STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA
di Francesco De Sanctis
I
I SICILIANI
Il più antico documento della nostra letteratura è comunemente creduto la
cantilena o canzone di Ciullo (diminutivo di Vincenzo) di Alcamo, e una canzone
di Folcacchiero da Siena.
Quale delle due canzoni sia anteriore, è cosa puerile disputare, essendo
esse non principio, ma parte di tutta un'epoca letteraria, cominciata assai
prima, e giunta al suo splendore sotto Federico secondo da cui prese il nome.
Federico secondo, imperatore d'Alemagna e re di Sicilia, chiamato da Dante
«cherico grande», cioè uomo dottissimo, fu, come leggesi nel novelissimo
signore, nella cui corte a Palermo venia «la gente che avea bontade, sonatori,
trovatori e belli favellatori». E perciò i rimatori di quel tempo, ancorchè
parecchi sieno d'altra parte d'Italia, furono detti siciliani.
Che cosa è la cantilena di Ciullo?
È una tenzone, o dialogo tra Amante e Madonna, Amante che chiede, e
Madonna che nega e nega, e in ultimo concede, tema frequentissimo nelle canzoni
popolari di tutt'i tempi e luoghi, e che trovo anche oggi a Firenze nella
Canzone tra il Frustino e la Crestaia.
Ciascuna domanda e risposta è in una strofa di otto versi, sei settenari,
di cui tre sdruccioli e tre rimati, chiusi da due endecasillabi rimati. La
lingua è ancor rozza e incerta nelle forme grammaticali e nelle desinenze,
mescolata di voci siciliane, napolitane provenzali, francesi, latine. Diamo ad
esempio due strofe:
AMANTE
Molte sono le femine
c'hanno dura la testa,
e l'uomo con parabole
le dimina e ammonesta:
tanto intorno percacciale
sinchè l'ha in sua podesta.
Femina d'uomo non si può tenere.
Guàrdati, bella, pur di ripentere.
MADONNA
Che eo me ne pentesse?
Davanti foss'io auccisa,
ca nulla buona femina
per me fosse riprisa.
Er sera ci passasti
correnno alla distisa.
Acquistiti riposo, canzoneri:
le tue paraole a me non piaccion gueri.
La canzone è tirata giù tutta d'un fiato, piena di naturalezza e di brio e di
movimenti drammatici, rapida, tutta cose, senza ombra di artificio e di
rettorica. Ci è una finezza e gentilezza di concetti in forma ancor greggia,
ineducata. E perciò il documento è più prezioso, perchè se l'ingegno del poeta
apparisce ne' concetti e ne' sentimenti e nell'andamento vivo e rapido del
dialogo, la forma è quasi impersonale, ritratto immediato e genuino di quel
tempo.
E studiando in quella forma, è facile indurre che c'era allora già la
nuova lingua, non ancora formata e fissata, ma tale che non solo si parlava, ma
si scriveva; e c'era pure una scuola poetica col suo repertorio di frasi e di
concetti, e con le sue forme tecniche e metriche già fissate.
Chi sa quanto tempo si richiede perchè una lingua nuova acquisti una certa
forma, che la renda atta ad essere scritta e cantata, può farsi capace che la
lingua di Ciullo, ancorachè in uno stato ancora di formazione, dovea già essere
usata da parecchi secoli indietro.
E ci volle anche almeno un secolo, perchè fosse possibile una scuola
poetica, giunta allora all'ultimo grado della sua storia, quando i concetti, i
sentimenti e le forme diventano immobili come un dizionario e sono in tutti i
medesimi.
Come e quando la lingua latina sia ita in decomposizione, quali erano i
dialetti usati dalle varie plebi, come e quando siensi formate le lingue nuove o
moderne neolatine, quando e come siesi formato il nostro volgare, si può
congetturare con più o meno di verisimiglianza, ma non si può affermare per la
insufficienza de' documenti. Oltrechè, non è questo il luogo di esaminare e
chiarire quistioni filologiche di così alto interesse, materia non ancora
esausta di sottili e appassionate discussioni.
Si possono affermare alcuni fatti.
La lingua latina fu sempre in uso presso la parte colta della nazione,
parlata e scritta da' chierici, da' dottori, da' professori e da' discepoli.
Ricordano Malespini dice che Federico secondo seppe «la lingua nostra latina e
il nostro volgare».
Ci erano dunque due lingue nostre nazionali, il latino e il volgare. E che
accanto al latino ci fosse il volgare, parlato nell'uso comune della vita, si
vede pure da' contratti e istrumenti scritti in un latino che pare una
traduzione dal volgare, e dove spesso accanto alla voce latina trovi la voce in
uso con un «vulgo dicitur», o «dicto.»
Questo volgare non era in fondo che lo stesso latino, come erasi ito
trasformando nel linguaggio comune, detto il «romano rustico». Nell'812 il
concilio di Torsi raccomanda ai preti di affaticarsi a dichiarare le omelie in
«lingua romana rustica». Questa lingua romana o romanza, dice Erasmo, presso gli
spagnuoli, gli africani, i galli e le altre romane province era così nota alla
plebe, che gli ultimi artigiani intendevano chi la parlasse, «solo che l'oratore
si fosse accostato alla guisa del volgo». Il volgo dunque parlava un dialetto
molto simile al romano, e similissimo a questo dovea essere il nostro volgare,
anzi quasi non altro che questo, uno nelle sue forme sostanziali, vario ne'
diversi dialetti, quanto alle sue parti accidentali, come desinenze, accenti,
affissi, ecc. C'era dunque un tipo unico, presente in tutte le lingue neolatine,
e più prossimo, come nota Leibnizio, alla lingua italica, che ad alcun'altra.
Con lo scemare della coltura prevalsero i dialetti. Per le chiese per le
scuole, negli atti pubblici era usato un latino barbaro, molto simile alla
lingua del volgo. Nell'uso comune il volgare non era parlato in nessuna parte,
ma era dappertutto, come il tipo unico a cui s'informavano i dialetti e che li
certificava di una sola famiglia.
Questo tipo o carattere de' nostri dialetti appare e nella somiglianza de'
vocaboli e delle forme grammaticali, e ne' mezzi musicali e analitici sostituiti
alla prosodia e alle forme sintetiche della lingua latina. Il nome generico
della nuova lingua, come segno di distinzione dal latino, era il «volgare». Così
Malespini dicea: «la nostra lingua latina e il nostro volgare», cioè la nuova
lingua parlata in tutta Italia dal volgo ne' suoi dialetti.
Con lo svegliarsi della coltura, se parecchi dialetti rimasero rozzi e
barbari, come le genti che li parlavano, altri si pulirono con tendenza visibile
a svilupparsi dagli elementi locali e plebei, e prendere un colore e una
fisonomia civile, accostandosi a quel tipo o ideale comune fra tante variazioni
municipali, che non si era perduto mai, che era come criterio a distinguere fra
loro i dialetti più o meno conformi a quello stampo, e che si diceva il
«volgare», così prossimo al romano rustico.
Proprio della coltura è suscitare nuove idee e bisogni meno materiali,
formare una classe di cittadini più educata e civile, metterla in comunicazione
con la coltura straniera, avvicinare e accomunare le lingue, sviluppando in esse
non quello che è locale, ma quello che è comune.
La coltura italiana produsse questo doppio fenomeno: la ristaurazione del
latino e la formazione del volgare. Le classi più civili da una parte si
studiarono di scrivere in un latino meno guasto e scorretto, dall'altra, ad
esprimere i sentimenti più intimi e familiari della nuova vita, lasciando alla
spregiata plebe i natii dialetti, cercarono forme di dire più gentili, un
linguaggio comune, dove appare ancora questo o quel dialetto, ma ci si sente già
uno sforzo ad allontanarsene e prendere quegli abiti e quei modi più in uso fra
la gente educata e che meglio la distinguano dalla plebe.
Questo linguaggio comune si forma più facilmente dove sia un gran centro
di coltura, che avvicini le classi colte e sia come il convegno degli uomini più
illustri. Questo fu a Palermo, nella corte di Federico secondo, dove convenivano
siciliani, pugliesi, toscani, romagnoli, o per dirla col Novellino, «dove
la gente che avea bontade venìa a lui da tutte le parti».
Il dialetto siciliano era già sopra agli altri, come confessa Dante. E in
Sicilia troviamo appunto un volgare cantato e scritto, che non è più dialetto
siciliano e non è ancora lingua italiana, ma è già, malgrado gli elementi
locali, un parlare comune a tutt'i rimatori italiani, e che tende più e più a
scostarsi dal particolare del dialetto, e divenire il linguaggio delle persone
civili.
La Sicilia avea avuto già due grandi epoche di coltura, l'araba e la
normanna. Il mondo fantastico e voluttuoso orientale vi era penetrato con gli
arabi, e il mondo cavalleresco germanico vi era penetrato co' normanni, che
ebbero parte così splendida nelle Crociate. Ivi più che in altre parti d'Italia
erano vive le impressioni, le rimembranze e i sentimenti di quella grande epoca
da Goffredo a Saladino; i canti de' trovatori, le novelle orientali, la Tavola
rotonda, un contatto immediato con popoli così diversi di vita e di coltura,
avea colpito le immaginazioni e svegliata la vita intellettuale e morale. La
Sicilia divenne il centro della coltura italiana. Fin dal 1166 nella corte del
normanno Guglielmo II convenivano i trovatori italiani. Sotto Federico secondo
l'Italia colta avea la sua capitale in Palermo. Tutti gli scrittori si
chiamavano «siciliani». Cronache, trattati scrivevano in un latino già meno
rozzo, anzi ricercato e pretensioso, come si vede nel Falcando. I sentimenti e
le idee nuove avevano la loro espressione in quel romano rustico, fondo comune
di tutt'i dialetti e divenuto il parlare della gente colta, il «volgare», di
tutt'i volgari moderni il più simile al latino.
La lingua di Ciullo non è dialetto siciliano, ma già il volgare, com'era
usato in tutt'i trovatori italiani, ancora barbaro, incerto e mescolato di
elementi locali, materia ancora greggia.
Vi si trova una forma poetica molto artificiosa e musicale, con un gioco
assai bene inteso di rime, e grande ricchezza e spontaneità di forme e di
concetti. Per giungere fin qui è stato necessario un lungo periodo di
elaborazione. Ciullo è l'eco ancora plebea di quella vita nuova svegliatasi in
Europa al tempo delle Crociate, e che avea avuta la sua espressione anche in
Italia, e massime nella normanna Sicilia. Di quella vita un'espressione ancor
semplice e immediata, ma più nobile, più diretta e meno locale, è nella romanza
attribuita al re di Gerusalemme e nel Lamento dell'amante del
crociato, di Rinaldo d'Aquino. Sentimenti gentili e affettuosi sono qui
espressi in lingua schietta e di un pretto stampo italiano, con semplicità e
verità di stile, con melodia soave. Cantato e accompagnato da istrumenti
musicali, questo «sonetto», come lo chiama l'innamorata, dovea fare la più
grande impressione. Comincia così:
Giammai non mi conforto
nè mi voglio allegrare.
Le navi sono al porto
e vogliono collare.
Vassene la più gente
in terre d'oltremare.
Ed io, oimè lassa dolente!
Come degg'io fare?
Vassene in altea contrata,
e nol mi manda a dire:
ed io rimango ingannata.
Tanti son li sospire
che mi fanno gran guerra
la notte con la dia;
nè in cielo nè in terra
non mi pare ch'io sia.
Il seguito della canzone è una tenera e naturale mescolanza di preghiere e di
lamenti, ora raccomandando a Dio l'amato, ora dolendosi con la croce:
La croce mi fa dolente,
e non mi val Deo pregare.
Oimè, croce pellegrina,
perchè m'hai così distrutta?
Oinzè lassa tapina!
ch'io ardo e incendo tutta.
Finisce così
Però ti prego, Dolcetto,
che sai la pena mia,
che me ne facci un sonetto
e mandilo in Soria:
ch'io non posso abentare
notte, nè dia:
in terra d'oltremare
ita è la vita mia.
La lezione è scorretta; pure, questa è già lingua italiana, e molto sviluppata
ne' suoi elementi musicali e ne' suoi lineamenti essenziali.
L'amante che prega e chiede amore, l'innamorata che lamenta la lontananza
dell'amato, o che teme di essere abbandonata, le punture e le gioie dell'amore,
sono i temi semplici de' canti popolari, la prima effusione del cuore messo in
agitazione dall'amore. E queste poesie, come le più semplici e spontanee, sono
anche le più affettuose e le più sincere. Sono le prime impressioni, sentimenti
giovani e nuovi, poetici per sè stessi, non ancora analizzati e raffinati.
Di tal natura è il Lamento dell'innamorato per la partenza in Storia
della sua amata, di Ruggerone da Palermo, e il canto di Odo delle Colonne,
da Messina, dove l'innamorata con dolci lamenti effonde la sua pena e la sua
gelosia. Eccone il principio:
Oi lassa innamorata,
contar vo' la mia vita,
e dire ogni fiata,
come l'amor m'invita,
ch'io son, senza peccata,
d 'assai pene guernita
per uno che amo e voglio,
e non aggio in mia baglia,
siccome avere io soglio;
però pato travaglia.
Ed or mi mena orgoglio,
lo cor mi fende e taglia.
Oi lassa tapinella,
come l'amor m'ha prisa!
Come lo cor m'infella
quello che m'ha conquisa!
La sua persona bella
tolto m'ha gioco e risa,
ed hammi messa in pene
ed in tormento forte:
mai non credo aver bene,
se non m'accorre morte,
e spero, là che vene,
traggami d'esta sorte.
Lassa che mi dicia,
quando m'avìa in celato:
- Di te, o vita mia,
mi tegno più pagato,
che s'io avessi in balìa
lo mondo a signorato.
Sono sentimenti elementari e irriflessi, che sbuccian fuori nella loro
natia integrità senza immagini e senza concetti. Non ci è poeta di quel tempo,
anche tra i meno naturali, dove non trovi qualche esempio di questa forma
primitiva, elementare, a suon di natura, come dice un poeta popolare, e com'è
una prima e subita impressione colta nella sua sincerità. Ed è allora che la
lingua esce così viva e propria e musicale che serba una immortale freschezza, e
la diresti «pur mo' nata», e fa contrasto con altre parti ispide dello stesso
canto. Rozza assai è una canzone di Enzo re; ma chi ha pazienza di leggerla, vi
trova questa gemma:
Giorno non ho di posa,
come nel mare l'onda:
core, chè non ti smembri?
Esci di pene e dal corpo ti parte:
ch'assai val meglio un'ora
morir, che ognor penare.
Rozzissima è una canzone di Folco di Calabria, poeta assai antico; ma nella fine
trovi lo stesso sentimento in una forma certo lontana da questa perfezione, pur
semplice e sincera:
Perzò meglio varria
morir in tutto in tutto,
ch'usar la vita mia
in pena ed in corrutto,
come uomo languente.
Nella canzone a stampa di Folcacchiero da Siena, fredda e stentata, è pure qua e
colà una certa grazia nella nuda ingenuità di sentimenti che vengon fuori nella
loro crudità elementare. Udite questi versi:
E par ch'eo viva in noia della gente:
ogni uono m' è selvaggio:
non paiono li fiori
per me, com' già soleano,
e gli augei per amori
dolci versi faceano - agli albori.
Questi fenomeni amorosi sono a lui cosa nuova, che lo empiono di maraviglia e lo
commuovono e lo interessano, senza ch'ei senta bisogno di svilupparli o di
abbellirli. Narra, non rappresenta, e non descrive. Non è ancora la storia, è la
cronaca del suo cuore.
Però niente è in questi che per ingenuità e spontaneità di forma e di
sentimento uguagli il canto di Rinaldo di Aquino o di Odo delle Colonne. Sono
due esempli notevoli di schietta e naturale poesia popolare.
Ma la coltura siciliana avea un peccato originale. Venuta dal di fuori,
quella vita cavalleresca, mescolata di colori e rimembranze orientali, non avea
riscontro nella vita nazionale. La gaia scienza, il codice d'amore, i romanzi
della Tavola rotonda, i Reali di Francia, le novelle arabe, Tristano, Isotta,
Carlomagno e Saladino, il soldano, tutto questo era penetrato in Italia, e se
colpiva l'immaginazione, rimaneva estraneo all'anima e alla vita reale. Nelle
corti ce ne fu l'imitazione. Avemmo anche noi i trovatori, i giullari e i
novellatori. Vennero in voga traduzioni, imitazioni, contraffazioni di poemi,
romanzi, rime cavalleresche. L'Intelligenzia, poema in nona rima
ultimamente scoperto, è una imitazione di simil genere. L'amore divenne un'arte,
col suo codice di leggi e costumi. Non ci fu più questa o quella donna, ma la
donna con forme e lineamenti fissati, così come era concepita ne' libri di
cavalleria. Tutte le donne sono simili. E così gli uomini: tutti sono il
cavaliere con sentimenti fattizii e attinti da' libri. Ma il movimento si fermò
negli strati superiori della società, e non penetrò molto addentro nel popolo, e
non durò. Forse, se la Casa sveva avesse avuto il di sopra, questa vita
cavalleresca e feudale sarebbe divenuta italiana. Ma la caduta di Casa sveva e
la vittoria de' comuni nell'Italia centrale fecero della cavalleria un mondo
fantastico, simile a quel favoleggiare di Roma, di Fiesole e di Troia.
Essendo idee, sentimenti e immagini una merce bella e fatta, non trovate e
non lavorate da noi, si trovano messe lì, come tolte di peso, con manifesto
contrasto tra la forma ancor rozza e i concetti peregrini e raffinati. Sono
concetti scompagnati dal sentimento che li produsse, e che non generano alcuna
impressione. Quando vengono sotto la penna, il cervello e il cuore sono
tranquilli. Il poeta dice che amore lo fa «trovare» lo rende un trovatore; ma è
un amore come lo trova scritto nel codice e ne' testi, nè ti è dato sentire ne'
suoi versi una tragedia sua, le sue agitazioni. Le reminiscenze, le idee in voga
gli tengono luogo d'ispirazione. Sono migliaia di poesie, tutte di un contenuto
e di un colore, così somiglianti che spesso sei impacciato a dire il tempo e
l'autore del canto, ove ne' codici sia discordanza o silenzio: ciò che non di
rado accade. La poesia non è una prepotente effusione dell'anima, ma una
distrazione, un sollazzo, un diporto, una moda, una galanteria. È un passatempo,
come erano le corti d'amore, è la gaia scienza un modo di passarsela
allegramente, e acquistarsi facile riputazione di spirito e di coltura, facendo
sfoggio della dottrina d'amore; e chi più mostrava saperne, era più ammirato.
