinconici gli occhi, si teneva dritto, con le spalle ben squadrate, sul banco dei testimoni, mentre l'anima, dentro, gli si contorceva. Dovette rispondere a un'altra domanda altrettanto precisa e altrettanto inutile, poi rimase in attesa. Si sentiva la bocca arida e insipida come se avesse mangiato polvere, e subito dopo salata e amara come quando si è bevuto acqua di mare. Si asciugò la fronte madida, passò la lingua sulle labbra aride, sentì un brivido scendergli giù per la schiena. Il grosso assessore aveva abbassato le palpebre, e tamburellava con le dita senza far rumore, indifferente e lugubre; gli occhi dell'altro, al di sopra delle mani intrecciate, brune dl sole, parevano brillar di bontà; il Presidente si era curvato in avanti, dondolando il viso pallido davanti ai fiori; poi si adagiò di fianco sul bracciolo della poltrona, la tempia nel palmo della mano. L'ondeggiar dei punkha agitava l'aria sopra le teste dei presenti, sugli indigeni di pelle scura ravvolti nei loro voluminosi drappeggi, sugli Europei accaldati, seduti tutti in gruppo, coi loro abiti di cotone aderenti come una seconda pelle e i rotondi cappelli di fibra sulle ginocchia, mentre, scivolando lungo le pareti, i peoni di servizio, attillati nelle loro palandrane bianche di uscieri del tribunale, svolazzavano svelti svelti qua e là, correndo sulla punta dei piedi nudi, con la fusciacca rossa ai fianchi e il turbante rosso in testa, silenziosi come fantasmi, sempre all'erta come cani da caccia. Gli occhi di Jim, vagando a caso per la sala, fra una risposta e l'altra, si posarono sopra un bianco che se ne stava seduto discosto dagli altri, stanco e rannuvolato in volto, ma con quieti occhi che guardavan dritto davanti a sé, limpidi e pieni d'interesse. Jim rispose a un'altra domanda ancora, ma aveva voglia di gridare: "A che serve tutto questo, a che serve?" Batté leggermente un piede per terra, si morse il labbro, e guardò lontano sopra tutte quelle teste. Incontrò gli occhi del bianco. Lo sguardo che questi volgeva verso di lui non aveva la fissità allucinata degli altri. Rispondeva a un atto di volontà, a un comando dell'intelligenza. Jim, fra due domande, si distrasse tanto dall'interrogatorio da trovar tempo a riflettere. Quest'uomo - diceva il suo pensiero - mi guarda come se scorgesse qualcuno o qualcosa dietro alle mie spalle. Si era già imbattuto in costui... forse per la strada. Era sicuro però di non avergli mai rivolto la parola. Da giorni, da parecchi giorni, non aveva parlato con anima viva, ma intrattenuto se stesso con una conversazione silenziosa, incoerente e continua, come un prigioniero solitario nella sua cella o un viandante sperduto in una landa deserta. Ora stava rispondendo, sì, a domande inutili benché dirette a uno scopo; ma gli nasceva il dubbio se mai più in vita sua avrebbe parlato veramente con qualcuno. Il suono delle sue dichiarazioni veritiere confermava in lui la decisa opinione che la parola non gli avrebbe mai più servito a nulla. Ecco, quell'uomo laggiù pareva si rendesse conto della difficoltà disperata in cui si dibatteva. Jim lo guardò, poi volse altrove gli occhi risolutamente, come dopo un distacco definitivo. Molto spesso, più tardi, in lontane parti del mondo, Marlow si compiaceva di raccontare per disteso o con molti dettagli i suoi ricordi su Jim. Ciò accadeva per esempio dopo cena, su una veranda inghirlandata di immoto fogliame e coronata di fiori, nel profondo crepuscolo punteggiato dalle estremità incandescenti delle sigarette. La sagoma bislunga d'ogni poltrona di vimini ospitava un ascoltatore silenzioso. Di quando in quando un puntino di brace si spostava all'improvviso e, ravvivandosi, illuminava le dita di una mano languida, o parte d'un viso profondamente tranquillo; oppure accendeva un lampo scarlatto su un paio d'occhi pensosi sotto l'ombra d'un frammento di fronte senza nubi; e appena pronunciata la prima parola, il corpo di Marlow, abbandonato in riposo sulla poltrona, s'immobilizzava come se lo spirito ne fosse volato via risalendo a ritroso nel tempo, e attraverso le sue labbra parlasse il lontano passato. CAPITOLO 5. "Ma sì. Seguii l'inchiesta", diceva, "e ancora adesso mi domando perché vi andai. Eccomi pronto a credere che ognuno di noi abbia un angelo custode, se in cambio mi concedete che abbiamo anche un demone familiare. Voglio che lo ammettiate perché non mi piace sentirmi eccezionale in nessun modo, e io so bene di averne uno: un demone familiare, voglio dire. Non l'ho mai veduto, s'intende, ma mi baso su prove circostanziali. Ce l'ho, eccome! e, maligno com'è, mi ficca sempre in questo genere di pasticci. Quali pasticci, direte voi? Per esempio il pasticcio di un'inchiesta; il pasticcio d'un certo cane giallo... non par credibile, vero? che sia lecito a un rognoso botolo indigeno di far inciampare la gente sulla veranda d'un tribunale! insomma, quel genere di pasticci che mi trascina per vie tortuose, inaspettate e propriamente diaboliche, a incontrarmi sempre con tipi che hanno qualche punto debole, o qualche punto duro, o qualche punto con la lebbra; e che, santi numi, scioglie loro la lingua appena mi vedono perché mi facciano le loro maledette confidenze. Come se, perbacco, non avessi abbastanza confidenze da fare a me stesso! Come se, Dio m'aiuti, non avessi tante informazioni confidenziali sul conto mio da bastare a straziarmi l'anima fino alla fine dei giorni che mi spettano. Che cos'ho fatto per esser favorito così, vorrei proprio saperlo. Per conto mio son già pieno di preoccupazioni come chiunque altro, e memoria ne ho quanta la media dei pellegrini di questa valle di lagrime; dunque vedete che non sono particolarmente adatto per far da ricettacolo alle confessioni altrui. E allora perché? Non saprei... salvo che non sia per far passare il tempo agli ospiti dopo cena. Carletto, mio caro, il tuo pranzo era squisito, e per conseguenza anche una partitina tranquilla questi amici la considerano un occupazione faticosissima. Si beano nelle tue comode poltrone e pensano in cuor loro: 'Al diavolo gli sforzi inutili. Discorra Marlow, piuttosto.' Discorrere? E va bene. Del resto discorrere del signorino Jim è abbastanza facile, dopo un buon pranzo, a sessanta metri sul livello del mare, con una scatola di sigari discreti a portata di mano, in una benedetta serata di frescura e di stelle che farebbe dimenticare anche al migliore di noi che ci troviamo quaggiù soltanto per la tolleranza di Qualcuno, e dobbiamo trovar la strada fra opposti segnali luminosi, badando che ogni minuto può esser prezioso, e irrimediabile ogni passo, sperando di farcela ancora a uscirne alla fine in un modo decente - ma senza esserne molto sicuri, dopo tutto - e aspettandoci un aiuto maledettamente insignificante da coloro coi quali viviamo a contatto di gomiti. Beninteso, esistono qua e là uomini che la vita intera la considerano un dopo cena con un buon sigaro tra le labbra: facile, piacevole, vuota, magari insaporita da qualche racconto di dure lotte da dimenticarsi prima ancora d'averne sentita la conclusione... prima d'averne sentita la conclusione... anche se per caso una conclusione c'è, all'ultimo. I