GUSTAVE FLAUBERT
MADAME BOVARY
A
MARIE-ANTOINE-JULES SÉNARD
MEMBRO DELL'ORDINE DEGLI AVVOCATI DI PARIGI
EX PRESIDENTE DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE
EX MINISTRO DEGLI INTERNI
Caro e illustre amico,
mi permetta di porre il suo nome all'inizio di questo libro e prima della
dedica; debbo infatti soprattutto a lei se è stato pubblicato. Grazie alla sua
splendida difesa, la mia opera ha acquisito anche per me una sorta di imprevista
autorevolezza. Accetti quindi l'omaggio della gratitudine che ho per lei e che,
per quanto grande, non sarà mai all'altezza della sua eloquenza e della sua
dedizione.
GUSTAVE FLAUBERT
Parigi, 12 aprile 1857
PARTE PRIMA
I
Stavamo studiando, quando entrò il preside seguito da un nuovo alunno vestito in
borghese e dal bidello che trasportava un grosso banco. Quelli che dormivano si
svegliarono e si alzarono in piedi come sorpresi in piena attività.
Il preside ci fece cenno di star comodi, poi si rivolse all'insegnante:
«Professor Roger,» disse sottovoce «le raccomando questo allievo. Viene ammesso
alla quinta, ma se il profitto e la condotta lo renderanno meritevole, passerà
fra i grandi, come richiederebbe la sua età».
Il 'nuovo', un giovane e robusto campagnolo d'una quindicina di anni circa, alto
di statura più di ognuno di noi, rimaneva in un angolo dietro la porta, di modo
che lo vedevamo appena. Aveva i capelli tagliati diritti sulla fronte, come un
chierichetto di paese: sembrava assennato e molto intimorito. Benché non avesse
le spalle larghe, dava l'impressione che la giacchetta di panno verde con i
bottoni neri lo stringesse sotto le ascelle; gli spacchi dei risvolti delle
maniche lasciavano vedere i polsi arrossati a furia di rimanere scoperti. Le
gambe calzate di blu sbucavano da un paio di pantaloni giallastri sostenuti con
troppa energia dalle bretelle. Portava scarpe chiodate robuste e mal lucidate.
Cominciammo a recitare le lezioni. Egli stava tutto orecchi ad ascoltarle,
attento come se ascoltasse un sermone, senza osare nemmeno incrociare le gambe o
appoggiarsi al gomito, e alle due, quando suonò la campana, il professore
dovette chiamarlo perché si mettesse in fila con noi.
Avevamo l'abitudine entrando in classe di gettare a terra i berretti per restare
con le mani più libere; bisognava lanciarli stando sulla soglia fin sotto il
banco, in modo che battessero contro il muro e sollevassero più polvere
possibile; così era 'l'uso'.
Ma, sia che non avesse notato la manovra o che non avesse osato metterla in
pratica, alla fine della preghiera, il 'nuovo' teneva ancora il berretto sulle
ginocchia. Si trattava di uno di quei copricapi non ben definibili, nei quali è
possibile trovare gli elementi del cappuccio di pelo, del colbacco, del cappello
rotondo, del berretto di lontra e del berretto da notte, una di quelle povere
cose, insomma, la cui bruttezza silenziosa ha la stessa profondità d'espressione
del viso d'un idiota. Di forma ovoidale e tenuto teso dalle stecche di balena,
cominciava con tre salsicciotti rotondi, poi, separate da una striscia rossa, si
alternavano losanghe di velluto e di pelo di coniglio; veniva in seguito una
specie di sacco che terminava con un poligono sostenuto da cartone ed era
coperto da un complicato ricamo di passamaneria, dal quale pendeva, al termine
di un lungo e troppo sottile cordone, un ciuffetto di fili d'oro a guisa di
nappina. Il berretto era nuovo di zecca e la visiera splendeva.
«Si alzi» disse il professore.
Lo scolaro si alzò: il berretto cadde per terra. Tutta la classe scoppiò a
ridere.
Egli si chinò per raccoglierlo. Un compagno con una gomitata lo fece di nuovo
cadere: il ragazzo ancora una volta lo raccattò.
«Si sbarazzi del suo casco» disse il professore che era un uomo di spirito.
Un'altra clamorosa risata della scolaresca sconcertò il povero ragazzo, tanto
che egli non seppe più se dovesse tenere il berretto in mano, lasciarlo per
terra o metterselo in testa.
Si rimise a sedere e lo posò sulle ginocchia.
«Si alzi,» riprese il professore «e mi dica il suo nome».
Il 'nuovo', farfugliando, pronunciò un nome incomprensibile.
«Ripeta!»
Si udì lo stesso farfugliamento di sillabe, sommerso dagli schiamazzi della
classe.
«Più forte,» gridò l'insegnante «più forte!»
Il 'nuovo', prendendo una decisione eroica, aprì una bocca smisurata e gridò a
pieni polmoni, come per chiamare qualcuno, questa parola: «Charbovari».
Di colpo si levò uno strepito che salì in crescendo con acuti scoppi di voce
(chi urlava, chi abbaiava, chi pestava i piedi, mentre tutti ripetevano:
«Charbovari, Charbovari!») per smorzarsi poi in note isolate, e riprendere
all'improvviso in una fila di banchi, ove qualche risata soffocata si levava
ancora, simile a un petardo non del tutto spento.
Finalmente, sotto una gragnola di castighi, nella classe si ristabilì a poco a
poco l'ordine e il professore, dopo essere riuscito ad afferrare il nome di
Charles Bovary, dopo esserselo fatto dettare, compitare e rileggere, ordinò al
povero diavolo di andare immediatamente a sedersi nel banco dei negligenti, ai
piedi della cattedra. Il 'nuovo' si avviò, ma ebbe un'esitazione.
«Che cosa c'è?» domandò il professore.
«Il mio berr...» fece timidamente l'alunno guardandosi intorno smarrito.
«Cinquecento versi a tutta la classe!» Questa frase, gridata con voce furiosa,
arrestò come il quos ego, una nuova tempesta.
«Suvvia, calmatevi!» continuò il professore indignato, asciugandosi la fronte
con un fazzoletto che aveva tirato fuori dalla berretta accademica. «Quanto
all'ultimo arrivato, mi copierà venti volte la frase ridiculus sum.»
Poi, in tono più dolce, soggiunse:
«Ritroverà il suo berretto: nessuno l'ha rubato».
Tutto tornò tranquillo. Le teste si chinarono sui fogli e il 'nuovo' mantenne
per due ore una condotta esemplare, sebbene di tanto in tanto qualche pallina di
carta andasse a spiaccicarglisi sul viso, lanciata con l'estremità di un
pennino. Il ragazzo, dopo essersi asciugato con la mano, restava immobile, gli
occhi bassi.
Nell'aula di studio, la sera, tirò fuori di sotto il banco le mezze maniche,
mise in ordine le sue piccole cose e tracciò con diligenza le righe sul foglio.
Lo vedemmo lavorare con coscienza, cercare tutti i vocaboli sul dizionario e
fare ogni cosa con il maggiore impegno. Senza dubbio grazie alla buona volontà
di cui diede prova gli fu possibile evitare di essere retrocesso alla classe
inferiore, poiché, pur conoscendo discretamente le regole, non riusciva a
esprimersi con eleganza. Il curato del villaggio lo aveva iniziato allo studio
del latino: i suoi genitori infatti, per non spendere, lo avevano mandato in
collegio il più tardi possibile.
Il padre, Charles-Denis-Bartholomé Bovary, un ex maggiore medico compromessosi
verso il 1812 in certi loschi affari riguardanti la coscrizione e costretto a
lasciare il servizio, sfruttò le sue attrattive fisiche per ghermire al volo una
dote di settantamila franchi che gli veniva offerta con la figlia di un
commerciante invaghitasi della sua prestanza. Bell'uomo, millantatore, abile nel
fare risuonare gli speroni, fornito di favoriti che si univano ai baffi, con le
dita sempre inanellate e vestito di colori vistosi, aveva l'aspetto di un
bravaccio e il brio disinvolto di un commesso viaggiatore. Una volta sposatosi,
visse due o tre anni con la dote della moglie, mangiando bene, alzandosi tardi,
fumando in grandi pipe di porcellana, rientrando a casa soltanto dopo gli
spettacoli a teatro, e frequentando i caffè. Il suocero morì lasciando ben poco:
egli ne rimase indignato, volle mettersi nell'industria, ma perdette del denaro
e si ritirò allora in campagna con l'intento di valorizzare le terre. Ma siccome
si intendeva tanto di agricoltura quanto di industria tessile, montava egli
stesso i cavalli invece di mandarli a lavorare nei campi, beveva il sidro
imbottigliato anziché venderlo, mangiava i più bei polli del suo allevamento e
ingrassava gli stivali da caccia con il lardo dei maiali, non tardò molto a
rendersi conto che il miglior partito consisteva nel rinunciare ad ogni
speculazione.
Con la spesa di duecento franchi all'anno, trovò allora da affittare, in un
villaggio sul confine fra la regione di Caux e la Piccardia, una specie di via
di mezzo fra la fattoria e la casa padronale; qui, accorato, roso dai rimpianti,
accusando il destino, invidioso di tutti, si ritirò all'età di quarantacinque
anni, disgustato degli uomini e deciso a vivere in pace.
Sua moglie, un tempo innamorata pazza di lui, l'aveva stancato con un amore
servile che era riuscito soltanto ad allontanarlo. Di carattere gaio, espansiva,
traboccante di tenerezza, in vecchiaia (come il vino che esposto all'aria
inacidisce), era divenuta di difficile carattere, piagnucolosa, nervosa. Aveva
sofferto terribilmente dapprima senza lagnarsi quando lo vedeva correre dietro a
tutte le gonnelle del paese o quando tornava da lei, la sera, dai luoghi più
malfamati, sazio e con l'alito da avvinazzato. Poi il suo orgoglio si era
ribellato. Allora aveva taciuto, inghiottendo la rabbia con uno stoicismo
silenzioso protrattosi fino alla sua morte. Andava in giro senza posa,
indaffarata. Si recava dagli avvocati, dal presidente, poneva attenzione alle
scadenze delle cambiali, otteneva proroghe; e in casa stirava, cuciva, faceva il
bucato, sorvegliava gli operai, pagava loro i salari, mentre il signor Bovary,
sempre intorpidito da una sonnolenza imbronciata dalla quale si riscuoteva
soltanto per rivolgerle frasi sgarbate, rimaneva a fumare accanto al fuoco,
sputando nella cenere.
Quando le nacque un bambino, dovette metterlo a balia. Una volta tornato a casa,
il piccolo fu viziato come un principe. La madre lo nutriva di dolciumi, il
padre gli consentiva di correre scalzo e, atteggiandosi a filosofo, affermava
addirittura che lo avrebbe lasciato andare in giro nudo come i piccoli degli
animali. A differenza delle aspirazioni materne, aveva in mente un certo ideale
virile di fanciullezza, e, uniformandosi a esso, cercava di allevare duramente
suo figlio, alla spartana, in modo che crescesse robusto. Lo faceva dormire in
camere non riscaldate, gli insegnava a bere grandi sorsate di rum e a insultare
le processioni. Ma, essendo di indole pacifica, il bambino corrispondeva male a
quei tentativi. La madre se lo tirava sempre dietro, gli ritagliava le figurine,
gli raccontava favole, lo intratteneva con monologhi interminabili, pieni di
patetica vivacità e di chiacchiere leziose. La sua vita vuota faceva sì che
trasferisse tutte le proprie disperse e frustrate ambizioni in questo bambino.
Sognava per lui posizioni elevate; lo vedeva già grande, bello e intelligente,
avviato alla carriera di ingegnere o di magistrato. Gli insegnò a leggere e
anche, accompagnandolo su un vecchio pianoforte, a cantare due o tre canzoncine.
Ma il signor Bovary, alieno alla cultura, riteneva inutile tutto ciò.
Possedevano forse il denaro per mandarlo alle scuole governative, per comprargli
una carica o avviargli un commercio? Con un po' di faccia tosta un uomo riesce
sempre nella vita! La signora Bovary si limitava a mordersi le labbra e suo
figlio a bighellonare per il villaggio.
Il bambino andava con i bifolchi, divertendosi a cercar di colpire i corvi che
si alzavano a volo, lanciando zolle di terra. Mangiava le more lungo i fossati,
custodiva i tacchini armato di una bacchetta, rivoltava il fieno tagliato,
correva nel bosco, giocava a campana nei giorni di pioggia sotto il portico
della chiesa, supplicava il sagrestano di lasciargli suonare le campane nelle
feste grandi, per appendersi di peso alla lunga corda e farsi trascinare dal suo
slancio.
In questo modo crebbe come una quercia. Aveva mani robuste e un colorito sano.
A dodici anni, la madre riuscì a fargli cominciare gli studi. Il compito di
istruirlo venne affidato al curato. Ma le lezioni erano così brevi e saltuarie
da servire a ben poco. Venivano impartite a tempo perso nella sagrestia, in
piedi, fra un battesimo e un funerale; oppure il prevosto, se non doveva uscire,
mandava a chiamare il suo allievo dopo l'Angelus. Salivano nella camera del
sacerdote e prendevano posto: moscerini e falene turbinavano intorno alla
candela. Faceva caldo, e il bambino si addormentava, il brav'uomo si assopiva
con le mani incrociate sul ventre e ben presto russava a bocca aperta. Altre
volte il curato, tornando dall'aver portato il viatico a qualche malato dei
dintorni, scorgeva Charles che faceva il monello nei prati, lo chiamava, gli
teneva un predicozzo di un quarto d'ora e approfittava dell'occasione per fargli
coniugare i verbi, magari ai piedi di un albero. Talvolta la pioggia li
interrompeva, o sopraggiungeva un conoscente di passaggio. D'altra parte, il
maestro si dichiarava soddisfatto dell'allievo, e affermava che il giovanotto
aveva una gran memoria.
Charles non poteva fermarsi lì. La signora Bovary fu drastica. Vergognoso e
forse stufo, suo marito cedette senza opporre resistenza e trascorse così ancora
un anno, durante il quale il ragazzo fece la prima comunione.
Passarono altri sei mesi; l'anno successivo, Charles fu definitivamente mandato
al collegio di Rouen, dove l'accompagnò il padre stesso verso la fine di
ottobre, all'epoca della fiera di San Romano.
Sarebbe impossibile a chiunque ricordare di lui alcunché di memorabile. Era un
ragazzo d'indole tranquilla, che giocava durante la ricreazione, lavorava nelle
ore di studio, stava attento in classe, dormiva bene e mangiava con appetito.
Nelle libere uscite era affidato a un mercante di chincaglierie all'ingrosso, di
Rue Ganterie, che lo prendeva con sé una volta al mese, la domenica, quando la
bottega era chiusa; lo mandava a passeggiare al porto, dove poteva guardare i
battelli e lo riportava in collegio alle sette, prima di cena.
La sera di ogni giovedì, Charles scriveva una lunga lettera alla madre, con
l'inchiostro rosso e la chiudeva con tre suggelli; poi ripassava storia o
leggeva un vecchio libro, l'Anacarsi, che girava nell'aula di studio.
Durante la passeggiata, conversava con il domestico, proveniente come lui dalla
campagna.
Continuando ad applicarsi con impegno, si mantenne sempre in una posizione
intermedia fra i primi e gli ultimi della classe: una volta meritò anche un
premio di storia naturale. Ma, alla fine della terza, i genitori lo ritirarono
dal collegio per fargli studiare medicina, convinti che il ragazzo avrebbe
saputo badare a se stesso fino al conseguimento del diploma di maturità.
Sua madre gli trovò una camera al quinto piano sull'Eau-de-Robec, presso un
tintore di sua conoscenza. Si accordò per la pensione, procurò i mobili, un
tavolo e due sedie, fece portare da casa un vecchio letto di ciliegio e inoltre
acquistò una stufetta di ghisa con una provvista di legna che avrebbe scaldato
il povero figliolo. Poi, alla fine della settimana, partì, dopo aver
raccomandato mille volte al ragazzo di comportarsi bene adesso che veniva
abbandonato a se stesso.
Il programma dei corsi, che Charles lesse nell'affisso esposto alla scuola, lo
lasciò stordito, corsi di anatomia, di patologia, di fisiologia, corsi di
farmacia, di chimica e di botanica, di clinica e di terapeutica, senza contare
l'igiene e gli altri argomenti medici, tutti nomi dei quali ignorava
l'etimologia e che erano per lui come tante porte di santuari pieni di auguste
tenebre.
Non ci capì niente: e ascoltare con la massima attenzione non serviva a nulla,
non gli riusciva d'intendere. Ciò nonostante studiava, aveva quaderni ben
tenuti, seguiva tutti i corsi senza perdere una sola lezione. Assolveva il suo
compito quotidiano così come fa il cavallo della giostra, il quale gira in
circolo con gli occhi bendati senza sapere a che serve la sua fatica.
Per evitargli spese, sua madre gli mandava, servendosi del corriere, un pezzo di
vitello al forno che lui consumava a pranzo, quando rientrava battendo i piedi
per il freddo dall'ospedale. Non appena mangiato, doveva correre alle lezioni,
all'anfiteatro di anatomia, all'ospedale, e ritornare attraversando tutta la
città. La sera, dopo la magra cena della pensione, saliva in camera sua e si
rimetteva al lavoro con gli abiti ancora umidi che gli fumavano addosso al
calore della stufa rovente.
Nelle belle serate estive, quando l'aria è tiepida e le vie deserte, quando le
servette giocano al volano sulla soglia di casa, apriva la finestra e si
affacciava. Il fiume che rende questo quartiere di Rouen simile a una piccola,
ignobile Venezia, scorreva in basso, sotto di lui, giallo, violetto o azzurro,
fra ponti e inferriate. Alcuni operai accoccolati sulla sponda si lavavano le
braccia nell'acqua. Stese su bastoni che sporgevano dall'alto degli abbaini,
matasse di cotone asciugavano all'aria. Di fronte, al di là dei tetti, si apriva
il cielo grande e puro, con il sole rosso al tramonto. Come si deve star bene
laggiù! Che frescura, sotto i faggi! E dilatava le narici per aspirare i profumi
della campagna che non potevano arrivare fino a lui.
Dimagrì, si alzò di statura e il suo viso assunse una sorta di espressione
triste che lo rese quasi interessante.
Senza quasi accorgersene, per indolenza, finì con l'abbandonare tutti i
proponimenti fatti. Una volta rimase assente a una visita, l'indomani a una
lezione, e in ultimo, prendendo gusto alla pigrizia, a poco a poco trascurò del
tutto gli studi.
Prese l'abitudine di frequentare le osterie e si appassionò al gioco del domino.
Chiudersi ogni sera in uno sporco locale pubblico per battere sui tavolini di
marmo gli ossicini di montone contrassegnati dai punti neri gli sembrava una
preziosa manifestazione di libertà che lo innalzava nella stima di se stesso.
Era una specie di iniziazione alla vita, l'accesso ai piaceri proibiti; entrando
posava la mano sulla maniglia della porta con un piacere quasi sensuale. E
allora molti lati nascosti del suo carattere si rivelarono: imparò canzonacce
che cantava durante le bevute, si entusiasmò per Béranger, imparò a prepararsi
il ponce e infine conobbe l'amore.
Grazie a una simile preparazione l'esame d'ufficiale sanitario fu un fiasco
completo. A casa lo aspettavano la sera stessa per festeggiare la promozione!
Partì a piedi e si fermò alle prime case del paese; fece chiamare la madre e le
raccontò tutto. La signora Bovary lo scusò, attribuendo la colpa dell'insuccesso
all'ingiustizia degli esaminatori, e lo rassicurò dicendogli che si sarebbe
assunta l'incarico di aggiustare le cose.
Suo padre seppe la verità soltanto cinque anni dopo: era ormai cosa vecchia ed
egli l'accettò, non potendo ammettere che suo figlio fosse uno sciocco.
Charles si rimise subito al lavoro e si preparò, senza perder tempo, all'esame,
imparando a memoria tutte le risposte. Ottenne la promozione con una discreta
media. Che giorno meraviglioso per sua madre! Per l'occasione fu organizzato un
gran pranzo.
Ma dove avrebbe esercitato la professione? A Tostes. Laggiù infatti, v'era un
solo vecchio medico. La signora Bovary ne aspettava da tempo la morte, e il
poveretto non aveva ancora chiuso gli occhi che già Charles si era installato
nello studio di fronte come suo successore.
Tuttavia, l'averlo allevato, l'avergli fatto imparare la medicina, l'aver
scoperto Tostes perché potesse esercitarla, non bastava ancora: bisognava dargli
moglie. E sua madre gliela trovò: la vedova di un usciere di Dieppe, sui
quarantacinque anni, e con milleduecento franchi di rendita.
Per quanto fosse brutta, secca come una fascina e fiorita come una primavera,
alla signora Dubuc non mancavano certo pretendenti fra cui scegliere. Per
raggiungere il suo scopo mamma Bovary fu costretta a eliminarli tutti e riuscì
con molta abilità a sventare perfino gli intrighi di un salumiere spalleggiato
dai preti.
Charles aveva intravisto nel matrimonio la possibilità di migliorare la propria
situazione, immaginando una maggiore libertà e la facoltà di disporre a suo
piacere della propria persona e del proprio denaro. Ma la padrona era la moglie:
egli doveva in pubblico dire questo e non quello, mangiare di magro il venerdì,
vestirsi come voleva lei e non dar pace, per suo ordine, ai clienti che non
pagavano. Era lei ad aprire la corrispondenza; spiava le mosse del marito, e
origliava contro la tramezza quando venivano delle donne a farsi visitare.
Bisognava portarle tutte le mattina la cioccolata a letto e avere per lei ogni
sorta di riguardi. Si lagnava in continuazione dei suoi nervi, dei suoi polmoni,
delle sue malinconie. Il rumore dei passi la infastidiva; se restava sola, la
solitudine le era insopportabile, ma se tornavano da lei era soltanto, di certo,
per vederla morire. La sera quando Charles rientrava, ella tirava fuori di sotto
le coperte le lunghe e magre braccia, gliele buttava al collo e, dopo averlo
fatto sedere sulla sponda del letto, cominciava a parlargli dei suoi dispiaceri:
era stata dimenticata, suo marito amava un'altra. L'avevano avvertita che
sarebbe stata infelice; finiva poi per chiedergli qualche sciroppo ricostituente
e un po' più d'amore.
II
Una notte verso le undici furono svegliati dal rumore degli zoccoli di un
cavallo che si fermò proprio davanti alla porta. La domestica si affacciò
all'abbaino e scambiò qualche parola con l'uomo in basso nella strada. Cercava
il medico: aveva una lettera per lui. Anastasia discese le scale tremando di
freddo e aprì la serratura e i catenacci uno dopo l'altro. L'uomo legò fuori il
cavallo e, seguendo la domestica, entrò rapidamente dietro di lei. Cavò dal
berretto di lana a nappine grigie una lettera avvolta in un cencio e la presentò
compito a Charles, che si appoggiò con il gomito al guanciale per leggerla.
Anastasia, accanto al letto, reggeva il lume. La signora, pudicamente, rimase
voltata di spalle, verso la parete.
La lettera, sigillata con un piccolo bollo di ceralacca blu, supplicava il
signor Bovary di recarsi subito alla fattoria dei Bertaux per curare una gamba
rotta. Da Tostes ai Bertaux ci sono sei buone leghe di cammino, passando da
Longueville e Saint-Victor. Era una notte buia. La signora Bovary stava in ansia
per il marito. Decisero pertanto che lo stalliere sarebbe partito subito, e
Charles avrebbe aspettato tre ore, fino al sorgere della luna. Gli avrebbero
mandato incontro un ragazzo della fattoria per mostrargli la strada e per aprire
i cancelli.
Verso le quattro del mattino, Charles, bene avvolto nel mantello, si mise in
cammino alla volta dei Bertaux. Aveva appena abbandonato il tepore del letto e,
ancora insonnolito, si lasciava cullare dal trotto tranquillo del cavallo.
Quando il ronzino si fermava di propria iniziativa davanti a quelle buche
circondate di rovi che i contadini scavano ai bordi dei solchi, Charles si
svegliava di soprassalto, ricordava subito la gamba rotta e cercava di farsi
venire in mente tutto quel che sapeva sulle fratture. Non pioveva più:
cominciava ad albeggiare e sui rami spogli dei meli si posavano immobili alcuni
uccelli, con le piume ritte contro il vento freddo del mattino. La campagna
piatta si stendeva a perdita d'occhio e i boschetti intorno alle fattorie
macchiavano di violetto scuro, a larghi intervalli, la sterminata superficie
grigia che si perdeva all'orizzonte nel colore tetro del cielo. Ogni tanto
Charles apriva gli occhi, poi la sua mente stanca lasciava che il sonno
prendesse il sopravvento e ben presto egli scivolava in una specie di sonnolenza
in cui le sensazioni attuali si confondevano con i ricordi; gli sembrava di
avere una doppia personalità, di essere al contempo studente e marito, coricato
come poco prima, nel proprio letto, o intento ad attraversare, come una volta,
una corsia d'ospedale. Nella sua immaginazione l'odore caldo dei cataplasmi si
fondeva con quello aspro della rugiada; sentiva il rotolio degli anelli di ferro
dei letti sull'asta e sua moglie che dormiva. Mentre attraversava Vassonville,
vide sul bordo di un fosso un ragazzo seduto sull'erba.
« È lei il dottore? » domandò il fanciullo.
Alla risposta di Charles, raccattò gli zoccoli e si mise a correre davanti a
lui.
Strada facendo, dai discorsi della sua guida, l'ufficiale sanitario capì che il
signor Rouault doveva essere uno dei più ricchi agricoltori. Si era rotto la
gamba la sera prima, mentre tornava da una festa data, in occasione
dell'Epifania, da un vicino.
Gli era morta la moglie da due anni. Aveva con sé solo la signorina, che lo
aiutava a far andare avanti la casa.
I solchi delle carreggiate si fecero più profondi vicino alla cascina dei
Bertaux. Il fanciullo si infilò allora in un buco della siepe, scomparve
e riapparve poi in fondo a un cortile per aprire il cancello. Il cavallo
scivolava sull'erba bagnata; Charles era costretto ad abbassarsi per passare
sotto i rami. I cani da guardia abbaiavano dai canili, tirando sulle catene.
Quando entrò ai Bertaux, il cavallo si adombrò e fece uno scarto brusco.
Era una bella fattoria. Dalle porte, aperte in alto, delle scuderie si potevano
scorgere grossi cavalli da tiro che mangiavano tranquilli in rastrelliere nuove.
Lungo i fabbricati fumava una grande concimaia e in mezzo ai polli e ai tacchini
troneggiavano cinque o sei pavoni, un lusso per i pollai di Caux. L'ovile era
vasto, il granaio imponente, con i muri lisci come una mano. Sotto le tettoie si
trovavano due grandi carri, quattro aratri, con le fruste e i finimenti e
l'equipaggiamento completo e con i ciuffi di lana turchina insudiciati dalla
polvere sottile che cadeva dai granai. Il cortile, dagli alberi piantati a
distanze regolari, saliva in pendio e, vicino allo stagno, schiamazzava facendo
un gaio baccano un branco d'oche.
Una giovane donna con un abito di lana blu guarnito da tre volanti si fece sulla
soglia di casa per ricevere il signor Bovary: lo fece entrare in cucina dove un
grande fuoco fiammeggiava. La colazione della servitù bolliva intorno al fuoco
in pignattini di diversa misura. Dentro il camino erano stati messi ad asciugare
degli indumenti umidi. La paletta, le molle, la canna del soffietto, tutte di
enormi proporzioni, splendevano come acciaio levigato; lungo le pareti, una
ricca batteria da cucina baluginava alla luce viva del fuoco e ai primi raggi
del sole che entravano dai vetri.
Charles salì al primo piano per visitare il malato. Era a letto, sotto le
coperte, sudato, e aveva scaraventato lontano il berretto da notte. Era un
ometto tarchiato, di cinquant'anni, con la pelle bianca e gli occhi azzurri,
calvo sopra la fronte e con gli orecchini. Aveva accanto a sé, su una seggiola,
una grande bottiglia di acquavite dalla quale attingeva di tanto in tanto per
farsi coraggio; ma appena vide il medico, la sua eccitazione cadde e, invece di
bestemmiare come aveva continuato a fare per dodici ore, si mise a gemere
debolmente.
La frattura era semplice e senza alcuna complicazione. Charles non avrebbe
potuto augurarsi un caso più facile. Allora, ricordando l'atteggiamento dei suoi
maestri accanto al letto dei feriti, cercò di confortare il paziente con ogni
sorta di buone parole, carezze chirurgiche che sono come l'olio per ingrassare
il bisturi. Per procurarsi delle stecche, andarono a prendere un fascio di
assicelle, nella rimessa. Charles ne scelse una, la spaccò per il lungo e ne
tolse le asperità con un pezzo di vetro, mentre la domestica stracciava lenzuola
per ricavarne bende e la signorina Emma si dava da fare per confezionare
cuscinetti. Le occorse parecchio tempo per trovare l'astuccio da lavoro, e suo
padre finì con lo spazientirsi: ella non rispose, ma cucendo si pungeva le dita
e le portava alla bocca per succhiarsele.
Charles rimase colpito dal candore delle sue unghie. Erano lucide, appuntite,
più levigate degli avori di Dieppe, e fatte a mandorla. La mano tuttavia non era
altrettanto bella, non abbastanza bianca, forse, e aveva le falangi un po'
nodose; era inoltre troppo lunga e priva di morbidezza nella linea del contorno.
Emma aveva bellissimi gli occhi: benché fossero bruni, sembravano neri per via
delle ciglia, e guardavano tutto francamente con un candido ardire.
Terminata la medicazione, il medico fu invitato dallo stesso signor Rouault a
mangiare un boccone prima di andarsene.
Charles discese nella sala a pianterreno. Due coperti con bicchieri d'argento
erano preparati su una piccola tavola posta ai piedi di un vasto letto a
baldacchino rivestito di tela stampata con figure di turchi. Un odore d'iris e
di panni umidi filtrava dal grande armadio in legno di quercia situato di fronte
la finestra. In terra, negli angoli, stavano allineati, ritti, alcuni sacchi di
grano. Costituivano quanto era avanzato dopo avere riempito il granaio vicino,
al quale si accedeva per mezzo di tre gradini di pietra. Attaccato a un chiodo,
in mezzo a una parete verde la cui vernice si staccava sotto l'azione del
salnitro, per decorare la stanza, v'era, in una cornice dorata, il disegno a
matita nera di una testa di Minerva sotto il quale si leggeva in caratteri
gotici: Al mio caro papà.
Parlarono dapprima del malato, poi del tempo, del freddo terribile, dei lupi che
infestavano i campi di notte. La signorina Rouault non si divertiva troppo in
campagna, soprattutto adesso che quasi tutta la responsabilità del buon
andamento della fattoria ricadeva su di lei. Poiché la stanza non era
riscaldata, ella tremava di freddo pur continuando a mangiare, scoprendo così un
poco le labbra carnose, che aveva l'abitudine di mordicchiare quando non
parlava.
Portava un colletto bianco, piatto. I capelli erano divisi a metà da una
scriminatura sottile che seguiva la curva del capo, e scendevano, in due bande,
neri e compatti, così da sembrare un tutto unico tanto erano lisci; lasciavano a
malapena scorgere il lobo dell'orecchio prima di fondersi, dietro, in una
crocchia voluminosa e formavano sulle tempie delle onde che il medico di
campagna vide la per la prima volta in vita sua.
Emma Rouault aveva le guance rosate e portava, come un uomo, infilato fra due
bottoni del corsetto, un occhialino di tartaruga. Quando Charles, dopo essere
salito a salutare papà Rouault, rientrò nella stanza prima di andarsene, la
trovò in piedi, con la fronte appoggiata ai vetri, che guardava nell'orto dove
il vento aveva fatto cadere i sostegni dei fagioli. Si voltò:
«Cerca qualcosa?»
«Il frustino, se non le dispiace» egli rispose, mettendosi a frugare sul letto,
dietro le porte, sotto le sedie; il frustino era caduto per terra, fra i sacchi
e il muro. La signorina Emma lo vide e si chinò sui sacchi di grano. Charles,
per cavalleria, si precipitò, e, mentre allungava il braccio nell'identico
movimento di lei, si accorse che sfiorava con il petto il dorso della giovane
donna, Ella si rialzò tutta rossa, guardandolo di sopra la spalla mentre gli
porgeva il nerbo di bue.
Invece di tornare ai Bertaux tre giorni dopo, come aveva promesso, il medico vi
fece ritorno l'indomani, poi regolarmente due volte la settimana, senza contare
le visite impreviste che faceva di tanto in tanto, quasi inavvertitamente.
Del resto, tutto andò bene. La guarigione si verificò secondo le regole e
quando, in capo a quarantasei giorni, si vide papà Rouault che si provava a fare
i primi passi da solo nella malandata casa, tutti cominciarono a considerare il
signor Bovary un uomo di grandi capacità. Papà Rouault stesso affermava che non
sarebbe stato curato meglio dai primi medici di Yvetot o addirittura di Rouen.
Quanto a Charles non cercava di domandarsi quale fosse il motivo per cui veniva
ai Bertaux tanto volentieri. Se ci avesse pensato, avrebbe senza dubbio
attribuito il suo zelo alla gravità del caso o forse al guadagno che sperava di
trarne. Ma era proprio per questo che le visite alla fattoria costituivano per
lui un così delizioso diversivo nelle meschine occupazioni della sua esistenza?
In quei giorni si alzava presto, partiva al galoppo, incitava il cavallo, poi
scendeva per pulirsi i piedi nell'erba, e infilava i guanti neri prima di
entrare. Gli piaceva giungere in quel cortile, sentire contro la spalla il
cancello che cedeva, udire il gallo che cantava sul muro, vedere i contadini che
gli andavano incontro. Gli piacevano il granaio e le scuderie. Si era
affezionato a papà Rouault che, battendogli sulla mano, lo chiamava il suo
salvatore; gli piaceva il suono degli zoccoletti della signorina Emma sulle
piastrelle pulite della cucina; i tacchi alti aumentavano un poco la sua statura
e, quando gli camminava dinanzi, le suole di legno, sollevandosi rapidamente,
producevano un suono schioccante contro la pelle dei talloni.
Ella lo riaccompagnava sempre fino al primo gradino della scala esterna. Quando
non gli avevano ancora portato il cavallo, si tratteneva là. Si erano già
salutati e ambedue tacevano; un turbine d'aria l'avvolgeva, sollevandole i
capelli corti e ribelli della nuca, facendole sventolare i nastri del grembiale
sulle anche e attorcigliandoli come banderuole. Un giorno, all'epoca del
disgelo, l'acqua scorreva sulla corteccia degli alberi nel cortile e la neve si
scioglieva sui tetti. Emma stava sulla soglia; andò a cercare un ombrello e
l'aprì. L'ombrello di seta color gola di piccione, attraversato dai raggi del
sole, le illuminava di riflessi cangianti la pelle bianca del viso. Là, sotto
quel dolce tepore, ella sorrideva e si sentivano le gocce d'acqua cadere a una
a una sul tessuto teso.
Da principio, quando Charles aveva cominciato a frequentare i Bertaux, la
giovane signora Bovary non tralasciava di chiedere notizie del malato e aveva
perfino riservato per il signor Rouault, nel registro che teneva in partita
doppia, una bella pagina bianca. Ma quando seppe che egli aveva una figlia, si
affrettò a informarsi meglio; le dissero che la signorina Rouault, allevata in
collegio, dalle Orsoline, aveva ricevuto, come suol dirsi, un'ottima educazione,
e che di conseguenza conosceva la danza, la geografia, il disegno, sapeva
ricamare e suonare il pianoforte. Fu il colmo!
"Per questo, dunque," ragionava fra sé "ha il viso così raggiante, quando va a
trovarla; per questo, si mette il panciotto nuovo, a rischio di rovinarlo con la
pioggia? Ah! Quella donna! Quella donna! ..."
E, d'istinto, la detestò. Dapprima si sfogò con le allusioni, ma Charles non le
capiva; in seguito si servì di osservazioni casuali, che egli lasciava cadere
per paura della bufera; e infine di invettive a bruciapelo alle quali suo marito
non sapeva che cosa rispondere - Come mai tornava ai Bertaux dato che il signor
Rouault era guarito e che quella gente non aveva ancora pagato l'onorario? Ah!
Forse perché laggiù v'era una certa persona, qualcuno che sapeva conversare,
un'abile ricamatrice, una donna spiritosa. Ecco cosa gli piaceva! Per lui ci
volevano signorine di città! E continuava:
«La figlia di papà Rouault, una signorina di città! Figuriamoci! Il nonno faceva
il pastore e hanno un cugino che per poco non è finito alle assise per una
brutta ferita in una rissa. Non è proprio il caso di darsi tante arie e di
andare in chiesa la domenica vestita di seta come una contessa. D'altra parte,
quel povero diavolo, senza il raccolto del ravizzone, l'anno scorso, non avrebbe
saputo come fare per pagare i debiti!»
Tediato, Charles smise di andare ai Bertaux. Héloïse gli aveva fatto giurare sul
libro da messa che non ci sarebbe più tornato, dopo una scenata piena di
singhiozzi e di baci, in un prorompere di passione. Obbedì, ma l'ardire dei
desideri contrastava con il servilismo del suo comportamento, e, per una specie
di ingenua ipocrisia, egli ritenne che il divieto di vederla gli desse il
diritto di amarla. E poi la vedova era magra, aveva i denti lunghi; portava in
tutte le stagioni uno scialletto nero che le arrivava alle scapole; la sua
figura ossuta era fasciata da abiti aderenti e troppo corti che le lasciavano
scoperte le caviglie là ove, sulle calze grigie, si incrociavano i nastri delle
larghe scarpe.
La madre di Charles veniva ogni tanto a trovarli, ma in capo a qualche giorno la
nuora era riuscita a renderla tagliente e pungente come lei stessa; e allora si
mettevano all'opera simili a due coltelli, scarnificandolo con le loro
riflessioni e osservazioni. Faceva male a mangiare tanto! Perché offrire sempre
da bere al primo venuto? Che testardaggine, non volersi mettere la maglia di
lana!
All'inizio della primavera accadde che un notaio di Ingouville, al quale erano
affidati i fondi della vedova Dubuc, prendesse il volo portando con sé tutti i
denari del suo studio. Héloïse, invero, possedeva ancora, oltre a essere
comproprietaria di un battello per una quota valutata non meno di seimila
franchi, la casa di via Saint-François, eppure, di tanta e tanto sbandierata
ricchezza non era comparso in casa che qualche mobile e un po' di biancheria.
Bisognava mettere le cose in chiaro. La casa di Dieppe risultò coperta di
ipoteche fino alle fondamenta; a quanto ammontasse il denaro depositato dal
notaio, Dio solo lo sapeva, e in realtà la quota del battello non superava i
mille scudi. La brava donna aveva dunque mentito! Esasperato, il signor Bovary
padre sfasciò una sedia sul pavimento e accusò la moglie di aver causato
l'infelicità del figlio legandolo a una simile rozza i cui finimenti valevano
ancor meno della pelle. Si recarono a Tostes. Alle spiegazioni seguirono le
scenate. Héloïse, in lacrime, si gettò nelle braccia del marito scongiurandolo
di proteggerla dai suoceri. Charles volle difenderla. I genitori, indignati, se
ne andarono.
Ma il colpo era giunto al segno. Otto giorni dopo, mentre stendeva in cortile la
biancheria, Héloïse ebbe uno sbocco di sangue e l'indomani, mentre Charles le
voltava le spalle per chiudere le tende della finestra, disse: «Ah! Mio Dio»,
esalò un sospiro e cadde in deliquio. Era morta! V'era di che restarne
sbalorditi.
Dopo i funerali, Charles tornò a casa. Al pianterreno non c'era nessuno. Salì al
primo piano, in camera da letto, vide un abito di lei ancora appeso ai piedi
dell'alcova; allora, appoggiandosi allo scrittoio, rimase fino a sera perduto in
un doloroso fantasticare. Dopo tutto Héloïse l'aveva amato.
III
Una mattina papà Rouault portò a Charles l'onorario per la cura della frattura
alla gamba: settantacinque franchi in monete da quaranta soldi e una tacchina.
Aveva saputo della disgrazia e lo consolò come meglio poteva.
«So cosa vuol dire!» disse battendogli una mano sulla spalla «Mi sono trovato
anch'io nelle stesse condizioni! Quando mancò la mia povera moglie, andavo nei
campi per restare solo, mi gettavo ai piedi di un albero, piangevo, invocavo
Dio, lo bestemmiavo; avrei voluto essere come le talpe che vedevo appese ai rami
degli alberi, con il ventre brulicante di vermi, crepato, insomma. E quando
pensavo che, in quello stesso momento, altri se ne stavano con le loro
mogliettine e le tenevano abbracciate contro di sé, io battevo grandi colpi per
terra con il bastone; ero come pazzo, non mangiavo più; lei non mi crederebbe,
ma soltanto l'idea di andare al caffè mi ripugnava. Beh, piano piano, un giorno
dietro l'altro, una primavera dopo un autunno, un autunno appresso a un'estate,
tutto ha preso a scorrer via, briciola a briciola, filo dopo filo, se n'è
andato, si è allontanato, o meglio, è diminuito, perché resta sempre qualcosa in
fondo, come potrei spiegare... un peso sul cuore. Ma dal momento che è il nostro
destino, non bisogna lasciarsi andare e, perché gli altri sono morti, desiderare
di morire... È necessario che lei si scuota, signor Bovary; passerà anche
questo! Venga a trovarci; mia figlia la ricorda spesso, sa? E dice che lei l'ha
dimenticata. Tornerà presto la primavera, venga a sparare qualche fucilata ai
conigli nella garenna, per distrarsi un po'!»
Charles seguì il suo consiglio. Ritornò ai Bertaux. Ritrovò tutto come prima,
cioè tutto com'era stato cinque mesi prima. I peri erano già in fiore e il buon
Rouault, di nuovo in piedi, andava e veniva e questo rendeva la fattoria più
animata.
Convinto che fosse suo dovere prodigare al medico il maggior numero di
gentilezze a causa del suo lutto, lo pregò di non scoprirsi il capo, gli parlò a
bassa voce, come se fosse malato, e fece mostra addirittura di adirarsi perché
non avevano preparato, come era suo desiderio, qualcosa di più leggero dei
soliti cibi, una tazza di crema o delle pere cotte. Raccontò alcune storielle.
Charles si sorprese a ridere; ma il ricordo della moglie, ritornatogli
all'improvviso nella memoria, lo rattristò. Servirono il caffè; non ci pensò
più.
Ci pensava sempre meno via via che si abituava a vivere solo. Il piacere nuovo
di sentirsi indipendente gli rese ben presto più sopportabile la solitudine.
Adesso poteva pranzare e cenare quando voleva, entrare o uscire senza dare
spiegazioni, e, quando si sentiva stanco morto, poteva sdraiarsi a gambe e
braccia distese sul letto. Pertanto si viziava, si coccolava e accettava tutta
la consolazione che gli veniva offerta. D'altra parte, la morte della moglie non
lo aveva affatto danneggiato nella professione poiché, per un mese intero, la
gente aveva continuato a ripetere: «Pover'uomo! Che disgrazia!» Tutti parlavano
di lui, la clientela era aumentata; e poi andava ai Berteaux quando gli pareva.
Sperava in qualcosa di indefinito, lo pervadeva una vaga felicità; spazzolandosi
i favoriti davanti allo specchio, aveva l'impressione di avere un viso più
simpatico.
Andò laggiù un giorno, verso le tre; tutti erano al lavoro nei campi; entrò in
cucina ma non vide subito Emma; le imposte erano chiuse. Attraverso le fessure
del legno il sole disegnava sul pavimento lunghe linee sottili di luce che si
spezzavano contro gli angoli dei mobili e tremolavano sul soffitto. Sulla tavola
le mosche salivano lungo i bicchieri sporchi e, ronzando, affogavano nel sidro
rimastovi. La luce che filtrava dal camino rendeva simile a un velluto la
fuliggine della piastra e colorava di un pallido azzurro la cenere fredda. Emma
cuciva, fra il focolare e la finestra; non portava il fazzoletto da collo e
sulle spalle nude aveva piccole gocce di sudore.
Come si usa in campagna, Emma gli offrì di bere qualcosa. Charles rifiutò, ella
insistette e ridendo gli propose di bere con lei un bicchierino di liquore. Andò
a prendere nell'armadio una bottiglia di curaçao, con due bicchieri, ne riempì
uno fino all'orlo, versò nell'altro una piccolissima dose e, dopo aver brindato,
lo portò alla bocca. Poiché era quasi vuoto, fu costretta ad arrovesciare il
capo per bere: con la testa all'indietro, le labbra protese, il collo reclinato,
rideva perché non sentiva nessun sapore e, allungando la punta della lingua fra
i denti minuti, dava leccatine al fondo del bicchiere.
Poi si rimise a sedere e ricominciò a rammendare una calza bianca di cotone.
Lavorava in silenzio, a capo chino. Anche Charles taceva. L'aria, passando sotto
la porta, spingeva un bioccolo di polvere sulle lastre del pavimento e lui lo
guardava spostarsi; riusciva soltanto a sentire la testa che gli pulsava e il
gridare lontano di una gallina che aveva fatto l'uovo in qualche aia. Di tanto
in tanto, Emma si rinfrescava le gote premendovi il palmo delle mani fatte
raffreddare sui pomoli di ferro dei grandi alari.
Si lagnava di provare talvolta, con il cambiamento della stagione, un senso di
stordimento; gli domandò se i bagni di mare le avrebbero giovato; poi prese a
parlare del convento e Charles del suo collegio; la conversazione si avviò.
Salirono nella camera di lei. Ella gli mostrò i suoi vecchi libri di musica, i
volumetti ricevuti in premio e le corone di foglie di quercia abbandonate in
fondo a un armadio. Gli parlò anche di sua madre, del cimitero, e infine gli
mostrò l'aiuola in giardino, dove ogni primo venerdì del mese coglieva i fiori
da portare sulla tomba. Ma il giardiniere che avevano non capiva niente; la
servitù non valeva più nulla. Le sarebbe piaciuto molto vivere in città, almeno
d'inverno, sebbene durante l'estate la campagna potesse essere ancora più
noiosa, con le giornate che non finiscono mai; a seconda degli argomenti, la sua
voce si faceva limpida, acuta, si colmava d'improvviso languore, si trascinava
in modulazioni che finivano quasi in un sussurro quando ella parlava fra sé, -
ora allegra, con i candidi occhi spalancati, poi con le palpebre socchiuse su
uno sguardo sommerso dalla noia e i pensieri vaganti chissà dove.
Tornato a casa, la sera, Charles ripensò a tutte le frasi che Emma aveva detto,
sforzandosi di ricordarle una per una, di completarne il senso, per rendersi
conto del periodo della sua esistenza quando non la conosceva ancora. Ma non
riusciva a immaginarla diversa da come l'aveva vista la prima volta o da come
l'aveva lasciata poche ore prima. Poi si domandò che cosa sarebbe stato di lei,
si sarebbe sposata, e con chi? Ahimè! Papà Rouault era molto ricco, e lei...
così bella! Il viso di Emma gli tornava di continuo davanti agli occhi e
qualcosa di monotono, come il ronfare di una trottola, gli ronzava negli
orecchi: "Se ti sposassi! Però! Se ti sposassi!" La notte non riuscì a dormire,
aveva la gola serrata, lo tormentava la sete: si alzò per andare a bere e
spalancò la finestra. Il cielo era pieno di stelle, soffiava un vento caldo;
lontano, i cani abbaiavano. Voltò il capo dalla parte dei Bertaux.
Pensando che, in fin dei conti, non rischiava niente, decise di chiedere la mano
della ragazza alla prima occasione. Ma, ogni volta, la paura di non trovare le
parole adatte gli suggellava le labbra.
Papà Rouault non sarebbe stato scontento di sbarazzarsi della figlia che in casa
non era di grande aiuto. In cuor suo la scusava, ritenendola troppo
intellettuale per occuparsi di agricoltura, mestiere maledetto da Dio dato che,
esercitandolo, nessuno è mai diventato milionario. Ben lontano dall'aver fatto
fortuna, il brav'uomo ci rimetteva tutti gli anni: infatti era abilissimo nelle
compravendite e si compiaceva di tutte le astuzie di chi contratta, mentre
l'agricoltura vera e propria e le cure per il buon andamento della fattoria
erano fatte per lui meno che per chiunque altro. Non spendeva volentieri il suo
denaro, ma non faceva economia quando si trattava delle proprie comodità: voleva
mangiar bene e avere una casa confortevole. Gli piacevano il sidro forte, gli
arrosti sanguinolenti, il caffè con l'acquavite, ben dosato. Mangiava in cucina,
solo, vicino al fuoco, su un tavolino sopra il quale erano disposti i piatti già
preparati, come a teatro.
Perciò, non appena si accorse che Charles aveva preso una cotta per sua figlia e
che ben presto gliela avrebbe chiesta in moglie, incominciò subito a ruminare
sull'affare. Non era un gran partito, né avrebbe desiderato un genero come lui;
ma dicevano che fosse un brav'uomo, molto istruito e certo non sarebbe stato a
cavillare sulla dote. E poi, siccome papà Rouault sarebbe stato costretto a
vendere ventidue acri della proprietà per pagare i grossi debiti con il muratore
e per sostenere la spesa di un nuovo albero per il torchio, si disse:
"Se me la chiede, io gliela do".
Per San Michele, Charles trascorse tre giorni ai Bertaux. L'ultimo passò, come i
precedenti, in un continuo rimandare, un quarto d'ora dopo l'altro. Papà Rouault
lo accompagnò, sulla via del ritorno, per un tratto. Camminavano lungo un
sentiero incassato e stavano per lasciarsi; era ormai giunto il momento di
parlare. Charles si concesse ancora un po' di respiro, fino all'angolo della
siepe, e finalmente, quando l'ebbero oltrepassata, mormorò:
«Signor Rouault; vorrei dirle qualcosa».
Si fermarono. Charles taceva.
«Avanti, mi dica! Come se non sapessi già tutto!» disse papà Rouault ridendo
piano.
«Papà Rouault... papà Rouault...» balbettò Charles.
«Io non domando di meglio» continuò l'agricoltore. «Per quanto sia convinto che
la piccola è del mio stesso parere, bisognerà chiederglielo. Lei se ne vada; io
tornerò a casa. Se è un sì, mi ascolti bene, non è il caso che lei ritorni, per
non dar nell'occhio, e, d'altra parte, Emma sarà troppo agitata. Ma, per non
lasciarla sulle spine, spalancherò l'imposta della finestra fin contro il muro:
potrà vederla da qui dietro, sporgendosi oltre la siepe.»
Detto questo, si allontanò.
Charles legò il cavallo a un albero, corse a mettersi sul sentiero e attese.
Passò mezz'ora, poi contò altri diciannove minuti con l'orologio alla mano. A un
tratto sentì un colpo contro il muro. L'imposta era stata spalancata, il
saliscendi tremava ancora.
L'indomani alle nove, Charles era già alla fattoria. Quando entrò Emma arrossì,
sforzandosi di sorridere per darsi un contegno. Papà Rouault abbracciò il futuro
genero. Le questioni di interesse furono rimandate: c'era tutto il tempo per
parlarne in seguito, dato che il matrimonio non poteva decentemente aver luogo
prima della fine, per Charles, del periodo di lutto, e cioè verso la primavera
prossima.
L'inverno trascorse in questa attesa. La signorina Rouault si occupò del
corredo. In parte fu ordinato a Rouen; in quanto a lei, confezionò alcune
camicie e cuffie da notte con modelli che si era fatta imprestare. Durante le
visite di Charles alla fattoria, si discutevano i preparativi per le nozze, ci
si domandava in quale locale si sarebbe svolto il pranzo, si facevano progetti
sul numero e sulla qualità delle portate.
Emma, invece, avrebbe desiderato un matrimonio celebrato a mezzanotte, alla luce
delle fiaccole; ma papà Rouault non riuscì a capacitarsi di una simile idea. Fu
celebrato quindi un matrimonio al quale parteciparono quarantatré invitati, i
quali restarono per sedici ore a tavola, ricominciarono il festino il giorno
dopo con qualche strascico anche nei giorni successivi.
IV
Gli invitati arrivarono di buon'ora, in carrozza, in calesse, in carretto, su
vecchi barrocci senza mantice, su giardiniere con le tendine di cuoio; e i
giovanotti dei villaggi vicini su carrette sopra le quali stavano in piedi,
reggendosi con le mani alle sponde per non cadere andando al trotto con grandi
scossoni. Venne gente fin da dieci miglia lontano, da Goderville, da
Normanville, e da Cany. Erano stati invitati tutti i parenti delle due famiglie,
erano state riallacciate le amicizie che la discordia aveva interrotto, erano
stati mandati inviti a conoscenze perdute di vista da molto tempo.
Di tanto in tanto si sentivano schiocchi di frusta dietro la siepe; subito il
cancello veniva aperto per lasciare entrare un calesse. Al galoppo il veicolo
arrivava fino al primo gradino della scalinata d'ingresso, ove si fermava di
colpo, svuotandosi del suo carico; la gente scendeva da tutti i lati,
massaggiandosi i ginocchi e stiracchiandosi. Le signore, con la cuffia,
vestivano secondo la moda cittadina, con le catene d'oro per l'orologio, le
mantelline con i lembi che s'incrociavano alla cintola, e scialletti colorati,
appuntati sulla schiena con una spilla, che lasciavano scoperti la nuca e il
collo. I ragazzi, vestiti come i padri, sembravano a disagio negli abiti nuovi
(molti indossavano quel giorno il primo paio di scarpe della loro vita) e
accanto a essi, senza osare pronunciare parola, nell'abito bianco della prima
comunione, allungato per l'occasione, si vedeva qualche fanciulla di quattordici
o sedici anni, senza dubbio la sorella o la cugina di uno di loro, rossa in
viso, smarrita, con i capelli unti di unguento di rose e con una gran paura di
sporcarsi i guanti. Non essendoci abbastanza stallieri per staccare i cavalli da
tutte le carrozze, gli uomini si rimboccavano le maniche e lo facevano essi
stessi. Secondo la posizione sociale, indossavano marsine, finanziere, giacche
corte, giacche di media lunghezza, 'abiti buoni' circondati dalla considerazione
di tutta la famiglia, che uscivano dall'armadio soltanto per le solennità;
finanziere a grandi falde fluttuanti al vento, con il colletto cilindrico e
tasche grandi come sacchi; giacche di panno spesso che di solito si
accompagnavano con berretti dalla visiera cerchiata di rame; giacchette
cortissime con sul dorso due bottoni ravvicinati come un paio d'occhi e con le
falde che sembravano tagliate da un unico blocco dall'ascia di un carpentiere.
Qualcuno, certo destinato agli ultimi posti a tavola, indossava delle bluse da
cerimonia, cioè con il collo rovesciato sulle spalle, il dorso pieghettato, la
vita molto bassa attaccata a una fascia cucita.
Le camicie si gonfiavano sui petti come corazze. Tutti si erano fatti tagliare i
capelli per l'occasione e gli orecchi spiccavano staccati dalla testa nel vuoto
creato loro intorno.
Qualcuno che si era alzato addirittura prima dell'alba, essendosi rasato al
buio, mostrava dei tagli diagonali sotto il naso, oppure, lungo le mascelle,
scorticature larghe come uno scudo da tre franchi, che l'aria aveva infiammato
durante il viaggio e che ora chiazzavano di rosa tutte quelle larghe e allegre
facce smorte.
Il municipio si trovava a mezzo miglio dalla fattoria e tutti ci andarono e
tornarono a piedi dopo la cerimonia in chiesa.
Il corteo, dapprima ininterrotto come una sciarpa colorata che ondeggiasse nella
campagna lungo lo stretto sentiero serpeggiante in mezzo al grano verde, ben
presto si allungò e si spezzettò in diversi gruppi che si attardarono a
chiacchierare. In testa veniva il suonatore di violino con lo strumento ornato
di nastri legati al riccio, poi gli sposi, i parenti e gli amici disposti a
caso; e, dietro a tutti, i bambini che si divertivano a strappare le campanule
agli steli dell'avena, o a farsi dispetti senza essere veduti. Il vestito di
Emma, un po' troppo lungo, sfiorava il sentiero; di tanto in tanto ella si
fermava, lo tirava su e delicatamente, con le mani guantate, toglieva le
pagliuzze e gli aghi dei cardi, mentre Charles, le mani penzoloni, aspettava che
avesse finito. Papà Rouault con in capo un cappello a cilindro nuovo e i polsi
della marsina nera che gli coprivano le mani fino alle unghie, dava il braccio
alla signora Bovary madre. Il signor Bovary padre disprezzava, in fondo al
cuore, tutta quella gente; era venuto indossando una semplice finanziera di
taglio militare, con una sola fila di bottoni, e snocciolava triviali galanterie
a una forosetta bionda, la quale si inchinava, arrossiva e non sapeva cosa
rispondere. Gli altri invitati chiacchieravano dei loro affari, si facevano di
soppiatto scherzi, per creare in anticipo quell'atmosfera di eccitazione
indispensabile alla festa. E, tendendo l'orecchio, era possibile sentire il
frin-frin del violinista che continuava a suonare nell'aperta campagna. Questi,
quando si accorgeva di essersi lasciato indietro il corteo, si fermava per
riprendere fiato, strofinava a lungo l'archetto sulla colofonia affinché le
corde vibrassero di più, poi si rimetteva in cammino alzando e abbassando il
manico del violino per dargli meglio il ritmo. Il suono dello strumento faceva
fuggire lontano gli uccellini.
La tavola era apparecchiata sotto la tettoia dei carri. C'erano quattro lombate
di bue, sei fricassee di pollo, un umido di vitello, tre cosciotti arrosto, e,
nel mezzo, un bel maialino di latte allo spiedo, circondato da quattro
salsicciotti all'acetosella. Negli angoli troneggiavano le bottiglie di
acquavite e il sidro dolce, imbottigliato, premeva con la sua spuma densa contro
i turaccioli. Tutti i bicchieri erano già stati riempiti di vino fino all'orlo.
Grandi piatti di crema gialla tremolavano alla più piccola scossa della tavola e
mostravano sulla liscia superficie le iniziali degli sposi novelli tracciate con
un sottile arabesco. Era venuto un pasticciere di Yvetot per occuparsi delle
torte e dei torroni. Questi si era dato un gran da fare, non essendo conosciuto
nel paese, e al dolce servì personalmente una torta decorata che strappò grida
di meraviglia. La base era costituita da un cartone quadrato azzurro,
raffigurante un tempio con portici, colonnati, statuette di stucco disposte
tutto intorno in nicchie costellate di stelle di carta dorata; al secondo
ripiano v'era un torrione di pasta di savoiardi circondato da minute
fortificazioni di angelica, mandorle, uva passa, spicchi d'arancia; infine sulla
piattaforma superiore, costituita da un prato verde con rocce e laghi di
marmellata ove navigavano barchette di gusci di nocciole, un Amorino si
dondolava su un'altalena di cioccolata i cui pali di sostegno terminavano con
due boccioli di rose fresche poste lì sopra a guisa di pomoli.
Continuarono a mangiare fino a sera. Quando erano stanchi di stare seduti, i
commensali si alzavano, andavano a passeggiare nei cortili, o a fare una partita
al gioco del turacciolo nel granaio, per poi rimettersi a tavola. Verso la fine
qualcuno si addormentò e si mise a russare. Ma, arrivati al caffè, tutti si
rianimarono: intonarono canti, fecero gare di forza sollevando pesi, passando
sotto il proprio pollice, tentando di sollevare i carretti sulle spalle,
raccontarono storielle salaci, abbracciarono le proprie dame. Quando giunse il
momento di andarsene, la sera, i cavalli, ingozzati di avena fino agli occhi,
non entrarono tanto facilmente fra le stanghe; si inalberavano, sgroppavano,
rompevano i finimenti. I padroni ridevano e imprecavano, e per tutta la notte,
sotto il chiaro di luna, sulle strade della regione, vi furono calessi
trascinati al gran galoppo che traballavano nei rigagnoli, sobbalzavano sui
mucchi di ciottoli, si fermavano contro le scarpate con le donne che si
spenzolavano fuori dei finestrini per afferrare le redini.
Quelli che si erano fermati ai Bertaux trascorsero la notte bevendo, in cucina.
I ragazzi si erano addormentati sotto le panche.
La sposa aveva supplicato suo padre perché le fossero risparmiati gli scherzi
consueti. Papà Rouault arrivò giusto in tempo per impedire a un cugino
pescivendolo, il quale aveva portato come regalo di nozze due sogliole, di
soffiare con la bocca un getto d'acqua attraverso la serratura nella camera
nuziale. Dovette spiegargli che la posizione di suo genero non consentiva tali
sconvenienze. Ma il cugino non si lasciò convincere. Dentro di sé accusava papà
Rouault di superbia e infine andò a riunirsi in un angolo a quattro o cinque
altri invitati, i quali, essendo loro toccati per caso a tavola, varie volte di
seguito, pezzi di carne scadenti, si sentivano maltrattati e mormoravano alle
spalle dell'ospite augurandosi con parole velate la sua rovina.
La signora Bovary madre non aveva aperto bocca in tutta la giornata. Non era
stata interpellata né sull'abito della nuora né per l'allestimento della festa.
Si ritirò presto in camera sua. Il marito, invece di seguirla, mandò a prendere
dei sigari a Saint-Victor e fumò fino a giorno, bevendo grog al maraschino,
miscuglio sconosciuto alla compagnia che lo fece salire ancora di più nella
considerazione altrui.
Charles non aveva un'indole faceta. Durante il banchetto di nozze non aveva
brillato affatto. Aveva risposto in modo mediocre ai frizzi, ai giochi di
parole, ai doppi sensi, ai complimenti e alle spiritosaggini audaci che tutti si
erano fatti un dovere di indirizzargli dall'inizio del pranzo.
Il giorno dopo, in compenso, sembrava un altro uomo. Lo si sarebbe detto la
vergine della vigilia, mentre la sposa non lasciava trapelare nulla che
consentisse di indovinare alcunché. I più scaltri non sapevano che cosa dire e,
quando se la vedevano passare vicino, la osservavano con un interesse fuori di
misura. Charles non cercava di dissimulare. La chiamava mogliettina, le dava del
tu, chiedeva a tutti di lei, la cercava dappertutto e spesso lo si vedeva di
lontano, mentre si tratteneva con lei in giardino fra gli alberi, cingerla con
il braccio alla vita e continuare a camminare chinato a metà su di lei,
gualcendole con il capo le gale intorno al collo del corsetto.
Gli sposi se ne andarono due giorni dopo le nozze: Charles non avrebbe potuto
trascurare più a lungo i suoi malati. Partirono sul barroccino di papà Rouault,
che li accompagnò fino a Vassonville. Qui egli abbracciò ancora una volta la
figlia, scese e tornò indietro. Ma, fatti un centinaio di passi, si fermò, e,
guardando il barroccio che si allontanava con le ruote turbinanti nella polvere,
emise un gran sospiro. Ricordava il suo matrimonio, i tempi di una volta, la
prima gravidanza della moglie; era stato felice anche lui, il giorno in cui
l'aveva condotta dalla casa paterna alla sua, in groppa al cavallo che galoppava
nella neve; mancava poco a Natale e la campagna era tutta bianca; ella gli si
teneva aggrappata con un braccio, mentre l'altro reggeva un paniere; le lunghe
trine dell'acconciatura tipica delle donne di Caux le passavano sulla bocca,
agitate dal vento, e quando lui voltava la testa, vedeva sopra la propria spalla
il minuto viso roseo che sorrideva in silenzio, sotto la fascia d'oro della
cuffia. Per scaldarsi le mani, ogni tanto ella gliele infilava
nell'abbottonatura della giacca. Com'era lontano tutto questo! Adesso il loro
figliolo avrebbe avuto trent'anni! Si voltò ancora una volta, ma sulla strada
non c'era più nessuno. Si sentì triste come una casa vuota; i pensieri neri si
mescolarono con i teneri ricordi, nel suo cervello offuscato dai vapori della
baldoria, e per un momento sentì il desiderio di andare a fare un giro dalla
parte della chiesa. Ma ebbe paura di diventare ancora più malinconico e tornò
subito a casa.
Charles e sua moglie arrivarono a Tostes verso le sei. I vicini vennero alle
finestre per veder la nuova sposa del medico.
La vecchia governante si presentò, porse loro il benvenuto, si scusò perché la
cena non era ancora pronta ed esortò la signora a visitare intanto la casa.
V
La facciata in mattoni dava direttamente sulla via, o meglio, sulla strada
maestra. Dietro la porta si trovavano appesi un pastrano con il bavero piccolo,
una briglia, un berretto di pelle nero, e in un angolo, per terra, un paio di
stivali ancora coperti di fango secco. A destra c'era la sala, e cioè la stanza
dove si mangiava e si passavano le giornate. Una tappezzeria giallo-canarino,
ravvivata in alto da una ghirlanda di fiori a tinte delicate, tremolava da cima
a fondo sulla tela mal tesa; le tende di calicò orlate di rosso si incrociavano
alle finestre e sulla stretta mensola del caminetto luccicava una pendola che
rappresentava una testa di Ippocrate, fra due lampade di argento placcato
sormontate da globi di forma ovale. All'altro lato del corridoio v'era lo studio
di Charles, una stanzetta larga circa sei passi, arredata con tre sedie, un
tavolo e una poltrona da ufficio. I volumi del dizionario della scienza medica,
intonsi, ma con la rilegatura rovinata per essere passati fra le mani di troppi
padroni, occupavano quasi da soli i sei ripiani di una libreria in legno di
abete. Gli odori dei cibi penetravano nello studio, durante le consultazioni, e
in cucina si udivano i malati tossire e raccontare tutte le loro afflizioni. Uno
stanzone mal tenuto si apriva direttamente sul cortile dove c'era la scuderia:
conteneva un forno e serviva da legnaia, cantina, ripostiglio; era pieno di
ferrivecchi, barili vuoti, attrezzi agricoli fuori uso e di una gran quantità di
cose coperte di polvere delle quali sarebbe stato impossibile indovinare l'uso.
Il giardino, più lungo che largo, si stendeva fra due muri assai rustici coperti
da albicocchi a spalliera fino a una siepe di rovi che lo separava dai campi. In
mezzo, una meridiana d'ardesia era posata su un piedistallo in muratura; quattro
stente aiuole di rose canine circondavano simmetricamente il terreno destinato
alle coltivazioni, più utili, degli ortaggi. In fondo, sotto gli abeti nani, un
curato di pietra leggeva il breviario.
Emma salì nelle camere. La prima era vuota, ma la seconda, quella matrimoniale,
conteneva un letto di mogano sotto un'alcova disegnata drappeggiata di rosso.
Una scatola coperta di conchiglie decorava il cassettone e sullo scrittoio
vicino alla finestra, infilato in una bottiglia, c'era un mazzolino di fiori
d'arancio legato con un nastro di raso bianco. Un mazzolino da sposa, quello
dell'altra! Emma lo guardò. Charles se ne accorse, lo prese e lo portò in
solaio, mentre sua moglie, accomodata in una poltrona (le sue cose venivano
intanto sistemate intorno a lei), pensava al proprio mazzolino, riposto in una
scatola di cartone, e si domandava, fantasticando, che fine avrebbe fatto se per
caso fosse morta.
Durante i primi giorni fu occupata a studiare i cambiamenti da apportare alla
casa. Tolse i globi dai candelabri, fece tappezzare di nuovo le camere,
ridipingere la scala e mettere panchine nel giardino, tutto intorno alla
meridiana; domandò come avrebbe potuto fare per avere una vasca con lo zampillo
e i pesci rossi. E poi, suo marito, sapendo ch'ella amava le passeggiate in
carrozza, trovò un carrozzino d'occasione che, per aver avuto un tempo i fanali
nuovi e i parafanghi di cuoio impunturato, sembrava quasi un tilbury.