Invano cerchi ne' canti di Federico, di Enzo, di Manfredi, di Pier delle Vigne
le preoccupazioni o le agitazioni della loro vita: vi trovi il solito codice
d'amore, con le stesse generalità. L'arte diviene un mestiere, il poeta diviene
un dilettante; tutto è convenzionale, concetti, frasi, forme, metri: un
meccanismo che dovea destare grande ammirazione nel volgo, specialmente usato
dalle donne; la Nina Siciliana e la Compiuta Donzella fiorentina dovettero
parere un miracolo.
Quello che avvenne si può indovinare. Migliori poeti son quelli che
scrivono senza guardare all'effetto e senza pretensione, a diletto e a sfogo, e
come viene. Anche nelle poesie più rozze trovi bei movimenti di affetto e
d'immaginazione, con una gentilezza e leggiadria di forma, che viene dal di
dentro. Sono più vicini al sentimento popolare e alla natura. Ma quando vai su,
quando ti accosti a quella poesia che Dante chiama aulica e cortigiana, ti trovi
già lontano dal vero e dalla natura, ed hai tutt'i difetti di una scuola
poetica, nata e formata fuori d'Italia, e già meccanizzata e raffinata. Hai
tutt'i difetti della decadenza, un seicentismo che infetta l'arte ancora in
culla. Ci è già un repertorio. Il poeta dotto non prende quei concetti, così
crudi e nudi, come fanno i rozzi nella loro semplicità, ma per fare effetto li
assottiglia e li esagera. Nei rozzi non ci è alcun lavoro: in questi un lavoro
c'è, ma freddo e meccanico. Concetti, immagini, sentimenti, frasi, metri, rime,
tutto è sforzato, tormentato, oltrepassato, sì che il lettore ammiri la
dottrina, lo spirito e le difficoltà superate. Trovi insieme rozzezza e
affettazione. La lingua ancor giovane non è raffinata, come il concetto, e
scopre l'artificio di un lavoro, a cui rimane estranea. E fosse almeno originale
questo lavoro, sì che rivelasse nei poeta una vera svegliatezza e attività dello
spirito! Ma è un seicentismo venuto anch'esso dal di fuori. Eccone un esempio:
Umile sono ed orgoglioso,
prode e vile e coraggioso,
franco e sicuro e pauroso,
e sono folle e saggio.
Facciome prode e dannaggio,
e diraggio
- Vi' como
mal e bene aggio
più che null'omo. -
Così comincia una canzone Ruggieri Pugliese, tutta su questo andare, dove la
rozzezza e la negligenza della forma esclude ogni serietà di lavoro: è una
litania di antitesi racimolate qua e là e messe insieme a casaccio.
I poeti siciliani di questo genere più ammirati a quei tempi sono Guido
delle Colonne e il notaio Iacopo da Lentino.
Guido, dottore o, come allora dicevasi, giudice, fu uomo dottissimo.
Scrisse cronache e storie in latino, e voltò di greco in latino la Storia
della caduta di Troia, di Darete, una versione che fu poi recata parecchie
volte in volgare. Un uomo par suo sdegna di scrivere nel comune volgare, e tende
ad alzarsi, ad accostarsi alla maestà e gravità del latino: sì che meritò che
Dante le sue canzoni chiamasse tragiche, cioè del genere nobile e illustre. Ma
la natura non lo avea fatto poeta, e la sua dottrina e il lungo uso di scrivere
non valse che a fargli conseguire una perfezione tecnica, della quale non era
esempio avanti. Hai un periodo ben formato, molta arte di nessi e di passaggi,
uno studio di armonia e di gravità: artificio puramente letterario e a freddo.
Manca il sentimento; supplisce l'acutezza e la dottrina, studiandosi di fare
effetto con la peregrinità d'immagini e concetti esagerati e raffinati, che
parrebbero ridicoli, se non fossero incastonati in una forma di grave e
artificiosa apparenza. Ecco un esempio:
Ancor che l'aigua per lo foco lasse
la sua grande freddura,
non cangerea natura,
se alcun vasello in mezzo non vi stasse:
anzi avverrea senza alcuna dimura
che lo foco stutasse,
o che l'aigua seccasse;
ma per lo mezzo l'uno e l'alto dura.
Così, gentil criatura,
in me ha mostrato amore
l'ardente suo valore,
che senz'amore - era aigua fredda e ghiaccia.
Ma el m'ha sì allumato
di foco, che m'abbraccia,
ch'eo fòra consumato,
se voi, donna sovrana,
non foste voi mezzana
infra l'amore e meve,
che fa lo foco nascere di neve.
E non si ferma qui, e continua con l'acqua e il foco e la neve, e poi dice che
il suo spirito è ito via, e lo «spirito ch'io aggio, credo lo vostro sia che nel
mio petto stia», e conchiude ch'ella lo tira a sè, ed ella sola può, come di
tutte le pietre la sola calamita ha balìa di trarre: paragone in cui spende
tutta la strofa, spiegando come la calamita abbia questa virtù. Questi son
concetti e freddure dissimulate nell'artificio della forma; perchè se guardi
alla condotta del periodo, all'arte de' passaggi, alla stretta concatenazione
delle idee, alla felicità dell'espressione in dir cose così sottili e difficili,
hai poco a desiderare.
In Iacopo da Lentino questa maniera è condotta sino alla stravaganza, massime
ne' sonetti. Non mancano movimenti d'immaginazione ed una certa energia
d'espressione, come:
Ben vorria che avvenisse
che lo meo core uscisse
come incarnato tutto,
e non dicesse mutto - a voi sdegnosa:
ch'Amore a tal n 'addusse,
che se vipera fusse,
naturia perderea:
ella mi vederea: - fòra pietosa.
Ma sono affogati fra paragoni, sottigliezze e freddure, che nella rozza
trascurata forma spiccano più, e sono reminiscenze, sfoggio di sapere. Non sente
amore, ma sottilizza d'amore, come:
Fino amor di fin cor vien di valenza,
e scende in alto core somigliante,
e fa di due voleri una voglienza,
la qual è forte più che lo diamante,
legandoli con amorosa lenza,
che non si rompe, nè scioglie l'amante.
Su questa via giunge sino alla più goffa espressione di una maniera falsa e
affettata, come è un sonetto, che comincia:
Lo viso, e son diviso dallo viso,
e per avviso credo ben visare,
però diviso viso dallo viso,
ch'altro è lo viso che lo divisare, ecc.
Nondimeno questi passatempi poetici, se rimasero estranei alla serietà e
intimità della vita, ebbero non piccola influenza nella formazione del volgare,
sviluppando le forme grammaticali e la sintassi e il periodo e gli elementi
musicali: come si vede principalmente in Guido delle Colonne. Ne' più rozzi
trovi de' brani di un colore e di una melodia che ti fa presentire il Petrarca.
Valgano a prova alcuni versi nella canzone attribuita a re Manfredi:
E vero certamente credo dire,
che fra le donne voi siete sovrana,
e d'ogni grazia e di virtù compita,
per cui morir d'amor mi saria vita.
L'Intelligenzia, poema allegorico, pieno d'imitazioni e di
contraffazioni, ha una perfezione di lingua e di stile, che mostra nell'ignoto
autore un'anima delicata, innamorata, aperta alle bellezze della natura, e fa
presumere a quale eccellenza di forma era giunto il volgare. C'è una descrizione
della primavera, non nuova di concetti, ma piena di espressione e di soavità,
come di chi ne ha il sentimento. E continua così:
Ed io stando presso a una fiumana
in un verziere all'ombra di un bel pino,
d'acqua viva aveavi una fontana
intorneata di fior gelsomino.
Sentìa l'àire soave a tramontana:
udìa cantar gli augei in lor latino;
allor sentìo venir dal fino amore
un raggio che passò dentro dal core,
come la luce che appare al mattino.
E descrive così la sua donna:
Guardai le sue fattezze dilicate,
che nella fronte par la stella Diana,
tant' è d'oltremirabile biltate,
e nell'aspetto sì dolce ed umana!
Bianca e vermiglia di maggior clartate
che color di cristallo o fior di grana:
la bocca picciolella ed aulorosa,
la gola fresca e bianca più che rosa,
la parlatura sua soave e piana.
Le bionde trecce e i begli occhi amorosi,
che stanno in sì salutevole loco,
quando li volge, son sì dilettosi,
che il cor mi strugge come cera foco.
Quando spande li sguardi gaudiosi
par che 'l mondo si allegri e faccia gioco.
Qui ci è un vero entusiasmo lirico, il sentimento della natura e della bellezza:
ond'è nata una mollezza e dolcezza di forma, che con poche correzioni potresti
dir di oggi; così è giovine e fresca.
E se il sonetto dello «sparviere» è della Nina, se è lavoro di quel tempo,
come non pare inverisimile, è un altro esempio della eccellenza a cui era venuto
il volgare, maneggiato da un'anima piena di tenerezza e d'immaginazione:
Tapina me che amava uno sparviero,
amaval tanto ch'io me ne moria;
a lo richiamo ben m'era maniero,
ed unque troppo pascer nol dovia.
Or è montato e salito sì altero,
assai più altero che far non solia;
ed è assiso dentro a un verziero,
e un'altra donna l'averà in balìa.
Isparvier mio, ch'io t'avea nodrito;
sonaglio d'oro ti facea portare,
perchè nell'uccellar fossi più ardito.
Or sei salito siccome lo mare,
ed hai rotto li geti e sei fuggito,
quando eri fermo nel tuo uccellare.
Con la caduta degli Svevi questa vivace e fiorita coltura siciliana stagnò,
prima che acquistasse una coscienza più chiara di sè e venisse a maturità. La
rovina fu tale, che quasi ogni memoria se ne spense, ed anche oggi, dopo tante
ricerche, non hai che congetture, oscurate da grandi lacune.
Nata feudale e cortigiana, questa coltura diffondevasi già nelle classi
inferiori, ed acquistava una impronta tutta meridionale. Il suo carattere non è
la forza, nè l'elevatezza, ma una tenerezza raddolcita dall'immaginazione e non
so che molle e voluttuoso fra tanto riso di natura. Anche nella lingua penetra
questa mollezza, e le dà una fisonomia abbandonata e musicale, come d'uomo che
canti e non parli, in uno stato di dolce riposo: qualità spiccata de' dialetti
meridionali.
La parte ghibellina, sconfitta a Benevento, non si rilevò più. Lo nobile
signore Federico e il bennato re Manfredi dieron luogo ai papi e agli Angioini,
loro fidi. La parte popolana ebbe il disopra in Toscana, e la libertà de' comuni
fu assicurata. La vita italiana, mancata nell'Italia meridionale in quella sua
forma cavalleresca e feudale, si concentrò in Toscana. E la lingua fu detta
toscana, e toscani furon detti i poeti italiani. De' siciliani non rimase che
questa epigrafe:
Che fur già primi: e quivi eran da sezzo.
II
I TOSCANI
Mentre la coltura siciliana si spiegava con tanto splendore e lusso
d'immaginazione, e attirava a sè i più chiari ingegni d'Italia, ne' comuni
dell'Italia centrale oscuramente, ma con assiduo lavoro, si formava e puliva il
volgare. Centri principali erano Bologna e Firenze, intorno a' quali trovi
Lucca, Pistoia, Pisa, Arezzo, Siena, Faenza, Ravenna, Todi, Sarzana, Pavia,
Reggio.
Gittando uno sguardo su quelle antichissime rime, non vi trovi la vivacità
e la tenerezza meridionale; ma uno stile sano e semplice, lontano da ogni
gonfiezza e pretensione, e un volgare già assai più fino, per la proprietà de'
vocaboli ed una grazia non scevra di eleganza.
Trovo una tenzone di Ciacco dall'Anguillara, fiorentino, sullo stesso tema
trattato da Ciullo. Nella cantilena di costui hai più varietà e più impeto, e
concetti ingegnosi in forma rozza. Nella tenzone di Ciacco tutto è su uno
stampo, in andamento piano, uguale e tranquillo, e in una lingua così propria e
sicura, che non ne hai esempio ne' più tersi e puliti siciliani. Comincia così:
AMANTE
O gemma leziosa,
adorna villanella,
che sei più virtudiosa
che non se ne favella;
per la virtude ch'hai,
per grazia del Signore,
aiutami, chè sai,
ch'io son tuo servo, Amore.
DONNA
Assai son gemme in terra
ed in fiume ed in mare,
ch'anno virtude in guerra,
e fanno altrui allegrare:
amico, io non son dessa
di quelle tre nessuna:
altrove va per essa,
e cerca altra persona.
Con questa precisione e sicurezza di vocabolo e di frase, che ti annunzia un
volgare già formato e parlato, si accompagna una misura e una grazia ignota alla
nudità molle e voluttuosa della vita meridionale. E vaglia per prova la fine di
questa tenzone, di una decenza amabile, così lontana dal plebeo «allo letto ne
gimo» di Ciullo:
DONNA
Tanto m'hai predicata,
e sì saputo dire,
ch'io mi sono accordata:
dimmi: che t' è in piacere?
AMANTE
Madonna, a me non piace
castella, nè monete:
fatemi far la pace
con l'amor che sapete.
Questo addimando a vui,
e facciovi finita.
Donna, siete di lui,
ed egli è la mia vita.
Questi dialoghi sono una pretta imitazione della lingua parlata, e sono i più
acconci a mostrare a qual grado di finezza e di grazia era giunto il volgare in
Toscana, massime in Firenze. Ecco alcuni brani di un altro dialogo di Ciacco:
Mentr'io mi cavalcava,
audivi una donzella;
forte si lamentava,
e diceva: - Oi madre bella,
lungo tempo è passato
che deggio aver marito,
e tu non lo m'hai dato.
La vita d'esto mondo nulla cosa mi pare...
- Figlia mia benedetta,
se l'amor ti confonde
de la dolce saetta,
ben te ne puoi sofferere...
- Per parole mi teni,
tuttor così dicendo;
questo patto non fina,
ed io tutta ardo e incendo;.
La voglia mi domanda
cosa che non suole,
una luce più chiara che il sole;
per ella vo languendo.
In queste rappresentazioni schiette dell'animo, e non astratte e pensate, ma in
casi ben determinati e circoscritti il poeta è sincero, vede con chiarezza
istintiva quello s'ha a fare e dire, come fa il popolo, e non esprime i suoi
sentimenti, perchè non ne ha coscienza, tutto dietro alle cose che gli si
presentano, dette però in modo che ti suscitano anche le impressioni provate dal
poeta. A lui basta dire il fatto e la sua immediata impressione, senza dimorarvi
sopra, parendogli che la cosa in se stessa dica tutto: semplicità rara ne'
meridionali, dov'è maggiore espansione, ma che è qualità principale del parlare
fiorentino. Uno stupendo esempio trovi in questo sonetto della Compiuta Donzella
fiorentina, la divina Sibilla, come la chiama maestro Torrigiano:
Alla stagion che il mondo foglia e fiora,
accresce gioia a tutt'i fini amanti:
vanno insieme alli giardini allora
che gli augelletti fanno nuovi canti.
La franca gente tutta s'innamora
ed in servir ciascun traggesi innanti,
ed ogni damigella in gioi' dimora,
e a me ne abbondan smarrimenti e pianti.
Chè lo mio padre m'ha messa in errore,
e tienemi sovente in forte doglia:
donar mi vuole a mia forza signore.
Ed io di ciò non ho disio, nè voglia,
e in gran tormento vivo a tutte l'ore:
però non mi rallegra fior, nè foglia.
Un sonetto di Bondie Dietaiuti è similissimo a questo di concetto e di condotta,
con minor movimento e grazia e freschezza, ma superiore d'assai per arte e
perfezione di forma:
Quando l'aria rischiara e rinserena,
il mondo torna in grande dilettanza,
e l'acqua surge chiara dalla vena,
e l'erba vien fiorita per sembianza,
e gli augelletti riprendon lor lena,
e fanno dolci versi in loro usanza,
ciascun amante gran gioi' ne mena
per lo soave tempo che s'avanza.
Ed io languisco ed ho vita dogliosa:
come altro amante non posso gioire,
chè la mia donna m' è tanto orgogliosa.
E non mi vale amar, nè ben servire:
però l'altrui allegrezza m'è noiosa,
e dogliomi ch'io veggio rinverdire.
In questi due sonetti è grande semplicità di pensiero e di andamento, e una
perfetta misura. Si ha aria di narrare quello si vede o si sente, senza
riflessioni ed emozioni, ma con una vivacità ed un colorito, che suscita le più
vive impressioni. Il secondo sonetto è cosa perfetta, se guardi alla parte
tecnica, ed accenna a maggior coltura; non solo la nuova lingua è pienamente
formata, ma è già elegante, già la frase surroga i vocaboli propri: a me piace
più la perfetta semplicità del sonetto femminile, con movenza più vivace, più
immediata e più naturale.
La proprietà, la grazia e la semplicità sono le tre veneri che si mostrano
nel volgare, come si era ito formando in Toscana; qualità che trovi ancora dove
è più difficile a serbarle, quando per una impazienza interna si rompe il freno
e si dicono i secreti più delicati dell'animo, con tanta più audacia, quanto
maggiore è stata la compressione, e con la sicurezza di chi sente che non ha
torto, ma ragione: è una violenza raddolcita da una grazia ineffabile, e che per
una naturale misura rimane ipotetica nel seguente madrigale di Alesso di Guido
Donati:
In pena vivo qui sola soletta
giovin rinchiusa dalla madre mia,
la qual mi guarda con gran gelosia.
Ma io le giuro, alla croce di Dio,
s'ella mi terrà più sola serrata,
ch'i' dirò: - Fa' con Dio, vecchia arrabbiata. -
E gitterò la rocca, il fuso e l'ago,
amor, fuggendo a te, di cui m'appago.
Questa bella forma, in tanto spirito e vivacità così castigata, propria e
semplice e piena di grazia, si andò sviluppando non perchè il suo contenuto
voleva così, ma in opposizione ad esso contenuto, vuoto ed astratto. Anzi che
qualità del contenuto, o di questo e quel poeta, sembra il progresso naturale
dello spirito toscano, dotato di un certo senso artistico, che lo tirava alla
forma, nella piena indifferenza del contenuto. Perciò queste qualità spiccano
più, dove il poeta non è impedito da un contenuto convenzionale, ma si abbandona
a rappresentare i fatti e i moti dell'animo, come gli si affacciano in
situazioni ben determinate, e come sono nella realtà della vita. Allora
contenuto e forma sono una cosa stessa, ed hai ciò che di più perfetto ha
prodotto a quel tempo lo spirito toscano: come è in parecchie poesie già citate.