miei occhi s'incontraron coi suoi per la prima volta durante quell'inchiesta. Dovete sapere che chiunque avesse qualcosa a che fare col mare era presente, perché la faccenda faceva chiasso già da parecchi giorni, fin da quando era arrivato da Aden quel misterioso cablogramma a dar la stura alle nostre chiacchiere. Dico misterioso perché in un certo qual senso lo era, benché si limitasse ad esporre un nudo fatto; nudo e brutto quanto un fatto può esserlo. Al porto non si parlava d'altro. Fin dalle prime ore del mattino, mentre mi vestivo nella mia cabina, sentivo attraverso il tramezzo il mio dubash ciarlare del Patna col cambusiere, mentre beveva in dispensa una tazza di tè gentilmente offertagli. Appena a terra, se incontravo qualche conoscente, le sue parole erano: 'Hai mai sentito una cosa simile?' e, secondo il tipo, o sorrideva cinicamente o prendeva un'aria triste o tirava giù un paio di bestemmie. Gente del tutto estranea si abbordava familiarmente, solo per sfogarsi sull'argomento; ogni maledetto fannullone della città rimediava un mucchio di bicchierini entrando in discussione su quella faccenda; se ne sentiva discorrere nella capitaneria di porto, negli uffici degli armatori e dei vostri agenti, da bianchi, da indigeni, da meticci, perfino dai barcaioli accucciati seminudi sui gradini di pietra dell'imbarcadero, quando si scendeva a terra... santi numi! Chi s'indignava, chi scherza; le dispute sulla fine che poteva aver fatto quella gente erano infinite. Si andò avanti così per un paio di settimane e più, e già cominciava a prevaler l'opinione che la faccenda avrebbe finito col mostrare anche un lato tragico, quando una bella mattina, mentre me ne stavo all'ombra vicino alle scale della capitaneria, vidi quattro uomini venirmi incontro lungo la banchina. Mi domandai per un momento da dove potevano esser saltati fuori quegli strani individui; ma tutto ad un tratto, se posso esprimermi così, gridai a me stesso: Sono loro! Erano loro davvero: tre di normale complessione, e uno assai più largo di circonferenza che non sia lecito ad essere umano. Erano appena sbarcati, con un'ottima colazione in corpo, da un piroscafo della Dale Line in viaggio d'andata, giunto in porto un'ora circa dopo il far dell'alba. Impossibile sbagliarsi: riconobbi l'allegro capitano del Patna alla prima occhiata: l'uomo più grasso che si potesse incontrare entro quella benedetta cintura dei tropici che circonda questo nostro caro vecchio globo. E poi, circa nove mesi prima, l'avevo veduto per caso a Samarang. Il suo piroscafo stava caricando nelle Rade, e lui inveiva contro le istituzioni tiranniche dell'impero germanico ingozzandosi di birra tutto il giorno e tutti i giorni nel retrobottega di De Jongh, fino a che lo stesso De Jongh, che pur gli faceva pagare un gulden a bottiglia senza batter ciglio, mi prese da parte e, col suo visetto di cuoio tutto corrugato, mi dichiarò confidenzialmente: 'Gli affari sono affari, ma quest'uomo, capitano mi fa troppo schifo. Pfui!' Lo osservavo dall'ombra in cui mi trovavo. Procedeva in fretta un po' avanti agli altri, e la luce del sole che lo investiva in pieno dava alla sua mole un sorprendente risalto. Mi faceva pensare a un piccolo elefante ammaestrato che camminasse sulle zampe posteriori. Inoltre era vestito in modo pazzamente vistoso: un lercio pigiama da notte, verde vivo a gran righe verticali color arancione, un paio di pantofole di paglia tutte sdrucite sui piedi nudi, e un sudicissimo cappello di fibra, evidentemente smesso da qualcun altro perché gli andava di due misure troppo piccolo, legato con un pezzo di corda di manilla in cima al suo testone. Un uomo cosiffatto, capirete, non ha l'ombra d'una probabilità di trovar roba adatta, se gli tocca rivestirsi di seconda mano. Benissimo. Veniva avanti di furia, senza guardare né a destra né a sinistra; mi passò vicino a meno d'un metro, e nell'innocenza del suo cuore si precipitò su per le scale della capitaneria di porto per andar a fare la sua deposizione, il suo rapporto, o come volete chiamarlo. Pare che per prima cosa si rivolgesse all'ufficiale marittimo. Archie Ruthvel era arrivato in ufficio da un momento appena, e, a quanto mi raccontò poi, stava per iniziare la sua giornata di duro lavoro con una lavata di testa al suo capo ufficio. Qualcuno di voi costui deve averlo conosciuto... un piccolo meticcio portoghese, servizievole, con un misero collo allampanato, sempre in vedetta per farsi regalar dai comandanti delle navi qualcosa di commestibile: un pezzo di maiale salato, un pacco di biscotti, delle patate o che so io. Al ritorno da un viaggio, mi ricordo, gli diedi per mancia una pecora viva avanzata alle mie provviste; non che avessi bisogno dei suoi servigi - era impossibile che mi fosse utile in nulla, si capisce - ma perché quella fede infantile nel suo sacrosanto diritto alle regalìe mi toccò proprio il cuore. Era così radicata da diventar quasi bella. La sua razza... anzi le sue due razze... e il clima... Insomma, non importa. So dove posseggo un amico per la vita. Basta, Ruthvel dice che gli stava facendo una gran strapazzata - m'immagino sulla moralità che dovrebbe avere un pubblico ufficiale - quando sentì dietro di sé una specie di rattenuta agitazione, e, voltando la testa, vide, per usare le sue parole, qualcosa di rotondo e di enorme che somigliava a una botte di zucchero da duecentotrentotto avvolta in una flanellina a righe e lasciata in piedi sul vasto spazio libero che v'era al centro dell'ufficio. Rimase così stupefatto, dice, da non rendersi conto per un bel po' che quell'oggetto era vivo, e se ne restò lì seduto a domandarsi per quale scopo e con quali mezzi glie l'avessero trasportato davanti alla scrivania. L'arcata che dava sul vestibolo era affollata di sventagliatori di punkah, di spazzini, di guardie peone; v'era anche il comandante e l'equipaggio del rimorchiatore destinato al servizio di porto, tutti a collo teso e quasi arrampicati l'uno sulla schiena dell'altro. Una vera rivoluzione. Ormai l'uomo era riuscito, con uno strappo, a togliersi il cappello di testa, e avanzava con piccoli inchini verso Ruthvel. Era un'apparizione talmente sconcertante che questi, come mi disse, per un po' non seppe far altro che stare ad ascoltarlo, incapace di capire quel che volesse. L'altro parlava con voce aspra e lugubre, ma anche intrepida, e a poco a poco Archie incominciò a rendersi conto che si trattava d'un seguito del caso Patna. Dice che appena comprese chi gli stava davanti si sentì proprio rimescolare (Archie è tanto sensibile e facile a scombussolarsi); ma subito si dominò gridando: 'Aspetti! La cosa non riguarda me. Lei deve andare dall'ufficiale di servizio. Non mi riguarda assolutamente. Il capitano Elliot è l'uomo che fa per lei. Da questa parte, da questa parte!' Balzò in piedi, fece di corsa il giro di quel suo banco lunghissimo, tirò, spinse: e quello, sorpreso ma remissivo, lo lasciava fare; finché sulla porta dell'ufficio del capitano una sorta di istinto animale non lo fece ritrarsi addietro sbuffando come un torello spaventato. 'Ma insomma! Che succede? Mi lasci andare! Guarda un po'!' Archie spalancò la porta senza bussare. 