Charles era felice e senza pensieri. Una cenetta a due, una passeggiata la sera
sulla strada maestra, un gesto della mano di Emma sui capelli, la vista del suo
cappellino di paglia appeso alla maniglia di una finestra e un'infinità di altre
cose dalle quali non aveva mai immaginato di poter trarre piacere, formavano il
tessuto della sua felicità. Al mattino, a letto, con il capo accanto a quello di
lei, sul guanciale, guardava la luce del sole filtrare attraverso la peluria
bionda delle sue gote per metà nascoste dai lembi della cuffietta. Visti così da
vicino, i suoi occhi gli sembravano più grandi, soprattutto quando Emma,
svegliandosi, apriva e chiudeva più volte le palpebre; erano neri all'ombra e
blu scuri nella luce piena, sembravano fatti a strati sovrapposti di colore, più
denso dapprima e poi sempre più chiaro verso la superficie della cornea. Lo
sguardo di lui si perdeva in quegli specchi profondi nei quali scorgeva
rimpicciolita la propria immagine, fino alle spalle, con il fazzoletto di seta
che le copriva il capo, e il collo della camicia aperto. E poi veniva l'ora di
alzarsi. Lei si affacciava alla finestra per vederlo andar via; stava con i
gomiti appoggiati al davanzale fra due vasi di gerani, indossando una vestaglia
ampia. Charles, in strada, si allacciava gli speroni appoggiando il piede al
paracarro, mentre ella continuava a conversare con lui dall'alto, strappando con
la bocca pezzetti di fiore o d'erba, che soffiava dalla sua parte:
volteggiavano, planavano, disegnavano semicerchi nell'aria, come un uccello, e
andavano, prima di cadere, ad attaccarsi ai crini mal strigliati della vecchia
cavalla bianca, immobile davanti alla porta. Montato a cavallo, Charles le
mandava un bacio, lei rispondeva con un gesto, chiudeva la finestra ed egli se
ne andava. Sulla strada maestra simile a un interminabile nastro di polvere, nei
sentieri profondi lungo i quali gli alberi, curvandosi, formavano una cortina,
nei viottoli ove il grano gli arrivava ai ginocchi, sotto il sole e con il
profumo del mattino nelle narici, con il cuore pieno della gioia della notte,
con l'animo in pace e i sensi appagati, se ne andava ruminando la sua felicità,
come chi assapori, dopo mangiato, il gusto dei tartufi che sta digerendo.
Fino a quel giorno, che cosa gli aveva dato la vita? Aveva conosciuto la
felicità, forse, quando in collegio restava chiuso fra quelle alte mura, solo,
in mezzo ai compagni più ricchi o più bravi di lui negli studi, che ridevano per
il suo accento, lo burlavano per i suoi abiti, e le cui madri venivano in
parlatorio con i manicotti pieni di dolciumi? O più tardi, quando studiava
medicina e non aveva mai il borsellino così ben fornito da potersi permettere di
portare a ballare qualche sartina che diventasse poi la sua amichetta? In
seguito aveva vissuto per quattordici mesi con la vedova che a letto aveva i
piedi freddi come ghiaccioli. Ma adesso possedeva per tutta la vita questa
deliziosa fanciulla che adorava. Per lui l'universo non andava oltre l'orlo di
seta della gonna di Emma; si rimproverava di non amarla abbastanza, non vedeva
l'ora di rivederla, tornava a casa più presto che poteva, saliva le scale con il
cuore in gola. Emma, nella sua camera, si faceva bella: Charles arrivava in
punta di piedi e la baciava sul collo facendola gridare dalla sorpresa.
Non era capace di astenersi dal toccare continuamente il pettine, gli anelli, lo
scialletto di lei; qualche volta le dava grossi baci schioccanti sulle gote, o
la baciava dolcemente sulle braccia nude, dalla punta delle dita fino alle
spalle; e lei lo respingeva, fra sorridente e annoiata, come si fa con un
bambino troppo insistente.
Prima di sposarsi, Emma aveva creduto di essere innamorata, ma la felicità che
sarebbe dovuta nascere da questo amore non esisteva, ed ella pensava ormai di
essersi sbagliata. Cercava ora di capire che cosa volessero dire realmente le
parole felicità, passione, ebbrezza, che le erano sembrate così belle nei libri.
VI
Aveva letto Paolo e Virginia, e aveva sognato la casetta di bambù, il
negro Domingo, il cane Fedele, ma soprattutto la dolce amicizia di un bravo
fratellino che vada a cogliere per noi frutti rossi su un albero più alto di un
campanile, o che corra a piedi nudi sulla sabbia, per portarci un nido di
uccelli.
All'età di tredici anni suo padre la condusse con sé in città per metterla in
collegio. Scesero in un albergo del quartiere Saint-Gervais, e mangiarono in
piatti dipinti che illustravano la storia di madamigella di La Vallière. Le
leggende esplicative, tagliate qua e là dai graffi dei coltelli, glorificavano
tutte la religione, le gioie dello spirito, e i fasti della corte.
I primi tempi, in collegio, non si annoiò affatto; le piaceva la compagnia delle
buone suore che, per divertirla, la conducevano nella cappella alla quale si
accedeva dal refettorio per mezzo di un lungo corridoio. Giocava pochissimo
durante la ricreazione, imparava bene il catechismo ed era sempre lei a
rispondere a Monsignor Vicario nelle domande difficili. Vivendo senza mai
uscire, nella tiepida atmosfera della scuola, in mezzo a queste donne smunte,
con i loro rosari dalla croce di ottone, ella si assopì pian piano nel languore
mistico che esala dai profumi dell'altare, dalla frescura delle acquasantiere e
dal baluginio dei ceri. Invece di seguire la messa, guardava nel libriccino le
pie vignette bordate d'azzurro; le piacevano la pecorella ammalata, il Sacro
Cuore trafitto da frecce appuntite e il povero Gesù che cade portando la croce.
Provò a stare un giorno intero senza mangiare per fare penitenza e studiava
dentro di sé qualche voto da compiere.
Quando andava a confessarsi, si accusava di piccoli peccati non commessi per
poter rimanere più a lungo inginocchiata nell'ombra, con le mani giunte e il
viso contro la grata, ascoltando i bisbigli del prete. Le parole fidanzato,
sposo, amante celeste e matrimonio eterno, che ricorrono così spesso come
paragoni nelle prediche, suscitavano nel fondo del suo cuore dolcezze inattese.
La sera, prima delle preghiere, aveva luogo nella sala di studio una lettura
religiosa. Durante la settimana si leggevano sommari di storia sacra o le
Conferenze dell'abate Frayssinous; e la domenica, per ricrearsi, qualche
passo del Genio del Cristianesimo. Con quanta intensità ascoltò, le prime
volte, la lamentazione sonora di quelle malinconie romantiche, reiteranti tutti
gli echi della terra e dell'eternità! Se la sua infanzia fosse trascorsa nella
retrobottega di un quartiere commerciale cittadino, avrebbe potuto entusiasmarsi
per i travolgimenti lirici della natura che giungono a chi vive in città
soltanto attraverso l'interpretazione degli scrittori. Ma ella conosceva anche
troppo la campagna, i belati degli armenti, i prodotti del latte, gli aratri.
Abituata alla tranquillità, desiderava per contrasto tutto ciò che era
movimentato. Amava il mare soltanto per le sue tempeste, e la vegetazione
solamente se cresceva a stento e rada in mezzo alle rovine. Era necessario per
lei trarre dalle cose una specie di utile personale e respingeva come superfluo
tutto ciò che non appagasse la brama immediata del cuore. Era più una
sentimentale che un'artista, cercava emozioni più che paesaggi.
Ogni mese veniva al convento, per otto giorni, una vecchia zitella ad accomodare
la biancheria. Protetta dall'arcivescovo perché appartenente a un'antica
famiglia nobile rovinata dalla rivoluzione, mangiava nel refettorio alla tavola
delle suore e rimaneva con loro dopo il pasto a fare quattro chiacchiere prima
di riprendere il lavoro. Spesso le educande scappavano dalla sala di studio per
andare da lei. Conosceva a memoria certe canzoni galanti del secolo passato e le
cantava a mezza voce mentre cuciva. Raccontava storie e novità, faceva
commissioni in città a chi ne aveva bisogno, e prestava di nascosto alle ragazze
più grandi certi romanzi che teneva sempre in tasca del grembiule, e dei quali
divorava anche lei lunghi capitoli negli intervalli del suo lavoro. Non
parlavano che di amore, di amanti e di innamorate, dame perseguitate che
scomparivano in padiglioni fuori mano, postiglioni uccisi a ogni tappa, cavalli
sfiancati in tutte le pagine, foreste tenebrose, cuori in tormento, giuramenti,
singhiozzi, lacrime e baci, barche al chiaro di luna, usignoli nei boschetti,
cavalieri coraggiosi come leoni, mansueti come agnelli, e virtuosi come nessuno,
sempre ben vestiti e malinconici come sepolcri. Per sei mesi di fila, a quindici
anni, Emma si imbrattò le mani con questa polvere di vecchie sale di lettura.
Leggendo Walter Scott si appassionò più tardi ai soggetti storici, sognò
forzieri, corpi di guardia, e menestrelli. Le sarebbe piaciuto vivere in qualche
vecchio maniero, come quelle castellane dai lunghi corsetti, che passavano i
giorni affacciate a una finestra a trifora, con i gomiti sulla pietra e il mento
fra le mani, per veder giungere dal limite della campagna un cavaliere
biancopiumato galoppante su un cavallo nero. In quel periodo si diede al culto
di Maria Stuarda e, con una venerazione entusiasta, di tutte le donne illustri o
sfortunate. Giovanna d'Arco, Héloïse, Agnès Sorel, la bella Ferronière e
Clémence Isaure rifulgevano come comete contro la tenebrosa immensità della
storia, ove spiccavano ancora qua e là, ma con assai minor rilievo, e senza
alcun rapporto fra loro, San Luigi con la quercia, Baiardo morente, qualche
crudeltà di Luigi XI, qualche notizia sulla notte di San Bartolomeo, il
pennacchio del Bearnese, e, sempre vivo, il ricordo dei piatti dipinti che
esaltavano Luigi XIV.
Le canzoni che Emma cantava alle lezioni di musica parlavano soltanto di
angioletti con le ali d'oro, di madonne, di lagune, di gondolieri; tranquille
composizioni che le lasciavano intravedere, attraverso l'ingenuità dello stile e
l'audacia della musica, la seducente fantasmagoria delle realtà sentimentali.
Alcune delle compagne portavano in convento gli album dei ricordi ricevuti in
dono. Bisognava tenerli nascosti e non era cosa da poco; li sfogliavano in
dormitorio. Emma maneggiava con delicatezza le belle rilegature di raso e
fissava con uno sguardo affascinato i nomi degli autori sconosciuti - spesso
conti o visconti - che avevano firmato le loro composizioni.
Sollevava fremendo, con un soffio, la carta velina delle illustrazioni che si
alzava un po' piegata e ricadeva piano sulla contropagina. Si vedeva, dietro la
balaustra di un balcone, un giovane con una corta mantellina, il quale stringeva
fra le braccia una fanciulla in abito bianco, con una borsa appesa alla cintura;
oppure il ritratto di un'anonima signora inglese, dai boccoli, che la fissava
con i grandi occhi chiari di sotto la tesa di un cappello di paglia rotondo. Vi
si vedevano signore adagiate su un carrozzone che correvano senza scosse nel
parco, ove un levriero saltava davanti ai cavalli condotti al trotto da due
piccoli postiglioni in pantaloni a coscia bianchi. Altre dame sognavano su
divani, avendo accanto a sé missive dissuggellate e contemplando la luna
attraverso la finestra semiaperta e per metà drappeggiata da una cortina nera.
Le più ingenue baciavano, mentre una lagrima rigava loro la gota, una tortorella
attraverso le sbarre di una gabbia gotica, oppure, sorridendo con il capo
reclinato su una spalla, sfogliavano una margherita con le dita sottili e
incurvate all'indietro come babbucce orientali. E c'eravate anche voi, sultani
dalle lunghe pipe, in estasi sotto le volte a tutto sesto fra le braccia delle
baiadere, e poi giaurri, scimitarre, fez, ma soprattutto voi, paesaggi sbiaditi
di contrade esaltate all'eccesso, che spesso mostrate palmizi vicino a pinete,
tigri a destra e un leone a sinistra, minareti tartari all'orizzonte e, in primo
piano, rovine romane e cammelli accovacciati, il tutto inquadrato da una foresta
vergine molto linda, con un raggio di sole tremolante nell'acqua sulla quale
spiccano, come scalfitture bianche, qua e là, su un fondo grigio-acciaio, alcuni
cigni che nuotano.
E la lucerna applicata alla parete sopra il capo di Emma rischiarava queste
visioni del mondo che si susseguivano sotto i suoi occhi, una dopo l'altra, nel
silenzio del dormitorio rotto soltanto dal rumore lontano di una carrozza
ritardataria che rotolava ancora per le vie.
Quando sua madre morì, i primi giorni ella pianse a lungo. Si fece dare un
quadretto con i capelli della morta e, in una lettera indirizzata ai Bertaux,
tutta piena di tristi riflessioni sulla vita, chiese di essere seppellita nella
stessa tomba, quando fosse venuto il momento. Suo padre, credendola malata,
venne a trovarla. Emma si sentì intimamente soddisfatta di aver raggiunto così
presto questo prezioso ideale di malinconica esistenza al quale non pervengono
mai le anime mediocri. Si lasciò scivolare in meandri lamartiniani, ascoltò il
suono delle arpe sui laghi, tutti i canti di cigno, le foglie cadere, le vergini
pure che salgono in cielo, e la voce dell'Eterno in fondo alle valli. A un certo
punto tutto ciò le venne a noia, ma non volle riconoscerlo e continuò, prima per
abitudine, poi per vanità, finché non senza stupore si rese conto di sentirsi
placata, senza più tristezza nel cuore che ruga sulla fronte.
Le buone religiose, dopo aver fatto un gran conto sulla sua vocazione, si
accorsero con grande sbalordimento che la signorina Rouault sembrava voler
sfuggire alle loro premure. L'avevano tanto assillata con gli uffici, le novene,
i ritiri, le prediche, avevano così ben cercato di inculcarle il rispetto per i
santi e i martiri e le avevano dato tanti di quei buoni consigli per la modestia
del corpo e la salute dell'anima, da indurla a comportarsi come un cavallo
tirato per le briglie: ella si fermò di botto e il morso le sfuggì di fra i
denti. Il suo spirito che, positivo pur fra le infatuazioni, aveva amato la
chiesa per i suoi fiori, la musica per le parole delle canzoni, e la letteratura
per le passioni che suscitava, insorgeva davanti ai misteri della fede, e ancora
più si irritava contro la disciplina che riusciva insopportabile al temperamento
di lei. Quando suo padre la tolse dal collegio, alle suore non dispiacque
affatto di vederla andar via. La superiora trovava addirittura che ella era
diventata meno rispettosa, negli ultimi tempi, verso la comunità.
Tornata a casa, Emma si divertì dapprima a comandare la servitù, ma ben presto
la campagna le venne a noia e rimpianse il convento. Quando Charles venne per la
prima volta ai Bertaux, si sentiva delusa, senza più nulla da imparare e
incapace di nuove emozioni.
Ma il desiderio di qualcosa di diverso, o forse il fatto di sentirsi stuzzicata
dalla presenza di quest'uomo, fu sufficiente a indurla a ritenere di trovarsi di
fronte a quella meravigliosa passione che, fino ad allora, si era comportata
come un grande uccello dalle piume rosa planate nello splendore dei cieli
poetici; e adesso non riusciva a credere che la tranquillità nella quale viveva
fosse davvero la felicità sognata.
VII
A volte si diceva che questi sarebbero dovuti essere i giorni più felici della
sua vita, la cosiddetta luna di miele. Per poterne gustare davvero la dolcezza,
senza dubbio, bisognava partire per quei paesi dai nomi altisonanti, dove i
primi giorni di matrimonio hanno più soavi pigrizie. In diligenza, all'ombra di
tendine di seta azzurra, si sale per ripide strade ascoltando la canzone del
postiglione che echeggia fra le montagne insieme con le campanelle delle capre e
il rombo sordo delle cascate. Al tramonto, sulla riva dei golfi marini, ci si
può inebriare con la fragranza dei limoni; la sera, sulla terrazza di una villa,
soli, le mani dell'uno intrecciate con le mani dell'altra, si possono fare
progetti guardando le stelle. Secondo lei, taluni luoghi sulla terra possedevano
la peculiarità di produrre la felicità, quasi essa fosse stata una pianta alla
quale è necessario un particolare terreno, una pianta che cresce male in
qualunque altro luogo. Come avrebbe voluto potersi affacciare al balcone di uno
chalet svizzero, o chiudere la sua malinconia in un cottage scozzese, insieme
con un marito che indossasse un abito a giacca lunga di velluto nero, calzasse
morbidi stivali e portasse un cappello a punta e i polsini. Forse avrebbe
desiderato confidar a qualcuno queste sue idee. Ma in qual modo avrebbe potuto
descrivere quel malessere vago che mutava aspetto come le nuvole o che turbinava
come il vento? Le mancavano le parole, l'occasione, il coraggio.
Eppure, se Charles avesse voluto, se lo avesse sospettato, se una sola volta lo
sguardo di lui avesse indovinato i suoi pensieri, un'improvvisa piena di
sentimenti sarebbe scaturita da lei, così come i frutti maturi si staccano da
una spalliera soltanto sfiorandoli con la mano. Ma a mano a mano che cresceva
l'intimità della loro vita, veniva a determinarsi un distacco spirituale che la
allontanava sempre più da lui.
La conversazione di Charles era piatta come un marciapiede e le idee più comuni
vi sfilavano nel loro abito di tutti i giorni, senza suscitare emozione o risate
o fantasticherie. Quando abitava a Rouen, diceva, non aveva mai provato la
curiosità di andare a vedere gli attori di Parigi. Non sapeva nuotare né tirare
di scherma o con la pistola, e una volta non seppe spiegarle un termine di
equitazione che lei aveva letto in un romanzo.
Un uomo, non avrebbe dovuto, invece, conoscere tutto, eccellere in molteplici
attività, saper iniziare una donna al fuoco della passione, alle raffinatezze
della vita, a tutti i misteri? Ma costui non insegnava niente, non sapeva
niente, non desiderava niente... La credeva felice e lei gliene voleva per
quella tranquillità tanto saldamente stabilitasi, per quella pesante serenità,
per il piacere stesso che gli dava.
Qualche volta si metteva a disegnare e per Charles era una grande gioia restare
lì in piedi a guardarla, china sul foglio, mentre socchiudeva gli occhi per
vedere meglio la propria opera, o mentre arrotondava sul pollice palline di
mollica di pane. In quanto al pianoforte, più le dita di lei correvano veloci,
più Charles si meravigliava. Emma suonava con disinvoltura e percorreva tutta la
tastiera da cima a fondo senza interrompersi. Il vecchio strumento, le cui corde
minacciavano di spezzarsi, così scosso da lei, si sentiva, se le finestre erano
aperte, fino in fondo al villaggio e spesso il galoppino del messo comunale che
passava sulla via maestra senza cappello e in pantofole si fermava con le
scartoffie in mano ad ascoltare.
Emma, d'altronde, sapeva dirigere bene la casa. Mandava ai malati il conto delle
visite con lettere ben compilate che non avevano l'aspetto di fatture. Quando,
la domenica, avevano qualche vicino a pranzo, riusciva sempre a offrire piatti
presentati con garbo, le piaceva disporre piramidi di prugne regina Claudia su
foglie di vite, serviva la marmellata già rovesciata dai vasetti nel piatto, e
parlava addirittura di comperare degli sciacquabocca per il dessert. Tutto
questo contribuiva a procurare a Bovary una maggiore considerazione.
Charles si sentiva ora più importante perché possedeva una donna simile.
Mostrava con orgoglio due schizzi a matita disegnati da sua moglie; li aveva
fatti montare con una larga cornice e appesi in salotto a lunghi cordoni verdi
contro la tappezzeria. All'uscita dalla messa lo si poteva vedere sulla porta di
casa con belle pantofole ricamate. Rientrava tardi, la sera; alle dieci,
talvolta a mezzanotte. Non aveva ancora cenato, e siccome la governante era già
andato a letto a quell'ora, lo serviva Emma. Charles, per mangiare più comodo,
si toglieva la giacca. Elencava, una dopo l'altra, tutte le persone che aveva
incontrato, i paesi dove si era recato, le ricette che aveva prescritto,
soddisfatto di sé; mangiava la carne con le cipolle avanzata, toglieva la crosta
al formaggio, sgranocchiava una mela, vuotava la bottiglia, poi se ne andava a
letto e, supino, cominciava a russare.
Aveva sempre portato una berretta da notte di cotone e adesso il fazzoletto di
seta gli scivolava via dagli orecchi; si svegliava al mattino con i capelli che
gli spiovevano sulla faccia, imbiancati dai piumini sfuggiti dal guanciale
slacciatosi durante la notte. Portava sempre robusti stivali, con due grosse
pieghe al collo del piede che scendevano oblique lungo le caviglie mentre il
resto della tomaia era diritto e teso come se fosse sostenuto da una forma di
legno. Asseriva che andavano benissimo per la campagna.
La madre approvava le sue economie. Veniva infatti a trovarlo, come sempre,
allorché in casa sua era scoppiata qualche burrasca più violenta del solito.
Nutriva una certa prevenzione contro la nuora. La trovava troppo raffinata per
la loro posizione finanziaria; la legna, lo zucchero e le candele si consumavano
come in un palazzo e la quantità di carbonella che si bruciava in cucina sarebbe
bastata per cucinare venticinque piatti. Le insegnava a riporre la biancheria
negli armadi e a sorvegliare il macellaio quando portava la carne. Emma
accettava queste lezioni e la suocera le prodigava senza risparmio. Gli
appellativi 'figlia mia' e 'mamma' si incrociavano per tutto il giorno,
accompagnati da piccoli fremiti delle labbra che pronunciavano parole dolci con
voce tremante di collera. Ai tempi della signora Dubuc, la vecchia Bovary si
sentiva la preferita nel cuore del figlio; ma ora l'amore di Charles per Emma le
sembrava un tradimento alla sua tenerezza, un'invasione di ciò che le
apparteneva. Considerava la felicità di suo figlio con un silenzio triste, come
chi, caduto in rovina, si trovi a guardare, attraverso i vetri, estranei a
tavola nella sua antica dimora. Rammentava a Charles, quando era in vena di
rievocazioni, le proprie pene e i sacrifici sopportati, paragonandoli alla
negligenza di Emma, perveniva alla conclusione che non era davvero il caso di
adorarla in modo così esclusivo.
Charles non sapeva che cosa rispondere; rispettava la madre e amava
profondamente la moglie. Considerava infallibile il giudizio dell'una e
irreprensibile il comportamento dell'altra.
Quando la madre non era più con loro, azzardava timidamente, e negli stessi
termini, qualcuna delle più innocenti osservazioni che le aveva sentito fare. A
Emma bastava una parola per dimostrargli che si sbagliava e per rispedirlo ai
suoi malati.
Intanto, seguendo le teorie nelle quali credeva, ella cercò di crearsi l'amore.
In giardino, al chiaro di luna, recitava tutte le rime amorose che sapeva a
memoria e sospirava romanze malinconiche, ma non sentiva agitarsi dentro di sé
nessuna passione, e Charles non sembrava né scosso né più innamorato.
Dopo aver tentato invano di far sprizzare la divina scintilla stuzzicando
l'acciarino del suo cuore, e, del resto, del tutto incapace di comprendere
quanto non provava come di credere a quanto non si manifestasse nelle forme
tradizionali, non faticò a convincersi che la passione di Charles non era
affatto qualcosa di grande.
Le sue espansioni avevano preso un ritmo regolare; la baciava a orari fissi. Era
un'abitudine come le altre. Era come un dessert già previsto dopo un monotono
pranzo.
Un guardacaccia guarito da una pleurite le aveva regalato una cuccioletta di
levriero italiana; Emma la portava con sé, nelle sue passeggiate, poiché
talvolta usciva, per avere qualche momento di solitudine e per togliersi di
davanti agli occhi l'eterno giardino o la strada polverosa.
Arrivava di solito fino al boschetto di faggi, e raggiungeva la casetta
abbandonata che si trovava nell'angolo del muro di cinta, dalla parte della
campagna. Nel fossato di confine, fra l'erba, crescevano lunghe canne dalle
foglie taglienti.
Cominciava con il guardarsi intorno per vedere se qualcosa fosse cambiato
dall'ultima volta che era venuta. Ritrovava allo stesso posto le digitali, i
radicchi, i ciuffi di ortiche intorno ai grossi ciottoli, e le macchie dei
licheni sulle persiane delle tre finestre, sempre chiuse, che marcivano
infradicite sopra le sbarre di ferro coperte di ruggine. I pensieri di Emma,
dapprima imprecisi, vagabondavano a caso, come la cagnolina, che percorreva
cerchi nei campi abbaiando alle farfalle gialline e dava la caccia ai topiragno
addentando i papaveri al limitare di un campo di grano. A poco a poco le idee si
delineavano, e, seduta sull'erba, frugandola piano con il puntale
dell'ombrellino, Emma si domandava ripetutamente:
"Perché, buon Dio, mi sono sposata?"
Diceva a se stessa che se le cose fossero andate diversamente avrebbe forse
avuto modo di incontrare un altro uomo; e cercava di immaginare come sarebbero
potuti essere questi avvenimenti non verificatisi, come sarebbe stata questa
esistenza diversa, questo marito che non aveva conosciuto. Non tutti gli uomini,
infatti, erano uguali a quello che aveva sposato. Sarebbe potuto essere bello,
intelligente, distinto, attraente, proprio come dovevano esserlo i mariti delle
sue ex compagne di collegio. Che cosa facevano loro, in questo momento? Nelle
città ove le strade sono piene di rumore, con il chiasso dei teatri, gli
splendori dei balli, potevano condurre un'esistenza nella quale il cuore si
rallegra e i sensi si aprono. E invece la sua vita era fredda come un granaio
con la finestra esposta a nord e in essa la noia, simile a un ragno silenzioso,
filava ragnatele nell'ombra in tutti gli angoli del suo cuore. Rammentava i
giorni in cui venivano distribuiti i premi, quando saliva sul palco per
ricevere le piccole corone. Era assai graziosa, con i capelli raccolti in una
treccia, l'abito bianco e le scarpette scollate di stoffa bruna; e, quando
ritornava al suo posto, gli uomini si chinavano verso di lei per farle
complimenti. Il cortile era pieno di carrozze, dai finestrini le facevano cenni
di saluto, il maestro di musica, passando con la custodia del violino sotto il
braccio, si chinava salutandola. Come tutto ciò era lontano, come era lontano!
Chiamava Djali, le faceva posare il muso sulle ginocchia, e, carezzandole la
lunga testa affusolata, le diceva:
«Avanti, da' un bacetto alla padrona, tu che non hai dispiaceri».
Poi, osservando l'aria malinconica dell'agile bestiola che sbadigliava
pigramente, si inteneriva e, paragonandola a se stessa, le parlava a voce alta,
come con una persona bisognosa di consolazione.
A volte si alzava un vento a raffiche, brezze marine che, superando d'un balzo
tutta la piantura della regione di Caux, portavano molto addentro nelle campagne
una frescura salmastra. Raso terra fischiavano fra i giunchi, rumoreggiavano con
un rapido fruscio fra le foglie dei faggi, mentre le cime di questi alberi
continuavano il loro maestoso mormorio dondolandosi senza posa. Emma si
stringeva addosso lo scialle e si alzava.
Nel viale, una luce verde, attenuata dal fogliame, illuminava il musco rasato
che scricchiolava dolcemente sotto i suoi passi. Il sole era al tramonto, il
cielo rosseggiava fra i rami, e i tronchi tutti eguali e ben allineati
somigliavano a un colonnato scuro contro un fondale d'oro; Emma si sentiva presa
da un vago sgomento, chiamava Djali, e tornava svelta a Tostes, seguendo la via
maestra. A casa, sprofondava in una poltrona e per tutta la sera non apriva più
bocca.
Ma, verso la fine di settembre, nella sua vita accadde qualcosa di
straordinario: fu invitata alla Vaubyessard, dal marchese di Andervilliers.
Segretario di Stato sotto la Restaurazione, il marchese cercava di tornare
all'attività politica e si preparava da molto tempo a presentare la propria
candidatura alla Camera dei deputati. D'inverno faceva molte distribuzioni di
legna e, al Consiglio Generale, reclamava con gran foga nuove strade per il suo
distretto.
Nel periodo più caldo dell'estate, aveva sofferto di un ascesso in bocca, dal
quale Charles l'aveva liberato, come per miracolo, con un preciso colpo di
bisturi. L'amministratore del marchese, mandato a Tostes per pagare
l'operazione, raccontò al suo ritorno, la sera, di avere visto ciliegie
magnifiche nel giardino del medico. Ora, poiché i ciliegi della Vaubyessard
crescevano stenti, il marchese fece chiedere a Bovary qualche ramoscello per
innestarli e in seguito si fece un dovere di andare di persona a ringraziarlo.
Vide Emma e ne trovò l'aspetto assai grazioso, i modi tutt'altro che
provinciali; tanto che al castello non si ritenne di eccedere in condiscendenza
né di fare uno sgarbo a nessuno invitando la giovane coppia.
Un mercoledì alle tre, il signore e la signora Bovary salirono sul loro
carrozzino, e si partirono per la Vaubyessard. Dietro la vettura era stato
sistemato un grande baule, davanti, sul grembialino, v'era una cappelliera, e
Charles teneva fra le gambe una scatola di cartone.
Giunsero a destinazione al calar della notte, mentre incominciavano ad accendere
i lampioni del parco per illuminare la via alle carrozze.
VIII
Il castello, una costruzione moderna, all'italiana, con due ale che si
protendevano in avanti e tre scaloni, si ergeva in fondo a un immenso prato nel
quale pascolavano alcune mucche fra gruppi di grandi alberi distanziati fra
loro. Arbusti a cespuglio, rododendri, siringhe, palle di neve, gonfiavano i
loro irregolari ciuffi di vegetazione sulla linea curva del sentiero cosparso di
sabbia. Un fiumicello scorreva sotto un ponte; in mezzo alla bruma si
intravedevano alcune capanne dal tetto di paglia sparse qua e là sulla distesa
erbosa che saliva sui due fianchi in dolci pendii coperti di boschi. Dietro, nel
fitto, v'erano, su due file parallele, le rimesse e le scuderie, ultimi resti
dell'antico castello demolito.
Il carrozzino di Charles si fermò davanti allo scalone centrale: comparvero
alcuni domestici e il marchese si fece avanti offrendo il braccio alla moglie
del medico ed entrò con lei nel vestibolo.
Questo locale era pavimentato con lastre di marmo e aveva un altissimo soffitto,
tanto che i passi e le voci vi risonavano come in chiesa. Di fronte saliva uno
scalone diritto, a sinistra una galleria, che dava sul giardino, conduceva alla
sala da biliardo, dalla porta aperta della quale proveniva il suono prodotto dal
cozzare delle biglie d'avorio. Quando Emma l'attraversò per andare nel salone,
vide, intenti al gioco, uomini dal viso grave, con il mento affondato nelle alte
cravatte, tutti con i segni delle onorificenze ricevute, i quali sorridevano
silenziosamente usando le stecche. Sul rivestimento di legno scuro delle pareti,
grandi quadri ostentavano nella parte bassa delle cornici dorate nomi scritti in
caratteri neri. Vi lesse: Jean-Antoine d'Andervilliers d'Yvervonville, conte
di Vaubyessard e barone della Fresnay, caduto nella battaglia di Coutras il 20
ottobre 1587. E, su un altro: Jean-Antoine Henry-Guy d'Andervilliers
della Vaubyessard, ammiraglio di Francia e cavaliere dell'Ordine di San Michele,
ferito nel combattimento della Hougue-Saint-Vaast il 29 maggio 1692, morto alla
Vaubyessard il 23 gennaio 1693. Riuscì a distinguere a malapena gli altri
perché la luce delle lampade, concentrata sul tappeto verde del biliardo,
lasciava in ombra il resto della stanza. Le tele orizzontali ne restavano
oscurate e su di esse l'ombra veniva spezzata da sottili aghi luminosi lungo le
screpolature della vernice. E in tutti quei grandi rettangoli neri incorniciati
d'oro, spiccavano, qua e là, soltanto le parti più chiare della pittura, una
fronte pallida, due occhi che fissavano la sala, parrucche fluenti su spalle
incipriate, abiti rossi, o la fibbia di una giarrettiera sopra un polpaccio
grassoccio.
Il marchese aprì la porta del salone; una delle signore si alzò (la marchesa in
persona), andò incontro a Emma, la fece sedere accanto a sé su un divanetto a
esse, e si mise a chiacchierare amichevolmente come se la conoscesse da
lunghissimo tempo.
Era una donna sulla quarantina, aveva belle spalle, un naso aquilino e la voce
strascicata; quella sera portava sui capelli castani una semplice acconciatura
di pizzo che ricadeva all'indietro in forma triangolare. Una giovane donna
bionda sedeva accanto a lei su una sedia dall'alta spalliera, accanto al
caminetto, alcuni uomini, tutti con un fiore all'occhiello, chiacchieravano con
delle signore.
La cena fu servita alle sette. Gli uomini, più numerosi, sedettero alla prima
tavola preparata nel vestibolo, le signore alla seconda, nella sala da pranzo,
con il marchese e la marchesa.
Entrando, Emma si sentì investita da una folata calda, nella quale si
mescolavano i profumi dei fiori, della bella biancheria, delle carni cucinate e
dei tartufi. Le candele dei candelabri si specchiavano come fiammelle allungate
nelle campane d'argento, i cristalli sfaccettati, velati da un vapore opaco, si
rimandavano pallidi raggi di luce lungo la tavola per tutta la lunghezza della
quale erano disposti in linea diritta mazzolini di fiori, e, nei piatti decorati
con una larga bordura, i tovaglioli piegati a forma di mitra avevano fra le due
pieghe un panino ovale. Le zampe rosse dei gamberi sporgevano dall'orlo dei
piatti; sul musco posto dentro cestini traforati grossi frutti erano disposti in
bell'ordine: dalle quaglie ancora sotto le loro piume si levavano volute di
fumo. Il maggiordomo, con le calze di seta, i pantaloni a coscia, la cravatta
bianca a fiocco, grave come un giudice, passava fra le spalle dei convitati i
piatti con le carni già tagliate in pezzi che, quando venivano scelti, egli
faceva cadere con un solo colpo di cucchiaio nel piatto del commensale. Una
statua di donna, avvolta fino al mento in drappeggi, guardava immobile la sala
piena di gente, dall'alto di una grossa stufa di maiolica orlata di ottone.
La signora Bovary notò che molte delle signore non avevano messo i guanti nel
bicchiere.
Seduto a capotavola, solo in mezzo alle signore, curvo sul piatto e con il
tovagliolo annodato al collo come un bambino, un vecchio mangiava sbrodolandosi
con i sughi delle vivande. Aveva gli occhi infiammati e portava il codino
annodato con un sottile nastro nero. Era il suocero del marchese, il vecchio
duca di Laverdère, il quale, si diceva, aveva goduto i favori del conte d'Artois
più d'ogni altro, al tempo delle partite di caccia al Vaudreil, presso il
marchese di Conflans, ed era stato l'amante della regina Maria Antonietta fra de
Coigny e de Lauzun. Aveva condotto una vita clamorosa e debosciata, piena di
duelli, di scommesse, di donne rapite, dilapidando la sua fortuna e gettando
nella costernazione l'intera famiglia. Un domestico, in piedi dietro la
seggiola, gli nominava ad alta voce nell'orecchio i piatti che lui gli indicava
con il dito, balbettando qualcosa. Lo sguardo di Emma era irresistibilmente
attratto da questo vegliardo dalle labbra cascanti, come da qualcosa di
straordinario e di augusto: egli aveva vissuto a corte e si era coricato in
letti di regine.
Venne servito lo champagne ghiacciato. A Emma corse un fremito sulla pelle
quando ne sentì il gelo sulle labbra. Non aveva mai visto le melagrane né
assaggiato l'ananasso. Anche lo zucchero le sembrò più fine e più bianco di
com'era abituata a vederlo.
Terminata la cena, le signore salirono nelle loro stanze per prepararsi al
ballo. Emma si agghindò con la scrupolosa attenzione di un'attrice al suo
debutto. Pettinò i capelli come le era stato consigliato dal parrucchiere, poi
indossò una veste di lana leggera che aveva disteso sul letto. I pantaloni di
Charles avevano la cintura troppo stretta.
«Le staffe mi daranno fastidio, per ballare» egli disse.
«Ballare?» domandò Emma.
«Sì!»
«Ma hai perso la testa? Vuoi renderti ridicolo? Rimani a sedere. È più dignitoso
per un medico» soggiunse.
Charles tacque. Camminava su e giù, aspettando che Emma fosse pronta.
Standole alle spalle la vedeva nello specchio, fra due candelabri. Gli occhi
neri parevano più fondi ancora. I capelli, dolcemente rigonfi sugli orecchi,
splendevano di riflessi azzurri. Sui petali di una rosa dal gambo sottile,
infilata nello chignon, tremolavano gocce di rugiada spruzzatevi ad arte.
Indossava un abito di un color zafferano chiaro, drappeggiato da tre mazzi di
roselline circondate di foglie verdi.
Charles fece per baciarla su una spalla.
«Lasciami,» disse Emma «mi sciupi il vestito».
Un ritornello eseguito da un violino giunse fino a loro insieme con il suono di
un corno. Emma discese lo scalone facendo uno sforzo per non correre.
Le danze erano cominciate con una quadriglia. Stava arrivando gente. C'era
ressa. Ella sedette su una panchetta vicino alla porta.
Quando la contraddanza ebbe termine, il centro della sala rimase vuoto per i
gruppi di uomini che chiacchieravano in piedi e per i domestici in livrea che
giravano con grandi vassoi. Le signore, sedute in fila, agitavano i ventagli
dipinti, nascondevano a metà i sorrisi dietro i loro bouquet e facevano
circolare con gesti graziosi i flaconcini dal tappo d'oro fra le mani strette
nei guanti bianchi che rivelavano la forma delle unghie e serravano i polsi. Le
guarnizioni di pizzo fremevano sui corsetti, le spille di diamanti scintillavano
sui petti, i braccialetti a ciondoli tintinnavano sulle braccia nude. Le
pettinature aderenti sulla fronte e raccolte in chignon sulla nuca, erano ornate
da coroncine, grappoli o ramoscelli di non ti scordar di me, di gelsomini, di
fiori di melograno, spighe e fiordalisi. Tranquille, al proprio posto, madri dal
viso arcigno sfoggiavano turbanti rossi.
Emma aveva un po' di batticuore quando, mentre il suo cavaliere la teneva per la
punta delle dita, si allineò con gli altri in attesa del colpo di archetto che
dava inizio alla danza. Ben presto l'emozione svanì. Ondeggiando al ritmo
dell'orchestra scivolò in avanti movendo lievemente il capo. Mentre ascoltava i
virtuosismi del violino che di tanto in tanto sonava un a solo quando gli altri
strumenti tacevano, un sorriso le salì alle labbra; in questi istanti era
possibile udire il suono prodotto dai luigi d'oro che si rovesciavano sul
tappeto verde della vicina sala da gioco. Poi, con uno squillo sonoro della
cornetta, tutta l'orchestra riprendeva a suonare. I piedi segnavano ancora una
volta il ritmo, le gonne si gonfiavano e frusciavano, le mani si stringevano e
si lasciavano, gli occhi, che un momento prima si erano abbassati, si rialzavano
e fissavano altri occhi.
Alcuni uomini, una quindicina, di un'età che andava dai venticinque ai
quarant'anni, sparsi fra i cavalieri o fra coloro che chiacchieravano sulla
soglia delle porte, si facevano notare nella folla, per una certa qual aria di
famiglia, evidente a prescindere dall'età, dall'abbigliamento o dalla
fisionomia.
Gli abiti di queste persone, di ottimo taglio, sembravano fatti di un panno più
morbido; i capelli, ondulati sulle tempie, trattati con lozioni più fini.
Avevano il colorito della ricchezza, quella carnagione bianca che prende risalto
dal colore delle porcellane, dalla lucentezza delle sete, dalle vernici dei
mobili di pregio, e che si mantiene tale attraverso un regime moderato, ma fatto
di cibi squisiti. Le cravatte basse indossate da queste persone consentivano
loro di muovere il capo a proprio agio. I lunghi favoriti ricadevano su colletti
rovesciati e questi gentiluomini solevano asciugarsi le labbra usando fazzoletti
ricamati con grandi cifre e profumati con essenze soavi. Quelli di loro che
cominciavano a invecchiare mantenevano un aspetto giovanile, mentre un'aria
matura traspariva dalle fattezze dei giovani. Nei loro sguardi indifferenti
aleggiava la tranquillità delle passioni sempre soddisfatte, e attraverso le
maniere piacevoli traspariva quella particolare durezza che deriva dal dominio
delle cose non del tutto facili, in cui la forza si esercita o la vanità si
diverte: la doma dei cavalli di razza o l'amicizia delle donne perdute.
A pochi passi da Emma, un gentiluomo in abito blu parlava dell'Italia con una
giovane fanciulla pallida ingioiellata di perle. Magnificavano l'imponenza del
colonnato di San Pietro, Tivoli, il Vesuvio, Castellamare e le Cascine, le rose
di Genova e il Colosseo al chiaro di luna. Con l'altro orecchio, Emma ascoltava
una conversazione piena di parole per lei incomprensibili. C'era ressa intorno a
un giovanotto che aveva battuto, la settimana precedente, Miss Arabelle e
Romulus, e aveva guadagnato duemila luigi saltando un fosso in Inghilterra. Uno
si lamentava dei suoi cavalli da corsa che ingrassavano, un altro degli errori
di stampa che avevano snaturato il nome del suo puledro.
L'aria nella sala da ballo era divenuta greve; la luce dei lampadari si
affievoliva. Molti invitati andavano ad affollare la sala del biliardo. Un
domestico salì su una sedia e ruppe due vetri; il rumore del cristallo in
frantumi fece volgere il capo alla signora Bovary che vide, attraverso le
vetrate, i volti curiosi dei contadini. Questo le ricordò i Bertaux. Rivide la
fattoria, lo stagno melmoso, suo padre con il camiciotto nel frutteto, e lei
stessa nell'atto di scremare, come faceva un tempo, con un dito, le ciotole di
latte nella latteria. Ma nello sfolgorio dell'attuale realtà, la vita di un
tempo, così nitida nel ricordo fino a un attimo prima, si dissolveva senza
lasciar tracce, tanto da farle dubitare di averla davvero vissuta. Era qui:
oltre i confini della sala da ballo non esistevano che le tenebre, avvolgenti
tutto il resto. Stava gustando un gelato al maraschino; lo reggeva con la mano
sinistra in una conchiglia dorata e lo assaporava con gli occhi socchiusi.
Vicino a lei, una signora lasciò cadere il ventaglio, mentre passava uno dei
ballerini.
«Sarebbe così gentile, signore,» disse la dama «da volermi raccogliere il
ventaglio? Mi è caduto dietro il divano.»
Il giovanotto si chinò e, mentre faceva il gesto di tendere il braccio, Emma
vide la mano della giovane signora gettargli nel cappello qualcosa di bianco,
piegato a triangolo. Egli raccolse il ventaglio, lo porse rispettosamente alla
dama che ringraziò con un cenno del capo e prese ad aspirare il profumo del suo
bouquet.
Dopo la cena, nel corso della quale erano stati serviti molti vini spagnoli e
del Reno, zuppe di frutti di mare e di latte di mandorle, pudding alla
Trafalgar e ogni sorta di carni fredde circondate da gelatine tremolanti nei
piatti, le carrozze, una dopo l'altra, cominciarono ad andarsene. Scostando un
angolo delle tende di mussolina si vedevano le luci delle loro lanterne
scivolare nel buio. I divani restarono vuoti; soltanto qualche giocatore si
tratteneva ancora intorno ai tavoli. I musicisti si rinfrescavano la punta delle
dita umettandole di saliva; Charles era mezzo addormentato, con la schiena
appoggiata contro una porta.
Alle tre del mattino incominciò il cotillon. Emma non sapeva ballare il valzer.
Tutte le altre signore lo ballavano, anche la signorina d'Andervilliers e la
marchesa; erano rimasti soltanto gli ospiti che dormivano al castello, una
dozzina di persone circa.
Ciò nonostante uno dei ballerini, che tutti chiamavano familiarmente Visconte e
che indossava un panciotto molto aperto e assai ben tagliato, invitò per la
seconda volta la signora Bovary, assicurandole che avrebbe pensato lui a
guidarla e che lei se la sarebbe cavata benissimo.
Cominciarono a ballare, adagio, e poi sempre più in fretta, giravano e tutto
girava intorno a loro, le lampade, i mobili, le pareti, il pavimento, come un
disco su un perno. Quando passavano vicino alle porte, l'orlo della gonna di
Emma si avvolgeva intorno ai pantaloni del suo cavaliere, le loro gambe si
incrociavano; egli abbassava lo sguardo su di lei, e incontrava i suoi occhi;
una improvvisa stanchezza la prese e la costrinse a fermarsi. Ricominciarono a
ballare; trascinandola con un ritmo sempre più rapido, il visconte disparve con
lei in fondo alla galleria, ove Emma, ansimante, si sentì cadere e per un attimo
appoggiò il capo alla spalla di lui. Poi sempre girando, ma più lentamente, egli
la condusse al suo posto; Emma si abbandonò contro la parete e si coprì gli
occhi con una mano.
Quando li riaprì, al centro del salone, seduta su uno sgabello, si trovava una
dama e ai suoi piedi erano inginocchiati tre cavalieri. Ella scelse il Visconte
e il violino riprese a suonare.
Tutti li guardavano. Passavano e ripassavano, lei con il busto diritto e fermo,
il capo reclinato, lui sempre nella stessa posa, la figura inarcata, il braccio
ben incurvato, il mento proteso. Quella sì, era una brava ballerina!
Continuarono a lungo e stancarono tutti gli altri.
Vi fu ancora qualche breve conversazione, poi, dopo i saluti, o meglio, il
buongiorno, gli ospiti del castello andarono a dormire.
Charles si trascinò per le scale, affermando di sentirsi le gambe che
rientravano nel corpo. Aveva passato cinque ore di seguito sempre in piedi
accanto a un tavolo, a osservare i giocatori di whist, senza capirci
niente. Tirò un gran sospiro di sollievo quando poté togliersi le scarpe.
Emma si gettò uno scialle sulle spalle, aprì la finestra e si affacciò.
La notte era buia. Cadeva qualche goccia di pioggia. Aspirò il vento umido che
le rinfrescava le palpebre. Negli orecchie le risonava ancora la musica del
ballo ed ella faceva uno sforzo per tenersi sveglia e prolungare in questo modo
l'illusione di quella vita lussuosa che avrebbe dovuto abbandonare così presto.
Albeggiava. Emma guardò a lungo le finestre del castello, cercando di indovinare
dietro quali di esse si trovassero le camere di coloro che più l'avevano colpita
durante la festa. Avrebbe voluto conoscere le loro vite, farne parte,
confondervisi.
Rabbrividiva di freddo. Si spogliò e si rannicchiò sotto le coperte contro
Charles che dormiva.
A colazione v'era molta gente. Il pasto durò dieci minuti, e non vennero serviti
liquori, cosa che stupì il medico. Poi la signorina d'Andervilliers raccolse in
un panierino i pezzetti di ciambella per portarli ai cigni del laghetto e tutti
andarono a passeggiare nelle serre, ove le piante più strane, irte di peli,
erano disposte in piramidi sotto i vasi appesi simili a nidi di serpenti troppo
gremiti, e dai quali traboccavano lunghi cordoni verdi attorcigliati. In fondo,
la serra degli aranci conduceva fino ai locali di servizio del castello. Il
marchese, per divertire la giovane ospite, l'accompagnò a visitare le scuderie.
Sopra le mangiatoie a forme di cesta, su piccole targhe di porcellana, stava
scritto in nero il nome dei cavalli. Ogni animale si agitava nel suo stallo
quando qualcuno gli passava vicino facendo schioccare la lingua. Il pavimento
della selleria era lucido come quello di un salone. Nel mezzo, su due colonne
girevoli, erano appesi i finimenti per le carrozze, mentre sulle pareti si
trovavano disposti in bell'ordine i morsi, gli speroni, le fruste, i barbazzali.
Charles aveva intanto pregato un domestico di preparargli un carrozzino. Glielo
portarono davanti allo scalone e, non appena tutti i pacchi furono sistemati, i
Bovary presentarono i loro omaggi al marchese e alla marchesa e ripartirono per
Tostes.
Emma, silenziosa, guardava girare le ruote. Charles, seduto a un'estremità del
sedile, guidava con le braccia in fuori il piccolo cavallo che trottava
all'ambio fra le stanghe troppo larghe per lui. Le redini lente gli battevano
sulla groppa e si inzuppavano di sudore e il baule, sistemato dietro, batteva
contro il carrozzino colpi violenti a intervalli regolari.
Erano arrivati alle colline di Thibourville, quando incrociarono alcuni
cavalieri che ridevano e fumavano sigari. Emma credette di riconoscere il
Visconte; si voltò, ma non le riuscì di scorgere altro se non, lontano
all'orizzonte, l'altalenare delle teste al ritmo ineguale del trotto o del
galoppo.
Un quarto di miglio più avanti furono costretti a fermarsi per aggiustare con un
po' di corda l'imbracatura che si era rotta.
Charles diede un'ultima occhiata ai finimenti, e vide qualcosa in terra, fra le
gambe del cavallo; lo raccolse: si trattava di un portasigari ricamato, di seta
verde, con uno stemma al centro, come la portiera di una carrozza.
«Ci sono anche due sigari dentro» disse. «Andranno bene per questa sera, dopo
cena.»
«Ma tu fumi?» domandò Emma.
«Qualche volta, quando mi capita.»
Si mise in tasca l'oggetto e frustò il cavallino.
Quando giunsero a casa, il pranzo non era ancora pronto. La signora andò in
collera. Nastasie rispose con insolenza.
«Se ne vada! Questo è prendere in giro, lei è licenziata!»
Il pranzo consistette in una zuppa di cipolle e in un pezzo di vitello
all'acetosella. Charles, seduto di fronte a Emma, fregandosi le mani con aria
soddisfatta, disse:
«Com'è piacevole ritrovarsi a casa propria!»
Dalla cucina giungevano i singhiozzi di Nastasie. Charles era affezionato a
questa povera donna, che si era occupata di lui e gli aveva tenuto compagnia per
tante sere nell'inerzia della sua vedovanza. Era la sua prima paziente, la prima
persona che aveva conosciuto a Tostes.
«Ma l'hai licenziata sul serio?» domandò infine.
«Sì, chi me lo impedisce?» rispose Emma.
Poi, mentre veniva preparata la camera da letto, andarono a scaldarsi in cucina.
Charles si mise a fumare. Fumava sporgendo le labbra, sputando ogni minuto e
allontanando il fumo a ogni boccata con la mano.
«Ti farà male» disse Emma sdegnosamente.
Charles posò il sigaro e corse a bere un bicchiere d'acqua fredda alla pompa.
Emma afferrò il portasigari e lo gettò in fretta in fondo a un cassetto.
L'indomani fu una giornata interminabile. Emma passeggiò nel giardino, su e giù
sempre per gli stessi vialetti, fermandosi davanti alle aiuole, alle spalliere,
al curato di gesso, guardando sbalordita tutte queste vecchie cose che conosceva
tanto bene. Come le sembrava lontana la festa al castello! Che cos'era a far
sembrare tanto distanti il mattino dell'altro ieri e la sera di oggi? La gita
alla Vaubyessard aveva aperto una voragine nella sua vita, un crepaccio come
quelli che in una sola notte gli uragani riescono a scavare nei fianchi delle
montagne. Ma era rassegnata: chiuse religiosamente nel cassettone il suo
bell'abito da sera e le scarpine di raso alle quali la cera che rendeva lustro
il pavimento del salone aveva ingiallito le suole. Anche al suo cuore era
accaduto qualcosa di simile: sfiorato dal lusso si era velato di un non so che
d'impalpabile e d'indelebile.
Ricordare il ballo fu una delle occupazioni di Emma: ogni mercoledì,
svegliandosi si diceva: "Ah! Otto giorni fa... quindici giorni fa... tre
settimane fa ero laggiù!" A poco a poco le fisionomie le si confusero nella
memoria; dimenticò i motivi delle danze, non ricordò più con tanta chiarezza le
livree o i saloni, i particolari svanirono, ma il rimpianto non l'abbandonò.
IX
Spesso, quando Charles era fuori, Emma andava a prendere nell'armadio, fra le
pieghe della biancheria dove lo aveva nascosto, il portasigari di seta verde.
Lo guardava, lo apriva e ne aspirava l'odore della fodera, un misto di verbena e
di tabacco. Di chi era? Del Visconte. Un regalo della sua amante, forse.
L'avevano ricamato su un telaio di palissandro, piccola suppellettile facilmente
occultabile, e questo lavoro aveva tenuto occupata per lunghe ore una pensosa
ricamatrice che su di esso aveva reclinato i morbidi riccioli. Un soffio d'amore
era passato fra i fili del canovaccio: ogni punto aveva fermato una speranza o
un ricordo, e tutti i fili di seta intersecantisi rappresentavano l'insieme di
una stessa silenziosa passione. E poi, un mattino, il Visconte l'aveva portato
con sé. Di che cosa avevano parlato, mentre esso era posato sulla larga mensola
del caminetto fra i vasi di fiori e la pendola Pompadour? Emma in quel momento
si trovava a Tostes. Il visconte a Parigi. Così lontano. Com'era Parigi? Che
nome pieno di smisurate promesse! Le piaceva ripeterlo a mezza voce; le risonava
negli orecchi come lo scampanio di una cattedrale, fiammeggiava ai suoi occhi
perfino sulle etichette dei vasetti delle creme.
La notte, quando i pescivendoli, sui loro carretti, passavano sotto le sue
finestre cantando la Marjolaine, Emma si svegliava, ascoltava lo strepito
delle ruote cerchiate di ferro che si smorzava sulla terra battuta all'uscita
del villaggio e si diceva:
"Domani saranno laggiù!"
Li seguiva con il pensiero, mentre salivano e scendevano nel superare le
colline, mentre attraversavano i villaggi, mentre correvano sulla strada maestra
al chiarore delle stelle. Al termine di una distanza imprecisata v'era sempre
l'immagine confusa di una piazza ove il suo sogno aveva fine.
Comperò una piantina di Parigi: facendo scorrere la punta del dito sulla carta,
immaginava di fare lunghe passeggiate nella capitale. Risaliva i boulevard, si
fermava ad ogni angolo formato dalle linee delle strade, davanti ai quadratini
bianchi che rappresentavano le case. Alla fine aveva gli occhi stanchi: chiudeva
le palpebre e nel buio vedeva palpitare al vento le fiammelle dei lampioni a gas
o immaginava i predellini delle carrozze che ricadevano con gran fracasso
davanti ai colonnati dei teatri.
Si abbonò a un giornale femminile, il Cestino, e allo Spirito dei
salotti. Divorava, senza lasciarsi sfuggire nulla, tutte le cronache delle
prime, delle corse, delle serate, si interessava al debutto di una cantante o
all'apertura di un negozio. Si teneva al corrente con la moda, conosceva gli
indirizzi dei buoni sarti, i giorni in cui il bel mondo andava al Bois o
all'Opéra. Studiò gli arredamenti descritti da Eugène Sue, lesse Balzac e George
Sand, cercando in queste letture un immaginario soddisfacimento alle proprie
brame. Portava i libri anche a tavola e li sfogliava mentre suo marito,
mangiando, cercava di conversare. Il ricordo del Visconte veniva rinnovato di
continuo dalle letture. Emma scopriva somiglianze tra lui e i personaggi
inventati. Ma il cerchio del quale egli era il centro, a poco a poco si
allargava e l'alone che lo circondava andava espandendosi intorno alla sua
figura per illuminare altri sogni.
Parigi, più vasta di un oceano, scintillava dunque agli occhi di Emma, avvolta
da un'atmosfera purpurea. I molteplici aspetti della vita che si agitava in quel
tumulto erano però ben suddivisi e classificati in quadri distinti. Emma ne
prendeva in considerazione soltanto due o tre, i quali finivano per cancellare
tutti gli altri e per rappresentare da soli l'intera umanità. L'ambiente nel
quale si movevano gli ambasciatori erano i saloni dai pavimenti lucidi, dalle
pareti rivestite di specchi, in mezzo ai quali si trovavano tavole ovali
ricoperte da tappeti di velluto con la frangia d'oro. Non mancavano gli abiti a
strascico, i grandi misteri, le angosce dissimulate da un sorriso. Veniva poi il
mondo delle duchesse: qui tutti erano pallidi, si alzavano alle quattro del
pomeriggio, le donne, povere care!, portavano sottovesti dall'orlo ricamato a
punto inglese, e gli uomini, dotati di insospettate capacità sotto un'apparenza
frivola, sfiancavano i loro cavalli in gite di piacere, trascorrevano le estati
a Baden, e, verso la quarantina, sposavano ricche ereditiere. Nei salottini dei
ristoranti dove si cena dopo mezzanotte, si divertiva, al lume della candele, la
folla eterogenea degli uomini di lettere e delle attrici. Creature prodighe come
re, piene di ambizioni idealizzate e di deliri fantastici. Conducevano
un'esistenza che si librava al di sopra di tutto fra cielo e terra, in mezzo
alle tempeste, qualcosa di veramente sublime. Quanto al resto degli uomini,
erano tutti nullità, senza una precisa ubicazione, quasi non esistessero
affatto. D'altronde, quanto più le cose erano vicine, tanto più i pensieri di
lei se ne allontanavano. Tutto ciò che le era prossimo in maniera immediata, la
campagna noiosa, i piccoli borghesi imbecilli, la banalità della vita, le
sembrava un'eccezione, un caso anormale in cui lei si trovava presa mentre, al
di là di ciò, si stendeva a perdita d'occhio lo sterminato paese della felicità
e delle passioni. Confondeva, nelle sue smanie, la sensualità del lusso con le
gioie più intime, l'eleganza delle abitudini con le delicatezze del sentimento.
Per l'amore, come per le piante esotiche, non era forse indispensabile un
terreno adatto e una temperatura particolare? I sospiri al chiaro di luna, i
lunghi abbracci, le lacrime che scorrono sulle mani abbandonate, gli ardori
della carne e i languori della tenerezza non possono quindi andare separati dai
balconi dei grandi castelli pieni di comodità, dai boudoir dalle tende di
seta e dagli spessi tappeti, dalle giardiniere fiorite, dai letti troneggianti
sopra un piedistallo né dallo scintillio delle pietre preziose e dai galloni
delle livree.
Lo stalliere che ogni mattina veniva a strigliare la cavalla attraversava il
corridoio con i piedi nudi entro grossi zoccoli e con indosso un lacero
camiciotto. Era questo il valletto dai calzoni a coscia del quale ci si doveva
accontentare! Quando aveva finito il suo lavoro, se ne andava e non tornava più
per tutta la giornata; Charles infatti, appena rientrava, portava lui stesso la
bestia nella scuderia, le toglieva la sella, le metteva la cavezza, mentre la
domestica portava un fascio di fieno e lo gettava in qualche modo nella greppia.
Per sostituire Nastasie (era infatti andata via da Tostes versando fiumi di
lacrime) Emma prese al suo servizio una ragazzetta di quattordici anni, orfana e
dall'aria mite. Non le permise di portare cuffie di cotone, le insegnò a
rivolgersi alla gente usando la terza persona, a portare un bicchiere d'acqua
sul vassoio, a bussare alle porte prima di entrare, a stirare, inamidare e a
vestirla, cercò di farne, insomma, la sua cameriera. La nuova domestica obbediva
senza brontolare per non essere licenziata; e siccome la signora, di solito, non
toglieva la chiave dalla credenza, Félicité, ogni sera, faceva una piccola
provvista di zucchero e se lo mangiava tutta sola a letto dopo aver recitato le
preghiere. Qualche volta, nel pomeriggio, andava dirimpetto a casa a
chiacchierare con i postiglioni, mentre la signora era di sopra in camera sua.
Emma indossava una vestaglia molto aperta sul davanti, con il collo a scialle
che lasciava scorgere una camicetta plissettata e con tre bottoni d'oro. Un
cordone con grosse nappine le serviva da cintura e le pantofoline color granato
avevano un ciuffo di nastro alto che si allargava fin sul collo del piede. Si
era comperata un sottomano, un blocco di carta da lettere, un portapenne, e
delle buste benché non avesse nessuno con cui corrispondere; spolverava il suo
scaffale, si guardava nello specchio, prendeva un libro, poi lo lasciava cadere
sulle ginocchia seguendo un sogno scaturito fra una riga e l'altra. Aveva voglia
di viaggiare o di tornare in collegio. Desiderava al contempo morire e andare ad
abitare a Parigi.
Con qualunque maltempo, con la pioggia o con la neve, Charles continuava a
cavalcare per le strade di campagna. Mangiava la frittata insieme con i
contadini, si trovava costretto a infilare il braccio in letti bagnati, a
ricevere in viso il getto tiepido dei salassi, ad ascoltare i rantoli, a
esaminare catini, a sollevare molta biancheria sporca, ma a casa, la sera, lo
aspettavano il fuoco fiammeggiante, la tavola apparecchiata, mobili
confortevoli, una moglie elegante, graziosa, che aveva un odore fresco, un
profumo che non si sapeva bene da dove venisse, quasi fosse la pelle di lei a
possederlo e a darlo anche ai suoi abiti.
Emma riusciva ad affascinarlo con innumerevoli raffinatezze: talvolta si
trattava di un nuovo modo di confezionare i piattini di carta per i candelieri,
oppure di una guarnizione diversa su un abito, o del nome esotico di una vivanda
assai semplice, che la domestica non aveva saputo cucinare, ma che Charles
ingoiava fino in fondo lo stesso, e con piacere.
Le capitò di vedere a Rouen alcune signore le quali portavano appeso
all'orologio un mazzetto di ciondoli; subito comperò dei ciondoli. Volle mettere
sul caminetto due grossi vasi di vetro azzurro e, qualche tempo dopo, una
scatola da lavoro in avorio con un ditale dorato. Meno Charles capiva queste
eleganze, più ne subiva il fascino. Esse aggiungevano qualcosa al piacere dei
sensi e alla dolcezza del focolare. Cospargevano di una polvere d'oro tutto il
modesto sentiero della sua vita.
Godeva buona salute, aveva un bel colorito, e la sua reputazione si era assai
ben consolidata. I contadini gli volevano un gran bene perché non era altezzoso.
Soleva accarezzare i bambini, non andava mai all'osteria e inoltre ispirava
fiducia per la sua moralità. Otteneva particolari successi nella cura delle
affezioni bronchiali e delle malattie di petto. Aveva una gran paura di mandare
il suo prossimo al Creatore e di conseguenza si limitava a prescrivere pozioni
calmanti, qualche emetico, un pediluvio o dei salassi. Non che la chirurgia gli
facesse paura, anzi salassava la gente con facilità, come se si fosse trattato
di cavalli e aveva una forza infernale nel cavare i denti.
Per tenersi al corrente, si abbonò all'Alveare medico, un giornale
nuovo di cui gli erano pervenuti i prospetti; lo leggeva, in parte, dopo cena,
ma il tepore della stanza, insieme con la fatica della digestione, facevano sì
che in capo a cinque minuti, fosse addormentato; rimaneva là, con il mento
appoggiato alle mani e i capelli arruffati come una criniera che arrivavano fino
al piede della lampada. Emma lo guardava e alzava le spalle. Perché non aveva
almeno per marito uno di quegli uomini accesi di taciturno fervore che lavorano
di notte in mezzo ai libri e che, giunti ai sessant'anni, l'età dei reumatismi,
portano finalmente una piccola spilla a forma di croce sull'abito nero di
cattivo taglio?
Emma avrebbe desiderato che il nome di Bovary, ora il suo nome, fosse illustre,
le sarebbe piaciuto vederlo nelle librerie, leggerlo nei giornali, noto in tutta
la Francia. Ma Charles non aveva ambizioni! Un medico di Yvetot, con il quale si
era trovato ultimamente per un consulto, lo aveva quasi mortificato addirittura
al capezzale del paziente e davanti a tutti i parenti riuniti. Quando Charles,
la sera, raccontò il fatto, Emma si accalorò molto contro il collega del marito.
Quest'ultimo fu intenerito dall'atteggiamento di sua moglie: la baciò sulla
fronte con gli occhi pieni di lacrime. Ma Emma era esasperata e piena di
vergogna, lo avrebbe preso volentieri a schiaffi. Andò nel corridoio, aprì la
finestra e rimase a respirare l'aria fresca per calmarsi.
«Che disgraziato! Povero disgraziato!» ripeteva, mordendosi le labbra.
Si sentiva sempre più irritata dal suo modo di comportarsi. Con il passare degli
anni Charles prendeva abitudini grossolane; alla fine del pranzo era solito
tagliuzzare i tappi delle bottiglie vuote; dopo aver mangiato si passava la
lingua sui denti. Sorbiva il brodo producendo gorgoglii chioccianti a ogni
cucchiaiata, e, poiché cominciava a ingrassare, gli occhi, già piccoli,
sembravano spostarsi verso le tempie, spinti verso l'alto dalle gote gonfie di
adipe.
A volte Emma gli ricacciava nel panciotto il bordo rosso delle maglie, gli
raddrizzava la cravatta o buttava via i guanti consumati che egli stava per
infilare. Ma non faceva questo per lui, bensì per se stessa, per una specie di
estensione del suo egoismo, di irritazione nervosa. Altre volte gli parlava di
ciò che aveva letto, un brano di un romanzo, una nuova commedia o l'ultimo
aneddoto sul gran mondo riportato dal giornale; dopotutto, Charles era qualcuno,
un orecchio sempre disposto ad ascoltare, un'approvazione sempre pronta. La
cagnolina stessa riceveva le sue confidenze ed ella ne avrebbe fatte anche ai
ceppi del caminetto e al bilanciere della pendola.
In fondo al cuore continuava a sperare che accadesse qualcosa di diverso. Come i
marinai in pericolo, volgeva sguardi disperati sulla solitudine della sua vita,
cercando di scorgere una vela bianca lontana fra le brume dell'orizzonte. Non
sapeva che cosa stava aspettando, quale vento avrebbe spinto verso di lei
l'avvenimento desiderato, a quale lido l'avrebbe fatta approdare, se si sarebbe
trattato di una scialuppa o di un vascello a tre ponti carico di angosce o pieno
di felicità fino ai boccaporti. Ogni mattino, al risveglio, sperava che ciò
avvenisse, proprio quel giorno, e ascoltava ogni rumore, si alzava di
soprassalto, e si stupiva che ancora non accadesse nulla; poi, al tramonto,
sempre più triste, desiderava di essere all'indomani.
Tornò la primavera. Emma provò a volte un senso di soffocamento, ai primi
calori, quando fiorirono i peri.
Fin dai primi giorni di luglio, cominciò a contare sulle dita quante settimane
mancavano per arrivare al mese di ottobre, nella speranza che il marchese di
Andervilliers forse avrebbe dato ancora un ballo alla Vaubyessard. Ma tutto il
mese di settembre trascorse senza che giungessero lettere o visite.
Dopo quella delusione, il suo cuore rimase vuoto ancora una volta, e la serie
delle giornate tutte uguali ricominciò.
Ormai si sarebbero susseguite dunque, così, tutte in fila, monotone, anonime, e
senza portare con sé proprio nulla? Le altre esistenze, per quanto piatte
fossero, avevano almeno la probabilità di un avvenimento imprevisto, e gli
avvenimenti imprevisti provocano talora peripezie senza fine, e tutto cambia.
Soltanto per lei non succedeva mai niente, Dio aveva voluto così! L'avvenire si
presentava come un corridoio nero in fondo al quale v'era una porta sprangata.
Non si interessò più di musica. Perché sonare? Chi l'avrebbe ascoltata? Dal
momento che non avrebbe mai potuto esibirsi con un abito di velluto con le
maniche corte, a un concerto, su un pianoforte Erard, facendo correre le dita
leggere sui tasti d'avorio, e sentire intorno a sé, circondarla come una brezza,
un mormorio estatico, non valeva la pena di annoiarsi a studiare. Lasciò in
fondo a un cassetto anche i fogli da disegno e i ricami. A che serviva? A che
serviva? E poi, cucire la innervosiva.
"Ho già letto tutto" si diceva.
E restava lì a far arroventare le molle nella brace del camino o a guardar
cadere la pioggia.
Che tristezza, la domenica, quando sonava il vespro! Ascoltava con una
concentrazione attonita battere a uno a uno i rintocchi sordi della campana. Sul
tetto un gatto camminava lentamente facendo la gobba, sotto i raggi di un
pallido sole. Il vento sollevava nugoli di polvere sulla strada maestra. Di
tanto in tanto, un cane lontano ululava: e la campana, a intervalli regolari,
continuava i suoi rintocchi monotoni che si perdevano nella campagna.
Intanto la gente usciva di chiesa. Le donne avevano gli zoccoli lucidati, i
contadini le bluse nuove, i bambini piccoli, senza cappello, saltellavano
davanti a loro; tutti si avviavano verso casa. E fino a notte cinque o sei
uomini, sempre gli stessi, restavano a giocare al turacciolo, davanti alla porta
dell'osteria.
Fu un inverno freddo. I vetri, la mattina, erano coperti da uno strato di gelo e
la luce che filtrava attraverso essi, biancastra come quella dei vetri
smerigliati, si manteneva talvolta uguale per tutta la giornata. Alle quattro
del pomeriggio bisognava già accendere il lume.