Potremmo desiderare che la lingua e la poesia italiana si fosse ita formando per
un movimento ingenito, naturale e popolare, com'è stato presso altri popoli. Ma
sono desidèri sterili. Il fatto è che mentre la lingua si formava, il contenuto
era già formato e meccanizzato e convenzionale: la lingua si moveva, il
contenuto rimaneva stazionario, lo stesso ne' più puliti scrittori, tutti del
pari dimenticati, perchè quello solo sopravvive, che ha una forma prodotta da un
contenuto attivo e reale, vivente della vita comune.
Tale non è il contenuto in tanta moltitudine di rimatori a quei tempi. In
Toscana, come in Sicilia, ci era già tutto un mondo poetico, non formato a poco
a poco insieme col volgare, ma già fissato con lineamenti precisi e costanti.
C'era già una poetica, e c'era anche un vocabolario comune. Concetti e parole
sono in tutt'i trovatori gli stessi. Come più tardi avemmo le maschere, cioè
caratteri comici con lineamenti tradizionali, che nessuno si attentava di
alterare, così ci era allora Madonna e Messere.
Madonna, l'«amanza» o la cosa amata, era un ideale di tutta perfezione,
non la tale e tale donna, ma la donna in genere, amata con un sentimento che
teneva di adorazione e di culto. Messere era l'amante, il «meo sere», che avea
qualche valore solo amando. Uomo senz'amore è uomo senza valore. Amare è indizio
di cor gentile. Chi ama è cavaliere, ubbidiente alle leggi dell'onore, difensore
della giustizia, protettore de' deboli, umile servo o servente d'amore, e soffre
volentieri ove a sua Madonna piaccia, e amato sta allegro, ma «senza vanitate»,
senza menar vanto, e spregia le ricchezze, perchè chi è amato è ricco. Amore è
«di due voleri una voglienza», ed è senza «fallimento» o «villania», senza
peccato, e sta contento al solo sguardo; nello stesso paradiso la gioia
dell'amante è contemplare Madonna, e senza Madonna «non vi vorria gire». Il
codice d'amore descrive i concetti e i sentimenti degli amanti «fini» e
«cortesi». Il codice della cavalleria descrive le leggi dell'onore, i doveri di
cavaliere «leale» e «franco». Come si vede, amore era tutta la vita ne' suoi
vari aspetti, era Dio, patria e legge; la donna era la divinità di quei rozzi
petti. Chi cerca nelle memorie della prima età, troverà questo ideale della
donna nella sua purezza e nella sua onnipotenza: l'universo è la Donna. E tale
fu negl'inizi della società moderna in Germania, in Francia, in Provenza, in
Spagna, in Italia. La storia fu fatta a quella immagine. Troiani e romani erano
concepiti come cavalieri erranti, e così arabi, saraceni, turchi, lo soldano e
Saladino. Paris e Elena, Piramo e Tisbe sono eroi da romanzo, come Lancillotto e
Ginevra, Tristano e Isaotta la bionda. In questa fraternità universale si
trovano gli angioli, i santi, i miracoli, il paradiso in istrana mescolanza col
fantastico e il voluttuoso del mondo orientale, tutto battezzato sotto nome di
cavalleria. Le idee generali non sono ancora potenti di uscire nella loro forma,
e sono ancora allegorie. Le idee morali sono motti e proverbi. La letteratura di
questa età infantile sono romanzi e novelle e favole e motti, poemi allegorici e
sonetti nel loro primo significato, cioè rime con suoni, canti e balli, onde la
canzone e la ballata.
La cavalleria poco attecchì in Italia. Castella e castellane col loro
corteggio di giullari, trovatori, novellatori e bei favellatori doveano aver
poco prestigio presso un popolo che avea disfatte le castella, e s'era ordinato
a comune. Vinto Federico Barbarossa, e abbattuta poi Casa sveva, quella vita di
popolo fu assicurata, e le tradizioni feudali e monarchiche perdettero ogni
efficacia nella realtà. Rimasero nella memoria, non come regola della vita, ma
come un puro gioco d'immaginazione. Nessuno credeva a quel mondo cavalleresco,
nessuno gli dava serietà e valore pratico: era un passatempo dello spirito, non
tutta la vita, ma un incidente, una distrazione. Ora quando un contenuto non
penetra nelle intime latebre della società e rimane nel campo
dell'immaginazione, diviene subito frivolo e convenzionale, come la moda, e
perde ogni sincerità e ogni serietà. Ma la stessa immaginazione era inaridita
innanzi a un contenuto dato e fissato, come si trovava in una letteratura non
nata e formata con la vita nazionale, ma venuta dal di fuori per via di
traduzioni. Perciò niente di nazionale e di originale, nessun moto di fantasia o
di sentimento; nessuna varietà di contenuto; una così noiosa uniformità, che mal
sai distinguere un poeta dall'altro.
Questo contenuto non può aver vita, se non si move, trasformato e lavorato
dal genio nazionale. Quello stesso senso artistico, che avea condotta già a
tanta perfezione la lingua, dovea altresì risuscitare quel contenuto e dargli
moto e spirito.
L'Italia avea già una coltura propria e nazionale molto progredita:
l'Europa andava già ad imparare nella dotta Bologna. Teologia, filosofia,
giurisprudenza, scienze naturali, studi classici aveano già con vario indirizzo
dato un vivo impulso allo spirito nazionale. Quel contenuto cavalleresco dovea
parer frivolo e superficiale ad uomini educati con Virgilio ed Ovidio, che
leggevan san Tommaso e Aristotile, nutriti di Pandette e di dritto
canonico, ed aperti a tutte le maraviglie dell'astronomia e delle scienze
naturali. Le tenzoni d'amore doveano parer cosa puerile a quegli atleti delle
scuole, così pronti e così sottili nelle lotte universitarie. Quella forma di
poetare dovea parer troppo rozza e povera a gente già iniziata in tutti gli
artifici della rettorica. Nacque l'entusiasmo della scienza, una specie di nuova
cavalleria che detronizzava l'antica. Lo stesso impeto che portava l'Europa a
Gerusalemme, la portava ora a Bologna. Gli storici descrivono co' più
vivi colori questo grande movimento di curiosità scientifica, il cui principal
centro era in Italia.
E la scienza fu madre della poesia italiana, e la prima ispirazione venne
dalla scuola. Il primo poeta è chiamato il Saggio, e fu il padre della nostra
letteratura, fu il bolognese Guido Guinicelli, il nobile, il massimo, dice
Dante, il padre
mio e degli altri miei miglior, che mai
rime d'amor usàr dolci e leggiadre.
Guido nel 1270 insegnava lettere nell'università di Bologna. Il volgare era già
formato, e si chiamava «lingua materna»: l'uso moderno, in opposizione al
latino. Egli vi gittò dentro tutto l'entusiasmo di una mente educata dalla
filosofia alle più alte speculazioni, e commossa da' miracoli dell'astronomia e
dalle scienze naturali. È il mondo nuovo della scienza, che si rivela con le sue
fresche impressioni nella sua canzone sulla natura dell'amore. In generale, le
poesie de' trovatori sono una filza di concetti addossati gli uni agli altri,
senza sviluppo. Qui non ci è che un solo concetto, ed è il luogo comune de'
trovatori, espresso nel celebre verso:
Amore e cor gentil sono una cosa.
Ma questo concetto diviene tutto un mondo innanzi a Guido, e si mostra ne' più
nuovi aspetti. Risorge l'immaginazione, e attinge le sue immagini non da'
romanzi di cavalleria, ma dalla fisica, dall'astronomia, da' più bei fenomeni
della natura, con la compiacenza, con la voluttà e l'abbondanza di chi addita e
spiega le sue scoperte. I paragoni si accavallano, s'incalzano, ti par di essere
in un mondo incantato, e passi di maraviglia in maraviglia. Citerò alcuni brani:
Al cor gentil ripara sempre amore,
siccome augello in selva alla verdura;
nè fe, amore anti che gentil core
nè gentil core anti che amor, Natura.
Che adesso com' fu il Sole
sì tosto fue lo splendor lucente
nè fu davanti al Sole.
E prende Amore in gentilezza loco
così propiamente,
come il calore in chiarità di foco.
Foco d'Amore in gentil cor s'apprende
come virtute in pietra preziosa;
chè dalla stella valor non discende,
anzi che il Sol la faccia gentil cosa...
Amor per tal ragion sta in cor gentile,
per qual lo foco in cima del doppiero...
Amore in gentil cor prende rivera
com' diamante dal ferro in la miniera.
èere lo Sol lo fango tutto il giorno:
vile riman: nè il Sol perde calore.
Dice uom altier: - Gentil per schiatta torno: -
lui sembra il fango; e il Sol gentil valore.
Chè non dee dare uom fè
che gentilezza sia fuor di coraggio
in dignità di re,
se da virtute non ha gentil core:
com'acqua ei porta raggio
e il ciel ritien la stella e lo splendore.
C'è qui una certa oscurità alcuna volta e un certo stento, come di un pensiero
in travaglio, e n'escono vivi guizzi di luce che rivelano le profondità di una
mente sdegnosa di luoghi comuni e per lungo uso speculatrice. Il contenuto non è
ancora trasformato internamente, non è ancora poesia, cioè vita e realtà; ma è
già un fatto scientifico, scrutato, analizzato da una mente avida di sapere, con
la serietà e la profondità di chi si addentra ne' problemi della scienza, e
illuminato da una immaginazione, eccitata non dall'ardore del sentimento, ma
dalla stessa profondità del pensiero. Guido non sente amore, non riceve e non
esprime impressioni amorose, ma contempla l'amore e la bellezza con uno sguardo
filosofico; quello che gli si affaccia non è persona idealizzata, ma è pura
idea, della quale è innamorato con quello stesso amore che il filosofo porta
alla verità intuita e contemplata dalla sua mente, quasi fosse persona viva.
Così Platone amava le sue idee; l'amore platonico non era altro che amore
d'intuizione e di contemplazione, una specie di parentela tra il contemplante e
il contemplato: io ti contemplo e ti fo mia. Guido ama la creatura della sua
meditazione, e l'amore gli move l'immaginazione e gli fa trovare i più ricchi
colori, sì ch'ella par fuori pomposamente abbigliata. L'artista è un filosofo,
non è ancora un poeta. A quel contenuto cavalleresco, frivolo e convenzionale,
così fecondo presso i popoli dove nacque, così sterile presso noi dove fu
importato, succede Platone, la contemplazione filosofica. Non ci è ancora il
poeta, ma ci è l'artista. Il pensiero si move, l'immaginazione lavora. La
scienza genera l'arte.
La coltura cavalleresca, se giovò a formare il volgare, impedì la libertà
e spontaneità del sentimento popolare, e creò un mondo artificiale e
superficiale, fuori della vita, che rese insipidi gl'inizi della nostra
letteratura, così interessanti presso altri popoli. Quel contenuto stazionario
comincia a moversi presso Guido, di un moto impresso non da sentimento di amore,
ma da contemplazione scientifica dell'amore e della bellezza, che se non
riscalda il core, sveglia l'immaginazione. Questo dunque si ricordi bene, che la
nostra letteratura fu prima inaridita nel suo germe da un mondo poetico
cavalleresco, non potuto penetrare nella vita nazionale, e rimaso frivolo e
insignificante; e fu poi sviata dalla scienza, che l'allontanò sempre più dalla
freschezza e ingenuità del sentimento popolare, e creò una nuova poetica, che
non fu senza grande influenza sul suo avvenire. L'arte italiana nasceva non in
mezzo al popolo, ma nelle scuole, fra san Tommaso e Aristotele, tra san
Bonaventura e Platone.
La poesia di Guido ha il difetto della sua qualità: la profondità diviene
sottigliezza, e l'immaginazione diviene rettorica, quando vuole esprimere
sentimenti che non prova. Vuol esprimere il suo stato quando fu colpito dal
dardo di amore, e dice che quel dardo
per gli occhi passa, come fa lo trono,
che fèr per la finestra della torre
e ciò che dentro trova, spezza e fende.
Rimagno come statua d'ottono,
ove spirto, nè vita non ricorre,
se non che la figura d 'uomo rende.
Queste non sono certo le insipide sottigliezze di Iacopo da Lentino. Ci si vede
l'uomo d'ingegno e la mente che pensa. Ma non è linguaggio d'innamorato questo
sottilizzare e fantasticare sul suo amore e sul suo stato.
Immensa fu l'impressione che produsse questa poesia di Guido se vogliamo
giudicarla da quella che n'ebbe Dante, che lo imitò tante volte, che lo chiamò
padre suo, che la magnifica terza strofa scelse a materia della sua canzone
sulla nobiltà, che ebbe la stessa scuola poetica, che nota la celebrità a cui
venne l'uno e l'altro Guido e aggiunge:
e forse è nato
chi l'uno e l'altro caccerà di nido.
Guido oscurò tutt'i trovatori e salì a gran fama presso un pubblico avido di
scienza e pieno d'immaginazione, di cui Guido era il ritratto; un pubblico
uscito dalle scuole, per il quale poesia era sapienza e filosofia, verità
adorna, e che non pregiava i versi, se non come velame della dottrina:
Mirate la dottrina che s'asconde
sotto il velame de li versi strani.
Tal poeta, tal pubblico. E si andò così formando una scuola poetica, il cui
codice è il Convito di Dante.
Se Bologna si gloriava del suo Guido, Arezzo avea il suo Guittone, Todi il
suo Iacopone e Firenze il suo Brunetto Latini.
Dante mette Guittone tra quelli che «sogliono sempre ne' vocaboli e nelle
locuzioni somigliare la plebe». Alla qual sentenza contraddicono alcuni sonetti
attribuiti a lui, e che per l'andamento e la maniera sembrano di fattura molto
posteriore. Se guardiamo alle sue canzoni e alle sue prose, non sarà alcuno che
non stimerà giusta la sentenza di Dante. In Guittone è notabile questo, che nel
poeta senti l'uomo: quella forma aspra e rozza ha pure una fisonomia originale e
caratteristica, una elevatezza morale, una certa energia d'espressione. L'uomo
ci è, non l'innamorato, ma l'uomo morale e credente, e dalla sincerità della
coscienza gli viene quella forza. E c'è anche l'uomo colto, una mente esercitata
alla meditazione e al ragionamento. I suoi versi sono non rappresentazione
immediata della vita, ma sottili e ingegnosi discorsi, che doveano parer
maraviglia a quel pubblico scolastico. Venne perciò a tale celebrità che fu
tenuto per qualche tempo il primo de' poeti; ma nella sua vecchia età si vide
oscurato da' nuovi astri, onde dice il Petrarca:
Guitton d'Arezzo,
che di non esser primo par ch'ira aggia.
Nondimeno gli rimasero ammiratori e seguaci, con grande ira di Dante, che
esclama: «Cessino i seguaci dell'ignoranza, che estollono Guittone d'Arezzo».
Guittone non è poeta, ma un sottile ragionatore in versi, senza quelle
grazie e leggiadrie che con sì ricca vena d'immaginazione ornano i ragionamenti
di Guinicelli. Non è poeta, e non è neppure artista: gli manca quella interna
misura e melodia, che condusse poeti inferiori a lui di coltura e d'ingegno a
polire il volgare. È privo di gusto e di grazia.
Degne di maggiore attenzione sono le poesie di Iacopone, come quelle che
segnano un nuovo indirizzo nella nostra letteratura. Sono le poesie di un santo,
animato dal divino amore. Non sa di provenzali, o di trovatori, o di codici
d'amore: questo mondo gli è ignoto. E non cura arte, e non cerca pregio di
lingua e di stile, anzi affetta parlare di plebe con quello stesso piacere con
che i santi vestivano vesti di povero. Una cosa vuole, dare sfogo ad un'anima
traboccante di affetto, esaltata dal sentimento religioso. Ignora anche teologia
e filosofia, e non ha niente di scolastico. Si capisce che un poeta così fuori
di moda dovea in breve esser dimenticato dal colto pubblico, sì che le sue
poesie ci furono conservate come un libro di divozione, anzi che come lavoro
letterario. E nondimeno c'è in Iacopone una vena di schietta e popolare e
spontanea ispirazione, che non trovi ne' poeti colti finora discorsi. Se i mille
trovatori italiani avessero sentito amore con la caldezza e l'efficacia, che
desta tanto incendio nell'anima religiosa di Iacopone, avremmo avuta una poesia
meno dotta e meno artistica, ma più popolare e sincera.
Iacopone riflette la vita italiana sotto uno de' suoi aspetti con assai
più di sincerità e di verità che non trovi in nessun trovatore. È il sentimento
religioso nella sua prima e natia espressione, come si rivela nelle classi
inculte, senza nube di teologia e di scolasticismo, e portato sino al misticismo
ed all'estasi. In comunione di spirito con Dio, la Vergine, i santi e gli
angeli, parla loro con tutta dimestichezza, e li dipinge con perfetta libertà
d'immaginazione, co' particolari più pietosi e più affettuosi che sa trovare una
fantasia commossa dall'amore. Maria è soprattutto il suo idolo, e le parla con
la familiarità e l'insistenza di chi è sicuro della sua fede e sa di amarla:
Di', Maria dolce, con quanto disio
miravi 'l tuo figliuol Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena,
la prima cosa, credo, che facesti,
sì l'adorasti, o di grazia piena,
poi sopra il fien nel presepio il ponesti;
con pochi e pover' panni l'involgesti,
maravigliando e godendo, cred'io.
O quanto gaudio avevi e quanto bene,
quando tu lo tenevi fra le braccia!
Dillo, Maria, chè forse si conviene
che un poco per pietà mi satisfaccia.
Baciavi tu allora nella faccia,
se ben credo, e dicevi: - O figliuol mio! -
Quando «figliuol», quando «padre» e «signore»,
quando «Dio», e quando «Gesù» lo chiamavi;
o quanto dolce amor sentivi al core,
quando in grembo il tenevi ed allattavi!
Quanti dolci atti e d'amore soavi
vedevi, essendo col tuo figliuol pio!