'C'è il comandante del Patna!' grida. 'Entri capitano!' Vide il vecchio alzar la testa dal foglio su cui stava scrivendo, con un gesto così brusco che gli caddero gli occhiali dal naso. Allora Archie richiuse la porta con un tonfo, e tornò di corsa al proprio banco, dove aveva certe carte da firmare: ma dice che la bufera che si scatenò là dentro era così spaventosa che non gli riusciva di concentrarsi neppur quel tanto da ricordar l'ortografia del proprio nome. Archie è il più sensibile primo capo marittimo dei due emisferi. Dice che si sentiva come se avesse gettato un uomo in pasto a un leone affamato. E certo il baccano doveva esser forte, se arrivava a me che stavo fuori; anzi ho ragione di credere che lo si sentisse attraverso tutto il Piazzale, fino al chiosco della banda. Il vecchio papà Elliot aveva una riserva inesauribile di parole, sapeva urlare che era una bellezza... e non glie ne importava un corno chi gli stesse di fronte quando urlava. Avrebbe urlato anche col Viceré. Me lo diceva sempre: 'Sono arrivato all'apice della carriera; la pensione è assicurata. Ho qualche sterlina da parte; e se ai miei superiori non garba il mio modo di concepire il dovere, poco mi fa di andarmene a casa. Sono vecchio, e ho sempre detto quel che pensavo. Non m'importa d'altro, ormai, che di veder accasate le mie figliole!' Era un po' fissato su questo punto. Le sue tre figlie erano molto carine, benché gli rassomigliassero in modo sorprendente; ma le mattine che gli capitava di svegliarsi pessimista sulle loro prospettive matrimoniali, l'intero ufficio glie lo leggeva negli occhi e si metteva a tremare: perché, dicevano, 'si poteva star sicuri che si sarebbe pappato qualche impiegato per colazione.' Quella mattina tuttavia non divorò il rinnegato; ma, se mi è lecito continuar la metafora, se lo masticò finché l'ebbe ridotto a pezzettini, per così dire, e... puah! lo risputò subito. Così, dopo pochissimi minuti, vidi quella mole mostruosa scendere la scala a precipizio e fermarsi sull'ultimo gradino, proprio accanto a me. Era chiaro che aveva bisogno di meditare profondamente. Le enormi guance paonazze gli tremolavano; si morsicava il pollice. Dopo un po' si accorse della mia presenza, e mi guardò seccato con la coda dell'occhio. Gli altri tre individui che eran sbarcati con lui stavano un po' distanti ad attenderlo in gruppo. L'uno era un meschino omiciattolo col viso giallo e un braccio al collo; un tipo alto il secondo, con una giacca di flanella azzurra, asciutto come il legno e magro come un manico di scopa, coi baffi grigi spioventi: si guardava attorno con un'aria di pretensiosa imbecillità. Il terzo poi, un giovane dritto della persona, spalle larghe e mani in tasca, voltava la schiena agli altri due che discutevano animatamente fra loro. Teneva gli occhi fissi sul piazzale deserto. Un gharry sconquassato, tutto polvere e tendine di stuoia, si fermò bruscamente di fronte al gruppo, e il cocchiere, accavallando le gambe nude, si dedicò a un esame critico delle dita del proprio piede destro. Senza un gesto, senza muovere nemmeno la testa, il giovinotto fissava la luce del sole. Questa fu la mia prima visione di Jim. Appariva distaccato e inabbordabile come soltanto i giovani sanno esserlo. Stava lì sano di membra, bello di volto, solidamente piantato: il ragazzo più promettente su cui mai si posasse il sole; e nel guardarlo, io che sapevo tutto quel che sapeva lui, e anche qualcosa di più, mi sentii vincere dall'ira come se l'avessi colto a cercar d'imbrogliarmi. Non aveva il diritto, ecco, di sembrare così valido. Pensai fra me: beh, se un tipo simile può andar fuori strada in quel modo... E mi venne voglia di buttar per terra il cappello e di ballarci sopra nient'altro che per sfogare la mia mortificazione, come avevo visto fare una volta al capitano d'un brigantino italiano quando quell'idiota del suo secondo, mentre doveva dar fondo all'abbrivo in una rada piena di navi, tra la sua e le altre ancore aveva combinato un pasticcio inestricabile. Al vederlo lì con quell'aria così disinvolta, mi domandai: ... è stupido? è insensibile? Sembrava sul punto di mettersi a fischiettare. E notate, di come si comportavano gli altri due non m'importava un fico. Le loro persone, in qualche modo, s'intonavano con i fatti che erano ormai di pubblico dominio, e che stavan per formare oggetto d'un'inchiesta ufficiale. 'Quel vecchio matto di un briccone lassù mi ha dato del cane,' disse il capitano del Patna. Non so se mi avesse riconosciuto... direi di sì; comunque i nostri sguardi s'incontrarono. Lui lanciava fiamme dagli occhi, io sorrisi: cane era l'epiteto più blando che mi fosse giunto all'orecchio attraverso la finestra aperta. 'Davvero?' dissi, stranamente incapace di tener ferma la lingua. Egli annuì col capo, tornò a morsicarsi il pollice, cacciò una soffocata bestemmia; poi, alzando la testa e guardandomi con aggrondata e feroce impudenza: 'Bah! il Pacifico è grande, amico mio. Voialtri maledetti Inglesi potete fare tutto quel che volete: so dove c'è posto a sufficienza per uno come me. Mi conoscono bene a Apia, a Honolulu, a...' S'interruppe pensosamente, mentre io potevo raffigurarmi senza il minimo sforzo qual fosse il genere di persone che lo 'conoscevano bene' in quei luoghi. Non voglio nascondervi che ne avevo conosciuti parecchi anch'io. Ci son situazioni che uno e meglio si comporti come se la vita fosse egualmente dolce in qualsiasi compagnia. Situazioni simili ne son capitate anche a me; e dirò di più: non voglio atteggiarmi a vittima della necessità, perché buona parte di quei manigoldi, proprio per la loro mancanza di una.. di una... come dire? di un'impostazione morale, erano il doppio più istruttivi e venti volte più divertenti del solito rispettabile commerciante ladro che voialtri invitate a pranzo senza necessità alcuna, ma soltanto per abitudine, per vigliaccheria, per cordialità naturale, o per altri cento motivi altrettanto inadeguati e meschini. 'Voialtri Inglesi siete tutti bricconi,' riprese il mio patriota australiano di Flensburg, o di Stettino che fosse. Non ricordo proprio quale onesto porticciolo delle sponde del Baltico si era disonorato col dare un nido a quel prezioso uccello. 'Chi siete voi per urlarmi contro? Eh? Si può sapere? Non valete più di me; e quel vecchio furfante mi ha fatto una storia dell'altro mondo!' La sua grossa carcassa tremava sulle gambe come su due pilastri: tremava dalla testa ai piedi. 'Ecco cosa fate sempre, voialtri Inglesi: delle storie dell'altro mondo, per qualunque piccolezza, perché non son nato nel vostro maledetto paese. Levatemi la mia patente. Levatemela pure. Non ne ho bisogno, io, della patente. Uno come me non ne ha bisogno, d'una verfluchte patente! Ci sputo sopra, io!' E sputò. 