Nelle belle giornate, Emma scendeva in giardino. La brina aveva posato sui
cavoli merletti d'argento con lunghi fili chiari che andavano da un cespo
all'altro. Gli uccelli tacevano, tutto sembrava addormentato, la spalliera
coperta di paglia, e la vigna, simile a un grande serpente malato sotto la
sporgenza del muro, dove, avvicinandosi, era possibile scorgere i centopiedi
trascinarsi sulle innumerevoli gambe. In mezzo agli abeti nani, il curato con il
tricorno, che leggeva il breviario, aveva perduto il piede destro e il gesso,
sfaldandosi con il gelo, gli aveva coperto di croste bianche il viso.
Poi rientrava, chiudeva la porta, attizzava il fuoco e abbandonandosi al calore
del caminetto sentiva ripiombare su di sé, ancora più pesante, la noia.
Desiderava scendere in cucina a chiacchierare con la domestica, ma una specie di
pudore la tratteneva.
Tutti i giorni alla stessa ora il maestro di scuola, la berretta nera di seta
sul capo, apriva le imposte di casa sua e la guardia campestre passava con la
sciabola sul camiciotto. La sera e la mattina, i cavalli della posta, a tre a
tre, attraversavano la strada per andare a bere al fontanile. Di tanto in tanto
la campanella della porta di un'osteria tintinnava e quando c'era vento si
sentiva cigolare sui ganci che lo reggevano il catino d'ottone che serviva da
insegna alla bottega del barbiere. Questa bottega era decorata da una vecchia
illustrazione di un giornale di moda incollata contro un vetro e da una testa
femminile di cera dai capelli gialli. Anche il parrucchiere si lamentava della
sua vocazione soffocata, del suo avvenire rovinato, e sognava una bottega in
qualche grande città, come Rouen, per esempio, sul porto, vicino al teatro, e
intanto passeggiava su e giù tutto il giorno, fra la chiesa e il municipio,
imbronciato e in attesa di clientela. Quando la signora Bovary alzava gli occhi,
lo vedeva sempre là, come una sentinella, di guardia con la papalina di traverso
e una giacca di raso.
Nel pomeriggio, talvolta, dietro i vetri della sala, nella via, compariva una
testa d'uomo, dai favoriti neri e dal volto abbronzato, sul quale si stendeva
lentamente un largo sorriso dolce che scopriva i denti bianchi. Subito si
facevano sentire le note di un valzer e sopra l'organino, in una minuscola sala
da ballo, ballerini alti un dito, dame in turbante rosa, tirolesi in
giacchettino, scimmie in marsina nera, cavalieri in pantaloni a coscia giravano
e giravano fra le poltrone, i divani, le mensole, moltiplicandosi nei pezzetti
di specchio tenuti insieme da una carta d'oro. L'uomo girava la manovella
guardando a destra e a sinistra e verso le finestre. Di tanto in tanto lanciava
contro un paracarro un lungo getto di saliva scura e appoggiava su un ginocchio
il suo strumento, la cui cinghia dura gli stancava la spalla; ora triste e
lenta, ora gioiosa e veloce, la musica dell'organino si diffondeva attraverso
una tendina di taffetà rosa o una grata di ottone ad arabeschi. Erano motivi in
voga nei teatri, motivi che venivano cantati nei saloni, che accompagnavano, la
sera, le danze sotto i lampadari splendenti, echi del mondo dai quali Emma
veniva raggiunta. E allora sarabande senza fine si srotolavano nella sua mente:
come una baiadera su un tappeto a fiori il suo pensiero saltellava con le note,
ondeggiava di sogno in sogno, di malinconia in malinconia. L'uomo, dopo aver
ricevuto l'elemosina che gli veniva gettata nel berretto, copriva l'organino con
una vecchia coperta turchina, se lo passava sulla schiena e si allontanava con
passo pesante. Emma lo guardava andar via.
Soprattutto all'ora dei pasti sentiva di non poterne più: in quella stanzetta al
pianterreno, dove la stufa faceva fumo, la porta cigolava, i muri trasudavano e
i pavimenti erano sempre umidi, le sembrava che tutta l'amarezza della sua
esistenza le venisse servita nel piatto e, come il fumo del bollito, salivano
dal fondo dell'anima sua altrettante zaffate di tedio insulso. Charles mangiava
con lentezza, Emma sgranocchiava qualche nocciolina o si divertiva, appoggiata a
un gomito, a disegnare linee con la punta del coltello, sulla tela cerata.
Adesso trascurava del tutto l'andamento della casa e la suocera, quando andò a
Tostes a trascorrere una parte della quaresima, si stupì molto di questo
cambiamento. Infatti, la nuora, un tempo tanto diligente e scrupolosa,
trascorreva ora intere giornate senza vestirsi, portava calze di cotone grigio e
si faceva lume con la candela. Ripeteva che bisognava fare economia, perché non
erano ricchi, dichiarava di essere del tutto soddisfatta e felicissima, diceva
che Tostes le piaceva molto e continuava con nuovi argomenti che tappavano la
bocca alla suocera. Inoltre Emma non sembrava più disposta a seguire i suoi
consigli. Una volta, essendosi la vecchia Bovary azzardata a dire che i padroni
devono sorvegliare la religiosità dei domestici, Emma le aveva rivolto uno
sguardo così irato e un sorriso tanto gelido, che la buona donna non aveva più
fiatato.
Emma divenne capricciosa e difficile. Ordinava per sé pietanze che poi non
toccava nemmeno, un giorno beveva soltanto latte e il giorno dopo dozzine di
tazze di tè. Spesso si ostinava a non voler uscire di casa e subito dopo si
sentiva soffocare, apriva le finestre e indossava abiti leggeri. Dopo aver
strapazzato duramente la domestica, le faceva dei regali o la mandava a
passeggio dalle vicine, e talvolta perfino gettava ai poveri tutte le monete
d'argento che aveva nel borsellino, benché non fosse di animo tenero né si
lasciasse commuovere facilmente dalle pene altrui, come del resto la maggior
parte di coloro che discendono da una stirpe contadina e conservano nell'anima
qualcosa che ricorda la callosità delle mani dei padri.
Verso la fine di febbraio, papà Rouault, memore della sua guarigione, portò di
persona al genero una superba tacchina e si fermò tre giorni a Tostes. Fu Emma a
tenergli compagnia, perché Charles era occupato con i malati. Papà Rouault fumò
in camera, sputò sugli alari, parlò di colture, di vitelli, di mucche, di
pollame e di consigli municipali; tanto che Emma, quando gli chiuse la porta
alle spalle, fu presa da un senso di soddisfazione tale da lasciare stupita lei
stessa. D'altro canto non nascondeva più il suo disprezzo per cose e persone; a
volte manifestava opinioni bizzarre, biasimava ciò che otteneva l'approvazione
di tutti e giudicava benevolmente perversità e immoralità da tutti riprovate:
questi atteggiamenti facevano spalancare tanto d'occhi a suo marito.
Quella miserevole esistenza sarebbe durata per sempre? Non le sarebbe mai stato
possibile uscirne? Era convinta di non valere meno di tutte le altre che
vivevano felici. Alla Vaubyessard aveva visto duchesse più grasse di lei e dalle
maniere più volgari delle sue ed esecrava l'ingiustizia del Cielo; appoggiava il
capo al muro e piangeva; invidiava le vite tumultuose, i balli mascherati, i
piaceri sfacciati con tutti quegli smarrimenti che lei ancora non conosceva, ma
che certo dovevano causare.
Impallidiva e soffriva di palpitazioni. Charles le somministrò valeriana e le
faceva fare bagni alla canfora. Qualsiasi cosa si tentasse, serviva soltanto ad
aumentare il suo nervosismo.
V'erano giorni in cui parlava con un'irruenza febbrile; a tali esaltazioni
facevano seguito d'improvviso torpori duranti i quali rimaneva muta e immobile.
Allora soltanto in un modo riusciva a rianimarsi, versandosi sulle braccia il
contenuto di un flacone di acqua di Colonia.
Quel continuo lagnarsi di Tostes indusse Charles a supporre che la causa dei
suoi malori dipendesse da qualche influsso dei luoghi, e, convinto di essere nel
giusto, egli cominciò a prendere seriamente in esame la possibilità di andare a
stabilirsi altrove.
Da allora Emma si mise a bere aceto, per dimagrire, si buscò una tossettina
secca e perse del tutto l'appetito.
A Charles dispiaceva non poco lasciare, dopo quattro anni, Tostes, e proprio nel
momento in cui la sua posizione cominciava a consolidarsi. Ma se era
indispensabile!... La condusse a Rouen, per farla visitare dal suo ex maestro,
il quale diagnosticò una forma nervosa e consigliò un cambiamento d'aria.
Dopo numerose ricerche, in diversi luoghi, Charles venne a sapere che nel
dipartimento di Neufchâtel v'era una grossa borgata chiamata Yonville-l'Abbaye
il cui medico, un esule polacco, se ne era andato da una settimana. Allora
scrisse al farmacista del luogo per sapere il numero degli abitanti, a quale
distanza si trovasse il più vicino collega, quanto guadagnasse in un anno il suo
predecessore, eccetera. Le risposte furono soddisfacenti e venne così deciso di
traslocare, verso la primavera, se nel frattempo la salute di Emma non fosse
migliorata.
Un giorno, mentre in previsione del trasloco, Emma stava riordinando un
cassetto, qualcosa le punse un dito. Era un filo di ferro del suo bouquet di
nozze. I fiori d'arancio erano gialli di polvere e i nastri di raso orlati
d'argento si sfilacciavano ai bordi. Emma lo gettò nel caminetto. Prese fuoco
più in fretta della paglia secca, e rimase sulla cenere come un cespuglio che si
consumava a poco a poco. Rimase a guardarlo mentre bruciava. Le piccole bacche
di cartone scoppiettavano, il filo di ottone si contorceva, il gallone d'argento
si fondeva e le corolle di carta, raggrinzite, si dondolavano lungo la piastra
del camino, come farfalle nere, per sparire poi su per la cappa.
Quando partirono da Tostes, nel mese di marzo, la signora Bovary era incinta.
PARTE SECONDA
I
Yonville-l'Abbaye (così chiamata per via di un'antica abbazia di Cappuccini, le
cui rovine non esistevano neanche più) è un borgo situato a otto leghe da Rouen,
fra la strada di Abbeville e quella di Beauvais, in fondo a una valle bagnata
dal Rieule, un fiumiciattolo che si getta nell'Andelle, dopo aver fatto girare
le ruote di tre mulini poco prima del suo sbocco e nelle cui acque vive qualche
trota che la domenica i ragazzi si divertono a pescare con le canne.
Si lascia la strada maestra alla Boissière e si procede in pianura fino alla
sommità della salita di Leux, dalla quale si domina tutta la vallata. Il fiume
che l'attraversa dà origine a due regioni dalla diversa fisionomia: a sinistra
prati e pascoli, a destra terreni coltivati. I prati si stendono ai piedi di un
semicerchio di basse colline per poi congiungersi ai pascoli della regione di
Bray mentre, verso est, la pianura sale dolcemente e, allargandosi, dispiega a
perdita d'occhio i biondi campi di grano. L'acqua che scorre in mezzo all'erba
divide con una riga bianca il colore dei prati da quello dei solchi, e fa
rassomigliare la campagna a un grande mantello spiegato con il collo di velluto
orlato da un gallone d'argento. Quando si arriva, all'estremo orizzonte si
profilano le querce della foresta d'Argueil contro i dirupi del colle Saint-
Jean, segnato dall'alto in basso da strisce rosse irregolari, create dall'acqua
piovana; i toni color mattone che risaltano in linee sottili sul grigiore della
montagna sono dovuti al gran numero di sorgenti ferruginose che scorrono nella
regione circostante.
Ci troviamo sui confini della Normandia, della Piccardia e dell'Ile-de-France,
in una regione ibrida, ove la parlata è senza accento come è senza
caratteristiche il paesaggio. Qui si producono i peggiori formaggi di tutta la
zona di Neufchâtel, qui le colture sono dispendiose in quanto si rende
necessaria una gran quantità di concime per rendere fertili queste terre
friabili, piene di sabbia e di pietre.
Fino al 1835 non esisteva alcuna strada carrozzabile per arrivare a Yonville ma
verso quest'epoca venne costruita una strada vicinale che congiunge la via
maestra di Abbeville con quella di Amiens e viene percorsa, talvolta, dai
carrettieri, i quali da Rouen vanno nelle Fiandre. Ciò nonostante, Yonville-
l'Abbaye, rimane stazionaria a dispetto dei nuovi sbocchi. Invece di migliorare
le colture, la gente del luogo, si ostina a produrre foraggi, per quanto, siano
disprezzati e la pigra borgata ha continuato, a espandersi con un processo
naturale, evitando la pianura verso il fiume. La si vede da lontano, adagiata
lungo la riva, come un vaccaro che faccia la siesta vicino all'acqua.
Ai piedi del colle, dopo il ponte, comincia un argine fiancheggiato da giovani
pioppi che conduce in linea retta fino alle prime case del paese. Queste ultime
sono circondate da siepi, in mezzo a cortili in cui sorgono varie costruzioni,
frantoi, rimesse o distillerie, disseminate sotto alberi fronzuti, ai cui rami
sono appesi attrezzi vari, quali scale, pertiche o falci. I tetti di paglia,
simili a berretti di pelo calcati sugli occhi, scendono, fino a coprire circa un
terzo delle basse finestre, i cui grossi vetri convessi sono guarniti da un nodo
al centro come quello dei fondi di bottiglia. Contro i muri di gesso,
attraversati in diagonale da travicelli neri, cercano sostegno, talvolta, stenti
alberelli di pero e le porte al pianterreno sono munite di un cancelletto
girevole utile per tener fuori i pulcini che vengono a beccare le briciole di
pane ben imbevute di sidro. A mano a mano che si procede, i cortili si fanno più
stretti, le case più vicine le une alle altre, le siepi scompaiono; un fascio di
felci dondola sotto una finestra, appeso in cima a un manico di scopa; qui c'è
la fucina di un maniscalco, più avanti la bottega di un carradore e dinanzi a
essa due o tre carretti nuovi ingombrano la strada. Poi attraverso un cancello,
appare una casa bianca, al di là di un praticello rotondo in mezzo al quale un
Amorino tiene un dito sulle labbra; in fondo a una scalinata, si trovano due
vasi di ghisa e sulla porta brilla un'insegna: è la casa del notaio, la più
bella del paese.
La chiesa si trova all'altro lato della strada, venti passi più avanti, proprio
all'ingresso della piazza. Il piccolo cimitero che la circonda, chiuso da un
muretto basso, è così zeppo di tombe che le vecchie lapidi, ormai a livello del
terreno, formano un lastricato continuo interrotto soltanto dai riquadri verdi
disegnati dall'erba cresciuta spontaneamente. La chiesa è stata ricostruita
negli ultimi anni del regno di Carlo X. La volta in legno comincia a imputridire
in alto e presenta qua e là buchi neri nel colore azzurro che la riveste. Sopra
il portale dove dovrebbe trovarsi l'organo, c'è una galleria per gli uomini alla
quale si accede per mezzo di una scala a chiocciola che risuona sotto gli
zoccoli.
La luce entra da grandi vetrate a lastra unica e illumina, con i suoi raggi
obliqui, i banchi disposti perpendicolarmente alle pareti; qualcuno di essi è
reso più confortevole da una stuoia inchiodatavi sopra, che reca scritte a
grandi lettere queste parole: Banco del signor Tal dei Tali. Più avanti,
nel punto in cui la navata si restringe, sono posti da un lato un confessionale
e di fronte, dall'altro, una statuetta della Vergine, vestita di raso con un
velo di tulle disseminato di stelle d'argento, sul capo, e dalle gote così
colorite da somigliare a quelle di un idolo delle isole Sandwich. Sopra l'altar
maggiore, in fondo alla navata una copia della Sacra Famiglia, dono del Ministro
degli Interni, fra quattro candelieri, chiude la prospettiva. Gli stalli del
coro, in legno d'abete, sono rimasti grezzi, non verniciati.
Il mercato, e cioè una tettoia di tegole sostenuta da una ventina di pali,
occupa da solo circa la metà della piazza principale di Yonville. Il municipio,
'costruito su disegno di un architetto di Parigi', è una specie di tempio greco,
situato su un angolo, di fianco alla casa del farmacista. Ostenta al pianterreno
tre colonne ioniche e al primo piano una galleria a tutto sesto, mentre il
timpano che la sovrasta è occupato da un gallo francese il quale appoggia una
zampa sulla Costituzione e con l'altra regge la bilancia della giustizia.
Ma ciò che attira di più lo sguardo è la farmacia del signor Homais, di fronte
all'albergo del Leon d'Oro. La sera soprattutto, quando la lampada è
accesa e i boccali rossi e verdi che adornano la vetrina allungano lontano
sul terreno i loro riflessi colorati, si intravede, come in mezzo a fuochi
d'artificio, la sagoma del farmacista appoggiato al banco. La sua casa è
coperta da cima a fondo da scritte in corsivo, in tondo, in
stampatello: Acqua di Vichy, di Seltz e di Barèges,
sciroppi depurativi, rimedio Raspail, fecola araba,
pastiglie Darcet, pasta Regnault, bende, sali da bagno, cioccolatini
purgativi ecc. E l'insegna, che occupa l'intera larghezza della
bottega, reca la scritta in lettere d'oro Farmacia Homais.
Poi, in fondo alla bottega, dietro le grandi bilance fissate al banco, la
parola laboratorio si sciorina sopra una porta a vetri che, a metà
altezza, ripete ancora una volta Homais in lettere d'oro su fondo
nero.
Non rimane altro da vedere a Yonville. La via (l'unica), lunga non più di un
tiro di schioppo e fiancheggiata da qualche bottega, termina bruscamente alla
curva della strada maestra. Lasciandola sulla destra e proseguendo ai piedi del
colle Saint Jean, ben presto si giunge al cimitero.
Al tempo dell'epidemia di colera, per ingrandirlo, fu abbattuto un tratto di
muro e furono acquistati tre acri dei terreni confinanti; ma la parte nuova è
quasi del tutto inutilizzata e le tombe continuano come sempre ad ammucchiarsi
vicino all'ingresso. Il guardiano, che nello stesso tempo fa il becchino e il
sagrestano (ricavando così un duplice utile dai defunti della parrocchia), ha
approfittato del terreno libero per co1tivarci le patate. Di anno in anno, però,
il suo campicello si restringe e, quando sopravviene un'epidemia, egli non sa
piu se rallegrarsi per i decessi o affliggersi per le sepolture.
«Si nutre di cadaveri, Lestiboudois!» gli disse un giorno il curato.
Queste severe parole lo fecero riflettere e lo trattennero per qualche tempo, ma
ancora oggi il guardiano continua a coltivare i tuberi e sostiene perfino, con
impudenza, che nascono spontaneamente.
Dopo gli avvenimenti che narreremo, in realtà nulla è cambiato a Yonville. La
bandiera tricolore di latta gira sempre in cima al campanile della chiesa; le
banderuole di tela stampata della bottega del merciaio si agitano ancora nel
vento, i feti del farmacista, simili a fagotti di esca bianca per il fuoco,
imputridiscono sempre più nel loro alcool melmoso, e sul portone dell'albergo il
vecchio leone d'oro, stinto dalle piogge, continua a mostrare ai passanti la
criniera da can barbone.
La sera dell'arrivo dei signori Bovary a Yonville, la vedova Lefrançois, la
padrona di questo albergo, era tanto indaffarata da sudare a goccioloni, mentre
rimescolava le casseruole. L'indomani era giorno di mercato, per il borgo.
Bisognava tagliare in anticipo le carni, preparare i polli, fare la minestra e
il caffè. In più doveva pensare ai pasti dei pensionanti, del medico, di sua
moglie, e della loro domestica. La sala del biliardo sonava di risate, nella
saletta tre mugnai chiamavano per far portare dell'acquavite; il fuoco
fiammeggiava, le braci scoppiettavano, e sulla lunga tavola della cucina, fra i
quarti di montone crudo, si elevavano pile di piatti che tremolavano alle scosse
del tagliere sul quale venivano tritati gli spinaci. Nel pollaio si
sentivano gridare i polli che la serva inseguiva per tirar loro il collo.
Un uomo in pantofole di pelle verde, lievemente butterato dal vaiolo, e con in
capo una berretta di velluto dalla nappina d'oro, si scaldava la schiena contro
il caminetto. Il suo viso esprimeva la più assoluta soddisfazione ed egli aveva
l'aria di vivere placido e tranquillo come il cardellino nella gabbia appesa
sopra la sua testa: era il farmacista.
«Artémise!» gridava la padrona dell'albergo «spezza un po' di fascine, riempi le
bottiglie, servi l'acquavite, sbrigati! Sapessi almeno quale dessert offrire
agli ospiti che sta aspettando! Bontà divina! I facchini del trasloco
ricominciano la sarabanda nel biliardo! Hanno lasciato il carro sotto il
portone! Se arriva la Rondine è capace di sfondarlo! Chiama Polyte perché lo
porti nella rimessa!... Da questa mattina avranno fatto una quindicina di
partite, signor Homais, e bevuto otto bottiglie di sidro!... Finiranno per
strapparmi il feltro...» continuava, guardandoli di lontano, con in mano la
schiumarola.
«Non sarebbe poi un gran male,» rispose il signor Homais «ne comprerebbe un
altro...»
«Un altro biliardo!» esclamò la vedova.
«Dal momento che quello non regge più, signora Lefrançois, le ripeto, lei
sbaglia, sbaglia di grosso! E poi gli appassionati adesso vogliono buche strette
e stecche pesanti. Non si gioca più alle boccette; è tutto cambiato! Bisogna
essere all'altezza dei tempi! Guardi Tellier, piuttosto...»
L'ostessa arrossì di dispetto. Il farmacista soggiunse:
«Lei ha un bel dire, il suo biliardo è più bello di questo; e se a qualcuno
venisse l'idea di organizzare una gara patriottica a favore della Polonia o
degli alluvionati di Lione...»
«Non sono certo i pitocchi come lui a farci paura!» lo interruppe l'ostessa
alzando le larghe spalle «Andiamo! Andiamo! Signor Homais, finché ci sarà il
Leon d'Oro la gente ci verrà. A noi non mancano i mezzi! E invece, una di queste
mattine potrebbe capitarci di vedere il Caffè Francese chiuso e con un
bell'affisso sulle imposte!... Cambiare il mio biliardo!» continuò fra sé e sé
«Mi fa così comodo per piegare il bucato, e al tempo della caccia ci ho potuto
mettere a dormire fino a sei persone!... Ma quel posapiano di Hivert, che non
arriva!»
«L'aspettava per la cena dei suoi ospiti?» domandò il farmacista.
«Aspettarlo? Si figuri il signor Binet! Alle sei in punto lo vedrà entrare, un
pignolo uguale a lui non esiste sulla faccia della terra. Bisogna che abbia
sempre il suo solito posto nella saletta! Si farebbe ammazzare piuttosto che
mangiare altrove! E quanto è schifiltoso! E com'è difficile per il sidro! Non è
certo come il signor Léon; quello arriva a qualunque ora, alle sette, le sette e
mezzo, e non si accorge nemmeno di quel che mangia. Che bravo giovane! Mai una
parola più forte di un'altra!»
«C'è una bella differenza, creda pure, fra chi ha ricevuto una educazione e un
ex carabiniere divenuto esattore delle tasse.»
Sonarono le sei mentre Binet entrava.
Indossava una finanziera blu che gli cadeva diritta intorno al corpo magro; il
berretto di cuoio con i copriorecchi annodati in cima alla testa da un
cordoncino lasciava vedere, sotto la visiera rialzata, una fronte calva sulla
quale l'elmo aveva impresso il suo segno. Portava un panciotto di panno nero, un
colletto rigido, un paio di pantaloni grigi e, in qualsiasi stagione, scarpe ben
lucidate, ma deformate da due rigonfiamenti simmetrici dovuti agli alluci
sporgenti. Non un pelo rompeva la perfetta armonia della barba bionda, a
collare, che gli contornava la mascella, incorniciandogli il viso lungo e
scialbo dagli occhi piccoli, e dal naso aquilino. Abile in tutti i giochi di
carte, era anche un bravo cacciatore e aveva una bella calligrafia. Possedeva un
tornio con il quale si divertiva a fabbricare portatovaglioli: ne aveva la casa
piena e li conservava con la gelosia di un artista e l'egoismo di un borghese.
Si diresse verso la saletta: fu necessario prima farne uscire i tre mugnai e,
mentre veniva apparecchiata la tavola, Binet rimase per conto suo in silenzio
vicino alla stufa. Poi, come sempre, chiuse la porta e si tolse il berretto.
«Non ci saranno i convenevoli a consumargli la lingua!» disse il farmacista
appena si trovò solo con l'ostessa.
«Non è mai più loquace di così» rispose lei. «La settimana scorsa sono passati
di qui due commessi viaggiatori in stoffe, due giovani pieni di spirito che la
sera raccontarono un mucchio di barzellette. Io piangevo dal gran ridere e lui
rimase là come un baccalà senza dire una parola.»
«Sì,» disse il farmacista «nessuna immaginazione, nessuna arguzia, nulla di ciò
che caratterizza l'uomo di mondo!»
«Eppure si dice che abbia mezzi» obiettò l'ostessa.
«Mezzi?» replicò il signor Homais «Lui! I mezzi? Quando riscuote le tasse,
forse» aggiunse in tono più calmo.
E riprese:
«Capisco che un negoziante con estesi rapporti d'affari, un giureconsulto, un
medico, un farmacista, possano essere tanto assorbiti dalle proprie occupazioni
da diventare bisbetici e lunatici; di tipi di questo genere è piena la storia.
Ma almeno si tratta di gente che pensa a qualcosa. Per esempio, a me, quante
volte è capitato di cercare la penna sul banco per scrivere un'etichetta e di
accorgermi poi che l'avevo sopra l'orecchio!»
La signora Lefrançois andò intanto sulla porta per vedere se la Rondine stesse
arrivando. A un tratto trasalì; un uomo vestito di nero entrò d'improvviso in
cucina. Era possibile, nelle ultime luci del crepuscolo, distinguerne il viso
rubicondo e la corporatura atletica.
«In che cosa posso servirla, signor curato?» domandò l'albergatrice, tentando di
afferrare uno dei candelieri di ottone che si trovavano sul caminetto, così bene
allineati da sembrare un colonnato, e forniti di candele «Vuol bere qualcosa? Un
dito di amaro, un bicchiere di vino?»
Il sacerdote rifiutò con molta cortesia. Era venuto per il parapioggia, che
aveva dimenticato qualche giorno prima al convegno di Ernemont e, dopo aver
pregato la signora Lefrançois di farglielo avere al presbiterio in serata, uscì
per andare in chiesa mentre le campane suonavano l'Angelus.
Quando l'eco dei passi sul selciato della piazza si fu spenta, il
farmacista definì molto sconveniente il modo con il quale si era comportato poco
prima il curato. Il rifiuto di accettare una bibita gli sembrava un'odiosa
ipocrisia: tutti sanno che i preti sbevazzano di nascosto e
cercano di far tornare i tempi delle decime.
L'ostessa prese le difese del curato.
«Già, ma intanto ne vale quattro come lei. L'anno scorso
aiutò i nostri uomini a ricoverare il fieno e riusciva a portarne fino a
sei balle per volta, tanto è forte!»
«Bravo!» disse il farmacista «Allora mandate pure le vostre figlie a confessarsi
da quel pezzo di malanno con un simile temperamento. Se fosse per me, se io
fossi al Governo, farei salassare i preti una volta al mese. Sì, signora
Lefrançois, tutti i mesi un bel salasso nell'interesse della sicurezza pubblica
e del buon costume.»
«Ma stia zitto, signor Homais! Queste sono empietà! Lei non ha
religione!»
«Io ho una religione» rispose il farmacista. «La mia religione, anzi ne ho più
di loro, e senza tante commedie e tanta ciarlataneria! Io adoro Dio, invece!
Credo in un Essere Supremo, in un Creatore, quale che sia, non ha importanza, il
quale ci ha messi quaggiù per adempiere i nostri doveri di cittadini e di padri
di famiglia; ma non ho bisogno di andare in una chiesa a baciare piatti
d'argento e a ingrassare di tasca mia un branco di buffoni che mangiano meglio
di me. Lo si può onorare benissimo in un bosco, in un campo, o
addirittura contemplando la volta celeste come gli antichi. Il mio Dio
è lo stesso di Socrate, di Franklin, di Voltaire e di Béranger. Sono
d'accordo con la Professione di fede del vicario savoiardo e i principi
immortali dell'89! Così io non ammetto un Dio alla buona, che passeggia
in giardino con il bastone in mano, alloggia i suoi amici nel ventre delle
balene, muore lanciando un grido e risuscita dopo tre giorni: cose assurde in se
stesse e d'altra parte in contrasto con tutte le leggi della fisica; e questo
dimostra, per inciso, che i preti si sono sempre crogiolati in una torpida
ignoranza nella quale tentano di far sprofondare insieme con loro tutti i
popoli.
Il farmacista a questo punto tacque, si guardò intorno sicuro di scorgere un
pubblico intorno a sé, perché, nel suo fervore, per un momento aveva creduto di
essere in pieno consiglio municipale. Ma la padrona dell'albergo non l'ascoltava
già più; tendeva 1'orecchio a un rotolio lontano. Il rumore di una carrozza
misto a uno strepito di ferri allentati che battevano sul terreno si fece
distintamente sentire e, dopo poco, la Rondine si fermò davanti al portone.
Era un cassone giallo, sostenuto da due grandi ruote che, arrivando all'altezza
del mantice, impedivano ai viaggiatori di vedere la strada e insudiciavano loro
le spalle. I vetri dei finestrini, mobili, piccoli e stretti, tremavano nelle
intelaiature quando gli sportelli venivano chiusi ed erano costellati qua e là
di schizzi di fango, sulla vecchia coltre di polvere che li ricopriva, con una
tenacia tale che neppure le piogge più violente riuscivano a far scomparire del
tutto. Tiravano la Rondine tre cavalli, il primo dei quali attaccato a
bilancino, e nelle discese il fondo della diligenza toccava il terreno a ogni
sobbalzo.
Nella piazza si radunarono alcuni abitanti di Yonville: parlavano tutti insieme
chiedendo notizie, spiegazioni ed esigendo i propri canestri. Hivert non sapeva
più a chi rispondere. Era lui a sbrigare in città le commissioni per tutto il
paese. Andava nelle botteghe, portava rotoli di cuoio per il calzolaio, ferri di
ogni genere al maniscalco, un barile di aringhe per la padrona, cappellini per
la modista, parrucche per il parrucchiere; e, lungo la via del ritorno,
distribuiva i pacchetti gettandoli al di sopra dei recinti dei cortili, in piedi
in serpa, e gridando a squarciagola mentre i cavalli continuavano a trottare per
loro conto.
Era arrivato in ritardo in seguito a un incidente; la cagnolina della signora
Bovary era scappata per i campi. Avevano fischiato un buon quarto d'ora per
farla ritornare. Hivert era perfino tornato indietro di un mezzo miglio,
sperando di rivederla da un momento all'altro. Ma poi aveva dovuto rimettersi in
cammino Emma aveva pianto, si era arrabbiata, aveva accusato Charles di quella
disgrazia. Il signor Lheureux, negoziante di stoffe, che viaggiava con loro
sulla diligenza, aveva cercato di consolarla citandole un gran numero di casi in
cui cani sperdutisi avevano riconosciuto il padrone dopo lunghi anni. C'era chi
affermava, disse, che uno di essi fosse tornato da Costantinopoli a Parigi. Un
altro aveva percorso cinquanta leghe in linea retta e attraversato a nuoto
quattro fiumi. Il suo stesso padre aveva posseduto un can barbone il quale, dopo
dodici anni di assenza, era riapparso facendogli le feste, per la strada, una
sera mentre egli andava a cena fuori.
Il
Emma scese per prima, seguita da Félicité, il signor Lheureux, una balia, e poi
furono costretti a svegliare Charles che si era profondamente addormentato nel
suo angolo non appena si era fatto buio
Il signor Homais si presentò; porse i suoi omaggi alla signora, i suoi
complimenti al marito, si dichiarò lietissimo di essere stato loro utile in
qualche modo, e, con grande cordialità, aggiunse di aver osato invitarsi da solo
anche perché sua moglie era assente.
La signora Bovary non appena entrata in cucina, andò a mettersi vicino al
camino. Presa con la punta delle dita la gonna all'altezza del ginocchio, la
sollevò fin sopra le caviglie e protese verso la fiamma, al di sopra
dell'arrosto che girava sullo spiedo, il piede calzato da uno stivaletto nero.
Il fuoco la rischiarava tutta, penetrava con una luce cruda nella trama della
veste, le sfiorava la pelle liscia e bianca, e perfino le palpebre degli occhi
che di tanto in tanto si abbassavano. Il soffio del vento che entrava dalla
porta socchiusa gettava su di lei, a tratti, un gran riverbero rosso.
Dall'altro lato del camino, un giovane biondo la guardava in silenzio.
Il signor Léon Dupuis (l'altro pensionante del Leon d'Oro) si annoiava molto a
Yonville, ove era giovane di studio dell'avvocato Guillaumin, e spesso ritardava
di proposito l'ora della cena nella speranza che giungesse all'albergo qualche
viaggiatore con il quale scambiare quattro chiacchiere durante la serata. Nei
giorni in cui non aveva niente da fare, non sapendo come ingannare il tempo,
doveva per forza arrivare all'ora esatta e subire, dalla minestra al formaggio,
la compagnia di Binet. Accettò quindi con gioia la proposta dell'ostessa di
cenare con i nuovi venuti, e tutti andarono nel salone dove la signora
Lefrançois, per solennizzare l'occasione, aveva apparecchiato per quattro.
Il signor Homais chiese il permesso di tenere in capo la papalina per paura di
raffreddarsi.
Poi si rivolse alla sua vicina:
«La signora si sentirà un po' stanca. Si è così terribilmente sballottati sulla
nostra Rondine!»
«È vero,» rispose Emma «ma gli scombussolamenti mi divertono sempre: mi piace
cambiare città.»
«È una cosa tanto noiosa» sospirò l'impiegato «vivere sempre chiusi nello stesso
posto!»
«Se foste come me,» disse Charles «sempre costretto ad andare a cavallo...»
«Ma» rispose Léon, rivolgendosi alla signora Bovary «non c'è niente di più
piacevole, direi» e aggiunse: «quando si può».
«Del resto» disse lo speziale «l'esercizio della medicina non è più faticoso
come un tempo. Le buone condizioni delle strade delle nostre regioni consentono
l'uso del calesse; inoltre i contadini guadagnano e pagano bene. Dal punto di
vista sanitario, a parte i casi di ordinaria amministrazione quali enteriti,
bronchiti, coliche biliari eccetera, qualche febbre intermittente nel periodo
della mietitura e, tutto sommato, poche malattie gravi, la situazione è buona, a
parte i tanti reumatismi, dovuti certo alle deplorevoli condizioni igieniche
delle abitazioni dei nostri contadini. Ah! Troverà un gran numero di pregiudizi
da combattere, dottor Bovary: molte convinzioni radicate contro le quali i suoi
sforzi, sorretti dalla scienza, dovranno scontrarsi quotidianamente. Qui si
ricorre ancora alle novene, alle reliquie, al curato, anziché rivolgersi, come
sarebbe naturale, al medico o al farmacista. Il clima, bisogna dirlo, non è
affatto cattivo, e nel nostro comune vivono addirittura dei novantenni. Il
termometro (secondo le mie osservazioni) scende, d'inverno, fino a quattro gradi
sotto lo zero e d'estate tocca i venticinque-trenta centigradi al massimo, e
cioè ventiquattro Réaumur o, se preferisce, cinquantaquattro Fahrenheit (misura
inglese), mai di più! Infatti la foresta d'Argueil ci difende da una parte dai
venti del nord, e il colle Saint-Jean dall'altra, da quelli dell'ovest. Questo
calore, d'altro canto, a causa del vapore acqueo prodotto dal fiume, e per la
presenza di una considerevole quantità di bestiame nei pascoli, che esalano,
come ben sapete, molta ammoniaca e cioè azoto, idrogeno e ossigeno (no, azoto e
idrogeno soltanto) e, risucchiando l'humus della terra, confondendo tutte queste
diverse emanazioni, e riunendole in un fascio, per così dire, e combinandosi da
solo con l'elettricità diffusa nell'atmosfera, quando ce n'è, potrebbe, a lungo
andare, come nei paesi tropicali, generare miasmi malsani - questo calore,
dicevo, finisce con l'essere giustamente temperato proprio dalla parte dalla
quale proviene, o piuttosto dalla quale verrebbe; e cioè da sud, grazie ai venti
di sud-est, i quali, rinfrescatisi passando sulla Senna, arrivano talvolta
all'improvviso fin qui, come brezze dalla Russia!»
«Si possono almeno fare passeggiate nei dintorni?» continuò la signora Bovary,
rivolgendosi al giovanotto.
«Oh, assai poche» egli rispose. «C'è un posto, chiamato il Pascolo, in cima al
colle, al limitare della foresta. Qualche volta, la domenica, ci vado, e mi
fermo là con un libro, a guardare il tramonto.»
«Per me non esiste niente di più bello del sole al tramonto, soprattutto in riva
al mare» disse Emma.
«Oh! Io adoro il mare» esclamò Léon.
«E poi,» continuò la signora Bovary «non trova che lo spirito spazia più
liberamente su quella distesa senza limiti, la cui contemplazione eleva l'anima
e suggerisce riflessioni sull'infinito, sugli ideali?»
«Succede la stessa cosa in montagna» rispose Léon. «Ho un cugino che l'anno
scorso ha fatto un viaggio in Svizzera. Mi diceva che non è possibile farsi
un'idea della suggestione poetica dei laghi, del fascino delle cascate, della
grandiosità dei ghiacciai. Ci sono pini giganteschi gettati attraverso i
torrenti, capanne affacciate su precipizi e, quando le nubi si squarciano, mille
piedi sotto di esse si scorgono intere vallate. Questi spettacoli sono fatti per
entusiasmare, per indurci alla preghiera e all'estasi. Non mi stupisce che un
celebre musicista, per ispirarsi, avesse l'abitudine di suonare il pianoforte di
fronte a qualche paesaggio imponente.»
«Si diletta di musica?» chiese Emma.
«No, ma mi piace molto.»
«Ah, non gli dia retta, signora Bovary» li interruppe Homais chinandosi sul
piatto. «È tutta modestia. Ma come, amico mio! L'altro giorno, in camera sua,
cantava una romanza, l'Angelo Custode, ch'era un incanto. La sentivo dal
laboratorio, la interpretava proprio come un artista.»
Léon infatti alloggiava dal farmacista, aveva una stanzetta in casa sua, al
secondo piano, sulla piazza. Arrossì al complimento del padrone di casa, che si
era già voltato verso il medico e stava enumerandogli, uno dopo l'altro, tutti i
cittadini più in vista di Yonville.
Raccontava aneddoti sul loro conto e forniva informazioni Non si sapeva con
precisione a quanto ammontasse il patrimonio del notaio, c'erano i Tuvache che
si davano delle grandi arie.
«E che genere di musica preferisce?» domandò Emma.
«Oh! La musica tedesca, quella che fa sognare.»
«Conosce gli artisti italiani?»
«Non ancora, ma avrò occasione di vederli l'anno prossimo, quando abiterò a
Parigi per terminare i miei studi di legge.»
«Come avevo l'onore di esporre a suo marito,» disse il farmacista «a proposito
di quel povero Yanoda che è scappato, lei si troverà a godere di una delle case
più confortevoli di Yonville, grazie alle sue follie. Il più grande vantaggio
per un medico è quello di avere un ingresso sul vicolo, dal quale sia possibile
entrare e uscire senza essere visti. Inoltre la villa è dotata di tutte le
comodità desiderabili per una famiglia: lavanderia, cucina con dispensa, stanza
di soggiorno, un locale per conservare la frutta, eccetera. Era proprio un tipo
che non badava a spese! Si era fatto costruire una pergola in fondo al giardino,
vicino al fiume, soltanto per andarci a bere la birra d'estate, e se alla
signora piace il giardinaggio potrà...»
«Mia moglie non se ne occupa molto,» disse Charles «preferisce, per quanto le si
raccomandi di fare del moto, restare sempre in camera sua a leggere.»
«Come me!» esclamò Léon «Infatti che cosa c'è di meglio dello starsene la sera,
accanto al fuoco, mentre il vento batte ai vetri, sotto la lampada accesa con un
buon libro?...»
«Non è vero?» disse Emma, fissandolo con i grandi occhi neri spalancati.
«Non si pensa più a niente» continuò lui «e le ore passano senza che ce ne
accorgiamo. Pur rimanendo immobili, viaggiamo in paesi che crediamo davvero di
vedere e il nostro pensiero, intrecciandosi con la finzione, si diletta di
particolari e segue il filo della trama; si fonde addirittura con i personaggi e
si immedesima nelle loro vicende.»
«È vero! È vero!» confermò Emma.
«Non le è mai capitato» continuò Léon «di ritrovare in un libro un pensiero già
formulato vagamente in noi stessi, un'immagine offuscata, quasi ci tornasse da
lontano, e l'intera descrizione dei nostri sentimenti più profondi?»
«Ho provato tutto questo» rispose lei.
«Ecco perché preferisco i poeti, soprattutto. Trovo i versi più dolci e più
commoventi della prosa.»
«Alla lunga, però, finiscono con lo stancare» osservò Emma. «Adesso, invece, mi
appassiono ai racconti che si leggono tutti d'un fiato, quelli che tengono con
il cuore sospeso. Detesto i personaggi comuni e i sentimenti moderati, come
quelli che si incontrano nella realtà.»
«Infatti» convenne l'impiegato «quelle opere che non suscitano emozioni, secondo
me, si allontanano dai veri scopi dell'arte. È piacevole, in mezzo alle
disillusioni della vita, poter rivolgere i propri pensieri su nobili figure,
affetti puri e immagini di felicità. Per quanto mi riguarda, dato che vivo qui,
fuori del mondo, la lettura è la mia sola distrazione; Yonville infatti non ha
altre risorse!»
«Come Tostes, certo» riprese Emma. «Perciò mi abbonai a una biblioteca
circolante.»
«Se la signora mi vuol fare l'onore di approfittarne,» disse il farmacista che
aveva udito queste ultime parole «posso mettere a sua disposizione una
biblioteca composta dai migliori autori: Voltaire, Rousseau, Delille, Walter
Scott, l'Eco delle pubblicazioni, eccetera e, in più, ricevo vari
periodici, fra i quali il Faro di Rouen tutti i giorni, in quanto mi
pregio di esserne il corrispondente per le circoscrizioni di Buchy, Forges,
Neufchâtel, Yonville e dintorni.»
Dopo due ore e mezzo erano ancora a tavola: la serva, Artémise, ciabattava sul
pavimento straccamente, portando i piatti uno per volta, dimenticava tutto, non
capiva niente e continuava a lasciare socchiusa la porta del biliardo, facendone
sbattere la maniglia contro il muro.
Senza accorgersene, nella foga del discorso, Léon aveva posato un piede su un
piolo della sedia sulla quale stava seduta la signora Bovary. Emma portava una
piccola cravatta di seta blu che teneva diritto, come una gorgiera, un colletto
di batista pieghettato; a seconda dei movimenti del capo, il viso vi affondava o
ne riemergeva dolcemente. Restando così, uno vicino all'altra, mentre Charles e
il farmacista chiacchieravano, si trovarono presi in una di quelle conversazioni
vaghe, durante le quali il giro casuale delle frasi porta di continuo a un
centro fisso di reciproca simpatia. Spettacoli di Parigi, titoli di romanzi,
nuove quadriglie, e il mondo che nessuno dei due conosceva, Tostes, dove lei
aveva vissuto, Yonville, dove entrambi si trovavano adesso, presero in esame
tutto, fino al termine della cena.
Quando il caffè fu servito, Félicité andò a preparare la camera nella nuova
casa, e ben presto tutti si alzarono da tavola. La signora Lefrançois dormiva
vicino al camino, e il mozzo di stalla con una lanterna in mano aspettava i
signori Bovary per accompagnarli. Aveva una zazzera rossa alla quale si
mescolavano pezzetti di paglia e zoppicava sulla gamba sinistra. Prese con la
mano libera il parapioggia del curato e si misero in cammino.
Il paese dormiva. I pali della tettoia del mercato allungavano ombre smisurate.
Il selciato era grigio, come in una notte estiva.
La casa del medico distava soltanto cinquanta passi dall'albergo, così, quasi
subito, si salutarono e la compagnia si sciolse.
Emma, appena entrata nel vestibolo, si sentì cadere sulle spalle, come una
camicia bagnata, tutto il freddo delle pareti. I muri erano stati rivestiti di
intonaco nuovo e i gradini di legno scricchiolavano. Nella camera, al primo
piano, una luce biancastra penetrava dalle finestre senza tende. Fuori, si
intravedevano cime d'alberi e più lontano i prati, mezzo affogati nella nebbia,
che fumavano al chiaro di luna, lungo la riva del fiume.
In mezzo alla stanza, ammucchiati alla rinfusa, c'erano cassetti di mobili,
bottiglie, bastoni di tende, aste dorate, materassi posati su sedie e bacinelle
per terra. I due uomini che avevano portato i mobili avevano lasciato là tutto
in qualche modo
Per la quarta volta, Emma dormiva in un luogo sconosciuto. La prima volta
risaliva al giorno in cui era entrata in collegio, la seconda a dopo l'arrivo a
Tostes, la terza alla Vaubyessard: e ognuna di queste occasioni aveva
rappresentato nella sua vita quasi l'inizio di una nuova epoca. Non credeva
possibile che le cose potessero ripetersi nello stesso modo in luoghi diversi, e
poiché la parte di esistenza già vissuta era stata cattiva, certo quella che
ancora le rimaneva sarebbe potuta essere migliore.
IlI
L'indomani, appena alzata, Emma vide il giovane di studio nella piazza. Era
ancora in vestaglia e quando lui alzò il capo e la salutò, rispose con un rapido
cenno e richiuse la finestra.
Léon, quel giorno, aspettò con impazienza che arrivassero le sei: ma, entrando
nell'albergo, si accorse che ad aspettarlo c'era soltanto il signor Binet,
seduto a tavola.
La cena della sera precedente aveva costituito per lui un avvenimento
importante; non gli era mai accaduto, fino a quel momento, di conversare per due
ore di seguito con una 'signora'. Si stupiva di essere riuscito a esporle, e in
così bella forma, una quantità di cose che prima d'ora non avrebbe saputo dire.
Di solito era timido e manteneva quel riserbo che è al contempo pudore e
dissimulazione. A Yonville lo consideravano un giovane di ottime maniere.
Ascoltava i discorsi delle persone anziane e non si esaltava per la politica,
cosa questa notevole per la sua età. Inoltre aveva qualche talento, dipingeva
all'acquerello, leggeva la musica, si occupava volentieri di letteratura, dopo
cena, quando non giocava a carte. Il signor Homais lo stimava per la sua
cultura, la signora Homais gli era affezionata per la sua compiacenza, in quanto
spesso scendeva in giardino con i piccoli Homais, marmocchi sempre sudici, molto
maleducati e un po' linfatici come la madre. Per badare a loro, oltre alla
domestica avevano Justin, l'allievo farmacista che serviva nello stesso tempo da
domestico ed era un lontano cugino del signor Homais, il quale l'aveva accolto
in casa per carità.
Lo speziale si dimostrò il migliore dei vicini. Informò la signora Bovary sul
conto dei fornitori, fece venire apposta il suo negoziante di sidro, assaggiò
egli stesso la bevanda per accertarsi della sua buona qualità, si preoccupò di
far sistemare nella maniera migliore i fusti in cantina; indicò il modo di
procurarsi una provvista di burro a buon mercato e concluse un contratto con
Lestiboudois, il sagrestano, il quale, oltre a svolgere le sue funzioni
chiesastiche e mortuarie, si occupava dei più bei giardini di Yonville, a un
tanto all'ora o all'anno, a seconda dei gusti di chi lo assumeva.
Non era soltanto il desiderio di aiutare gli altri a indurre il farmacista a
tanta ossequiente cordialità; dietro a essa si celava un preciso proposito.
Egli aveva violato la legge del 19 ventoso dell'anno XI, articolo I, che
proibisce, a chi non possieda il titolo adatto, l'esercizio della medicina. In
seguito a una misteriosa denuncia, il signor Homais era stato chiamato a Rouen,
dal procuratore del re, nel suo gabinetto particolare. Il magistrato l'aveva
ricevuto in piedi, con la toga, l'ermellino sulle spalle e il tocco in testa.
Era una mattina, prima delle udienze. Si udivano nel corridoio i passi pesanti
degli stivali dei gendarmi e un rumore lontano di grosse serrature che venivano
chiuse. Il farmacista si sentiva ronzare gli orecchi al punto da temere che gli
venisse un accidente, si vide in fondo a una segreta, immaginò la sua famiglia
nella disperazione, la farmacia venduta, i boccali sparsi ai quattro venti e
dovette, per riprendersi, entrare in un caffè e ordinare un bicchiere di rum al
seltz.
A poco a poco il ricordo di questa ammonizione si affievolì, ed egli continuò
come sempre a visitare illegalmente pazienti nel retrobottega. Ma il sindaco ce
l'aveva con lui, i colleghi erano gelosi, si poteva temere il peggio. Fare delle
gentilezze al signor Bovary significava assicurarsene la gratitudine e
chiudergli la bocca nel caso si fosse accorto di qualcosa. Così, tutte le
mattine, Homais gli portava il giornale, e spesso, nel pomeriggio, lasciava la
farmacia per un momento e andava a chiacchierare con l'ufficiale sanitario.
Charles era triste: la clientela non si faceva vedere. Se ne stava seduto per
lunghe ore senza parlare; andava a dormire nello studio o guardava sua moglie
cucire. Per distrarsi si mise a fare l'uomo di fatica in casa e si cimentò a
dipingere il solaio con gli avanzi di vernici lasciati dagli imbianchini. Ma lo
preoccupava la situazione finanziaria. Aveva speso somme ingenti per le
riparazioni della casa di Tostes, per gli abiti della moglie, e per il trasloco;
e tutta la dote, più di tremila scudi, era sfumata in due anni. Quante cose poi,
si erano rovinate o perdute nel trasporto da Tostes a Yonville, senza contare il
curato di gesso, che, a una scossa più violenta del carro, era caduto
spaccandosi in mille pezzi sul selciato di Quincampoix.
L'unico pensiero piacevole capace di distrarlo era la gravidanza della moglie. A
mano a mano che il termine dei nove mesi si avvicinava, sentiva di amarla sempre
di più. Era come se si fosse stabilito un nuovo legame fisico, quasi
l'incessante consapevolezza di un'unione più complessa. Quando osservava da
lontano la pigra andatura di Emma, quando la vedeva piegarsi mollemente sulle
anche non imprigionate nel busto, oppure, standole di fronte, la contemplava a
suo agio, mentre lei si abbandonava stanca, seduta nella poltrona, allora la sua
felicità diventava incontenibile. Si alzava, l'abbracciava, l'accarezzava sul
viso, la chiamava mammina, voleva farla ballare, e, sorridendo con le lacrime
agli occhi, le sussurrava tutte le cose scherzose e tenere che gli venivano in
mente.
L'idea di aver dato origine a una nuova vita lo deliziava. Conosceva l'esistenza
umana in tutte le sue manifestazioni, adesso, e se ne stava affacciato a
guardarla con serenità.
Emma dapprima si sentì molto stupita, poi desiderò sgravarsi per sapere che cosa
volesse dire essere mamma. Ma, non potendo fare le spese che avrebbe desiderato
né avere una culla a barchetta con il velo di seta rosa, e delle cuffiette
ricamate, rinunciò a preparare il corredino e, in un momento di amarezza, lo
ordinò tutto a una lavorante del villaggio senza scegliere niente e senza
discutere. Non si appassionò a questi preparativi nei quali si manifesta la
tenerezza delle madri, e il suo affetto, fin dal principio, ne fu forse in
qualche modo attenuato.
Eppure, siccome Charles, a ogni pasto, non faceva che parlare del bambino, anche
Emma cominciò a pensarvi meno saltuariamente.
Desiderava un maschio; sarebbe stato forte e bruno, e l'avrebbe chiamato Georges
e questa idea di avere per figlio un maschio era quasi una rivincita potenziale
di tutti i suoi fallimenti. Un uomo è almeno libero; passioni e paesi sono
aperti dinanzi a lui, può ignorare gli ostacoli e ghermire le felicità più
remote. Una donna, invece, è continuamente impedita. Inerte e flessibile nello
stesso tempo, ha contro di sé le debolezze della carne e i dettami delle leggi.
La sua volontà, come il velo del cappello, trattenuto da un cordone, palpita a
tutti i venti; per ogni desiderio che alletta, v'è una convenienza che
trattiene.
Partorì una domenica alle sei, al levar del sole.
«È una bambina!» disse Charles.
Emma voltò la testa e svenne.
Quasi subito accorse la signora Homais e l'abbracciò. Altrettanto fece mamma
Lefrançois del Leon d'Oro. Il farmacista, con discrezione, le rivolse soltanto,
attraverso la porta so«chiusa, qualche provvisoria felicitazione. Volle vedere
la creaturina e la trovò assai ben conformata.
Durante la convalescenza, Emma dedicò parecchio tempo alla scelta di un nome per
sua figlia. Innanzitutto passò in rassegna quelli che avevano una desinenza
italiana, come Clara, Louisa, Amanda, Atala; le piaceva anche Galsuinde e ancora
di più Yseult e Léocadie. Charles avrebbe voluto chiamarla come sua madre, ma
Emma si oppose. Fecero passare il calendario da cima a fondo e consultarono
anche gli estranei.
«Il signor Léon» diceva il farmacista «si meraviglia che non scegliate
Madeleine: è un nome enormemente di moda.»
Ma la signora Bovary madre protestò con vivacità per questo nome di peccatrice.
Quanto al signor Homais, le sue preferenze andavano a tutti quei nomi che
ricordassero grandi uomini, fatti illustri o alti ideali e aveva battezzato i
suoi quattro figli in armonia con tali predilezioni. Così Napoleone
rappresentava la gloria e Franklin la libertà; Irma era forse una concessione al
romanticismo, ma Athalie costituiva certo un omaggio a un immortale capolavoro
del teatro francese. Le sue convinzioni filosofiche, è evidente, non
ostacolavano gli entusiasmi artistici e in lui la sensibilità non era soffocata
dalla razionalità; sapeva discernere fra l'una e l'altra cosa, separare
nettamente l'immaginazione dal fanatismo. Di questa tragedia, per esempio, egli
biasimava le concezioni, ma ammirava lo stile; riprovava il pensiero, ma
plaudiva a tutti i particolari, si esasperava contro i personaggi, ma i loro
discorsi lo entusiasmavano. Quando leggeva le scene madri, si sentiva
trasportato, ma quando pensava che i preti ne traevano vantaggio per la propria
bottega, ne era desolato, e si smarriva in questa confusione di sentimenti
desiderando nello stesso tempo incoronare con le proprie mani Racine e discutere
con lui per un buon quarto d'ora.
Alla fine Emma ricordò che al castello della Vaubyessard aveva sentito la
marchesa chiamare Berthe una giovane; da quel momento la scelta fu fatta e
siccome Papà Rouault non poteva venire, il signor Homais fu pregato di fare da
padrino. Come regalo offrì prodotti della sua azienda; e cioè: sei scatole di
giuggiole, un intero boccale di fecola araba, tre vasetti di pasta di malvarosa
e inoltre sei bastoncini di zucchero filato che aveva trovato per caso in un
armadio a muro. La sera della cerimonia, venne organizzata una gran cena; c'era
anche il curato. Vi fu molta animazione. Il signor Homais, ai liquori, intonò
Dio degli uomini buoni, il signor Léon cantò una barcarola e la signora
Bovary madre, che era la madrina, una romanza dei tempi dell'impero. Infine il
signor Bovary padre volle che si portasse giù la neonata e finse di battezzarla
con un bicchiere di champagne, versandolo dall'alto sul capo della bambina. Una
tale derisione del primo dei sacramenti indignò l'abate Bournisien; Bovary padre
rispose con una citazione dalla Guerra degli dei, il curato se ne voleva
andare, le signore imploravano, il signor Homais si interpose e fra tutti
riuscirono a trattenere il sacerdote, che sedette e ricominciò a sorbire
tranquillamente dal piattino la tazza di caffè rimasta a metà.
Il signor Bovary padre si fermò per un mese a Yonville, abbagliandone gli
abitanti con un superbo berretto militare a galloni d'argento che si metteva la
mattina per andare a fumare la pipa in piazza. Aveva inoltre l'abitudine di bere
molta acquavite e mandava spesso la domestica al Leon d'Oro perché gliene
comperasse una bottiglia, facendola mettere in conto a suo figlio; consumò anche
tutta la provvista di acqua di Colonia di sua nuora per profumare i propri
fazzoletti.
A Emma non dispiaceva la compagnia del suocero. Aveva girato il mondo e le
parlava di Berlino, di Vienna, di Strasburgo, di quand'era ufficiale, delle sue
amanti, delle gran mangiate che aveva fatto, si comportava con lei con grande
amabilità e talvolta addirittura, in giardino o sulle scale, la prendeva per la
vita esclamando:
«Sta' attento, Charles!»
A questo punto, mamma Bovary si preoccupò per la felicità del figlio e temendo
che suo marito, a lungo andare, avrebbe potuto esercitare un'influenza immorale
sulle idee della giovane, si affrettò a cercar di anticipare la partenza. Forse
l'angustiavano preoccupazioni più serie. Il signor Bovary era un uomo che non
rispettava nulla...
Un giorno Emma fu presa d'improvviso dal desiderio di vedere la sua bambina, che
era stata messa a balia dalla moglie del falegname, e, senza controllare sul
calendario se le sei settimane della Vergine fossero già trascorse o meno,
s'incamminò verso la casa dei Rollet situata all'estremità del villaggio ai
piedi del colle, fra la strada maestra e le marcite.
Era mezzogiorno, le case avevano le persiane chiuse, i tetti di ardesia
luccicavano sotto la luce violenta del cielo azzurro e i colmi sembrava
sprigionassero scintille. Soffiava un vento caldo e saturo di umidità. Emma si
sentiva debole mentre camminava, la facevano soffrire i ciottoli del
marciapiede; era incerta se tornare indietro o entrare in qualche posto per
sedersi.
In quel momento uscì da una porta vicina il signor Léon con un fascio di carte
sotto il braccio. Venne a salutarla e si mise all'ombra, sotto la tenda grigia
sporgente davanti alla bottega di Lheureux.
La signora Bovary disse che andava a trovare sua figlia, ma che si sentiva
stanca.
«Se...» cominciò Léon senza avere il coraggio di andare avanti.
«Ha qualche impegno?» domandò Emma.
Avendo ottenuto una risposta negativa, lo pregò di accompagnarla. La sera, tutta
Yonville era a conoscenza del fatto, e la signora Tuvache, la moglie del
sindaco, dichiarò alla presenza della domestica che la signora Bovary si stava
compromettendo.
Per andare dalla balia, bisognava voltare a sinistra dopo lo stradone, come per
recarsi al cimitero, e percorrere un viottolo che correva, fiancheggiato dai
ligustri fioriti, in mezzo a casette e cortili. Erano in fiore anche le
veroniche, le rose canine, le ortiche e i sottili tralci dei rovi che si
protendevano dai cespugli. Dai varchi fra le siepi si scorgevano, presso i
casolari, maiali vicini alle concimaie, o mucche impastoiate che strofinavano le
corna contro il tronco degli alberi. I due camminavano adagio, fianco a fianco,
Emma appoggiandosi a lui e lui accorciando il passo e adeguandolo a quello di
lei. Davanti a loro volteggiava e ronzava uno sciame di mosche nell'aria calda.
Riconobbero la casa da un vecchio noce che stendeva la sua ombra su di essa. Era
bassa e coperta di tegole scure, e fuori dell'abbaino del solaio pendeva una
collana di cipolle. Alcune fascine appoggiate verticalmente contro la cinta
spinosa delimitavano un'aiuola quadrata ove crescevano della lattuga, alcune
piante di lavanda e i piselli odorosi che si abbarbicavano sulle frasche. Un
rivoletto di acqua sporca scorreva e si allargava sull'erba e tutto intorno
erano sparpagliati cenci non ben identificabili, calze lavorate a maglia, una
camiciola di cotone rosso e un grande lenzuolo di tela ruvida steso lungo la
siepe. Al rumore del cancello, comparve la balia, tenendo in braccio un bambino
che stava poppando. Con l'altra mano si trascinava dietro un povero marmocchio
gracile e dal viso scrofoloso figlio di un cappellaio di Rouen, che i genitori,
troppo impegnati con il loro lavoro, lasciavano in campagna.
«Entri,» disse «la sua bambina è là che dorme.»
La camera al pianterreno, la sola di tutta la casa, aveva in fondo, contro il
muro, un gran letto senza tende, mentre la madia occupava il lato della
finestra, un vetro della quale era tenuto insieme da un disco raggiato di carta
blu. Nell'angolo dietro la porta, zoccoli alti, dai chiodi lucenti, erano
allineati sotto la pietra del lavatoio, vicino a una bottiglia piena d'olio con
una piuma infilata nel collo. Un lunario Mathieu Laensberg era gettato sul
caminetto polveroso, fra pietre focaie da fucile, mozziconi di candele e
brandelli d'esca. Il massimo lusso di questa stanza consisteva in
un'illustrazione ritagliata certo da qualche cartello pubblicitario di prodotti
di profumeria, raffigurante la Celebrità che soffiava in una tromba; era fissata
alla parete per mezzo di bullette da zoccoli.
La bambina di Emma dormiva in una culla di vimini, sul pavimento. La madre la
prese in braccio con la coperta che l'avvolgeva e si mise a ninnarla cantando
sottovoce.
Léon andava su e giù per la stanza; gli sembrava strano vedere questa bella
signora dagli abiti eleganti in mezzo a tanta miseria La signora Bovary arrossì
ed egli si voltò, temendo che i suoi sguardi potessero apparire impertinenti.
Poi Emma riadagiò la piccola che aveva rigurgitato sul bavaglino. La balia andò
subito a ripulirla assicurando che non sarebbe rimasta la macchia.
«Ne fa ben altre,» disse «non faccio altro che lavare le sue cose. Se avesse la
compiacenza di ordinare a Camus, il droghiere, di lasciarmi prendere il sapone
quando mi occorre, sarebbe più comodo per lei perché non continuerei a
disturbarla.»
«Va bene, va bene!» disse Emma «Arrivederci, mamma Rollet.»
E uscì, pulendosi i piedi sul gradino della soglia.
La buona donna l'accompagnò fino in fondo al cortile, parlando della fatica che
le costava l'alzarsi di notte.
«Mi sento così rotta, che spesso mi addormento sulla sedia. Dovrebbe proprio
darmi almeno una libbra di caffè macinato; me lo farei bastare per un mese e lo
berrei la mattina con il latte.»
Dopo aver subito i suoi ringraziamenti, la signora Bovary se ne andò; aveva
percorso soltanto un breve tratto di sentiero quando uno scalpiccio di zoccoli
le fece volgere il capo: era ancora la balia.
«Che c'è?»
Allora la contadina, tirandola in disparte sotto un olmo, si mise a parlare del
marito, il quale, con il suo mestiere e con i sei franchi all'anno che il
capitano...
«Venga al dunque» disse Emma.
«Bene,» riprese la balia sospirando a ogni parola «ho paura che se la prenda, se
mi vede bere il caffè da sola; sa, gli uomini...»
«Ma le ho detto che le farò avere il caffè» ripeté Emma. «Glielo manderò... Non
continui a infastidirmi.»
«Ahimè! Cara signora, il guaio è che le sue ferite gli danno dei terribili
crampi al petto. Dice che anche il sidro lo indebolisce.»
«Ma cerchi di sbrigarsi, mamma Rollet.»
«Stavo dicendo,» riprese lei facendo un inchino «se non le sembra troppo, se non
è chiederle troppo» e si inchinò ancora una volta «quando le farà comodo,» e
supplicava con lo sguardo «un quartino di acquavite» disse infine «potrei
adoperarla anche per strofinare i piedini della sua bambina, che li ha teneri
come la lingua.»
Liberatasi della balia, Emma si appoggiò di nuovo al braccio del signor Léon.
Camminò in fretta per un tratto, poi rallentò e il suo sguardo, ch'ella teneva
fisso dinanzi a sé, si posò sulla spalla e sul collo di velluto nero della
finanziera del suo accompagnatore. I capelli castani di lui vi ricadevano lisci
e ben pettinati. Notò che aveva le unghie più lunghe di come le portavano a
Yonville. Una delle maggiori occupazioni del giovane di studio era infatti
quella di curarle; e custodiva a questo scopo un temperino tutto particolare nel
cassetto della scrivania.
Tornarono a Yonville seguendo la riva del fiume. Nella stagione calda, l'argine,
facendosi più largo, metteva allo scoperto fino alla base i muri dei giardini
che avevano una breve scala per scendere al fiume. L'acqua scorreva silenziosa,
rapida, e guardandola, si aveva un'impressione di freddo, lunghe erbe sottili si
curvavano insieme spinte dalla corrente, come capigliature verdi che si
abbandonassero libere nella sua limpidezza. Sulla cima dei giunchi o sulle
foglie delle ninfee si posavano, o camminavano talvolta, insetti dalle lunghe
zampe. Il sole attraversava con i suoi raggi le piccole bolle che si
susseguivano e si rompevano, formate dalle onde, i vecchi salici dai rami
tagliati, si riflettevano nell'acqua con la corteccia grigia; al di là di essi,
tutto intorno, i prati sembravano deserti. Era l'ora del pasto, nelle fattorie,
e la giovane signora e il suo compagno non sentivano camminando che il suono dei
loro passi sulla terra battuta del sentiero, le parole che essi stessi
pronunciavano e il fruscio della gonna di Emma intorno a lei. I muri dei
giardini, con la cima munita di cocci di bottiglia erano caldi come le vetrate
di una serra. Fra i mattoni erano cresciute le violacciocche selvatiche e, con
l'orlo del parasole aperto, passando, la signora Bovary sbriciolava in una
polvere gialla qualcuno dei loro fiori appassiti; qualche ramo di caprifoglio o
di clematide si protendeva al di sopra del muro e strusciava un momento sulla
seta impigliandosi nelle frange.
Stavano parlando di una compagnia di ballerini spagnoli che si sarebbero di lì a
poco esibiti al teatro di Rouen.
«Andrà a vederli?» domandò Emma.
«Se mi sarà possibile» rispose Léon.
Non avevano altro da dire? Eppure i loro occhi erano colmi di una gravità degna
di parole più serie, e, mentre si sforzavano di trovare frasi banali, si
sentivano presi da uno stesso languore. Sentivano dentro di sé come un mormorio
profondo, incessante, più forte delle loro stesse voci. Sbigottiti di fronte a
questa sconosciuta soavità, non si preoccupavano di confidarsi le sensazioni che
suscitava o di scoprirne la causa. Le felicità future, come le spiagge dei
Tropici, proiettano sulle smisurate distanze che le precedono i miraggi dei loro
propri piaceri, di una brezza profumata, e assopiscono in questa voluttà, senza
suscitare ansie per l'orizzonte che non si riesce a scorgere.
A un certo punto il sentiero affondava nel fango a causa del passaggio del
bestiame; furono costretti a camminare su grosse pietre verdi regolarmente
distanziate. Spesso Emma si fermava un istante per guardare dove metteva il
piede e, vacillando sulla pietra malferma, con i gomiti sollevati, la figura
inclinata e l'occhio indeciso, rideva della propria paura di cadere nelle
pozzanghere.
Appena giunsero davanti al suo giardino, la signora Bovary spinse il
cancelletto, salì di corsa i gradini e scomparve.
Léon rientrò allo studio. Il principale non c'era; diede una occhiata agli
incartamenti, temperò una penna, poi prese il cappello e uscì.
Se ne andò su al Pascolo, in cima al colle di Argueil, al limitare della
foresta; si sdraiò per terra sotto i pini, a guardare il cielo attraverso le
dita.
«Come mi annoio!» si ripeteva «Come mi annoio!»
Si commiserava perché viveva in un villaggio avendo Homais come amico e il
signor Guillaumin per padrone. Quest'ultimo con gli occhiali d'oro a stanghetta
e i favoriti rossi che spiccavano sulla cravatta bianca, tutto preso dagli
affari, non capiva niente delle raffinatezze dello spirito, benché affettasse
maniere rigide e inglesi che erano riuscite ad abbagliare il giovane nei primi
tempi. Quanto alla moglie del farmacista, era la miglior sposa di tutta la
Normandia, dolce come un agnello, amava i figli, il padre, la madre, i cugini,
era pronta a piangere per le disgrazie altrui, badava alla casa come meglio non
si sarebbe potuto e detestava i busti. Ma era così lenta nei movimenti, così
noiosa ad ascoltarsi, aveva un aspetto così comune, e una conversazione così
limitata che, per quanto avesse solo trent'anni e lui venti, per quanto
dormissero porta a porta, per quanto le parlasse ogni giorno, non aveva mai
pensato ch'ella potesse essere una donna per qualcuno, né che possedesse del
proprio sesso qualcos'altro oltre la veste.