Quando un poco talora il dì dormiva,
e tu destar volendo il paradiso,
pian piano andavi che non ti sentiva,
e la tua bocca ponevi al suo viso,
e poi dicevi con materno riso:
- Non dormir più che ti sarebbe rio. -
Sotto l'impressione del sentimento religioso Iacopone indovina tutte le gioie e
le dolcezze dell'amor materno. Iacopone non concepisce il divino nella sua
purezza, come un teologo o un filosofo, ma vestito di tutte le apparenze e gli
affetti umani. Questa è una scena di famiglia, colta dal vero, con una
franchezza di colorito e con una grazia di movenze, tutta intuitiva. Preghiere,
sdegni, follie d'amore, fantasie, estasi, visioni, tutto trovi in Iacopone al
naturale e come gli viene di dentro; ciò che ci è più semplice e commovente, e
ciò che ci è più strano e volgare. La forma è il sentimento esso medesimo; ed
ora è soave, efficace, quasi elegante, ora stravagante e plebea. Ha una facilità
che gli nuoce, ed un impeto di espressione che non dà luogo alla lima. Ma ne'
suoi impeti gli escono forme di dire così fresche e felici, che non disdegnarono
d'imitarle Dante e il Tasso. Nè è meno terribile che soave; e vagliano a prova
alcuni tratti:
Andiam tutti a vedere
Iesù quando dormia.
La terra, l'aria e il cielo
fiorir, rider facia:
tanta dolcezza e grazia
dalla sua faccia uscia.
La faccia di Gesù bambino, il Natale, la Vergine, il volo dell'anima al
paradiso, gli angioli sono visioni piene di grazia e di efficacia. Nascendo
Gesù:
le gerarchie superne
eran dal ciel discese:
lucean come lucerne
d'ardente foco accese
le loro ale distese.
Gesù ha un corteggio di donne, che gli danzano intorno, Verginità, Umiltà,
Carità, Speranza, Povertà, Astinenza: è qualche cosa di simile alle tre sorelle
di Dante nella sua celebre canzone. Ecco in che modo Iacopone descrive l'Umiltà:
E questa era gioconda
onesta e mansueta,
e con la treccia bionda
e a cantar la più lieta;
d'ogni virtù repleta,
a me il capo chinava:
tanto m'assecurava
ch'io presi a favellare.
Quella stessa immaginazione, che dipinge con tanta grazia, rappresenta con
evidenza terribile i terrori dell'anima peccatrice nel giudizio universale:
Chi è questo gran Sire,
rege di grande altura?
Sotterra i' vorrei gire,
tal mi mette paura.
Ove potria fuggire
dalla sua faccia dura?
Terra, fa' copritura,
ch'io nol veggia adirato.
... ... ... .
Non trovo loco dove mi nasconda,
monte, nè piano, nè grotta o foresta:
chè la veduta di Dio mi circonda,
e in ogni loco paura mi desta...
Tutti li monti saranno abbassati,
e l'aire stretto e i venti conturbati,
e il mare muggirà da tutt'i lati.
Con l'acque lor stara fermi adunati
i fiumi ad aspettare.
Allor udrai dal ciel tromba sonare,
e tutti i morti vedrai suscitare,
avanti al tribunal di Cristo andare,
e il foco ardente per l'aria volare
con gran velocitate.
Iacopone non è un'apparizione isolata; ma si collega a tutta una letteratura
latina popolare, animata dal sentimento religioso. Là trovi il Salve
regina, e l'Ave maria stella, e il Dies irae, e drammi e vite
di santi scritte da uomini eloquenti e appassionati. Anche in volgare
comparivano già cantici e laudi: di Bonifazio papa c'è rimasto un breve e rozzo
cantico alla Vergine. I fatti della Bibbia, la passione e morte di Cristo, le
visioni e i miracoli de' santi, i lamenti e le preghiere delle anime purganti,
le mistiche gioie del paradiso, i terrori dell'inferno, erano il tema comune de'
predicatori e rappresentazioni nelle chiese e su per le piazze, sotto il nome di
«misteri», «feste», «moralità». È rimasta memoria di una visione dell'inferno,
con la quale Gregorio settimo quando era predicatore atterriva l'immaginazione
de' suoi uditori: ed è visione di un fantastico e di una crudezza di colori che
mette il brivido. In Morra, mio paese nativo, ricordo che nella festa della
Madonna, quando la processione è giunta sulla piazza, comparisce l'angiolo, che
fa l'annunzio. Ed è ancora la vecchia tradizione dell'angiolo, che allora apriva
la rappresentazione, annunziando l'argomento. È nota la grande rappresentazione
dell'altro mondo in Firenze, che, rottosi il ponte di legno sull'Arno, costò la
vita a molte persone.
Questa materia religiosa, che ispirò tanti capilavori di pittura e di
scultura e di architettura, era efficacissima fonte di poesia, congiungendo in
sè il fantastico e l'affetto, il divino e l'umano, e nelle sue gradazioni
dall'inferno al paradiso facendo vibrar tutte le corde dello spirito. La sua
tendenza troppo ascetica e spirituale era vinta dal grosso senso popolare, che
paganizzava e umanizzava tutto. In questa storia religiosa, il cui proprio
teatro è l'altra vita, a cui questa è preparazione, l'uomo mescolava le sue
passioni terrene, le sue vendette, i suoi odii, le sue opinioni, i suoi amori.
Maria era l'anello che giungeva la terra al cielo, e il devoto le parla con
tutta familiarità, e le ricorda che la è stata pur donna. Iacopone dice:
Ricevi, donna, nel tuo grembo bello
le mie lacrime amare.
Tu sai che ti son prossimo e fratello,
e tu nol puoi negare.
Lei implora il trovatore nel suo colpevole amore, a lei si raccomanda anche oggi
il brigante nelle sue scellerate spedizioni. Maria, Gesù, i santi, gli angioli,
Lucifero non bastano: l'immaginazione popolare personifica le virtù, e ne fa un
corteggio di figure allegoriche alla divinità, rappresentandole con ogni
libertà, come fa Iacopone, e come si vede ne' bassirilievi e in tante opere di
scultura e di pittura. E come il paganesimo ne' suoi ultimi tempi era
interpretato allegoricamente, anche le figure pagane entrano in questo mondo,
torte dal senso letterale e volte a significato generale, come Giove, Plutone,
Amore, Apollo, le Muse, Caronte. Come il papa aspirava a far sua tutta la terra,
la storia religiosa assorbiva in sè tutt'i tempi e tutte le storie. In questa
mescolanza universale, opera di una immaginazione primitiva e ancor rozza, non
hai luce uguale e non fusione di tinte: domina un fondo oscuro, il sentimento di
un di là della vita, di un infinito non rappresentabile, superiore alla forma,
che riempie lo spazio di grandi ombre; e quelle mescolanze di divino e di
terreno, di antico e di moderno, di serio e di comico non sono ben fuse, anzi
stannosi accanto crudamente, e in luogo di armonizzare producono un'impressione
irresistibile di contrasto, di cose che cozzano. Quel difetto di luce è il
gotico, e quel difetto di armonia è il grottesco: e però il gotico e il
grottesco sono le prime forme artistiche di quel mondo, com'è nella sua prima
ingenuità, non ancora vinto e domato dall'arte. Il sublime del gotico si sente
nel Giudizio universale di Iacopone. Dove la veduta di Dio ti circonda,
senza che tu lo veda, chiarissimo al sentimento, inaccessibile
all'immaginazione. Il peccatore vede sonar le trombe, turbati i venti, l'aria
immobile, e i fiumi fermarsi, e il mare muggire, e il fuoco volare per l'aria;
dappertutto si sente inseguito dalla veduta di Dio, ma non lo guarda, non gli dà
forma: non è un'immagine, è un sentimento senza forma, che riempie della sua
ombra tutto lo spettacolo. Di qui il grande effetto di due versi stupendi, che
sono veri decasillabi sotto apparenza di endecasillabo, pieni di movimento e di
armonia:
chè la veduta di Dio mi circonda
e in ogni loco paura mi desta.
È il sentimento da cui sei preso innanzi alle grandi ombre di una cattedrale. Ma
ciò che prevale in Iacopone è il grottesco, una mescolanza delle cose più
disparate, senza nessun senso di convenienza e di armonia: il che, se fatto con
intenzione, è comico; fatto con rozza ingenuità, è grottesco. Trovi il plebeo,
l'indecente, il disgustoso misto coi più gentili affetti: ciò che è pure il
carattere del santo con le sue estasi e le sue stravaganze. E questo in Iacopone
non è già un contrasto che celi alte intenzioni artistiche, ma rozza natura,
così discorde e mescolata come si trova nella realtà. Ecco il principio del
cantico 48:
O Signor, per cortesia,
mandami la malsania;
a me la febbre guartana,
la continua e la terzana:
a me venga mal di dente,
mal di capo e mal di ventre,
mal de occhi e doglia di fianco
la postema al lato manco.
La poesia di Iacopone è proprio il contrario di quella de' trovatori. In questi
è poesia astratta e convenzionale e uniforme, non penetrata di alcuna realtà. In
Iacopone è realtà ancora naturale, non ancora spiritualizzata dall'arte; è
materia greggia, tutta discorde, che ti dà alcuni tratti bellissimi, niente di
finito e di armonico.
Accanto a questa vita religiosa ancora immediata e di prima impressione
spunta la vita morale, un certo modo di condursi con regola e prudenza; e
anch'essa è nella sua forma immediata e primitiva. Non è ragione o filosofia, è
pura esperienza e tradizione, nella forma di motto o proverbio, che riassume la
sapienza degli avi. Il motto rimato è la più antica forma di poesia nel nostro
volgare. Ecco alcuni motti antichissimi:
Ancella donnea,
se donna follea.
In terra di lite
non poner la vite.
Uomo che ode, vede e tace
sì vuol vivere in pace.
Chi parla rado
tenuto è a grado.
Di questa fatta sono una filza di motti ammassati da Iacopone in un suo
carme, una specie di catechismo a uso della vita, illustrati brevemente da
qualche immagine o paragone, ora goffo, ora egregio di concetto e di forma.
Sulla vanità della vita dice:
Lo fior la mane è nato,
la sera il vei seccato.
Ciò che nella sua semplicità ha più efficacia che la elegante traduzione dello
stesso concetto fatta dal Poliziano, la quale ti pare una Venere intonacata e
lisciata:
Fresca è la rosa di mattino: e a sera
ella ha perduta sua bellezza altera.
I motti di Iacopone sono pensieri morali espressi per esempio e per immagini,
come fa l'immaginazione popolare, e nella loro brevità e succo è il principale
attrattivo.
Ove temi pericolo,
non fare spesso posa.
Sappi di polver tollere
la pietra preziosa,
e da uom senza grazia
parola graziosa;
dal folle sapienzia,
e dalla spina rosa.
Prende esempio da bestia
chi ha mente ingegnosa.
Vediamo bella immagine
fatta con vili deta;
vasello bello ed utile
tratto da sozza creta;
pigliam da laidi vermini
la preziosa seta,
vetro da laida cenere,
e da rame moneta.
Non dimandare agli uomini
che lor nega natura:...
e non pregar la scimia
di bella portatura,
nè il bue, nè l'asino
di dolce parladura...
Quel che non si conviene,
ti guarda di non fare:
nè messa ad uomo laico,
nè al prete saltare;
non dece spada a femmina,
nè ad uom lo filare...
Non piace se 'n suo loco
non ponesi la cosa:
innanzi che ti calzi,
guarda da qual piè è l'uosa.
Se leggi, non far punto
dove non è la posa;
dov'è piana la lettera,
non fare oscura glosa.
In ogni cosa al prossimo
ti mostra mansueto:...
Da nimistate guàrdati,
se vuoi viver quieto...
A quel modo conformati
che trovi nel paese:
al Genovese, in Genova,
ed in Siena, alsSanese...
Uomo che spesso volgesi,
da tuo consiglio caccia.
Se vedi volpe correre,
non dimandar la traccia:
non ti sforzare a prendere
più che non puoi con braccia:
chè nulla porta a casa
chi la montagna abbraccia.
Quando puoi esser umile,
non ti dimostrar forte:
il muro tu non rompere,
se aperte son le porte...
Con signore non prendere,
se tu puoi, quistione;
ch'ei ti ruba ed ingiuria
per piccola cagione,
e tutti gli altri gridano:
- Messere ha la ragione... -
Uomo senz'amicizia
castello è senza mura...
Quella è buona amicizia,
che d'ogni termpo dura:
povertà non la parte,
nè nulla ria ventura.
Quel che tu dici in camera
non dire in ogni loco:
a piaga metti unguento,
non vi mettere il foco...
E così hai motto a motto, spesso senz'altro legame che il caso, qual più, qual
meno felice, in quella forma sentenziosa ed esemplata, che è propria
dell'immaginazione popolare, prima ancora che nasca la favola e il racconto. E
trovi certo più gusto in queste prime rozze formazioni così piene della vita e
del sentire comune, che ne' sonetti e canzoni morali in forma più artificiosa,
ma contorta e scolastica di Onesto e Semprebene e altri trovatori.
Questi uomini con tanti proverbi in bocca e con tanta divozione alla Madonna e
a' santi, con l'immaginazione piena di leggende e avventure cavalleresche,
avevano nel piccolo spazio del comune una vita politica ancora più vivace e
concentrata, che non è oggi, allargata com'è e diffusa in quegl'immensi spazi
che si chiamano «regni». Certo, i costumi si polivano, come la lingua; ma
religione e cavalleria, misteri e romanzi, se colpivano le immaginazioni, poco
bastavano a contenere e regolare le passioni suscitate con tanta veemenza dalle
lotte municipali. Questa vita era troppo reale, troppo appassionata e troppo
presente, perchè potesse esser vista con la serenità e la misura dell'arte. Si
manifesta con la forma grossolana dell'ingiuria, appena talora rallegrata da
qualche lampo di spirito. Un esempio è il verso:
Quando l'asino raglia, un guelfo nasce.
Questa forma primitiva dell'odio politico, amara anche nel motteggio e
nell'epigramma, e così sventuratamente feconda tra noi anche ne' tempi più
civili, non esce mai dalle quattro mura del comune, con particolari e allusioni
così personali, che manca con la chiarezza ogni interesse: prova ne sieno i
sonetti di Rustico. Certo, in questo antico esempio di satira politica vedi il
volgare condotto a tutta la sua perfezione, e ci senti uno spirito e una
vivacità propria dell'acuto ingegno fiorentino. Ma che interesse volete voi che
prendiamo per donna Gemma e messer Fastello e messer Messerino e ser Cerbiolino,
con quel suo parlare sotto figura per allusioni, che non ne comprendiamo
un'acca? Ciò che è meramente personale muore con la persona. Il comune sembra un
castello incantato, dove l'uomo entrando ignori tutto ciò che vive e si muove al
di fuori. Nessun vestigio de' grandi avvenimenti di cui l'Italia era stata ed
era il teatro; niente che accennasse ad alcuna partecipazione alle grandi
discussioni tra papato e impero, tra guelfi e ghibellini, o rivelasse un
sentimento politico elevato e nazionale, al di sopra della cerchia del comune.
Tutto è piccolo, tutto va a finire là, nella piccola maldicenza sulla piazza del
comune. Di ciò che si passava in Italia, appena un'ombra trovi in un sonetto di
Orlandino Orafo, eco delle preoccupazioni e ansietà pubbliche, quando
Carlo d'Angiò andava ad investire re Manfredi in Benevento. Ma ciò che preoccupa
Orlandino non è il risultato politico e nazionale della lotta, ma la
grande strage che ne verrà:
Ed avverrà tra lor fera battaglia,
e fia sanfaglia - tal, che molta gente
sarà dolente - chi che ne abbia gioia.
E molti buon destrier coverti a maglia,
in quella taglia - saran per niente;
qual fia perdente - allor convien che muoia.
A lui è uguale chi vinca e chi perda. Ciò che gli fa impressione è la lotta in
se stessa co' suoi accidenti. Lo diresti uno spettatore posto fuori de' pericoli
e delle passioni de' combattenti, che contempla avido di emozioni i vari casi
della pugna.
Questa rozzezza della vita italiana sotto i suoi vari aspetti, religioso,
morale, politico, spicca più, perchè in evidente contrasto con la precoce
coltura scientifica, divenuta il principale interesse di quel tempo. La scienza
era come un mondo nuovo, nel quale tutti si precipitavano a guardare. Ma la
scienza era come il Vangelo, che s'imparava e non si discuteva. A quel modo che
troiani, romani, franchi e saraceni, santi e cavalieri erano nell'immaginazione
un mondo solo; Aristotile e Platone, Tommaso e Bonaventura erano una sola
scienza. Il maggiore studio era sapere, e chi sapeva più era più ammirato;
nessuno domandava quanta concordia e profondità era in quel sapere. Perciò venne
a grandissima fama ser Brunetto Latini. Il suo Tesoro e il
Tesoretto furono per lungo tempo maraviglia delle genti, stupite che un
uomo potesse saper tanto, ed esporre in verso Aristotele e Tolomeo. Di che
nessuno oggi saprebbe più nulla, se Dante non avesse eternato l'uomo e il suo
libro in quei versi celebri:
sieti raccomandato il mio Tesoro nel quale io vivo ancora.
La scienza in Brunetto è materia così rozza e greggia, com'è la vita religiosa
in Iacopone e la vita politica in Rustico. Il suo studio è di cacciar fuori
tutto quello che sa, così crudamente come gli è venuto dalla scuola, e senza
farlo passare a traverso del suo pensiero. Ciò che dice gli pare così
importante, e pareva così importante a' suoi contemporanei, ch'egli non chiede
altro, e nessuno chiedeva altro a lui. Quella sua enciclopedia non è che prosa
rimata.
Brunetto fu maestro di Guido Cavalcanti e di Dante, che compirono i loro
studi nell'Università di Bologna, dalla quale uscì pure Cino da Pistoia. Si
sente in tutti e tre la scuola di Guido Guinicelli. Amore si scioglie dalle
tradizioni cavalleresche, e diviene materia di teologia e di filosofia. Si
discute sulla sua origine su' suoi fenomeni e sul suo significato. Nella sua
apparenza volgare esso adombra quella forza che move il sole e le stelle; il
poeta lascia al volgo il senso letterale e cerca un soprasenso, il senso
teologico e filosofico, di cui quello sia il velo. Il lettore con le sue
abitudini scientifiche disprezza il fenomeno amoroso, e cerca dietro di quello
la scienza. L'esistente non è per lui che un velo del pensiero, una forma
dell'essere; Cino da Pistoia chiama Arrigo di Lussemburgo «forma del bene»; il
corpo è un velo dello spirito; la donna è la forma di ogni perfezione morale e
intellettuale: spiritualismo religioso e idealismo platonico si fondono e fanno
una sola dottrina. L'allegoria, ch'era già prima la forma naturale di una
coltura poco avanzata, diviene una forma fissa del pensiero teologico e
filosofico, disposizione dello spirito aiutata dall'uso invalso di cercare il
senso allegorico a spiegazione della mitologia e del senso letterale biblico. Ma
il pensiero esercitato nelle lotte scolastiche era già tanto vigoroso che poteva
anco bastare a se stesso ed avere la sua espressione diretta. Perciò nella
poesia entra non solo l'allegoria, ma il nudo concetto scientifico, sviluppato
dal ragionamento e da tutt'i procedimenti scolastici. Cino, Cavalcanti e Dante
erano tra' più dotti e sottili disputatori che fossero mai usciti dalla scuola
di Bologna. La loro mente robusta era stata educata a guardare in tutte le cose
il generale e l'astratto, e a svilupparlo col sussidio della logica e della
rettorica. Prima di esser poeti sono scienziati. Anche verseggiando, ciò che
ammirano i contemporanei è la loro scienza.