'Io voglio cittadino americano diventare,' gridò agitandosi tutto, smaniando e battendo i piedi come per liberarsi le caviglie da una qualche morsa misteriosa che lo tenesse inchiodato in quel luogo. Si era scaldato tanto che quella sua testa a palla gli si vedeva materialmente fumare. Non v'era nulla di misterioso, invece, in quel che m'impediva di andarmene a mia volta: la curiosità è il più naturale dei sentimenti, ed era la curiosità a farmi restar lì per vedere che effetto avrebbe fatto la nuova rivelazione su quel giovanotto che, mani in tasca e schiena rivolta al marciapiedi, guardava al di là delle aiuole del Piazzale, verso il portico color giallo dell'Albergo Malabar, con l'aria di uno che aspetti gli amici per andare a passeggio insieme. Ecco l'aria che aveva: un'aria odiosa. Mi trattenni per vederlo sopraffatto, annichilito, a divincolarsi come uno scarafaggio infilzato da parte a parte... e nello stesso tempo avevo quasi paura d'un simile spettacolo: non so se potete capirmi. Non c'è nulla di più orribile che osservare un uomo riconosciuto reo, non d'un delitto, ma d'un atto di debolezza peggio che delittuosa. Se la più elementare forza di volontà ci impedisce di diventar delinquenti nei senso legale del termine, è da simili debolezze, sconosciute a noi stessi, ma di cui si ha tuttavia qualche sospetto - come in certe parti di mondo vien da sospettare che ogni cespuglio nasconda un rettile velenoso -, è da debolezze che giacciono nascoste in noi, sorvegliate o non sorvegliate, tenute lontane pregando Iddio, o disprezzate con animo virile, represse o fors'anche ignorate per più di metà della nostra vita, che nessuno può mai sentirsi al sicuro. In certi casi siamo trascinati ad azioni che ci fanno coprire di epiteti ingiuriosi; ad azioni che ci portano magari al patibolo: e tuttavia il nostro spirito sopravvive: sopravvive alla condanna, sopravvive anche al patibolo, perdiana! E vi sono azioni invece - sembrano così insignificanti, alle volte! dalle quali restiamo totalmente, completamente annientati. Osservavo quel ragazzo. Aveva un'aria simpatica; conoscevo il genere: veniva dalla parte giusta, era dei nostri. Riassumeva in sé tutti gli ascendenti della sua razza: uomini e donne tutt'altro che intelligenti o pittoreschi, ma ben piantati su una fede solida e sull'istinto del coraggio. Non alludo al coraggio militare o a quello civile, né a qualunque altro genere particolare di coraggio. Intendo soltanto la capacita innata di guardare in faccia le tentazioni; un tenersi pronti, sa Dio con quanto scarso intervento del cervello ma senza pose; una forza di resistenza, capite: sgraziata, sia pure, ma impagabile; un irrigidirsi istintivo e benedetto di fronte a tutti i terrori, esterni ed interni; di fronte alla potenza della natura e alla seducente corruzione degli uomini: sostenuto, tutto questo, da una fede invulnerabile nella forza dei fatti, nel contagio dell'esempio nella sollecitazione delle idee. Al diavolo le idee! Sono delle vagabonde, delle zingare che bussano alla porta di servizio della nostra mente, e ognuna di esse vi ruba un po' della vostra sostanza, ognuna di esse si porta via qualche briciola di quel vostro credere in poche e semplici nozioni, che è un punto a cui bisogna tenersi ben aggrappati se si vuol vivere con decenza e morire con serenità. Tutto questo non ha direttamente nulla a che vedere con Jim; solo che, per l'aspetto esteriore, egli rappresentava nel modo più spiccato quel tipo umano, buono e stupido, da cui fa piacere di sentirsi circondati nel cammino della vita; quel tipo umano che non si lascia turbare dai vaneggiamenti dell'intelligenza e dalle perversioni dei... dei nervi, diciamo. Era il genere d'individuo che, soltanto a guardarlo, gli avreste affidato la guardia del ponte, sia in senso letterale che figurato. Per conto mio, glie l'avrei affidata: e sì che dovrei intendermene. A tempo mio ne ho iniziati un bel po' di ragazzi, sotto l'insegna dello Straccio Rosso, al mestiere del mare! Un mestiere che tutto il suo segreto si potrebbe condensarlo in una laconica frasetta, e che invece ogni santo giorno bisogna tornarlo a ribadire in quei cervelli adolescenti fino a che non sia diventato il lievito di ogni loro pensiero da svegli, e non occupi, quando dormono, tutti i loro sogni giovanili! Con me il mare è stato galantuomo: ma quando ripenso a tutti quei ragazzi che mi son passati per le mani, qualcuno ormai adulto, qualche altro finito ai pesci, ma tutti trasformati in ottimo materiale per lui, non mi pare d'averlo trattato male neanch'io. Dovessi tornarmene in patria domani, non sarebbero passati due giorni, scommetto, che qualche primo ufficiale bruciato dal sole mi raggiungerebbe sul cancello di una darsena, e una voce giovanile e profonda risuonerebbe al disopra del mio cappello: 'Non mi riconosce, capitano? Ma come! il piccolo Tal-dei-Tali. Sulla nave Così-e-Così. Era la mia prima traversata.' Allora mi tornerebbe in mente un ragazzuccio tutto rimescolato, alto come lo schienale d'una seggiola, e, zitta zitta sulla banchina, una madre, o forse una sorella troppo sconvolta per sventolare il fazzoletto verso la nave che scivola via dolcemente tra i moli; oppure un bravo babbo di mezz'età, venuto di buon'ora col suo ragazzo per vederlo partire, e che poi è rimasto a bordo tutta la mattinata perché, guarda un po', l'argano lo interessava enormemente; e così si attardato troppo, tanto che all'ultimo deve precipitarsi a terra senza più tempo per far gli addii. Il pilota di fondo basso mi grida con voce strascicata: 'La tenga ferma un momento col cavo d'ormeggio, capitano. C'è un signore che deve scendere... Su, forza, signore. Quasi quasi partiva anche lei per Talcahuano, eh? Ecco il momento giusto: senza fretta... Bravissimo. Mollate di nuovo a prua.' I rimorchiatori fumano come il baratro infernale e si mettono in tirare, sbattendo le acque del vecchio fiume fino a farlo diventar furioso; il signore che è sceso a terra si spolvera i ginocchielli; il benevolo dispensiere gli getta l'ombrello che ha dimenticato a bordo. Tutto molto come si deve. Lui ha offerto il suo piccolo sacrificio al mare, e ora può tornarsene a casa fingendo di non darvi importanza; e la piccola vittima volontaria avrà un terribile mal di mare prima che finisca la notte. Più tardi, quando avrà imparato tutti i piccoli misteri e l'unico grande segreto del mestiere, anche lui sarà degno di vivere o di morire, a seconda che il mare decreterà; e all'uomo che ha giocato a quel giuoco da pazzi in cui il mare fa lui tutte le prese, piacerà un mondo sentirsi battere sulla spalla da una pesante mano giovanile, e udir la voce allegra d'un cucciolo di mare che esclama: 'Mi riconosce, signore? Il piccolo Tal-dei-Tali.' Vi dico che è bello; e la prova che una volta almeno nella vita avete lavorato come si deve. M'è capitato di riceverne, di queste botte sulla spalla! E ci ho fatto anche una smorfia, perché eran pesanti; ma dopo mi son sentito contento tutto il giorno, e andando a letto mi pareva d'esser meno solo al mondo, grazie a quella manata cordiale. Se riconosco il piccolo Tal-dei-Tali? A regola, di fisonomie dovrei intendermene. E vi dico che, dopo un'occhiata appena, a quel giovanotto gli avrei affidato il ponte, poi sarei andato a dormire fra due guanciali: e, perdiana! avrei fatto una bella imprudenza. Ci sono abissi di orrore, dentro a questo pensiero. Sembrava schietto come una sterlina di zecca, ma nella lega del suo metallo v'era un elemento diabolicamente