E poi chi c'era? Binet, qualche negoziante, due o tre osti, il curato, e il
signor Tuvache, il sindaco, e i suoi due figli, gente ricca, burbera e ottusa,
che coltivava da sé i propri terreni, faceva baldoria in famiglia, devota,
questo è vero, ma la cui compagnia era del tutto insopportabile.
Sullo sfondo uniforme di tutti questi volti umani, il viso di Emma spiccava
isolato e lontano: egli sentiva vagamente che fra se stesso e lei esisteva un
abisso.
Da principio era andato spesso a farle visita insieme con il farmacista. Charles
non si era dimostrato particolarmente lieto di riceverlo e Léon non sapeva come
regolarsi fra la paura di essere indiscreto e il desiderio di un'intimità che
riteneva quasi impossibile.
IV
Ai primi freddi, Emma lasciò la sua camera per trasferirsi nella sala, uno
stanzone lungo, dal soffitto basso, dove, sopra il caminetto, una fitta
madrepora si allargava sullo specchio. Seduta nella poltrona vicino alla
finestra, ella guardava passare sul marciapiede la gente del villaggio.
Léon, due volte al giorno, andava dallo studio al Leon d'Oro; Emma lo sentiva
arrivare da lontano; si protendeva ascoltando, e il giovane vestito sempre allo
stesso modo e senza voltare la testa passava, rapido, al di là della tenda. Ma
al crepuscolo, quando lei abbandonava sulle ginocchia il ricamo incominciato e
restava lì, con il mento appoggiato alla mano sinistra, spesso l'apparizione di
quell'ombra che scivolava all'improvviso la faceva trasalire. Si alzava e
ordinava che apparecchiassero la tavola.
Il signor Homais arrivava mentre cenavano. Con la papalina in mano, entrava a
passi felpati, per non disturbare nessuno, e ripeteva sempre la stessa frase:
«Buonasera a tutta la compagnia!» Poi, quando si era accomodato al suo posto,
vicino alla tavola, fra moglie e marito, domandava al medico notizie dei suoi
ammalati, e il medico lo consultava per i possibili onorari. In seguito si
mettevano a discorrere di quel che riferiva il giornale. Homais, a quell'ora, lo
sapeva quasi a memoria; e lo ripeteva integralmente con tutti i commenti
dell'articolista e tutte le notizie di catastrofi individuali e collettive
accadute in Francia o all'estero. Esaurito l'argomento, non tardava a portare il
discorso sulle vivande che vedeva. A volte si alzava a mezzo per indicare con
delicatezza alla signora il pezzo più tenero, oppure si rivolgeva alla domestica
dandole consigli sulla preparazione di intingoli, e sulla digeribilità dei
condimenti; parlava di aromi, di droghe, di succhi e di gelatine in maniera tale
da lasciar sbalorditi. Aveva la testa più piena di ricette di quanto la sua
farmacia non lo fosse di boccali ed eccelleva nella preparazione di ogni sorta
di marmellata, aceti, e liquori dolci; conosceva inoltre tutte le novità in
fatto di pignatte economiche, l'arte di conservare i formaggi e di sanare i vini
malati
Alle otto veniva Justin a chiamarlo per chiudere la farmacia. Allora Homais lo
guardava con aria furba, soprattutto se era presente anche Félicité, perché si
era accorto che il suo allievo frequentava volentieri la casa del medico.
«Il mio giovanotto» diceva «comincia a mettersi delle idee in capo, e io credo,
che il diavolo mi porti, che si sia innamorato della vostra domestica.»
Ma il difetto più grave che Homais gli rimproverava era quello di ascoltare
continuamente le conversazioni. La domenica, per esempio, non erano capaci di
farlo uscire dal salone, dove la signora Homais l'aveva fatto venire per
accompagnare a letto i ragazzini, che si addormentavano sulle poltrone facendo
scivolare giù, con la schiena, le fodere di calicò troppo larghe.
Le serate in casa del farmacista non erano molto affollate: la sua maldicenza,
le sue opinioni politiche avevano allontanato da lui, poco alla volta, molte
persone rispettabili. Léon non mancava mai. Appena sentiva il campanello correva
incontro alla signora Bovary, le prendeva lo scialle e metteva in un canto,
sotto il banco della farmacia, le grosse pantofole di pezza che ella portava
sopra le scarpe quando nevicava.
Facevano prima qualche partita a trentuno, poi il signor Homais giocava
all'écarté con Emma; Léon, standole alle spalle, le dava consigli. In
piedi, le mani appoggiate allo schienale della sedia, guardava i denti del
pettine affondato nello chignon. A ogni movimento che ella faceva per gettare le
carte, l'abito, sulla parte destra, si alzava un poco sul collo. Dai capelli
raccolti le scendeva sulle spalle una sfumatura scura che si andava man mano
schiarendo, perdendosi infine nell'ombra. L'abito le ricadeva dai due lati della
sedia, gonfio e pieno di pieghe, fino a terra. Quando Léon per caso si accorgeva
di avervi posato sopra la suola di una scarpa, la ritirava in fretta come se
avesse calpestato qualcosa di vivo.
Terminata la partita a carte, lo speziale e il medico giocavano a domino mentre
Emma, cambiando posto, si appoggiava con i gomiti sulla tavola e sfogliava
l'illustrazione. Di solito portava il giornale di mode. Léon le si metteva
vicino, guardavano insieme le figure e si aspettavano a vicenda in fondo a ogni
pagina prima di voltarla. Spesso Emma lo pregava di recitarle qualche verso;
Léon li declamava con una voce strascicata che diveniva diligentemente sospirosa
nei punti in cui si parlava d'amore. Ma il rumore dei pezzi del domino lo
disturbava. Il signor Homais era forte al gioco e batteva in pieno Charles.
Raggiunti i trecento punti, venivano tutt'e due a distendersi davanti al camino
e non tardavano ad addormentarsi. Il fuoco moriva sotto la cenere, la teiera era
vuota. Léon continuava a leggere, Emma l'ascoltava, facendo girare
macchinalmente il paralume di garza della lampada, sul quale erano dipinti
pagliacci in carrozza e ballerine sulla corda, tenute in equilibrio dal
bilanciere. Léon si interrompeva, indicando con un gesto l'uditorio
addormentato; incominciavano allora a parlare a voce bassa e la conversazione
sembrava più dolce perché nessuno l'ascoltava.
Venne così a determinarsi fra loro una sorta di associazione, uno scambio
ininterrotto di libri e di romanzi. Il signor Bovary poco geloso di carattere,
non ci faceva caso.
Per il suo onomastico ricevette in dono una bella testa per studi di frenologia,
tutta piena di cifre fino al torace e dipinta di azzurro. Era una cortesia del
giovane impiegato. Léon gliene usava molte altre, gli faceva perfino le
commissioni a Rouen e, dato che un romanzo aveva lanciato la moda delle piante
grasse, ne acquistava per la signora, tenendosele sulle ginocchia durante il
viaggio sulla Rondine e pungendosi continuamente le dita con i loro aculei.
Emma fece sistemare, sulla finestra, una fioriera per mettervi i suoi vasi
giapponesi. Anche Léon ebbe il suo giardinetto pensile; potevano vedersi da una
finestra all'altra, mentre si occupavano entrambi delle loro piantine.
Fra le finestre del villaggio, ve n'era una occupata ancora più spesso: infatti,
la domenica, da mattina a sera e ogni pomeriggio, quando il tempo era buono, si
vedeva all'abbaino di un solaio il profilo magro del signor Binet chino sul
tornio il cui ronzio monotono si faceva sentire fino al Leon d'Oro.
Una sera, rientrando, Léon trovò nella sua camera un tappeto di velluto chiaro
su cui erano ricamati tralci di foglie in lana. Chiamò allora la signora Homais,
il signor Homais, Justin, i bambini, la cuoca; ne parlò al suo principale; tutti
vollero vedere questo tappeto; ma perché la moglie del medico faceva regali al
giovane di studio? Questo parve strano, e tutti finirono per convincersi che
Emma fosse la sua buona amica.
Léon lo lasciava supporre, tanta era la sua insistenza nel parlare del fascino e
dello spirito della signora Bovary, a tal punto che Binet, una volta, gli
rispose assai bruscamente:
«Che cosa me ne importa, dal momento che non faccio parte delle sue amicizie?»
Léon si torturava per trovare il modo di dichiararsi; e, sempre incerto fra il
timore di dispiacerle e la vergogna di essere tanto pusillanime, piangeva di
scoraggiamento e di desiderio. Prendeva decisioni energiche, scriveva lettere
che poi stracciava, fissava termini che immancabilmente finiva col rimandare.
Spesso si metteva in cammino, deciso a ogni audacia; ma la fermezza dei
propositi svaniva subito alla presenza di Emma e, quando arrivava Charles e
l'invitava a salire con lui sul carrozzino per andare insieme a visitare qualche
malato nei dintorni, accettava senza esitazioni, salutava la signora e se ne
andava. Dopo tutto, il marito non era forse qualcosa di lei?
Quanto a Emma, evitava di domandarsi se lo amasse. Era convinta che l'amore
dovesse arrivare di colpo, accompagnato da luci e fragori, simile a un uragano
celeste che piomba sulla vita, la sconvolge, travolgendo la volontà come foglie
secche, e trascina ogni sentimento nell'abisso. Non sapeva che la pioggia a
goccia a goccia crea laghetti sulle terrazze delle case, quando le grondaie sono
otturate, e avrebbe continuato a credersi al sicuro se d'improvviso non avesse
scoperto una falla nelle sue difese
V
Accadde una domenica di febbraio, un pomeriggio, e nevicava. Il signore e la
signora Bovary, Homais e Léon avevano deciso di andare tutti a vedere, a una
mezza lega da Yonville, nella vallata, una filatura di lino in costruzione. Lo
speziale aveva portato con sé Napoleone e Athalie per farli camminare un po', e
Justin li seguiva portando in spalla i parapioggia.
Non vi sarebbe potuto essere niente di meno interessante di questa gita. Un
grande spazio di terreno nudo, ove si trovavano, sparsi qua e là alla rinfusa,
mucchi di sabbia e di ciottoli e alcune ruote di ingranaggi già arrugginite,
circondava una lunga costruzione rettangolare forata da un gran numero di
piccole finestre. Non era ancora ultimata, e si vedeva il cielo attraverso le
assicelle del tetto. Attaccato alla trave più alta del tetto stesso, un mannello
di paglia e spighe faceva schioccare al vento i nastri tricolore con i quali era
legato.
Homais parlava, spiegando alla comitiva la futura importanza di questo
stabilimento; valutava la resistenza dei plafoni, lo spessore dei muri e si
rammaricava di non possedere un metro pieghevole come quello che il signor Binet
adoperava per suo uso personale.
Emma gli dava il braccio appoggiandosi un po' e guardava il disco del sole il
cui splendore, smorzato dalla nebbia, irraggiava debolmente; poi voltò il capo:
Charles era là, aveva il berretto calcato fin sulle sopracciglia, e le grosse
labbra tremanti aggiungevano una nota di stupidità al suo viso; perfino la
schiena, quella sua schiena tranquilla, riusciva a irritarla quando la guardava:
le sembrava di vedervi spiegata sopra la finanziera tutta l'insulsaggine che lo
caratterizzava. Mentre lei lo considerava in tal modo, provando, nella sua
stessa irritazione, una sorta di depravata voluttà, Léon fece un passo avanti.
Il freddo lo faceva impallidire e sembrava stendere sul suo viso un languore più
dolce: fra la cravatta e il collo, il colletto della camicia, un po' largo,
lasciava intravedere la pelle; una ciocca di capelli rivelava la punta di un
orecchio e i grandi occhi azzurri, alzati a guardare le nubi, parvero a Emma più
belli e più limpidi di quei laghi di montagna in cui si specchia il cielo.
«Disgraziato!» gridò a un tratto lo speziale.
E corse dal figlio che si era precipitato su un mucchio di calce per tingersi di
bianco le scarpe. Sommerso dai rimproveri, Napoleone si mise a urlare, mentre
Justin cercava di ripulirgli i piedi con una manciata di paglia. Ma ci sarebbe
voluto un coltello: Charles offrì il suo.
"Ah!" pensò subito Emma "porta il coltello in tasca come un contadino!"
Cadeva una guazza gelata, e tornarono tutti a Yonville
Quella sera, la signora Bovary non andò dai vicini e quando Charles fu uscito e
lei incominciò a sentirsi sola, nella sua mente si ripresentò il confronto fra
suo marito e Léon, ma con la nitidezza di una sensazione immediata e con
l'ampliamento di prospettiva che il ricordo dà alle cose. Distesa nel letto,
mentre guardava il fuoco che ardeva luminoso, vedeva ancora, come laggiù, Léon
in piedi, che con una mano piegava, appoggiandovisi, una bacchetta, e con
l'altra teneva Athalie la quale succhiava tranquilla un pezzetto di ghiaccio. Lo
trovava attraente e non riusciva ad allontanare da lui i propri pensieri; ne
ricordava gli atteggiamenti in altre occasioni, le frasi che aveva detto, il
suono della voce e la figura; e ripeteva, protendendo le labbra come per un
bacio:
«Sì, affascinante! Affascinante!... Amerà una donna?» si domandò «E chi?... Può
amare soltanto me!»
In un lampo, tutte le prove di ciò si spiegarono davanti a lei e il cuore le
balzò nel petto. La fiamma del camino faceva danzare sul soffitto una luce gaia;
si voltò sulla schiena stirandosi le braccia.
A questo punto cominciò la solita lamentela: «Oh! Se il Cielo lo avesse voluto!
Perché non è successo? Chi lo ha impedito?...»
Quando Charles, a mezzanotte, rientrò, Emma ebbe l'aria di svegliarsi in quel
momento, e siccome lui, nello spogliarsi, fece rumore, si lagnò di avere
l'emicrania, poi domandò con indifferenza notizie della serata.
«Il signor Léon» disse Charles «se n'è andato presto.»
Emma non seppe trattenere un sorriso, e si addormentò con l'anima piena di una
nuova delizia.
L'indomani verso sera, ricevette la visita del signor Lheureux, il negoziante di
stoffe, uomo assai abile.
Nato guascone, ma divenuto normanno, univa alla facondia meridionale la cautela
delle genti di Caux. Il suo viso sbarbato, grasso e molle, sembrava tinto con un
decotto leggero di liquerizia e i capelli bianchi rendevano ancora più vivo il
lampo di durezza dei piccoli occhi neri. Nessuno sapeva che cosa fosse stato
prima d'ora: merciaio ambulante, diceva taluno, banchiere a Routot, dicevano
altri. Una cosa era certa: sapeva fare a mente calcoli così complicati da
spaventare lo stesso Binet. Cortese fino a divenire ossequioso, stava sempre con
la schiena curva, nella posizione di chi saluta o invita.
Dopo aver lasciato alla porta il cappello ornato da un crespo, posò sulla tavola
una scatola verde e cominciò con molta deferenza a lamentarsi di non essere
ancora riuscito a ottenere la fiducia della signora.
Una bottega modesta come la sua non era certo adatta ad attirare una signora
elegante; e sottolineò la parola. Ciò nonostante lei non aveva che da comandare
ed egli si sarebbe incaricato di procurarle tutto quanto potesse desiderare,
articoli di merceria, biancheria, cappellini e ogni novità, dal momento che
andava in città quattro volte al mese, regolarmente. Aveva rapporti con le case
più importanti, si poteva chiedere di lui ai Tre Fratelli, alla Barba d'Oro o al
Gran Selvaggio, dappertutto era conosciutissimo. Oggi, trovandosi a passare di
lì, era venuto a far vedere alla signora diversi articoli che, grazie a una
combinazione veramente rara, era riuscito ad assicurarsi. E tolse dalla scatola
una mezza dozzina di colletti ricamati.
La signora Bovary li esaminò.
«Non ho bisogno di niente» disse.
Allora il signor Lheureux tirò fuori con delicatezza tre sciarpe algerine,
numerosi pacchetti d'aghi inglesi, un paio di pantofole di rafia e, per ultimi,
quattro portauova di cocco, intagliati a trafori dai carcerati. Appoggiò le mani
alla tavola, e, con il collo teso, e il corpo chinato in avanti, seguì a bocca
aperta lo sguardo di Emma che vagava indeciso sul1e mercanzie. Ogni tanto, come
per togliere la polvere, dava con l'unghia un colpetto alla seta delle sciarpe
spiegate in tutta la loro lunghezza; la stoffa fremeva, con un fruscio lieve, e,
alla luce verdastra del crepuscolo, le pagliuzze d'oro del tessuto scintillavano
come minuscole stelle.
«Quanto costano?»
«Una miseria,» rispose il merciaio «proprio una miseria; ma non c'è fretta;
quando vorrà; non siamo ebrei!»
Ella rifletté per qualche istante, e finì col ringraziare ancora il signor
Lheureux, il quale replicò senza scomporsi:
«Benissimo, ci metteremo d'accordo un'altra volta; con le signore finisco sempre
per intendermi; salvo che con la mia però».
Emma sorrise.
«Questo per dirle» riprese con aria bonacciona, dopo quella facezia «che non è
certo il denaro a preoccuparmi... Gliene darei, se le occorresse.»
La signora Bovary ebbe un gesto di sorpresa.
«Ah!» fece lui a voce bassa e con vivacità «non avrei bisogno di andar lontano
per procurargliene, creda pure!»
E continuò chiedendo notizie di papà Tellier, il padrone del Caffè Francese, che
il signor Bovary aveva in cura in quei giorni.
«Che cos'ha, insomma, il vecchio Tellier?... Tossisce tanto da svegliare tutta
la casa e temo che presto gli sia più necessario un cappotto d'abete di una
camiciola di flanella! Da giovane ha sempre fatto bisboccia! Quella è gente,
signora, che non ha mai avuto regola, nella vita. Si è bruciato con l'acquavite!
Ma in ogni caso è doloroso vedere andarsene una persona che si conosce.»
E, mentre richiudeva la scatola, continuava a discorrere parlando della
clientela del medico.
«Sarà il cattivo tempo, certo,» disse, e guardò accigliato fuori della finestra
«la causa di queste malattie. Anch'io non mi sento del tutto a posto; bisognerà
anzi che venga uno di questi giorni a farmi visitare da suo marito, per un
dolore alla schiena. Bene, arrivederla, signora Bovary; resto a sua
disposizione, servitore umilissimo!»
E richiuse, adagio, la porta.
Emma si fece servire la cena in camera sua, vicino al fuoco, sopra un vassoio.
Ci mise molto a mangiare, tutto le sembrava buono.
«Come sono stata accorta!» si diceva, pensando alle sciarpe.
Udì dei passi sulle scale: era Léon. Si alzò allora e prese sul cassettone da un
mucchio di strofinacci ai quali si doveva fare l'orlo il primo che le capitò
sottomano. Quando egli entrò, sembrava molto occupata.
La conversazione si trascinava, la signora Bovary taceva spesso e Léon sembrava
molto imbarazzato. Seduto su una sedia bassa, vicino al caminetto, rigirava fra
le dita l'astuccio da lavoro d'avorio. Emma cuciva e di tanto in tanto piegava
con l'unghia l'orlo della tela. Non diceva nulla; Léon taceva, soggiogato dal
suo silenzio come lo sarebbe stato dalle sue parole.
"Povero ragazzo!" pensava lei.
"In che cosa le dispiaccio?"» egli si domandava.
A un certo punto Léon finì col dire che, uno di quei giorni, si sarebbe recato a
Rouen per un affare riguardante lo studio.
«Il suo abbonamento agli spartiti musicali è scaduto, glielo devo rinnovare?»
«No» disse Emma.
«Perché?»
«Perché...»
E, stringendo le labbra, tirò lentamente una lunga gugliata di filo grigio.
Quel lavoro irritava Léon. Emma pareva volesse spellarcisi la punta delle dita;
gli salì alle labbra una frase galante, ma non trovò il coraggio di
pronunciarla.
«Vuole proprio rinunciarvi?» riprese.
«A che cosa?» disse Emma con vivacità «Alla musica? Mio Dio, sì. Ho già la casa
a cui badare, devo occuparmi di mio marito, e di mille altre cose insomma, di
tanti doveri più impellenti.»
Guardò la pendola. Charles era in ritardo. Si atteggiò allora alla moglie in
ansia. Ripeté due o tre volte:
«È tanto buono!»
Il giovane impiegato era affezionato al signor Bovary. Ma quella tenerezza nei
suoi confronti lo stupì in maniera spiacevole; e ciò nonostante ne continuò
l'elogio, che, a suo dire tutti ripetevano; e in modo particolare il farmacista.
«Ah! È un gran brav'uomo» ricominciò Emma.
«Certo» convenne Léon.
E prese a parlare della signora Homais che si prestava ai loro frizzi, di
solito, per via del modo di vestire incredibilmente sciatto.
«Che importanza ha?» lo interruppe Emma «Una buona madre di famiglia non
attribuisce troppa importanza al proprio abbigliamento.»
Poi ricadde nel silenzio.
Mantenne lo stesso atteggiamento nei giorni che seguirono: cambiò i discorsi, le
maniere, tutto. Prese di nuovo a occuparsi del buon andamento della casa, a
frequentare con regolarità la chiesa, e a trattare con maggior severità la
servetta.
Tolse Berthe alla balia. Félicité gliela portava quando venivano visite e la
signora Bovary la spogliava per mostrarne il corpicino. Dichiarava di adorare i
bambini, la bambina era la sua consolazione, la sua gioia, la sua mania, ed ella
accompagnava le proprie carezze con espansioni liriche tali da ricordare a chi
non fosse di Yonville, la Sachette di Notre-Dame di Parigi.
Quando Charles rientrava, trovava le pantofole accanto alla cenere per tenerle
calde. I panciotti non avevano più la fodera scucita né mancavano i bottoni alle
camicie e inoltre egli aveva il piacere di vedere i berretti da notte ordinati
in pile uguali nell'armadio. Sua moglie non era più riluttante come un tempo a
fare qualche passeggiatina in giardino; quello ch'egli proponeva veniva sempre
accettato e, sebbene i suoi desideri non venissero prevenuti, Emma vi si
sottometteva senza fiatare. Léon, quando vedeva il signor Bovary, accanto al
fuoco dopo cena, con le mani incrociate sul ventre, i piedi sugli alari, le gote
arrossate dalla digestione, gli occhi umidi di felicità, mentre la bimba si
trascinava sul tappeto e questa donna dalla vita sottile, da sopra la spalliera
della poltrona, si chinava per baciarlo in fronte, finiva col dirsi:
"Che pazzia! Come potevo illudermi di arrivare fino a lei?"
Emma gli appariva così virtuosa e inaccessibile che abbandonò ogni speranza,
anche la più vaga.
Ma, grazie a questa rinuncia, la poneva in una posizione straordinaria. Ai suoi
occhi Emma si liberava delle qualità materiali dalle quali non gli sarebbe mai
stato possibile ottenere nulla, per salire sempre più in alto nel suo cuore,
fino a staccarsene come una magnifica apoteosi che ascenda. Si trattava di uno
di quei sentimenti puri che non intralciano il corso della vita, che si
coltivano perché sono rari, e la cui perdita fa soffrire più di quanto possa far
gioire il possederli.
Emma dimagrì, diventò pallida, il viso le si affilò. I capelli neri, i grandi
occhi, il naso diritto, il modo di camminare a passettini, il fatto che fosse
quasi sempre silenziosa, adesso, davano l'impressione che ella attraversasse
l'esistenza sfiorandola appena e recando sulla fronte il segno indistinto di una
qualche sublime predestinazione. Era così triste e così calma, al contempo tanto
dolce e riservata che accanto a lei ci si sentiva presi da un fascino glaciale,
capace di far rabbrividire come capita nelle chiese, ove il profumo dei fiori si
unisce al gelo del marmo. Nemmeno gli estranei sfuggivano a questa seduzione. Il
farmacista diceva:
«È una donna di grandi qualità, che non sfigurerebbe in una sottoprefettura»
Le borghesi ammiravano in lei il senso dell'economia, i clienti la cortesia, i
poveri la carità.
Ma Emma era piena di bramosia, di rabbia, di odio. Quell'abito dalle pieghe
diritte nascondeva un cuore sconvolto e le labbra pudiche tacevano le tempeste.
Era innamorata di Léon e cercava la solitudine per poter a suo agio dilettarsi
con l'immagine di lui. Vederlo di persona significava turbare la voluttà di tale
meditazione. Il suono dei suoi passi faceva palpitare il cuore: poi, la sua
presenza faceva svanire ogni emozione e in seguito in lei restava soltanto un
immenso sbigottimento che si trasformava in tristezza.
Léon non sapeva, quando usciva disperato dalla casa di lei che la signora Bovary
correva alla finestra per seguirlo con lo sguardo nella via. Emma si preoccupava
per lui, spiava il suo viso, e addirittura inventò tutta una storia per avere il
pretesto di vedere la sua camera. Considerava la moglie del farmacista la più
felice delle donne perché poteva dormire sotto lo stesso tetto del giovane di
studio e i suoi pensieri tornavano sempre a quella casa, come i piccioni del
Leon d'Oro che andavano là a bagnarsi nelle grondaie le zampette rosa e le ali
bianche. Ma quanto più Emma si rendeva conto di essere innamorata, tanto più
cercava di respingere questo amore, di diminuirlo, perché nessuno potesse
accorgersene. Soltanto Léon avrebbe dovuto indovinarlo e, affinché ciò fosse
possibile, sognava il verificarsi di eventi e catastrofi che avrebbero
facilitato le cose. A trattenerla, certo, era la pigrizia, o la paura e anche il
pudore. Pensava di averlo respinto ormai troppo lontano, di non essere più in
tempo, di aver rovinato tutto. Poi, l'orgoglio, la gioia di poter dire: "Sono
una donna onesta" e di guardarsi nello specchio assumendo un'aria rassegnata, la
consolavano un po' del sacrificio che credeva di fare.
A questo punto gli appetiti della carne, la bramosia della ricchezza e le
malinconie della passione, si confondevano in un'unica sofferenza; la sua mente,
invece di distogliersi da questi pensieri, vi si soffermava sempre più,
eccitandosi al dolore e cercandone dappertutto le occasioni. Bastavano, per
mandarla in collera, una vivanda mal riuscita, una porta socchiusa, il desiderio
non realizzabile di possedere un velluto; soffriva per la mancata felicità,
perché i suoi sogni erano troppo alti e la sua casa troppo angusta.
A esasperarla più d'ogni altra cosa era il fatto che Charles sembrava non
sospettare il suo tormento. La convinzione che egli aveva di renderla felice le
sembrava un insulto idiota e la sicurezza che gliene derivava una vera
ingratitudine. Per chi, dunque, si manteneva virtuosa? Non era forse lui
l'ostacolo a tutte le felicità, la causa di tutti gli affanni, il fermaglio
aguzzo alla fibbia di quella cinghia complicata che la serrava da ogni parte?
Concentrò allora unicamente su di lui i molteplici aspetti dell'odio che nasceva
dalle sue sofferenze; ogni sforzo per diminuirlo serviva soltanto a farlo
crescere sempre più, e questa pena inutile si aggiunse agli altri motivi di
disperazione, contribuendo ad allontanare irrimediabilmente Emma dal marito. La
stessa mitezza di lui nei suoi confronti la spingeva alla ribellione. La
mediocrità domestica le suggeriva capricci lussuosi, l'affetto coniugale
desideri di adulterio. Avrebbe voluto che Charles la percuotesse per avere una
ragione di detestarlo, per vendicarsene. Si stupiva a volte degli atroci
pensieri che le attraversavano la mente: e doveva continuare a sorridere,
sentendosi dire quanto era felice, fingere di esserlo e lasciarlo credere.
Eppure quella ipocrisia la disgustava. La prendeva la tentazione di fuggire con
Léon in qualche posto, ben lontano di lì, per incominciare una nuova vita; ma
vedeva, nell'anima sua, aprirsi davanti a lei un baratro oscuro, dai contorni
vaghi.
"Tanto non mi ama più" pensava. "Che cosa potrebbe succedermi, quale aiuto posso
aspettarmi, quale consolazione, quale sollievo?"
Rimaneva affranta, ansimante, inerte, singhiozzando sommessamente e versando
fiumi di lacrime.
«Perché non dirlo al dottore?» domandava la domestica quando la sorprendeva
durante queste crisi.
«Sono i nervi» rispondeva Emma. «Non gliene parlare, gli daresti un dispiacere.»
«Ah, sì» riprendeva Félicité «lei è proprio come la Guérine, la figlia di papà
Guérin, il pescatore di Pollet, li ho conosciuti a Dieppe, prima di venire da
lei. Era così triste, così triste, che, a vederla in piedi sulla soglia di casa,
faceva l'effetto di un lenzuolo funebre steso davanti alla porta. La sua
malattia, a quanto pareva, era una specie di nebbia che aveva dentro la testa. I
medici non potevano farle niente, e il curato nemmeno. Quando la prendeva più
forte il male, andava sulla spiaggia, tutta sola, e il tenente della dogana,
facendo il suo giro, la trovava là, distesa bocconi sulla ghiaia, a piangere.
Poi, dopo sposata, le è passato, dicono.»
«Per me, invece,» diceva Emma «è cominciato dopo il matrimonio.»
VI
Una sera Emma sedeva accanto al davanzale della finestra aperta e guardava
Lestiboudois, il sagrestano, che potava i bossi. Sentìa un tratto suonare
l'Angelus.
Si era ai primi di aprile, quando spuntano le primule; un vento tiepido scorre
sulle aiuole appena vangate, e i giardini come le donne, sembra si agghindino
per la festa dell'estate. Fra i pali della pergola e oltre, tutto intorno, si
vedeva il fiume che disegnava fra l'erba dei grandi prati le sue curve sinuose
ed errabonde. La bruma della sera passava fra i pioppi ancora spogli, sfumandone
i contorni con una tinta violetta più pallida e più trasparente di un velo
sottile impigliatosi nei rami. Lontano le mandrie si spostavano senza che se ne
sentissero lo scalpiccio o i muggiti. La campana suonava sempre, diffondendo
nell'aria un tranquillo lamento.
Quello scampanio ripetuto induceva i pensieri di Emma a soffermarsi sui ricordi
dell'adolescenza e del collegio. Rammentava i grandi candelabri dell'altare, più
alti dei vasi ricolmi di fiori e del tabernacolo a colonnine. Le sarebbe
piaciuto confondersi, come un tempo, nella lunga fila di veli bianchi
punteggiata di nero, qua e là, dalle cuffie rigide delle suore chine
sull'inginocchiatoio; la domenica, alla messa, quando alzava la testa, scorgeva
attraverso le volute azzurrognole dell'incenso che salivano verso l'alto, il
dolce viso della Vergine. Si sentì prendere dallo struggimento: l'assalirono una
stanchezza, un abbandono tali che le parve di essere come una piuma di uccello
trascinata dalla tempesta; quasi senza rendersene conto si incamminò verso la
chiesa, ansiosa di piegare l'anima sua a una qualsiasi devozione purché l'intera
sua esistenza potesse annientarvisi.
Incontrò sulla piazza Lestiboudois, di ritorno. Per non accorciare la giornata,
preferiva interrompere il lavoro e riprenderlo poi dopo aver suonato l'Angelus,
anche se, così facendo, non rispettava del tutto gli orari. D'altronde, lo
scampanio anticipato avvertiva i ragazzi dell'ora del catechismo.
Qualcuno di quelli ch'erano già arrivati giocava alle biglie sulle pietre del
cimitero. Qualcun altro, a cavalcioni del muro, agitava le gambe falciando con
gli zoccoli le fitte ortiche cresciute fra la cinta e le tombe più vicine.
Costituivano l'unico verde del luogo: tutto il resto era soltanto pietre coperte
continuamente da una polvere sottile che la granata della sagrestia non riusciva
a eliminare.
I ragazzi, con gli scarponi ai piedi, correvano là sopra come su un pavimento
fatto apposta per loro; gli scoppi di voci infantili si facevano sentire
attraverso il rombo delle campane. Lo scampanio diminuiva con le oscillazioni
della grossa corda che, scendendo dall'alto del campanile, trascinava per terra
una estremità. Le rondini sfrecciavano lanciando brevi strida, tagliavano l'aria
con il loro rapido volo e rientravano svelte nei nidi gialli appesi sotto le
tegole della grondaia. In fondo alla chiesa ardeva una lampada, o meglio un
lucignolo, in un bicchiere che pendeva dall'alto. Da lontano la sua luce
sembrava una macchia biancastra palpitante sull'olio. Un lungo raggio di sole
attraversava tutta la navata centrale facendo apparire più buie quelle laterali
e gli angoli.
«Dov'è il curato?» domandò la signora Bovary a un ragazzo che si divertiva a
scuotere il cancello nel cardine troppo largo.
«Adesso viene» rispose lui.
In quel momento la porta del presbiterio cigolò e l'abate Bournisien apparve; i
ragazzi si precipitarono in disordine dentro la chiesa.
«Quei monellacci!» mormorò il sacerdote «Sempre gli stessi!»
E, raccogliendo un catechismo assai mal ridotto che aveva urtato con il piede,
esclamò:
«Non rispettano niente!»
In quel momento scorse la signora Bovary:
«Voglia scusarmi,» le disse «non l'avevo riconosciuta». Ficcò il catechismo in
tasca e si fermò, facendo dondolare fra due dita la pesante chiave della
sagrestia.
La luce del sole al tramonto gli batteva sul viso e faceva apparire sbiadita la
stoffa della tonaca, lucida sui gomiti e sfilacciata all'orlo. Macchie d'unto e
di tabacco accompagnavano sul largo torace, la linea dei bottoncini e
diventavano più numerose a mano a mano che ci si allontanava dal colletto
clericale sul quale riposavano pieghe abbondanti di pelle rossa disseminata di
piccole macchie gialle che sparivano in mezzo ai peli ruvidi della barba
brizzolata. Aveva appena mangiato e respirava rumorosamente.
«Come sta?» soggiunse.
«Male» rispose Emma. «Soffro molto.»
«Be', anch'io» rispose il sacerdote. «Questi primi caldi abbattono in maniera
sorprendente, non le pare? E del resto, siamo nati per soffrire, come dice San
Paolo, cosa vuole! Ma il signor Bovary, cosa ne pensa?»
«Lui!» Emma fece un gesto di disprezzo.
«Come!» replicò il brav'uomo tutto stupito «Non le prescrive qualcosa?»
«Ah!» disse Emma «Non sono certo i rimedi materiali quelli di cui ho bisogno.»
Il curato, di tanto in tanto, sbirciava dentro la chiesa dove tutti quei monelli
inginocchiati si davano spintoni e cascavano come fantocci.
«Vorrei sapere...;» cominciò Emma.
«Aspetta, aspetta, Riboudet» gridò incollerito il sacerdote. «Adesso
vengo io a scaldarti gli orecchi, brutto discolo che non sei altro!»
Si rivolse di nuovo a Emma.
«È il figlio di Boudet, il carpentiere; i genitori sono agiati e gli lasciano
fare quello che vuole. Eppure, se si mettesse di impegno, potrebbe riuscire
bene, perché è intelligente. Qualche volta mi inquieto con lui, col Boudet, e mi
vien fatto di dire Col Riboudet (ha presente la collina che si supera per andare
a Maromme?) Mi è accaduto di dirlo anche con i ragazzi: "Va' col Riboudet a
farmi questa commissione!" Ah! Ah! L'altro giorno l'ho raccontato a monsignore,
che ne ha riso... si è degnato di riderne. E adesso lo chiamo spesso così. E il
signor Bovary, come sta?»
Sembrava che Emma non lo ascoltasse. Il curato continuò:
«Sempre molto occupato, non è vero? Lui e io, siamo senz'altro le persone più
indaffarate di tutta la parrocchia. E mentre suo marito è il medico del corpo,»
aggiunse con una grassa risata «io lo sono dell'anima».
Emma fissò sul sacerdote uno sguardo supplichevole:
«Sì...» disse «lei può alleviare tutte le miserie».
«Non me ne parli, signora Bovary! Proprio questa mattina sono dovuto andare nel
Basso Diauville perché a una mucca si era gonfiato il ventre; credevano che
fosse il malocchio. Tutte le loro vacche, non so come... Ma, mi scusi!
Longuemarre e Boudet! Sacripante! La volete finire?»
E, con un balzo, si slanciò nella chiesa.
In quel momento i monelli si affollavano intorno al leggio, si arrampicavano
sullo sgabello del cantore e aprivano il messale; altri, quatti quatti stavano
per azzardarsi perfino a entrare nel confessionale. Ma il curato, senza perder
tempo, distribuì su tutti una grandinata di scapaccioni. Li prendeva per il
colletto, li sollevava da terra e li rimetteva giù, in ginocchio, sul pavimento
del coro, con tanta energia che sembrava volesse piantarceli.
«Eh, sì,» disse dopo essere tornato accanto a Emma, mentre spiegava un grande
fazzoletto di cotone e se ne metteva un angolo fra i denti «i contadini sono
spesso da compiangere!»
«E non sono i soli» ribatté Emma.
«No di certo! Gli operai delle città, per esempio.»
«Non è di loro...»
«Mi perdoni, ma ho conosciuto povere madri di famiglia, laggiù, donne virtuose,
glielo assicuro, vere sante, che non avevano nemmeno il pane.»
«Ma quelle,» rispose la signora Bovary (e gli angoli della bocca le guizzavano,
mentre parlava) «quelle, signor curato, che hanno il pane, ma non hanno...»
«Il fuoco per scaldarsi, durante l'inverno» disse il prete.
«Ma che importa!»
«Come! Che importa? Mi sembra che, quando uno è ben nutrito, può starsene al
calduccio... perché, insomma...»
«Mio Dio! Mio Dio!» sospirò Emma.
«Non si sente bene?» fece lui, avvicinandosi con aria preoccupata «Certo è la
digestione! Sarà meglio che torni a casa, signora Bovary, a bere un po' di tè,
le darà forza; oppure un bicchiere d'acqua e zucchero.»
«Perché?»
Aveva l'aria di chi si svegli all'improvviso da un sogno.
«Ho visto che si passava una mano sulla fronte. Credevo stesse per svenire.»
Poi, cambiando argomento:
«Ma non mi aveva chiesto qualcosa? Di che si trattava? Non lo ricordo più».
«Io? Niente... niente...» ripeteva Emma.
E il suo sguardo, che finora aveva lasciato vagare intorno a sé, si volse
lentamente sul vecchio che vestiva la tonaca. Si osservarono entrambi, uno di
fronte all'altro, senza parlare.
«Bene, signora Bovary,» disse infine il sacerdote «mi deve scusare, ma il dovere
innanzitutto, lei lo sa bene; è necessario che mi occupi dei miei monelli.
Presto ci saranno le Prime Comunioni. Temo che anche questa volta ci coglieranno
non ancora del tutto pronti! E così, a partire dall'Ascensione, tutti i
mercoledì, puntualmente, li trattengo un'ora in più. Poveri bambini! Non è mai
troppo presto per spingerli sulla via del Signore, come del resto ci ha
raccomandato lui stesso, per bocca del Suo Divino Figlio... I miei doveri,
signora, e molti rispetti al suo signor marito.»
Entrò in chiesa facendo dalla porta una genuflessione.
Emma lo vide sparire in mezzo alla duplice fila di banchi, camminava con un
passo pesante e teneva le mani semiaperte e scostate dal corpo.
La signora Bovary girò sui talloni, rigida, come una statua su un perno, e
riprese la via di casa. La voce grave del curato e quella limpida dei ragazzi
giungeva ancora ai suoi orecchi e continuava a seguirla:
«Sei cristiano?»
«Sì, sono cristiano.»
«Cosa significa essere cristiano?»
«Cristiano significa essere battezzato... battezzato... battezzato.»
Salì i gradini della scala reggendosi alla ringhiera e, appena giunta in camera
sua, si lasciò cadere su una poltrona. La luce lattiginosa della finestra si
smorzava dolcemente e in modo non uniforme. I mobili, ai loro posti, sembravano
fondersi con i muri e perdersi nell'ombra come in un oceano tenebroso. Il
caminetto era spento, la pendola ticchettava senza interruzione ed Emma provava
un senso di stupore per questa calma delle cose, mentre dentro di lei si agitava
un tale tumulto. Ma fra la finestra e il tavolo da lavoro c'era la piccola
Berthe, barcollante sulle scarpine di maglia, che cercava di avvicinarsi alla
madre per afferrarle i nastri del grembiule.
«Lasciami!» disse Emma, allontanandola con la mano.
La bimba ritornò presto ancora più vicina, contro le sue ginocchia, vi appoggiò
le braccia e alzò sulla madre i grandi occhi azzurri, mentre un limpido filo di
saliva le colava dalle labbra fin sulla seta del grembiule.
«Lasciami!» ripeté Emma incollerita.
L'espressione del suo viso spaventò la bambina, che incominciò a strillare.
«Ma insomma! Lasciami!» esclamò lei ancora, respingendola con il gomito.
Berthe andò a cadere ai piedi del cassettone, contro la borchia d'ottone che le
tagliò la gota facendola sanguinare. La signora Bovary si precipitò a rialzarla,
diede uno strattone al cordone del campanello, chiamò la domestica a gran voce,
ed era sul punto di maledire se stessa, quando arrivò Charles. Era l'ora di
cena, ed egli rincasava.
«Guarda, caro,» disse Emma con voce tranquilla «la piccola, giocando, è caduta
in terra, e si è ferita.»
Charles la rassicurò, non era niente di grave; e andò a prendere un unguento
disinfettante.
La signora Bovary non scese in salotto; volle rimanere da sola a vegliare
la bambina. Mentre la contemplava - ormai serenamente addormentata -
l'inquietudine che ancora restava in lei, andò a poco a poco dissipandosi, ed
ella si giudicò molto sciocca e molto buona per essersi agitata tanto, poco
prima, a causa di un nonnulla. Berthe, infatti, non singhiozzava più. Il suo
respiro sollevava in modo appena percettibile la coperta di cotone. Grosse
lacrime rimanevano ferme nell'angolo delle palpebre semichiuse che lasciavano
intravedere, fra le ciglia, le pupille chiare infossate; il cerotto applicato
sulla guancia tirava in obliquo la pelle tesa
"È strano" pensava Emma "come sia brutta questa bambina."
Quando Charles, alle undici, tornò dalla farmacia (dove era andato, dopo cena, a
riportare quel che restava dell'unguento disinfettante), trovò sua moglie ancora
alzata vicino alla culla.
«Ma se ti ho detto che non è nulla,» disse, baciandola sulla fronte «non ti devi
tormentare più, povera cara, finirai coll'ammalarti!»
Si era trattenuto a lungo dallo speziale. Sebbene non si fosse dimostrato molto
scosso, il signor Homais aveva cercato ugualmente di rincuorarlo, di rialzargli
il morale. Avevano quindi parlato dei pericoli che minacciano l'infanzia e della
sbadataggine dei domestici. La signora Homais ne sapeva qualcosa aveva ancora
sul petto i segni della scottatura causata da una palettata di brace che la
cuoca, una volta, le aveva lasciato cadere nel grembiulino. Per questo in casa
sua adottavano innumerevoli precauzioni. I coltelli non venivano mai affilati,
non si dava la cera ai pavimenti, le finestre erano munite di inferriate, gli
stipiti di robuste sbarre. I piccoli Homais, a scapito della loro indipendenza,
non potevano muoversi senza che qualcuno li seguisse per sorvegliarli; al più
lieve raffreddore il padre li imbottiva di tisane, e fin dopo i quattro anni
portavano tutti inesorabilmente il cercine. Questa era una mania della signora
Homais; suo marito si preoccupava, dentro di sé perché temeva che gli organi
dell'intelletto potessero venire compromessi da una simile compressione e ogni
tanto gli scappava detto:
«Vuoi forse farne dei Caraibi o dei Botocudi?»
Charles aveva tentato più volte di interrompere la conversazione.
«Avrei bisogno di parlarle» aveva sussurrato all'orecchia del signor Léon che si
era avviato davanti a lui sulla scala.
«Sospetterà qualcosa?» si domandava il giovane. Gli batteva il cuore e
continuava a fare congetture.
Finalmente Charles, dopo aver chiuso la porta, lo pregò di domandare a Rouen
quanto potesse costare un bel dagherrotipo; era una sorpresa romantica che
voleva fare alla moglie, un pensiero delicato, il suo ritratto in abito nero. Ma
voleva prima sapersi regolare per la spesa; sperava di non disturbare il signor
Léon con quell'incarico, dato che egli andava in città quasi tutte le settimane.
A quale scopo? Homais supponeva che vi fosse sotto qualche faccenda di
giovanotti, un intrigo amoroso. Ma si sbagliava; Léon non coltivava nessun
idillio. Era più che mai triste e la signora Lefrançois se ne accorgeva dalla
quantità di cibo ch'egli lasciava adesso nel piatto. Per saperne qualcosa,
interrogò l'esattore. Binet le rispose con arroganza di non essere pagato per
fare il poliziotto.
Eppure aveva notato anche lui qualcosa di strano nel suo compagno, perché;
spesso Léon, arrovesciandosi sulla sedia, e allargando le braccia, si lamentava
vagamente dell'esistenza.
«Il fatto è che non si prende nessuna distrazione» diceva
«Se fossi in lei, mi procurerei un tornio!»
«Ma io non so tornire» rispondeva l'impiegato.
«È vero!» diceva l'altro, accarezzandosi il mento con un'aria di spregio e di
soddisfazione insieme.
Léon era stanco di questo amore senza risultato; incominciava a sentire
quell'abbattimento causato da una vita sempre uguale, priva di interessi
pressanti, senza speranze che la sostengano. Era così stufo di Yonville e dei
suoi abitanti da sentirsi preso da un'irritazione incontenibile soltanto alla
vista di talune persone o di certe case. Il farmacista, per quanto fosse quel
dabben uomo che era, gli diventò del tutto insopportabile. Tuttavia, la
prospettiva di una nuova situazione lo spaventava tanto quanto lo seduceva.
Ma l'apprensione si mutò ben presto in impazienza e allora Parigi fece
baluginare in lontananza le fanfare dei balli mascherati e le risa delle
sartine. Dal momento che avrebbe dovuto terminarvi gli studi, perché non ci
andava? Che cosa glielo impediva? Cominciò a prepararsi dentro di sé; stabilì in
anticipo le sue occupazioni, ammobiliò, con l'immaginazione, un appartamento. Vi
avrebbe condotto una vita d'artista! Avrebbe preso lezioni di chitarra! Avrebbe
portato una veste da camera, un berretto basco, pantofole di velluto blu. E già
ammirava, perfino, sul caminetto, due fioretti incrociati sormontati da un
teschio e da una chitarra.
La cosa più difficile era ottenere il consenso di sua madre; d'altro canto,
niente sarebbe potuto sembrare più ragionevole. Il suo stesso principale lo
incitava a far pratica in un altro studio, dove avrebbe
potuto ampliare la sua esperienza. Scegliendo una via di mezzo, cercò un posto
di secondo scrivano a Rouen. Non trovò nulla e scrisse allora a sua madre una
lunga lettera particolareggiata nella quale esponeva le ragioni che lo
spingevano ad andare subito ad abitare a Parigi. La madre acconsentì.
Léon se la prese calma. Ogni giorno, e per tutto un mese Hivert trasportò per
lui da Yonville a Rouen e da Rouen a Yonville bauli, valigie e pacchi, e quando
il nostro giovane ebbe rimesso in ordine il proprio guardaroba, fatto imbottire
le sue tre poltrone, acquistato un assortimento di fazzoletti di seta, in una
parola, preso un numero di disposizioni maggiore di quelle necessarie per un
viaggio intorno al mondo, rimandò la partenza di settimana in settimana, finché
non ricevette una seconda lettera dalla madre, la quale lo incitava a partire,
dal momento che desiderava dare gli esami prima delle vacanze.
Al momento degli addii, la signora Homais pianse, Justin singhiozzò, il signor
Homais, da uomo forte, dissimulò la commozione; volle portare lui stesso il
cappotto dell'amico fino al cancello del notaio, che avrebbe condotto Léon a
Rouen con la sua carrozza. Il giovane ebbe appena il tempo di andare a salutare
il signor Bovary.
Arrivò in cima alla scala e si fermò senza fiato. Quando entrò, la signora
Bovary si alzò d'impeto.
«Eccomi di nuovo qui» disse Léon
«Ne ero sicura!»
Emma si morse le labbra e un fiotto di sangue le corse sotto la pelle del viso
colorandola di rosa dalla radice dei capelli fino al collettino. Rimase in piedi
appoggiando le spalle al rivestimento di legno della parete.
«Suo marito non c'è?» continuò Léon
«È fuori.»
Emma ripeté:
«È fuori».
Vi fu un silenzio. Si guardarono: i loro pensieri, confusi nella medesima
angoscia, sembravano stringersi in un abbraccio forte e palpitante.
«Vorrei tanto dare un bacio a Berthe» disse Léon.
Emma scese qualche gradino e chiamò Félicité.
Egli gettò un rapido sguardo intorno a sé, uno sguardo che abbracciò le pareti,
le scansie, il caminetto, quasi per penetrare tutto, per portare tutto con sé.
Léon la baciò più volte sul collo.
«Addio, povera bambina! Addio, piccola cara, addio!»
E la riconsegnò a sua madre.
«Portala via» disse Emma alla domestica.
Rimasero soli.
La signora Bovary, voltando le spalle, teneva il viso appoggiato a un vetro
della finestra. Léon batteva adagio contro una gamba il berretto che
aveva in mano.
«Pioverà» disse Emma.
«Ho un soprabito» rispose lui.
«Ah!»
Emma si voltò, il viso basso e il capo in avanti. La luce le scivolava sulla
fronte, come sul marmo, fino all'arco delle sopracciglia, e non sarebbe stato
possibile dire cosa stesse guardando né cosa pensasse nel più profondo di sé.
«Addio, allora!» sospirò Léon.
Emma rialzò la testa con un movimento brusco.
«Sì, addio... vada!»
Si mossero uno verso l'altra: lui tese la mano, la signora Bovary esitò.
«Bene, salutiamoci come gli Inglesi» disse e gli abbandonò la sua, sforzandosi
di ridere.
Léon non appena la sentì fra le dita, si rese conto che la sostanza stessa di
tutto il suo essere sembrava concentrarsi in quel palmo umido.
Poi aprì la mano, i loro sguardi si incontrarono ancora una volta ed egli uscì.
Giunto sotto la tettoia del mercato, si fermò, si nascose dietro uno dei pali
per contemplare un'ultima volta quella casa bianca e le sue quattro persiane
verdi. Credette di vedere un'ombra dietro la finestra, nella camera, ma la
tenda, staccandosi dal nappo come se nessuno l'avesse toccata, mosse lentamente
le lunghe pieghe oblique, che si stesero di colpo tutte insieme rimanendo
diritte e più immobili di un muro di pietra. Léon si mise a correre.
Vide da lontano, sulla strada la carrozza del suo principale; un uomo con un
ruvido grembiule le stava di lato tenendo il cavallo. Homais e il signor
Guillaumin discorrevano fra loro. Lo aspettavano.
«Mi dia un bacio» disse lo speziale, con le lacrime agli occhi. «Ecco il suo
cappotto, mio buon amico, si riguardi dal freddo! Abbia cura di sé e non si
strapazzi!»
«Andiamo Léon, in carrozza!» disse il notaio.
Homais si protese al di sopra del parafango e, con voce rotta dai singhiozzi,
lasciò cadere queste due tristi parole:
«Buon viaggio!»
«Buonasera» rispose il signor Guillaumin. «Via!»
Partirono e Homais tornò sui suoi passi.
La signora Bovary aveva aperto la finestra che dava sul giardino ed era rimasta
a guardare le nubi.
Si ammucchiavano a occidente, dalla parte di Rouen, turbinose, e, dietro le loro
volute nere, i raggi del sole si disegnavano in grandi fasci dorati, simili alle
frecce d'oro di un trofeo alla parete, mentre il resto del cielo che rimaneva
sereno, aveva il colore bianco della porcellana. Ma una raffica di vento fece
piegare i pioppi, e d'improvviso cadde la pioggia crepitante sulle foglie verdi.
Di lì a non molto, riapparve il sole; le galline cantavano, i passeri battevano
le ali nei cespugli bagnati, sulla sabbia i rivoletti d'acqua piovana
trascinavano con sé i fiori rosei di un'acacia.
"Come dev'essere ormai lontano!" pensava Emma.
Il signor Homais venne, come al solito, alle sei e mezzo, mentre cenavano.
«Bene,» disse, sedendosi «abbiamo appena imbarcato il nostro giovanotto!»
«Sembrerebbe!» rispose il medico. Poi girandosi sulla sedia: «E da lei, che
novità ci sono?»
«Non un gran che! Soltanto mia moglie, che si è commossa questo pomeriggio; sa
come sono le donne, basta un niente per turbarle! La mia, poi! E non sarebbe
giusto rimproverarle, perché il loro sistema nervoso è assai più sensibile del
nostro.»
«Povero Léon!» diceva Charles «Come se la caverà a Parigi? Ci si abituerà?»
La signora Bovary sospirò.
«Andiamo,» disse il farmacista, facendo schioccare la lingua «le cenette in
trattoria, i balli mascherati, lo champagne! Ne potrà avere a sazietà di
divertimenti ve lo assicuro!»
«Non credo che si guasterà» obiettò il signor Bovary.
«Nemmeno io!» disse vivacemente il signor Homais «Anche se non gli sarà
possibile non seguire gli altri; correrebbe il rischio di passare per un
gesuita. E lei non immagina la vita che conducono quegli scapestrati, nel
quartiere latino, con le attrici! Del resto gli studenti sono molto ben visti a
Parigi. È sufficiente possedere soltanto qualcuna delle doti necessarie a far
bella figura in società, per essere ricevuti negli ambienti migliori, e si è
perfino verificato il caso che una delle dame del Faubourg Saint-Germain si sia
innamorata di uno di loro, cosa che ha facilitato in seguito le occasioni di
fare ottimi matrimoni.»
«Ma io temo» disse il medico «per lui... che laggiù..»
«Ha ragione,» lo interruppe lo speziale «c'è anche il rovescio della medaglia!
Bisogna continuamente metter mano al borsellino. Così, supponiamo, lei è in un
giardino pubblico; si presenta un tizio ben vestito, perfino decorato, tanto che
si potrebbe scambiarlo per un diplomatico; le rivolge la parola, vi mettete a
chiacchierare, quello comincia a insinuarsi, le offre una presa di tabacco o le
raccatta il cappello. Poi la conoscenza si fa più stretta, inviti al caffè,
inviti nella sua casa di campagna, presentazioni, fra un bicchiere e l'altro, a
ogni sorta di persone, e, per tre quarti del tempo che le dedica, egli non pensa
ad altro se non alla maniera migliore di sfruttarla o di trascinarla in qualche
faccenda pericolosa.»
«È vero,» convenne Charles a ma io pensavo soprattutto alle malattie; alla
febbre tifoide, per esempio, che contagia gli studenti di provincia.»
Emma trasalì.
«A causa del cambiamento di regime,» continuò il farmacista «e del turbamento
che ne risulta all'equilibrio generale dell'organismo. E poi, l'acqua di Parigi,
sapesse! Il vitto dei ristoranti, tutte quelle pietanze piene di spezie,
finiscono col riscaldare il sangue, e non valgono, si ha un bel dire, un buon
piatto di bollito. Io, per quanto mi riguarda, ho sempre preferito la cucina
casalinga: è più sana! E infatti, quando studiavo farmacia a Rouen, mi ero messo
in pensione in un convitto; mangiavo con i professori.»
E continuò a esporre le sue opinioni generiche e le sue simpatie personali, fino
al momento in cui Justin venne a chiamarlo perché c'era da preparare un latte di
gallina.
«Non c'è un momento di requie,» esclamò «sempre alla catena! Non mi posso
allontanare un momento! Bisogna sudare sangue e acqua, sempre sotto le stanghe
come un cavallo da tiro. Che giogo penoso!»
Poi, quando fu sulla porta
«Ha saputo la notizia?» disse.
«Quale?»
«È assai probabile» rispose Homais, alzando le sopracciglia e assumendo
un'espressione solenne «che le Assemblee Agricole della Senna Inferiore si
tengano quest'anno a Yonville-l'Abbaye. Almeno, così si dice in giro. Questa
mattina, il giornale accennava qualcosa su questo argomento. Questo, per il
nostro dipartimento, sarebbe della più grande importanza! Ma ne riparleremo. Ci
vedo, grazie; Justin ha la lanterna.»
VIl
L'indomani fu per Emma una giornata tristissima. Tutto le sembrava
avvolto da una nera atmosfera che galleggiasse confusamente sulla superficie
delle cose e il dolore si ingolfava nella sua anima con fiochi ululati come fa
il vento d'inverno in un castello abbandonato. Era il dolore causato dal
fantasticare su qualcosa che sapeva di sicuro non sarebbe più tornato, dalla
stanchezza che prende di fronte al fatto compiuto, quello stesso dolore che si
può provare all'interruzione di ogni moto abituale, al brusco arresto di una
vibrazione prolungata.
Come al ritorno dalla Vaubyessard, quando le quadriglie le turbinavano nella
mente, anche questa volta fu presa da una malinconia cupa, da una sorda
disperazione. Léon aveva acquistato ai suoi occhi una nuova dimensione, era più
bello più dolce, e nello stesso tempo meno ben definito; benché si trovasse
lontano da lei, non l'aveva lasciata, era là e le pareti della casa sembravano
custodire la sua ombra. Non riusciva a distogliere gli occhi dal tappeto ch'egli
aveva calpestato, da quelle poltrone vuote sulle quali si era seduto. Il fiume
continuava a scorrere e a lambire con piccole onde l'argine scivoloso. Quante
volte avevano passeggiato lungo la riva, ascoltando questo stesso mormorio delle
acque sui sassi coperti di musco! Quante giornate di sole avevano goduto
insieme! Quanti pomeriggi, soli, all'ombra, in fondo al giardino! Léon leggeva a
voce alta, il capo scoperto, seduto su un rustico sgabello, e il vento fresco
che giungeva dai grandi prati faceva tremare le pagine del libro e i nasturzi
della pergola. Ah! Se n'era andato e rappresentava per lei la sola attrattiva
della vita, la sola speranza di una possibile felicità! Come aveva potuto
lasciarsi sfuggire una simile fortuna quando si era presentata? Perché non
l'aveva trattenuto con tutte le sue forze, in ginocchio, quando aveva voluto
andarsene? Si maledisse per non aver amato Léon, ed ebbe sete delle sue labbra.
Si sentì presa dal desiderio di precipitarsi a raggiungerlo, di gettarsi nelle
sue braccia dicendogli: «Eccomi, sono tua!» Ma Emma si sgomentava in anticipo,
davanti alle difficoltà dell'impresa e i suoi desideri, accresciuti dal
rimpianto, diventavano sempre più pressanti.
Da quel momento il ricordo di Léon fu come un centro intorno al quale gravitava
tutta la sua noia; risplendeva più di un fuoco abbandonato dai viaggiatori, in
mezzo alla neve, in una steppa russa. Emma se ne sentiva attratta, vi si
rannicchiava contro, attizzava delicatamente questo focolare ormai vicino a
spegnersi, cercando intorno a sé quello che avrebbe potuto ancora ravvivarlo. Le
reminiscenze più lontane come gli avvenimenti più prossimi, quello che provava e
quello che immaginava, le sue brame di voluttà che si dissolvevano, i progetti
di felicità che si spezzavano come rami morti al vento, la sua sterile virtù, le
speranze cadute, lo strame ch'era la vita domestica, tutto raccoglieva, tutto
prendeva e utilizzava per tenere in caldo la propria tristezza.
A poco a poco le fiamme si placarono, forse perché il combustibile si andava
esaurendo, oppure per un accumulo eccessivo dello stesso. L'assenza dell'oggetto
amato fece sì che l'amore si estinguesse, un po' alla volta; il rimpianto fu
soffocato dall'abitudine e quella luce d'incendio che imporporava il suo pallido
cielo si coprì sempre più d'ombra e gradatamente scomparve. Nel torpore della
sua coscienza scambiò la ripugnanza per il marito per una bramosia nei confronti
dell'amato, le fiamme dell'odio per l'ardore della tenerezza; ma poiché
l'uragano infuriava sempre, senza che il sole apparisse neppure per un istante,
e la passione continuava a consumarle l'anima fino alle ceneri, senza che vi
fosse per lei alcun soccorso possibile, le scese intorno la notte più fonda. Si
sentì immersa in un gelo che la penetrava tutta.
I tristi giorni di Tostes ricominciarono. Si sentiva ora assai più disgraziata,
aveva vissuto l'esperienza del dolore ed era convinta che tale dolore non
avrebbe più avuto fine.
Una donna capace di tali sacrifici poteva anche consentirsi qualche capriccio.
Acquistò un inginocchiatoio gotico, sperperò in un mese quattordici franchi in
limoni per rendere candide le proprie mani e scrisse a Rouen perché le
mandassero un abito di cachemire azzurro; scelse, fra quelle che Lheureux
le aveva mostrato, la più bella sciarpa; l'adoperava per annodarla alla vita,
sopra la vestaglia, e, così camuffata, rimaneva distesa, leggendo un libro, sul
divano, nella stanza dalle persiane sempre accostate.
Spesso cambiava pettinatura: si acconciava i capelli alla cinese, in morbidi
riccioli, in trecce avvolte a chiocciola sugli orecchi, e si fece la
scriminatura da una parte, piegandoli in sotto come gli uomini.
Volle imparare l'italiano: comperò dizionari, una grammatica, una provvista di
fogli bianchi. Provò a leggere libri di storia e di filosofia. A volte, la
notte, Charles si svegliava di soprassalto credendo che lo stessero chiamando
per una visita.
«Vado» balbettava.
E poi si accorgeva che era soltanto il rumore del fiammifero strofinato da Emma
per accendere la lampada. Ma accadde per le letture quello che già era accaduto
ai lavori di ricamo i quali ingombravano l'armadio, tutti cominciati ma nessuno
terminato. Emma ne prendeva uno per lasciarlo ben presto da parte e iniziarne
uno nuovo.
Aveva crisi durante le quali sarebbe stato facile spingerla a commettere
stravaganze. Un giorno sostenne con il marito che sarebbe stata capace di bere
un bicchiere pieno a metà di acquavite e siccome Charles commise la sciocchezza
di sfidarla, Emma lo vuotò fino all'ultima goccia.
A dispetto della sua aria svaporata (come dicevano i cittadini di Yonville),
Emma non aveva un aspetto allegro: gli angoli della bocca erano segnati da
quelle pieghe amare che caratterizzano il viso delle anziane zitelle e degli
ambiziosi decaduti.
Era sempre molto pallida, bianca come un cencio, con i lineamenti tesi e gli
occhi che guardavano tutto con uno sguardo vacuo. Dopo essersi scoperta tre
capelli grigi sulle tempie, cominciò a parlare di vecchiaia.
Spesso sveniva; un giorno ebbe perfino uno sbocco di sangue. Charles si spaventò
e lasciò trasparire la sua inquietudine.
«Ah!» disse Emma «che importanza ha?»
Charles andò a chiudersi nello studio e pianse con i gomiti appoggiati sullo
scrittoio, seduto sulla poltrona da ufficio, sotto la testa per gli studi di
frenologia. Scrisse alla madre, pregandola di venire, e le loro lunghe
conversazioni ebbero Emma come costante argomento. Quali decisioni prendere? Che
cosa potevano fare, dal momento che ella rifiutava ogni cura?
«Sai cosa ci vorrebbe per tua moglie?» diceva la signora Bovary madre «Dovrebbe
avere delle incombenze che fosse obbligata a svolgere, delle occupazioni
materiali! Se fosse costretta a guadagnarsi il pane, non avrebbe tempo per tutte
quelle fantasie suggerite dalle innumerevoli idee che le frullano per la testa e
dall'inattività in cui vive.»
«Eppure è molto occupata» ribatteva Charles.
«Occupata a far cosa? A leggere romanzi, cattivi libri, opere contro la
religione, nelle quali ci si burla dei preti con idee prese da Voltaire. Tutto
questo porta lontano, ragazzo mio, e chi non ha religione finisce sempre per
imboccare una cattiva strada.»
Venne deciso allora di impedire a Emma di leggere romanzi. L'impresa non
sembrava facile. Se ne incaricò la buona signora. La prima volta che fosse
passata da Rouen, doveva andare personalmente dal bibliotecario e comunicargli
che la nuora intendeva disdire gli abbonamenti. Non era, del resto, loro diritto
rivolgersi alla polizia se questo signore avesse continuato ugualmente nella sua
opera corruttrice?
I saluti fra suocera e nuora furono gelidi. Durante le tre settimane in cui
erano state insieme, non avevano scambiato quattro parole, escluso qualche
ragguaglio e i convenevoli quando si incontravano a tavola o la sera prima di
andare a dormire.
L'anziana signora Bovary se ne andò un mercoledì, giorno di mercato a Yonville.
La piazza, fin dal mattino, era ingombra di carretti con le stanghe in aria che
formavano file lungo le case, dalla chiesa fino all'albergo. Dall'altro lato
c'erano banchetti coperti di teloni, ove si vendevano cotonine, coperte, calze
di lana, cavezze per cavalli, e nastri azzurri avvolti su se stessi, ma con
un'estremità svolazzante al vento. Ammucchiati per terra si trovavano oggetti
metallici d'uso casalingo, fra le piramidi di uova e i panieri del formaggio dai
quali sbucavano fili di paglia attaccaticci; accanto alle trebbiatrici
starnazzavano le galline, chiuse in gabbie basse fra le sbarre delle quali
facevano passare la testa. La folla si accalcava in un punto solo senza
accennare a spostarsi, minacciando a volte di sfondare la vetrina della
farmacia. Questa, il mercoledì, era sempre gremita, non tanto perché la gente
comperasse medicinali, quanto perché tutti chiedevano consigli di carattere
medico al signor Homais, la cui fama era grandissima nei villaggi del
circondario. La sua incrollabile sicumera aveva affascinato i villici. Vedevano
in lui un medico ineguagliabile, il più bravo di tutti.
Emma era affacciata alla finestra (ci si metteva spesso: le finestre, nei paesi,
sostituiscono la passeggiata e il teatro), e si divertiva a osservare la ressa
dei contadini, quando scorse un signore che indossava una finanziera di velluto
verde. Portava guanti gialli, benché calzasse grosse uose, e si dirigeva verso
l'abitazione del medico, seguito da un contadino che camminava a testa bassa con
aria molto assorta.
«Potrei vedere il medico?» domandò a Justin, che chiacchierava sulla soglia con
Félicité, scambiandolo per il domestico «Ditegli che c'è il signor Rodolphe
Boulanger de la Huchette.»
Non per campanilismo il nuovo arrivato aveva aggiunto al proprio nome il 'de la
Huchette', ma soltanto per farsi meglio riconoscere. La Huchette era infatti una
tenuta nei dintorni di Yonville, ed egli ne aveva acquistato il castello e due
fattorie delle quali si occupava personalmente, senza però darsi troppo da fare.
Era scapolo e si diceva che avesse una rendita di quindicimila franchi!
Charles entrò nello studio. Il signor Boulanger gli presentò il proprio famiglio
che desiderava essere salassato poiché soffriva di formicolii in tutto il corpo.
«Mi servirà da depurativo» ribatteva a ogni obiezione.
Bovary cominciò col preparare una benda e una bacinella, e pregò Justin di
reggerla. Poi si avvicinò al contadino che era già impallidito:
«Non abbia paura, giovanotto».
«No, no,» rispose l'altro «faccia pure!»
E, con aria spavalda, tese il braccio muscoloso. Il sangue sprizzò quando la
lancetta incise la pelle e andò a imbrattare lo specchio.
«Avvicina la bacinella!» esclamò Charles.
«Ma guarda!» disse il contadino «sembra proprio una fontanella! Che sangue rosso
ho! Dovrebbe esser buon segno, no?»
«A volte non sentono niente a tutta prima,» commentò l'ufficiale sanitario «poi
è facile che si manifesti una sincope, e di solito in individui robusti come
costui.»
A queste parole il contadino lasciò cadere l'astuccio che rigirava fra le dita.
Con un sussulto delle spalle fece scricchiolare lo schienale della sedia e gli
cadde il cappello.
«Me lo aspettavo» disse Bovary premendo un dito sulla vena.
La bacinella incominciò a tremare nelle mani di Justin; gli si piegarono sotto
le ginocchia e diventò sempre più pallido.
«Emma! Emma!» chiamò Charles.
Emma scese le scale d'un balzo.
«Dell'aceto!» gridò il marito «Santo Cielo, due alla volta.»
E, per l'agitazione, non riusciva a bendare il braccio.
«Non è nulla» disse tranquillamente il signor Boulanger, prendendo Justin fra le
braccia.
Lo mise seduto sul tavolo, con le spalle appoggiate alla parete.