Cino, maestro di Francesco Petrarca e del sommo Bartolo, fu dottissimo
giureconsulto. Il suo comento sopra i primi nove libri del Codice fu la
maraviglia di quell'età. Ristoratore del diritto romano, aperse nuove vie alla
scienza, e non fu uomo, come dice Bartolo, che più di lui desse luce alla civil
giurisprudenza. L'amore di Selvaggia lo fece poeta, ma non potè mutare la sua
mente. In luogo di rappresentare i suoi sentimenti, come poeta, egli li
sottopone ad analisi, come critico, e ne ragiona sottilmente. Posto fuori della
natura e nel campo dell'astrazione, ogni limite del reale si perde, e quella
stessa sottigliezza che legava insieme i concetti più disparati e ne traeva
argomentazioni e conclusioni fuori di ogni realtà e di ogni senso comune, creava
ora una scolastica poetica, o, per dirla col suo nome, una rettorica ad uso
dell'amore, piena di figure e di esagerazioni, dove vedi comparire gli
spiritelli d'amore che vanno in giro e i sospiri che parlano. In luogo di
persone vive, abbondano le personificazioni. In un suo sonetto de' meglio
condotti e di grande perfezione tecnica vuol dire che nella sua donna è posta la
salute: mèta sì alta, che avanza ogni sforzo d'intelletto, e però non resta
altro che morire. Questo è rettorica, non solo per la strana esagerazione del
concetto, ma per il modo dell'esposizione scolastico e dottrinale.
Questa donna che andar mi fa pensoso,
porta nel viso la virtù d'Amore:
la qual fa disvegliare altrui nel core
lo spirito gentil che vi è nascoso.
Ella m'ha fatto tanto pauroso,
poscia ch'io vidi quel dolce signore
negli occhi suoi con tutto 'l suo valore,
che io le vo presso e riguardar non l'oso.
E s'avvien poi che quei begli occhi miri,
io veggio in quella parte la salute,
ove lo mio intelletto non può gire.
Allor si strugge sì la mia vertute,
che l'anima, che move li sospiri,
s'acconcia per voler del cor fuggire.
Una così strana esagerazione non può essere scusata che dall'impeto e dalla
veemenza della passione. Ma qui non ce n'è vestigio; ed hai invece una specie di
tèma astratto, che si fa sviluppare nelle scuole per esercizio di rettorica. La
prima quartina è una maggiore di sillogismo; intelletto, animo, core, sospiri,
virtù di onore e spirito gentile sono le sottili distinzioni e astrazioni delle
scuole. Esule ghibellino, si levò a grande speranza, quando seppe della venuta
di Arrigo di Lussemburgo; e quando seppe della sua morte, scrisse una canzone.
Quale materia di poesia! Dove dovrebbero comparire le speranze, i disinganni, le
illusioni e i dolori dell'esule. Ma è invece una esposizione a modo di scienza
sulla potenza della morte e l'immortalità della virtù. Ancora più astratta e
arida è la canzone sulla natura d'amore di Guido Cavalcanti, dottissimo di
filosofia e di rettorica: la qual canzone fu tenuta miracolo da' contemporanei.
Adunque, la vita religiosa, morale e politica era appena nella sua prima
formazione, e la splendida vita che raggiava da Bologna era anch'essa materia
greggia, pretta vita scientifica, messa in versi.
Siamo alla seconda metà del Dugento. La Sicilia, malgrado la sua Nina, è
già nell'ombra. I due centri della vita italiana sono Bologna e Firenze, l'una
centro del movimento scientifico, l'altra centro dell'arte. Nell'una prevaleva
il latino, la lingua de' dotti; nell'altra prevaleva il volgare, la lingua
dell'arte.
L'impulso scientifico partito da Bologna, traendosi appresso anche la
poesia, dava il bando alla superficiale galanteria de' trovatori: il pubblico
domandava cose e non parole. E si formò una coscienza scientifica ed una scuola
poetica conforme a quella. Il tempo de' poeti spontanei e popolari finisce per
sempre.
Il nuovo poeta scrive con intenzione. Più che poeta, egli è lume di
scienza; si chiama Brunetto Latini, l'enciclopedico, Cino, il primo
giureconsulto dell'età, Cavalcanti, filosofo prestantissimo, Dante, il primo
dottore e disputatore de' tempi suoi. Scrivono versi per bandire la verità,
spiegare popolarmente i fenomeni più astrusi dello spirito e della natura. La
poesia è per loro un ornamento, la bella veste della verità o della filosofia,
uso amoroso di sapienza, come dice Dante nel Convito. Ci è dunque in loro
una doppia intenzione. Ci è una intenzione scientifica. Ma ci è pure una
intenzione artistica, di ornare e di abbellire. L'artista comparisce accanto
allo scienziato. Questo doppio uomo è già visibile in Guido Guinicelli.
È in Toscana, massime in Firenze, che si forma questa coscienza dell'arte.
Il volgare, venuto già a grande perfezione, era parlato e scritto con una
proprietà e una grazia, di cui non era esempio in nessuna parte d'Italia. Se i
poeti superficiali dispiacevano a Bologna, i poeti incolti e rozzi non piacevano
a Firenze. A lungo andare non vi poterono essere tollerati Guittone e Brunetto,
e sorgeva la nuova scuola, la quale, se a Bologna significava scienza, a Firenze
significava «arte».
Questo primo svegliarsi di una coscienza artistica è già notato in Cino.
Egli scrive con manifesta intenzione di far rime polite e leggiadre, e cerca non
solo la proprietà, ma anche la venustà del dire. Aveva animo gentile e
affettuoso, e orecchio musicale. Se a lui manca l'evidenza e l'efficacia, virtù
della forza, non gli fa difetto la melodia e l'eleganza, con una certa vena di
tenerezza. Fu il precursore del grande suo discepolo, Francesco Petrarca.
Ecco un esempio della sua maniera:
Poichè saziar non posso gli occhi miei
di guardare a Madonna il suo bel viso,
mireròl tanto fiso
ch'io diverrò beato lei guardando.
A guisa di Angel che di sua natura
stando su in altura divien beato sol vedendo Iddio;
così, essendo umana creatura,
guardando la figura
di questa donna, che tiene il cor mio,
potrei beato divenir qui io.
Raccomando agli studiosi la canzone sugli occhi della sua donna, che ispirò le
tre sorelle del Petrarca, il quale ne imitò anche la fine, che è piena di
grazia:
Or se prendete a noia
lo mio amor, occhi d'amor rubegli,
foste per comun ben stati men begli.
Agli occhi della forte mia nemica
fa', canzon, che tu dica:
- Poi che veder voi stessi non possete,
vedete in altri almen quel che voi sète. -
E ci ha pure parecchi sonetti, dove Cino in luogo di filosofare e sottilizzare
si contenta di rappresentare con semplicità il suo stato, e sono teneri ed
affettuosi. Meno apparisce dotto, e più si rivela artista.
La coscienza artistica si mostra in Cino nelle qualità tecniche ed
esteriori della forma. La sua principale industria è di sviluppare gli elementi
musicali della lingua e del verso, nè fino a quel tempo la lingua sonò sì dolce
in nessun poeta, rendendo imagine di un bel marmo polito, da cui sia rimossa
ogni asprezza e ineguaglianza Ma qualità più serie e più profonde si rivelano in
Guido Cavalcanti. Anche in lui la perfezion tecnica è somma, anzi in lui è
scienza. Innamorato della lingua natia, pose ogni studio a dirozzarla, e
fissarla, e scrisse una gramatica e un'arte del dire. Egli, nota Filippo
Villani, dilettandosi degli studi rettorici, essa arte in composizioni di rime
volgari elegantemente e artificiosamente tradusse. Di che si vede quanta
impressione dovè fare su' contemporanei di Guittone e Brunetto Latini tanto e sì
nuovo artificio spiegato come scienza e applicato come arte. Così Guido divenne
il capo della nuova scuola, il creatore del nuovo stile, e oscurò Guido
Guinicelli:
Così ha tolto l'uno all'altro Guido
la gloria della lingua.
Ma la gloria della lingua non bastava a Guido, a cui lingua e poesia erano cose
accessorie, semplici ornamenti: sostanza era la filosofia. Perciò aveva a
disdegno Virgilio, parendogli, dice il Boccaccio, «la filosofia, siccome ella è,
da molto più che la poesia». Sottilissimo dialettico, come lo chiama Lorenzo de'
Medici, introduce nella poesia tutte le finezze rettoriche e scolastiche, e mira
a questo, non solo di dir bene, ma dir cose importanti. I contemporanei
studiarono la sua canzone dell'Amore, come si fa un trattato filosofico,
e ne fecero comenti, come si soleva di Aristotele e di san Tommaso: anche più
tardi il Ficino vi cercava le dottrine di Platone. Così Guido era tenuto
eccellente non solo come artificioso ed elegante dicitore, ma come sommo
filosofo.
Questo voleva Guido, e questo ottenne, questo gli bastò ad acquistare il
primo posto fra' contemporanei. Salutavano in lui lo scienziato e l'artista.
Ma Guido fu dotto più che scienziato. Fu benemerito della scienza perchè
la divulgò, non perchè vi lasciasse alcuna sua orma propria. E fu artefice più
che artista, inteso massimamente alla parte meccanica e tecnica della forma:
vanto non piccolo, ma che tocca la sola superficie dell'arte.
La gloria di Guido fu là, dov'egli non cercò altro che un sollievo e uno
sfogo dell'animo. Fu là, ch'egli senza volerlo e saperlo si rivelò artista e
poeta. Vi sono uomini che i contemporanei ed essi medesimi sono incapaci di
apprezzare. Guido era più grande ch'egli stesso e i suoi contemporanei non
sapevano.
Guido è il primo poeta italiano degno di questo nome, perchè è il primo
che abbia il senso e l'affetto del reale. Le vuote generalità de' trovatori,
divenute poi un contenuto scientifico e rettorico, sono in lui cosa viva,
perchè, quando scrive a diletto e a sfogo, rendono le impressioni e i sentimenti
dell'anima. La poesia, che prima pensava e descriveva, ora narra e rappresenta,
non al modo semplice e rozzo di antichi poeti, ma con quella grazia e finitezza
a cui era già venuta la lingua, maneggiata da Guido con perfetta padronanza. Qui
sono due forosette, egregiamente caratterizzate, che gli cavano di bocca il suo
segreto d'amore. Là è una pastorella che incontra nel boschetto, e ti abbozza
una scena d'amore colta dal vero. Sono gli stessi concetti de' trovatori, ma
realizzati, non solo ornati e illeggiadriti al di fuori, ma trasformati nella
loro sostanza, divenuti caratteri, immagini, sentimenti, cioè a dire vita e
azione. Senti là dentro l'anima dello scrittore, ora lieta e serena che si
esprime con una grazia ineffabile, come nelle ballate delle forosette e della
pastorella, ora penetrata di una malinconia che si effonde con dolcezza negli
amabili sogni dell'immaginazione e nella tenerezza dell'affetto, come nella
ballata, che scrisse esule a Sarzana, il canto del cigno, il presentimento della
morte. Qui lo scienziato sparisce e la rettorica è dimenticata. Tutto nasce dal
di dentro, naturale, semplice, sobrio, con perfetta misura tra il sentimento e
l'espressione. Il poeta non pensa a gradire, a cercare effetti, a fare
impressione con le sottigliezze della dottrina e della rettorica: scrive se
stesso, come si sente in un certo stato dell'animo, senz'altra pretensione che
di sfogarsi, di espandersi, segnando la via nella quale Dante fece tanto
cammino. I posteri poterono applicare a lui quello che Dante disse di sè:
Io mi son un, che quando
Amor mi spire, noto, e a quel modo
ch'ei detta dentro, vo significando.
Il che non avvenne di Lentino, di Guittone, rimasti al di qua del «dolce stil
nuovo», perchè esagerarono i sentimenti, andarono al di là della natura, per
«gradire», piacere a' lettori.
E qual più a gradire oltre si mette,
non vede più dall'uno all'altro stilo.
Di questo dolce stil nuovo il precursore fu Guinicelli, il fabbro fu Cino, il
poeta fu Cavalcanti. La nuova scuola non era altro che una coscienza più chiara
dell'arte. La filosofia per sè sola fu stimata insufficiente, e si richiese la
forma. Guittone d'Arezzo non fu più apprezzato, quantunque «di filosofia
ornatissimo, grave e sentenzioso», come dice Lorenzo de' Medici, perchè gli
mancava lo stile, «alquanto ruvido e severo, nè di alcun dolce lume di eloquenza
acceso». Anche Benvenuto da Imola chiama nude le sue parole e lo commenda per le
gravi sentenze, ma non per lo stile. Nasceva in Firenze un nuovo senso, il senso
della forma.
A quel tempo fra tante feroci gare politiche la letteratura era nel suo
fiore in tutta Toscana e sotto i più diversi aspetti. Dante da Maiano era un'eco
de' trovatori, con la sua Nina siciliana. Guittone, Brunetto, Orbiciani da Lucca
erano poeti dotti, ma rozzi, come i bolognesi Onesto e Semprebene. Ma già il
culto della forma, l'amore del bello stile si sente in parecchi poeti. Dino
Frescobaldi, Rustico di Filippo, Guido Novello, Lapo Gianni, Cecco d'Ascoli sono
il corteggio, nel quale emerge la figura di Guido Cavalcanti.
Ma ben presto al nome di Guido Cavalcanti si accompagnò quello di Dante
Alighieri, legati insieme da un'amicizia che non si ruppe se non per morte.
Parvero le «nuove rime», e fu tale l'impressione ch'ei salì subito accanto a
Cavalcanti. Sembrò che avesse risolto il problema di esprimere le profondità
della scienza in bella forma: ultimo segno a cui si mirava. Perciò ebbe molta
voga la sua canzone:
Donne, che avete intelletto d'amore;
e ancora più l'altra:
Voi che intendendo il terzo ciel movete.
Dante avea la stessa opinione. Il dotto discepolo di Bologna mira poetando a
divulgare la scienza, usando modi piani e aperti alla intelligenza comune. Nella
canzone, dove esorta la donna a dispregiare uomo che «da sè virtù fatta ha
lontana», dice:
Ma perocchè il mio dire util vi sia,
discenderò del tutto
in parte ed in costrutto
più lieve, perchè men grave s'intenda;
chè rado sotto benda
parola oscura giugne allo 'ntelletto;
par che parlar con voi si vuole aperto.
E quando pure è costretto a celare sotto benda i suoi concetti aggiunge un
comento in prosa e dichiara egli medesimo la sua dottrina. Tale è il comento che
fa alla canzone:
Voi che intendendo il terzo ciel movete;
e parendogli che senza quel comento la canzone presa in se stessa rimanga fuori
dell'intelligenza volgare, finisce così:
Canzone, io credo che saranno radi
color che tua ragion intendan bene,
tanto lor parli faticosa e forte:
onde se per ventura egli addiviene
che tu dinanzi da persone vadi,
che non ti paian d'essa bene accorte;
allor ti priego che ti riconforte,
dicendo lor, diletta mia novella:
- Ponete mente almen com'io son bella. -
C'era dunque nell'intenzione di Dante di bandire i veri della scienza ora nella
forma diretta del ragionamento, ora sotto il velo dell'allegoria, ma in modo che
la poesia quando anche non fosse compresa da' più, avesse un valore in se
stessa, fosse bella e dilettasse. Era la teoria della nuova scuola nella sua più
alta espressione, una coscienza artistica più chiara e più sviluppata. Il
rispetto della verità scientifica è tale, che Dante si domanda come, essendo
Amore non sostanza, ma accidente, possa egli farlo ridere e parlare, come fosse
persona. E adduce a sua difesa che i rimatori, che fanno versi in volgare, hanno
gli stessi privilegi de' poeti, nome che dà a' latini, i quali, come Virgilio,
Ovidio, Lucano, Orazio, diedero moto e parole alle cose inanimate: il che egli
chiama «rimare sotto vesta di figura o di colore rettorico», qualificando
rimatori stolti quelli che domandati non sapessero «dinudare le loro parole da
cotal vesta». Onde si vede che Dante e Cavalcanti, ch'egli qui chiama il suo
primo amico, spregiavano e questi rimatori stolti che usavano rettorica vuota di
contenuto, e quelli che ti davano un contenuto scientifico nudo, senza
rettorica. Qui è tutta la nuova scuola poetica, rimasa per molti secoli l'ultima
parola della critica italiana: ciò che il Tasso chiamò «condire il vero in molli
versi».
Con queste teorie, con queste abitudini della mente, parecchie canzoni e
sonetti sono ragionamenti con lume di rettorica, concetti coloriti. Di tal
natura è la canzone sulla gentilezza o nobiltà:
Le dolci rime d'amor ch'i' solìa
e l'altra:
Amor, tu vedi ben che questa donna,
dove sotto colore rettorico di donna amata rappresenta gli effetti che sul suo
animo produce lo studio della filosofia. I fenomeni dell'amore e della natura
sono spiegati scientificamente, più che rappresentati, com'è l'inverno nella
canzone:
Io son venuto al punto della rota,
e come è l'amore nella canzone:
Amor che muovi tua virtù dal cielo,
e come è la bellezza nella canzone:
Amor ci è nella mente mi ragiona.
Delle canzoni allegoriche e scientifiche la più accessibile e popolare è quella
delle tre donne, Drittura, Larghezza, Temperanza, germane d'amore, che cacciate
dal mondo vanno mendicando.
Ciascuna par dolente e sbigottita
come persona discacciata e stanca,
cui tutta gente manca,
e cui virtute e nobiltà non vale.