impuro. In che quantità? Oh, minima... la goccia più piccola possibile d'un qualcosa di raro e di maledetto; la più piccola delle gocce!... ma bastava per far nascere il dubbio - a vederlo lì in piedi con quell'aria di menimpipo - a far nascere il dubbio che potesse esser tutto d'un metallo non più prezioso dell'ottone. Non riuscivo a capacitarmi. Vi giuro che, per l'onore del mestiere, avrei voluto vederlo divincolarsi. Gli altri due individui, quelli senza importanza, si accorsero del capitano, e lentamente si avviarono verso di noi. Venivano avanti pian piano chiacchierando, e non m'importava nulla di loro, come non fossero stati visibili. Ridevano... fors'anche scherzavano, può darsi. Vidi che uno dei due aveva un braccio rotto; mentre l'altro, quel tipo allampanato coi baffi grigi, era un capo macchinista abbastanza conosciuto per varie ragioni. Insomma, due vere nullità. Si avvicinarono. Il capitano stava come imbambolato a guardarsi fra i piedi; si sarebbe detto che fino a quelle dimensioni innaturali l'avesse gonfiato una qualche orribile malattia o l'azione misteriosa d'un veleno sconosciuto. Alzò il capo, si vide dinanzi i due in attesa, aprì ghignando la bocca con uno straordinario contorcimento di quel viso incredibilmente paffuto... e stava, credo, per dir qualcosa, quando parve che un pensiero lo colpisse. Le grosse labbra violacee tornarono a chiudersi senza emettere alcun suono; si diresse con passo molle ma risoluto verso il gharry, e cominciò a scuoterne la maniglia con tale impaziente brutalità che mi aspettavo da un momento all'altro di veder l'intera baracca rovesciarsi su un fianco, cavallino e tutto. Il cocchiere, distolto dalla contemplazione della pianta del proprio piede, manifestò subito segni del più intenso terrore. Aggrappatosi al sedile con le due mani, guardava dall'alto quell'enorme carcassa decisa ad introdursi per forza nella sua vettura. Il trabiccolo si agitava e rollava tumultuosamente; la nuca paonazza di quel collo curvo, i polpacci tesi nello sforzo, l'immenso ansimare di quella miserabile schiena a strisce verdi e arancioni, tutta la forza d'urto di quella massa vistosa e sordida turbavano il senso della probabilità con un effetto comico e pauroso ad un tempo, come una di quelle visioni insieme nitide e grottesche che spaventano e affascinano il febbricitante. Ad un tratto scomparve. Mi aspettavo quasi che il tetto della vettura si spaccasse in due, che quella scatoletta a ruote scoppiasse come un baccello di cotone maturo... e invece si limitò ad abbassarsi con un suono metallico di molle che cedono, e di colpo una delle tendine di stuoia cadde giù srotolandosi rumorosamente. Riapparvero, compresse entro la piccola apertura, le spalle c'el gigante, che cacciò fuori la testa tesa e ballonzolante come un pallone frenato, sudata, furiosa, in una spruzzaglia di scaracchi. Agguantò il gharry-wallah con un gesto rabbioso di quel suo pugno massiccio, rosso come un pezzo di carne cruda, e gli muggì contro di camminare, di andarsene. Dove? Nel Pacifico, forse. Il cocchiere diede di frusta, il cavallino sbuffò, s'impenno, e partì al galoppo. Per dove? Per Apia? per Honolulu? C'erano seimila miglia di cintura tropicale dove andarsene a zonzo, e a me non riuscì d'afferrar l'indirizzo preciso. Un cavallino sbuffante lo rapì in un baleno nell''Ewigkeit,' e non lo rividi mai più. Che dico? non conosco persona al mondo che gli abbia messo gli occhi addosso da quando si sottrasse alla mia vista in quel piccolo gharry sgangherato che svoltava a precipizio entro una bianca nuvola di polvere. Partì, sparì, svanì; e, quel che è più assurdo ancora, si direbbe che avesse portato via con sé anche il gharry perché mai più mi è capitato d'imbattermi in quel cavallino sauro con l'orecchio spaccato e in quel pigro cocchiere tamilo afflitto da un'ulcera al piede. Il Pacifico è grande davvero; ma vi abbia trovato o no il capitano un luogo adatto per mettere in valore le proprie doti, resta il fatto che scomparve nello spazio come una strega a cavallo d'una scopa. L'ometto col braccio al collo si diede a rincorrere la vettura belando: 'Capitano! Ehi, capitano! Ehiii!', ma dopo pochi passi si fermò di botto, chinò la testa, e tornò indietro pian piano. All'aspro stridìo delle ruote, il più giovane s'era rapidamente girato sui tacchi. Ma poi non fece nessun altro movimento, nessun gesto, nessun segno: restò immobile col viso rivolto nella direzione del gharry, anche dopo che questo era già sparito da un pezzo. Tutto si svolse in assai minor tempo di quanto ora me ne occorra a raccontarlo, perché io sto cercando di analizzare per voi, con lente parole, l'effetto istantaneo di parecchie impressioni visive. Subito dopo entrò in scena l'impiegato meticcio, mandato da Archie a occuparsi un po' dei poveri naufraghi del Patna. Costui sbucò fuori dall'edificio di corsa, eccitato e senza nulla in testa, guardando a dritta e a manca, tutto compreso dall'importanza della propria missione. La quale era destinata all'insuccesso per quanto riguarda il personaggio principale; ma il portoghese si avvicinò agli altri tre con aria di affaccendata importanza, e quasi immediatamente si trovò coinvolto in un violento alterco con l'individuo che aveva il braccio al collo e pareva non chiedesse altro che di fare una bella leticata. Non riceveva ordini da nessuno, lui, no, perdinci! Ci voleva altro per spaventarlo che un mucchio di bugie uscite di bocca a uno sfacciato impiegatucolo meticcio! Non si lasciava maltrattare da un 'coso del genere,' anche se la storia che raccontava era 'quanto mai' vera! E gridò il suo desiderio, la sua aspirazione, la sua determinazione di mettersi a letto. 'Se tu non fossi un Portoghese abbandonato da Dio,' lo udii gridare, 'avresti bell'e capito che l'ospedale è il posto che ci vuole per me.' Piantò il pugno del braccio sano sotto al naso dell'impiegato; cominciava a raccogliersi folla; il meticcio, agitato, ma facendo del suo meglio per mostrarsi dignitoso, cercava di spiegar le proprie intenzioni. Io me ne andai senza aspettare la fine della scena. Ma per l'appunto in quei giorni avevo uno dei miei marinai all'ospedale, e, nell'andare a prenderne notizie la vigilia dell'inchiesta, nella corsia dei bianchi ritrovai l'omiciattolo che smaniava, disteso sul dorso, col braccio ingessato e in preda al delirio. Con mia grande sorpresa anche l'altro individuo, lo spilungone coi baffi bianchi spioventi, aveva trovato modo di entrar là dentro. Ricordavo d'averlo veduto svignarsela durante il litigio, d'un passo metà disinvolto metà strascicato, e facendo un gran sforzo per non apparir spaventato. In porto era conosciuto, a quanto pare; sì che ora, trovandosi nei guai, pensò di cercar rifugio nel caffè con biliardi di Mariani, accanto al bazar. Quell'indescrivibile vagabondo di un Mariani, che lo conosceva per aver provveduto ai suoi vizi in un paio di altri luoghi, baciò la terra, per così dire, davanti ai suoi piedi, e lo rinchiuse con una provvista di bottiglie in una camera al primo piano del suo infame bordello. Pare che il tipo si sentisse vagamente preoccupato circa la propria sicurezza personale, e desiderasse rimaner nascosto. Mariani mi disse molto tempo dopo (un giorno che salì a bordo a reclamare dal mio dispensiere il pagamento di certi sigari) che lui per quell'uomo avrebbe fatto ben altro, senza chiedergli nessuna spiegazione, tanto gli era grato per qualche spregevole favore ricevuto da lui molti anni prima, a quanto mi riuscì di capire. Si batté due volte il petto muscoloso, roteando gli enormi occhi bianchi e neri, lucidi di lagrime. 