La signora Bovary gli slacciò la cravatta. Si formò un nodo nei cordoncini della
camicia: ella dovette armeggiare per qualche istante con dita leggere sul collo
del ragazzo, poi versò un po' di aceto sul fazzoletto di batista e con esso gli
tamponò leggermente le tempie, soffiandoci sopra con delicatezza.
Il contadino tornò in sé, ma lo svenimento di Justin durava ancora e le pupille
non si vedevano più, restava visibile soltanto la cornea, scialba come fiori
azzurri nel latte.
«Sarebbe bene non fargli vedere questa roba» disse Charles.
La signora Bovary prese la bacinella per metterla sotto il tavolo; chinandosi
fece un movimento che le allargò la veste tutto intorno, sulle piastrelle dello
studio (indossava un abito estivo a quattro balze, giallo, con la vita lunga e
la gonna ampia); e mentre, chinata, vacillava un poco allargando le braccia,
l'arricciatura della stoffa si apriva di qua e di là, secondo l'inclinazione del
busto. La signora Bovary andò poi a prendere una bottiglietta d'acqua, e stava
facendovi sciogliere alcune zollette di zucchero, quando arrivò il farmacista.
La domestica, durante il trambusto, era andata a chiamarlo; vedendo l'allievo in
queste condizioni, ma con gli occhi aperti, Homais tirò un fiato. Poi,
girandogli intorno, lo guardò dall'alto in basso.
«Stupidone,» gli diceva «grosso sciocco, sciocco a lettere maiuscole! Gran cosa
una flebotomia! Un bravaccio che non ha paura di niente, una specie di
scoiattolo, come tutti sanno, che sale ad altezze vertiginose per bacchiare le
noci. Ah! Sì! Chiacchiera, vantati! Bella dimostrazione di quanto sei adatto a
esercitare a suo tempo la farmacia; potrà capitarti di essere chiamato per gravi
circostanze, in tribunale, allo scopo di illuminare la coscienza dei magistrati,
e in quei casi sarà necessario conservare il sangue freddo, ragionare, essere
uomini, oppure passare per imbecilli!»
Justin non rispondeva. Lo speziale continuò:
«Chi ti ha pregato di venire? Importuni sempre i signori Bovary! Oltre tutto, il
mercoledì la tua presenza mi è più necessaria che mai. Ci sono adesso in bottega
almeno venti persone. Ho abbandonato ogni cosa perché ti sono affezionato.
Avanti, vattene di corsa! Aspettami e bada ai boccali!»
Quando Justin ebbe terminato di rivestirsi e se ne fu andato, gli altri rimasero
un poco a parlare di svenimenti. La signora Bovary non ne aveva mai sofferto.
«È una cosa straordinaria, per una signora!» disse il signor Boulanger «E del
resto, vi sono persone molto sensibili. Ho visto io stesso, in un duello, un
padrino svenire soltanto al rumore delle pistole che venivano caricate.»
«Per quanto mi riguarda,» disse lo speziale «la vista del sangue altrui mi
lascia del tutto indifferente; ma la sola idea che anche il mio possa scorrere
sarebbe sufficiente, se vi pensassi con intensità, a farmi svenire.»
Intanto il signor Boulanger aveva congedato il proprio famiglio incoraggiandolo
a tranquillizzarsi, visto che il malore era passato.
«Mi ha procurato inoltre il piacere di fare la sua conoscenza» soggiunse, e così
dicendo, guardava Emma
Mise poi tre franchi sull'angolo della tavola, salutò in fretta e se ne andò.
Ben presto raggiunse l'altra riva del fiume (era la strada che doveva percorrere
per giungere alla Huchette), ed Emma lo scorse in mezzo ai prati che camminava
sotto i filari dei pioppi, rallentando di tanto in tanto come chi sia immerso in
profonde riflessioni.
"È molto carina!" si diceva "È molto carina la moglie del medico! Ha bei denti
occhi neri, piedi minuscoli e una figuretta da parigina. Da dove diavolo è
uscita, costei? E dove mai l'avrà trovata quel pezzo di malanno?"
Il signor Rodolphe Boulanger, un uomo di trentaquattro anni, aveva un carattere
duro e un'intelligenza acuta; inoltre, avendole frequentate molto, conosceva
bene le donne. Questa gli era sembrata graziosa: ci pensava e pensava a suo
marito.
"Mi ha fatto l'impressione di essere uno scemo. E lei ne è certo stufa.
Quell'uomo ha le unghie sporche e la barba di tre giorni. Mentre corre da un
malato all'altro, la moglie se ne sta in casa a rammendare le calze. E si
annoia! Vorrebbe abitare in città e ballare la polka tutte le sere. Povera
piccola! Anela all'amore come una carpa su un tavolo di cucina anela all'acqua.
Basterebbero tre frasi galanti, per farsi adorare da lei, ne sono certo. Sarebbe
qualcosa di dolce, di delizioso!... Già, ma come sbarazzarsene, in seguito?"
Gli inconvenienti del piacere, visti in prospettiva, gli fecero ricordare per
contralto la sua attuale amante. Era, costei, una attrice di Rouen che egli
manteneva; Rodolphe indugiò con il pensiero su questa immagine il cui solo
ricordo gli procurava un senso di sazietà e si disse:
"Ah! La signora Bovary è molto più graziosa di lei, più fresca, soprattutto.
Decisamente, Virginie sta ingrassando troppo. Ed è così noiosa, con le sue
amenità. E poi, quella sua mania per i gamberetti!"
La campagna era deserta e Rodolphe non udiva altro che il fruscio ritmico delle
erbe che gli battevano contro le scarpe, il frinire dei grilli nascosti lontano,
nei campi d'avena; rivedeva Emma, là nello studio, vestita con l'abito giallo, e
la spogliava.
"Oh! L'avrò!" e, con un colpo di bastone, frantumò una zolla di terra dinanzi a
sé.
Poi incominciò a studiare l'aspetto strategico dell'impresa. Si domandava:
"Dove potrei incontrarla? E per quale motivo? Avremo sempre fra i piedi la
marmocchia e la domestica, i vicini, il marito e ogni sorta di rompiscatole.
Ah," si disse "no, c'è da perderci troppo tempo!"
Ma continuò subito:
"Resta il fatto che ha occhi capaci di penetrare nel cuore come succhielli. E
quella carnagione chiara! Io adoro le donne con la pelle chiara! "
In cima al colle d'Argueil la decisione era ormai presa.
"Non mi resta che procurarmi le occasioni. Mi capiterà bene di passare di là
qualche volta, manderò loro della selvaggina, del pollame, mi farò salassare, se
sarà necessario; diventeremo amici, li inviterò a casa mia... Ah, perbacco,"
soggiunse "fra non molto si terranno le Assemblee; ci andrà anche lei, la
rivedrò. Ci daremo da fare, e decisamente, perché è il sistema più efficace."
VIII
Ebbero infatti inizio queste famose Assemblee. Fin dal mattino del giorno di
quel solenne avvenimento, tutti gli abitanti del luogo si fecero sulla porta di
casa per occuparsi dei preparativi: la facciata del municipio era stata decorata
con ghirlande d'edera, in un prato avevano montato una tenda per il banchetto e
in mezzo alla piazza, davanti alla chiesa, una specie di bombarda avrebbe
sottolineato l'arrivo del signor prefetto e i nomi degli agricoltori premiati.
La guardia nazionale di Buchy (non ne esisteva un distaccamento a Yonville) si
era aggiunta ai pompieri, il cui comandante era Binet. Quest'ultimo portava quel
giorno un colletto ancora più alto del solito, e, stretto nell'uniforme, teneva
il busto tanto rigido e immobile da dare l'impressione che tutta la vitalità
della sua persona fosse discesa nelle gambe, le quali si alzavano in cadenza in
un'andatura marziale e con un unico movimento. Sembrava che esistesse una sorta
di rivalità fra l'esattore e il colonnello; desiderosi entrambi di mostrare la
propria abilità facevano manovrare gli uomini, ciascuno dalla propria parte. Si
vedevano passare alternativamente le spalline rosse e le cravatte nere. E tutto
ciò continuava senza interruzione. Non s'era mai visto un simile sfoggio di
solennità. Molti cittadini, il giorno prima, avevano lavato le proprie case,
dalle finestre socchiuse pendevano drappi tricolori, tutte le osterie erano
gremite e, dato il bel tempo, le cuffie inamidate sembravano più bianche della
neve, le croci d'oro scintillavano in pieno sole, e gli scialli variopinti
punteggiavano e screziavano la scura monotonia di quella distesa di finanziere e
di camiciotti da lavoro blu. Le fattoresse dei dintorni, scendendo da cavallo,
toglievano la grossa spilla mediante la quale tenevano la gonna stretta e
rimboccata intorno al corpo per timore che si inzaccherasse, mentre i mariti,
per salvaguardare i propri cappelli, li coprivano invece con un fazzoletto da
tasca, serrandone un angolo fra i denti. La folla, seguendo la strada maestra,
arrivava dalle due estremità del villaggio. Si riversava dai vicoli, dai viali,
dalle case, e di tanto in tanto si sentivano ricadere i picchiotti delle porte
dietro le signore in guanti di filo che uscivano per andare a vedere la festa.
La gente ammirava soprattutto due alti cunei coperti di lampioncini che
fiancheggiavano la tribuna ove avrebbero preso posto le autorità; contro le
quattro colonne del municipio si trovavano altrettante specie di aste, ciascuna
con un piccolo stendardo di tela verdastra in cima, arricchito da scritte
dorate. Su uno di essi si leggeva: Al Commercio; su un altro:
All'Agricoltura; sul terzo: All'Industria e sull'ultimo:
Alle Belle Arti.
Ma il giubilo che rallegrava ogni volto, sembrava rattristare la signora
Lefrançois, l'albergatrice. In piedi sulla soglia della cucina, ella mormorava
fra sé e sé: "Che bestialità! Che bestialità quella loro baracca di tela!
Credono forse che il prefetto sarà soddisfatto di mangiare laggiù, sotto una
tenda, come un saltimbanco? E chiamano questo pasticcio fare il bene del paese!
Non valeva proprio la pena di andare a cercare un taverniere a Neufchâtel! E per
chi, poi? Per dei bovari, per dei villani senza scarpe!..."
Passò il farmacista. Indossava una giacca nera e pantaloni cachi, portava scarpe
di castoro e, cosa straordinaria, un cappello a cupola bassa.
«Servo suo!» disse «Mi scusi, ho premura.»
E siccome la grossa vedova gli domandava dove andasse, rispose: «Le sembrerà
ridicolo, vero? Io che resto chiuso nel mio laboratorio come il topo di quel
tale nel formaggio».
«Quale formaggio?» fece l'albergatrice.
«No, niente! Non ci faccia caso!» rispose Homais a Volevo dire solo, signora
Lefrançois, che me ne sto di solito rintanato per conto mio. Oggi però, data la
circostanza, bisogna proprio che...»
«Ah! Va anche lei laggiù?» disse la signora Lefrançois con aria sprezzante.
«Certo che ci vado» replicò lo speziale stupito. «Non faccio forse parte della
commissione consultiva?»
Mamma Lefrançois lo squadrò per qualche minuto e finì per rispondergli con un
sorriso:
«Ma allora è un'altra cosa! E da quando in qua si occupa di coltivazioni? Se ne
intende, dunque?»
«Ma sicuro, me ne intendo perché sono farmacista, vale a dire chimico! E poiché
la chimica, signora Lefrançois, studia le azioni reciproche e molecolari di
tutti i corpi esistenti in natura, ne consegue che l'agricoltura si trova a
essere compresa nel suo campo di interessi. Infatti la composizione dei concimi,
la fermentazione dei liquidi, l'analisi dei gas e le influenze dei miasmi, che
cosa è mai tutto questo, io le domando, se non chimica pura e semplice?»
L'albergatrice non disse nulla. Homais continuò:
«Per essere agronomo, crede forse sia indispensabile aver lavorato personalmente
la terra o aver allevato polli? È più necessario conoscere la composizione delle
sostanze che si maneggiano, i giacimenti geologici, l'azione dell'atmosfera, la
qualità del terreno, dei minerali, delle acque, la densità dei diversi corpi e
la loro capillarità. Che so io? Bisogna avere una profonda conoscenza di tutti i
principi igienici per dirigere e giudicare la costruzione degli edifici, il
governo degli animali l'alimentazione dei domestici. E non basta, signora
Lefrançois, bisogna conoscere la botanica per distinguere le piante una
dall'altra. Capisce? Quelle medicinali da quelle velenose, le improduttive dalle
utili, se è buona cosa sradicarle da un posto per trapiantarle in un altro,
distruggere le une e diffondere le altre. In breve, bisogna tenersi al corrente
dei progressi della scienza leggendo libri e pubblicazioni, darsi d'attorno
senza respiro per conoscere i miglioramenti e indicarli agli altri...»
L'albergatrice non distoglieva un momento gli occhi dalla porta del Caffè
Francese e il farmacista continuò:
«Volesse Iddio che i nostri agricoltori fossero dei chimici o almeno che
ascoltassero un po' di più i consigli della scienza! Così, io ho scritto
ultimamente un sostanzioso opuscolo, un prontuario di oltre settantadue pagine,
intitolato: La lavorazione e gli effetti del sidro, con nuove osservazioni
relative alI'argomento e l'ho mandato alla Società d'Agronomia di Rouen;
questo mi ha procurato l'onore di essere accolto fra i suoi membri, sezione
agricoltura, classe frutticultura. Ebbene, se la mia opera fosse stata
divulgata...»
Ma a questo punto lo speziale si interruppe, tanto la signora Lefrançois
sembrava preoccupata.
«Ma guardi un po'!» disse l'albergatrice «Non ci capisco più niente! Una bettola
simile!»
E, alzando le spalle fino a stirare sul davanti la maglia del corsetto, indicava
con ambe le mani il locale del suo antagonista, dal quale usciva in quel momento
un suono di canti.
«Del resto non ne avrà per molto,» soggiunse «fra meno di otto giorni tutto sarà
finito.»
Homais indietreggiò per lo stupore. La signora Lefrançois discese tre gradini e,
parlandogli all'orecchio, mormorò:
«Ma come? Ancora non lo sa? Questa settimana gli faranno il sequestro. È stato
Lheureux a farlo fallire. Lo ha assassinato con le cambiali».
L'ostessa cominciò allora a raccontargli tutta la storia; era venuta a saperla
da Teodoro, il domestico del signor Guillaumin, e, per quanto detestasse
Tellier, non poteva fare a meno di biasimare Lheureux: era un imbroglione e un
arrivista.
«Ah, guardi!» disse «Eccolo là, sotto la tettoia del mercato; sta salutando la
signora Bovary, che ha un cappellino verde e dà il braccio al signor Boulanger.»
«La signora Bovary!» fece Homais «Devo correre a porgerle i miei omaggi. Forse
le farebbe piacere avere un posto nel recinto sotto il colonnato.»
E, senza più ascoltare mamma Lefrançois che lo chiamava per finirgli di
raccontare il fatto, il farmacista si allontanò a passi rapidi, con il sorriso
sulle labbra e i garretti tesi, distribuendo a destra e a manca grandi saluti e
occupando molto posto con le ampie falde dell'abito nero che sventolavano al
vento dietro di lui.
Rodolphe, avendolo scorto da lontano, si era messo a camminare in fretta, ma
alla signora Bovary mancava il respiro ed egli rallentò dicendole senza
perifrasi:
«Volevo evitare quell'uomo; sa, lo speziale».
Emma gli diede di gomito.
"Che significa?" si domandò lui.
E la guardava con la coda dell'occhio, continuando a camminare. Il profilo di
lei era così placidamente inespressivo da non lasciar indovinare nulla. Si
stagliava in piena luce, circondato dall'ala del cappellino guarnito di nastri
chiari, simili a foglie di giunco. Gli occhi, dalle lunghe ciglia ricurve,
guardavano dinanzi a sé, e, per quanto li tenesse bene aperti, davano
l'impressione di perdere un poco del loro risalto a causa del sangue che le
arrossava le gote pulsando dolcemente sotto la pelle sottile. Una riga rosea le
segnava il setto nasale. Teneva il capo reclinato su una spalla, e, fra le
labbra socchiuse, si vedeva la punta madreperlacea dei denti candidi.
"Si burla di me?" pensava Rodolphe.
Il gesto di Emma non aveva voluto essere altro se non un avvertimento, poiché
accanto a loro c'era il signor Lheureux che di tanto in tanto si voltava,
parlando, nella loro direzione, quasi volesse attaccare discorso.
«Abbiamo una giornata meravigliosa. Tutti sono usciti! Il vento soffia da est.»
E la signora Bovary, come del resto Rodolphe, non rispondeva nulla, mentre lui,
a ogni più piccolo cenno, si avvicinava un poco, dicendo: «Come?» e portando la
mano al cappello.
Quando furono dinanzi alla casa del maniscalco, invece di seguire la strada fino
alla barriera, Rodolphe voltò bruscamente in un sentiero, trascinando la signora
Bovary e gridando:
«Buonasera, signor Lheureux! Arrivederci!»
«Che modo di congedarlo!» disse Emma ridendo.
«Perché consentire agli altri di essere invadenti?» ribatté lui «E proprio oggi,
poi, che ho il piacere di stare con lei...»
Emma arrossì Rodolphe non terminò la frase e si mise a parlare del bel tempo e
del piacere di camminare sull'erba. Qua e là erano spuntate le margherite.
«Guardi quante graziose pratoline,» disse «sufficienti a dare una risposta agli
interrogativi di tutti gli innamorati del paese.»
Soggiunse:
«Se ne cogliessi io, che cosa penserebbe?»
«È forse innamorato?» domandò Emma e fu presa da una tossettina.
«Eh! Chi lo sa?» rispose Rodolphe.
Il prato cominciava ad affollarsi e le massaie urtavano i vicini con i grandi
parapioggia, i panieri e i ragazzini. Spesso bisognava spostarsi davanti a
lunghe file di contadine, di servette dalle calze azzurre, con scarpe senza
tacco, con anelli d'argento; sapevano di latte, quando si passava loro accanto.
Camminavano tenendosi per mano e occupavano così tutta la larghezza del prato,
dal filare dei pioppi fino alla tenda del banchetto. In quel momento venivano
giudicati i capi di bestiame e i contadini, uno dopo l'altro, entravano in una
specie di pista delimitata da una lunga corda sorretta da paletti.
Le bestie erano là dentro, con il muso verso la corda, allineate confusamente in
gruppi disuguali. I porci, mezzo addormentati, affondavano il grugno nella
terra. I vitelli muggivano, le pecore belavano; le mucche, con le gambe piegate,
appoggiavano sull'erba il ventre, ruminando adagio e chiudendo le palpebre
grevi, infastidite dai mosconi che ronzavano loro attorno. Alcuni carrettieri a
braccia nude trattenevano per la cavezza gli stalloni impennati che emettevano
sonori nitriti in direzione delle giumente. Queste ultime rimanevano
impassibili, allungando la testa e lasciando ricadere la criniera, mentre i
puledri si riposavano all'ombra delle madri e di tanto in tanto poppavano; sulla
lunga ondulazione delle groppe robuste si levava al vento qua e là, simile alla
cresta di un'onda, una criniera bianca, oppure spuntavano corna appuntite o
teste di uomini che correvano... Più in là, al di fuori del recinto, cento passi
lontano, v'era un toro, con la museruola e un grande anello di ferro alle
narici, immobile come se fosse di bronzo. Un ragazzo vestito di cenci lo teneva
con una corda.
Intanto alcuni signori venivano avanti fra le due file, a passo lento,
esaminando ogni animale e consultandosi a bassa voce. Uno di essi, quello che
sembrava essere il più autorevole, camminando, prendeva qualche appunto su un
taccuino. Era il presidente della giuria, il signor Derozerays de la Panville.
Non appena riconobbe Rodolphe, venne in fretta verso di lui e gli disse,
sorridendo amabilmente:
«Ma come, signor Boulanger, ci abbandona?»
Rodolphe protestò che stava proprio per raggiungerli, ma quando il presidente si
fu allontanato:
«No davvero,» disse «non ci andrò affatto. Preferisco di gran lunga, alla sua,
la compagnia di una signora come lei». E, facendosi beffe di tutte le assemblee,
Rodolphe, per potersi aggirare con tutta comodità, mostrò al gendarme la tessera
azzurra e si fermò talvolta davanti a qualche bell'esemplare che la signora
Bovary non mostrava in alcun modo di ammirare. Egli se ne accorse e allora
cominciò a dire spiritosaggini sulle signore di Yonville, a proposito del loro
abbigliamento, approfittandone per scusare la trascuratezza del proprio. Infatti
il suo modo di vestire manifestava quell'incoerente accostamento di cose comuni
e ricercate che di solito fa credere al volgo, esasperandolo e seducendolo, di
intravedervi i segni dell'esistenza eccentrica e del disordine sentimentale di
un individuo soggetto alla tirannia dell'arte, e al contempo sprezzante delle
convenzioni sociali. Infatti la camicia di batista dai polsini plissettati si
gonfiava secondo il capriccio del vento fuori dalla scollatura del panciotto di
traliccio grigio, e i pantaloni a righe larghe scoprivano alle caviglie gli
stivaletti di tela cachi con i rinforzi di pelle verniciata, così lucidi che
l'erba vi si specchiava. Rodolphe calpestava con essi lo sterco di cavallo, una
mano in tasca e il cappello di paglia di sghimbescio.
«Del resto, quando si vive in campagna...» soggiunse.
«Non ne vale la pena» disse Emma.
«È vero!» approvò lui «E pensare che non una di queste brave persone capisce
qualcosa della linea di un vestito!»
Il discorso scivolò quindi sulla mediocrità della provincia, delle esistenze che
riusciva a soffocare, delle illusioni che vi morivano.
«Tutto ciò» disse Rodolphe «mi induce a lasciarmi andare a una malinconia
tremenda...»
«Lei?» disse Emma stupita «Ma se io la credevo così felice!»
«Ah! Sì, in apparenza, perché quando mi trovo in mezzo alla gente so mettermi
sul viso una maschera beffarda, e d'altronde, più d'una volta, davanti a un
cimitero, al chiaro di luna, mi sono domandato se non farei meglio a raggiungere
quelli che già dormono il sonno eterno...»
«Oh!» disse Emma «E i suoi amici? Non ci pensa?»
«I miei amici? E quali? Ne ho, forse? Ce n'è qualcuno che si preoccupi di me?»
E accompagnò le ultime parole con una sorta di sibilo delle labbra.
A questo punto furono costretti a dividersi a causa di una catasta di sedie
trasportate da un uomo. Ne era così stracarico che di lui rimanevano visibili
soltanto le punte degli zoccoli e l'estremità delle braccia, distese. Si
trattava di Lestiboudois, il becchino, che trasportava in mezzo alla folla le
sedie della chiesa. Pieno di iniziativa per quanto concerneva i suoi interessi,
aveva scoperto questo sistema per trarre profitto dalle Assemblee e la sua idea
aveva avuto tanto successo che non sapeva più come fare per accontentare tutti.
Infatti i contadini accaldati si contendevano queste sedie, la cui paglia sapeva
d'incenso, e si appoggiavano agli alti schienali, imbrattati dalla cera delle
candele, con una certa venerazione.
La signora Bovary riprese il braccio di Rodolphe, ed egli continuò, come
parlando a se stesso:
«Sì, ho sentito la mancanza di moltissime cose nella vita! Sono sempre stato
solo! Ah! Avessi almeno uno scopo! Avessi incontrato un affetto, avessi avuto
vicino qualcuno... Oh! Come avrei volentieri speso tutte le energie di cui sono
capace, come avrei saputo sormontare ogni ostacolo, come sarei riuscito ad
abbattere ogni barriera che impedisse il mio cammino!»
«Eppure» interloquì Emma «non mi sembra che lei sia poi tanto da commiserare.»
«Ah! Dice?» fece Rodolphe.
«Perché, in fondo,» ella riprese «è libero.»
Esitò:
«Ricco».
«Non si burli di me» rispose Rodolphe.
Emma lo assicurò che non si stava affatto burlando di lui e in quel momento
rimbombò un colpo di cannone; subito tutti si precipitarono in disordine verso
il villaggio.
Ma si trattava di un falso allarme. Il prefetto non era arrivato, e i membri
della giuria si trovarono nel grave imbarazzo di non sapere se dare inizio alla
seduta o aspettare ancora. Finalmente, in fondo alla piazza comparve una grossa
carrozza da nolo, tirata da due cavalli magri, frustati con la massima energia
da un cocchiere con in capo un cappello bianco. Binet ebbe soltanto il tempo di
gridare: «Allarme!», subito imitato dal colonnello. Tutti corsero verso i
fucili affastellati, tutti si precipitarono di qua e di là. Qualcuno si
dimenticò perfino di abbottonarsi il colletto. Ma l'equipaggio prefettizio parve
indovinare lo scompiglio causato con il suo arrivo e la coppia di rozze,
dondolando fra le catenelle, giunse al piccolo trotto davanti al colonnato del
municipio, proprio nel momento in cui la guardia nazionale e i pompieri si
allineavano al rullo dei tamburi, segnando il passo.
«Muovete le braccia!» gridò Binet.
«Alt!» gridò il colonnello «Per fila sinist!»
E, dopo un presentat'arm nel quale il tintinnio delle fascette dei fucili,
moltiplicandosi, risonò con un frastuono simile a quello prodotto da un paiolo
di rame che rotoli giù per una scala, tutte le armi ricaddero.
Si vide allora scendere dalla carrozza un signore vestito con una giacca corta
ricamata d'argento, calvo sulla fronte e con una corona di capelli sulla nuca,
dal colorito pallido e dalla più benigna apparenza. Gli occhi, molto grandi e
dalle palpebre pesanti, rimasero chiusi a metà, per osservare la folla, mentre
alzava il naso appuntito e atteggiava a un sorriso la bocca dalle labbra
rientranti. Riconobbe subito il sindaco per via della fascia e gli comunicò che
il signor prefetto non era potuto venire e aveva mandato in sua vece lui, un
consigliere di prefettura. Aggiunse poi qualche scusa. Tuvache gli rispose con
frasi ossequiose; l'altro si dichiarò confuso e i due rimasero così faccia a
faccia, con le fronti che quasi si toccavano, in mezzo ai membri della giuria,
del consiglio municipale, ai notabili, alla guardia nazionale e alla folla. Il
signor consigliere, appoggiandosi al petto un piccolo tricorno nero, reiterò i
suoi saluti mentre Tuvache, curvo come un arco, sorrideva a sua volta,
balbettava, cercava frasi adatte, protestava la sua devozione alla monarchia, e
ringraziava dell'onore che veniva fatto a Yonville.
Hippolyte il mozzo di stalla dell'albergo, venne a prendere per la briglia i
cavalli del cocchiere e, zoppicando sul piede sciancato, li condusse sotto il
portico del Leon d'Oro, ove si radunarono molti paesani per contemplare la
carrozza. Il tamburo rullò, il mortaio tuonò e le autorità salirono in fila
sulla tribuna per sedersi sulle poltrone di velluto rosso, prestate dalla
signora Tuvache.
Tutta quella gente si somigliava. I loro visi flaccidi, leggermente abbronzati
dal sole, avevano il colore del sidro dolce, con i soffici favoriti che
sfuggivano dagli alti colletti rigidi sostenuti da cravatte bianche con il nodo
ben disteso. Tutti i panciotti erano di velluto, con il collo a scialle; tutti
gli orologi portavano, al termine di un lungo nastro, uno di quei sigilli ovali
di corniola, tutti appoggiavano entrambe le mani sulle cosce, allargando con
cautela il cavallo dei pantaloni di panno apprettato e più lucido del cuoio
delle pesanti calzature.
Le signore della buona società stavano dietro di loro, sotto il vestibolo, fra
le colonne, mentre il grosso della folla era accalcato di fronte, in piedi o
seduto su sedie. Lestiboudois, infatti, aveva portato là tutte quelle che era
riuscito a trasportare dal prato e, a ogni minuto, correva ancora in chiesa a
prenderne altre, creando un tale ingombro, con il suo commercio, da rendere
quasi impossibile per chiunque arrivare alla scaletta della tribuna.
«Secondo me, io trovo» disse il signor Lheureux (avvicinandosi al farmacista,
che stava passando per raggiungere il suo posto) «che avrebbero dovuto innalzare
là due alberi di navi di tipo veneziano, con qualcosa di severo e di ricco
insieme come novità: sarebbe stato un bellissimo colpo d'occhio.»
«Certo,» rispose Homais «ma, cosa vuole, il sindaco ha disposto tutto da solo.
Non ha molto buon gusto, questo povero Tuvache, ed è completamente sprovvisto di
quella che si chiama sensibilità artistica.»
Nel frattempo, Rodolphe, con la signora Bovary, era salito al primo piano del
municipio, nel salone del consiglio, e trovandolo deserto, aveva dichiarato che
vi si sarebbero trovati benissimo per godersi lo spettacolo con tutto comodo.
Prese tre degli sgabelli situati intorno alla tavola ovale, sotto il busto del
re, e, dopo che li ebbe avvicinati a una finestra, sedettero uno vicino
all'altra.
Vi fu un gran movimento sulla tribuna, lunghi conciliaboli e sussurri. Infine si
alzò il signor consigliere. Nel frattempo si era venuti a sapere che si chiamava
Lieuvain e il nome veniva ripetuto da questo a quello fra la folla. Il
consigliere, appena ebbe riordinato alcuni fogli, li avvicinò agli occhi per
vedere meglio e cominciò:
«Signori,
mi sia anzitutto concesso (prima di intrattenermi sull'argomento della riunione
d'oggi, e il sentimento che voglio esternare sono certo sarà condiviso da tutti
voi), mi sia concesso dicevo, di rendere omaggio alla superiore amministrazione,
al governo, al re, signori, al nostro sovrano, a questo monarca tanto amato, al
quale nessun aspetto o particolare della pubblica prosperità è indifferente, e
che regge con una così salda e saggia mano il carro dello Stato in mezzo ai
continui pericoli di un mare tempestoso, con la capacità, d'altronde, di far
rispettare sia la pace sia la guerra, l'industria, il commercio, l'agricoltura,
e le belle arti».
«Dovrei spostarmi un po' più indietro» disse Rodolphe.
«Perché?» domandò Emma
Ma in quel momento la voce del consigliere crebbe straordinariamente di
intensità, declamando:
«Non è più il tempo, signori, in cui la discordia civile insanguinava tutte le
pubbliche piazze, in cui il possidente, il negoziante, l'operaio stesso,
addormentandosi di un sonno tranquillo, tremava al pensiero di poter essere
svegliato dall'improvviso suono delle campane a martello che avvertivano della
presenza di un incendio, in cui le massime più sovversive minavano apertamente
le basi...»
«Il fatto è che potrebbero vedermi dal basso» continuò Rodolphe «e sarei
costretto a passare almeno quindici giorni a scusarmi; inoltre, con la cattiva
reputazione di cui godo...»
«Oh! Lei si calunnia» disse Emma
«No, no, è proprio pessima, glielo assicuro.»
«Ma, signori,» continuò il consigliere «se allontano dalla mia immaginazione
queste fosche visioni e volgo lo sguardo sull'attuale situazione della nostra
bella patria, che cosa vedo? Ovunque fioriscono i commerci e le arti, ovunque
nuove vie di comunicazione, simili ad altrettante arterie vitali nel corpo dello
Stato vi stabiliscono rinnovati rapporti; i maggiori centri manifatturieri hanno
ripreso la loro attività, la religione, rinsaldata nei suoi principi, sorride a
tutti i cuori, i porti sono gremiti, la fiducia rinasce e, alfine, la Francia
respira!...»
«Del resto,» soggiunse Rodolphe «forse, dal punto di vista della pubblica
opinione, non hanno nemmeno torto.»
«Come può essere?» domandò Emma.
«Ma si,» disse lui «non sa che esistono anime le quali soffrono senza sosta? A
esse sono necessari, alternativamente, il sogno e l'azione, le passioni più pure
e i piaceri più travolgenti, e di conseguenza si gettano in ogni sorta di
capriccio, di follia.»
Emma lo guardò, allora, come si guarda un viaggiatore che abbia attraversato
paesi fantastici e osservò:
«Noi, povere donne, non possiamo permetterci simili distrazioni!»
«Distrazioni ben tristi, poiché in esse non v'è felicità.»
«Ma esiste la felicità in qualcos'altro?»
«Certo, si può incontrarla un giorno, nella vita.»
«Ed è questo che voi avete compreso» diceva il consigliere. «Voi agricoltori e
operai delle campagne, voi pionieri pacifici di un'opera di grande civiltà! Voi,
uomini del progresso e della moralità, voi avete compreso, io lo affermo, che
gli uragani politici sono davvero più temibili delle perturbazioni
atmosferiche...»
«Un giorno la si incontra,» ripeté Rodolphe «un bel giorno, all'improvviso, e
proprio quando ormai si dispera. Allora si schiudono nuovi orizzonti, ed è come
se una voce gridasse: "Eccola!" Si sente il bisogno di confidare a questa
persona tutta la propria vita, di donarle tutto, di sacrificarle tutto. Non sono
necessarie spiegazioni: la si riconosce subito. La si intravede nei propri
sogni» (e intanto la guardò). «E finalmente, eccolo il tesoro tanto atteso,
davanti a noi, che brilla e risplende. Eppure, ancora non ci si sente sicuri,
non si ha il coraggio di credervi, si resta abbagliati, come chi esca dalle
tenebre alla luce.»
E Rodolphe sottolineò questa frase con una mimica adeguata. Si passò la mano sul
viso, quasi si sentisse stordito, poi la lasciò cadere su quella di Emma, che la
ritrasse. Intanto il consigliere continuava a leggere:
«E chi potrebbe stupirsene, signori? Soltanto chi fosse così cieco, così immerso
(non ho paura a dirlo), così immerso nei pregiudizi di un'altra epoca, da
misconoscere anche ora lo spirito nuovo delle popolazioni agricole. Infatti,
dove trovare un patriottismo più grande di quello che si incontra nelle nostre
campagne, una maggior devozione alla causa pubblica, in una parole, una più viva
intelligenza? E non alludo all'intelligenza superficiale, vano ornamento di
spiriti oziosi, ma all'intelligenza profonda ed equilibrata che mira soprattutto
a conseguire scopi utili, contribuendo in tal modo al bene di tutti, al comune
progresso e al consolidamento dello Stato, frutto del rispetto della legge e
dell'assolvimento del proprio dovere».
«Ah! Ancora!» disse Rodolphe «Sempre i doveri, sono stufo di questa parola. Sono
un branco di vecchi incapaci, in panciotto di flanella, e di bigotte con lo
scaldino e la corona del rosario. Continuano a cantarci negli orecchi: "Il
dovere! Il dovere!" Eh! Perbacco! Il dovere è capire che cosa è grande,
scegliere il bello, non accettare tutte le convenzioni della società, con le
ignominie che ci impone»
«Eppure... eppure...» obiettò la signora Bovary.
«Eh, no! Perché inveire contro le passioni? Non sono forse la cosa più bella
esistente sulla terra, le sorgenti dell'eroismo, dell'entusiasmo, della poesia,
della musica, delle arti, di tutto, in una parola?»
«Ma bisogna pure» disse Emma «rispettare l'opinione della gente e obbedire alla
morale.»
«Ah! Il fatto è che ce ne sono due» obiettò Rodolphe. «La minore, quella
convenzionale, quella degli uomini, che cambia senza sosta, e sbraita a più non
posso, che si muove in basso, terra terra, come questa riunione di imbecilli
sotto i suoi occhi. E l'altra, quella eterna, che sta tutto intorno a noi e al
di sopra di noi, come il paesaggio che ci circonda e il cielo azzurro che ci
illumina.»
Il signor Lieuvain si asciugò la bocca con il fazzoletto e continuò:
«Sarebbe cosa inutile dimostrare qui l'utilità dell'agricoltura. Infatti, chi
provvede ai nostri bisogni? Chi ci fornisce il sostentamento? Non è forse
l'agricoltore? L'agricoltore, signori, che, seminando con mano solerte i solchi
fecondi dei campi fa nascere il grano, il quale, macinato e ridotto in polvere
per mezzo di ingegnosi macchinari, ne esce con il nome di farina, viene
trasportato in città e ben presto giunge dal fornaio che lo trasforma in un
alimento indispensabile al ricco e al povero. Non è forse l'agricoltore che, per
fornirci gli abiti, alleva nei pascoli le greggi numerose? Come potremmo
vestirci, invero come potremmo nutrirci, senza l'agricoltura? Ed è forse
necessario andare così lontano per trovare degli esempi? Chi non ha mai pensato
all'importanza che riveste il modesto animale ornamento dei pollai, che ci dà
soffici cuscini per i nostri giacigli, una carne succulenta e le uova? Ma non
finirei più se dovessi enumerare uno dopo l'altro i diversi prodotti che la
terra ben coltivata, simile a una madre generosa, prodiga ai suoi figli. Qui le
vigne, i pometi per il sidro e il ravizzone altrove i foraggi, o il lino, la
coltura del quale, in questi ultimi anni, ha avuto uno sviluppo considerevole; e
proprio sul lino vorrei richiamare in particolare la vostra attenzione».
Non era affatto necessario richiamarla, perché tutte le bocche della gente
rimanevano spalancate, come per bere le sue parole. Tuvache, di fianco a lui, lo
ascoltava con gli occhi sgranati; il signor Derozerays, di tanto in tanto,
chiudeva dolcemente le palpebre e, più in là, il farmacista, con il figlio
Napoleone fra le gambe, teneva una mano a conchiglia sull'orecchio per non
perdere neppure una sillaba. Gli altri membri della giuria facevano andare
lentamente su e giù il mento sui panciotti, in segno di approvazione. I
pompieri, ai piedi della tribuna, si riposavano appoggiati alle baionette e
Binet se ne stava immobile con il gomito in fuori e la punta della sciabola in
aria. Forse ci sentiva, ma non doveva vedere nulla per colpa della visiera del
chepì, che gli arrivava fin sul naso. Il suo luogotenente, il figlio minore del
signor Tuvache, aveva esagerato ancora di più scegliendo il proprio copricapo;
ne aveva in testa, in precario equilibrio, uno enorme, che lasciava sfuggire un
angolo del fazzoletto di tela stampata postovi sotto. Il ragazzo sorrideva, di
là sotto, con una dolcezza tutta infantile; il viso di lui, minuto e pallido,
rigato da gocce di sudore, aveva un'espressione giubilante, stanca e piena di
sonno.
La piazza era piena di gente fino alle case sull'altro lato. Tutte le finestre
erano gremite di persone affacciate, altre stavano in piedi sulle porte e
Justin, davanti alla vetrina della farmacia, sembrava assorto nella
contemplazione di ciò che stava guardando. Per quanto regnasse un relativo
silenzio, la voce del signor Lieuvain si perdeva nell'aria. Se ne afferravano
brandelli di frasi, interrotti di tanto in tanto dal rumore delle sedie smosse
fra la gente; poi, d'improvviso, capitava di sentire alle proprie spalle un
lungo muggito, o il belato degli agnelli che si rispondevano dagli angoli delle
vie. Infatti, bovari e pastori avevano spinto le proprie bestie fin lì, ed esse,
di tanto in tanto, facevano sentire il loro verso, mentre cercavano di catturare
con la lingua qualche po' d'erba che pendeva loro dal muso.
Rodolphe si era avvicinato a Emma e le diceva, in un rapido sussurro:
«Questa congiura dei benpensanti non le ripugna? E fosse un solo sentimento a
essere condannato! Ma sono gli istinti più nobili, le più pure simpatie a essere
perseguitate, calunniate; e se due povere anime finalmente si incontrano, tutto
trama perché non possano unirsi. Eppure esse tenteranno, batteranno le ali, si
chiameranno. E non importa se, presto o tardi fra sei mesi o dieci anni,
riusciranno a unirsi e ad amarsi perché il destino ha stabilito così e perché
sono nate per incontrarsi».
Stava con le braccia incrociate sulle ginocchia e, levando il viso verso Emma,
la guardava da vicino fissamente. La signora Bovary vedeva nei suoi occhi
pagliuzze dorate intorno alle pupille nere e sentiva il profumo della pomata che
gli rendeva lustri i capelli. Si sentì presa dal languore, ricordò il Visconte
che le aveva fatto ballare il valzer alla Vaubyessard, la barba di lui, che
emanava lo stesso profumo di vaniglia e di limone dei capelli di Rodolphe, e,
senza volerlo, socchiuse le palpebre per aspirarlo meglio. Ma il movimento per
drizzarsi sulla sedia che si trovò a compiere, le fece scorgere lontano,
all'orizzonte, la Rondine, la vecchia diligenza che scendeva lentamente il colle
di Leux trascinandosi dietro un lungo pennacchio di polvere. Proprio su questo
veicolo giallo Léon era tornato tante volte da lei, e proprio per quella strada
laggiù se ne era andato per sempre. Le sembrò di vederselo davanti, affacciato
alla finestra, poi tutto si confuse, le nubi passarono, le sembrò di volteggiare
ancora nel valzer, sotto le luci dei lampadari, fra le braccia del Visconte, le
sembrò che Léon non fosse lontano, che stesse per arrivare, e, nello stesso
momento, fu conscia della testa di Rodolphe accanto a lei. La dolcezza di questa
sensazione si mescolava con i sogni di un tempo, e questi ultimi, come granelli
di sabbia a un colpo di vento, turbinarono nel soffio sottile del profumo che le
pervadeva l'animo. Dilatò le narici più volte per aspirare profondamente la
fragranza dell'edera disposta attorno ai capitelli. Si tolse i guanti e si
asciugò le mani, poi si fece vento al viso con il fazzoletto, ascoltando,
attraverso il pulsare delle tempie, il brusio della folla e la voce del
consigliere che salmodiava le sue frasi. L'oratore stava dicendo:
«Continuate! Perseverate! Non ascoltate la suggestione delle abitudini né i
consigli troppo azzardati di un empirismo temerario. Adoperatevi per rendere più
fertili i terreni, per avere buoni concimi, per il miglioramento delle razze di
cavalli, buoi, ovini e suini. Che queste Assemblee siano per voi simili ad arene
pacifiche, ove il vincitore tende la mano al vinto e fraternizza con lui, nella
speranza di sempre più grandi successi. E voi, venerabili servitori, umili
domestici, il cui penoso lavoro non è stato fino a oggi preso in considerazione
da alcun governante, venite a ricevere la ricompensa delle vostre silenziose
virtù, e convincetevi che ormai lo Stato tiene gli occhi fissi su di voi, che vi
incoraggia, vi protegge, renderà giustizia alle vostre rivendicazioni e
alleggerirà, per quanto gli è possibile, il fardello dei vostri penosi
sacrifici».
Il signor Lieuvain, a questo punto, si rimise a sedere. Si alzò allora
il signor Derozerays e cominciò un altro discorso. Non fu, forse, fiorito come
quello del consigliere; ma si fece apprezzare per le argomentazioni più
positive, per una competenza più specializzata e per considerazioni di maggior
rilievo. L'elogio al governo fu per conseguenza più breve e ne risultarono
avvantaggiate l'agricoltura e la religione. Furono presi in esame i rapporti fra
l'una e l'altra, e il loro costante contributo al progresso della civiltà.
Rodolphe e la signora Bovary parlavano di sogni presentimenti, magnetismo
Risalendo alle origini della società, l'oratore descriveva le epoche primitive
in cui l'uomo si nutriva di ghiande e viveva nei boschi. Parlò poi di come si
fosse spogliato delle pelli di animali per indossare vesti di stoffa, di come
avesse cominciato a scavare solchi e a coltivare le viti. Tutto ciò era stato un
bene o, in queste scoperte, v'erano più inconvenienti che vantaggi? Il signor
Derozerays si poneva questo problema. Dal magnetismo, Rodolphe era arrivato alle
affinità e, mentre il presidente citava Cincinnato e il suo aratro, Diocleziano
che piantava cavoli e l'imperatore della Cina che inaugurava l'anno nuovo con le
seminagioni, il giovane spiegava alla signora come le attrazioni irresistibili
debbano la loro origine a qualche esistenza precedente.
«Noi due per esempio,» diceva «perché ci siamo conosciuti? Quale fato lo ha
voluto? Come due fiumi che scorrono attraverso lontane regioni per
ricongiungersi, certo a nostra volta siamo stati spinti, lungo la china della
vita, l'uno verso l'altra.»
E riprese la mano di lei che non la ritirò.
«Un insieme di colture produttive» gridò il presidente.
«Poco fa, per esempio, quando sono venuto da lei...»
«Al signor Binet di Quincampoix.»
«Sapevo forse che l'avrei accompagnata?»
«Settanta franchi!»
«Cento volte sono stato deciso ad andarmene, ma, senza saperlo, la seguivo, e
sono rimasto.»
«Concimi.»
«Così come non me ne andrò stasera, domani, i giorni a venire, tutta la vita!»
«Al signor Caron, d'Argueil, una medaglia d'oro!»
«Perché non ho mai trovato in nessuna donna un fascino irresistibile come quello
che lei possiede.»
«Al signor Bain, di Givry-Saint-Martin!»
«Così, io serberò il suo ricordo.»
«Per un montone merino...»
«Mi dimenticherà, passerò come un'ombra.»
«Al signor Belot, di Notre-Dame...»
«Oh, no! Ma io rappresenterò qualcosa nei suoi pensieri, nella sua vita,
nevvero?»
«Razza suina, premio ex aequo ai signori Lehérissé e Cullembourg,
sessanta franchi.»
Rodolphe le strinse la mano e la sentì calda e fremente come una tortorella
prigioniera, bramosa di riprendere il volo. Ma, sia che volesse liberare la
mano, sia che rispondesse alla stretta, Emma fece con le dita un movimento e
Rodolphe esclamò:
«Oh, grazie! Lei non mi respinge. Lei è buona, ha capito che io le appartengo!
Mi permetta di guardarla, di contemplarla!»
Un colpo di vento proveniente dalla finestra smosse il tappeto sulla tavola, e
in basso, nella piazza, i lembi di tutte le grandi cuffie delle contadine si
sollevarono come ali di farfalle bianche palpitanti.
«Impiego di panelli di semi oleosi» continuò il presidente.
Cominciava ad affrettarsi:
«Concime fiammingo, coltura del lino, irrigazione, piantagioni di alberi a lenta
crescita per costruzioni navali, fedeltà domestica».
Rodolphe taceva. Si fissavano. Un unico desiderio faceva fremere a entrambi le
labbra aride e, mollemente, senza sforzo, le loro dita si intrecciarono.
«Catherine-Nicaise-Elisabeth Leroux, di Sassetot-la-Guerrière, per
cinquantaquattro anni di servizio nella stessa fattoria, una medaglia d'argento
del valore di venticinque franchi.»
«Dov'è questa Catherine Leroux?» ripeteva il consigliere.
Non si faceva avanti nessuno e si udivano voci che parlottavano.
«Vacci!»
«No!»
«A sinistra»
«Non aver paura!»
«Ah! Che sciocca!»
«Insomma, c'è o no?» gridò Tuvache
«Sì... Eccola!»
«Venga avanti, allora!»
Si vide infine avanzare sulla pedana una vecchietta dall'aria spaurita che
sembrava cercare di rimpicciolirsi nelle povere vesti. Calzava grossi scarponi
dalla suola di legno, e metà della sua figura era nascosta da un grembiulone
turchino. Il viso magro, circondato dalla cuffia priva di ala, era più segnato
dalle rughe di una mela renetta avvizzita, e dalle maniche della camicetta rossa
uscivano le mani lunghe con articolazioni nodose. La polvere dei granai, la soda
dei bucati, il grasso della lana le avevano talmente incrostate, logorate,
indurite, da farle sembrare sporche anche dopo essere state lavate e rilavate
nell'acqua di fonte; rimanevano abbandonate, quelle mani, quasi in un gesto di
rassegnazione, come se, dopo avere sempre servito gli altri volessero essere
esse stesse l'umile testimonianza di tutte le sofferenze sopportate.
L'espressione del suo viso era caratterizzata da una sorta di impassibilità
monacale. Nulla che potesse somigliare alla malinconia o alla tenerezza
addolciva lo sguardo scialbo della donna. La continua dimestichezza con gli
animali le aveva fatto assumere il loro stesso mutismo e la loro placidità. Per
la prima volta le capitava di trovarsi in mezzo a tanta gente; la sgomentavano i
tamburi, le bandiere, i signori in abito nero, la Legion d'Onore del consigliere
e rimaneva del tutto immobile, senza sapere se dovesse farsi avanti o fuggire,
senza capire perché la folla la spingesse e perché i componenti la giuria le
sorridessero. In tale atteggiamento, quel mezzo secolo di fedeltà domestica se
ne stava davanti ai prosperi borghesi.
«Si avvicini, egregia Catherine-Nicaise-Elisabeth Leroux» disse il consigliere
prefettizio, che aveva tolto dalle mani del presidente la lista dei premiati.
E, guardando ora i fogli, ora l'anziana donna, ripeteva in tono paterno:
«Venga avanti, venga avanti!»
«Ma è sorda?» disse Tuvache balzando dalla poltrona. E si mise a sbraitarle
nell'orecchio:
«Cinquantaquattro anni di servizio! Una medaglia d'argento! Venticinque franchi!
È per lei!»
Quando ebbe avuto la medaglia, la vecchietta l'osservò attentamente, e un
sorriso di beatitudine le illuminò il viso; fu udita mormorare, mentre se ne
andava:
«La darò al curato della mia parrocchia, perché mi dica delle messe».
«Che fanatismo!» esclamò il farmacista rivolgendosi al notaio.
La riunione era giunta al termine; la folla si disperse, e ora che i discorsi
erano stati ormai letti, ognuno riprendeva il suo posto e ognuno rientrava nella
vita abituale di tutti i giorni. I padroni rimbrottavano i domestici e questi
ultimi se la pigliavano con gli animali, gli indolenti trionfatori che se ne
tornavano alle stalle con una corona di verzura fra le corna.
Nel frattempo, le guardie nazionali erano salite al primo piano del municipio,
con panini infilzati sulle baionette, mentre il tamburino del battaglione
reggeva un paniere di bottiglie. La signora Bovary si appoggiò al braccio di
Rodolphe, il quale l'accompagnò a casa. Si separarono davanti alla porta, poi
Rodolphe passeggiò solo nel prato, in attesa che il banchetto avesse inizio.
Il festino durò a lungo, rumoroso, con un pessimo servizio. I convitati stavano
tanto stretti che a fatica potevano muovere le braccia, e le strette assi che
fungevano da panche minacciavano di rompersi sotto il peso dei commensali.
Mangiarono molto, e ognuno faceva il possibile per rifarsi della sua quota-parte
Il sudore scorreva a rivoli su tutti i volti e un vapore lattiginoso, simile
alla bruma sul fiume in un mattino autunnale, ondeggiava sopra la tavola, fra le
lucerne accese. Rodolphe, con la schiena addossata al telo della tenda, pensava
con tanta intensità a Emma da non accorgersi di nulla. Dietro di lui, sull'erba,
i domestici accatastavano pile di piatti sporchi; i vicini chiacchieravano, gli
riempivano il bicchiere, ma lui non rispondeva e un gran silenzio si faceva
nella sua mente sebbene il frastuono divenisse sempre più intenso. Pensava a
quello che Emma aveva detto, al disegno delle sue labbra; il viso di lei, come
in uno specchio magico, brillava sulle placche dei chepì senza visiera, le
pieghe del suo abito si drappeggiavano sui muri e innumerevoli giornate
d'amore si preannunciavano per l'avvenire.
La rivide quella sera stessa, durante i fuochi d'artificio, ma era in compagnia
del marito, della signora Homais e del farmacista, il quale si preoccupava molto
per il pericolo costituito dai razzi che deviavano accidentalmente, e di
continuo lasciava la compagnia per andare a fare raccomandazioni a Binet.
Gli apparati pirotecnici, inviati all'indirizzo del signor Tuvache, erano stati
chiusi, per un eccesso di precauzione, nella cantina della casa e così la
polvere umida non voleva saperne di accendersi; la parte più spettacolare,
costituita da un drago che si mordeva la coda, fu un fiasco completo. Di tanto
in tanto partiva una misera candela romana, e allora, dalla moltitudine a bocca
aperta, si alzava un clamore al quale si mescolavano i gridolini delle donne cui
qualcuno aveva solleticato la vita grazie all'oscurità. Emma, silenziosa, si
rannicchiava contro la spalla di Charles; con il mento alzato seguiva nel cielo
nero la scia luminosa dei razzi. Rodolphe la contemplava alla luce dei
lampioncini accesi.
Questi ultimi a poco a poco si spensero. Le stelle scintillarono. Caddero poche
gocce di pioggia. Emma si annodò una sciarpa sul capo scoperto.
In quel momento la carrozza chiusa del consigliere di prefettura uscì
dall'albergo. Il cocchiere, ubriaco, si addormentò subito, e si vedeva di
lontano, al di sopra della cappotta, fra le due lanterne, la massa del suo corpo
che si dondolava di qua e di là, a seconda delle oscillazioni dei cignoni.
«In verità,» disse lo speziale «bisognerebbe essere severissimi contro
l'ubriachezza. Vorrei che tutte le settimane, sulla porta del municipio,
comparisse l'elenco dei nomi di coloro che in quel periodo si sono intossicati
con l'alcool. In questo modo, dal punto di vista statistico, ci si troverebbe a
disporre di una specie di annali, veri e propri documenti, che in caso di
necessità... Ma scusate...»
E corse di nuovo verso il capitano.
Questi stava rincasando. Era ansioso di rivedere il suo tornio.
«Forse farebbe bene» gli disse Homais «a mandare uno dei suoi uomini o ad andare
lei stesso...»
«Mi lasci in pace» rispose l'esattore. «Non c'è nessun pericolo.»
«State tranquilli,» disse lo speziale, non appena fu di nuovo insieme con gli
amici «il signor Binet mi ha assicurato che tutte le misure necessarie sono
state adottate. Nessuna favilla è stata perduta di vista e le pompe degli
incendi sono piene. Possiamo andare a dormire.»
«Era ora. Ne ho proprio bisogno» disse la signora Homais, che continuava a
sbadigliare. «Ma non importa, abbiamo avuto per la festa una magnifica
giornata.»
Rodolphe ripeté con una voce bassa e lo sguardo tenero:
«Oh, sì! Davvero bella!»
E, dopo essersi salutati, si voltarono le spalle.
Due giorni dopo, sul Faro di Rouen apparve un lungo articolo sulle
Assemblee. Homais lo aveva scritto di getto il giorno successivo.
«Perché questi festoni, i fiori le ghirlande? Dove sta correndo la folla, simile
ai flutti di un mare in burrasca, sotto i raggi di un sole tropicale che riversa
il suo ardore sopra i nostri campi?»
Proseguiva parlando della situazione dei contadini. Certo il governo faceva
molto, ma non ancora abbastanza. «Coraggio!» incitava «Ci sono mille riforme
indispensabili, attuiamole!» Poi, accennando all'arrivo del consigliere, non
trascurava alcun particolare né «l'aria marziale delle nostre milizie» né «le
vivaci contadinelle» e neppure i «vegliardi dalla testa calva, veri patriarchi
presenti alla cerimonia, alcuni dei quali veterani delle nostre falangi
immortali, che sentivano battere ancora in fretta il cuore al virile suono dei
tamburi». Citava il proprio fra i primi nomi di coloro che formavano la giuria e
ricordava perfino, in una nota, che il signor Homais, farmacista, aveva inviato
un opuscolo sul sidro alla Società d'Agricoltura. Giunto alla distribuzione dei
premi, dipingeva la gioia dei prescelti con accenti ditirambici. I fratelli
abbracciavano i fratelli, i padri i figli, gli sposi le spose. Più d'uno
mostrava con orgoglio la propria umile medaglia e, di certo, appena tornato a
casa, accanto alla fedele compagna della sua vita, avrà appeso, con le lacrime
agli occhi, l'ambito trofeo alle modeste pareti della sua capanna.
«Verso le sei un banchetto organizzato sul prato del signor Liégard ha riunito i
più autorevoli partecipanti alla festa. La più grande cordialità ha regnato
senza interruzioni. Sono stati pronunciati numerosi brindisi: il signor Lieuvain
al re, il signor Tuvache al prefetto, il signor Derozerays all'agricoltore, il
signor Homais all'industria e alle belle arti, queste due sorelle, il signor
Leplichey al progresso. La sera un rutilante fuoco d'artificio ha d'improvviso
illuminato il cielo. Un vero caleidoscopio di colori, uno scenario d'opera, e
per un momento il nostro piccolo paese ha davvero creduto d'essere trasportato
nel bel mezzo di un sogno da mille e una notte. È doveroso sottolineare che
nessun evento increscioso ha turbato questa riunione familiare.»
E aggiungeva:
«È stata però notata l'assenza del clero. Certo le sagrestie intendono il
progresso in un altro modo. Liberissimi di farlo, signori di Loyola!»
IX
Trascorsero sei settimane senza che Rodolphe si facesse vivo. Egli
comparve infine, una sera.
Si era detto:
"Non facciamoci vedere troppo presto, sarebbe un errore".
E, alla fine della settimana, era partito per la caccia.
Trascorso questo periodo, aveva pensato che fosse ormai troppo tardi, ma si era
consolato con questo ragionamento:
"Se è vero che mi ha amato fin dal primo giorno, la smania di rivedermi farà sì
che mi ami ancora di più! E allora andiamo avanti così".
Si rese conto di non avere sbagliato i calcoli quando, entrando nel salotto,
vide Emma impallidire. Era sola. il giorno declinava. Le tendine di mussola,
lungo i vetri, rendevano più fitto il crepuscolo, e la doratura del barometro,
sul quale andava a cadere un raggio di sole, accendeva fiammelle nello
specchio, fra le ramificazioni della madrepora.
Rodolphe rimase in piedi. Emma riuscì a rispondere a stento alle sue frasi
di cortesia.
«Sono stato molto occupato» disse Rodolphe «e anche indisposto.»
«Gravemente?» domandò Emma con vivacità.
«Ebbene, no» fece Rodolphe, sedendole accanto su uno sgabello. «La vera ragione
è che non sono voluto ritornare.»
«Perché?»
«Non lo indovina?»
La guardò di nuovo con tanta intensità da costringerla ad abbassare la testa
arrossendo. Disse:
«Emma...»
«Signore!» fece lei, scostandosi un poco.
«Ah, vede?» egli disse con voce melanconica «Avevo ragione di non tornare, lei
non mi consente neppure di pronunciare questo nome, questo nome che riempie
tutta l'anima mia e che mi è sfuggito. Signora Bovary!... Tutti si rivolgono a
lei in questo modo!... E non è neppure il suo nome, è il nome di un altro!»
E ripeté:
«Di un altro!»
Nascose il viso fra le mani.
«Si, penso a lei senza posa... Il suo ricordo mi fa impazzire! Ah, mi
perdoni!... È meglio che me ne vada... Addio!... Andrò lontano... così lontano
che non sentirà più parlare di me!... Eppure, ancora adesso, non so quale forza
mi abbia spinto verso di lei. Non si può lottare contro il Cielo, non si può
resistere al sorriso degli angeli! Ci si lascia trascinare perché è bello,
affascinante, adorabile!»
Era la prima volta che Emma si sentiva rivolgere frasi simili e il suo orgoglio,
come chi si rilassi in un bagno turco, si crogiolava tutto al calore di quelle
parole.
«Ma anche se non sono venuto da lei, se non ho potuto vederla, ho almeno
contemplato tutto ciò che la circonda. La notte, tutte le notti, mi alzavo,
arrivavo fin qui, guardavo la sua casa, il tetto che brillava sotto la luna, gli
alberi del giardino che si dondolavano sotto la sua finestra, e una lampada
fioca, un bagliore che splendeva al di là dei vetri, nell'ombra. Ah! Lei non
sospettava neppure che, cosìvicino, e al contempo così lontano, vi fosse un
povero infelice...»
Emma si voltò verso di lui con un singhiozzo.
«Oh! Com'è buono lei!» disse.
«No, io l'amo, ecco tutto! E lei lo sa bene! Mi dica una sola parola, una parola
soltanto!»
E Rodolphe, a poco a poco, si lasciò scivolare dallo sgabello fino a terra; in
quel momento si sentì un rumore di zoccoli, in cucina, ed egli si accorse che la
porta del salotto non era chiusa.
«Sia tanto buona da soddisfare almeno un mio capriccio» soggiunse rialzandosi.
Desiderava visitare la casa, gli avrebbe fatto piacere sapere com'era, e siccome
la signora Bovary non trovava in ciò niente di riprovevole, stavano alzandosi
entrambi, quando Charles entrò.
«Buongiorno dottore» gli disse Rodolphe.
Il medico, colpito dal titolo inconsueto, si profuse in ossequi, e l'altro ne
approfittò per ricomporsi un poco.
«La signora mi parlava della sua salute...» disse.
Charles l'interruppe: era molto preoccupato, infatti; i malori di Emma erano
ricominciati. Rodolphe domandò allora se l'equitazione avrebbe potuto giovarle.
«Certo, sarebbe eccellente, perfetto! Ecco un'idea! Dovresti seguire questo
consiglio.»
E siccome Emma obiettava di non avere un cavallo, il signor Rodolphe gliene
offrì uno; Emma rifiutò l'offerta e lui non insistette. Poi, per giustificare la
propria visita, si mise a parlare del suo carrettiere, l'uomo che era stato
salassato e soffriva ancora di stordimenti.
«Passerò a vederlo» disse Bovary.
«No, no, glielo manderò; lo accompagnerò io, sarà più comodo per lei.»
«Molto bene, la ringrazio.»
E, quando fu solo con Emma, Charles le domandò:
«Perché non accetti l'offerta del signor Boulanger? È stato molto gentile».
Emma assunse un'aria imbronciata, trovò mille scuse, e dichiarò infine che la
cosa poteva sembrare strana.
«Ah! Me ne infischio!» disse Charles con un gesto di noncuranza «La salute
innanzitutto. E poi credo che tu abbia torto.»
«Già, ma come posso montare a cavallo se non ho un costume da amazzone?»
«Ne ordineremo uno!» rispose lui.
L'abito da amazzone la convinse.
Quando fu pronto, Charles scrisse al signor Boulanger che sua moglie era
disposta ad accettare la proposta e che entrambi contavano sulla sua gentilezza.
L'indomani a mezzogiorno Rodolphe giunse davanti alla porta della casa di
Charles con due cavalli da sella. Uno di essi aveva sui finimenti, accanto agli
orecchi, due pompon rosa; in quanto alla sella da donna, era in pelle di daino.
Rodolphe calzava alti stivali morbidi e se li era messi dicendosi che certo Emma
non ne aveva mai veduti di simili; infatti ella restò incantata dal suo aspetto,
quando lui apparve sul pianerottolo, con l'ampia giacca di velluto e i pantaloni
di tessuto di maglia, bianchi. Era pronta e lo aspettava.
Justin uscì dalla farmacia per vederla e anche lo speziale si scomodò per fare
al signor Boulanger alcune raccomandazioni.
«Le disgrazie sono sempre pronte! State attenti! Forse i suoi cavalli
sono focosi.»
Emma sentì un rumore proveniente dall'alto: era Félicité che tamburellava sul
vetro per divertire la piccola Berthe. La bimba mandò un bacio alla madre da
lontano; Emma rispose agitando l'impugnatura del frustino.
«Buona passeggiata!» gridò Homais «Siate prudenti, soprattutto, siate prudenti!»
E agitava il giornale, guardandoli allontanarsi.
Non appena sentì sotto gli zoccoli il terreno soffice, il cavallo di Emma si
mise al galoppo e Rodolphe le si affiancò. Di tanto in tanto scambiavano qualche
parola. Il viso un po' chino, la mano alzata e il braccio disteso, Emma si
abbandonava alla cadenza del movimento che la cullava sulla sella.
Ai piedi del colle, Rodolphe allentò le redini, i cavalli partirono entrambi con
uno scatto improvviso e, giunti più in alto, si fermarono con altrettanta
subitaneità, il velo azzurro di Emma ricadde.
Si era ai primi di ottobre e sulla campagna si stendeva la nebbia.
All'orizzonte, contro i profili delle colline, si alzavano le brume,
sfilacciandosi, salendo per poi dissolversi. Di quando in quando, attraverso uno
squarcio delle nubi, penetrava un raggio di sole e lontano si scorgevano i tetti
di Yonville, i giardini sulle rive del fiume, i cortili, l'edificio e il
campanile della chiesa. Emma socchiuse gli occhi per meglio individuare la sua
casa, e mai come ora il povero villaggio in cui viveva le era sembrato tanto
piccolo. Dall'altezza alla quale si trovavano, la valle appariva come un immenso
lago incolore, dal quale si levassero vapori nell'aria. I gruppi di alberi
emergevano qua e là come rocce nere e le alte file di pioppi spuntavano sopra la
bruma, simili a greti sabbiosi che il vento smuovesse.
Sul pascolo, in mezzo ai pini, l'aria aveva un colore cupo La terra, rossiccia
come polvere di tabacco, smorzava il suono dei passi e i cavalli spingevano
davanti a sé camminando, con i ferri degli zoccoli, le pigne cadute.
Rodolphe ed Emma seguirono così il limitare del bosco. Per evitare lo sguardo
del compagno, di tanto in tanto la signora Bovary voltava la testa e allora
scorgeva soltanto i tronchi allineati dei pini, e l'uniforme susseguirsi degli
alberi le dava una specie di lieve capogiro. I cavalli stronfiavano. Il cuoio
delle selle gemeva.
Nell'istante in cui si addentrarono nel bosco, apparve il sole.
«Dio ci protegge!» disse Rodolphe.
«Crede?» domandò Emma.
«Andiamo avanti ancora, andiamo più avanti!» riprese lui.
Fece schioccare la lingua. Le due bestie partirono al galoppo.
Ai margini del sentiero, lunghe felci si impigliarono nella staffa di Emma.
Rodolphe, continuando a procedere, si chinava e di mano in mano le toglieva.
Altre volte per evitare i rami bassi, le passava vicino ed Emma sentiva il
ginocchio di lui sfiorarle la gamba. Il cielo si era fatto azzurro. Le foglie
rimanevano immobili. Incontrarono radure coperte di erica in fiore e sul terreno
fra gli alberi, si alternavano tappeti di violette con distese di foglie cadute,
grigie fulve o dorate, a seconda della specie. Spesso, nel folto dei cespugli,
si sentiva un fruscio d'ali, o il grido rauco e malinconico dei corvi che si
alzavano a volo fra le querce.
Smontarono e Rodolphe legò i cavalli. Emma lo precedette sul musco, fra i solchi
lasciati dai carri.
Ma l'abito troppo lungo la impacciava, sebbene tenesse alzato lo strascico.
Rodolphe, seguendola, contemplava, fra il panno nero della gonna e lo stivaletto
anch'esso nero, l'eleganza della calza bianca e gli sembrava di avere dinanzi
agli occhi qualcosa della sua nudità.
Emma si fermò.
«Sono stanca» disse.
«Andiamo avanti ancora soltanto un poco. Coraggio» rispose lui.
Cento passi più avanti Emma si fermò di nuovo e, attraverso la trasparenza
bluastra del velo che le scendeva obliquo dal cappello di foggia maschile fino
al fianco si intravedeva il suo viso, come se ella stesse nuotando sotto la
superficie di acque azzurrine.
«Ma dove andiamo?»
Rodolphe non rispose. Emma respirava affannosamente. Egli scrutava attorno a sé,
mordicchiandosi i baffi.
Giunsero in una radura ove erano state abbattute alcune giovani querce.
Sedettero su un tronco d'albero caduto e Rodolphe ricominciò a parlarle del suo
amore per lei
Dapprima cercò di non impaurirla con complimenti audaci. Si mantenne calmo,
serio, malinconico.
Emma l'ascoltava a capo chino, smuovendo con la punta del piede le schegge di
legno, per terra
«I nostri destini son forse ormai uniti?»
Quando Rodolphe pronunciò queste parole Emma si alzò per andarsene e rispose:
«Eh!, no! E lo sa benissimo. È una cosa impossibile!»
Rodolphe l'afferrò per il polso. Emma si fermò. Poi, dopo averlo fissato per un
lungo istante con uno sguardo affettuoso e commosso, disse con vivacità:
«Ah! Senta, non ne parliamo più. Dove sono i cavalli? Torniamo».
Rodolphe fece un gesto di noia e di rabbia. Emma ripeté:
«Dove sono i cavalli? Dove sono i cavalli?»
Sorridente e con una strana espressione sul viso, gli occhi fissi e i denti
serrati, Rodolphe avanzò verso di lei allargando le braccia. Emma indietreggiò
tremando e balbettò:
«Oh! Mi fa paura Mi vuol fare del male? Andiamocene!»
«Se proprio è indispensabile» rispose lui cambiando atteggiamento.
Ridivenne di colpo rispettoso, carezzevole, timido. Le diede il braccio e si
incamminarono sulla via del ritorno.
«Che cos'ha?» domandò Rodolphe «E perché? Non l'ho capito. Sono sicuro che lei
si sbaglia. Non vuole convincersi che vive nella mia anima come una
madonna, su un piedistallo ben alto, solido e immacolato. Ma ho bisogno di lei
per vivere. Ho bisogno di guardare i suoi occhi, di ascoltare la sua voce, di
sapere che qualche volta pensa a me. Perché non vuole essere mia amica, mia
sorella, il mio angelo?»
