Addio, Gigante Buono

 Con Giacinto Facchetti si è spento il 4 settembre 2006 uno dei pochi, ultimi gentlemen del calcio. Il male (un tumore al pancreas, inguaribile) gli era stato scoperto pochi mesi prima, in occasione di un'operazione al menisco.
Integro, uomo di famiglia, amico dei lavoratori: quest'uomo, che veniva da Treviglio in provincia di Bergamo, credeva nei valori semplici quanto nobili dell'esistenza, e lui stesso impersonificava gentilezza e onestà morale, tanto che persino gli avversari lo amavano.
Odiava i vizi, soprattutto il fumo. Alla morte di George Best, scrisse una lettera alla sorella dell'ex star del Manchester United. Best come uomo non poteva essere più diverso di lui, ma Facchetti, che amava la poesia sui campi di gioco, sentiva che, con la scomparsa del "Quinto Beatle", si chiudeva una pagina gloriosa della storia del calcio.
 


Era nato il 18 luglio 1942. Padre ferroviere, madre casalinga, un fratello e tre sorelle. Suo nonno leggeva L'Unità e portava sempre il giornale con sé, infilato in una tasca della giacca. Da bambino, Giacinto sembrava destinato a diventare muratore, perché gli piaceva saltare giù dal primo piano di una casa in costruzione su un mucchio di sabbia, ma le sue doti calcistiche risaltarono già alla fine degli Anni Quaranta, quando sgambettava sui campetti periferici, e poi mentre giostrava in attacco per la Trevigliese.
Fu Meazza a portarlo la prima volta all'Inter per un provino, quando il ragazzo aveva 16 anni, ma Giacinto venne scartato. Lui si rivolse all’Atalanta, firmò, ma un factotum della società milanese lo convinse a rimanere inattivo fino a novembre e quindi passare all’Inter (lo avrebbe voluto anche il Milan...). Era il 1958, l’inizio della leggenda. Strappato all’atletica (correva i 100 metri in 11 secondi), lavorņ sodo: mattina a scuola, panini al volo, poi di corsa alla stazione (accompagnato in bici dal papà), treno, tram, allenamenti e ritorno.
Helenio Herrera lo vide e intuì la stoffa del campione, fino a farlo debuttare il 21 maggio 1961 in Roma-Inter 0-2. Dopo la partita, malgrado le numerose critiche all'ancora sconosciuto "spilungone", HH dirà: "Sarà una colonna fondamentale della mia Inter".
"El Mago" vedeva giusto. Gli faceva fare il terzino, non l'attaccante. Facchetti divenne in effetti la figura-chiave del catenaccio: era il difensore laterale che all'improvviso scatta all'ala, servendo gli attaccanti con cross calibrati oppure stringendo verso il centro per concludere con un destro potentissimo. Insomma, una versione italiana di Nilton Santos, il leggendario terzino offensivo del Brasile degli Anni Cinquanta.
 
Era alto un metro e ottantotto e arrivò a pesare 85 chili, ma le sue falcate erano eleganti come lo era lui nella vita. In tutta la sua carriera si beccò un unico cartellino rosso: nel 1975 a San Siro, per un applauso ironico all’arbitro Vannucchi.

La Grande Inter, la "sua" Inter, formata anche da Picchi, Burgnich, Jair, Suarez, Mazzola, Corso, Domenghini... vinse la Coppa Campioni nel '64 e nel '65, lo scudetto nel '63, nel '65, nel '66 e nel '71, due Coppe Intercontinentali e una Coppa Italia. Facchetti vestì 634 volte la casacca nerazzurra: dal '61 al '74; 478 furono le sue partite in campionato, 78 i goal.

"Giacinto Magno", come lo chiamò il grande giornalista Gianni Brera, fu anche portabandiera della Nazionale, dispuntando in Azzurro 94 partite (di cui ben 54 consecutive), partecipando a quattro Campionati del Mondo, vincendo gli Europei nel 1968 (la semifinale contro la Russia fu "vinta" grazie al lancio della monetina che Facchetti stesso scelse) e piazzandosi secondo ai Mondiali di Messico '70 (quelli della storica semifinale in cui battemmo i tedeschi 4-3).

In mezzo, passa la più grande disfatta calcistica dell'Italia, rappresentata dall'eliminazione a opera della Corea del Nord nel 1966, seguita dalla promozione di Facchetti a capitano degli Azzurri a soli 24 anni (furono 70 le partite di Facchetti per l'Italia con la fascia di capitano).

Il ritiro dal calcio giocato arrivò nel 1978 (Facchetti nell'Inter faceva ora il libero). Nello stesso anno cominciò la sua carriera da dirigente. Accompagnò la Nazionale ai Mondiali di Argentina '78, poi fu all'Atalanta come vicepresidente, e Massimo Moratti lo volle con lui all'Inter nel ruolo di direttore generale. Dopo la morte di Peppino Prisco divenne il vicepresidente del club di via Durini e, successivamente alle dimissioni di Moratti nel 2004, fu nominato presidente: il diciannovesimo nella storia dell'Inter.

Era un bell'uomo. La sua testa "cesarea" lo faceva assomigliare all'eroe del cinema Marcello Mastroianni; il suo figlio più grande, Gianfelice, stesso naso e medesima silhouette di papà, dopo essere stato un promettente numero uno tra le fila atalantine ha intrapreso la carriera di attore, interpretando tra l'altro il portiere Bacigalupo nel film televisivo Il Grande Torino.

Proprio pochi giorni prima della morte, a Giacinto Facchetti è stato tributato l'ultimo, significativo  riconoscimento: il Golden Foot, premio assegnatogli perché tra i più grandi di sempre, assieme a Raymond Kopa, Alcides Ghiggia, Zico e Ferenk Puskas.

                                            Un'introduzione a Hattrick......... Il "Quinto Beatle".........Roberto Baggio