Tempo fu già, nel quale
secondo il lor parlar, furon dilette
Or sono a tutti in ira ed in non cale.
Qui il poeta non ragiona, ma narra e rappresenta. Il concetto scientifico è
vinto dalla vivacità della rappresentazione e dalla elevatezza del sentimento.
Il colore rettorico non è semplice colorito, ma è la sostanza.
In queste canzoni scientifiche Dante mostra ben altra forza e vivacità e
ricchezza di concetti e di colori che i due Guidi. Egli fu il suo proprio
comentatore, avendo nella Vita nuova e nel Convito spiegata
l'occasione, il concetto, la forma delle sue poesie. E quanto alla parte
tecnica, all'uso della lingua, del verso e della rima, nel suo libro De
vulgari eloquio mostra che ne intendeva tutt'i più riposti artifici. I
contemporanei trovavano in queste poesie il perfetto esempio della loro scuola
poetica: la maggior dottrina sotto la più leggiadra veste rettorica.
Il mondo lirico di Dante è la stessa materia che s'era ita finora
elaborando, con maggior varietà e con più chiara coscienza. Il dio di questo
mondo è Amore, prima con le ammirazioni, i tormenti e le immaginazioni della
giovanezza, poi con un misticismo ed un entusiasmo filosofico. Amore non può
operare che ne' cuori gentili: perciò gli amanti sono chiamati fini e cortesi.
Gentilezza non nasce da nobiltà o da ricchezza, ma da virtù. E però le virtù
sono suore d'Amore e fanno star lucente il suo dardo finchè sono onorate in
terra. Ma la virtù è in pochi, e l'amore è perciò «di pochi vivanda». L'obbietto
dell'amore è la bellezza, non il «bello di fuori», le parti nude, ma il «dolce
pomo», concesso solo a chi è amico di virtù. La bellezza non si mostra se non a
chi la intende: amore è chiamato dagli antichi «intendanza», e Dante non dice
«sentire amore», ma «avere intelletto d'amore». Ad appagare l'amore basta il
vedere, la contemplazione. Vedere è amore, amore è intendere.
E chi la vede e non se n'innamora
d'amor non averà mai intelletto.
Le intelligenze celesti movono le stelle intendendo:
Voi che intendendo il terzo ciel movete.
Dio move l'universo pensando:
costei pensò chi mosse l'universo.
Nè altro è amore nell'uomo che «nova intelligenza che lo tira su», lo avvicina
alla prima intelligenza. La donna esemplare della bellezza è «nobile
intelletto»:
... O nobile intelletto
oggi fu l'anno che nel ciel partisti.
La donna è perciò il viso della conoscenza, la bella faccia della scienza, che
invaghisce l'uomo e sveglia in lui nova intelligenza lo fa intendere. La donna
dunque è la scienza essa medesima, è la filosofia nella sua bella apparenza: e
questo è la bellezza il dolce pomo consentito a pochi. Intendere è amore, e
amore è operare come s'intende; perciò filosofia è «uso amoroso di sapienza»,
scienza divenuta azione mediante l'amore. La virtù non è altro che sapienza,
vivere secondo i dettati della scienza. Perciò l'amante è chiamato saggio; e la
donna è saggia prima di esser bella:
Beltade appare in saggia donna pui
che piace agli occhi...
La beltà non è altro che l'apparenza della saggezza, sì che piaccia e innamori
di sè.
Con questo misticismo filosofico si accordava il misticismo religioso,
secondo il quale il corpo è il velo dello spirito, e la bellezza è la luce della
verità, la faccia di Dio, somma intelligenza, contemplazione degli angioli e dei
santi. Dio, gli angioli, il paradiso rappresentano anche qui la loro parte.
Teologia e filosofia si danno la mano.
È la prima volta che questo contenuto esce fuori nella sua integrità e con
così perfetta coscienza. È l'idealismo di quel tempo, con la sua forma naturale,
l'allegoria. Aggiungi l'opera della immaginazione, che dà alle figure tanta
vivacità di colorito ed hai l'ultimo segno di perfezione che si poteva allora
desiderare.
III
LA LIRICA DI DANTE
Fin qui giunge la coscienza di Dante. Se gli domandi più in là, ti risponde come
Raffaello: «Noto, quando Amor mi spira», ubbidisco all'ispirazione. E appunto,
se vogliamo trovar Dante, dobbiamo cercarlo qui, fuori della sua coscienza,
nella spontaneità della sua ispirazione. Innanzi tutto, Dante ha la serietà e la
sincerità dell'ispirazione. Chi legge la Vita nuova, non può mettere in
dubbio la sua sincerità. Ci si vede lo studente di Bologna, pieno il capo di
astronomia e di cabala, di filosofia e di rettorica, di Ovidio e di Virgilio, di
poeti e di rimatori; ma tutto questo non è la sostanza del libro, ci entra come
colorito e ne forma il lato grottesco. Sotto l'abito dello studente ci è un
cuore puro e nuovo, tutto aperto alle impressioni, facile alle adorazioni e alle
disperazioni, ed una fervida immaginazione che lo tiene alto da terra e
vagabondo nel regno de' fantasmi. L'amore per la bella fanciulla involta di
drappo sanguigno, ch'egli chiama Beatrice, ha tutt'i caratteri di un primo amore
giovanile, nella sua purezza e verginità, più nell'immaginazione che nel cuore.
Beatrice è più simile a sogno, a fantasma, a ideale celeste, che a realtà
distinta e che produca effetti propri. Uno sguardo, un saluto è tutta la storia
di questo amore. Beatrice morì angiolo, prima che fosse donna, e l'amore non
ebbe tempo di divenire una passione, come si direbbe oggi, rimase un sogno ed un
sospiro. Appunto perchè Beatrice ha così poca realtà e personalità, esiste più
nella mente di Dante che fuori di quella, ed ivi coesiste e si confonde con
l'ideale del trovatore, l'ideale del filosofo e del cristiano: mescolanza fatta
con perfetta buona fede, e perciò grottesca certo, ma non falsa e non
convenzionale. Queste che presso gli altri sono astrattezze scolastiche e
rettoriche, qui sono cacciate nel fondo del quadro, sono non il quadro, ma
contorni e accessorii. Il quadro è Beatrice, non così reale che tiri e chiuda in
sè l'amante, ma reale tanto che opera con efficacia sul suo cuore e sulla sua
immaginazione. Non ci è proprio l'amante, ma ci è il poeta, che per questo o
quello incidente anche minimo del suo amore si sente mosso a scrivere se stesso
in un sonetto o in una canzone. Quando il suo animo è tranquillo, fa capolino il
dottore, il retore e il rimatore; ma quando il suo animo è veracemente commosso,
Dante gitta via il suo berretto di dottore e le sue regole rettoriche e le sue
reminiscenze poetiche, e ubbidisce a l'ispirazione. Allora è Beatrice, solo
Beatrice, che occupa la sua mente, e le sue impressioni, appunto perchè
immediate e sincere, sono quasi pure di ogni mescolanza. Il suo amore si rivela
schietto come lo sente, più adorazione e ammirazione che appassionato amore di
donna. Tale è il sonetto
Tanto gentile e tanto onesta pare.
E tale è la ballata, ove con la grazia e l'ingenuità di una fanciulla scesa pur
ora di cielo così parla Beatrice:
Io mi son pergoletta bella e nova,
e son venuta per mostrarmi a vui
dalle bellezze e loco, dond'io fui.
Io fui del cielo e tornerovvi ancora,
per dar della mia luce altrui diletto;
e chi mi vede e non se ne innamora,
d'amor non averà mai intelletto...
Ciascuna stella negli occhi mi piove
della sua luce e della sua virtute:
le mie bellezze sono al mondo nuove,
perocchè di lassù mi son venute.
Questo non è allegoria, e non è concetto scientifico; o per dir meglio, ci è
l'allegoria e ci è il concetto scientifico, ma profondato ed obbliato in questa
creatura, perfettamente realizzato, conforme a quel primo ideale della donna che
apparisce all'immaginazione giovanile.
Se nell'espressione di questa ingenua ammirazione trovi qualche
reminiscenza di repertorio e qualche preoccupazione scientifica, senti un
accento di verità puro ed autonomo nell'espressione del dolore, la vera musa di
questa lirica. Perchè infine questa breve storia d'amore ha rari intervalli di
gioia serena e contemplativa; la morte del padre di Beatrice, il suo dolore, il
presentimento della sua morte e la sua morte sono la sostanza del quadro, il
motivo tragico della poesia. Finchè Beatrice vive, è un secreto del cuore che il
poeta s'industria con ogni più sottile arte di custodire; la storia è poco
interessante, intessuta di artificiose e fredde dissimulazioni: ma quando
quell'ideale della giovanezza minaccia di scomparire, quando scompare, al poeta
manca con quello il fondamento della sua vita, e si sente solo e si sente morire
insieme con quello. Ne nasce una situazione nuova nella storia della nostra
poesia: l'amore appena nato, simile ancora a' primi fuggevoli sogni della
giovanezza, che acquista la sua realtà presso alla tomba ed oltre la tomba.
L'amore si rivela nella morte. Là perde quell'aria fattizia e convenzionale, che
gli veniva da' trovatori e dalla scienza. Là non è più concetto, nè allegoria,
ma è sentimento e fantasia. Quell'amore che in vita della donna non si è potuto
ancora realizzare, eccolo qui nella sua schietta e pura espressione, ora che
Beatrice muore. A questa situazione si rannoda la parte più eletta e poetica di
questa lirica. Poi vengono sentimenti più temperati: il poeta si consola
cantando la loda della morta; Beatrice, ita nel cielo, diviene la Verità, la
cara immagine sotto la quale il poeta inviluppa le sue speculazioni, la bella
faccia della Sapienza. Non hai più la Vita nuova, hai il Convito.
L'amore non è più un sentimento individuale, ma è il principio della vita divina
e umana. Beatrice nella sua gloriosa trasfigurazione diviene un simbolo, il
dolce nome che il poeta dà al suo nuovo amore, alla Filosofia.
Ma la filosofia non è in Dante astratta scienza: è Sapienza, cioè a dire pratica
della vita. Con che orgoglio si professa amico della filosofia! e vuol dire
amico di virtù, che ti fa spregiare ricchezze e onori e gentilezza di sangue, e
ti dà la vera nobiltà, che ti viene da te e non dagli altri. Intendere è per lui
il principio del fare; e la forza che dà attività all'intelletto ed efficacia
alla volontà è l'amore. In questa triade è l'unità della vita: l'uno non può
star senza l'altro. Or tutto questo in Dante non è mera speculazione, nè vanità
scientifica; ma è vero amore, ma è un sentimento morale così profondo ed
efficace, come è la fede ne' credenti. La filosofia investe tutto l'uomo, e si
addentra in tutti gli aspetti della vita. Questa serietà e sincerità di
sentimento fa penetrare fra tante sottili e scolastiche speculazioni una
elevatezza morale, tanto più poetica, quanto meno espressa, ma che si sente nel
tono, nel colorito, nello stile. Tale è la sublime risposta di Amore alle
sorelle esuli, e quel subito ritorno del poeta in sè medesimo:
L'esilio che m'è dato onor mi tegno;
e questo sentimento rende tollerabile tanta pedanteria, quanta è nella canzone
sulla vera gentilezza. La quale elevatezza morale non è disgiunta in lui da un
certo orgoglio direi aristocratico del sentirsi solo con pochi privilegiato da
Dio alla sapienza: così alto ha collocato l'ideale della scienza e della virtù:
... elli son quasi dèi
que' ch'han tal grazia fuor di tutt'i rei;
chè solo Iddio all'anima la dona.
Sentimento di soddisfazione che si volge in tristezza e talora in fieri accenti
di sdegno contro la moltitudine degli uomini, «bestie che somigliano uomo. E
dove non è virtù, non è amore, e non dovrebbe esser bellezza: onde esorta le
donne a partirla da loro:
Chè la beltà ch'Amore in voi consente
a virtù solamente
formata fu dal suo decreto antico
contra lo qual fallate.
Io dico a voi che siete innamorate,
che se beltate a voi
fu data e virtù a noi,
ed a costui di due potere un fare,
voi non dovreste amare,
ma coprir quanto di beltà v'è dato
poichè non è virtù, ch'era suo segno.
Lasso! A che dicer vegno?
Dico che bel disdegno
sarebbe in donna di ragion lodato
partir da sè beltà per suo comiato.
Qui sviluppato in forma scolastica è il solito concetto dell'amore, che fa uno
di due, unisce bellezza e virtù. Ma questo concetto è per Dante cosa vivente, è
l'anima del mondo, l'unità della vita. E poichè vede bellezza, e non trova
virtù, sente nella vita una scissura, una discordia, che lo move a sdegno. Indi
quel movimento d'immaginazione così nuovo e originale, quel desiderare nella
donna e sperar poco un atto di «bel disdegno», per il quale dica: - Poichè
nell'uomo non è virtù, cesso di esser bella, cesso di amare. - Dante si crede
obbligato ad argomentare, ad esporre il suo concetto in forma dottrinale, e qui
è il suo torto, qui è la forma che lo certifica di quel tempo; ma qui il
concetto scientifico e la sua esposizione scolastica è un accessorio; la
sostanza è il sentimento che sveglia nel poeta la contraddizione tra quel
concetto e la realtà: «Lasso! a che dicer vegno?». Il poeta sente la vanità de'
suoi desidèri e che il mondo andrà sempre a quel modo.
Come l'amore si afferma nella morte, così la filosofia si afferma nella
sua morte, cioè nella sua contraddizione con la vita. Qui trovi un sentimento
chiaro e vivo dell'unità della vita, fondata nella concordia dell'intendere e
dell'atto o, come si direbbe oggi, dell'ideale e del reale, e insieme il dolore
della scissura, che mette il poeta in uno stato di ribellione contro l'uomo
«caduto in servo di signore», già signore di sè, ora servo delle sue
inclinazioni animali. Ma il sentimento di questa contraddizione non uccide
l'entusiasmo e la fede, come ne' poeti moderni: l'anima del poeta è ancora
giovane, piena di una fede robusta, che il disinganno nobilita e fortifica; e
però il dolore del disaccordo non lo conduce alla negazione della filosofia,
anzi alla sua glorificazione, ad un più ardente amore della derelitta, fiero di
possederla e amarla egli solo con pochi, e di sentirsi perciò quasi Dio tra la
gregge degli uomini.
Adunque, il primo carattere di questo mondo lirico è la sua verità
psicologica. Se c'è negli accessorii alcunche di fattizio e di convenzionale, il
fondo è vero, è la sincera espressione di quello che si passa nell'animo del
poeta. Ti senti innanzi ad un uomo che considera la vita seriamente. La vita è
la filosofia, la verità realizzata; e la poesia è la voce e la faccia della
verità. Amico della filosofia, con orgoglio non minore si chiama poeta, il
banditore del vero. Filosofo e poeta, si sente come investito di una missione,
di una specie di apostolato laicale, e parla dal tripode alla moltitudine, con
l'autorità e la sicurezza di chi possiede la verità.
Ma il sentimento che move questo mondo lirico così serio e sincero non
rimane puramente individuale o subiettivo; anzi la parte personale e contingente
appena si mostra: esso è l'accento lirico dell'umanità a quel tempo, la sua
forma di essere, di credere, di sentire e di esprimersi. Quell'angeletta scesa
dal cielo, che non giunge ad esser donna, breve apparizione, che ritorna al
cielo in bianca nuvoletta, seguita dagli angioli che le cantano «Osanna»,
ma rimasa in terra, come luce della verità, della quale l'amante si fa apostolo,
è tutto il romanzo religioso e filosofico di quell'età: è la vita che ha la sua
verità nell'altro mondo e che qui non è che Beatrice, fenomeno, apparenza, velo
della eterna verità. Se la terra è un luogo di passaggio e di prova, la poesia è
al di là della terra, nel regno della verità. Beatrice comincia a vivere quando
muore.
Un mondo così mistico e spiritualista nel concetto, così dottrinale nella
forma, se può essere allegoricamente rappresentato dalla scultura, se trova
nella pittura e nella musica le sue movenze, le sue sfumature, il suo
indefinito, è difficilissimo a rappresentare con la parola. Perchè la parola è
analisi, distinzione, precisione, e non può rappresentare che un contenuto ben
determinato, e ne' suoi momenti successivi, più che nella sua unità. Analizzate
questo mondo, e vi svanisce dinanzi, come realtà o vita: l'analisi vi porta
irresistibilmente al discorso, al ragionamento, alla forma dottrinale, che è la
negazione dell'arte. Non bisogna dimenticare che la vita interna di questo mondo
è la scienza, come concetto e come forma, la pura scienza, non penetrata ancora
nella vita e divenuta fatto. È vero che per Dante la scienza dee essere non
astratto pensiero, ma realtà. Se non che il male è appunto in questo «dee
essere». Perchè, prendendo a fondamento non quello che è, ma quello che dee
essere, la sua poesia è ragionamento, esortazione, non rappresentazione, se non
in forma allegorica, che aggiunge una nuova difficoltà ad un contenuto così in
se stesso astruso e scientifico.
I contemporanei sentirono la difficoltà e credettero vincerla con la
rettorica, ornando quei concetti di vaghi fiori. Anche Dante credeva rendere
poetica la filosofia, dandole una bella faccia. Certo, questo era un progresso;
ma siamo ancora al limitare dell'arte, nel regno dell'immaginazione. Guinicelli,
Cino, Cavalcanti non possono attirare la nostra attenzione, e neppur Dante,
ancorchè dotato di una immaginazione così potente. Anzi egli riesce meno di
questi suoi predecessori nell'arte dell'ornare e del colorire, perchè quelli vi
pongono il massimo studio, non essendo il mondo da essi rappresentato che un
gioco d'immaginazione, dove a Dante quel mondo è lui stesso, parte del suo
essere, e che ha la sua importanza in se stesso: ond'egli è sobrio, severo,
schivo del «gradire», e spesso nudo sino alla rozzezza. E non corre agli
ornamenti, come mezzo rettorico e a fine di ornare e di lisciare, ma per rendere
palpabile ed evidente il suo concetto.
Ma Dante vince in gran parte la difficoltà appunto per questo, che quel
mondo è vita della sua vita e anima della sua anima. Esso opera non pure sulla
sua mente, ma su tutto il suo essere. Questa sua fede assoluta in quel mondo non
è però sufficiente a farne un poeta. La fede è la base, il sottinteso, la
condizione preliminare e necessaria della poesia, ma non è la poesia. Il poeta
dee essere un credente, ma non ogni credente è poeta; può essere un santo, un
apostolo, un filosofo. Dante non fu il santo, nè il filosofo del suo mondo: fu
il poeta. La fede svegliò le mirabili facoltà poetiche che avea sortito da
natura.