E le circondò la vita con il braccio. Emma tentò di liberarsi ma senza energia.
Rodolphe la sostenne così, mentre camminavano.
Sentirono i cavalli che pascolavano fra il fogliame.
«Restiamo ancora un poco!» disse Rodolphe «Non andiamo già via! Rimanga!»
La condusse più lontano, aggirando un piccolo stagno sulla cui superficie
verdeggiavano le lenticchie d'acqua. Fra i giunchi stavano immobili le ninfee,
ormai appassite. Al rumore dei passi, i ranocchi saltarono per cercare un
nascondiglio.
«Faccio male, faccio male!» diceva Emma «Sono pazza a darle retta.»
«Perché? Emma!... Emma!»
«Oh, Rodolphe!» sussurrò lentamente la giovane signora, abbandonandoglisi sulla
spalla.
Il panno dell'abito di lei aderì al velluto della sua giacca. Ella arrovesciò il
collo candido, che un sospiro faceva palpitare, disfatta, in lacrime, con un
lungo fremito, nascondendo il viso, e si abbandonò.
Scendevano le prime ombre della sera. Il sole basso all'orizzonte, penetrando
con i suoi raggi orizzontalmente fra i rami l'abbagliava. Qua e là, intorno a
lei, fra le foglie e sul terreno, tremolavano chiazze luminose, simili a penne
di colibrì che questi uccelletti avessero perduto in volo. Il silenzio avvolgeva
tutto, dagli alberi sembrava sprigionarsi una sorta di dolcezza nuova. Emma
ascoltava il proprio cuore mentre ricominciava a battere e il sangue, che le
scorreva nelle vene come un fiume di latte. In quel momento udì lontanissimo, al
di là del bosco, sulle colline, un grido indefinibile e prolungato, un suono
strascicato, e l'ascoltò in silenzio mescolarsi come una musica alle ultime
vibrazioni dei suoi nervi eccitati. Rodolphe un sigaro fra i denti, aggiustava
con il temperino una delle briglie che si era rotta.
Tornarono a Yonville per la stessa strada. Riconobbero sul fango le tracce
affiancate dei cavalli, gli stessi cespugli, le stesse pietre in mezzo all'erba.
Nulla era mutato intorno a loro; eppure per Emma era accaduto qualcosa di più
importante di un cataclisma. Rodolphe, di tanto in tanto, si protendeva a
prenderle la mano per baciarla.
Emma cavalcava in modo affascinante. Si teneva diritta sulla vita sottile, le
ginocchia piegate sulla criniera della cavalcatura, le gote ravvivate dal
contatto con l'aria aperta, tutta avvolta dal rosseggiante crepuscolo.
Entrarono a Yonville caracollando sul selciato.
Dalle finestre la stavano spiando.
A cena, il marito trovò che aveva una bella cera. Emma fece finta di non sentire
quando le domandò notizie della passeggiata; rimase con il gomito appoggiato
accanto al piatto, fra i due candelieri accesi.
«Emma!» disse Charles.
«Dimmi.»
«Ecco, oggi nel pomeriggio, sono passato dal signor Alexandre; ha una puledra
non più tanto giovane ma ancora molto bella, soltanto con i ginocchi un po'
gonfi. Si potrebbe averla ne sono certo, per un centinaio di scudi...»
Soggiunse:
«Pensando di farti piacere, l'ho fermata... l'ho comprata... Ho fatto bene?
Dimmi.» Emma mosse il capo in segno di assenso; dopo un quarto d'ora domandò:
«Esci, stasera?»
«Sì, perché?»
«Oh! Nulla, nulla caro.»
E, non appena si fu sbarazzata di Charles, salì a chiudersi in camera sua.
Dapprima provò una specie di stordimento, vedeva gli alberi, i sentieri, i
fossati, Rodolphe, sentiva le sue braccia intorno a sé, mentre le foglie
fremevano e il vento sibilava fra i giunchi.
Guardandosi nello specchio, si stupì dell'aspetto del proprio viso. Non aveva
mai avuto gli occhi tanto grandi, così neri e profondi. Qualcosa di impalpabile,
diffuso su tutta la sua persona, la trasfigurava.
Andava ripetendosi: «Ho un amante! Ho un amante!» e questa idea la deliziava
come se le avessero promesso una seconda adolescenza. Finalmente avrebbe
posseduto quelle famose gioie che dà l'amore, quella febbre di felicità che non
sperava più di provare. Stava per entrare in quel mondo meraviglioso ove tutto è
passione, estasi, delizia; un roseo universo la circondava, i più alti
sentimenti splendevano sfiorati dal suo pensiero, l'esistenza di ogni giorno era
confinata lontano, laggiù in fondo, nell'ombra, nei vuoti che si trovavano fra
quelle straordinarie altezze.
Rammentò le eroine dei libri che aveva letto e la lirica legione di quelle donne
infedeli che Emma sentiva sorelle, fece coro nella sua memoria con voci che la
incantavano. Divenne ella stessa parte integrante di queste invenzioni. Vedeva
avverarsi il lungo sogno della sua giovinezza, e si immedesimava in quel ruolo
di donna passionale che aveva tanto desiderato. Oltre a ciò, assaporava la gioia
della vendetta. Non aveva forse sofferto abbastanza? Ma ora sentiva di essere la
trionfatrice e l'amore, così a lungo conculcato, sgorgava con impeto e con
gioiosa turbolenza. Emma lo assaporava senza rimorsi, senza inquietudine, senza
turbamento.
Il giorno dopo trascorse in una rinnovata dolcezza. I due amanti si fecero
reciproci giuramenti, Emma gli narrò le sue malinconie. Rodolphe l'interrompeva
baciandola e lei gli domandava, contemplando le palpebre di lui a metà chiuse,
di chiamarla ancora per nome e di ripeterle che l'amava. Si trovavano nel bosco,
come il giorno prima, in una capanna di zoccolai, con le pareti di paglia e il
tetto tanto basso che bisognava tenersi curvi. Erano seduti l'uno contro l'altra
su un letto di foglie secche.
A partire da quel giorno, si scrissero con regolarità tutte le sere. Emma
metteva le proprie lettere in una fessura fra le pietre della terrazza in fondo
al giardino, vicino al fiume. Rodolphe veniva a prenderle e ne lasciava una
delle sue, alle quali Emma rimproverava sempre l'eccessiva brevità.
Un mattino che Charles era uscito prima dell'alba, Emma fu presa dal capriccio
di rivedere subito Rodolphe. Le sarebbe stato possibile andare alla Huchette,
restarvi un'ora e tornare a Yonville mentre ancora tutti dormivano. Questo
pensiero la faceva ansimare di desiderio; si trovò in un attimo in mezzo ai
prati e procedette a passi rapidi senza voltarsi indietro.
Faceva appena giorno. Emma riconobbe da lontano la casa del suo amante, con le
due banderuole a coda di rondine che si stagliavano nere contro il pallido
chiarore dell'alba.
Dopo il cortile della fattoria, v'era un edificio che doveva essere il castello.
Emma vi entrò, quasi che i muri al suo passaggio si fossero aperti da soli. Uno
scalone diritto saliva verso un corridoio. Emma tentò la maniglia di una porta e
d'improvviso, in fondo alla camera scorse un uomo che dormiva. Era Rodolphe.
Ella lanciò un grido.
«Tu qui! Tu qui!» ripeteva lui «Come hai fatto a venire?... Hai l'abito
bagnato!»
«Ti amo» rispose lei gettandogli le braccia al collo.
Questa prima audacia le riuscì perfettamente e da allora ogni volta che Charles
usciva di buon mattino, Emma si vestiva in fretta e scendeva a passi felpati la
scala che conduceva in riva al fiume.
Ma, quando la passerella per il bestiame non si trovava al suo posto, bisognava
seguire i muri che costeggiavano il corso d'acqua; l'argine era scivoloso ed
Emma si aggrappava con le mani, per non cadere, ai ciuffi di violacciocche
appassite. Poi attraversava i campi coltivati ove affondava, inciampava,
rimaneva invischiata con i suoi stivaletti leggeri. Il fazzoletto di seta,
annodato sul capo, svolazzava nel vento in mezzo alle alte erbe; Emma aveva una
gran paura dei buoi e si metteva spesso a correre. Arrivava affannata, con le
gote accese, fragrante in tutta la persona di un fresco profumo di linfa, di
erba e di aria libera. Rodolphe a quell'ora dormiva ancora. Era come se una
mattinata di primavera entrasse nella sua camera.
Le tendine gialle alle finestre lasciavano entrare un dolce e greve chiarore
dorato. Emma avanzava a tastoni, strizzando gli occhi, mentre le gocce di
rugiada dorata sui suoi capelli si trasformavano in una specie d diadema di
topazi intorno al viso. Rodolphe, ridendo, l'attirava a sé e la stringeva sul
cuore.
In seguito Emma osservava la stanza, apriva i cassetti dei mobili, si pettinava
con il pettine di lui, si guardava nello specchio da barba. Qualche volta,
perfino, si metteva fra i denti il cannello di una grossa pipa che Rodolphe
teneva sul comodino da notte, in mezzo a limoni, zollette di zucchero, accanto a
una bottiglia d'acqua.
Occorreva un buon quarto d'ora prima che avessero terminato di dirsi addio. Emma
piangeva, non avrebbe mai voluto dover lasciare Rodolphe. Qualcosa di più forte
di lei la spingeva nelle sue braccia. Un giorno, però, vedendola giungere
all'improvviso, Rodolphe si rabbuiò in volto, come chi abbia una
contrarietà.
«Cos'è che ti turba?» domandò Emma «Dimmelo.»
E infine Rodolphe, con un'aria molto seria, le fece osservare che queste visite
stavano diventando imprudenti e che lei avrebbe finito con il compromettersi.
X
Poco alla volta, i timori di Rodolphe la contagiarono. Dapprima l'amore l'aveva
talmente inebriata che nella sua mente non era rimasto più posto per nessun
altro pensiero. Ma ora che senza Rodolphe non avrebbe più saputo vivere, era
spaventata al pensiero di perderlo o soltanto di essere la causa di qualcosa che
avrebbe potuto turbarlo. Tornando a casa dopo essere state da lui, scoccava
sguardi allarmati intorno a sé, spiando ogni sagoma che si profilasse
all'orizzonte e ogni finestra d'abbaino dalla quale avrebbero potuto scorgerla.
Ascoltava i passi, le grida, i rumori dei carretti, e si fermava, più pallida e
tremante delle foglie di pioppo che si dondolavano sul suo capo.
Un mattino, mentre tornava a casa, credette di scorgere a un tratto la canna di
una carabina che sembrava la stesse prendendo di mira. Spuntava obliqua da una
botte a metà nascosta fra le erbe al margine di un fossato. Emma, sul punto di
svenire per lo spavento, continuò a farsi avanti; un uomo sbucò dalla botte,
simile a quei diavoletti con la molla che saltano fuori dalle scatole a
sorpresa. Portava uose alte fino al ginocchio, il berretto calcato sugli occhi,
e aveva le labbra tremanti dal freddo e il naso rosso. Era il capitano Binet
alla posta delle anitre selvatiche.
«Doveva parlare, prima di avvicinarsi!» gridò «Quando si vede un fucile, bisogna
sempre avvertire della propria presenza!»
L'esattore cercava in questo modo di dissimulare la paura che si era presa; un
decreto prefettizio, infatti, aveva permesso la caccia alle anitre soltanto da
un'imbarcazione. Il signor Binet, malgrado tutto il rispetto per la legge, era
in contravvenzione. E così temeva a ogni istante di sentirsi capitare addosso la
guardia campestre. Questa inquietudine aumentava il suo divertimento, e, tutto
solo nella botte, si compiaceva della propria felicità e della propria furberia.
La vista di Emma parve sollevarlo da un gran peso, e subito intavolò una
conversazione:
«Non fa per niente caldo, pizzica, stamane».
Emma non rispose. Binet continuò:
«È uscita molto presto, questa mattina».
«Sì,» disse lei balbettando «vengo dalla balia alla quale è affidata la mia
bambina.»
«Ah! Benissimo, benissimo. In quanto a me, sono qui dall'alba, ma il tempo è
così nebbioso che, a meno di avere le penne dell'anitra a un palmo dalla canna
del fucile...»
«Buongiorno, signor Binet» lo interruppe la signora Bovary girando sui tacchi.
«Servo suo, signora» rispose lui seccamente.
E rientrò nella botte.
Emma si pentì di aver piantato in asso in modo così brusco l'esattore. Certo
avrebbe fatto delle congetture poco simpatiche. La storia della balia era la
scusa peggiore che avesse potuto scegliere, tutti sapevano infatti a Yonville
che la piccola Bovary era tornata a casa già da un anno. E inoltre nessuno
abitava nei dintorni, quel sentiero non conduceva che alla Huchette; Binet,
quindi, aveva indovinato da dove veniva, e non sarebbe stato certo zitto, anzi
avrebbe di sicuro propalato la notizia. Rimase tutto il giorno a torturarsi,
architettando ogni possibile bugia, avendo sempre davanti agli occhi
quell'imbecille con il carniere.
Charles, dopo cena vedendola preoccupata, volle portarla con sé dal farmacista:
la prima persona che Emma vide in farmacia fu di nuovo lui, l'esattore! Era in
piedi, davanti al banco, illuminato dal riflesso di un boccale rosso e stava
dicendo:
«Vorrei, per piacere, una mezza oncia di vetriolo».
«Justin,» chiamò lo speziale «portami l'acido solforico.» Poi si rivolse a Emma,
che avrebbe voluto salire dalla signora Homais.
«No, rimanga, non ne vale la pena, fra poco scenderà. Si scaldi vicino alla
stufa, intanto. Mi scusi... Buonasera, dottore (il farmacista si beava tutto nel
pronunciare questa parola dottore, come se, pur indirizzata a un altro,
riverberasse su di lui qualcosa della solennità che egli le attribuiva)... Ma
sta' attento a non rovesciare i mortai e va' piuttosto a prendere le sedie del
tinello, sai bene che non devi spostare le poltrone del salotto.»
E, per rimettere a posto la propria poltrona, Homais si precipitò fuori da
dietro il banco, proprio mentre Binet gli stava chiedendo una mezza oncia di
acido di zucchero.
«Acido di zucchero?» fece con sdegno il signor Homais «Non lo conosco. Non so
che cosa sia. Forse lei vuole dell'acido ossalico. È acido ossalico, vero?»
Binet gli spiegò allora che gli serviva da mordente per preparare un liquido in
grado di togliere la ruggine dalla sua attrezzatura da caccia. Emma trasalì. Il
farmacista cominciò a dire:
«Il fatto è che il tempo non è molto propizio, a causa dell'umidità».
«Eppure,» osservò l'esattore con aria furba «c'è chi si arrangia.»
A Emma pareva di soffocare.
«Mi dia anche...»
"Ma non se ne vuole più andare?" pensava lei
«Una mezza oncia di colofonia e di trementina, quattro once di cera gialla e tre
once di carbone animale, per piacere, per pulire il cuoio verniciato.»
Il farmacista aveva cominciato a tagliare la cera quando comparve la signora
Homais con Irma in braccio, Napoleone al fianco e Athalie che la seguiva. Andò a
sedersi sulla panchetta di velluto sotto la finestra, il ragazzino si accoccolò
su uno sgabello, mentre la sorella maggiore faceva la ronda intorno alla scatola
delle giuggiole vicino al paparino. Questi versava liquidi negli imbuti, tappava
flaconi, incollava etichette, confezionava pacchetti, indaffaratissimo. Tutti
tacevano. Si sentivano soltanto, di quando in quando, tintinnare i pesi sulla
bilancia e le parole che il farmacista mormorava al suo allievo per dargli dei
consigli.
«Come sta la sua piccolina?» domandò la signora Homais all'improvviso.
«Silenzio!» disse il marito che stava scrivendo cifre su un quaderno di minute.
«Perché non ce l'ha portata?» riprese la signora Homais a bassa voce.
«Zitta! Zitta!» fece Emma indicando lo speziale.
Ma Binet, tutto assorto nella lettura del conto, molto probabilmente non aveva
sentito nulla. Infine uscì. Allora Emma provò un senso di liberazione e tirò un
gran sospiro di sollievo.
«Come respira forte!» disse la signora Homais.
«È per il caldo» rispose Emma.
L'indomani i due innamorati si preoccuparono di organizzare meglio i loro
convegni. Emma voleva corrompere con un regalo la domestica, ma Rodolphe avrebbe
preferito trovare, a Yonville, una sistemazione discreta. Promise di cercarla.
Durante tutto l'inverno, tre o quattro volte la settimana, a notte fonda,
Rodolphe entrava nel giardino. Emma aveva nascosto la chiave del cancello e
Charles credeva che si fosse perduta.
Per avvertirla della sua presenza, Rodolphe lanciava una manciata di sabbia
contro la persiana. A questo suono Emma si alzava di scatto, ma qualche volta
doveva aspettare perché Charles aveva la mania di chiacchierare accanto al fuoco
e non la finiva più.
Emma era divorata dall'impazienza: se avesse potuto, lo avrebbe gettato dalla
finestra. Si preparava per andare a dormire, poi prendeva un libro e continuava
a leggere tranquilla, come se la lettura la divertisse molto. Charles, allora,
che l'aveva preceduta di sopra ed era già a letto, la chiamava perché andasse a
coricarsi.
«Vieni, insomma, Emma?» diceva «È tardi!»
«Sì, vengo» rispondeva lei.
Nel frattempo Charles, poiché gli dava fastidio la luce della candela, si girava
verso il muro e si addormentava. Allora Emma scappava in giardino, trattenendo
il respiro affrettato, sorridente, palpitante e discinta.
Rodolphe aveva un gran mantello, l'avvolgeva tutta e, passandole un braccio
intorno alla vita, la trascinava in silenzio fino in fondo al giardino.
Si fermavano sotto la pergola, sulla stessa panca di tronchi sottili e fradici,
ove poco tempo prima, Léon l'aveva contemplata con tanto amore nelle sere
d'estate. Emma però non pensava certo a lui in queste occasioni
Le stelle brillavano attraverso i rami senza foglie del gelsomino. Sentivano
dietro di sé il fiume scorrere e, di tanto in tanto, il crepitare delle canne
secche. Cumuli d'ombre, qua e là, si gonfiavano nel buio, e a volte sembravano
fremere con un unico moto, si alzavano e si abbassavano come immense once nere
che avanzassero per sommergerli.
Il freddo della notte faceva sì che si tenessero stretti l'uno all'altra; il
suono dei sospiri sembrava loro più forte, gli occhi riuscivano appena a
intravedersi, più grandi; e, in tanto silenzio, v'erano parole pronunciate
sottovoce che cadevano sulle loro anime con sonorità cristallina e con
vibrazioni che si ripercuotevano all'infinito.
Quando la notte era piovosa, andavano a rifugiarsi nello studio medico, fra la
tettoia e la scuderia. Accendevano un candeliere di cucina che Emma teneva
nascosto dietro i libri. Rodolphe si comportava come se fosse stato in casa sua.
La vista della libreria, dello scrittoio, di tutta la stanza insomma, lo metteva
di buon umore e non riusciva a trattenersi dal dire una quantità di
spiritosaggini alle spalle di Charles, che lasciavano Emma interdetta. Avrebbe
voluto vederlo più serio, addirittura drammatico, a volte, come quella sera in
cui le era parso di sentire un rumore di passi avvicinarsi sul viale.
«Viene qualcuno» aveva sussurrato.
Rodolphe spense la luce.
«Hai la pistola?»
«Per farne che?»
«Ma... per difenderti!» rispose Emma
«Da tuo marito? Ah!, pover'uomo!»
E Rodolphe accompagnò la frase con un gesto che significava "lo schiaccerei con
un buffetto".
Emma rimase sbalordita dal suo coraggio, sebbene vi percepisse un'indelicatezza
e una grossolanità ingenue, che la scandalizzarono.
Rodolphe ripensò molto a questa storia di pistole. Se ella aveva parlato
seriamente, la cosa era molto comica, pensava, e forse addirittura odiosa perché
lui non aveva nessuna ragione di detestare il buon Charles, dal momento che non
si sentiva affatto divorato dalla gelosia; a questo proposito Emma gli aveva
fatto fare un giuramento solenne che Rodolphe aveva trovato, come minimo, di
dubbio gusto.
Da quel momento Emma era diventata eccessivamente sentimentale. Si erano
scambiati ritratti, si erano tagliati ciocche di capelli e adesso voleva un
anello, una vera matrimoniale, in segno di eterna fedeltà. Spesso gli parlava
delle campane della sera, o della voce della natura, poi gli raccontava di sua
madre e voleva sapere della madre di lui. Rodolphe l'aveva perduta da più di
vent'anni, eppure Emma lo consolava con le frasi più leziose, come se avesse
avuto a che fare con un marmocchio abbandonato, e talora, guardando la luna, gli
diceva:
«Sono sicura che di lassù, insieme, approvano il nostro amore».
Ma era così carina! Ne aveva conosciute poche di un simile candore! Questo
amore, non contaminato dal vizio, rappresentava per lui qualcosa di nuovo che,
discostandosi dalle facili avventure cui era abituato, solleticava tanto il suo
orgoglio quanto la sua sensualità. L'esaltazione di Emma, disprezzata dal suo
buon senso borghese, in fondo al cuore gli sembrava incantevole perché era
rivolta alla sua persona. Per cui, sicuro di essere amato, non si diede più la
pena di controllarsi e a poco a poco i suoi modi cambiarono.
Non le diceva più, come un tempo, quelle parole dolci che la facevano piangere,
né aveva per lei quelle travolgenti carezze che la facevano impazzire di
passione. E tutto questo diede l'impressione a Emma che il loro grande amore,
nel quale viveva immersa, stesse diminuendo sotto di lei come l'acqua di un
fiume assorbita dal letto in cui scorre, ed ella cominciò a scorgere il fango.
Non riusciva a credere una cosa simile; raddoppiò la sua tenerezza e Rodolphe
nascose sempre meno la propria indifferenza.
Non sapeva più se si rammaricasse di avergli ceduto o se, al contrario,
desiderasse amarlo sempre più. L'umiliazione di sentirsi debole si trasformava
in un rancore mitigato soltanto dalla voluttà. Non era affetto, si trattava di
una continua seduzione. Rodolphe la soggiogava. Ed Emma aveva quasi paura.
Ciò nonostante, in apparenza tutto andava nel migliore dei modi. Rodolphe era
riuscito a condurre l'adulterio secondo il proprio capriccio e, in capo a sei
mesi, all'arrivo della primavera, gli amanti si trovavano l'uno di fronte
all'altra come due coniugi che alimentino un tranquillo focolare domestico.
Era il periodo in cui papà Rouault mandava il tacchino in dono a ricordo della
guarigione della gamba. Il regalo arrivava sempre accompagnato da una lettera.
Emma tagliò lo spago che legava il paniere e lesse quanto segue:
Miei cari figlioli,
spero che la presente vi trovi in buona salute e che il tacchino sia buono come
gli altri, e forse migliore, perché mi sembra più tenero, se posso dirlo, e più
carnoso. La prossima volta, tanto per cambiare vi manderò un gallo, o se
preferite dei pollastrini, e rimandatemi la cesta per piacere insieme con le
altre due. È successo un guaio alla rimessa: il tetto in una notte di
vento forte è volato in mezzo agli alberi. Anche il raccolto non è stato dei
migliori. Non so quando potrò rivedervi. Mi è così difficile lasciare la
fattoria da che sono rimasto solo, mia cara Emma.
A questo punto c'era fra le righe un intervallo come se il brav'uomo
avesse lasciato cadere la penna per soffermarsi un poco a riflettere.
Quanto a me, sto bene, a parte un raffreddore che mi sono buscato l'altro
giorno alla fiera di Yvetot, dove mi ero recato per assumere un nuovo pastore,
dopo aver licenziato l'altro perché era un ghiottone di prima forza. Siamo
proprio da compiangere per tutti i briganti con i quali siamo costretti ad avere
a che fare. Oltretutto, poi, era anche un disonesto.
Ho saputo da un merciaio ambulante, il quale, viaggiando quest'inverno dalle
vostre parti, ha dovuto farsi strappare un dente, che Bovary lavora sempre
molto. Questo non mi stupisce. Mi ha fatto vedere il dente e abbiamo preso un
caffè insieme. Gli ho chiesto se ti aveva vista; mi ha detto di no ma ha visto
due cavalli nella scuderia e da ciò concludo che gli affari vi vanno bene. Ne
sono contento, miei cari figlioli, e che il Signore vi mandi tutta la felicità
immaginabile.
Mi dispiace molto di non conoscere ancora la mia nipotina Berthe Bovary. Ho
piantato per lei in giardino, sotto la finestra della tua camera, un albero di
prugne gialle e non voglio che nessuno le tocchi, se non per preparare a suo
tempo la marmellata che terrò nella dispensa per lei quando verrà a trovarmi.
Arrivederci, cari figlioli, ti bacio, figlia mia e con te mio genero e la
piccola su tutt'e due le guance.
Sono con affetto il vostro tenero padre
Théodore Rouault
Tenne per qualche tempo fra le dita quel foglio di carta grossolana. Gli errori
d'ortografia vi si accavallavano, ma Emma percepiva la tenerezza che si celava
dietro di essi, facendosi sentire come una chioccia che faccia il suo verso
seminascosta in una siepe di spine. Papà Rouault aveva asciugato l'inchiostro
con la cenere del camino, e un poco di polvere grigia le scivolò dalla carta
sull'abito. A Emma parve quasi di vedere suo padre nell'atto di chinarsi sul
focolare per prendere le molle. Quanto tempo era trascorso da quando stava con
lui seduta sullo sgabello, nel caminetto, mentre faceva bruciare la punta di un
bastone alla fiamma alta e scoppiettante delle canne raccolte vicino al mare!...
Ricordava gli assolati meriggi estivi. I puledri passavano nitrendo e
galoppavano senza posa... v'era sotto la sua finestra, un'arnia e qualche volta
le api nel loro volo a spirale nella luce accecante, battevano contro i vetri
della finestra come palline d'oro che rimbalzassero. Che tempi felici! Com'era
libera! Quante speranze! E quante illusioni! Adesso non ne era rimasta più
nessuna! Le aveva sperperate in tutti gli struggimenti del suo animo, nelle
successive esperienze, nella verginità, nel matrimonio e nell'amore - perdendole
così nel corso della vita, come un viaggiatore che dimentichi qualcosa di quanto
gli appartiene in ogni albergo sulla sua via.
Ma che cos'era a renderla tanto triste? Qual era la catastrofe spaventosa che
l'aveva travolta? Ed Emma alzò il capo, guardandosi intorno, come per
cercare la causa di ciò che la faceva soffrire.
Un raggio del sole d'aprile traeva riflessi iridescenti dalle porcellane
sullo scaffale; il fuoco era acceso, sentiva sotto le pantofole la morbidezza
del tappeto, la luce era chiara e l'aria tiepida, e udiva gli scoppi di risa
della sua bambina.
La bimbetta, infatti, si rotolava sul prato in mezzo all'erba falciata. Era
sdraiata bocconi su un mucchio di fieno. La domestica la tratteneva per il
grembiulino. Poco lontano Lestiboudois stava rastrellando, e, ogni volta che si
avvicinava, la bimba si protendeva battendo l'aria con le braccine.
«Me la porti qui!» disse Emma, precipitandosi ad abbracciarla «Sei il mio amore,
cara piccola, sei il mio amore!»
Poi si accorse che aveva gli orecchi un po' sporchi e allora chiamò perché le
portassero l'acqua calda per lavarla, le cambiò la biancheria, le calze, le
scarpe, fece mille domande sulla sua salute, come fosse tornata da un viaggio, e
infine, baciandola ancora e commuovendosi, la affidò di nuovo alla domestica che
era rimasta stupefatta davanti a un tale sfogo di tenerezza.
Rodolphe, quella sera, la trovò più pensierosa del solito.
"Passerà," si disse "non è che un capriccio."
E non venne a tre appuntamenti di fila. Quando tornò, Emma si mostrò fredda e
quasi sdegnosa.
"Ah! Stai perdendo il tuo tempo, piccola!"
E finse di non notare i sospiri malinconici di lei né il fazzoletto che Emma
ostentava.
La signora Bovary cominciò allora a pentirsi.
Si domandò addirittura perché mai detestasse tanto Charles e se non sarebbe
stata la soluzione migliore poter amare suo marito. Purtroppo egli non offriva
grandi esche a questo ritorno di fiamma, e mentre lei si dibatteva molto incerta
in tali velleità di sacrificio, venne il farmacista, che giungeva a proposito
per offrirle una soluzione.
XI
Egli aveva letto recentemente di un nuovo e vantato metodo per la cura dei piedi
storpi, ed essendo un fautore del progresso si era messo in mente la
campanilistica idea che Yonville, per essere all'altezza dei tempi, avrebbe
dovuto sperimentare questi interventi di ortopedia.
«Tanto,» disse a Emma «che cosa rischiamo? Stia a sentire: (ed enumerò sulle
dita i vantaggi del tentativo) successo quasi sicuro, sollievo e vantaggi
estetici per il malato, fama subitanea per il chirurgo. Perché suo marito, per
esempio, non dovrebbe desiderare di liberare il povero Hippolyte del Leon d'Oro?
Tenga presente che quell'uomo non mancherà di raccontare la sua guarigione a
tutti i viaggiatori di passaggio, e poi (Homais abbassò la voce e si guardò
intorno circospetto) chi mi impedirà di mandare al giornale un trafiletto
sull'argomento? Eh, mio Dio! Un articolo gira... se ne parla... finisce per
diventare una valanga! E chi può mai dire? Chi può dire?»
In verità Bovary avrebbe potuto riuscire; nulla lasciava sospettare a Emma che
egli non ne fosse capace, e quale soddisfazione sarebbe stata per lei averlo
spinto a un passo che avrebbe potuto accrescerne la reputazione e l'agiatezza.
Emma non desiderava altro se non basare le proprie aspirazioni su qualcosa di
più solido dell'amore.
Charles, sollecitato dal farmacista e dalla moglie, si lasciò convincere. Si
fece mandare da Rouen il volume del dottor Duval e tutte le sere, con la testa
fra le mani, si immergeva in questa lettura.
Mentre studiava il piede equino, il piede storto in dentro, il piede valgo e
cioè la strefocatopodia, la strefendopodia e la strefexopodia, (o, per meglio
dire, le differenti malformazioni del piede, sia verso il basso sia in alto, in
dentro o in fuori) insieme con la strefipopodia e la strefanopodia (ovvero
torsione verso il basso e raddrizzamento in alto), il signor Homais, per mezzo
di una serie di ragionamenti, cercava di convincere il mozzo di stalla
dell'albergo a farsi operare.
«Non sentirai, forse, che un piccolissimo dolore, una puntura come per un
modesto salasso, meno che per l'estirpazione di certi calli.»
Hippolyte rifletteva, guardandosi intorno coi suoi stupidi occhi.
«Del resto,» riprendeva il farmacista «la cosa non mi riguarda! Lo dico per un
senso di umanità nei tuoi confronti. Vorrei vederti, amico mio, liberato da
quella orribile claudicazione, con quel dondolio della regione lombare che, per
quanto tu possa dire, deve nuocerti molto nel tuo lavoro.»
A questo punto Homais gli faceva presente come si sarebbe sentito più forte e
più in gamba, e gli lasciava capire che avrebbe avuto più successo con le donne:
il mozzo di stalla sorrideva goffamente. L'altro cercava di stuzzicarne la
vanità.
«Ma che razza d'uomo sei, perbacco? Cosa avresti fatto, allora, se avessi dovuto
fare il servizio militare e andare a combattere sotto le bandiere?... Ah
Hippolyte!»
E Homais si allontanava, dichiarando di non capire certe ostinazioni e una tale
cecità di fronte ai benefici della scienza.
Il disgraziato cedette, perché fu quasi una congiura, alla quale presero
parte Binet, che non si occupava mai, di solito degli affari altrui, la signora
Lefrançois, Artémise, i vicini, addirittura il sindaco; tutti, in una parola, lo
esortarono, gli fecero prediche, lo svergognarono. Ma l'argomento decisivo fu
che non avrebbe pagato un soldo. Bovary si sarebbe preoccupato perfino di
procurare l'apparecchio per l'operazione. Era stata di Emma l'idea di tanta
generosità e Charles aveva acconsentito, sempre più convinto, in fondo al cuore,
che sua moglie era un angelo.
Con i consigli del farmacista e ricominciando daccapo per tre volte il lavoro,
fecero costruire dal falegname, aiutato dal fabbro, una sorta di cassetta
pesante circa otto libbre, nella quale non si era fatta economia di ferro,
legno, latta, cuoio, viti e bulloni.
Tuttavia, per sapere quale tendine si dovesse recidere a Hippolyte, bisognava
conoscere prima che specie di piede zoppo avesse.
Il piede di lui formava con la gamba una linea pressoché diritta, e questo non
gli impediva di essere anche un poco distorto verso l'interno, per cui si
trattava di un piede equino e un po' varo, o, se si preferiva, di un piede varo
con forti caratteristiche equine. Ma, pur con questo piede equino, largo proprio
come la zampa di un cavallo, con la pelle rugosa, i tendini secchi, l'alluce
grosso, le unghie nere simili ai chiodi di un ferro di cavallo, lo strefopodo,
dalla mattina alla sera, trottava come un capriolo. Lo si vedeva di continuo
sulla piazza saltellare intorno ai carretti, gettando avanti il suo sostegno
inconsueto, il quale sembrava perfino più vigoroso di quello sano. A forza di
essere utilizzato, aveva acquistato quasi delle qualità morali di pazienza e di
energia tali che, quando il suo proprietario doveva compiere un lavoro
particolarmente pesante, si appoggiava di preferenza proprio sull'arto storpio.
Dal momento che si trattava di un piede equino, bisognava recidere il tendine
d'Achille, salvo poi intervenire in seguito sul muscolo tibiale anteriore per
eliminare il difetto che portava il piede a spostarsi in dentro. Il medico,
infatti, non osava rischiare in una sola volta due operazioni, e addirittura già
tremava per la paura di incidere qualche parte importante e a lui sconosciuta.
Né Ambroise Paré, quando per la prima volta, dopo un intervallo di quindici
secoli, emulò Celso praticando la legatura diretta di un'arteria, né Dupuytren
allorché dovette incidere un ascesso nascosto sotto uno spesso lembo di
encefalo, né Gensoul quando asportò, come non aveva fatto ancora nessuno prima
di lui, il mascellare superiore, potevano essersi sentiti il cuore così agitato,
la mano tremante, i nervi tesi come Bovary nel momento in cui si avvicinò a
Hippolyte con il tenotomo stretto fra le dita. Come negli ospedali, sulla tavola
vicina erano ammucchiate un cumulo di filacce, di fili ricoperti di cera, e
bende, una piramide di bende, tutte le bende che conteneva la bottega del
farmacista. Era stato il signor Homais a organizzare quel mattino tutti i
preparativi, un po' per stupire la gente e un po' per rassicurare se stesso.
Charles incise la pelle, si sentì uno scricchiolio. Il tendine era reciso,
l'operazione finita. Hippolyte sembrava sbalordito per la sorpresa, si
protendeva per coprire di baci le mani di Bovary.
«Suvvia, calmati» disse lo speziale. «Dimostrerai più tardi la tua
riconoscenza.»
E uscì per comunicare l'esito ai cinque o sei curiosi che stazionavano nel
cortile, i quali si aspettavano di vedere Hippolyte ricomparire camminando senza
più zoppicare. Poi Charles, dopo aver sistemato il suo paziente nell'apparecchio
meccanico, tornò a casa, ove Emma lo aspettava sulla porta, piena di ansia. Gli
gettò le braccia al collo e poi si misero a tavola. Charles mangiò molto e volle
bere addirittura, dopo la frutta, una tazza di caffè, un lusso che si concedeva
soltanto la domenica, o quando aveva ospiti.
La serata fu deliziosa, piena di chiacchiere, di comuni speranze. Parlarono
della futura agiatezza, dei lussi che avrebbero potuto permettersi. Charles già
vedeva crescere la propria notorietà, aumentare il benessere della famiglia; sua
moglie l'amava ancora e si sentiva felice di essersi purificata in un sentimento
nuovo, pulito, migliore, felice di provare finalmente qualcosa di simile alla
tenerezza, per quel brav'uomo che l'aveva sposata. Per un momento il pensiero di
Rodolphe le attraversò la mente; ma i suoi occhi si posarono di nuovo su
Charles: notò sorpresa che egli aveva dei bei denti.
Erano a letto, quando il signor Homais, ignorando la domestica che cercava di
trattenerlo, entrò d'improvviso in camera, tenendo fra le mani un foglio fresco
di inchiostro. Era l'articolo che intendeva mandare al Faro di Rouen per
rendere pubblica la notizia. Voleva che lo leggessero.
«Lo legga lei» disse Bovary.
Egli lesse:
«Nonostante i pregiudizi che ancora coprono come una rete gran parte della
faccia dell'Europa, la luce comincia a penetrare nelle nostre campagne. Martedì,
la piccola città di Yonville è stata teatro di una importante esperienza nel
campo della chirurgia e nello stesso tempo di un gesto altamente filantropico.
Il signor Bovary, uno dei nostri più insigni professionisti...»
«Ah! Questo è troppo, è troppo!» diceva Charles soffocato dalla commozione.
«Ma no, per nulla! Ma come!... ha operato il piede storpio... Non ho usato il
termine scientifico perché, sa, su un giornale... può darsi che non tutti
capiscano, bisogna che la massa...»
«Infatti,» disse Bovary «continui.»
«Vado avanti» disse il farmacista. «Il signor Bovary, uno dei nostri più insigni
professionisti, ha operato il piede storpio di un certo Hippolyte Tautain, mozzo
di stalla da venticinque anni all'albergo Leon d'Oro della signora Lefrançois,
sulla piazza d'armi. La novità dell'intervento e la popolarità del paziente
hanno attirato un così gran numero di persone da dar luogo a una vera ressa
davanti all'edificio. L'operazione, per altro, è stata effettuata come per
incanto e solamente poche gocce di sangue sono uscite dall'incisione, quasi ad
annunciare che il tendine ribelle aveva infine ceduto ai tentativi della
scienza. Il paziente, cosa assai strana (possiamo affermarlo per averlo
costatato con i nostri occhi), non ha accusato alcun dolore. Le sue condizioni
sono fino a ora molto soddisfacenti; tutto lascia ritenere che la convalescenza
sarà breve, e chissà che, alla prossima festa del villaggio, non ci sia
possibile vedere il nostro bravo Hippolyte, fra un gruppo di allegri
buontemponi, prendere parte a danze bacchiche, dimostrando così a tutti, con la
sua vivacità nel ballo, di essere completamente guarito. Sia reso onore, dunque,
agli scienziati generosi. Siano onorati quegli spiriti infaticabili che
sacrificano il sonno per assicurare la salute del genere umano o anche per
confortarlo nelle malattie! Onoriamoli! Onoriamoli mille volte! Non verrebbe
fatto di esclamare: i ciechi vedranno, i sordi udiranno e gli zoppi
cammineranno? Ma ciò che un tempo si ripromettevano i fanatici, oggi viene
assicurato dalla scienza agli uomini tutti! Terremo informati i nostri lettori
sui futuri risultati di questa straordinaria terapia.»
Ma tutto ciò non valse a impedire che, cinque giorni dopo, mamma Lefrançois
arrivasse allarmatissima gridando:
«Aiuto, muore... Mi sento impazzire!»
Charles si precipitò verso il Leon d'Oro e il farmacista, che lo vide
attraversare la piazza senza cappello, uscì di corsa dalla farmacia. Giunse
anch'egli all'albergo ansimante, rosso in viso, preoccupato, e domandò a tutti
quelli che stavano salendo le scale:
«Che cos'ha il nostro interessante strefopodo?»
Lo strefopodo si torceva, in preda a convulsioni atroci, tanto che l'apparecchio
in cui gli avevano imprigionato la gamba batteva contro il muro come volesse
sfondarlo.
Con grandi precauzioni, per non spostare l'arto dalla giusta posizione, tolsero
la cassetta e si presentò allora ai loro occhi uno spettacolo spaventoso. La
forma del piede scompariva in un gonfiore tale da dar l'impressione che la pelle
sarebbe scoppiata da un momento all'altro e quasi tutta la gamba era coperta da
ecchimosi provocate dal famoso apparecchio. Hippolyte si era già lamentato delle
sofferenze che gli arrecava, ma non gli avevano dato retta; adesso riconobbero
che non aveva poi tutti i torti e lo lasciarono libero per qualche ora. Ma non
appena l'edema diminuì un poco, i due sapienti decisero di applicare di nuovo il
meccanismo alla gamba malata e lo strinsero di più per far sì che le cose
procedessero con maggiore celerità. Tre giorni dopo Hippolyte non poteva più
resistere, e, ancora una volta, furono costretti a liberarlo rimanendo
sbigottiti dal risultato ottenuto. Una tumefazione livida si stendeva sulla
gamba, e, qua e là, v'erano flitteni dalle quali trasudava un liquido nero. La
cosa stava prendendo una brutta piega. Hippolyte cominciava a essere inquieto e
la signora Lefrançois pensò di trasferirlo nella saletta vicino alla cucina,
perché almeno avesse modo di distrarsi un poco.
Ma l'esattore, che in quel locale ci pranzava tutti i giorni, si lamentò con
disgusto di una tale vicinanza. Allora Hippolyte fu trasportato nella sala del
biliardo.
E rimase là, gemendo sotto l'ingombrante copertura, pallido, con la barba lunga,
gli occhi infossati, girando ogni tanto il capo sudato sul guanciale sudicio,
ove si posavano le mosche. La signora Bovary veniva a trovarlo. Gli portava
pannolini per i suoi cataplasmi, lo consolava, gli faceva coraggio. Ma, del
resto, la compagnia non gli mancava, soprattutto nei giorni di mercato, quando i
contadini, intorno a lui, colpivano le palle da biliardo, si davano da fare con
le stecche, fumavano, bevevano, cantavano, sbraitavano.
«Come va?» gli domandavano, battendogli una mano sulla spalla «Non mi sembri
mica troppo in gamba! Ma la colpa è tua, dovresti fare questo, dovresti fare
quest'altro.»
E gli raccontavano storie di gente che era stata guarita con rimedi ben diversi
da quelli usati per lui; poi, per consolarlo, aggiungevano:
«Il fatto è che tu ci fai troppo caso! Su, alzati! Ti tratti come un re! Non ci
badare, vecchio burlone, ma puzzi».
La cancrena infatti saliva sempre più. Bovary si stava ammalando, tanto se ne
crucciava. Andava a vederlo a tutte le ore, tutti i momenti. Hippolyte lo
guardava con gli occhi pieni di spavento e balbettava singhiozzando:
«Quando guarirò?... Ah! Mi salvi!... Come sono disgraziato! Come sono
disgraziato!»
E il medico se ne andava ogni volta raccomandandogli la dieta.
«Non dargli retta, ragazzo mio!» diceva la signora Lefrançois «Ti hanno già
abbastanza martirizzato! Finirai per indebolirti ancora di più. Tieni, mangia!»
E gli metteva davanti una tazza di buon brodo, qualche fetta d'arrosto, un pezzo
di lardo, e ogni tanto anche un bicchierino d'acquavite che Hippolyte non aveva
il coraggio di bere.
L'abate Bournisien, essendo venuto a sapere che il paziente peggiorava, chiese
di vederlo. Incominciò a compiangerlo per le sue sofferenze, ma gli disse che
avrebbe dovuto gioirne, dal momento che era la volontà del Signore, e
approfittare subito dell'occasione per riconciliarsi con il Cielo.
«Perché» diceva il sacerdote in tono paterno «finora tu hai trascurato un po' i
tuoi doveri; ti si vede di rado a messa e quanti anni sono che non ti accosti
alla Santa Comunione? Capisco, le tue occupazioni, il turbine del mondo
possono averti distratto dalle cure per la salute dell'anima. Ma adesso è il
momento di pensarci. Non devi disperare, però; ho conosciuto grandi peccatori
che, vicini a comparire davanti a Dio (non sei ancora a questo punto, lo so),
hanno implorato la sua misericordia e sono certo morti nelle migliori
disposizioni. Così, per precauzione, chi ti impedisce di recitare al mattino e
alla sera un'Ave Maria o un Padre Nostro? Sì, fallo per me, per farmi un
piacere. Cosa ti costa? Me lo prometti?»
Il povero diavolo promise. Il curato tornò tutti i giorni. Chiacchierava con
l'albergatrice, raccontava aneddoti inframmezzati addirittura a barzellette, a
giochi di parole che Hippolyte non capiva. Poi, quando capitava il destro,
assumendo l'atteggiamento adatto, ricominciava a parlare di religione.
Il suo zelo fu premiato, perché ben presto lo strefopodo manifestò il desiderio
di recarsi in pellegrinaggio al Buon Soccorso, se fosse guarito: e don
Bournisien rispose di non trovare nulla a ridire a questo proposito; due
precauzioni erano sempre meglio di una. E non c'era niente da perdere.
Il farmacista si indignò contro quelle che chiamava le manovre dei preti;
nuocevano alla convalescenza di Hippolyte, affermava; e ripeteva alla signora
Lefrançois:
«Lo lasci stare, lo lasci stare! Lo deprime con il suo misticismo».
Ma la brava donna non gli dava più retta. Era lui la causa di tutto. Per spirito
di contraddizione, attaccò addirittura alla testiera del letto del malato una
piletta piena d'acqua santa e un ramoscello di bosso.
La religione, però, non sembrava in grado di aiutare il paziente più della
chirurgia, e l'inarrestabile cancrena continuava a salire dal piede verso il
ventre. Avevano un bel cambiare le pozioni, sostituire un tipo di cataplasma con
un altro. Tutti i giorni i muscoli si scollavano di più e infine Charles rispose
con un cenno affermativo del capo quando la signora Lefrançois gli domandò se,
visto il caso disperato, non sarebbe stato bene far venire il signor Canivet, di
Neufchâtel, che era una vera celebrità.
Questi era dottore in medicina, sui cinquant'anni, godeva d'una buona posizione
ed era molto sicuro di sé, non si fece alcun riguardo e si mise a ridere con
aria di superiorità quando vide quella gamba in cancrena fino al ginocchio. Poi,
dopo aver dichiarato senza mezzi termini che bisognava amputare, andò dal
farmacista a sfogarsi contro gli asini che avevano potuto ridurre uno sventurato
in uno stato simile. Scuotendo il signor Homais per un bottone della giacca,
sbraitava nella farmacia: «Queste sono le invenzioni di Parigi! Ecco le belle
idee di quei signori della capitale! È come per lo strabismo, il cloroformio e
la litotripsia, un mucchio di mostruosità che il governo dovrebbe impedire!
Vogliono fare i furbi e suggeriscono rimedi senza preoccuparsi delle
conseguenze. Noi non siamo tanto bravi, noialtri, non siamo sapienti, non siamo
arrivisti o damerini. Siamo professionisti, ci preoccupiamo di guarire la gente,
e non ci sogneremmo mai di operare uno che sta a meraviglia! Raddrizzare i piedi
storti! Sarebbe come pretendere di raddrizzare un gobbo!»
Homais soffriva, ascoltando questi discorsi, e dissimulava il proprio disagio
sotto un sorriso da cortigiano, dovendo mantenersi in buoni rapporti con il
signor Canivet, le cui ricette arrivavano talvolta fino a Yonville; così, non
prese le parti di Bovary, né osò fare alcuna osservazione e, venendo meno ai
propri principi, sacrificò la dignità agli interessi più seri della bottega.
L'amputazione della gamba a opera del dottor Canivet fu per Yonville un
avvenimento memorabile. Tutti gli abitanti del paese si erano alzati prima del
solito, e la Grande Strada, benché piena di gente, aveva un aspetto lugubre come
se dovesse aver luogo un'esecuzione capitale. Dal droghiere si discuteva la
malattia di Hippolyte, le botteghe non vendevano nulla, e la signora Tuvache, la
moglie del sindaco, non si moveva dalla finestra per la smania di vedere
arrivare il chirurgo.
Il signor Canivet giunse sul calesse che guidava lui stesso; la molla, posta
dalla parte destra, aveva ceduto sotto il peso di quell'uomo corpulento, tanto
che il veicolo era un po' sbilanciato quando viaggiava. Accanto al dottore, sul
sedile, si trovava una grossa scatola ricoperta di pelle di pecora rossa le cui
tre borchie di chiusura in ottone erano perfettamente lucidate.
Dopo essere entrato come un turbine sotto il portico del Leon d'Oro, il dottore
ordinò a gran voce di staccare il cavallo, poi andò nella scuderia per vedere se
l'avessero governato e nutrito a dovere. Arrivando dai malati, si occupava
sempre innanzitutto della giumenta e del calesse. A questo proposito dicevano di
lui:
«Ah! Il signor Canivet è un originale!» e lo stimavano ancora di più per
quell'assoluta imperturbabilità. Potevano crepare tutti, fino all'ultimo uomo,
ma lui non avrebbe cambiato di una virgola la più insignificante delle sue
abitudini.
Homais si presentò.
«Conto su di lei» disse il dottore. «Siamo pronti? Avanti!»
Ma il farmacista, arrossendo, confessò di essere troppo sensibile per assistere
a una simile operazione.
«Quando si è semplici spettatori,» disse «è facile, lei lo sa bene, che
l'immaginazione resti colpita. E poi, ho un sistema nervoso talmente...»
«Ah!» lo interruppe Canivet «mi sembra che lei sia portato all'apoplessia... E
d'altronde, questo non mi stupisce, perché voi, signori farmacisti, ve ne state
sempre chiusi nel vostro bugigattolo e questo finisce per guastarvi la salute.
Guardi me, piuttosto! Mi alzo tutti i giorni alle quattro, mi faccio la barba
con l'acqua fredda (non ho mai freddo), non porto maglie di lana e non mi piglio
raffreddori, la carcassa è buona. Mangio in una maniera o nell'altra, con
filosofia, come capita. Per questo non sono tanto delicato e mi è indifferente
tagliare a pezzi un cristiano o il primo pollo che capita. A questo punto mi
dirà: l'abitudine... l'abitudine!...»
Poi, senza nessun riguardo per Hippolyte, che sudava di terrore fra le lenzuola,
questi signori diedero inizio a una conversazione durante la quale il farmacista
paragonò il sangue freddo di un chirurgo con quello di un generale: e questo
accostamento piacque a Canivet che si dilungò in chiacchiere sulle necessità
della sua professione. La considerava una missione, per quanto gli ufficiali
sanitari la disonorassero. Poi, tornando al paziente, esaminò le bende, le
stesse che Homais aveva portato quando si era trattato di operare il piede
zoppo, e domandò se vi fosse qualcuno in grado di tenere ferma la gamba.
Andarono a chiamare Lestiboudois e il signor Canivet, dopo essersi rimboccato le
maniche, entrò nella sala del biliardo, mentre lo speziale, insieme con Artémise
e l'albergatrice entrambe pallide come i grembiali che avevano indosso,
origliavano alla porta.
Bovary, nel frattempo, non aveva osato uscire di casa. Stava seduto in salotto,
vicino al caminetto spento, la testa bassa, le mani giunte e gli occhi fissi.
Che disgraziata combinazione, che sfortunato contrattempo! In quanto a lui,
aveva adottato tutte le precauzioni possibili. Era stata una fatalità. Ma questo
non aveva importanza. Se Hippolyte poi fosse morto, sarebbe stato lui ad averlo
assassinato. E inoltre, che cosa avrebbe potuto rispondere quando i suoi clienti
lo avessero interrogato? Aveva forse commesso qualche errore? Per quanto ci
pensasse gli pareva proprio di no. Del resto, anche i più famosi chirurghi a
volte sbagliano. Già, ma proprio questo non avrebbero mai creduto! Avrebbero
riso, piuttosto, ci avrebbero fatto intorno un gran chiasso! Tutta questa storia
sarebbe arrivata fino a Forges, fino a Neufchâtel, fino a Rouen, dappertutto! I
colleghi avrebbero potuto attaccarlo, ne sarebbe nata una polemica, sarebbe
stato costretto a rispondere sui giornali. Hippolyte stesso avrebbe potuto
fargli causa. Già si vedeva disonorato, rovinato, perduto! E la sua
immaginazione, assalita da una quantità di ipotesi, veniva sballottata fra esse
come una botte vuota trascinata in mare e in balia delle onde.
Emma, di fronte a lui, lo guardava; non condivideva la sua umiliazione, altri
sentimenti la dominavano: si domandava come avesse potuto pensare che un uomo
simile valesse qualcosa, quando già tante volte aveva avuto modo di rendersi
conto della sua assoluta mediocrità.
Charles adesso andava su e giù per la stanza, facendo scrocchiare le scarpe sul
pavimento di legno.
«Siediti» disse Emma. «Mi dai ai nervi.»
Charles sedette.
Ma come aveva potuto (lei che era così intelligente) ingannarsi ancora una
volta? E poi, per quale deplorevole mania distruggeva così la propria esistenza
con continui sacrifici? Rammentò tutte le sue aspirazioni a una vita lussuosa,
le frustrazioni dell'anima sua, le meschinità del matrimonio, della vita di
tutti i giorni, i sogni caduti nel fango come rondini ferite, i desideri, le
rinunce, tutto quello che avrebbe potuto avere! E per che cosa? Per che cosa?
Nel silenzio in cui era immerso il villaggio, un grido straziante attraversò
l'aria. Bovary divenne pallido come un morto. Emma aggrottò le sopracciglia
nervosamente e tornò a immergersi nei propri pensieri. Lo aveva fatto per lui,
per questo individuo, per quest'uomo che non capiva niente, privo di ogni
sensibilità. Rimaneva lì, infatti, tranquillissimo, senza rendersi conto di aver
coinvolto anche lei nel ridicolo di cui si era coperto. Lei aveva fatto di tutto
per amarlo, e si era pentita, aveva pianto, per avere ceduto a un altro.
«Forse era un piede valgo» esclamò d'improvviso Bovary, immerso nei propri
pensieri.
Allo choc imprevedibile di questa frase caduta sulle sue riflessioni come una
palla di piombo su un piatto d'argento, Emma, trasalendo, alzò il capo, senza
rendersi conto di quel che aveva voluto dire il marito; si guardarono in
silenzio, quasi sbalorditi di vedersi, tanto le rispettive meditazioni li
avevano portati lontano l'uno dall'altra. Charles la osservava con lo sguardo
torbido di un ubriaco, ascoltando, immobile, le ultime grida dell'amputato che
si susseguivano con modulazioni strascicate rotte da urla acute, simili al
lamento lontano di una bestia sgozzata. Emma si mordeva le labbra livide e
rigirava fra le dita un frammento di madrepora che aveva staccato, fissando su
Charles sguardi infuocati, come frecce di fuoco pronte a trafiggerlo. Tutto di
lui adesso la irritava, il viso, l'abito, quello che non diceva, il suo
atteggiamento, la sua esistenza. Si pentiva, come di un delitto, della fedeltà
di un tempo, e ciò ch'era rimasto della sua virtù crollava ormai sotto i colpi
furiosi dell'orgoglio. Gioiva di tutte le perfide ironie che l'adulterio
suggerisce. I ricordi dell'amante tornavano a lei con suggestioni vertiginose
che sommergevano la sua anima spingendola verso di lui con nuovo entusiasmo; e
Charles gli appariva così distaccato ormai dalla sua vita, lontano per sempre,
fuori della realtà e addirittura annientato come se stesse per morire, come se
stesse agonizzando sotto i suoi stessi occhi.
Si sentì un rumore di passi sul marciapiede. Charles guardò e scorse, attraverso
le persiane abbassate, vicino al mercato, in pieno sole, il dottor Canivet che
si asciugava la fronte con il fazzoletto. Dietro di lui veniva Homais; portava
una grande scatola rossa ed entrambi si dirigevano verso la farmacia.
Charles, preso da un'improvvisa tenerezza e dallo scoraggiamento, si voltò
allora verso la moglie dicendole:
«Dammi un bacio, cara!»
«Lasciami stare!» fece lei rossa di collera.
«Che cos'hai? Ma che cos'hai?» egli ripeté stupefatto «Calmati, cerca di
riprenderti! Sai che ti amo!... vieni!»
«Basta!» gridò lei esasperata.
E, uscendo di corsa dal salotto, Emma sbatté la porta tanto forte che il
barometro cadde dal muro e si infranse sul pavimento.
Charles si lasciò cadere nella poltrona, stravolto, domandandosi che cosa
potesse avere sua moglie, paventando una malattia nervosa, piangendo; percepiva
vagamente intorno a sé qualcosa di funesto e di incomprensibile.
La sera, quando Rodolphe giunse in giardino, trovò l'amante che l'aspettava in
fondo alla scala, sul primo gradino. Si strinsero fra le braccia con passione e
ogni risentimento si sciolse come neve al calore dei loro baci.
XII
Ricominciarono ad amarsi. Spesso, durante la giornata, Emma gli scriveva un
biglietto dicendogli di venire subito; poi, attraverso i vetri, faceva segno a
Justin, che, togliendosi in fretta il grembiule, si avviava di corsa verso la
Huchette. Rodolphe arrivava per sentirsi dire da Emma che si annoiava, che suo
marito era odioso e la vita orribile.
«E io che cosa ci posso fare?» gridò un giorno spazientito.
«Ah! Se tu volessi!...»
Emma era seduta in terra, fra le sue ginocchia, i capelli sciolti, lo sguardo
perduto nel vuoto.
«Cosa vuoi dire?» fece Rodolphe.
Emma sospirò:
«Potremmo andare a vivere altrove... in qualche luogo...»
«Ma tu sei proprio pazza!» ribatté lui ridendo «Ti pare possibile?»
Emma, però, tornò sull'argomento; lui finse di non capire e cambiò discorso. Non
si rendeva conto del perché di tante complicazioni in una cosa semplice come
l'amore. Ma Emma aveva uno scopo, un'altra ragione che accresceva il suo
attaccamento.
La tenerezza di lei nei confronti dell'amante aumentava infatti ogni giorno, di
pari passo con la ripugnanza per il marito. Quanto più si abbandonava all'uno,
tanto più detestava l'altro. Charles non le era mai sembrato tanto sgradevole,
con quelle dita quadrate, l'intelligenza ottusa, le maniere volgari, come quando
si ritrovava con lui dopo i convegni con l'amante. E allora, pur continuando a
far credere di essere una sposa virtuosa, si infiammava pensando a Rodolphe, ai
suoi capelli neri che si piegavano in un'onda sulla fronte abbronzata, alla
figura di lui così robusta e al contempo elegante, a quest'uomo il quale
dimostrava tanta lucidità d'intelletto e tanto trasporto nel sentimento. Per lui
si limava le unghie con la cura di un cesellatore, per lui curava l'aspetto del
proprio viso senza risparmio di creme, e profumava i propri fazzoletti con fiumi
di lavanda. Si copriva di braccialetti, di anelli, di collane. Quando sapeva che
sarebbe venuto, riempiva di rose i grandi vasi di vetro blu e preparava se
stessa e la propria camera, come una cortigiana in attesa del principe. La
domestica non faceva che lavare biancheria e Félicité non si moveva dalla
cucina, dove Justin le teneva spesso compagnia guardandola lavorare.
Con il gomito appoggiato sulla lunga asse ove lei stirava osservava avidamente
tutti gli indumenti femminili sparsi lì attorno: le sottovesti di stoffa
morbida, le sciarpe, i colletti, e le mutandine a guaina, larghe sui fianchi e
strette verso il basso.
«A cosa serve questo?» domandava il ragazzotto, passando la mano sulla crinoline
o sulle fibbie.
«Ma non hai mai visto niente?» rispondeva ridendo Félicité «Come se la tua
padrona, la signora Homais, non ne portasse di uguali!»
«Ah, sì, proprio! La signora Homais!»
E aggiungeva cogitabondo:
«Non è davvero una signora come la sua!»
Ma Félicité perdeva la pazienza a vederselo continuamente d'intorno. Aveva sei
anni più di lui e Théodore, il domestico del signor Guillaumin, cominciava a
farle la corte.
«Lasciami in pace!» diceva, spostando il vaso dell'amido «Va' piuttosto a
pestare le mandorle, stai sempre a curiosare in mezzo alle donne; aspetta, per
occuparti di queste cose, ragazzaccio, di aver la barba sul mento.»
«Non si arrabbi, via! L'aiuterò a lucidare gli stivaletti della sua padrona.»
E andava subito a prendere, sulla mensola del camino, le scarpe di Emma, tutte
incrostate di fango - il fango degli appuntamenti - che si staccava sotto le sue
dita come polvere sottile; lui la guardava salire adagio in un raggio di sole.
«Quanta paura hai di rovinarle!» diceva la domestica, che non ci metteva tanta
attenzione quando le puliva, perché la padrona, appena la stoffa era un po'
logora, gliele regalava.
Emma ne aveva un gran numero nell'armadio e le sciupava senza riguardo e senza
che Charles si permettesse la più piccola osservazione.
Così, sborsò anche trecento franchi per una gamba di legno che Emma giudicò di
dover regalare a Hippolyte.
La parte di legno era ricoperta di sughero e l'arto era fornito di articolazioni
a molla, un meccanismo complicato, nascosto da un pantalone nero che terminava
con una scarpa verniciata. Ma Hippolyte non osava servirsi tutti i giorni di una
così bella gamba e supplicò la signora Bovary di procurargliene una più pratica.
Fu sempre il medico, ben inteso, a pagare anche per quest'altro acquisto.
Il mozzo di stalla, poco alla volta, riprese a lavorare. Lo si vedeva come
prima, per le vie del villaggio, e quando Charles sentiva di lontano
sull'acciottolato il rumore secco della gamba di legno, cambiava strada il più
rapidamente possibile.
Il signor Lheureux, il mercante, era stato incaricato di procurare la gamba di
legno. Questo gli fornì l'occasione di frequentare Emma. Parlò con lei dei nuovi
arrivi da Parigi, di mille nuovi articoli per le signore, fu assai compiacente e
non chiese mai denaro. Emma si lasciò allettare da tanta facilità di appagare i
suoi capricci. Volle, per farne dono a Rodolphe, un bellissimo frustino che era
in vendita a Rouen in un negozio di ombrelli. Il signor Lheureux glielo fece
avere a casa la settimana successiva.
Ma l'indomani si presentò con un conto di duecentosettanta franchi, senza tener
conto degli spiccioli. Emma si trovò in un grave imbarazzo: tutti i cassetti
dello scrittoio erano vuoti; dovevano ancora pagare più di quindici giorni a
Lestiboudois, due trimestri alla domestica, un'infinità di altri conti, e Bovary
aspettava con impazienza il saldo dell'onorario da parte del signor Derozerays,
il quale, come faceva di solito tutti gli anni, l'avrebbe mandato nel periodo
prossimo al giorno di San Pietro.
Per un po' Emma riuscì a tenere a bada Lheureux, ma a un certo punto questi
perse la pazienza: lo perseguitavano, era a corto di capitali e, se non fosse
riuscito a ricuperarne almeno una parte, sarebbe stato costretto a riprendersi
tutta la merce che le aveva fornito.
«Eh! Se la riprenda!» disse Emma.
«Oh, ho scherzato!» rispose lui «Rimpiango soltanto il frustino, davvero. Me lo
farò ridare da suo marito.»
«No! No!» disse Emma.
"Ah! Adesso ti ho in pugno!" pensò Lheureux.
E, persuaso di essere sulla buona strada, uscì ripetendo sottovoce, come se
stesse fischiettando secondo la sue abitudine:
«Bene! Si vedrà! Si vedrà!»
Emma intanto si arrovellava cercando il modo di togliersi da quel pasticcio,
quando la domestica entrò e depose un piccolo rotolo di carta turchina sul
caminetto, da parte del signor Derozerays. La signora Bovary si precipitò a
prenderlo e l'aprì. Conteneva quindici napoleoni. Quanto bastava. Sentì Charles
sulle scale; nascose l'oro in fondo a un cassetto e ne tolse la chiave.
Tre giorni dopo Lheureux si rifece vivo.
«Ho un accordo da proporle» disse. «Se in luogo della somma pattuita volesse
prendere...»
«Eccola!» disse Emma mettendogli in mano quattordici napoleoni.
Il mercante rimase esterrefatto. Per dissimulare il disappunto, si profuse in
scuse e in offerte di servigi che Emma rifiutò. Poi, per qualche minuto, ella
continuò a tenere fra le dita nella tasca del grembiule, i due pezzi da cento
soldi che il mercante le aveva dato di resto. Si riprometteva di fare economia,
per poter restituire più tardi...
"Ah!" si disse "Non se ne accorgerà."
Oltre al frustino dal pomo dorato, Rodolphe aveva ricevuto un sigillo con inciso
il motto Amor nel cor; e poi una sciarpa invernale e un
portasigarette identico a quello del Visconte, che Charles aveva raccolto quel
giorno sulla strada e che Emma conservava ancora. Questi regali lo umiliavano e
ne rifiutava molti: ma Emma insisteva e Rodolphe finiva per cedere, trovandola
tirannica e troppo invadente.
Ella aveva anche delle strane idee:
«Quando suonerà mezzanotte,» gli diceva «penserai a me!» E se lui confessava di
non essersene ricordato, lo rimproverava a lungo, terminando con l'eterna
domanda:
«Mi ami?»
«Ma sì ti amo!» rispondeva Rodolphe.
«Molto?»
«Sicuro!»
«E non hai amato mai nessun'altra?»
«Pensi di avermi preso vergine?» esclamava lui, ridendo.
Emma piangeva, Rodolphe cercava di consolarla infiorando di giochi di parole le
sue proteste d'affetto:
«Oh! Ma è perché ti amo!» insisteva lei «Ti amo tanto da non poter vivere senza
di te, capisci? Certe volte provo un tale desiderio di vederti che mi sento
lacerare da tutte le furie dell'amore. Mi domando: dov'è in questo momento?
Forse con altre donne? Gli sorridono, lui si avvicina.. Oh, no, non è possibile,
ce n'è qualcuna che ti piace? Lo so, ce ne sono di più belle di me; ma io so
amarti meglio! Sono la tua serva e la tua concubina! Tu sei il mio re, il mio
idolo! Sei buono sei bello, sei intelligente, sei forte!»
Si era sentito dire tante volte tutte queste cose che ormai non avevano per lui
più niente di originale. Emma non era diversa dalle altre amanti, e il fascino
della novità, cadendo a poco a poco come un abito, metteva a nudo l'eterna
monotonia della passione, che ha sempre le stesse forme e lo stesso linguaggio.
Rodolphe non distingueva, da uomo pieno di senso pratico, la differenza dei
sentimenti celata dall'identità di espressione. Poiché labbra viziose o venali
gli avevano mormorato frasi simili, non attribuiva molta importanza al candore
di Emma. "È necessario" pensava "ridimensionare i discorsi esagerati che spesso
nascondono sentimenti mediocri: come se talora la passione eccessiva non
traboccasse dall'anima servendosi delle più vuote metafore, perché nessuno, mai,
può dare l'esatta misura delle proprie necessità, delle proprie concezioni, o
dei propri dolori, dato che la parola umana è simile a un calderone incrinato da
cui è facile trarre una musica adatta per far ballare gli orsi quando vorremmo
commuovere le stelle."
Ma, da quella posizione privilegiata di critica nella quale viene a trovarsi
colui che, in qualsiasi impegno, si tiene sempre indietro, Rodolphe scorse in
quest'amore altri godimenti da sfruttare. Giudicava scomoda ogni forma di
pudore. Trattava Emma senza riguardi. Ne fece qualcosa di duttile e corrotto. Il
suo era una specie di attaccamento idiota, pieno di ammirazione per se stesso,
di voluttà per Emma; era una beatitudine che l'intorpidiva; e la sua anima
affondava in quell'ebbrezza, e vi annegava, raggrinzita come il duca di Clarence
nella sua botte di malvasia.
La signora Bovary cambiò i propri atteggiamenti soltanto per l'influenza
esercitata dalle sue abitudini amorose. Gli sguardi di lei divennero più arditi,
i discorsi più liberi, e commise perfino la sconvenienza di passeggiare con
Rodolphe fumando una sigaretta, quasi a voler manifestare il proprio disprezzo
per la gente, e alla fine anche coloro che ancora dubitavano finirono per non
dubitare più quando la videro scendere dalla Rondine con la vita stretta da un
panciotto, come un uomo. La signora Bovary madre, venuta a rifugiarsi dal figlio
dopo una spaventosa scenata con il marito, rimase scandalizzata, certo non meno
di tutte le brave borghesi di Yonville. E molte altre cose le dispiacquero:
innanzitutto Charles non aveva seguito i suoi consigli per quanto concerneva le
letture di Emma. E inoltre ella non approvava l'andamento di quella casa. Si
permise alcune osservazioni e ne derivarono situazioni incresciose, soprattutto
una volta, a proposito di Félicité.