'Antonio non dimentica mai... Antonio non dimentica mai!' La precisa origine di codesta immorale riconoscenza non venni mai a conoscerla; ma, quale che fosse, quell'individuo ebbe tutte le agevolazioni per restarsene ben chiuso a chiave, con una sedia, un tavolo, un materasso in un angolo, e un mucchio di sudiciume sul pavimento, in preda a un irragionevole pànico che cercava di vincere con i tonici di cui Mariani gli era generoso. La faccenda andò avanti fino alla sera del terzo giorno, quando, dopo aver emesso alcuni orribili urli, fu costretto a cercar scampo nella fuga contro una legione di millepiedi. Sfondò la porta, discese d'un unico salto disperato la scaletta sghimbescia, finì di peso sul ventre di Mariani, si rialzò, e fuggì via come un coniglio per la strada. La polizia lo raccolse sopra un cumulo d'immondizie la mattina dopo, all'alba. A tutta prima pensò che volessero portarlo via per impiccarlo, e lottò per la libertà come un eroe; ma quando io mi sedetti sulla sponda del suo letto, era calmo da ormai due giorni. La scarna testa abbronzata, con quei baffi bianchi, avrebbe potuto apparir bella e serena sul guanciale come la testa d'un soldato che le battaglie avessero logorato, ma rimasto fanciullescamente candido nell'animo, non fosse stato per un accenno di spettrale paura che, annidata nel luccichìo dello sguardo atono, faceva pensare a un'indistinta immagine del terrore appiattata in silenzio dietro a un vetro. Era così incredibilmente calmo, che mi abbandonai all'assurda speranza di aver qualche spiegazione dal suo punto di vista sulla famosa faccenda. Perché poi io provassi tanto desiderio di frugare nei deplorevoli dettagli d'un avvenimento che, dopo tutto, non mi riguardava affatto se non come membro d'un'oscura associazione di gente riunita insieme da una comunanza di fatiche ingloriose e di fedeltà a una certa linea di condotta, non so proprio spiegarmelo. Chiamatela pure curiosità morbosa, se volete; ma fatto sta che avevo bisogno di trovare qualcosa. Forse, inconsciamente, speravo di scoprire una qualche giustificazione riposta, l'ombra almeno di una scusante. Oggi vedo bene che speravo l'impossibile. Speravo di veder sgominare il più ostinato fantasma a cui l'uomo abbia mai dato forma: quel dubbio febbrile che si diffonde come una nebbia, che rode occulto come un tarlo, più agghiacciante che la certezza della morte: il dubbio che a dominare una certa linea di condotta sia un potere dispotico. E' la cosa più dura contro cui si possa inciampare; è la cosa che suscita il pànico urlante e le brave piccole mascalzonate compiute in silenzio; è la vera ombra della calamità. Credevo dunque in un miracolo? e perché lo desideravo così ardentemente? Era egoismo quello che mi spingeva a cercar anche l'ombra d'un'attenuante per quel giovanotto che non avevo mai visto prima? Era bastato il suo solo aspetto per aggiungere una sfumatura d'interesse personale ai pensieri che mi suggeriva il convincimento della sua debolezza, e per rendere questa debolezza una cosa di mistero e di terrore, quasi un accenno a un destino d'annientamento in agguato dietro le spalle di tutti coloro la cui giovinezza aveva somigliato, un tempo, alla sua giovinezza? Ho paura che il motivo segreto della mia curiosità fosse proprio quello. Certo è che stavo cercando un miracolo. Oggi, dopo tanto tempo, l'unica cosa che mi sembri miracolosa è l'enormità della mia stupidaggine. Perché non c'è dubbio che qualche esorcismo contro lo spettro del dubbio sperai di ottenerlo da quell'ammalato losco e consunto. Dovevo esser davvero sulle spine se, senza perdere tempo, dopo qualche frase indifferente e cordiale a cui rispose con languida prontezza, come farebbe qualunque malato rispettabile, tirai subito fuori la parola Patna avvolta in una delicata domanda come in una matassina di seta morbida. Per egoismo, ero così delicato: non volevo spaventarlo, semplicemente; non che provassi la minima sollecitudine verso di lui. Non mi faceva né rabbia né compassione; poco o nulla m'importava sapere quale fosse stata la sua esperienza personale; l'eventualità d'una sua redenzione mi riusciva del tutto indifferente. Era invecchiato in mezzo ad iniquità di piccolo calibro, e non poteva più ispirare né pietà ne avversione. Ripeté: Patna in tono interrogativo, come se facesse un breve sforzo di memoria, e poi disse: 'Già. Sono vecchio di questi luoghi, io. L'ho veduta affondare.' Mi disponevo a dar libero corso al mio sdegno per una bugia così stupida, quand'egli soggiunse tranquillamente: 'Era piena di rettili.' Queste parole mi trattennero. Che intendeva dire? Fu come se l'ondeggiante fantasma del terrore appiattato dietro ai suoi occhi vitrei si fermasse di colpo e guardasse malinconicamente nei miei. 'Mi cavaron fuori dalla cuccetta a metà guardia,' proseguì in tono pensoso. La voce gli si era fatta all'improvviso troppo forte, e io mi pentii della mia follia. Nessuna candida cuffia alata d'infermiera in vista, svolazzante nella prospettiva della corsia; v'era soltanto laggiù, nel mezzo d'una lunga fila di letti di ferro vuoti, un infortunato di qualche nave delle Rade, seduto, abbronzato e fantomatico, con una benda bianca di traverso sulla fronte. Di scatto il mio interessante malato sfoderò un braccio magro come un tentacolo, afferrandomi per una spalla. 'Io solo avevo occhi abbastanza buoni per vederla. Sono famoso, io, per la vista. E forse fu proprio per questo che mi chiamarono. Nessuno di loro fu tanto svelto da scorgerla mentre affondava, ma videro bene quando fu scomparsa, e allora urlarono tutti insieme... così...' Un ululato da lupo mi penetrò fin nei precordi. 'Oh, lo faccia star zitto,' gemette l'infortunato con irritazione. 'Forse lei non mi crede,' continuò l'altro con un'ineffabile espressione di vanità. 'Le dico che non ci sono occhi come i miei, da questa parte del Golfo Persico. Guardi sotto al letto.' Naturalmente mi curvai subito. Vorrei sapere chi non avrebbe fatto altrettanto. 'Che vede?' domandò. 'Nulla,' risposi pieno di vergogna. Mi scrutò in viso con un disprezzo così selvaggio da annichilirmi. 'Già,' fece, 'ma se guardassi io, vedrei... Non esistono occhi come i miei, le dico.' Mi afferrò di nuovo, tirandomi a sé, nella sua ansia di liberarsi l'anima con una confidenza. 