Dante ha in supremo grado la principale facoltà di un poeta, la fantasia,
che non si vuol confondere con l'immaginazione, facoltà molto inferiore.
L'immaginazione ti dà l'ornato e il colore, liscia la superficie: il suo
maggiore sforzo è di offrirti un simulacro di vita nell'allegoria e nella
personificazione. La fantasia è facoltà creatrice, intuitiva e spontanea, è la
vera musa, il «deus in nobis», che possiede il secreto della vita, e te
la coglie a volo anche nelle sue più fuggevoli apparizioni, e te ne dà
l'impressione e il sentimento. L'immaginazione è plastica; ti dà il disegno, ti
dà la faccia: «pulcra species, sed cerebrum non habet»: l'immagine è il
fine ultimo in cui si adagia. La fantasia lavora al di dentro, e non ti coglie
il di fuori, se non come espressione e parola della vita interiore.
L'immaginazione è analisi, e più si sforza di ornare, di disegnare, di colorire,
più le fugge il sostanziale, quel tutto insieme, in cui è la vita. La fantasia è
sintesi: mira all'essenziale, e di un tratto solo ti suscita le impressioni e i
sentimenti di persona viva e te ne porge l'immagine. La creatura
dell'immaginazione è l'immagine finita in se stessa e opaca; la creatura della
fantasia è il «fantasma», figura abbozzata e trasparente, che si compie nel tuo
spirito. L'immaginazione ha molto del meccanico, è comune alla poesia e alla
prosa, a' sommi e a' mediocri; la fantasia è essenzialmente organica, ed è
privilegio di pochissimi che son detti Poeti.
Il mondo lirico di Dante, o piuttosto del suo secolo, così mistico e
spirituale, resiste a tutti gli sforzi dell'immaginazione. In balìa di questa
esso non è che un mondo rettorico e artificiale, di bella apparenza, ma freddo e
astratto nel fondo. Tale è il mondo di Guinicelli, di Cavalcanti e di Cino.
L'organo naturale di questo mondo è la fantasia, e la sua forma è il fantasma.
Il suo primo e solo poeta è Dante, perchè Dante ha l'istrumento atto a
generarlo, è la prima fantasia del mondo moderno.
Dante non accarezza l'immagine, non vi s'indugia sopra, se non quando essa
è lume che come paragone dia una faccia al suo concetto. Sia d'esempio la sua
canzone all'Amore:
Amor che movi tua virtù dal cielo
come 'l sol lo splendore,
chè là s'apprende più lo suo valore,
dove più nobiltà suo raggio trova...
Ed hammi in foco acceso,
come acqua per chiarezza foco accende...
È sua beltà del tuo valor conforto,
in quanto giudicar si puote effetto
sopra degno suggetto,
in guisa che al sol raggio di foco;
lo qual non dà a lui, nè to' virtute;
ma fallo in alto loco
nell'effetto parer di più salute.
Queste immagini non sono il concetto esso medesimo, ma paragoni atti a
lumeggiarlo. È la maniera del Guinicelli. Costui se ne pavoneggia, e vi spiega
un lusso e una pompa che passa il segno e affoga il concetto nell'immagine.
Dante è più severo, perchè il concetto non gli è indifferente e non te ne
distrae, anzi per troppo amore a quello spesso te lo porge nodo e irsuto com'è
da natura. Ma egli penetra in questo mondo di concetti e ne fa il suo romanzo,
la sua storia intima. Il concetto allora, non che abbia bisogno di essere
illuminato da una immagine tolta dal di fuori, è trasformato, è esso medesimo
l'immagine. In quest'opera di trasformazione si rivela la fantasia. Pigmalione
non è più una statua di marmo; ma riscaldato dall'amorosa fantasia diviene
persona. La donna astratta e anonima del trovatore, divenuta innanzi alla
filosofia un'idea platonica, l'esemplare di ogni bellezza e di ogni virtù,
eccola qui persona viva: è Beatrice, quell'angeletta scesa dal cielo, che
annunzia alle genti il suo arrivo e racconta la sua bellezza:
Ciascuna stella negli occhi mi piove
della sua luce e della sua virtute.
Ma questo lavoro di trasformazione non va così innanzi che il concetto sia come
seppellito e dimenticato nell'immagine (miracolo dell'arte greca), nè questo
avviene per manco di calore e di fantasia. Dante è così immedesimato con quel
suo mondo intellettuale e mistico, che la sua fantasia non può oltrepassarlo,
non può materializzarlo. In questa dissonanza può capitare l'artista a cui il
contenuto sia indifferente e che intenda alla perfezione del modello, non il
poeta che ha un culto per il suo mondo, e vi si chiude, e ne fa la sua regola e
il suo limite. Dante non può paganizzare quel mondo dello spirito, appunto
perchè esso è il suo spirito, il suo mondo, il suo modo di sentire e di
concepire. La sua immagine è ricordevole e trascendente, e appena abbozzata è
già scorporata, fatta impressione e sentimento. Non descrive: non può fissare e
determinare l'immagine, come quella a cui l'intelletto non giunge. Gli sta
innanzi un non so che, luce intellettuale, superiore all'espressione, visibile
non in se stessa ma nelle sue impressioni. Perciò esprime non quello che ella è,
ma quello che pare. Ciò che è più chiaro innanzi alla sua immaginazione, non è
il corpo, ma lo spirito, non è l'immagine, ma il suo «parere», l'impressione:
Quel ch'ella par, quando un poco sorride,
non si può dicer, nè tenere a mente:
sì è novo miracolo e gentile.
... .....
Ed avea seco umiltà sì verace,
che parea che dicesse: - Io sono in pace. -
E par che dalla sua labbia si mova
... .....
uno spirto soave e pien d'amore,
che va dicendo all'anima: - Sospira. -
Questi ultimi tre versi sono la chiusa mirabile di un sonetto molto lodato, dove
il poeta vuol descrivere Beatrice, e non fa che esprimere impressioni. Beatrice
non la vedi mai. Ella è come Dio, nel santuario. Non la vedi, ma senti la sua
presenza in quel mondo tutto pieno di lei. Ella piange la morte del padre. Lo
sguardo del poeta non è là. Tu vedi lei nella faccia sfigurata del poeta e nel
pianto delle donne che gli sono intorno, che la udirono, e non osarono di
guardarla:
che qual l'avesse voluta mirare,
saria dinanzi a lei caduta morta.
Beatrice saluta, e
... . ogni lingua divien tremando muta
e gli occhi non l'ardiscon di guardare.
Di questa giovinetta, inaccessibile allo sguardo, non descritta, non
rappresentata, di cui non hai nessuna parola e nessun atto, non restano che due
immagini: del nascere e del morire, l'angeletta scesa di cielo, che torna al
cielo bianca nuvoletta. Dante non vede lei morire. La vede in sogno, e già
morta, e quando le donne la coprian di un velo. Ma se della morte non ci è
l'immagine, ce n'è il vivo sentimento:
... Morte, assai dolce ti tegno:
tu dèi omai esser cosa gentile,
poi che tu se' nella mia donna stata,
e dèi aver pietate e non disdegno.
Vedi, ch' è sì desideroso vegno
d'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.
Vieni, chè 'l cor ti chiede.
L'universo muore con Beatrice:
Ed esser mi parea non so in qual loco,
e veder donne andar per via disciolte,
qual lagrimando, e qual traendo guai,
che di tristizia saettavan foco.
Poi mi parve vedere appoco appoco
turbar lo sole ed apparir la stella,
e pianger egli ed ella;
cader gli augelli volando per l'äre,
e la terra tremare:
e uom m'apparve scolorito e fioco,
dicendomi: - Che fai? non sai novella?
Morta è la donna tua ch'era sì bella.
«Sì bella!» Questa è l'immagine. Gli basta chiamarla bella, chiamarla Beatrice.
Incontra per via peregrini, essi soli indifferenti in tanto dolore:
Chè non piangete, quando voi passate
per lo suo mezzo la città dolente?
Se voi restate per volere udire,
certo lo core de' sospir mi dice
che lagrimando ne uscirete pui.
Ella ha perduta la sua Beatrice;
e le parole ch'uom di lei può dire,
hanno virtù di far piangere altrui.
La vita e la morte di Beatrice non è in lei, ma negli altri, in quello che fa
sentire. L'immagine è immediatamente trasformata in sentimento. E questa
immagine spiritualizzata è quella mezza realtà che si chiama il fantasma,
esistente più nella immaginazione del lettore che nella espressione del poeta.
Ciascuno si fa una Beatrice a sua maniera e secondo le forze del suo spirito.
Siamo nel regno musicale dell'indefinito. Beatrice è un rêve, un sogno,
una visione. La stessa sua morte è un sogno, o, come dice Dante, una fantasia,
accompagnata di particolari patetici e drammatici, perchè il poeta è vittima de'
suoi fantasmi, e vive entro a quel mondo e ne sente e riflette tutte le
impressioni. Beatrice muore, perchè «esta vita noiosa»
non era degna di sì gentil cosa;
e tornata gloriosa nel cielo, diviene «spiritual bellezza grande» che spande per
lo cielo luce d'amore e fa la maraviglia degli angioli. Questa bellezza
spirituale, o, come dice Dante altrove, «luce intellettual, piena d'amore», è il
mondo lirico realizzato nell'altra vita, dove il fantasma sparisce e la verità
ti si porge nel suo splendore intellettuale, pura intelligenza, bellezza
spirituale, scorporata. Il fantasma, quella mezza realtà a contorni vaghi e
indecisi, più visibile nelle impressioni e ne' sentimenti che nelle immagini,
non era che il presentimento, il velo, la forma preparatoria di questo regno del
puro spirito; era l'ombra dello spirito. Ora la luce intellettuale dissipa ogni
ombra: non hai niente più d'indeciso, niente più di corporeo: sei nel regno
della filosofia, dove tutto è precisione e dogmatismo, tutto è posto con
chiarezza, e discorso a modo degli scolastici. E poichè la filosofia non è
potuta divenire virtù, poichè in terra essa è proscritta, rimane una realtà
puramente scientifica e dottrinale. L'impressione ultima è che la terra è il
regno delle ombre e de' fantasmi, la selva dell'ignoranza e del vizio, la
tragedia che ha per sua inevitabile fine la morte e il dolore, e che la realtà,
l'eterna e Divina Commedia, è nell'altro mondo.
Nè prima, nè poi fu immaginato un mondo lirico così vasto nel suo ordito,
così profondo nella sua concezione, così coerente nelle sue parti, così armonico
nelle sue forme, così personale e a un tempo così umano. Esso è l'accento lirico
del medio evo colto nelle sue astrazioni e nelle sue visioni, la voce
dell'umanità a quel tempo. Il mistero di questo mondo religioso-filosofico è la
Morte «gentile», come passaggio dall'ombra alla luce, dal fantasma alla realtà,
dalla tragedia alla commedia, o, come dice Dante, alla pace. La morte è il
principio della vita, è la trasfigurazione. Perciò il vero centro di questa
lirica, la sua vera voce poetica è il sogno della morte di Beatrice, là dove
sono in presenza questa vita e l'altra, e mentre il sole piange e la terra
trema, gli angioli cantano «Osanna», e Beatrice par che dica: - Io sono
in pace -. Ci è la terra co' suoi dolori e il cielo con le sue estasi, il mondo
lirico nel momento misterioso della sua unità. Non credo che la lirica del medio
evo abbia prodotto niente di simile a questo sogno di Dante, di una rara
perfezione per chiarezza d'intuizione, per fusione di tinte, per profondità di
sentimento, per correzione di condotta e di disegno, per semplicità e verità di
espressione.
Ma se questo mondo logicamente è uno e concorde, esteticamente è scisso,
perchè non è insieme terra e cielo, ma è ora l'uno, ora l'altro, imperfetti
ambidue. Il fantasma è spesso simile più ad un'allegoria che ad una realtà, ed è
stazionario, senza successione e senza sviluppo, senza storia. La realtà è pura
scienza, in forma scolastica. Si può dire che quando in questo mondo comincia la
realtà, allora appunto muore la poesia, s'inaridisce la fantasia e il
sentimento. È un difetto organico di questo mondo, che resiste a tutti gli
sforzi dell'arte, resiste a Dante.
D'altra parte, Dante vi si mostra più poeta che artista. Quel mondo è per
lui cosa troppo seria, perchè possa contemplarlo col sereno istinto dell'arte.
Poco a lui importa che la superficie sia scabra, purchè ci sia sotto qualche
cosa che si mova. Perciò è sempre evidente, spesso arido e rozzo. L'Italia ha
già il suo poeta; non ha ancora il suo artista.
IV
LA PROSA
Se i rimatori o dicitori in rima aiutarono molto alla formazione del volgare,
non minore opera vi diedero i bei favellatori, o favoleggiatori. «Favella» viene
da «fabella», favoletta, e perciò le lingue moderne furon dette «favelle»,
lingue de' favoleggiatori. Costoro nelle corti e ne' castelli raccontavano
novelle, come i rimatori poetavano d'Amore. Così gl'inizi della nostra lingua
furono
versi d'amore e prose da romanzo.
Come i versi, così le prose aveano già tutto un repertorio venuto dal di fuori.
I rimatori attingevano nel codice d'Amore; i novellatori o favellatori
attingevano ne' romanzi della Tavola rotonda o di Carlomagno. Il cavaliere
errante era il tipo convenzionale degli uni e degli altri.
Questa letteratura non produsse altro che traduzioni come sono i Conti
di antichi cavalieri, la Tavola rotonda e i Reali di Francia:
Tristano, Isotta, Lancillotto, il re Meliadus, il profeta Merlino, Carlomagno,
Orlando erano gli eroi dell'immaginazione popolare. Oggi ancora i cantastorie
napoletani raccontano ad una plebe avida di fatti maravigliosi le geste di
Orlando e di Rinaldo. Anche la storia romana prese questa forma. Un codice
antico ha per titolo: Lucano tradotto in prosa, ed è la versione del
Giulio Cesare, romanzo in versi rimati di Jacques de Forest. La guerra
tra Cesare e Pompeo è narrata con colori e particolari tolti alla vita
cavalleresca. Cicerone, «mastro di rettorica» e «buono chierico», così comincia
una sua aringa a Pompeo: «Li re e conti e baroni e l'altro popolo ti richieggono
e pregano che tu non metta la cosa a indugio». E non è maraviglia che anche
nelle cronache penetri questa vita cavalleresca. Si leggono non senza diletto i
Diurnali, o come oggi si direbbe, giornali di Matteo Spinelli, la più
antica cronaca italiana, non solo per la semplicità e naturalezza del racconto
in un dialetto assai prossimo al volgare, ma per la vaghezza de' fattarelli, che
pare un favellatore e non uno storico. Di maggior mole è la Storia di
Firenze di Ricordano Malespini, che dagli inizi della città si stende sino
al 1282. Quando narra fatti contemporanei, è testimonio veridico ed esatto, nè
la sua fede guelfa lo induce ad alterare i fatti. Ma quando esce da' suoi tempi,
ti trovi nell'infanzia della coltura. Anacronismi ed errori geografici sono
accoppiati con la più grossolana credulità nelle favole più assurde, improntate
di tutto il maraviglioso de' romanzi cavallereschi. Dice che la chiesa di san
Pietro fu fondata a' tempi di Ottaviano, quando san Pietro e Cristo stesso non
erano ancora nati; che la mattina di Pentecoste fu celebrata la messa nella
chiesa della canonica di Fiesole al tempo di Catilina; che il tempio di san
Giovanni in Firenze fu fondato alla morte di Cristo; che Pisa viene da «pisare»
o «pesare», Lucca da «luce», e Pistoia da «pistolenzia»; narra gli amori di
Catilina con la regina Belisea, moglie del re Fiorino, e le avventure di
Teverina, figlia di Belisea, e pare una pagina tolta a qualche romanzo allora in
voga.
In queste versioni e cronache la lingua è ancor rozza e incerta, desinenze goffe
o dure, sgrammaticature frequenti, nessun indizio di periodo, nessun colorito:
non ci è ancora l'«io», la personalità dello scrittore.
Come la poesia, così la prosa cavalleresca poco attecchì in Italia. Non
solo non ci fu nessun romanzo originale, ma neppure alcuna imitazione. Tutto
quel maraviglioso è riprodotto con quella stessa aridità e indifferenza, che
senti nel Malespini, anche quando narra fatti commoventissimi, come la morte di
Manfredi, o di Bondelmonte. Come l'uomo inculto parla assai meglio che non
scrive, è a presumere che i novellatori raccontassero le loro favolette con una
vivacità d'immaginazione e di affetto, che non trovi ne' racconti e nelle
cronache. Ci è una raccolta di novelle, detta il Novellino, che sembrano
schizzi e appunti, anzi che vere narrazioni, simili a quegli argomenti che si
danno a' giovinetti per esercizio di scrivere. Il libro fu detto «fiore del
parlar gentile»; e veramente vi è tanta grazia e proprietà di dettato che stenti
a crederlo di quel secolo, e sembrano piuttosto racconti rozzi e in voga
raccolti e ripuliti più tardi. Ma se la lingua è assai più schietta e moderna
che non è ne' Conti di antichi cavalieri e ne' romanzi di quel tempo, è
in tutti la stessa aridità. Ci è il fatto ne' suoi punti essenziali, spogliato
di tutte le circostanze e i particolari che gli danno colore, e senza le
impressioni e i sentimenti che gli danno interesse. Pure, quando il fatto è
semplice e breve, e non richiede arte, basta a conseguire l'effetto quella
naturalezza e quel candore pieno di verità che è nel racconto. Eccone un
esempio:
"Leggesi del re Currado, padre di Corradino, che quando era garzone, si
avea in compagnia dodici garzoni di sua etade. Quando lo re Currado fallava, li
maestri che gli eran dati a guardia, non batteano lui, ma batteano di questi
garzoni suoi compagni per lui. E quei dicea: - Perchè non battete me, chè mia è
la colpa? - Diceano li maestri: - Perchè tu sei nostro signore. Ma noi battiamo
costoro per te: onde assai ti dee dolere, se tu hai gentil cuore, che altri
porti pena delle tue colpe. - E perciò si dice che lo re Currado si guardava
molto di fallire per la pietà di coloro."