La signora Bovary madre, la sera prima, nell'attraversare il corridoio, l'aveva
sorpresa in compagnia di un uomo dalla barba nera, di circa quarant'anni, il
quale, al rumore dei suoi passi, era scappato in fretta dalla cucina. Emma rise,
ma la buona signora si adirò, dichiarando che se una padrona di casa non si
infischia dei buoni costumi ha l'obbligo di curarsi di quelli dei domestici.
«Ma in che mondo vive?» disse la nuora, con uno sguardo tanto impertinente che
la suocera le domandò se per caso non difendesse la propria causa.
«Fuori!» fece Emma alzandosi di scatto.
«Emma... Mamma...» gridava Charles per rappacificarle.
Ma, in preda all'esasperazione, se n'erano già andate entrambe. Emma batteva i
piedi in terra ripetendo:
«Ah! Che maniere! Che villana!»
Charles corse dalla madre; ella era fuori di sé, balbettava: «È un'insolente,
una testa vuota! E forse peggio!»
Voleva partire subito, se la nuora non le avesse chiesto scusa. Charles
tornò allora dalla moglie, la scongiurò di cedere; si mise in ginocchio. Emma
finì per rispondere:
«E va bene! Ci vado».
In realtà tese la mano alla suocera con la dignità di una marchesa, dicendo:
«Mi voglia scusare, signora».
Poi risalì in camera, si gettò bocconi sul letto e pianse come una bambina, con
la testa affondata nel guanciale.
Si erano accordati, lei e Rodolphe, nel senso che, se fosse accaduto
qualcosa di insolito, Emma avrebbe attaccato a una persiana un foglio di
carta bianca; in tal caso, trovandosi a Yonville, egli sarebbe accorso nel
viottolo dietro la casa. Emma fece il segnale convenuto. Trascorsero tre quarti
d'ora, e per un attimo scorse Rodolphe all'angolo del mercato. Fu tentata di
aprire la finestra e di chiamarlo, ma era già scomparso. Ricadde a sedere
disperata.
Quasi subito le sembrò di sentire un passo sul marciapiede. Era lui, di certo;
scese le scale e attraversò il cortile. Lo vide là fuori. Si gettò nelle sue
braccia.
«Sta' attenta!» disse lui.
«Ah, se sapessi!» rispose Emma.
E si mise subito a raccontargli tutto, in fretta, disordinatamente, esagerando i
fatti, inventandone molti, e con una tale abbondanza di incisi che Rodolphe non
riuscì a capire niente.
«Via, povero angelo, coraggio, non te la prendere, abbi pazienza!»
«Ma sono quattro anni che paziento, che soffro!... Un amore come il nostro
dovrebbe farsi conoscere dall'intero universo. Mi stanno torturando. Non ne
posso più! Salvami!»
Si stringeva a Rodolphe. Gli occhi, pieni di lacrime le balenavano come fiamme
sott'acqua, la gola le palpitava costretta da rapidi singulti. Non l'aveva mai
amata tanto; perdette la testa e le domandò:
«Cosa si dovrebbe fare? Cosa vorresti?»
«Portami con te!» gridò lei «Rapiscimi!... Te ne supplico!»
E si gettò sulla sua bocca, come per strappare un assenso imprevisto e alitato
in un bacio.
«Ma...» soggiunse Rodolphe.
«Cosa c'è ancora?»
«E tua figlia?»
Emma rifletté un momento poi rispose:
«Tanto peggio, la prenderemo con noi».
"Che donna!" si disse Rodolphe, guardandola allontanarsi.
Emma stava attraversando di corsa il giardino. Qualcuno la chiamava.
Il giorno dopo, la signora Bovary madre si stupì molto del cambiamento
intervenuto nella nuora. Emma infatti si mostrò più docile e spinse la sua
deferenza fino a domandare alla suocera una ricetta per mettere i cetriolini
sott'aceto.
Si comportava così per ingannare meglio l'una e l'altro? Oppure per una sorta di
masochismo, per sentire ancora di più l'amarezza inflittale dalle cose che stava
per abbandonare? Non se ne curava, piuttosto, viveva perduta nella
contemplazione dell'ormai vicina felicità. E, con Rodolphe, ne parlava
continuamente. Appoggiandosi alla sua spalla mormorava:
«Eh! Quando saremo sulla diligenza! Ma ci pensi? Lo credi possibile? Mi sembra
che quando sentirò la carrozza partire, sarà come se stessi alzandomi in
pallone, come se stessimo salendo verso le nuvole. Lo sai che conto i giorni? E
tu?»
La signora Bovary non era mai stata bella come in questo periodo. Possedeva
quell'indefinibile bellezza che proviene dalla gioia, dall'entusiasmo, dal
successo e che deriva dall'armonia dello spirito con le circostanze. Le sue
bramosie, gli affanni, l'esperienza del piacere, le illusioni sempre vive, come
accade con i fiori grazie ai fertilizzanti, al sole, ai venti e alle piogge,
l'avevano a poco a poco fatta maturare ed ella sbocciava ormai nel pieno della
fioritura. Le palpebre di lei sembravano tagliate apposta per i lunghi sguardi
amorosi, in cui la pupilla si perde, mentre un sospiro profondo dilatava le
narici minute e rialzava l'angolo carnoso delle labbra, che, in piena luce,
erano ombreggiate da una lieve peluria scura. Si sarebbe detto che un artiste
abile in seduzione avesse disposto sulla sua nuca la treccia dei capelli: questi
ultimi erano raccolti con negligenza in una massa pesante, a seconda delle
vicende dell'adulterio che li scioglieva ogni giorno. La voce, ora, aveva
inflessioni più morbide, la figura atteggiamenti più nobili; qualcosa di
sottile e di penetrante si sprigionava perfino dalle pieghe dell'abito e dalla
curva del piede.
Charles, come nei primi tempi del matrimonio, la trovava deliziosa e del tutto
irresistibile.
Quando rientrava a notte alta, non aveva il coraggio di svegliarla. La lampada
da notte di porcellana disegnava sul soffitto una chiazza di luce rotonda e
tremolante e le tendine chiuse della culla sembravano una capannuccia bianca che
si delineasse accanto al letto nell'ombra. Charles indugiava guardandole.
Credeva di sentire il respiro lieve della bambina. Adesso stava crescendo, ogni
stagione avrebbe portato un rapido progresso; la vedeva già tornare da scuola al
tramonto tutta ridente, con il grembiale macchiato di inchiostro e il panierino
infilato al braccio. Poi avrebbe dovuto mandarla in collegio, e questo gli
sarebbe venuto a costare parecchio; come fare? Vi pensava fin d'ora. Meditava di
prendere in affitto una piccola fattoria nei dintorni; l'avrebbe sorvegliata lui
stesso tutte le mattine, andando a visitare i malati. Avrebbe messo da parte il
reddito, depositandolo alla cassa di risparmio, in seguito avrebbe acquistato
delle azioni, da qualche parte, non importa dove. E poi la clientela sarebbe
aumentata, ci contava perché voleva che Berthe fosse allevata bene, che, se
aveva talento, imparasse a suonare il pianoforte. Ah. come sarà graziosa, più
tardi, quando rassomigliando a sua madre porterà come lei, d'estate, grandi
cappelli di paglia! Di lontano le scambieranno per due sorelle. Se la immaginava
la sera, mentre avrebbe lavorato vicino a loro, al lume della lampada.
Gli avrebbe ricamato le pantofole e si sarebbe occupata dell'andamento della
casa, rallegrata dalla gentilezza e dal buonumore di Berthe. E infine pensava
alla sua sistemazione: si sarebbe pur trovato un bravo giovane con una solida
posizione, capace di renderla felice; e questa felicità sarebbe durata sempre.
Emma non dormiva, fingeva di essere addormentata e, mentre Charles si assopiva
al suo fianco, viveva altri sogni.
Al galoppo di quattro cavalli, da otto giorni era trasportata verso paesi nuovi
dai quali non avrebbero più fatto ritorno. Andavano e andavano, abbracciati e
senza parlare. Spesso, dall'alto di una montagna scorgevano all'improvviso
qualche splendida città, con le sue cupole, i ponti, le imbarcazioni, i
boschetti di limoni e le cattedrali di marmo bianco i cui campanili aguzzi
ospitavano nidi di cicogne. Procedevano al passo a causa delle grandi pietre del
selciato e c'erano per terra mazzi di fiori che le donne in corsetto rosso
offrivano ai viaggiatori. Si sentivano suonare le campane, nitrire i muli,
insieme con gli accordi delle chitarre e il mormorio delle fontane, il cui
vapore andava a rinfrescare cumuli di frutta disposta a piramide ai piedi di
pallide statue sorridenti sotto gli zampilli dell'acqua. E poi, una sera,
arrivavano in un villaggio di pescatori, ove le reti scure asciugavano al vento
lungo le scogliere e vicino alle capanne. Qui si sarebbero fermati, avrebbero
abitato in una casa bassa, dal tetto a terrazza, all'ombra di un palmizio, in
fondo a un golfo, sulla riva del mare. Avrebbero fatto gite in gondola, si
sarebbero cullati sulle amache, conducendo un'esistenza placida e comoda come
gli abiti di seta che avrebbero indossato, un'esistenza tutta calda e stellata
come le dolci notti dalle quali erano attesi. Purtroppo, sull'immensità di
questo avvenire evocato da Emma non accadeva niente di rilevante; i giorni, uno
più bello dell'altro, si somigliavano come le onde, e l'avvenire si dondolava
all'orizzonte infinito, armonioso, azzurrino e pieno di sole. Ma la bimba
tossiva nella culla, oppure Bovary russava più sonoramente ed Emma finiva per
addormentarsi soltanto al mattino quando l'alba scoloriva i vetri della finestra
e Justin, sulla piazza, già apriva le vetrine della farmacia.
Emma aveva chiamato il signor Lheureux e gli aveva detto:
«Avrei bisogno di un mantello, grande, con il collo ampio e foderato.»
«Ha intenzione di fare un viaggio?» domandò lui.
«No!... ma cosa c'entra? Posso contare su di lei, vero? E faccia presto.»
Il mercante si inchinò.
«Mi occorrerebbe anche un baule» continuò lei «non troppo pesante, e comodo.»
«Sì, sì, capisco, di circa novantadue centimetri per cinquanta, come li fanno
adesso.»
«E un nécessaire da notte.»
"Decisamente" pensò Lheureux "qui c'è sotto un pasticcio." «Prenda,» disse la
signora Bovary, togliendosi l'orologio dalla cintura «prenda questo e si paghi.»
Ma il mercante protestò dicendo che non era proprio il caso: si conoscevano.
Aveva mai dubitato di lei? Che ridicolaggine! Emma insistette affinché
accettasse almeno la catena. Lheureux se l'era già messa in tasca e se ne stava
andando quando si sentì richiamare.
«Tenga tutto lei. In quanto al mantello,» Emma parve riflettere per un momento
«non lo porti qui affatto, mi darà soltanto l'indirizzo del sarto e lo avvertirà
di tenerlo a mia disposizione.»
La fuga era fissata per il mese successivo. Emma sarebbe partita da Yonville
come se avesse dovuto recarsi a Rouen per commissioni. Rodolphe avrebbe fissato
i posti, chiesto i passaporti, e addirittura scritto a Parigi per avere una
vettura diretta fino a Marsiglia, dove avrebbero acquistato un calesse per
proseguire senza fermarsi lungo la strada di Genova. Emma pensava di mandare il
bagaglio da Lheureux, il quale lo avrebbe fatto portare direttamente sulla
Rondine, in maniera che nessuno potesse sospettare di nulla; e, in tutti questi
preparativi, non si accennava mai alla bambina. Rodolphe evitava di parlarne e
forse Emma non ci pensava.
Rodolphe volle ancora due settimane di tempo per sistemare alcune cose, poi
quando erano trascorsi otto giorni, ne chiese altri quindici. In seguito disse
di non sentirsi bene. E successivamente fece un viaggio. Il mese di agosto
trascorse e, dopo tutti questi rinvii, stabilirono irrevocabilmente la data del
4 settembre, un lunedì.
Finalmente si giunse al sabato, l'antivigilia della partenza.
Rodolphe, quella sera, arrivò più presto del solito
«Sei pronto?» domandò Emma.
«Sì!»
Fecero un giro intorno all'aiuola e andarono a sedersi vicino alla terrazza,
sulla sommità del muricciolo
«Sei triste» disse Emma.
«No, perché?»
E intanto la guardava in maniera strana, con tenerezza.
«È perché te ne vai?» continuò lei «Lasci i tuoi affetti, la tua vita?
Capisco... Io invece, non ho niente al mondo, tu sei tutto per me. E quindi
anch'io devo essere tutto per te, sarò la tua famiglia, la tua patria: ti sarò
vicina, ti amerò.»
«Come sei bella!» disse egli stringendola fra le braccia.
«Davvero?» fece Emma con una risatina voluttuosa «Mi ami? Giuralo allora!»
«Se ti amo! Se ti amo? Ma ti adoro, amore mio!»
La luna piena, color porpora, stava sorgendo bassa sull'orizzonte, in fondo alla
distesa dei prati. Saliva veloce fra i rami dei pioppi che di tanto in tanto la
nascondevano. Infine apparve, elegante nel suo candore, nel cielo sgombro e
rischiarato dalla sua luce, e rallentò lasciando cadere sul fiume una grande
striscia fatta di stelle e questo luccichio d'argento sembrava torcersi da cima
a fondo come un serpente senza testa coperto di squame luminose. Somigliava
anche a un mostruoso candelabro dal quale colasse un ruscello di gocce di
diamanti fusi. Intorno a loro era la notte tiepida; chiazze d'ombra empivano il
fogliame. Emma, gli occhi socchiusi, aspirava con profondi sospiri il vento
fresco che stava soffiando. Tacevano, entrambi troppo assorti nelle
fantasticherie dei propri sogni. Nei loro cuori tornava tutta la tenerezza dei
vecchi tempi, copiosa e tacita come il fiume che scorreva tanto dolcemente, così
com'era dolce il profumo delle sassifraghe, e proiettava nei ricordi ombre più
vaste e malinconiche di quelle allungate sull'erba dai salici immobili. Spesso
si udivano le foglie frusciare, smosse da qualche animale notturno, un riccio o
una donnola a caccia di prede, o il tonfo di una pesca matura che cadeva da sola
dalla spalliera.
«Che bella notte!» disse Rodolphe.
«Ne avremo altre» rispose Emma.
E, come parlando a se stessa:
«Sì, sarà bello viaggiare!... Perché mi sento triste allora? È la paura
dell'ignoto, il disagio di dover cambiare abitudini... O piuttosto... No, è la
troppa felicità. Che donna dappoco sono, vero? Perdonami!»
«Sei ancora in tempo!» esclamò lui «Rifletti, potresti pentirtene poi, forse.»
«Mai!» disse Emma con slancio.
E, facendoglisi più vicina:
«Che cosa potrebbe accadermi? Non esistono deserti né precipizi né oceani che
non affronterei con te. Vivendo insieme, verrà a crearsi fra noi un legame ogni
giorno più stretto, più completo! Non vi sarà mai nulla che possa turbarci, né
preoccupazioni né ostacoli. Saremo soli, ci apparterremo per sempre. Parla,
rispondimi!»
Rodolphe rispondeva: «Sì, sì» a intervalli regolari. Emma gli passò le mani fra
i capelli, ripetendo con voce infantile, sebbene avesse il volto rigato da
grosse lacrime:
«Rodolphe! Rodolphe!... Mio caro Rodolphe!»
Suonò mezzanotte.
«Mezzanotte!» disse lei «È già domani. Ancora un giorno!
Rodolphe si alzò per andarsene e, come se il gesto compiuto da lui fosse il
segnale della fuga, Emma di colpo divenne gioiosa.
«Hai i passaporti?»
«Sì.»
«Ti sei dimenticato niente?»
«No.»
«Ne sei sicuro?»
«Certo!»
«Mi aspetterai all'albergo Provenza, vero? A mezzogiorno?»
Assentì con il capo.
«A domani allora!», disse Emma con un'ultima carezza.
Rimase a guardarlo mentre si allontanava.
Rodolphe non si voltò. Emma gli corse dietro e, protendendosi sull'acqua, fra i
cespugli:
«A domani!» gridò.
Rodolphe era già sull'altra riva e camminava in fretta in mezzo ai prati.
Dopo qualche minuto si fermò; quando la vide svanire con il suo abito bianco,
lentamente, nell'ombra, come un fantasma si sentì preso da un tale batticuore
che dovette appoggiarsi a un albero per non cadere.
«Che imbecille sono mai!» esclamò imprecando violentemente «Non importa, era
un'amante deliziosa!»
E, di colpo, la bellezza di Emma, con tutti i piaceri che l'amore di lei gli
procurava, si materializzarono nella sua mente. Di nuovo si intenerì, poi ebbe
un moto di ribellione contro di lei.
«Non è possibile che io vada all'estero, mi assuma la responsabilità di un
bambino...» continuava gesticolando.
Si diceva queste cose per rendere più ferma la propria risoluzione.
«E d'altro canto, le complicazioni, le spese... Ah, no, no, mille volte no!
Sarebbe un errore madornale!»
XIII
Appena arrivato a casa, Rodolphe sedette con decisione allo scrittoio, sotto il
trofeo di una testa di cervo appesa alla parete. Ma quando ebbe la penna fra le
dita, non seppe farsi venire in mente nulla e, appoggiandosi sui gomiti,
si mise a riflettere. Gli sembrava che Emma fosse indietreggiata in un remoto
passato, quasi che la risoluzione presa avesse interposto fra loro,
d'improvviso, una distanza enorme.
Per riafferrare qualcosa di lei, andò a cercare nell'armadio a capo del letto
una vecchia scatola di biscotti di Reims ove conservava le lettere d'amore e
dalla quale sfuggì un odore di polvere umida e di rose appassite. Dapprima trovò
un fazzolettino cosparso di piccole macchie scolorite. Era un fazzoletto di
Emma, quando ella aveva perduto sangue dal naso durante una passeggiata; non se
ne ricordava nemmeno più. Poi una miniatura regalatagli da Emma, sbattuta qua e
là dalle sue mani nervose: la guardò. L'abbigliamento di lei gli sembrò
pretenzioso e lo sguardo in tralice, di pessimo effetto; poi, continuando a
guardare questa immagine e a evocare il ricordo del modello, i tratti del viso
di Emma gli si confusero nella memoria, come se la figura dipinta e quella reale
si fossero, sovrapponendosi, cancellate a vicenda. Lesse qualcuna delle sue
lettere: erano piene di spiegazioni sul loro prossimo viaggio, brevi, pressanti
e pratiche come comunicazioni commerciali. Volle rileggere le più lunghe, quelle
di molto tempo prima; per ripescarle dal fondo della scatola, Rodolphe rimescolò
tutte le altre e macchinalmente si mise a rovistare in quel mucchio di fogli e
oggetti, ritrovando, senza alcun ordine logico, mazzolini di fiori, una
giarrettiera, una mascherina nera, spille, capelli - capelli bruni, biondi,
qualcuno dei quali, rimasto impigliato nella scatola metallica, al momento di
aprirla, si rompeva.
E così, vagando fra i ricordi, osservò la calligrafia e lo stile delle lettere,
diverse una dall'altra come l'ortografia di ognuna di esse. Erano tenere o
allegre, spiritose o malinconiche; qualcuna chiedeva amore e qualche altra
soldi. Ogni tanto una frase gli rammentava un viso, dei gesti, il suono di una
voce, o, a volte, proprio nulla.
Tutte queste figure di donna che si susseguivano nella sua immaginazione, si
intralciavano reciprocamente e si ripetevano in una teoria uniforme, resa tale
da un sentimento amoroso che le metteva tutte sullo stesso livello. Prendendo a
manciate le lettere in disordine, si divertì per qualche minuto a lasciarle
cadere come una cascata dalla mano destra alla sinistra. Poi, stufo e
insonnolito, Rodolphe ripose la scatola nell'armadio dicendosi:
"Quante frottole!"
E questo riassumeva la sua opinione; perché i piaceri, a somiglianza degli
scolari nel cortile di un collegio, avevano talmente calpestato il suo cuore da
inaridirlo del tutto e chi vi passava, ancora più sventato dei fanciulli, non
poteva lasciarvi, come loro invece facevano, neppure il proprio nome inciso sul
muro.
"Avanti," si disse "cominciamo."
Scrisse:
Coraggio Emma! Deve avere coraggio! Non voglio essere la rovina della sua
esistenza.
"Dopotutto è vero" pensò Rodolphe. "Agisco nel suo interesse, mi comporto da
onest'uomo."
Ha ponderato bene la sua decisione? Ha pensato in quale abisso avrei potuto
trascinarla, povero angelo? No, vero? Lei cammina fiduciosa e folle, credendo
nella felicità, nell'avvenire. Ah, siamo degli sventurati, degli insensati.
Rodolphe si fermò cercando a questo punto una scusa plausibile.
"Se le dicessi che sono rovinato?... Ah, no! E, d'altra parte questo non
cambierebbe nulla. Fra un po' si sarebbe daccapo. Ma si può far capire la
ragione a donne simili?"
Rifletté, poi proseguì:
Non la dimenticherò mai, mi creda, e serberò per lei una devozione profonda
ma un giorno presto o tardi, questo ardore (è il destino delle umane cose) certo
finirà per diminuire! Sopraggiungerà la stanchezza, e avrei avuto il dolore di
assistere al suo rimorso e di parteciparvi io stesso essendone stato la causa.
Il solo pensiero della disperazione in cui avrei potuto gettarla, mi tortura.
Emma! Mi dimentichi! Perché l'ho incontrata? Perché è così bella? È stata colpa
mia? Oh, mio Dio, no! No! Incolpi soltanto la fatalità.
"Ecco una frase che fa sempre effetto" si disse.
Ah! Se lei fosse stata una di quelle donne dal cuore frivolo, come ce ne sono
tante, certo avrei potuto, per egoismo, tentare un'esperienza senza danno per
lei. Ma questa deliziosa esaltazione che costituisce al contempo il suo fascino
e il suo tormento, le ha impedito di intuire, adorabile signora, la falsità
della nostra posizione futura. Io stesso, dapprima non avevo riflettuto,
riposavo all'ombra di quella felicità ideale, come avrei potuto fare sotto il
manzaniglio, senza prevederne le conseguenze.
"Adesso potrebbe credere che rinuncio per avarizia... Non m'importa! Tanto
peggio! Bisogna pur farla finita!"
Il mondo è crudele, Emma. Ovunque avessimo potuto recarci, ci avrebbero
perseguitato. Sarebbe stato inevitabile, per lei, dover rispondere a domande
indiscrete dover subire la calunnia, il disprezzo, l'oltraggio, forse. Offendere
lei! Oh!... E io che vorrei vederla su un trono! Io che considero il suo affetto
come un talismano! Perciò voglio punirmi con l'esilio per tutto il male che le
ho fatto. Parto. Per dove? Non lo so. Mi sento impazzire. Addio. Sia sempre così
buona come io la conosco! Serbi almeno un ricordo di quel disgraziato che l'ha
perduta. Insegni il mio nome alla sua bambina, affinché lo ripeta nelle sue
preghiere.
Lo stoppino delle due candele tremolava. Rodolphe si alzò per chiudere la
finestra e, quando si rimise a sedere, pensò: "Mi sembra di aver detto tutto.
Ah, ancora una cosa, per essere sicuri che non venga a riacciuffarmi."
Sarò lontano quando leggerà queste tristi parole: ho voluto fuggire per il
timore di cedere alla tentazione di vederla ancora. Niente debolezze. Ritornerò,
e forse un giorno ci sarà possibile ricordare insieme, con molto distacco, i
nostri trascorsi amori. Addio!
E aggiunse un ultimo addio, in due parole distinte, A Dio! che giudicò
d'ottimo gusto.
"E adesso come mi firmo?" si domandò "Suo devotissimo... No. Il suo amico?...
Sì, così va bene."
Il suo amico
Rilesse la lettera e ne fu soddisfatto.
"Povera piccola!" pensò con tenerezza "Mi crederà più insensibile di una roccia;
ci sarebbe voluta qualche lacrima qui sopra; ma non riesco a piangere, non è
colpa mia.!" Prese allora un po' d'acqua in un bicchiere, vi intinse un dito e
lasciò cadere una grossa goccia che fece scolorire un poco l'inchiostro. Poi,
quando volle sigillare la lettera, gli capitò sottomano il sigillo con il motto
Amor nel cor.
«Non è molto adatto alla circostanza... Ah, cosa importa!»
Dopo di che fumò tre pipe e se ne andò a dormire.
L'indomani, appena si fu alzato, (verso le due, circa; aveva dormito fino a
tardi), Rodolphe ordinò che cogliessero un paniere di albicocche. Nascose la
lettera sul fondo, sotto le foglie di vite, e ordinò subito a Girard, il suo
bracciante, di fare attenzione e di portarlo alla signora Bovary. Si serviva di
questo sistema per corrispondere con lei mandandole, a seconda della stagione,
frutta o selvaggina.
«Se ti domanda mie notizie,» disse «dirai che sono partito per un viaggio. Devi
consegnare il paniere nelle sue mani. Va' e bada di fare le cose come si deve.»
Girard si mise un camiciotto nuovo, annodò un fazzoletto intorno alle albicocche
e, camminando a lunghi passi pesanti con le grosse scarpe chiodate, prese senza
affrettarsi la via di Yonville.
La signora Bovary, quando egli arrivò, stava riordinando un mucchio di
biancheria sulla tavola di cucina insieme con Félicité.
«Il padrone le manda questo» disse il contadino.
Emma si sentì afferrare dall'ansia, e, cercando qualche moneta in tasca, osservò
il contadino con occhi selvaggi, mentre anche lui la guardava stupito, senza
capire come un simile regalo potesse turbare tanto qualcuno. Finalmente se ne
andò, ma Félicité rimase. Non riuscendo più a trattenersi, Emma corse nel
tinello, con la scusa di portarvi le albicocche, rovesciò il paniere, strappò le
foglie, trovò la lettera, l'aprì e, come se avesse alle spalle uno spaventevole
incendio, fuggì atterrita in camera sua.
Vi trovò Charles, lo vide, lui le rivolse la parola senza che Emma capisse cosa
le era stato detto; ella continuò pertanto a salire di corsa i gradini,
ansimante, smarrita, ebbra, e sempre con quell'orribile foglio di carta fra le
dita che faceva tanto rumore quanto un foglio di lamiera. Al secondo piano si
fermò davanti alla porta accostata del solaio.
Cercò di calmarsi; si rammentò della lettera, doveva finire di leggerla e non ne
aveva il coraggio. E poi, dove? Come fare per non farsi scorgere?
"Ecco, qui non mi vedrà nessuno" pensò. "Starò tranquilla."
Spinse la porta ed entrò.
L'ardesia del tetto riverberava un calore greve che le serrò le tempie e la
soffocò; si trascinò fino all'abbaino chiuso, tirò il catenaccio e di colpo la
luce accecante dilagò.
Davanti a lei, al di là dei tetti, l'aperta campagna si stendeva a perdita
d'occhio. Sotto, la piazza del villaggio era deserta. I ciottoli del marciapiede
scintillavano, le banderuole delle case rimanevano immobili; all'angolo della
strada, da un piano più basso, proveniva una sorta di ronzio con modulazioni
stridenti. Era Binet, al tornio.
Si appoggiò al vano della finestra dell'abbaino e rilesse la lettera con
risatine sarcastiche. Ma, quanto più cercava di concentrare la propria
attenzione, tanto più le idee le si confondevano nella mente. Lo rivedeva,
l'ascoltava, lo circondava con le braccia; i battiti del cuore le martellavano
nel petto colpi d'ariete, accelerando a intervalli irregolari. Si guardò
intorno, avrebbe voluto che il mondo crollasse. Perché non farla finita? Cosa la
tratteneva? Era libera. Si sporse, guardando il selciato e dicendosi:
"Avanti! Fallo!"
Il raggio di luce che saliva diritto dal basso sembrava volesse attirare nel
baratro il peso del suo corpo. Le parve che la superficie della piazza si
sollevasse, oscillando, lungo i muri e che il pavimento si inclinasse da una
parte come una nave che beccheggi. Si teneva afferrata ai bordi della finestra,
quasi sospesa, circondata da un gran vuoto. Si sentiva fondere con l'azzurro del
cielo, la testa leggera, come d'aria. Non doveva fare altro che cadere,
lasciarsi andare. E il ronzio del tornio non desisteva, come una voce insistente
che la chiamasse.
«Emma! Emma!» gridò Charles.
Si immobilizzò.
«Dove sei? Vieni!»
L'idea di essere appena sfuggita alla morte, per poco non la fece svenire di
terrore; chiuse gli occhi, poi trasalì al contatto di una mano sul braccio: era
Félicité.
«Il signore l'aspetta, signora. La minestra è in tavola.»
Dovette scendere! Dovette mettersi a tavola!
Cercò di mangiare, ma i bocconi la soffocavano. Spiegò il tovagliolo come se
intendesse esaminarne i rammendi e volle davvero applicarsi al lavoro di contare
i fili della tela. All'improvviso si ricordò della lettera. L'aveva perduta?
Dove poteva essere? Sentì una stanchezza mentale così grande che non sarebbe
stata in grado di inventare un pretesto qualsiasi per alzarsi da tavola. Era
divenuta vile, oltretutto, aveva paura di Charles; certo sapeva ogni cosa.
Infatti per una strana coincidenza disse:
«A quanto pare non rivedremo tanto presto il signor Rodolphe».
«Chi te l'ha detto?» trasalì Emma.
«Chi me l'ha detto?» rispose lui, un po' stupito dal tono brusco della moglie
«Girard, l'ho incontrato poco fa sulla porta del Caffè Francese. Deve partire o
è già partito per un viaggio.»
Emma ebbe un singulto.
«Come mai ti stupisci? Si assenta di tanto in tanto, per distrarsi, e, perbacco,
lo approvo. Quando uno è benestante e non ha moglie... Del resto si diverte
allegramente l'amico! È un buontempone. Il signor Langlois mi ha raccontato...»
Tacque per convenienza, perché era entrata la domestica.
Quest'ultima dispose di nuovo nel paniere le albicocche sparse sulla credenza.
Charles, senza accorgersi del rossore della moglie, se le fece portare, ne prese
una e l'addentò.
«Oh! Ottime!» disse «Assaggiale.»
E tese il paniere, ma Emma lo respinse adagio.
«Senti che profumo!» disse Charles facendole passare ripetutamente un frutto
sotto il naso.
«Soffoco!» gridò lei alzandosi di scatto.
Ma, grazie a uno sforzo della volontà, lo spasmo si sciolse.
«Non è niente» disse poi «Non è niente, sono i nervi. Siediti, e mangia!»
Temeva che le facessero domande, che volessero curarla, che non la lasciassero
più in pace.
Charles, per non contrariarla, si era rimesso a sedere, e sputava in mano i
noccioli di albicocca mettendoli poi nel piatto.
All'improvviso, un tilbury azzurro attraversò di gran carriera la piazza.
Emma lanciò un grido e cadde irrigidita e riversa a terra
Rodolphe infatti, dopo molte riflessioni, si era deciso a partire per Rouen, e
siccome non v'erano altre strade per andare dalla Huchette a Buchy se non quella
che passava per Yonville, era stato costretto ad attraversare il villaggio ed
Emma l'aveva riconosciuto alla luce delle lanterne che fendevano il crepuscolo
come un lampo.
Il farmacista si precipitò nella casa del medico, attirato dalla confusione
incredibile che vi regnava. La tavola con tutte le stoviglie era rovesciata, la
salsa, la carne, i coltelli, la saliera, e l'oliera, tutto era sparso per la
stanza; Charles chiedeva aiuto, Berthe spaventata, piangeva, e Félicité, con le
mani tremanti, slacciava gli abiti alla padrona che aveva il corpo scosso da
movimenti convulsi.
«Vado a prendere,» disse lo speziale «un po' di aceto aromatico in laboratorio.»
Poi, siccome Emma, dopo aver annusato il flacone, riapriva gli occhi, disse:
«Ne ero certo, questo sveglierebbe un morto».
«Parla!» diceva Charles «Parla! Cerca di riprenderti! Sono qui io, il tuo
Charles che ti ama! Mi riconosci? Guarda c'è la tua bambina: dalle un bacio!»
La bimba tese le braccine verso la madre per farsi prendere in collo, ma,
voltando la testa, Emma disse con voce rotta:
«No... No... Nessuno».
E svenne di nuovo. La portarono a letto.
Emma vi rimase distesa, la bocca aperta, gli occhi chiusi, le mani posate
immobili con i palmi in giù, pallida come una statua di cera. Dagli occhi, due
rivoletti di lacrime scendevano adagio sul guanciale.
Charles rimaneva in piedi, in fondo all'alcova, e accanto a lui il farmacista
serbava quel silenzio meditativo che conviene mantenere nelle occasioni più
serie della vita.
«Si rassicuri,» disse il farmacista stringendogli il braccio «credo che il
peggio sia passato.»
«Sì, sta riposando un poco adesso» rispose Charles guardando la moglie dormire.
«Povera donna! Povera donna! Ha avuto una nuova ricaduta!»
Homais domandò allora in che modo si fosse sentita male. Charles rispose che la
crisi l'aveva assalita d'improvviso mentre mangiava albicocche.
«Straordinario» rispose il farmacista. «È possibile che siano state le
albicocche a provocare la sincope! Vi sono persone sensibilissime a certi odori!
Sarebbe un interessante argomento di studio, sia dal punto di vista patologico
sia da quello fisiologico. I preti ne conoscono l'importanza, infatti hanno
sempre mescolato i profumi alle loro cerimonie. Lo fanno per ottundere
l'intelletto e provocare uno stato d'estasi, cosa facile da ottenere nelle
donne, che sono più delicate degli uomini. Ho sentito dire di donne che svengono
all'odore del corno bruciato o del pane fresco...»
«Stia attento a non svegliarla,» disse sottovoce Bovary.
«E non soltanto gli esseri umani vanno soggetti a questi fenomeni,» continuò il
farmacista «ma anche gli animali. Così, conoscerà benissimo l'effetto
afrodisiaco prodotto dalla nepeta cataria volgarmente detta erba
gattaria, sui felini; e d'altra parte, per citare un esempio che garantisco
autentico, Bridoux (uno dei miei vecchi compagni di studi, attualmente stabilito
in via Malpalu), possiede un cane che viene preso dalle convulsioni appena gli
si fa annusare una tabacchiera. Spesso egli fa questo esperimento alla presenza
degli amici, nella sua villetta al Bois Guillaume. Chi potrebbe credere che una
semplice polvere per starnutire possa provocare tali sconvolgimenti
nell'organismo di un quadrupede? È una cosa molto interessante, non è vero?»
«Sì» disse Charles, che non l'ascoltava.
«Questo dimostra» continuò l'altro, con un'aria di benigna sufficienza, «le
stranezze senza fine del sistema nervoso. Per quanto concerne la signora,
confesso che mi è sempre sembrata una vera sensitiva. Pertanto, non le
consiglierei, amico mio, nessuno di quei pretesi rimedi che, con il pretesto di
fare scomparire i sintomi, turbano il carattere. No, niente medicamenti inutili.
Curare il regime, ecco tutto! Qualche sedativo, qualche emolliente o
dolcificante. E non crede che sarebbe bene poter insistere sull'immaginazione?»
«E come?» domandò Bovary.
«Ah! Questo è il problema! Eh, sì: questo è il problema: That is the
question!, come ho letto ultimamente sul giornale.»
Ma Emma, svegliandosi, gridò:
«E la lettera? La lettera?»
Credettero che delirasse. E lo ebbe effettivamente, il delirio, a partire dalla
mezzanotte, quando si manifestò una febbre cerebrale.
Per quarantatré giorni, Charles non la lasciò un istante. Abbandonò tutti i suoi
pazienti, non si coricò più, ogni momento le tastava il polso, le applicava
senapismi, impacchi d'acqua fredda. Mandò Justin fino a Neufchâtel a prendere il
ghiaccio, che si scioglieva strada facendo; e allora il poveretto tornava
indietro a prenderne dell'altro. Chiamò a consulto il signor Canivet, fece
venire da Rouen il dottor Larivière il suo vecchio maestro; era disperato. A
spaventarlo soprattutto era lo stato di abbattimento di Emma: non parlava, non
ascoltava nulla e perfino sembrava non soffrisse, come se il suo corpo e la sua
anima si fossero riposate insieme di tutte le passate agitazioni.
Verso la metà di ottobre cominciò a essere in grado di mettersi a sedere sul
letto, appoggiata ai guanciali. Charles pianse quando la vide mangiare per la
prima volta una tartina con la marmellata. Stava riacquistando le forze,
incominciò ad alzarsi per qualche ora nel pomeriggio e, un giorno in cui si
sentiva meglio del solito, Charles provò a farle fare una passeggiatina in
giardino, al suo braccio. La sabbia dei vialetti scompariva sotto le foglie
morte. Emma camminava adagio, trascinando le pantofole e appoggiandosi con la
spalla contro il marito; continuava a sorridere.
Andarono, così, fino in fondo al giardino, vicino alla terrazza. Emma si
raddrizzò lentamente, riparandosi gli occhi con la mano per vedere meglio;
scrutava lontano, il più lontano possibile: ma non v'erano che fuochi di paglia,
all'orizzonte, che bruciavano sulle colline.
«Finirai per stancarti, cara» disse Bovary.
E la spingeva con dolcezza per guidarla sotto la pergola.
«Siediti sulla panca, starai comoda.»
«Oh! No! Là no, là no!» disse Emma con la voce fioca.
Si sentì male, e da quella sera la malattia ricominciò, ma con un andamento più
incerto, per la verità, con sintomi più complessi. Talora era il cuore a farla
soffrire poi il petto, la testa, gli arti; ebbe crisi di vomito che Charles
interpretò come i primi sintomi di un cancro.
E il pover'uomo, come se non bastasse, aveva preoccupazioni finanziarie.
XIV
Innanzitutto non sapeva come disobbligarsi con il signor Homais di tutti i
medicamenti che il farmacista aveva fornito; e sebbene come medico potesse
esimersi dal pagare, si vergognava un po' di averne approfittato. Le spese di
casa, da quando la cuoca faceva da padrona, erano diventate spaventose; i conti
piovevano da ogni parte, i fornitori borbottavano. Soprattutto il signor
Lheureux lo assillava. Infatti, nel momento più grave della malattia di Emma,
costui approfittò della circostanza per esigere il pagamento delle fatture:
aveva consegnato il mantello, il nécessaire da notte, due bauli invece di
uno e una quantità di altre cose. Charles ebbe un bel dire che non gli
servivano; il mercante rispose con arroganza che tutti quegli articoli gli erano
stati ordinati e che lui non intendeva riprenderseli. D'altro canto, questo
avrebbe voluto dire contrariare la signora proprio nella convalescenza. Era
meglio che il signor Bovary ci pensasse bene. Il signor Lheureux, in breve, era
deciso ad adire le vie legali piuttosto che rinunciare ai suoi diritti e
riprendersi le mercanzie. Charles, in seguito, dette ordine di riportare tutto
al negozio. Félicité se ne dimenticò; il suo padrone aveva altre preoccupazioni;
non ci pensarono più. Il signor Lheureux tornò alla carica e, a volte
minacciando, a volte piangendo, tanto fece e tanto disse che Bovary fini con il
firmargli una cambiale a sei mesi. Ma, non appena firmata questa cambiale,
Charles ebbe un'idea audace: quella di farsi dare in prestito mille franchi dal
signor Lheureux. Così, gli domandò, con aria imbarazzata, se non vi sarebbe
stato modo di averli, aggiungendo che intendeva contrarre il debito per la
durata di un anno, e al tasso che avrebbero stabilito. Lheureux corse alla
bottega, portò gli scudi e dettò un'altra cambiale con la quale Bovary si
impegnava a pagare all'ordine del signor Lheureux, in data primo settembre
prossimo venturo, la somma di millesettanta franchi che, insieme con i
centottanta già sottoscritti, faceva giusto milleduecentocinquanta franchi.
Così, con il tasso del sei per cento, aumentato di un quarto per la commissione,
e con le forniture che gli rendevano almeno un altro terzo, questo affare gli
avrebbe fruttato in un anno, centotrenta franchi di utile. Inoltre Lheureux
sperava che la cosa non si sarebbe fermata qui, e cioè che Bovary non potendo
pagare la cambiale sarebbe stato costretto a rinnovarla, e in tal caso il suo
povero denaro curato presso il medico come in una clinica, sarebbe ritornato a
lui, un giorno, più grasso e cresciuto tanto da fare scoppiare il sacco.
Del resto tutto gli andava a gonfie vele. Gli era stata appena aggiudicata una
fornitura di sidro per l'ospedale di Neufchâtel. I signor Guillaumin gli aveva
promesso azioni delle torbiere di Grumesnil, e dal canto suo, il mercante
sognava di organizzare un nuovo servizio di diligenza, fra Arcueil e Rouen, che
non avrebbe tardato a mandare in rovina quel trabiccolo del Leon d'Oro; infatti
la nuova vettura, viaggiando più rapidamente, avrebbe potuto tenere i prezzi più
bassi, nonché portare una maggiore quantità di bagaglio e in tal modo far sì che
Lheureux riuscisse ad avere nelle proprie mani tutto il traffico commerciale di
Yonville.
Charles si domandò più volte in che modo sarebbe riuscito l'anno successivo, a
restituire tanto danaro; cercava di studiare qualche espediente, come ricorrere
a suo padre o vendere qualcosa. Ma suo padre sarebbe stato sordo alle richieste,
e lui non aveva niente da vendere. Si rendeva conto allora di essersi messo in
un bel pasticcio e preferiva distogliere la mente da meditazioni così
sgradevoli. Si rimproverava di dimenticare Emma, quasi ritenesse, dato che tutti
i suoi pensieri le appartenevano, di defraudarla di qualcosa smettendo, anche
soltanto per poco, di pensare a lei.
L'inverno fu rigido. La convalescenza della signora Bovary si protrasse a lungo.
Quand'era bel tempo, la spingevano sulla poltrona accanto alla finestra, quella
che guardava sulla piazza, perché adesso aveva in antipatia il giardino e la
persiana, da quella parte, restava sempre chiusa. Emma volle che il cavallo
fosse venduto, tutto ciò che un tempo prediligeva, ora pareva dispiacerle. Tutti
i suoi pensieri sembravano limitarsi alla cura di se stessa. Restava a letto a
fare spuntini, chiamava la domestica per informarsi sulle tisane o per
chiacchierare con lei. La neve sulla tettoia del mercato proiettava nella camera
un riflesso bianco, immobile; poi cominciarono le piogge. Ed Emma aspettava ogni
giorno, con una specie di ansia, l'infallibile ripetersi dei piccoli avvenimenti
quotidiani, dei quali in realtà non le importava nulla. Il più importante era
l'arrivo della Rondine, ogni sera. L'albergatrice gridava, altre voci
rispondevano, mentre la lanterna di Hippolyte, il quale stava cercando i bagagli
sul tetto della diligenza, palpitava come una stella nell'oscurità. A
mezzogiorno Charles rientrava, poi usciva di nuovo; più tardi Emma prendeva un
brodo e verso le cinque, quando il giorno moriva, i ragazzi, tornando dalla
scuola, trascinavano gli zoccoli sul marciapiede e battevano, uno dopo l'altro,
la riga contro il saliscendi delle imposte.
A quell'ora don Bournisien veniva a farle visita. Si informava sulla sua salute,
le raccontava le novità, l'esortava ad aver fede in Dio, con chiacchiere un po'
leziose, ma non del tutto sgradevoli. Soltanto la vista della sua tonaca bastava
perché Emma si sentisse confortata.
Un giorno credette di essere agonizzante, tanto si sentiva male, e chiese di
fare la Comunione; e, a mano a mano che venivano fatti nella camera i
preparativi perché la malata potesse ricevere il sacramento, mentre veniva
allestito un altare sul cassettone ingombro di medicine, e Félicité spargeva per
terra fiori di dalia, Emma sentì qualcosa di possente passare su di sé, qualcosa
che la liberava dai suoi dolori, da ogni percezione, da ogni sentimento. Il suo
corpo, alleviato, sembrava non esistere più, incominciava per lei un'altra vita;
sentiva tutto il suo essere, in ascesa verso Dio, annientarsi in questo amore
come l'incenso acceso si dissolve in fumo. Aspersero d'acqua benedetta la
coperta del letto; il sacerdote tolse dal Santo Ciborio la candida Ostia e, in
un'estasi di gioia celeste, Emma sporse le labbra per accettare il corpo del
Salvatore che le veniva offerto. Le tendine dell'alcova si gonfiavano intorno a
lei mollemente, come nuvole, le fiammelle le apparivano come aureole
abbaglianti. Allora lasciò ricadere la testa, convinta di sentire negli spazi
infiniti il suono delle arpe serafiche e di intravvedere nel cielo azzurro, su
un trono d'oro, in mezzo ai santi con le verdi palme in mano, Dio Padre che in
tutto lo splendore della sua maestà, con un gesto faceva scendere sulla terra
angeli dalle ali di fiamma per portarla via fra le loro braccia.
Questa splendida visione rimase nella sua memoria come il sogno più meraviglioso
che avesse mai sognato; e continuava a sforzarsi di ricreare quella sensazione,
che percepiva ancora, ma in una maniera meno esclusiva, sebbene con una dolcezza
altrettanto profonda. La sua anima, sfinita dall'orgoglio, si riposava alfine
nell'umiltà cristiana, e, assaporando il piacere d'essere debole, Emma
contemplava in se stessa la distruzione della propria volontà, spalancando tutte
le porte all'invasione della grazia. Esisteva dunque, in luogo della felicità,
una beatitudine più grande, un amore superiore a tutti gli altri, un amore
ininterrotto e senza fine, che si accresceva eternamente! Emma intuiva, fra le
illusioni del suo spirito, una condizione di purezza, fluttuante al di sopra
della terra, e fondentesi con il cielo, che andava a raggiungere. Voleva
divenire santa, e comperò rosari, si mise addosso medagliette, desiderò avere al
capezzale del letto un reliquiario incrostato di smeraldi, per baciarlo tutte le
sere.
Il curato ammirava questi atteggiamenti, sebbene ritenesse la religione di Emma
incline a sfiorare, a forza di fervore, l'eresia e addirittura la stravaganza.
Ma, non essendo troppo versato in questi argomenti, quando superavano certi
limiti, scrisse al signor Boulard, libraio del vescovo di mandargli qualche
testo molto noto per una signora intelligentissima. Il libraio, con la stessa
indifferenza con cui avrebbe mandato chincaglierie ai negri, fece un pacco
scegliendo alla rinfusa fra tutto ciò che si vendeva in quel momento in fatto di
religione. V'erano catechismi, libelli di tono aspro, alla maniera di quelli di
de Maistre, e delle specie di romanzi rilegati in rosa, dallo stile dolciastro,
sfornati da menestrelli di seminario o da una scribacchina pentita. V'erano
Pensateci bene; L'uomo di mondo ai piedi di Maria, di ***, decorato con
onorificenze varie; Degli Errori di Voltaire, a uso dei giovani, eccetera.
La signora Bovary non aveva ancora la mente abbastanza chiara per potersi
applicare seriamente a una cosa qualsiasi, e inoltre intraprese queste letture
con troppa precipitazione. Si irritò contro le prescrizioni del culto;
l'arroganza degli scritti polemici le dispiacque per l'accanimento nel
perseguitare persone che non conosceva, e i racconti profani, imbottiti di
religione, le sembravano scritti con una tale ignoranza della vita da
allontanarla a poco a poco dalle verità di cui si aspettava una conferma.
Tuttavia non desistette e, quando lasciava cadere il libro, si sentiva pervasa
dalla più soave malinconia cattolica che un'anima eletta possa concepire.
Per quanto concerneva il ricordo di Rodolphe, Emma lo aveva riposto nel più
profondo del cuore e là esso rimaneva, più solenne di una mummia reale in un
sotterraneo. Un'esalazione sfuggiva da questo grande amore imbalsamato, e,
passando attraverso tutta l'anima sua, profumava di tenerezza l'atmosfera di
candore nella quale Emma intendeva vivere. Quando pregava sull'inginocchiatoio
gotico, Emma indirizzava al Signore le stesse parole soavi che aveva mormorato
un tempo all'amante, nelle effusioni dell'adulterio. Faceva così per stimolare
la sua fede, ma siccome nessun appagamento discendeva dai cieli, si alzava con
le membra stanche e con il vago sospetto di un immenso inganno. Questi
tentativi, pensava, erano un merito di più, e, nell'orgoglio della sua
devozione, Emma si paragonava alle grandi dame di un tempo, delle quali aveva
sognato la gloria in un ritratto della signora La Vallière; quelle dame che,
trascinando con tanta maestà lo strascico pieno di fronzoli delle loro lunghe
vesti, si ritiravano negli eremi per spandere ai piedi del Cristo tutte le
lacrime di un cuore ferito dalla vita.
Si dedicò allora a eccessi di carità. Cuciva abiti per i poveri, mandava legna
alle donne che stavano per partorire e un giorno Charles, rientrando, trovò tre
poco di buono in cucina a mangiare la minestra. Emma fece tornare a casa la
bambina, che il marito, durante la sua malattia, aveva rimandato dalla
balia. Volle insegnarle a leggere; Berthe aveva un bel piangere, sua madre
non si irritava più. Era una rassegnazione per partito preso, un'indulgenza
universale. Si serviva di un linguaggio pieno di espressioni fiorite per
qualsiasi argomento. Diceva alla bambina:
«Ti è passata la colica, angelo mio?»
La signora Bovary madre non trovava niente a ridire, salvo forse per quanto
concerneva quella mania di confezionare camiciole per gli orfani invece di
rammendare gli stracci di casa. Ma, spossata dai litigi domestici, la brava
donna stava volentieri in questa casa tranquilla e vi rimase addirittura fino a
Pasqua, per evitarsi i sarcasmi di papà Bovary, il quale, tutti i venerdì santi,
non mancava mai di ordinare un salsicciotto.
Oltre alla compagnia della suocera, che la incoraggiava un po' con la
rettitudine dei giudizi e i modi austeri, Emma quasi tutti i giorni riceveva
visite. Venivano a trovarla la signora Langlois, la signora Caron, la signora
Dubreuil, la signora Tuvache, e, con regolarità, dalle due alle cinque, l'ottima
signora Homais, che non volle mai credere a nessuno dei pettegolezzi messi in
giro sul conto della vicina. Anche i piccoli Homais venivano a trovarla. Li
accompagnava Justin. Saliva con loro nella stanza e restava in piedi, vicino
alla porta, immobile e senza parlare. Spesso accadeva perfino che la signora
Bovary, senza curarsi di lui, si accingesse a pettinarsi. Cominciava con il
togliersi il pettine, scotendo la testa con un movimento brusco; e quando Justin
vide per la prima volta quella chioma che scendeva fino ai ginocchi sciogliendo
i suoi anelli neri per il povero ragazzo fu come entrare d'improvviso in
qualcosa di straordinario e di mai visto, il cui splendore lo spaventava.
Emma non si accorgeva certo delle silenziose premure né della timidezza di
Justin. Non sospettava che l'amore, scomparso ormai dalla propria vita,
palpitasse tanto vicino a lei, sotto una camicia di grossa tela, in un cuore
d'adolescente sensibile al fascino della sua bellezza. D'altra parte, Emma
considerava ormai ogni cosa con una indifferenza tanto grande, aveva parole
tanto affettuose, e sguardi tanto alteri, modi al contempo così diversi, che non
era più possibile distinguere fra l'egoismo e la carità, o fra la corruzione e
la virtù. Una sera, per esempio, si adirò con la domestica che le chiedeva di
uscire, balbettando e cercando un pretesto; poi di colpo le domandò:
«Ma tu lo ami?»
E, senza aspettare la risposta di Félicité, ch'era diventata tutta rossa,
aggiunse con aria triste:
«Allora corri! Divertiti!»
All'inizio della primavera, fece buttare all'aria tutto il giardino, da cima a
fondo, a dispetto del parere contrario di Bovary, il quale fu ugualmente
soddisfatto di vederla manifestare finalmente una qualsiasi volontà. Ed ella si
dimostrò sempre più volitiva a mano a mano che si ristabiliva. Trovò
innanzitutto la maniera di liberarsi di mamma Rollet, la balia, che durante la
malattia di Emma aveva preso l'abitudine di venire troppo spesso in cucina con i
suoi due lattanti e il pensionante vorace più d'un cannibale. Poi si svincolò
dalla famiglia Homais, congedò una alla volta tutte le altre visitatrici, e
frequentò perfino con minore assiduità la chiesa, pienamente approvata dal
farmacista, che le disse allora in tono amichevole:
«Stava proprio diventando un po' bigotta!»
Don Bournisien, come sempre, veniva tutti i giorni, all'uscita dal catechismo.
Preferiva restare in piedi a prendere aria in mezzo al boschetto, come chiamava
la pergola. Era l'ora in cui Charles di solito rientrava. Entrambi soffrivano il
caldo, si facevano portare del sidro dolce e insieme bevevano alla completa
guarigione della signora Bovary.
C'era anche Binet, o meglio si trovava un pochino più in basso, contro il muro
della terrazza a pescare i gamberi. Bovary lo invitava a dissetarsi e lui era
bravissimo nello sturare bottiglie.
«Bisogna» diceva, volgendo tutt'intorno, fino all'estremo orizzonte, uno sguardo
soddisfatto «tenere così la bottiglia, ben diritta sulla tavola, e, dopo aver
tagliato le cordicelle, spingere il tappo a piccoli colpi, adagio, adagio, come
fanno del resto con l'acqua di seltz nei ristoranti.»
Ma il sidro, durante questa dimostrazione, spesso sprizzava loro in pieno viso e
allora il sacerdote, con una risatina priva di vivacità; non risparmiava loro
questa battuta:
«La sua bontà salta agli occhi».
In realtà era un brav'uomo, e un giorno addirittura non si scandalizzò quando il
farmacista consigliò a Charles, per distrarre la moglie, di accompagnarla al
teatro di Rouen a sentire cantare Lagardy, il notissimo tenore. Homais rimase
strabiliato da questo silenzio, volle conoscere l'opinione del parroco e il
prete dichiarò che, a suo parere, la musica era meno pericolosa per i costumi
della letteratura.
Lo speziale allora prese le difese delle belle lettere. Il teatro, affermava,
colpisce i pregiudizi e, sotto le apparenze del divertimento, insegna la virtù.
«Castigat ridendo mores, don Bournisien! Prendiamo la maggior parte delle
tragedie di Voltaire: sono abilmente disseminate di riflessioni filosofiche che
ne fanno una vera e propria scuola di morale e di saper vivere per gli
spettatori.»
«Io» disse Binet «ho visto una volta una commedia intitolata Il monello di
Parigi, nella quale è posto in risalto il carattere di un vecchio generale
che è davvero centrato. Egli rimbrotta un giovanotto di buona famiglia,
seduttore di un'operaia che alla fine...»
«Sicuro,» continuò Homais «c'è la cattiva letteratura così come esistono
farmacisti incompetenti, ma condannare in blocco la più importante delle belle
arti mi sembra una balordaggine, una idea medioevale, degna dei tempi
abominevoli in cui imprigionarono Galileo.»
«Sono d'accordo che esistono buoni autori e buone opere,» disse il curato «ma
tutte queste persone di sesso diverso riunite in un locale piacevole, adorno di
lussi mondani, tutti quegli artifici pagani, i belletti, le luci, le voci
effeminate, tutto ciò, deve per forza di cose dar luogo a un certo spirito di
libertinaggio e suggerire pensieri sconvenienti, tentazioni impure. Questa è
l'opinione di tutti i Padri della Chiesa. E poi,» soggiunse, assumendo a un
tratto un tono di voce mistico, mentre faceva rotolare sul pollice una presa di
tabacco «se la Chiesa condanna gli spettacoli, vuol dire che ha le sue buone
ragioni; bisogna sottomettersi ai suoi decreti»
«Perché» domandò il farmacista «scomunica gli attori? Un tempo essi avevano
parte attiva nelle cerimonie del culto. Sì, recitavano, rappresentavano, nel
coro, delle specie di commedie chiamate misteri, nelle quali le leggi della
decenza spesso venivano offese.»
Il sacerdote si contentò di emettere un gemito e il farmacista continuò:
«È come nella Bibbia; vi sono... lo sa... non pochi particolari... piccanti,
delle cose... veramente... forti!»
E, a un gesto di irritazione di don Bournisien:
«Ah! Converrà che non è certo un libro da mettere nelle mani di un'adolescente,
e io mi seccherei molto se Athalie...»
«Ma sono i protestanti, e non noi, a raccomandare la Bibbia» gridò l'altro,
spazientito.
«Non importa,» disse Homais «mi stupisco che, al giorno d'oggi, in un secolo
illuminato, ci si ostini ancora a proibire uno svago intellettuale inoffensivo
moralista e talora addirittura igienico, non è vero, dottore?»
«Certo» rispose il medico, con indifferenza, quasi che, avendo le stesse idee,
non volesse offendere nessuno, oppure, non avesse idee affatto.
L'argomento sembrava chiuso, quando il farmacista giudicò opportuno sferrare un
ultimo colpo.
«Ho conosciuto dei preti che si mettevano in borghese per andare a veder
sgambettare le ballerine.»
«Andiamo!» esclamò il curato.
«Ne ho conosciuti!»
E, sillabando le parole, Homais ripeté:
«Ne ho co-no-sciu-ti!»
«E va bene, facevano malissimo!» disse don Bournisien, rassegnato a tutto.
«Perbacco! E fanno ben altro!» esclamò lo speziale.
«Signore!...» disse il sacerdote con occhi così feroci che il farmacista ne fu
intimidito.
«Volevo soltanto dire» continuò Homais in tono meno violento «che la tolleranza
è il metodo più sicuro per attirare le anime alla religione.»
«Questo è vero! Questo è vero!» concesse il brav'uomo rimettendosi a sedere.
Ma non si trattenne più di due minuti. Quando se ne fu andato, il signor Homais
disse al medico:
«Ecco quello che io chiamerei un battibecco. Ma l'ho messo con le spalle al
muro, l'ha visto, e in che modo!... Insomma, dia retta a me: conduca sua moglie
allo spettacolo, non fosse altro che per fare stizzire, una volta nella vita,
uno di quei corvi, perbacco! Se ci fosse qualcuno a sostituirmi, vi
accompagnerei io stesso. Si sbrighi! Lagardy darà una sola rappresentazione; è
stato scritturato per andare in Inghilterra con retribuzioni considerevoli. A
quanto affermano, è un gran dritto! Nuota nell'oro! Si porta dietro tre amanti e
un cuoco! Tutti questi grandi artisti accendono la candela da tutt'e due le
parti; hanno bisogno di un'esistenza disordinata che serve a eccitare
l'immaginazione. Ma finiscono all'ospizio perché non hanno il buon senso di fare
delle economie quando sono giovani. Bene, andiamo, buon appetito; a domani».
Questa idea dello spettacolo mise radici in fretta nella mente di Bovary; egli
lo comunicò subito alla moglie, che dapprima rifiutò, adducendo come scusa la
stanchezza, lo scompiglio, la spesa; ma, cosa strana, Charles non cedette,
convinto che questa distrazione le sarebbe stata di grandissimo giovamento. Non
vedeva proprio alcun impedimento all'attuazione di questo progetto; la madre gli
aveva mandato trecento franchi sui quali non contava più, i suoi debiti in quel
momento non erano enormi e la scadenza della cambiale del signor Lheureux
sembrava ancora così lontana che non era il caso di preoccuparsene. D'altro
canto, immaginando che Emma si facesse degli scrupoli, Charles insistette
ancora, e lei, ossessionata, finì per decidersi. E il giorno dopo alle otto
salirono sulla Rondine.
Il farmacista il quale non aveva nulla che lo trattenesse a Yonville, ma che si
credeva costretto a non potersene allontanare, sospirò vedendoli partire.
«Bene, buon viaggio,» disse loro «felici mortali!»
Poi, avvicinandosi a Emma, che indossava un abito di seta azzurra a quattro
volanti, aggiunse:
«È bella come un amore! Farà furori a Rouen».
La diligenza faceva capo all'albergo della Croce Rossa, sulla piazza
Beauvoisine. Era uno di quegli alberghi come ce ne sono in tutte le periferie
delle città di provincia, con grandi scuderie e piccole camere da letto, con un
cortile in mezzo al quale è possibile vedere le galline bezzicare l'avena sotto
i calessi infangati dei commessi viaggiatori; cari vecchi alberghi dai balconi
di legno tarlato che scricchiolano al vento nelle notti d'inverno, sempre pieni
di gente, di strepito, e di cibi pronti, le cui tavole nere sono sempre
sbrodolate di caffè all'acquavite; alberghi con i vetri spessi ingialliti dalle
mosche, con i tovaglioli umidi macchiati di vino nero; alberghi che sanno sempre
di paese, come braccianti vestiti con abiti cittadini, e hanno un caffè sulla
strada, e, sul retro, verso la campagna, un orto. Charles si diede subito un
gran da fare. Confuse il proscenio con la galleria, la platea con i palchi,
domandò spiegazioni, non ci capì niente, fu mandato dalla maschera e dal
direttore e viceversa, tornò all'albergo, e di nuovo alla biglietteria, e ripeté
più volte quest'andirivieni: misurò tutta la città dal teatro
La signora si comperò un cappello, un paio di guanti e un mazzo di fiori. Il
signore si preoccupava molto di non arrivare in tempo per lo spettacolo; e,
senza aver potuto nemmeno ingoiare un brodo, giunsero alle porte del teatro
quando erano ancora chiuse.
XV
La folla aspettava contro il muro, schierata con ordine entro le transenne.
All'angolo delle strade vicine, giganteschi manifesti ripetevano in caratteri
barocchi: Lucia di Lammermoor... Lagardy... Opéra... ecc. Era bel tempo e
faceva caldo; il sudore scorreva fra i riccioli, nessun fazzoletto da tasca era
al suo posto, ma tutti asciugavano fronti arrossate, e per certi momenti un
vento tiepido proveniente dal fiume agitava un poco i lembi delle tende di
traliccio sospese davanti alle porte dei caffè. Un poco più in basso, tuttavia,
si era rinfrescati da una corrente d'aria gelida che sapeva di sego, di cuoio, e
di olio. Era l'effluvio che esalava da Rue des Charrettes, piena di grandi
botteghe nere nelle quali i barili venivano fatti rotolare.
Emma, per tema di sembrare ridicola, prima di entrare volle fare una passeggiata
al porto, e Bovary tenne prudentemente appoggiata al ventre una mano nella tasca
dei pantaloni, dove c'erano i biglietti.
Quando furono nel vestibolo Emma fu presa dal batticuore. Sorrise senza volerlo,
di vanità, vedendo la folla che si precipitava a destra, nell'altro corridoio,
mentre lei saliva lo scalone dei primi posti. Provò un piacere infantile
spingendo con la mano le larghe porte imbottite; aspirò a pieni polmoni l'odore
polveroso dei corridoi, e, quando si fu seduta nel palco, si drizzò sulla vita
con la disinvoltura di una duchessa.
La sala incominciava a riempirsi, i binocoli venivano tolti dagli astucci, e gli
abbonati, scorgendosi di lontano, si facevano cenni di saluto. Venivano a
ricrearsi con le belle arti dopo le preoccupazioni degli affari, ma senza
dimenticarli; infatti discorrevano ancora di cotoni, di alcool puro, o di
indaco. Si vedevano teste di vecchi, inespressive e pacifiche, bianche di
colorito e di capelli, simili a medaglie d'argento appannate da una patina
plumbea. I bellimbusti si pavoneggiavano in platea ostentando nell'apertura dei
panciotti cravatte rosa o verde mela; e la signora Bovary li ammirava dall'alto,
mentre appoggiavano sui bastoncelli dal pomo dorato il palmo disteso dei loro
guanti gialli.
Intanto si accesero le luci dell'orchestra. Il lampadario discese dal soffitto,
riversando con lo scintillio delle sfaccettature del cristallo una subitanea
gaiezza nella sala. Poi entrarono i musicisti, uno dopo l'altro, e da principio
vi fu un gran baillamme di suoni, di bassi ronfanti, di violini stridenti, di
squilli di trombe e di pigolii di flauti e pifferi. Si sentirono tre colpi sul
palcoscenico, i timpani cominciarono a rullare, gli ottoni lanciarono degli
accordi, e il sipario, alzandosi, mostrò un paesaggio.
Rappresentava un crocevia in un bosco, a sinistra una fontana era ombreggiata da
una quercia. Alcuni contadini e alcuni signorotti di campagna con la
caratteristica sciarpa scozzese sulla spalla, cantavano insieme una canzone di
caccia; sopraggiunse un capitano che invocava l'angelo del male levando al cielo
le braccia; comparve un altro personaggio; se ne andarono tutt'e due e i
cacciatori ripresero a cantare.
Emma si risentiva immersa nell'atmosfera delle sue letture giovanili, in pieno
Walter Scott. Le sembrava di sentire, attraverso la nebbia, il suono delle
cornamuse scozzesi echeggiare sulle brughiere. Del resto, il ricordo del romanzo
le facilitava la comprensione del libretto, ed Emma seguiva l'intreccio frase
per frase mentre inafferrabili pensieri le tornavano alla mente, subito dispersi
da raffiche di musica. Si lasciava cullare dalla melodia e si sentiva vibrare in
tutto l'essere suo come se i nervi fossero le corde stesse dei violini sulle
quali passavano gli archetti. Non aveva occhi abbastanza per contemplare i
costumi, gli scenari, i personaggi, gli alberi dipinti che tremavano quando
qualcuno camminava sulla scena, i berretti di velluto, i mantelli, le spade,
tutte quelle invenzioni fantastiche le quali si muovevano nell'armonia della
musica come nell'atmosfera di un altro mondo. Ma una giovane donna venne avanti
e gettò una borsa a uno scudiero dall'abito verde. Rimase sola e si sentì allora
un flauto che imitava il mormorio di una fonte o il cinguettare degli uccelli.
Lucia incominciò con aria austera la cavatina in sol maggiore; descriveva le sue
pene d'amore ed esprimeva il desiderio di poter volare. Anche Emma avrebbe
voluto fuggire dalla vita, andarsene in un abbraccio. D'improvviso Edgardo-
Lagardy apparve.
Aveva quel meraviglioso pallore che conferisce qualcosa della maestà del marmo
alle stirpi ardenti del mezzogiorno. Il suo torace vigoroso era stretto in una
giubba di un colore bruno, uno stiletto cesellato gli batteva sulla coscia
sinistra: si guardava intorno con sguardi pieni di languore e scopriva in un
sorriso i denti bianchi. Si diceva che una principessa polacca, ascoltandolo
cantare una sera, sulla spiaggia di Biarritz, dove lui riparava imbarcazioni, se
ne fosse innamorata. Si era rovinata per lui. E lui l'aveva piantata per correre
dietro ad altre donne, e questa celebrità sentimentale era utile alla sua fama
di artista. L'accorto commediante non faceva mai mancare, in tutti gli annunci
pubblicitari che lo riguardavano, una frase poetica sul fascino della sua
persona e sulla sensibilità del suo animo. Una bella voce, un'imperturbabile
sicurezza di sé, più temperamento che intelligenza, più enfasi che lirismo,
finivano per rivalutare questa ammirevole natura di ciarlatano nella quale si
univano alcune caratteristiche del barbiere e del torero.
Fin dalla prima scena suscitò entusiasmo. Prendeva Lucia fra le braccia, la
lasciava, tornava vicino a lei, sembrava disperato: aveva accessi di collera
seguiti da sospiri elegiaci di una dolcezza infinita e le note sfuggivano dalla
gola nuda piene di singhiozzi e di baci. Emma si protendeva per vederlo,
graffiando con le unghie il velluto del palco. Si riempiva il cuore con questi
melodiosi lamenti che si trascinavano sull'accompagnamento dei contrabbassi come
grida di naufraghi nel tumulto di una tempesta. Riconosceva tutte le
prostrazioni e le angosce che per poco non l'avevano fatta morire. La voce della
cantante era per lei soltanto l'eco della propria coscienza, e l'illusione
scenica che l'affascinava le sembrava addirittura qualcosa della sua vita. Mai
nessuno al mondo l'aveva amata di un amore simile; il suo amante non piangeva
come Edgardo, l'ultima sera al chiaro di luna, quando si erano detti: «A domani,
a domani!..» Nella sala scrosciarono gli applausi; la scena finale fu ripetuta
daccapo; i due cantanti parlarono di fiori sulle loro tombe, di giuramenti, di
esili, di fatalità, di speranze, e quando lanciarono l'addio finale Emma gettò
un grido acuto che si confuse con la vibrazione degli ultimi accordi.
«Perché» domandò Bovary «quel signore la perseguita?»
«Ma no,» rispose lei «è il suo amante.»
«Eppure giura di vendicarsi sulla sua famiglia, mentre quell'altro, quello che
era venuto prima, diceva: "Amo Lucia e sono convinto di esserne riamato". E
d'altra parte è andato via sottobraccio al padre di lei. Perché è suo padre,
vero, quello piccolo, brutto, con la piuma di gallo sul cappello?»