'Milioni di rospi rosa. Non esistono occhi come i miei. Milioni di rospi rosa. E' peggio che veder affondare una nave. Potrei star tutto il giorno a guardare navi che affondano senza smettere di fumar la pipa. Perché non mi rendono la mia pipa? Potrei fare una fumatina guardando i rospi. Il piroscafo n'era pieno zeppo. Bisogna tenerli d'occhio, sa': e ammiccava scherzosamente. Il sudore della mia fronte gli sgocciolava addosso; la giacca di cotone mi s'incollava alla schiena bagnata; la brezza pomeridiana trascorse impetuosa sulla fila di letti, le pieghe rigide delle tende si agitarono perpendicolarmente, stridendo sulle aste d'ottone, le coperte dei letti vuoti sventolarono senza rumore sul pavimento nudo della corsia, e io rabbrividii fino al midollo delle ossa. Il dolce vento dei tropici giocherellava in quella sala spoglia come una malinconica bufera invernale in un vecchio granaio inglese. 'Non gli lasci ricominciare i suoi urli, signore,' strillò da lontano l'infortunato. Quella voce ansiosa e piena di rabbia giunse fino a me risuonando fra le pareti come un grido fioco entro un tunnel. La mano mi artigliava la spalla; l'uomo tornò a farmi l'occhietto con aria d'intesa. 'Ne era piena zeppa, sa, e bisognò svignarsela in un battibaleno,' sussurrò a precipizio. 'Tutti rosa. Tutti rosa... grossi come mastini, con un occhio in cima alla testa e delle grinfie tutt'intorno alla loro bocca schifosa. Uh! Uh!' Rapidi sussulti come di scosse elettriche rivelarono, sotto le coperte, la sagoma di due gambe magre e agitate. Lasciò andar la mia spalla e cercò di afferrare qualcosa per aria; il corpo teso gli tremava come una corda d'arpa appena abbandonata dal dito; e, mentre lo guardavo, l'orrore spettrale che era in lui tornò ad affiorare nel suo sguardo vitreo. All'istante quella sua faccia da vecchio soldato, così nobile e calma di linee, si decompose davanti ai miei occhi come corrotta da una furberia sotterranea, da una prudenza abominevole e da una paura disperata. Trattenne un grido: ... 'Ssssh! cosa stanno facendo là sotto?' chiese additando il pavimento, con nella voce e nei gesti certe fantastiche precauzioni il cui significato, ora che mi s'era rivelato d'un lampo in tutta la sua luridezza, mi nauseò della mia intelligenza. 'Dormono tutti,' risposi osservandolo attentamente. Ecco. Era questo che voleva: erano proprio queste le parole che potevan calmarlo. Tirò un lungo respiro. 'Ssssh! Zitti, piano. Sono vecchio, io, di queste parti. Le conosco quelle bestiacce. Botte in testa al primo che si muove. Troppi ce ne sono, troppi: non potrà galleggiare più di dieci minuti.' Ansimò di nuovo. 'Presto!' gridò a un tratto; e poi, tutto in un urlo: 'Sono tutti svegli! Sono milioni! Mi pesticciano! Aspettate! Oh! aspettate! Li spiaccicherò a mucchi, come mosche. Aspettatemi! Aiuto! aiuto!'... Un urlo tenuto, interminabile, completò la mia umiliante disfatta. Vidi laggiù l'infortunato portarsi le mani alla testa bendata con un gesto di disperazione; un infermiere, chiuso in un grembiale che gli arrivava al mento, apparve in fondo alla prospettiva della corsia, come guardato con un cannocchiale a rovescio. Mi confessai vinto, e, infilando senz'altro uno dei finestroni aperti, fuggii nel corridoio esterno. L'urlo m'inseguì come una vendetta. Svoltai in un pianerottolo deserto, e all'improvviso tutto fu immobile e silenzioso intorno a me. Scesi le lucide e nude scale in un silenzio che mi consentì di raccogliere i miei pensieri sconvolti. Al pianterreno incontrai uno dei medici interni, che stava attraversando il cortile e che mi fermò. 'E' stato a trovare il suo marinaio, capitano? Credo che potremo lasciarlo uscire domani. Questi idioti, però, non hanno proprio idea di cosa significhi badare alla propria pelle! A proposito, sa che abbiamo qui il capo macchinista di quella nave dei pellegrini? Delirium tremens della peggior specie. Ha bevuto come una spugna per tre giorni di fila nella bettola di quel Greco, o Italiano che sia. Che altro ci si poteva aspettare? Quattro bottiglie di brandy al giorno, mi han detto: e di quella qualità poi! Meraviglioso, se è vero. Ha da esser foderato di lamiera da caldaie. La testa, eh! la testa, si capisce, è andata; ma lo strano è questo, che nel suo divagare c'è una specie di metodo: sto cercando d'individuarlo. Caso eccezionalissimo, un fil di logica in un delirium simile. Se seguisse la tradizione dovrebbe veder serpenti; e invece non ne vede affatto. Oggigiorno le buone vecchie tradizioni sono in ribasso... Bah, che vuol farci? Le... come dire?... le visioni di costui sono di tipo batracico. Ah! ah!... No, parlando seriamente, non ricordo d'aver mai veduto un caso di sbronzatura così interessante. E badi che, dopo un simile esperimento di baldoria, sarebbe stato suo dovere andarsene all'altro mondo. Sì! è un tipo duro, quello. E con ventiquattro anni di tropici sulle spalle, come se non bastasse. Dovrebbe proprio dargli un'occhiata. Un vecchio beone con un'aria molto nobile. Il tipo più straordinario ch'io abbia incontrato mai... dal punto di vista medico, beninteso. Non vuol vederlo?' Fino allora avevo manifestato i consueti segni di cortese interessamento, ma a questo punto, assumendo un'espressione di rammarico, mormorai che mi mancava il tempo, e gli strinsi in fretta la mano. 'Senta,' mi gridò dietro, 'quel tale non potrà mica venirci, all'inchiesta. Crede che la sua testimonianza possa essere importante?' 'Oh no, niente affatto,' risposi dalla soglia del cancello d'ingresso". CAPITOLO 6. Evidentemente le autorità furono della mia stessa opinione. L'inchiesta non venne rinviata, e si svolse entro il termine voluto dalla legge. Gran folla vi presenziò, forse per l'interesse umano che presentava. Dubbi circa i fatti non ne esistevano: voglio dire in riguardo all'unico fatto materialmente assodato. Come il Patna avesse subìto avarìa non era possibile accertare, né il tribunale contava che elementi nuovi in proposito risultassero dal dibattimento. D'altronde, anche nel pubblico non v'era una sola persona a cui interessasse questo problema. E sì che, come vi ho detto, tutti i marinai del porto erano presenti, e il commercio marittimo era rappresentato al completo. Se ne rendessero conto oppur no, l'interesse che attirava là quella gente era puramente psicologico: l'attesa di qualche rivelazione fondamentale sulla forza, la potenza, l'orrore cui possono giungere le emozioni umane. Ma nulla di tutto questo, naturalmente, sarebbe stato detto. L'interrogatorio dell'unica persona capace di stare a un tema simile e disposta a confessarsi, si andava futilmente aggirando intorno a un fatto già ben noto, e la schermaglia delle domande in proposito era utile come battere con un martello su un recipiente di ferro, per scoprire cosa contiene. D'altra parte un'inchiesta ufficiale non poteva essere diversa. Suo scopo non era l'essenziale 'perché', ma il superficiale 'in che modo' della faccenda. Quel perché il giovanotto avrebbe saputo esporlo benissimo; ma sebbene fosse proprio codesto il punto che interessava il pubblico, il modo come le domande gli venivan rivolte lo allontanava per forza da quella che a me, per esempio, sarebbe parsa la sola verità degna d'essere conosciuta. Non si può aspettarsi che le autorità costituite indaghino sulle condizioni dell'anima di una persona... o meglio sarebbe dire su quelle del suo fegato? A loro spettava di venire alle conseguenze, e, francamente, da un magistrato di polizia noncurante e da due assessori nautici non c'è da attendersi molto più di così. Non intendo insinuare che costoro fossero degli stupidi. Il magistrato era molto paziente; uno degli assessori, capitano di velieri, aveva una barba rossiccia e tendenze bigotte. L'altro era Brierly. Il grosso Brierly. Qualcuno di voi deve aver sentito parlare del grosso Brierly: il capitano della miglior nave della Blue Star Line. Lui, sì. Sembrava enormemente seccato dall'onore propinatogli. Mai in vita sua aveva fatto uno sbaglio, mai gli era capitato un incidente, mai una disgrazia, mai un intoppo nella sua carriera sempre più brillante: uno di quegli individui fortunati che non conoscono l'indecisione, e meno ancora la sfiducia in se stessi. A trentadue anni aveva uno dei migliori comandi che esistano nelle linee d'Oriente, ed era estremamente soddisfatto della propria posizione. Secondo lui non ve n'era una come quella nel mondo intero; e ho idea che se glie lo avessero chiesto di punto in bianco, avrebbe confessato che, a suo giudizio, al mondo non esisteva nemmeno un capitano come lui. Insomma, per quel posto unico, la scelta era caduta sull'uomo più adatto. Ai suoi occhi il resto dell'umanità, esclusa dal comando del piroscafo d'acciaio Ossa, velocità sedici nodi, era costituita da creature assolutamente insignificanti. Aveva salvato delle vite sul mare, aveva soccorso navi pericolanti, possedeva un cronometro d'oro regalatogli da un gruppo di ammiratori, e un binocolo con su incise appropriate parole, dono di qualche Governo straniero, in riconoscimento dei suoi servigi. Valutava al giusto i propri meriti e le ricompense avute. A me era abbastanza simpatico; ma conosco qualcuno - gente mite e cordiale del resto - che non lo poteva assolutamente soffrire. Non ho il minimo dubbio che si stimasse, e di molto, superiore a me: in effetti, anche a esser stati Imperatori d'Oriente e d'Occidente, impossibile non rendersi conto della propria inferiorità in sua presenza; con tutto questo non riuscivo a sentirmi veramente offeso. Difatti non mi disprezzava per qualcosa che dipendesse da me, o inerente alla mia persona, capite? Soltanto ero una quantità trascurabile, semplicemente perché non ero l'unico uomo davvero fortunato di questo mondo: perché non ero Montague Brierly comandante dell'Ossa; non ero il proprietario di un cronometro d'oro con dedica, né d'un binocolo montato in argento a testimonianza della mia eccellenza nell'arte nautica e del mio indomabile ardire; non sapevo rendermi esatto conto dei miei meriti e del valore delle mie ricompense; e non potevo vantar l'amore, la devozione d'un can da caccia nero, il più meraviglioso della razza dei retriever: mai uomo pari a quello era stato parimenti amato da un cane pari a quello. Sì, certo, trovarsi costretti ad ammettere tutto questo era abbastanza esasperante; ma, riflettendo che sì fatali manchevolezze le condividevo con dodici milioni a dir poco di essere umani, sentivo di poter sopportare la mia porzione di benevola e sprezzante pietà in riguardo a qualcosa d'indefinito e di attraente che v'era in lui. Non ho mai chiarito a me stesso qual genere d'attrazione fosse mai quello, ma c'eran momenti in cui arrivavo a individuarlo. Sul suo animo compiaciuto l'aculeo della vita non poteva incidere più del graffio d'uno spillo sulla superficie levigata di una roccia. E questo era invidiabile. Lo guardavo a fianco del pallido e modesto magistrato che presiedeva all'inchiesta: la sua soddisfazione di sé offriva a me e al mondo una superficie dura come il granito. Pochissimo dopo si suicidò. Era naturale che il caso di Jim lo annoiasse; e mentre io riflettevo, con un sentimento non molto lontano dalla paura, sull'immensità del suo disprezzo verso quel giovanotto sottoposto all'interrogatorio, egli stava invece probabilmente svolgendo una ben diversa inchiesta sul proprio caso: e il verdetto dev'esser stato di colpevolezza senza attenuanti, ma il segreto delle prove a carico se lo portò via con sé in quel suo salto nel mare. Se sono capace di comprender qualcosa dell'animo umano, la faccenda senza dubbio era per lui di grandissimo momento: una di quelle inezie che risveglian le idee, danno vita a pensieri coi quali un uomo, non avvezzo a compagnie del genere, trova impossibile vivere. Sono in grado di sapere che non si trattava né di danaro né di vizio del bere, e neppur d'una donna. Si buttò in alto mare poco più d'una settimana dopo la conclusione dell'inchiesta, meno di tre giorni dopo aver lasciato il porto con la sua nave; come se proprio in quel punto preciso dell'oceano avesse visto all'improvviso le porte dell'altro mondo spalancarsi per riceverlo. Eppure non aveva obbedito a un impulso improvviso. Il suo secondo, un tipo coi capelli grigi e marinaio di prim'ordine, affabile verso gli estranei ma il più arcigno ufficiale ch'io abbia mai veduto nei suoi rapporti col comandante, raccontava la storia con gli occhi pieni di lagrime. Sembra che, quand'egli salì in coperta la mattina, Brierly fosse chiuso a scrivere nella cabina delle carte nautiche. 'Mancavano dieci minuti alle quattro,' raccontava, 'e quindi la guardia di notte non aveva ancora avuto il cambio. Sentì la mia voce sul ponte di comando mentre stavo parlando al secondo ufficiale, e mi chiamò. Non avevo voglia d'andarci, confesso la verità, capitano Marlow: non lo potevo soffrire, il povero capitano Brierly. E lo dico a mia vergogna, perché purtroppo non si sa mai di che stoffa sia fatto un uomo. Troppe promozioni aveva avuto passando sulla testa d'altra gente, senza contar la mia; e aveva il maledetto vizio di farvi sentire piccini piccini, soltanto da come vi diceva buongiorno. Non gli rivolgevo mai la parola, signore, tranne che per servizio, e anche allora dovevo fare uno sforzo per mostrarmi educato.' (In questo s'illudeva. Mi ero chiesto spesso come Brierly avesse potuto tollerar le sue maniere per più di una traversata). 'Ho moglie e figliuoli' soggiunse, 'ed ero da dieci anni nella Compagnia, sempre ad aspettare che toccasse a me il primo comando vacante, stupido che ero. Lui mi dice, proprio a questo modo: - Entri, signor Jones. - E io entrai. Facciamo il punto, - dice curvandosi sulla carta, con un paio di compassi in mano. Stando agli ordini in vigore, sarebbe toccato all'ufficiale che smontava di fare il punto al termine della sua guardia. Tuttavia non dissi nulla, e rimasi a guardarlo mentre segnava la posizione con una crocettina, e poi l'ora e la data. Lo vedo ancora tracciare quelle sue nitide cifre: diciassette, otto, quattro A. M. L'anno era scritto in inchiostro rosso sul bordo superiore della carta. Non le usava mai più d'un anno, il capitano Brierly. Quell'ultima, ora è rimasta a me. Quando ebbe finito indugiò un po' a guardare il segno che aveva fatto, sorridendo fra sé; poi alza gli occhi e mi guarda. - Deve fare ancora trentadue miglia sempre in questa direzione, - dice; poi ne saremo fuori, e lei potrà modificare la rotta di venti gradi verso sud -. (Passavamo al nord della secca di Hector, in quel viaggio). Risposi: - Va bene, signore -; e intanto mi domandavo di cosa mai si stesse preoccupando, visto che in ogni modo avrei dovuto chiamarlo prima di cambiar rotta. Proprio in quel momento la campana di bordo batt