Nonostante le spiegazioni di Emma , dopo il duetto recitativo nel quale Gilberto
espone i suoi nefandi intenti al padrone Ashton, vedendo il falso anello di
fidanzamento destinato a ingannare Lucia, Charles credette che fosse un pegno
d'amore inviato da Edgardo. Confessò, del resto di non capire la storia per
colpa della musica che non gli lasciava sentire le parole.
«Non importa,» disse Emma «taci!»
«Ma vorrei» continuò lui, chinandosi verso la moglie «rendermi conto, capisci?»
«Taci, taci!» fece lei con impazienza.
Lucia veniva avanti, sostenuta in parte dalle ancelle, con una corona d'arancio
sui capelli, più pallida del suo abito di raso bianco. Emma ricordò il giorno
del suo matrimonio; si rivedeva laggiù, sul viottolo in mezzo al grano, mentre
andavano verso la chiesa. Perché mai, anche lei, come Lucia, non aveva
resistito, supplicato? Era contenta, invece, senza rendersi conto dell'abisso in
cui si stava gettando... Ah! Se nella freschezza della sua avvenenza, prima
della contaminazione del matrimonio e la disillusione dell'adulterio, avesse
potuto appoggiare la propria vita a un cuore grande e forte, allora la virtù, la
tenerezza, le voluttà e il dovere sarebbero divenuti una cosa sola, e mai
avrebbe potuto rinunciare a una felicità così alta. Ma una tale felicità, senza
dubbio, non era altro che una menzogna immaginata per rendere impossibili i
desideri. Conosceva adesso la meschinità delle passioni esasperate dall'arte.
Sforzandosi di indirizzare altrove i propri pensieri, Emma volle scorgere in
questa replica dei suoi affanni soltanto una fantasia plastica fatta per
ingannare gli occhi, e addirittura sorrideva dentro di sé con sprezzante pietà,
quando in fondo al palcoscenico, sotto una portiera di velluto, apparve un uomo
dal mantello nero.
Fece cadere con un gesto il grande cappello alla spagnola, e subito gli
strumenti e i cantanti attaccarono il sestetto. Edgardo, acceso dal furore,
dominava tutti gli altri con la voce squillante; Ashton gli lanciava
provocazioni mortali su note basse; Lucia emetteva il suo acuto lamento, Arturo
modulava per suo conto su un tono medio; e la bassa figura del pastore ronfava
come un organo, mentre le voci femminili, ripetendo le sue parole, riprendevano
il motivo deliziosamente, in coro. Stavano tutti allineati e gesticolavano; e la
collera, la vendetta, la gelosia, il terrore, la misericordia e lo stupore
uscivano, volta a volta, dalle loro bocche socchiuse. L'amante oltraggiato
brandiva la spada sguainata: il solino di merletto andava su e giù a scatti a
seconda dei movimenti del petto, e il protagonista si spostava a destra e a
sinistra a grandi passi, facendo risonare sul tavolato gli speroni dorati degli
stivali flosci che si aprivano a imbuto sulla caviglia. "Doveva poter disporre",
pensò Emma, "di una possibilità d'amare inesauribile, per riversarne sulla folla
una piena così imponente." Tutte le velleità denigratorie svanirono davanti alle
poetiche seduzioni di quella interpretazione, e, attirata verso l'uomo dalla
finzione del personaggio, ella cercò di immaginare la vita, una vita clamorosa,
straordinaria, splendida, che anche lei avrebbe potuto vivere se soltanto il
caso l'avesse voluto. Si sarebbero conosciuti e si sarebbero amati! Con lui
avrebbe viaggiato di capitale in capitale attraverso tutti i regni d'Europa,
dividendo le fatiche e i successi, raccogliendo i fiori che gli avrebbero
gettato, ricamando ella stessa i costumi, poi, ogni sera, dal fondo di un palco,
dietro una grata dorata, avrebbe accolto con avidità le effusioni di quell'anima
che avrebbe cantato soltanto per lei; egli l'avrebbe guardata dalla scena,
mentre cantava. Si sentì presa da una follia: Lagardy la guardava, ne era
sicura! Sentì il desiderio di gettarglisi fra le braccia, per rifugiarsi nella
sua forza come nell'incarnazione stessa dell'amore, e di dirgli in un grido:
«Rapiscimi! Portami con te! Fuggiamo! A te, a te tutti i miei ardori, tutti i
miei sogni!»
Calò il sipario.
L'odore del gas si mescolava all'alito di tutte quelle persone, l'aria smossa
dai ventagli rendeva l'atmosfera ancora più soffocante. Emma volle uscire; la
folla ingombrava i corridoi ed ella ricadde sulla poltrona con palpitazioni che
le toglievano il respiro. Charles, temendo di vederla svenire, corse al caffè
del teatro a prenderle un bicchiere di orzata.
Gli costò una gran fatica ritornare al suo posto; a ogni passo riceveva un
urtone nei gomiti a causa del bicchiere che reggeva fra le mani, tanto che finì
per versare i tre quarti del contenuto sulle spalle di una signora di Rouen che
indossava un abito con le maniche corte e che, sentendosi scorrere sulla schiena
il liquido freddo, si mise a gridare come un pavone quasi volessero
assassinarla. Suo marito, il proprietario di una filanda, se la prese con il
maldestro, e mentre la moglie, con il fazzoletto, cercava di asciugare le
macchie sul suo bell'abito di taffettà color ciliegia, cominciò a brontolare con
aria burbera accennando a indennizzi, spese, rimborsi. Finalmente Charles giunse
da Emma e le disse, tutto trafelato:
«Credevo di non riuscire più a uscirne! C'è tanta di quella gente, tanta di
quella gente!...»
E soggiunse:
«Indovina un po' chi ho incontrato? Il signor Léon!»
«Léon?»
«Proprio lui! Verrà a salutarti.»
Mentre finiva di pronunciare queste parole, l'ex segretario del notaio di
Yonville entrò nel palco.
Tese la mano con disinvoltura, da uomo di mondo, e la signora Bovary, come un
automa, ripeté lo stesso gesto, ubbidendo, certo, alla suggestione di una
volontà più forte. Emma non l'aveva più sentita da quella sera, a primavera,
quando pioveva sulle foglie verdi e loro due si erano detti addio in piedi,
vicino alla finestra. Ma subito, ricordando che doveva rispettare le
convenienze, si riscosse a fatica dal torpore di quei ricordi e si mise a
balbettare rapide frasi.
«Ah! Buonasera... Come? Lei qui?»
«Silenzio!» gridò una voce dalla platea, perché il terzo atto era cominciato.
«Abita a Rouen, allora?»
«Sì.»
«E da quando?»
«Mandateli fuori! Mandateli fuori!»
La gente si girava a guardare. Tacquero.
Ma, da quel momento, Emma non ascoltò più, e il coro dei convitati, la scene di
Ashton e del valletto, bellissimo duetto in re maggiore, tutto si svolse per lei
in lontananza come se gli strumenti fossero diventati meno sonori e i personaggi
più distanti: ricordava le partite a carte dal farmacista e la passeggiata dalla
balia, le letture sotto la pergola e le chiacchiere vicino al fuoco, tutto quel
povero amore così calmo e così prolisso, così discreto e tenero e che lei ciò
nonostante era riuscita a dimenticare. Perché era tornato? Quale concatenarsi di
circostanze lo aveva riportato nella sua vita? Si era messo dietro di lei, le
spalle appoggiate al tramezzo, e di tanto in tanto Emma rabbrividiva sentendo il
soffio tiepido del suo respiro che le scendeva attraverso i capelli.
«Le piace questo spettacolo?» egli domandò, facendosi tanto vicino che la punta
di un baffo le sfiorò la gota.
Emma rispose con noncuranza:
«Oh! Mio Dio, no! Non troppo».
Allora Léon propose di uscire dal teatro e di andare a prendere un gelato in
qualche posto.
«Ah! Non ancora! Restiamo!» disse Bovary «Lucia ha i capelli sciolti; ci sarà di
sicuro una scene tragica.»
Ma la scena della follia non interessava affatto Emma, e la recitazione della
cantante le pareva esagerata.
«Grida troppo» disse, rivolta a Charles, che stava ascoltando.
«Sì,... forse... un po'» rispose lui, indeciso fra la sincerità del proprio
piacere e il rispetto che nutriva nei confronti delle opinioni della moglie.
Poi Léon disse, sospirando:
«Fa un caldo...»
«Insopportabile! È vero.»
«Ti dà fastidio?» domandò Bovary.
«Sì, soffoco: andiamo.»
Il signor Léon posò delicatamente il lungo scialle di pizzo sulle spalle di lei,
e tutt'e tre andarono al porto, e sedettero all'aria aperta, davanti alla
vetrina di un caffè. Parlarono dapprima della malattia di Emma, per quanto lei
interrompesse Charles ogni momento, timorosa, diceva, ch'egli annoiasse il
signor Léon; quest'ultimo raccontò loro di essere tornato a Rouen per fermarvisi
due anni in un importante studio, a far pratica negli affari, che erano diversi
in Normandia da quelli trattati a Parigi. Si informò di Berthe, della famiglia
Homais, di mamma Lefrançois; e siccome in presenza del marito non avevano più
nulla da dirsi, ben presto la conversazione languì.
Sul marciapiedi passò gente che usciva da teatro, canticchiando o sbraitando a
squarciagola: O bell'alma innamorata! Allora Léon, atteggiandosi a
dilettante, si mise a parlare di musica. Aveva visto Tamburini, Rubini,
Persiani, Grisi, e in confronto a loro Lagardy non valeva nulla.
«Eppure,» lo interruppe Charles, affondando il cucchiaino nel gelato al rum «si
dice che all'ultimo atto sia meraviglioso; mi dispiace di essere venuto via
prima della fine, perché cominciavo a divertirmi.»
«In quanto a questo,» disse il giovane «ci sarà quanto prima un'altra
rappresentazione.»
Ma Charles rispose che sarebbero partiti l'indomani.
«A meno che» soggiunse, voltandosi verso la moglie «tu non voglia rimanere qui
sola, gattina.»
E, cambiando parere davanti a questa occasione inattesa che veniva offerta alle
sue speranze, il giovanotto cominciò a tessere gli elogi di Lagardy nell'ultimo
atto. Era qualcosa di superbo, di sublime! Charles, allora, insistette.
«Potresti tornare domenica. Andiamo, deciditi! Non devi dire di no se sei
convinta che questo possa anche minimamente giovarti.»
Intanto i tavolini tutt'intorno andavano svuotandosi; un cameriere venne a
mettersi con discrezione accanto a loro; Charles capì ed estrasse il borsellino,
Léon lo trattenne per un braccio e non dimenticò neppure di lasciare come mancia
due monete d'argento che fece tintinnare sul marmo del tavolino.
«Sono veramente dispiaciuto... del denaro che lei...» mormorò Bovary.
L'altro fece un gesto noncurante e cordiale, poi, prendendo il cappello:
«Allora siamo d'accordo, vero, domani alle sei?»
Charles si rammaricò ancora una volta di non potersi trattenere più a lungo, ma
dichiarò che nulla impediva a Emma...
«È che...» balbettò lei con uno strano sorriso «non so bene...»
«Non preoccuparti, hai tempo di ripensarci, vedremo, la notte porta consiglio..»
Poi, volgendosi a Léon che li accompagnava:
«Ora che è di nuovo dalle nostre parti, verrà qualche volta a pranzo da noi,
posso sperarlo?»
Il giovane di studio affermò che non si sarebbe fatto pregare, tanto più che
doveva recarsi a Yonville per un affare riguardante il suo studio. E si
separarono davanti alla galleria Sain-Herbland, nel momento in cui l'orologio
della cattedrale sonava le undici e mezzo.
PARTE TERZA
I
Il signor Léon, quando studiava legge, aveva frequentato con una certa assiduità
la Chaumière, e aveva ottenuto considerevoli successi con le sartine che lo
trovavano 'distinto'. Era lo studente più ammodo che si potesse desiderare:
portava i capelli né troppo lunghi né troppo corti, non sperperava, già al primo
del mese, il denaro del trimestre, si manteneva in buoni rapporti con i
professori. Si era sempre astenuto dallo abbandonarsi a eccessi, un po' per
pusillanimità e un po' per delicatezza.
Spesso, quando se ne stava a leggere in camera sua, o seduto, la sera, sotto i
tigli del Luxembourg, lasciava cadere il codice per terra e il ricordo di Emma
gli si ripresentava. A poco a poco questo sentimento si era indebolito, e altre
bramosie vi si erano accumulate sopra, eppure attraverso di esse persisteva,
perché Léon non aveva perso tutte le speranze ed era convinto che ci fosse per
lui una vaga promessa sospesa nell'avvenire, simile a un frutto d'oro
seminascosto in mezzo a un fogliame fantastico...
Rivedendola dopo tre anni, la sua passione si riaccese. Bisognava si decidesse a
volerla possedere, prima o poi. Del resto la sua timidezza si era ormai
dileguata al contatto con le allegre compagnie, ed egli tornava in provincia
disprezzando tutto ciò che non avesse una raffinatezza degna della capitale.
Accanto a una parigina vestita di pizzi, nel salone di qualche dottore illustre,
decorato e con carrozza propria, il povero giovane di studio si sarebbe
comportato come un bambino spaurito; ma qui a Rouen, sul porto, davanti alla
moglie di un oscuro medico di paese, si sentiva a suo agio, convinto in anticipo
di riuscire irresistibile. La sicurezza di sé dipende dalla situazione in cui ci
si trova: non ci si comporta all'ammezzato come al quarto piano e la donna ricca
ha intorno a sé a difenderne la virtù tutti i biglietti di banca che le
imbottiscono, come una corazza, la fodera del busto.
Dopo aver lasciato il signore e la signora Bovary, la sera prima, Léon li aveva
seguiti di lontano; li aveva visti fermarsi all'albergo della Croce Rossa, e,
tornato sui suoi passi, aveva trascorso la notte studiando un piano.
L'indomani verso le cinque entrò nella cucina dell'albergo, pallido, con la gola
stretta e con quella determinazione dei pusillanimi che niente può fermare.
«Il signore non c'è» rispose un domestico.
Questo gli parve di buon auspicio. Salì.
Emma non si scompose nel vederlo; anzi, gli fece le sue scuse per aver
dimenticato di dirgli dove alloggiavano.
«Oh! L'ho indovinato» disse lui.
«E come?»
Sostenne di essere stato guidato verso di lei dal caso, per un istinto. Emma
sorrise e Léon per rimediare alla propria ingenua giustificazione raccontò di
aver trascorso tutta la mattinata girando per gli alberghi della città.
«Si è dunque decisa a rimanere» soggiunse.
«Sì,» disse lei «e ho sbagliato. Non è bene abituarsi a svaghi che non è
possibile concedersi quando vi sono mille altre esigenze...»
«Oh, immagino...»
«Eh, no. Non può, perché non è una donna lei!»
Ma anche gli uomini hanno i loro dispiaceri e la conversazione incominciò con
qualche riflessione filosofica. Emma si dilungò molto sulla miseria degli
affetti terreni e sull'eterno isolamento in cui il cuore resta sepolto.
Per rendersi interessante o per fare una ingenua imitazione di questa malinconia
che lo rendeva a sua volta malinconico, il giovane dichiarò di essersi
enormemente annoiato durante gli studi. I cavilli legali lo irritavano, lo
attiravano altre vocazioni, e sua madre non tralasciava mai in ogni lettera di
tormentarlo. Mentre precisavano sempre meglio i motivi del loro scontento,
entrambi si sentivano esaltare da questa crescente confidenza. A volte il dover
porre a nudo tutti i loro pensieri li faceva esitare e cercavano allora una
frase che potesse ugualmente farli intendere. Emma non confessò la sua passione
per un altro e lui tacque di averla dimenticata.
Forse non ricordava più le cenette dopo il ballo con ragazze del popolo e lei
non rammentava di certo gli appuntamenti di un tempo, quando correva sull'erba
verso il castello del suo amante. I rumori della città li raggiungevano a
stento, e la camera sembrava piccola, fatta apposta per isolare ancora di più la
loro solitudine. Emma indossava una vestaglia di flanella e appoggiava il nodo
dei capelli sulla nuca contro lo schienale di una vecchia poltrona; la
tappezzeria gialla creava uno sfondo dorato dietro di lei: il suo capo si
ripeteva nello specchio, con la scriminatura bianca nel mezzo e il lobo degli
orecchi che usciva di sotto le bande lisce della pettinatura.
«Mi scusi,» disse «faccio male, la sto annoiando con le mie eterne lamentele!»
«No, affatto! Affatto!»
«Se sapesse» continuò lei, levando al soffitto i begli occhi dai quali sfuggì
una lacrima «tutto quello che avevo sognato!»
«E io allora? Oh! Ho tanto sofferto! Spesso uscivo, me ne andavo, mi trascinavo
sulle rive del fiume, mi stordivo al frastuono della folla senza riuscire a
liberarmi dall'ossessione che mi perseguitava. In un negozio di stampe, sul
boulevard, c'era un'incisione italiana rappresentante una musa. I drappeggi di
una tunica le avvolgevano la figura, guardava la luna e aveva nei capelli
sciolti mazzolini di non ti scordar di me. Qualcosa mi spingeva
irresistibilmente là, e vi rimanevo per ore intere.»
Poi soggiunse con voce tremante:
«Le somigliava un poco».
La signora Bovary voltò la testa perché egli non le scorgesse sulle labbra il
sorriso che vi sentiva nascere e che non riusciva a reprimere.
«Spesso le scrivevo e poi strappavo sempre le lettere» continuò lui.
Emma non rispose.
«Immaginavo a volte che il caso l'avrebbe ricondotta a me. Ho creduto di
riconoscerla agli angoli delle strade: e correvo accanto a tutte le carrozze dai
cui finestrini svolazzasse una sciarpa, un velo simile al suo...»
Emma sembrava decisa a lasciarlo parlare senza interromperlo. Incrociando le
braccia e abbassando il viso, osservava le rosette delle pantofole e moveva un
poco sotto il raso, di tanto in tanto, le dita dei piedi.
A questo punto sospirò:
«La cosa più tragica - non le sembra? - è dover trascinare, come faccio io,
un'esistenza senza scopo. Se le nostre sofferenze potessero servire a qualcuno,
ci si potrebbe consolare pensando all'utilità del sacrificio».
Léon si accinse allora a tessere l'elogio della virtù, del dovere, delle
silenziose rinunce, e si disse incredibilmente bramoso di dedicarsi a qualcuno
senza riuscire a soddisfare la sua aspirazione.
«Mi piacerebbe moltissimo poter essere una suora d'ospedale!»
«Ahimè!» disse lui «gli uomini non possono votarsi a simili sante missioni, e io
non vedo nessuna professione... a parte forse quella del medico...»
Con una lieve spallucciata Emma l'interruppe e prese a lagnarsi della malattia
che quasi l'aveva uccisa; peccato! Adesso non soffrirebbe più! Subito Léon
invidiò la pace della tomba e disse che una sera aveva addirittura scritto il
proprio testamento nel quale raccomandava che lo seppellissero avvolto in quel
bel tappeto a strisce di velluto che lei gli aveva regalato; perché così, l'uno
e l'altra, sarebbero voluti essere, in quanto entrambi si creavano un ideale al
quale adattavano adesso il loro passato. Del resto la parola è un laminatoio che
sempre dilata i sentimenti.
Ma, ripensando alla strana idea del tappeto, Emma domandò:
«E perché? Come le è venuta una simile idea?»
«Perché?»
Esitò.
«Perché l'ho amata molto!»
E, congratulandosi con se stesso per aver superato la difficoltà, Léon spiava
l'espressione di lei con la coda dell'occhio.
Fu come se un cielo nuvoloso fosse stato spazzato da un colpo di vento. Il
cumulo di pensieri tristi che li incupivano parve ritirarsi dagli occhi azzurri
di lui; il suo viso era raggiante.
Rimase in attesa. Finalmente Emma rispose:
«L'ho sempre saputo...»
Poi si raccontarono i piccoli avvenimenti di quel periodo lontano della loro
vita di cui avevano riassunto in una sola parola i piaceri e le malinconie.
Ricordarono la pergola di vitalba, gli abiti che Emma indossava, i mobili della
sua camera, tutta la casa.
«E i nostri poveri cactus, che fine hanno fatto?»
«Il freddo di quest'inverno li ha uccisi.»
«Ah! Quanto ci ho pensato, sa? Spesso li immaginavo come li vedevo un tempo,
nelle mattine d'estate, quando il sole batteva sulle imposte... e scorgevo le
sue braccia nude che passavano fra i fiori.»
«Povero amico mio!» disse lei tendendogli la mano.
Léon, rapidissimo, vi incollò le labbra. Poi, dopo aver emesso un profondo
sospiro:
«Lei era per me in quel tempo, come una forza misteriosa che imprigionasse la
mia vita. Una volta, per esempio, venni da lei ma certo non se ne ricorda più».
«Sì,» disse Emma «continui.»
«Era dabbasso, in anticamera, pronta per uscire, sull'ultimo gradino; ricordo
perfino che aveva un cappello con fiorellini azzurri; e senza nessun invito da
parte sua, mio malgrado, mi incamminai con lei. A ogni istante mi rendevo
maggiormente conto della mia balordaggine eppure continuai ad andare avanti
rimanendole accanto, senza proprio osare seguirla né abbandonarla. Quando entrò
in un negozio, indugiai nella via, guardandola attraverso i vetri, mentre si
toglieva i guanti per contare il denaro sul banco. Poi suonò il campanello della
signora Tuvache, le aprirono, e io rimasi come un idiota davanti al portone che
si era richiuso dietro di lei.»
La signora Bovary, ascoltandolo, si stupiva di essere tanto vecchia, tutte
queste cose che riapparivano sembravano dilatare la sua esistenza, venivano a
crearsi immensi spazi sentimentali in cui le sembrava di ritornare; e diceva di
tanto in tanto, a voce bassa e con gli occhi socchiusi:
«Sì, è vero!... È vero!... È vero!»
Sentirono suonare le otto a tutti gli orologi del quartiere Beauvoisine che era
pieno di pensionati, di chiese e di grandi alberghi chiusi. Emma e Léon
tacevano, ma sentivano, guardandosi, un mormorio nella mente, come se qualcosa
di sonoro fosse sfuggito dai loro occhi fissi. Avevano unito le mani e il
passato, l'avvenire, le reminiscenze e i sogni, tutto si confondeva nella
dolcezza di quell'estasi. La notte si infittiva sulle pareti, dove brillavano
ancora, quasi perdute nell'ombra, quattro stampe dai colori volgari
rappresentanti altrettante scene della Torre di Nesle, con didascalie in basso
in spagnolo e in francese. Dalla finestra a ghigliottina si scorgeva un angolo
di cielo nero ritagliato dai tetti aguzzi.
Emma si alzò per accendere due candelabri sul cassettone, poi si rimise a
sedere.
«Ebbene?...» disse Léon.
«Ebbene?...» rispose lei.
Léon cercava la maniera di riannodare il dialogo interrotto, quando Emma disse:
«Come mai, nessuno, fino a oggi, mi ha mai espresso dei sentimenti simili?»
Il giovane esclamò che le nature ideali erano difficili a capirsi. Lui l'aveva
amata fin dal primo sguardo e si disperava pensando alla felicità che avrebbero
potuto avere se, per una grazia del destino, si fossero incontrati prima e
avessero potuto legarsi uno all'altra indissolubilmente.
«Ci ho pensato, qualche volta» disse Emma.
«Che sogno!» mormorò Léon.
E, giocherellando con l'orlo azzurro della lunga cintura bianca di lei,
soggiunse:
«Cosa ci impedisce di ricominciare?»
«No, amico mio» ella rispose. «Io sono troppo vecchia... Lei è troppo giovane...
Mi dimentichi! Altre donne l'ameranno... e lei le ricambierà.»
«Non come amo lei!» gridò Léon.
«Che bambino! Via, dobbiamo essere saggi. Desidero così!»
Gli dimostrò l'impossibilità del loro amore e come dovessero continuare a
mantenersi nei limiti di una fraterna amicizia.
Diceva sul serio, quando affermava queste cose? Lei stessa non lo sapeva di
certo, tutta presa com'era dal fascino della seduzione e dalla necessità di
difendersene; e, contemplando il giovane, con uno sguardo tenero, respingeva
senza energia le timide carezze che le mani di lui, tremanti, azzardavano.
«Ah! Mi perdoni!» disse lui scostandosi.
Emma fu presa da una vaga paura davanti a quella timidezza, più pericolosa per
lei dell'audacia di Rodolphe quando si faceva avanti con le braccia aperte.
Nessun uomo le era parso più bello di Léon. Il suo contegno attestava uno
squisito candore. Abbassò le lunghe ciglia sottili e incurvate. La morbida pelle
delle guance di lui arrossiva - pensava lei - di desiderio ed Emma provava una
invincibile tentazione di posarvi le labbra. Si chinò verso la pendola come per
vedere l'ora, dicendo:
«Com'è tardi, mio Dio! Quanto abbiamo chiacchierato!» Egli comprese l'allusione
e cercò il cappello.
«E mi sono anche dimenticata lo spettacolo. E quel povero Bovary mi aveva
lasciato rimanere proprio perché vi assistessi! il signor Lormeaux di Rue Grand-
Pont, doveva accompagnarmici, con la moglie.»
E l'occasione era ormai persa, perché sarebbe ripartita l'indomani.
«Davvero?» domandò Léon.
«Sì.»
«Eppure bisogna che io la riveda» continuò lui. «Devo dirle...»
«Che cosa?»
«Una cosa... grave... seria. Eh, no, davvero, non partirà, è impossibile! Se lei
sapesse... Mi ascolti... Non ha dunque capito? Non ha indovinato?»
«Eppure lei sa parlare bene» disse Emma.
«Non scherzi! Basta, basta per pietà! Mi permetta di rivederla... una volta...
una sola.»
«E va bene...»
Si interruppe, poi come ripensandoci:
«Oh! Non qui!»
«Dove vorrà.»
«Vuole...»
Parve riflettere, poi soggiunse risoluta:
«Domani alle undici nella cattedrale»
«Ci sarò!» esclamò lui, afferrandole le mani che lei cercò di liberare.
Poi, siccome entrambi stavano in piedi, Léon dietro a Emma che teneva il capo
abbassato, egli si chinò sul collo di lei e la baciò a lungo sulla nuca.
«Ma lei è pazzo! Lei è pazzo!» esclamò Emma, fra risatine trillanti, mentre i
baci si moltiplicavano.
Allora, facendo sporgere il capo sopra la sua spalla, Léon sembrò chiedere il
consenso degli occhi di lei. Lo sguardo di Emma cadde sul giovane, colmo di
glaciale maestà.
Léon fece tre passi indietro per uscire, si fermò sulla soglia e balbettò con
voce tremante:
«A domani».
Emma rispose con un cenno del capo e sparì, svelta come un uccello, nella stanza
accanto.
La sera, Emma scrisse al giovane un'interminabile lettera nella quale si
disimpegnava dall'appuntamento, e affermava che tutto era ormai finito, non
avrebbero dovuto, per la felicità di entrambi, incontrarsi mai più. Ma, quando
la lettera fu chiusa, si accorse di non avere l'indirizzo di Léon, e si trovò in
grave imbarazzo.
"Gliela consegnerò io stessa" si disse. "Verrà di certo."
L'indomani, Léon, sul balcone davanti alla finestra spalancata, si lucidò,
canticchiando, le scarpe, facendole risplendere. Indossò pantaloni bianchi,
calze sottili, una giacca verde, inzuppò con tutti i profumi che possedeva il
fazzoletto, poi, dopo essersi fatto pettinare, si spettinò, per conferire alla
propria pettinatura una elegante naturalezza.
"È ancora troppo presto! " pensò, guardando l'orologio a cucù del parrucchiere,
che segnava le nove.
Lesse un vecchio giornale di mode, uscì, fumò un sigaro, percorse tre strade e,
pensando che ormai fosse il momento, si diresse lentamente verso il sagrato di
Notre-Dame.
Era una bella mattinata estiva. Le argenterie brillavano nelle botteghe degli
orefici e la luce che scendeva obliqua sulla cattedrale traeva bagliori dagli
spigoli delle pietre grigie. Uno stormo di uccelli volteggiava nel cielo
turchino intorno alle guglie a trifoglio. La piazza, echeggiante di grida,
profumava per i fiori che fiancheggiavano il lastricato: rose, gelsomini,
garofani, narcisi e tuberose intervallati, senza ordine, da macchie di verde
umido, di erba gattaria e di centocchi per gli uccellini; nel mezzo gorgogliava
una fontana e sotto gli ombrelloni, fra le zucche disposte a piramide, fioraie
dal capo scoperto avvolgevano nella carta mazzolini di violette.
Léon ne comperò uno. Era la prima volta che comperava fiori per una donna; e
aspirandone il profumo, il petto gli si gonfiò di orgoglio, come se l'omaggio
destinato a un'altra persona si fosse di riflesso esteso anche a lui.
Ciò nonostante temeva di essere veduto ed entrò quindi risoluto nella chiesa.
Lo scaccino, in quel momento, stava sulla soglia, al centro del portale di
sinistra, sotto un quadro raffigurante la danza di Marianna, con il pennacchio
in testa, lo spadone che gli arrivava al polpaccio, la bacchetta in pugno, più
maestoso di un cardinale e risplendente come un santo ciborio.
Si diresse verso Léon, e, con quel sorriso di falsa benignità proprio degli
ecclesiastici quando interrogano i ragazzi, disse:
«Il signore non è di queste parti? Il signore desidera vedere le curiosità della
chiesa?»
«No» rispose Léon.
Dapprima si aggirò per le navate, poi uscì per dare un'occhiata alla piazza.
Emma non arrivava. Salì nel coro.
La navata si rispecchiava nelle acquasantiere colme, con la estremità delle
ogive e una parte delle vetrate. Il riflesso dei dipinti, spezzandosi sui bordi
dei marmi, continuava poi più lontano, sul pavimento, simile a un tappeto
variegato. La luce vivida che penetrava attraverso i tre portali aperti si
allungava in altrettanti enormi raggi luminosi all'interno della chiesa. Di
tanto in tanto, in fondo, passava un sagrestano, facendo davanti all'altare la
genuflessione obliqua dei devoti frettolosi. I lampadari di cristallo pendevano
immobili. Nel coro ardeva una lampada votiva d'argento, e dalle cappelle
laterali, dagli angoli bui della chiesa, si udivano talvolta sfuggire sospiri, e
sotto le alte volte si ripercoteva l'eco del rumore di una grata che ricade.
Léon camminava con aria grave vicino ai muri. La vita non gli era mai sembrata
tanto bella. Fra poco avrebbe visto arrivare Emma, affascinante, agitata,
spiando dietro di sé gli sguardi che la seguivano, con il suo abito a volanti,
l'occhialino d'oro, le scarpette minuscole, tutti quei particolari eleganti di
cui lui non aveva finora avuto modo di godere, e con l'ineffabile seduzione
della virtù che soccombe. La chiesa era pronta ad accoglierla come un gigantesco
salotto, le volte si inclinavano per raccogliere nell'ombra la confessione del
suo amore; le vetrate splendevano soltanto per illuminarle il viso, gli
incensieri ardevano perché lei potesse apparire come un angelo avvolta nelle
volute profumate.
E ancora non arrivava. Si mise a sedere su una sedia e gli occhi gli si posarono
su una vetrata turchina ove si vedevano alcuni marinai che portavano dei
canestri. Rimase a guardarli a lungo, con attenzione, contò le scaglie dei pesci
e i bottoni delle giubbe, mentre i suoi pensieri erravano alla ricerca di Emma.
Un po' più in là lo scaccino si indignava dentro di sé, per questo individuo che
si permetteva di ammirare da solo la cattedrale. Gli sembrava che si comportasse
in maniera mostruosa, che, in un certo senso, lo derubasse e commettesse quasi
un sacrilegio.
Ma ecco un fruscio di seta sulle lastre del pavimento, l'ala di un cappello, una
pellegrina nera... Era lei! Léon si alzò e le corse incontro.
Emma era pallida. Camminava in fretta.
«Legga!» disse porgendogli un foglio «Oh, no!»
E di scatto ritirò la mano, entrò nella cappella della Vergine, dove si
inginocchiò contro una sedia e si mise a pregare.
Il giovane si irritò per questo capriccio bigotto, eppure non poté fare a meno
di subire il suo fascino vedendola, nel bel mezzo del convegno, così perduta
nelle orazioni come una marchesa andalusa; ma ben presto incominciò ad annoiarsi
perché non la smetteva più.
Emma pregava, o, piuttosto, si sforzava di pregare, sperando che dal cielo
scendesse qualche improvvisa ispirazione. E, per facilitare l'aiuto divino, si
empiva gli occhi con lo splendore del tabernacolo, aspirava il profumo delle
lunarie bianche fiorite, nei grandi vasi, e prestava orecchio al silenzio della
chiesa il quale non faceva che accrescere il tumulto nel suo cuore.
Emma si rialzò e stavano per andarsene quando lo scaccino si avvicinò
rapidamente dicendo:
«La signora non è di queste parti, vero? La signora desidera vedere le curiosità
della chiesa?»
«Eh, no!» esclamò Léon.
«Perché no?» disse Emma.
Si aggrappava, per salvare la sua virtù tentennante, a tutti i pretesti, alla
Vergine, alle sculture, alle tombe.
Allora, per poter procedere con ordine, lo scaccino li ricondusse fino
all'entrata, sulla piazza, dove mostrò loro, con la canna, un gran cerchio di
selci nere senza iscrizioni né incisioni.
«Ecco» disse con grande solennità «la circonferenza della bella campana di
Amboise. Pesava quarantamila libbre. Non ce n'era un'altra uguale in tutta
Europa. L'operaio che la fuse ne morì di gioia...»
«Andiamo!» disse Léon.
Il brav'uomo si rimise in marcia. Poi, arrivato alla cappella della Vergine,
stese un braccio in un sintetico gesto dimostrativo e, più orgoglioso di un
signorotto di campagna che mostra i suoi frutteti, disse:
«Questa semplice lapide ricopre i resti di Pierre de Brézé, signore della
Varenne e di Brissac, gran maresciallo di Poitou e governatore di Normandia,
morto nella battaglia di Montlhéry, il 16 giugno del 1465».
Léon si mordeva le labbra e scalpicciava.
«E a destra, questo gentiluomo tutto bardato di ferro, su un cavallo che si
impenna, è suo nipote, Louis de Brézé, signore di Breval e di Montchauvet, conte
di Maulevrier, barone di Mauny, ciambellano del re, cavaliere dell'Ordine e
anche lui governatore di Normandia, morto il 23 luglio 1531, una domenica, come
dice l'iscrizione; e, qui sotto, quest'uomo che sta per scendere nella tomba
rappresenta esattamente la stessa persona. Non è possibile vedere una più
perfetta rappresentazione del nulla, non è vero?»
La signora Bovary prese l'occhialino. Léon, immobile, la guardava, senza neanche
più tentare di dire una parola o di fare un gesto, tanto si sentiva scoraggiato
di fronte a questo duplice partito preso di ciarle e d'indifferenza.
L'inesorabile guida continuò:
«Vicino a lui, questa donna inginocchiata e in lacrime è la sua sposa, Diane de
Poitiers, contessa di Brézé, duchessa di Valentinois, nata nel 1499 e morta nel
1566, e, a sinistra, quella che ha un bambino in braccio è la Santa Vergine. E
adesso si voltino da questa parte: ecco le tombe degli Amboise. Sono stati
entrambi cardinali e arcivescovi di Rouen. Questo era ministro di re Luigi XII.
Ha fatto molto per la cattedrale. Nel suo testamento ha lasciato trentamila
scudi d'oro per i poveri».
E, senza fermarsi, sempre parlando, li spinse davanti a una cappella ingombra di
inginocchiatoi, e, spostandone qualcuno, scoprì una specie di masso che sarebbe
anche potuto essere una statua mal riuscita.
«Un tempo questa adornava la tomba» disse con un lungo gemito «di Riccardo Cuor
di Leone, re d'Inghilterra e duca di Normandia. Furono i calvinisti, signore, a
ridurla in questo stato. Per malvagità, l'avevano seppellita sotto il seggio
episcopale di monsignore. Ecco, guardino, questa è la porta che conduce appunto
alla sua abitazione. Procediamo e ammiriamo le vetrate della Gargouille.»
Ma Léon tirò fuori rapidamente una moneta d'argento dalla tasca e afferrò Emma
per un braccio. Lo scaccino rimase strabiliato, senza capire il perché di una
così intempestiva munificenza quando restavano ancora, per il forestiero, tante
cose da vedere. Perciò lo richiamò:
«Ehi! signore! il campanile! il campanile!»
«Tante grazie!» fece Léon.
«Il signore sbaglia! È alto circa quattrocentoquaranta piedi, nove meno della
grande piramide egiziana. È tutto in ferro fuso, è...»
Léon fuggiva perché gli sembrava che il suo amore, dopo le due ore o poco meno
in cui si era immobilizzato nella chiesa, simile alle pietre, minacciasse ora di
svanire come fumo su per quella specie di tubo mozzo, di gabbia oblunga, di
camino bucato, che aveva il coraggio di elevarsi al di sopra della cattedrale
come il tentativo stravagante di un calderaio fantasioso.
«Ma dove andiamo?» domandò Emma.
Senza rispondere, continuò a camminare a passi rapidi e la signora Bovary stava
già immergendo il dito nell'acqua benedetta, quando sentirono dietro di loro un
ansito affannoso, accompagnato dal rimbalzare ritmico di una canna. Léon si
voltò.
«Signore!»
«Cosa c'è?»
E riconobbe lo scaccino il quale portava sul braccio, tenendoli in equilibrio
contro il proprio ventre, una ventina circa di grossi volumi rilegati alla
rustica. Si trattava delle opere che parlavano della cattedrale.
«Imbecille!» borbottò fra i denti Léon, slanciandosi fuori della chiesa.
Un monello giocava sul sagrato.
«Va' a chiamarmi una carrozza!»
Il ragazzo partì come una palla di schioppo e imboccò Rue des Quatre-Vents.
Rimasero soli, per qualche minuto, uno di fronte all'altra, un po' imbarazzati.
«Ah! Léon!... Veramente... io non so... se devo...»
Faceva la ritrosa, poi aggiunse, compunta:
«È molto sconveniente, lo sa?»
«Che cosa?» ribatté il giovane di studio «A Parigi si usa.»
E queste parole, come un argomento inoppugnabile, la decisero.
Frattanto la carrozza si faceva aspettare. Léon temeva che Emma volesse
rientrare in chiesa. Finalmente arrivò.
«Uscite almeno dal portale nord,» gridò loro dietro lo scaccino che era rimasto
sulla soglia «potrete vedere la Resurrezione, il Giudizio Universale, il
Paradiso, il Re David, e i Dannati nelle fiamme dell'inferno.»
«Dove andiamo, signore?» domandò il cocchiere.
«Dove vuole!» disse Léon spingendo Emma nella vettura.
E il pesante veicolo si mise in moto.
Discese Rue Grand-Pont, attraversò Place des Arts, il lungofiume Napoleone, il
Pont Neuf e si fermò di botto davanti alla statua di Pierre Corneille.
«Vada avanti!» fece una voce che usciva dall'interno. La carrozza ripartì e,
lasciatasi indietro l'incrocio La Fayette, imboccò la discesa e, grazie a
quest'ultima, entrò al gran galoppo nella stazione ferroviaria.
«No, vada diritto!» gridò la stessa voce
La carrozza, uscita dai cancelli, arrivò ben presto sul viale e proseguì adagio
fra i grandi olmi. Il cocchiere si asciugò la fronte, mise il cappello di cuoio
fra le gambe e guidò la vettura al di là dei viali laterali, sulla riva del
fiume, vicino all'erbetta.
Seguì il fiume, sull'alzaia pavimentata con ciottoli a secco, e proseguì a lungo
dalla parte di Oyssel, oltre le isole.
Ma d'improvviso si slanciò con impeto attraverso Quatremares, Sotteville, la
Grande Chaussée, Rue d'Elbeuf, e fece la terza fermata davanti al Jardin des
Plantes.
«Vada avanti!» gridò la voce infuriata.
Riprendendo subito la corsa, la carrozza passò per Saint-Sever, per il
lungofiume dei Curandiers, per quello alle Meules, attraversò di nuovo il fiume,
poi la piazza del Champ-de-Mars e giunse dietro i giardini dell'ospedale, dove
vecchi vestiti di nero passeggiavano al sole lungo una terrazza tutta verde di
edera. Risalì Boulevard Bouvreuil, percorse Boulevard Cauchoise, poi tutto il
Mont-Riboudet fino alla salita di Deville.
Tornò indietro, senza meta né direzione, vagabondò a caso. La si vide a Saint-
Pol, a Lescure, a Mont-Gargan, alla Rouge-Mare e in piazza del Gaillardbois; in
Rue Maladrerie; in Rue Dinanderie, davanti a Saint-Romain, Saint-Vivien, Saint-
Maclou, Saint-Nicaise, davanti alla dogana, alla Basse-Vieille-Tour, ai Trois-
Pipes e al Cimitero Monumentale. Ogni tanto il cocchiere, da cassetta, lanciava
alle osterie sguardi disperati. Non capiva quale furia locomotoria spingesse
questi individui a non volersi più fermare. Ci provò, qualche volta, ma subito
sentì dietro di sé esclamazioni di collera. Frustava allora con tutta la sua
energia le due rozze tutte sudate, senza curarsi dei sobbalzi che li facevano
traballare di qua e di là, infischiandosene di tutto, demoralizzato e quasi
piangente di sete, di fatica e di malinconia.
E al porto, in mezzo ai carri e ai barili, nelle strade, agli angoli delle vie,
la gente apriva tanto d'occhi di fronte a questo fatto così straordinario in
provincia, una vettura con le tendine accostate, che riappariva di continuo, più
chiusa di una tomba e sballottata come un bastimento
Una volta, a metà pomeriggio, in aperta campagna, nel momento in cui il sole
dardeggiava con più accanimento contro le vecchie lanterne argentate, una mano
nuda passò sotto le tendine di tela gialla e gettò fuori dei pezzetti di carta
stracciata che si dispersero al vento e caddero lontano, come farfalle bianche,
su un campo di trifoglio rosso tutto in fiore.
Poi, verso le sei, la vettura si fermò in un vicolo del quartiere Beauvoisine, e
ne discese una donna che si allontanò, con il volto coperto e senza voltare la
testa.
II
Arrivando all'albergo, la signora Bovary si stupì molto di non vedere la
diligenza. Hivert, dopo averla aspettata per cinquantatré minuti, alla fine se
n'era andato
Nulla del resto obbligava Emma a partire, ma aveva dato la sua parola che
sarebbe tornata quella sera stessa. D'altro canto, Charles l'aspettava e già
sentiva nel cuore quella fiacca docilità che è, per tante donne, il castigo e
nello stesso tempo il riscatto dell'adulterio.
In fretta fece la valigia, pagò il conto e prese a nolo un calesse; poi, facendo
premura al cocchiere, incoraggiandolo, informandosi ogni minuto dell'ora e dei
chilometri percorsi, riuscì a raggiungere la Rondine alle prime case di
Quincampoix.
Appena si fu sistemata nel suo angolo, chiuse gli occhi e li riaprì soltanto al
termine della discesa; subito scorse di lontano Félicité che stava di vedetta
davanti alla casa del maniscalco. Hivert trattenne i cavalli e la domestica,
sollevandosi fino al finestrino, disse misteriosamente:
«Signora, bisogna che passi subito dal signor Homais. È una cosa urgente».
Il villaggio era silenzioso come sempre. Agli angoli delle strade si vedevano
mucchietti rosa fumiganti all'aria; era il periodo delle marmellate e tutti a
Yonville confezionavano la provvista per l'inverno nel medesimo giorno. Ma,
davanti alla bottega del farmacista, si poteva ammirare un cumulo assai più
grande che superava tutti gli altri con la preminenza che deve avere un
laboratorio nei confronti dei fornelli domestici, una necessità generale
contrapposta a capricci individuali.
Emma entrò. La grande poltrona era rovesciata e anche il Faro di Rouen
giaceva a terra, steso fra due pestelli. La signora Bovary spinse la porta del
corridoio, e, in mezzo alla cucina, fra gli orci bruni pieni di ribes sgranato,
di zucchero semolato e in pezzi, fra le bilance sulla tavola e le pentole sul
fuoco, scorse tutti gli Homais, grandi e piccoli, con grembiuli che arrivavano
fino al mento, ognuno con una forchetta in mano. Justin, in piedi, teneva la
testa bassa, mentre il farmacista urlava:
«Chi ti ha detto di andarlo a cercare nel cafarnao?»
«Cosa c'è? Cosa succede?»
«Cosa c'è?» rispose lo speziale «Stavamo facendo le marmellate, cuocevano e
siccome bollivano troppo forte traboccavano. Allora ordino che mi portino
un'altra pentola e lui, per fiacca, per pigrizia, va a prendere la chiave del
cafarnao appesa a un chiodo nel mio laboratorio.»
Il farmacista chiamava così uno stanzino sotto i tetti pieno di utensili e di
mercanzie utili alla sua professione. Spesso vi trascorreva da solo lunghe ore a
etichettare, a travasare, a confezionare, e lo considerava non come un
ripostiglio, ma come un vero santuario, dal quale uscivano, elaborate dalle sue
mani, tutte quelle pillole, pasticche, tisane, lozioni e pozioni che lo
rendevano celebre nei dintorni. Nessuno doveva metterci piede e la proibizione
era così assoluta che lui stesso vi faceva le pulizie. Insomma, se la farmacia
aperta a tutti era il luogo in cui poteva ostentare il proprio orgoglio, il
cafarnao era il rifugio dove, concentrandosi egoisticamente, Homais poteva
dilettarsi dedicandosi alle attività predilette; così la balordaggine di Justin
gli sembrava una mostruosa irriverenza, e rosso in viso più del ribes, ripeteva:
«Sì, del cafarnao. La chiave della porta dietro la quale si trovano gli acidi e
gli alcali caustici! Andarci a prendere una pentola! Una pentola con il
coperchio! E della quale forse non mi servirò mai! Tutto ha la sua importanza
nelle delicate operazioni della nostra arte! Ma che diavolo! Bisogna stabilire
delle distinzioni, e non adoperare per usi quasi domestici ciò che è destinato
alle attività farmaceutiche! Sarebbe come scalcare un pollo con il bisturi, come
se un magistrato...»
«Ma calmati!» diceva la signora Homais.
E Athalie, tirandolo per la giacca:
«Papà! Papà!»
«No, lasciatemi stare,» ripeteva il farmacista «lasciatemi stare! Corbezzoli!
Tanto varrebbe fare il droghiere, parola d'onore! Su, va', non rispettare
niente! Spacca! Rompi! Libera le sanguisughe! Brucia la malva! Metti i cetrioli
sott'aceto nei boccali, straccia le bende!»
«Lei, però, aveva...» disse Emma.
«Vengo subito! Ma lo sai cosa hai rischiato? Non hai visto niente, nell'angolo a
sinistra, sopra il terzo scaffale? Parla, rispondi, di' qualcosa!»
«Io... non so» balbettò il ragazzo.
«Ah! Tu non sai! Ebbene, lo so io! Hai visto quella bottiglia di vetro blu,
sigillata con la cera gialla, che contiene una polvere bianca, e sulla quale ho
anche scritto: Pericoloso! E lo sai cosa c'è dentro? Arsenico! E tu vai là a
toccare! Prendi una pentola che c'è lì vicino!»
«Lì vicino!» gridò la signora Homais, giungendo le mani «Arsenico! Potevi
avvelenarci tutti!»
E i bambini si misero a urlare, come se già avessero sentito dolori atroci nelle
viscere.
«Oppure avvelenare un malato!» continuò lo speziale «Volevi vedermi sul banco
dei criminali, in corte d'assise? Vedermi trascinato al patibolo? Tu ignori
quanta attenzione metta nell'esercizio della mia professione, per quanto io
possa vantare un'eccezionale perizia. Più volte, io stesso tremo al pensiero
della mia responsabilità! Perché il governo ci perseguita, e la assurda
legislazione che ci regge, è una vera spada di Damocle sospesa sul nostro capo!»
Emma non pensava più a domandare cosa volessero da lei e il farmacista
continuava, ansimando, il suo discorso:
«Ecco la riconoscenza per tutta la bontà che ti dimostriamo! Ecco come mi
ricompensi delle cure paterne che ti prodigo! Infatti, senza di me, dove
saresti? Cosa faresti? Chi ti dà da mangiare, ti educa, ti veste e ti offre la
possibilità di farti un giorno una posizione onorevole nella società? Ma, per
ottenere questo, bisogna lavorare sodo, farsi venire, come si dice, i calli
sulle mani. Fabricando fit faber, age quod agis».
Citava addirittura il latino, tanto era esasperato. Avrebbe pronunciato
citazioni in cinese o in groenlandese se soltanto avesse conosciuto queste
lingue; infatti era in preda a una di quelle crisi nelle quali l'anima mostra
senza distinzioni tutto quello che racchiude come l'oceano che nelle tempeste si
spalanca, dalle alghe delle coste alle sabbie degli abissi.
E soggiunse:
«Comincio a pentirmi, e quanto, di averti preso con me! Avrei fatto senz'altro
molto meglio a lasciarti marcire nella miseria e nella sporcizia dove sei nato!
Non sarai mai capace di fare altro che il guardiano di buoi! Non hai nessuna
attitudine per le scienze! Sai incollare a stento un'etichetta! E vivi in casa
mia come un papa, come un pascià, e te la spassi».
Emma, voltandosi verso la signora Homais, tentò di dire:
«Mi hanno fatto venire qui...»
«Ah! Mio Dio!» la interruppe la buona donna con un'aria desolata.
«Come farò a dirglielo?... È una disgrazia!»
Non riuscì a finire. Lo speziale tuonava:
«Vuotala! Puliscila! Riportala dove l'hai presa! Sbrigati!» E, scotendo Justin
per il colletto del camiciotto, gli fece cadere di tasca un libro.
Il ragazzo si chinò. Homais fu più svelto di lui, e, dopo aver raccolto il
volumetto, rimase a contemplarlo con gli occhi fuori della testa e la bocca
aperta.
«L'amore... coniugale!» lesse lentamente, separando le parole «Ah! Molto
bene! Molto bene! Proprio bello! E illustrato anche!... Ah! Questo poi è
troppo!»
La signora Homais si fece avanti.
«No, non toccarlo!»
I bambini volevano vedere le figure.
«Uscite!» fece lui imperiosamente.
E quelli uscirono.
Si mise a passeggiare avanti e indietro, a grandi passi, tenendo in mano il
volumetto, strabuzzando gli occhi, soffocato, tumefatto, apoplettico. Poi andò
dritto dal suo allievo e si piazzò davanti a lui con le braccia conserte:
«Ma hai proprio tutti i vizi, piccolo disgraziato? Guarda che sei su una brutta
china!... Non hai pensato, almeno, che questo infame libello sarebbe potuto
capitare nelle mani dei miei figli, mettere la scintilla del male nella loro
mente, macchiare l'innocenza di Athalie, corrompere Napoleone! Lui che è già
sviluppato come un uomo. Sei sicuro per lo meno che non l'abbiano letto? Puoi
dimostrarmelo...?»
«Ma insomma, signore,» disse Emma «lei mi doveva dire...»
«È vero signora... Suo suocero è morto!»
Il signor Bovary padre era infatti deceduto due giorni prima, all'improvviso,
stroncato da un colpo apoplettico, mentre si alzava da tavola, e, per un eccesso
di precauzione, conoscendo la sensibilità di Emma, Charles aveva pregato il
signor Homais di comunicarle la notizia orribile con le dovute cautele.
Homais aveva preparato il suo discorso, l'aveva smussato, forbito, era riuscito
a dargli un ritmo, a farne un capolavoro di prudenza e di gradualità, di
eleganti giri di frase, e di delicatezza. Ma la collera aveva travolto la
retorica.
Emma, rinunciando ai dettagli, lasciò subito la farmacia, anche perché il signor
Homais aveva ricominciato con i suoi vituperi. Finì per calmarsi, però, e, a un
certo punto, si mise a borbottare in tono paterno, facendosi vento con la
papalina:
«Non è che io disapprovi del tutto quest'opera! L'autore era un medico. Tratta
alcune nozioni scientifiche che non è affatto male, per un uomo, conoscere;
anzi, oserei dire, che un uomo deve conoscere. Ma più tardi, più tardi! Aspetta
almeno di essere diventato uomo tu stesso, e che la tua personalità sia
formata!»
Al colpo di picchiotto di Emma, Charles, che l'aspettava, venne avanti a braccia
aperte dicendo con le lacrime nella voce:
«Ah! Mia cara amica...»
E si chinò dolcemente per baciarla. Ma al contatto delle sue labbra il ricordo
dell'altro l'afferrò; ed Emma si passò la mano sul viso con un brivido.
Ciò nonostante rispose:
«L'ho saputo... l'ho saputo...»
Charles le mostrò la lettera in cui la madre narrava la disgrazia senza alcuna
ipocrisia sentimentale. Si rammaricava soltanto che il marito non avesse potuto
ricevere i conforti religiosi, essendo morto a Doudeville, in mezzo alla strada,
sulla porta di un caffè, dopo un pranzo commemorativo con ex ufficiali.
Emma gli restituì la lettera, poi, a cena, per convenienza, finse un poco di
inappetenza, ma siccome Charles insisteva, si mise risolutamente a mangiare,
mentre il marito, di fronte a lei, rimaneva immobile in un atteggiamento
accasciato.
Di tanto in tanto, alzando la testa, la osservava a lungo con uno sguardo pieno
di angoscia. Una volta sospirò:
«Avrei voluto rivederlo!»
Emma taceva. Infine si rese conto che avrebbe dovuto dire qualcosa:
«Quanti anni aveva tuo padre?» domandò.
«Cinquantotto.»
«Ah!»
E fu tutto.
Un quarto d'ora dopo, Charles soggiunse:
«Povera mamma!... Cosa farà adesso?»
Vedendola tanto taciturna, Bovary supponeva che la moglie fosse afflitta e si
costringeva a non dire nulla per non accrescere il dolore che la rattristava.
Cercando di riscuotere anche se stesso, le domandò allora:
«Ti sei divertita ieri?»
«Sì.»
Bovary non si alzò quando tolsero la tovaglia. Ed Emma neppure, ma, poiché
continuava a vederselo davanti, la monotonia di questo spettacolo finì per
allontanarle dal cuore a poco a poco ogni senso di pietà. Le sembrava meschino,
debole, una nullità, un pover'uomo in tutti i sensi. Come sbarazzarsi di lui?
Che serata interminabile! Uno stordimento estatico, simile a quello che
producono i vapori dell'oppio, la intorpidiva.
Si fece sentire, nell'anticamera, il rumore secco di un bastone sul pavimento.
Era Hippolyte che portava il bagaglio della signora.
Per deporlo a terra descrisse faticosamente un quarto di cerchio con la gamba di
legno.
"Non ci pensa nemmeno più!" si disse Emma, guardando il poveretto che grondava
sudore di sotto la folta capigliatura rossa.
Bovary cercava degli spiccioli in fondo al borsellino, senza mostrar di capire
tutta l'umiliazione che costituiva per lui la sola presenza di quest'uomo, il
quale rimaneva lì come la vivente prova accusatrice della sua irrimediabile
inettitudine.
«Guarda che bel mazzolino di fiori!» disse Charles notando sul caminetto le
violette di Léon.
«Sì,» fece Emma con indifferenza «è un mazzetto che ho comperato poco fa... da
una mendicante.»
Charles prese le violette e, rinfrescandovi su gli occhi rossi di lacrime, le
odorò con delicatezza. Emma gliele tolse in fretta di mano e le mise in un
bicchiere pieno d'acqua.
L'indomani arrivò la signora Bovary madre. Lei e suo figlio piansero a lungo.
Emma, con il pretesto di dover dare ordini, scomparve.
Il giorno successivo fu necessario pensare insieme agli abiti per il lutto.
Andarono a sedersi con il cestino da lavoro sotto la pergola, in riva al fiume.
Charles pensava al padre e si stupiva di provare tanto affetto per quell'uomo
cui aveva creduto fino ad allora di voler bene in modo piuttosto tiepido. La
signora Bovary madre pensava al marito. I peggiori giorni del passato le
apparivano ora desiderabili. Tutto veniva cancellato dal rimpianto spontaneo di
una così lunga consuetudine; di tanto in tanto, mentre cuciva, una grossa
lacrima le scendeva lungo il naso e rimaneva sospesa per un momento.
Emma pensava che, soltanto quarantotto ore prima, lei e Léon erano stati
insieme, lontani da tutto il resto del mondo, ebbri di felicità, a contemplarsi
con occhi insaziabili. Cercava di riafferrare i più insignificanti particolari
di quella giornata ormai trascorsa. Ma la presenza della suocera e del marito la
infastidiva. Avrebbe voluto non sentire niente, non vedere niente, per non
essere distolta dal pensiero del suo amore, il quale, per quanto lei facesse,
andava disperdendosi nelle sensazioni esteriori.
Stava scucendo la fodera di un abito, e i pezzi si sparpagliavano intorno a lei;
la signora Bovary madre, senza alzare gli occhi, faceva stridere le forbici e
Charles, con le pantofole di vivagno, e una vecchia giacca scura che adoperava
come veste da camera, se ne stava lì con le mani in tasca tacendo a sua volta;
vicino a loro Berthe, in grembiulino bianco, raschiava con la paletta la sabbia
dei vialetti.
All'improvviso videro entrare dal cancello il signor Lheureux, il mercante di
stoffe.
Veniva a offrire i propri servigi, data la fatale circostanza. Emma rispose che
riteneva di poterne fare a meno. Il mercante non si arrese.
«Le faccio mille scuse» disse. «Vorrei avere uno scambio di idee con lei, in
privato.»
Poi, a voce bassa, aggiunse, sempre rivolto a Charles:
«È per quell'affare... ricorda?»
Bovary arrossì fino agli orecchi.
«Ah! Sì... giusto.»
E disse turbato, rivolgendosi alla moglie:
«Non potresti... mia cara?...»
Emma sembrò essere al corrente, perché si alzò; Charles disse alla madre:
«Non è nulla! Senza dubbio qualcosa di ordinaria amministrazione».
Non voleva farle sapere niente della storia della cambiale, paventando i suoi
rimproveri.
Quando furono soli, il signor Lheureux cominciò con parole molto chiare a
felicitare Emma per la successione, poi chiacchierò di cose indifferenti, degli
alberi da frutta, del raccolto, della sua salute che era sempre così e così, né
bene né male. In realtà lavorava come un mulo, senza riuscire, per quanto ne
dicesse la gente, a mettere da parte un centesimo.
Emma lo lasciava parlare. Si annoiava atrocemente, da due giorni a quella parte!
«E lei, si è ormai del tutto rimessa?» continuò «Perbacco, ho visto il suo
povero marito in un bello stato! È davvero un brav'uomo per quanto vi sia stata
fra noi qualche difficoltà.»
Emma volle sapere quali fossero quelle difficoltà, dato che Charles le aveva
tenuta nascosta la contestazione di quanto lei aveva ordinato.
«Ma lo sa bene!» disse Lheureux «Quei suoi capricci, i bauli.»
Aveva abbassato il cappello sugli occhi e, con le mani dietro la schiena,
sorridendo e zufolando, la fissava in una maniera insopportabile. Sospettava
qualcosa? Infine continuò:
«Ci siamo riconciliati e sono qui apposta per proporle un accomodamento».
Si trattava di rinnovare la cambiale firmata da Bovary. Il medico avrebbe fatto
come credeva meglio, non doveva crucciarsene, soprattutto ora che stava per
avere un sacco di fastidi.
«E sarebbe meglio che se ne scaricasse dividendoli con qualcun altro, con lei,
per esempio, rilasciandole una procura, questo sarà più comodo; e noi potremmo
concludere insieme qualche piccolo affare...»
Emma non capiva. Lui tacque. Poi, tornando ai suoi affari, dichiarò che la
signora non avrebbe potuto fare a meno di acquistare qualcosa. Le avrebbe
mandato un taglio di dodici metri di bella stoffa nera, per farsi un abito.
«Quello che indossa non va bene per uscire. Ce ne vuole uno per le visite. L'ho
visto subito, di primo acchito, quando sono entrato. Ho l'occhio americano, io.»
Non mandò la stoffa, la portò di persona. Poi tornò per misurarla, tornò con
altri pretesti, cercando ogni volta di rendersi simpatico, di essere
servizievole, infeudandosi, come avrebbe detto Homais, e sempre buttando là con
Emma qualche consiglio per la procura. Non parlava mai della cambiale. Emma non
ci pensava; Charles, all'inizio della convalescenza, le aveva accennato
qualcosa; ma tanti pensieri agitati si erano susseguiti nella sua mente, che
aveva finito col dimenticarsene. D'altro canto, si guardava bene dal dare
l'avvio a discussioni d'interesse. La signora Bovary madre ne rimase molto
stupita e attribuì il cambiamento d'umore ai sentimenti religiosi nati in lei
durante la malattia.
Ma, non appena la suocera fu partita, Emma non tardò a meravigliare Bovary con
il suo senso pratico. Bisognava informarsi, verificare le ipoteche, vedere se vi
erano buone ragioni per una licitazione o per una liquidazione.
Citò termini tecnici, a caso, pronunciò le grosse parole 'ordine', 'avvenire',
'previdenza', ed esagerava di continuo i fastidi della successione: tanto che un
giorno Charles si vide sottoporre un modello di procura generale per «trattare e
amministrare gli affari, contrarre prestiti, firmare e girare cambiali, pagare
somme ecc...» Emma aveva imparato bene la lezione di Lheureux.
Charles, ingenuamente, le domandò da dove venisse quel documento.
«Dal signor Guillaumin.»
E, con la più grande faccia tosta del mondo, soggiunse:
«Non mi fido poi troppo, però. I notai hanno una così cattiva reputazione! Forse
bisognerebbe consultare... Ma conosciamo soltanto... Oh! Nessuno».
«A meno che Léon...» disse Charles, che stava riflettendo.
Ma era così difficile intendersi per lettera! Allora Emma propose di fare ella
stessa il viaggio per accordarsi. Charles la ringraziò, lei insistette. Fu una
gara di gentilezze. Infine Emma esclamò, con un tono di voluta caparbietà:
«No, ti prego, ci vado io».
«Come sei buona!» disse lui, baciandola sulla fronte.
Subito, il giorno dopo, Emma salì sulla Rondine per andare a Rouen a consultare
il signor Léon: e si trattenne laggiù tre giorni.
III
Furono tre giorni pieni, squisiti, splendidi, una vera luna di miele.
Alloggiavano all'Hotel de Boulogne, sul porto. E vivevano là, con le persiane
chiuse, le porte sprangate, fiori sparsi sul pavimento e sciroppi con ghiaccio,
che venivano portati in camera fin dal mattino.
Verso sera prendevano una barca coperta e andavano a cenare su un'isola.
Era l'ora in cui, nei cantieri, si sentono risonare i colpi di mazza dei
calafati, contro il fasciame delle imbarcazioni. Il fumo del catrame si levava
fra gli alberi e sul fiume si vedevano larghe chiazze di grasso che si
ondulavano, sparse a caso sotto i raggi purpurei del sole, come placche di
bronzo galleggianti.
Scendevano lungo il fiume in mezzo alle barche ormeggiate, i cui lunghi canapi
obliqui rasentavano i fianchi della barca.
I rumori della città si allontanavano poco per volta: il rotolio dei carretti,
il chiasso delle voci, l'abbaiare dei cani sui ponti delle imbarcazioni. Emma si
toglieva il cappello e approdavano alla loro isola.
Si mettevano a sedere nella sala al pianterreno di un'osteria che aveva appese
sulla porta delle reti nere, mangiavano una frittura di sperlani, crema e
ciliegie. Si sdraiavano sull'erba, si abbracciavano nascosti fra i pioppi, e
avrebbero voluto, come due Robinson, rimanere per sempre in quel luogo appartato
che, nella beatitudine in cui vivevano, sembrava loro il più meraviglioso del
mondo. Non era certo la prima volta che vedevano il cielo azzurro, gli alberi,
l'erbetta, né la prima volta che sentivano il fiume scorrere o la brezza spirare
fra il fogliame, ma di certo non avevano mai ammirato tutto ciò come se la
natura non fosse mai esistita prima, o come se avesse cominciato a essere bella
soltanto dopo l'appagamento del loro desiderio.
Ripartivano al cader della notte. La barca costeggiava le isole. Restavano sul
fondo, tutt'e due nascosti nell'ombra, senza parlare. I remi quadrati cigolavano
negli scalmi di ferro, e scandivano il tempo nel silenzio, simili al battere di
un metronomo, mentre, a poppa, la cima d'ormeggio trascinata nell'acqua non
interrompeva mai il suo sciacquio dolce.
Una volta apparve la luna; allora gli innamorati non si lasciarono sfuggire
l'occasione di creare frasi da dedicarle; trovavano l'astro melanconico e pieno
di poesia; Emma si mise perfino a cantare:
Una sera, ricordi? vogavamo...
La voce debole e armoniosa di lei si perdeva sulle onde e il vento portava con
sé i gorgheggi che Léon sentiva passare vicini, simili a un battito d'ali.
Emma stava di fronte a lui, appoggiata contro la cabina dell'imbarcazione nella
quale la luna penetrava attraverso una delle persiane aperta. Il suo abito nero,
con il drappeggio che si allargava a ventaglio, la snelliva e la faceva sembrare
più alta. Aveva il viso e gli occhi levati al cielo, e le mani giunte. Di tanto
in tanto le ombre dei salici la nascondevano per intero, poi riappariva di
colpo, come una visione sotto il chiarore della luna. Léon, seduto a terra,
vicino a lei, rinvenne con la mano un nastro di seta color rosso vivo.
Il barcaiolo lo esaminò e concluse:
«Ah! Deve averlo perduto qualcuno di una comitiva che ho portato l'altro giorno
in barca. Erano una compagnia di buontemponi, uomini e donne, con dolci,
champagne, trombe, e hanno fatto una gran sarabanda! Ce n'era uno soprattutto,
un gran bell'uomo con i baffetti, che sembrava proprio divertente! Gli dicevano:
"Suvvia, raccontaci qualcosa... Adolphe... Dodolphe..." credo si chiamasse
così».
Emma rabbrividì.
«Non ti senti bene?» le domandò Léon facendosi vicino. «Oh! Non è niente. Sarà
il freddo della notte.»
«E non gli devono mancare le avventure a quello là, no di certo» soggiunse
adagio il vecchio marinaio, convinto di dire qualcosa di spiritoso nei riguardi
del forestiero.
Poi, dopo essersi sputato sulle mani, riprese i remi.
Eppure, fu necessario separarsi! Gli addii furono tristi. Léon doveva
indirizzare le proprie lettere presso mamma Rollet, ed Emma gli fece
raccomandazioni così precise, a proposito della doppia busta, da lasciarlo molto
ammirato per la sua astuzia amorosa.
«Allora mi assicuri che tutto va bene?» gli domandò con l'ultimo bacio.
«Sì, certo.» "Ma perché poi," egli pensò, mentre se ne tornava indietro solo "ci
tiene tanto a questa procura?"
IV
Léon assunse ben presto nei confronti dei propri colleghi un'aria di
superiorità; evitò la loro compagnia e non si curò più dei suoi scartafacci.
Aspettava le lettere di Emma, le rileggeva; poi le rispondeva. L'evocava con
tutta la forza del suo desiderio e dei ricordi. Invece di diminuire con la
lontananza, questa smania di rivederla si accrebbe, tanto che, un sabato
mattina, egli lasciò all'improvviso lo studio.
Quando, dall'alto della collina, scorse nella vallata il campanile della chiesa
con la bandierina di latta verniciata che girava nel vento, provò la stessa
soddisfazione commista di trionfante vanità e di egoistico intenerimento che
devono avvertire i milionari quando tornano a visitare il proprio villaggio.
Andò a gironzolare intorno alla casa di Emma. Una luce brillava in cucina. Léon
spiò da dietro le tende per scorgere l'ombra di lei, ma non comparve nessuno.
La signora Lefrançois, non appena lo vide, lanciò alte esclamazioni, trovandolo
più alto e più magro, mentre Artémise lo trovò irrobustito e abbronzato.
Pranzò nella saletta, come sempre, ma questa volta solo, senza l'esattore,
perché Binet, stanco di dover aspettare la Rondine, aveva definitivamente
anticipato di un'ora la cena; adesso mangiava alle cinque esatte, e ancora,
spesso, si lamentava perché 'quel ferrovecchio della pendola' ritardava.
Léon, intanto, si era deciso e andò a bussare alla porta del medico. Emma era
nella sua camera, ne discese solo un quarto d'ora dopo. Bovary sembrò felice di
vederlo, ma non si mosse di casa per tutta la sera e per tutto il giorno
seguente.
Léon poté rivedere Emma da sola, soltanto la sera, molto tardi, nel vicolo -