Se il romanzo e la novella non giunse ad esser popolare tra noi, e non
divenne un lavoro d'arte, la ragione è che una materia tanto poetica si mostrò
quando lingua e arte erano ancora nell'infanzia, e rimasa fuori della vita e dei
costumi riuscì un frivolo passatempo, come fu della poesia cavalleresca.
Trattata da illetterati, questa materia non potè svilupparsi e formarsi,
sopravvenuto in breve tempo il risorgimento de' classici e il rifiorire delle
scienze, che trasse a sè l'animo delle classi colte. Quantunque «chierico»
significasse ancora uomo dotto, e da' pergami e dalle cattedre si parlasse
ancora latino, ed in latino si scrivessero le opere scientifiche, già il laicato
usciva dalle università vigoroso ed istrutto, con la giovanile confidenza nella
sua dottrina e nella sua forza. Se il chierico tendeva a restringere in pochi la
dottrina e farne un privilegio della sua milizia, lo spirito laicale tendeva a
diffonderla, a volgarizzarla, a farla patrimonio comune. La libertà municipale,
aprendo la vita pubblica a tutte le classi, costituiva in modo stabile un
laicato colto e operoso, a cui non bastava più il latino, e che, formato nelle
scuole, superbo della sua scienza, in quotidiana comunione con le altre classi,
aveva già un complesso d'idee comuni, che costituivano la base della coltura.
Erano nuove forze che entravano in azione e davano un indirizzo proprio alla
vita italiana. A quella gente quei romanzi e quei racconti doveano sembrare
trastullo di oziosi, spasso di plebe. Le idee religiose, così come venivano
bandite dal pergamo, non doveano aver molta grazia a' loro occhi; quella
semplicità e rozzezza di esposizione dovea poco gradire a quegli uomini, che
tutto codificavano e sillogizzavano. Certo non fu perciò estinta la razza de'
novellatori e de' predicatori; ma lo spirito della classe colta se ne allontanò,
e i Conti de' cavalieri e le Vite de' santi rimasero occupazione
di uomini semplici e inculti, senza eco e senza sviluppo. La società mirava a
divulgare la scienza, a diffondere le utili cognizioni, a far sua tutta la
cultura passata, profana e sacra. I suoi eroi furono Virgilio, Ovidio, Livio,
Cicerone, Aristotile, Platone, Galeno, Giustiniano, Boezio, santo Agostino e san
Tommaso. Il volgare divenne l'istrumento naturale di questa coltura. I poeti
bandivano la scienza in verso; i prosatori traslatavano dal latino gli scrittori
classici, i moralisti e i filosofi. Era un movimento di erudizione e di
assimilazione dell'antichità, che durò parecchi secoli, e che ebbe una grande
azione sulla nostra letteratura. La materia, a cui più volentieri si volgevano i
traduttori, era l'etica e la rettorica, l'arte del ben fare e l'arte del ben
dire. Una delle più antiche versioni è il Libro di Cato o Volgarizzamento
del Libro de' costumi, opera scritta in distici latini e divisa in quattro
libri. L'opera ebbe tanta voga, che se ne fecero tre versioni, ed è spesso
citata dagli scrittori. Nè è maraviglia, perchè ivi la morale è nella sua forma
più popolana, essendo ciascuna regola del ben vivere chiusa in un distico, a
guisa di motto o proverbio o sentenza, facile a tenere in memoria. Ecco un
esempio:
Virtutem primam esse puto, compescere linguam:
proximus ille Deo est Qui scit ratione tacere.
Ed è tradotto egregiamente così:
Costringere la lingua credo che sia la prima vertude:
quelli è prossimo di Dio, che sa tacere a ragione.
Esercizio utilissimo a' giovani sarebbe il raffronto delle tre versioni, che ti
mostra la lingua ne' diversi stati della sua formazione. La terza versione,
pubblicata dal Manni, ha per compagna l'Etica di Aristotile e la
Rettorica di Tullio. Questa Rettorica di Tullio è il Fiore di
rettorica, attribuito a frate Guidotto da Bologna, e da altri con più
verisimiglianza a Bono Giamboni, e che comincia così: «Qui comincia la
Rettorica nuova di Tullio, traslatata da grammatica in volgare per frate
Guidotto da Bologna». Che importanza avesse la rettorica, e quali miracoli potea
produrre, si vede da queste parole del traduttore:
"Fu uno nobile e vertudioso uomo, cittadino nato di Capova del regno di
Puglia, il quale era fatto abitante della nobile città di Roma, che avea nome
Marco Tullio Cicerone, lo quale fu maestro e trovatore della grande scienzia di
rettorica, la quale avanza tutte le altre scienzie per la bisogna di tutto
giorno parlare nelle valenti cose, siccome in far leggi e piati civili e
cherminali, e nelle cose cittadine, siccome in fare battaglie, ed ordinare
schiere, e confortare cavalieri nelle vicende degl'imperii, regni e principati,
e governare popoli e regni e cittadi e ville, e strane e diverse genti, come
conversano nel gran cerchio del mappamondo della terra."
Il libro è dedicato a re Manfredi, il quale vi potrà avere «sufficiente e
adorno ammaestramento a dire in piuvico e in privato». Accanto a Cicerone
comparisce il grande poeta Virgilio, «il quale Virgilio si trasse tutto il
costrutto dello intendimento della rettorica, e ne fece chiara dimostranza». Il
frate, cercando le «magne virtudi» di Cicerone, aggiunge: «Sì mi mosse talento
di volere alquanti membri del Fiore di rettorica volgarizzare di latino
in nostra lingua, siccome appartiene allo mestiere de' laici, volgarmente». Onde
pare che il tradurre volgarmente, in volgare, era mestiere dei laici, scrivendo
i chierici in latino. Queste citazioni sono il ritratto del tempo. Ci si vede la
grande impressione che facea su quelle menti Virgilio e Cicerone, «d'arme
maraviglioso cavaliere, franco di coraggio, armato di grande senno, fornito di
scienzia e di discrezione, ritrovatore di tutte le cose». E ci si vede pure la
gran fede nei miracoli della scienza, come se a vivere con buoni costumi e a ben
dire in pubblico e in privato bastasse imparare le regole dell'etica e della
rettorica. Nè si recavano in volgare le opere solo dell'antichità, ma anche le
contemporanee scritte in latino. Cito fra gli altri il volgarizzamento fatto da
Soffredi del Grazia, notaio pistoiese, de' Trattati di morale, dottissima
opera di Albertano da Brescia, scritta in prigione. Il primo trattato, Della
dilezione di Dio e del prossimo e della forma della vita onesta, è composto
l'anno 1238. L'opera levò tal grido, che fu tradotta in francese e in inglese, e
veramente ci è lì dentro raccolta tutta la dottrina del tempo intorno all'onesto
vivere, sacra e profana. L'impulso fu tale che gli uomini più chiari si volsero
a tradurre o compendiare grammatiche, rettoriche, trattati di morale, di fisica,
di medicina. Ristoro di Arezzo scrivea sulla Composizione della terra;
Cavalcanti scrivea una grammatica e una rettorica; ser Brunetto traduceva il
trattato De inventione di Cicerone e parecchie orazioni di Sallustio e di
Livio, e sotto nome di Fiore di filosofi e di molti savi raccoglieva i
detti e i fatti degli antichi filosofi, Pitagora, Democrito, Socrate, Epicuro,
Teofrasto, e di uomini illustri, come Papirio, Catone. Ecco i «fiori» di Plato:
"Plato fue grandissimo savio e cortese, in parole, e disse queste
sentenzie:
In amistade, nè in fede non ricevere uomo folle: più leggermente si passa
l'odio de' folli e de' malvagi, che la loro compagnia.
A neuno uomo ti fare troppo compagno. L'uomo è cosa troppo singolare: non
puote sofferire suo pare, de' suoi maggiori hae invidia, de' suoi minori hae
disdegno, a' suoi iguali non leggeremente s'accorda.
Quelli sono pessimi e maliziosi nimici, che sono nella fronte allegri e
nel cuore tristi."
Secondo la rettorica di quel tempo si diceva «fiore» quel raccogliere il meglio
degli antichi e offrirlo al pubblico come un bel mazzetto. E si diceva anche
«giardino», come spiegava Bono Giamboni nel suo Giardino di consolazione,
versione del latino: «e chiamasi questo Giardino di consolazione, imperò
che siccome nel giardino altri si consola e trova molti fiori e frutti, così in
questa opera si trovano molti e begli detti, li quali l'anima del divoto
leggitore indolcirà e consolerà». In effetti questo bel libro, dov'è molta
semplicità e grazia di dettato, è una descrizione de' vizi e delle virtù, con
sopra ciascuna materia i detti de' savi e de' santi Padri, tanto che si può
veramente dire dell'autore: «il più bel fior ne colse». Ecco il capitolo
Dell'Ebrietade:
«Ebrietade, secondo che dice santo Agostino, è vile sepoltura della
ragione e furore della mente». Anche dice: «La ebrietà è lusinghiere demonio,
dolce veleno, soave peccato. Anche dice: la ebrietà molti ne ha guasti, toglie
il senno, fa venire infermitadi, ingrossa lo ingegno, accende alla lussuria, mai
non tiene segreto, induce a male parole.» Santo Basilio dice: «l'ebro, quando
pensa bere, sì è beuto: come lo pesce che con grande desiderio inghiottisce
l'esca nella sua gola e non sente l'amo; così l'ebro, bevendo il vino, riceve in
sè nemico senza ragione.» E santo Paolo dice: «non t'inebriare di vino, imperò
che di vino esce lussuria.»
Nè solo «fiore» o «giardino», ma si diceva pure «tesoro» o «convito»,
quasi mostra di ricche pietre preziose, o di elettissime vivande. Brunetto, che
scrisse il Fiore, avea già scritto il Tesoro, «in romanzo o lingua
francesca», come «più dilettevole e più comune che tutti gli altri linguaggi», e
voltato poi in volgare da Bono Giamboni. Il Tesoro è il Cosmos di
quel tempo, l'universalità della scienza come s'insegnava nelle scuole, la somma
o il compendio del sapere, e per dirla con le parole di Brunetto, «un'arnia di
mèle tratta di diversi fiori», un «estratto di tutt'i membri di filosofia in una
somma brevemente». Prende capo dalla filosofia, siccome «radice di cui crescono
tutte le scienze», ed è descrizione di Dio, dell'uomo, della natura. Segue
l'etica, o filosofia pratica, e poi la rettorica, che ha come appendice la
politica, o l'arte di ben governare gli stati. È il disegno di una prima facoltà
universitaria, che prepara con questi studi i giovani alle scienze speciali.
Questa vasta compilazione, di cui non era esempio, parve una maraviglia. Ma più
importanti erano i trattati speciali, dove gli scrittori mostravano qualche
originalità, come furono i tre trattati di Albertano e il famoso trattato De
regimine principum di Egidio Colonna, dottissimo patrizio napolitano,
volgarizzato da un toscano.
Il luogo che teneva la fede, venne occupato dalla filosofia. Non che la
filosofia negasse la fede, anzi era proprio di quel tempo aver fede in tutto
quello che era scritto; ma sotto quella forma s'affermava la società colta, e si
distingueva da' semplici e dagl'ignoranti. Il luogo comune di tutte le
invenzioni era l'eterno Giobbe l'uomo colpito dall'avversità, che maledice prima
alla vita e trova poi rimedio e consolazione nella filosofia, ovvero nello
studio della scienza, nella visione delle opere divine e umane. Questo spiega la
grande popolarità del libro di Boezio Della consolazione, fondato appunto
su questa base, dove la filosofia è rappresentata «in sembianza di donna, in
tale abito e in sì maravigliosa potenzia, che cresceva quando le piaceva, tanto
che il suo capo aggiungeva di sopra alle stelle e sopra al cielo, e poggiava a
monte e a valle». Tale è pure la visione di ser Brunetto Latini nel
Tesoretto, ch'è visione delle cose umane «secondo il corso stabilito a
ciascheduna»:
Io le vidi ubbidire,
finire e incominciare,
morire e 'ngenerare.
La stessa base ha il libro, Introduzione alle virtù, di Bono Giamboni. È
un giovine, «caduto di buono luogo in malvagio stato», che narra di sè in questo
modo:
"Seguitando il lamento che fece Giobbe, cominciai a maledire l'ora e il
die che io nacqui e venn'in questa misera vita, e il cibo che in questo mondo
m'avea nutricato e governato. E pienamente luttando con guai e gran sospiri, i
quali venieno della profondità del mio petto, fra me medesimo dissi: - Dio
onnipotente, perchè mi facesti tu vivere in questo misero mondo, acciocch'io
patissi cotanti dolori e portassi cotante fatiche e sostenessi cotante pene?
Perchè non mi uccidesti nel ventre della madre mia, o incontanente che nacqui
non mi desti tu la morte? Facestilo tu per dare di me esempio alle genti, che
neuna miseria d'uomo potesse nel mondo più montare? - Lamentandomi duramente
nella profondità di un'oscura notte nel modo che avete udito di sopra, e
dirottamente piangendo m'apparve di sopra al capo una figura, che disse: -
Figliuolo mio, forte mi maraviglio, che essendo tu uomo, fai reggimenti
bestiali, perciocchè stai sempre col capo chinato, e guardi le oscure cose della
terra, laonde sei infermato e caduto in pericolosa malattia. Ma se tu dirizzassi
il capo e guardassi il cielo e le dilettevoli cose del cielo considerassi, come
dee fare uomo naturalmente, e di ogni tua malattia saresti purgato, e vedresti
la malizia de' tuoi reggimenti, e sarestine dolente. Or non ti ricorda di quello
che disse Boezio: che, conciossiacosachè tutti gli altri animali guardino la
terra, e seguitino le cose terrene per natura, solo all'uomo è dato a guardare
il cielo, e le celestiali cose contemplare e vedere? - Quando la boce ebbe
parlato... , si riposò una pezza, aspettando se alcuna cosa rispondessi o
dicessi; e vedendo che stava mutolo, e di favellare neuno sembiante facea, si
rappressò verso me, e prese i ghironi del suo vestimento, e forbimmi gli occhi,
i quali erano di molte lacrime gravati per duri pianti ch'io avea fatto...
Allora apersi gli occhi e guardaimi dintorno, e vidi appresso di me una figura
bellissima e piacente, quanto più innanzi fue possibile alla natura di fare. E
della detta figura nascea una luce tanto grande e profonda, che abbagliava gli
occhi di coloro che guardare la volieno: sicchè poche persone la poteano
fermamente mirare. E della detta luce nasceano sette grandi e maravigliosi
splendori che alluminavano tutto il mondo. E io vedendo la detta figura così
bella e lucente, avvegna che avessi dallo incominciamento paura, m'assicurai
tostamente, pensando che cosa rea non potea così chiara luce generare. Cominciai
a guardar la figura tanto fermamente, quanto la debolezza del mio viso poteva
sofferire. E quando l'ebbi assai mirata, conobbi certamente ch'era la Filosofia,
nelle cui magioni avea lungamente dimorato. Allora incominciai a favellare e
dissi: - Maestra delle virtudi, che vai tu facendo in tanta profondità di notte
per le magioni de' servi tuoi? - "
Seguono discorsi tra questo servo della Filosofia e la Filosofia, il cui
costrutto è questo: che la vita terrestre è vita di prova; e la vera vita è in
cielo, se però «porti in pace le pene e le tribulazioni di questo mondo, chi
vuole essere verace figliuolo di Dio, e non bastardo, pensando, che s'egli sarà
compagno di Dio nelle passioni, sarà suo compagno nelle consolazioni». La
Filosofia finisce con questo lamento:
«O umana generazione, quanto se' piena di vanagloria, e hai gli occhi
della mente, e non vedi! Tu ti rallegri delle ricchezze e della gloria del
mondo, e di compiere i desidèri della carne, che possono bastare quasi per uno
momento di tempo, perchè poco basta la vita dell'uomo: e queste sono veracemente
la morte tua, perchè meritano nell'altro mondo molte pene eternali. E della
povertà e delle tribulazioni del mondo ti turbi e lamenti, che poco tempo
possono durare: e queste sono veracemente la tua vita, perchè se si comportano
in pace, meritano nell'altro mondo molta gloria perpetuale... Disse uno savio: -
Quello che ne diletta nel mondo è cosa di momento, e quello che ne tormenta
nell'altro, durerae mai sempre.»
E segue, citando i detti dell'Apostolo, di san Pietro e di Salomone.
Questo era il tèma comune delle prediche, salvo che qui il predicatore è la
Filosofia, che si fa interprete di Dio, e cita Salomone e san Pietro e i santi
Padri. Questo concetto è l'idea fondamentale della «leggenda», una storia
fantastica, la cui base è il peccatore condannato o redento. In queste leggende
Dio e il demonio sono gli attori principali: Dio che co' suoi angioli e le sue
virtù tira l'anima alla rinunzia de' beni terrestri e alla contemplazione delle
cose celesti, e il demonio che la tiene stretta e affezionata alla terra.
L'uomo, mosso dalle naturali inclinazioni, vende l'anima al demonio pur d'essere
felice in terra, e lo spettacolo finisce nelle tenebre e nel fuoco dell'inferno.
Ma spesso la tragedia si solve nella commedia, cioè nel trionfo e nel gaudio
dell'anima, quando, aiutata dalla divina grazia, sa riscattarsi dal demonio e
acquistare il paradiso. Questa lotta tra Dio e il demonio è la battaglia dei
vizi e delle virtudi, che nella Introduzione alle virtù del Giamboni la
Filosofia mostra al suo servo, perchè in quella immagine fortifichi la sua fede.
Questa è pure la base della leggenda del dottore Fausto che vendè l'anima al
diavolo, leggenda così popolare al medio evo, e resa immortale da Goethe. E
questo è anche il concetto del mondo lirico dantesco, dove Beatrice diviene la
Filosofia, e le gioie e i dolori dell'amore terrestre svaniscono nella
contemplazione intellettuale della Scienza.
Così il secolo decimoterzo si chiude con uno stesso concetto, esposto in
prosa e in poesia. Brunetto, Giamboni e Dante s'incontrano nella stessa idea, o
per dir meglio, era questa l'idea comune, elaborata in tutto il medio evo, e che
sullo scorcio di quel secolo ci si presenta netta e distinta, consapevole di sè.
Ma in prosa non trovò quell'adeguata espressione che seppe dare Dante al suo
mondo lirico. Mancò la leggenda, com'era mancata la novella, e mancò il romanzo
religioso o spirituale, com'era mancato il romanzo cavalleresco. Lo scrittore è
più intento a raccogliere che a produrre. Fra tanti «Fiori» e
«Giardini» e «Tesori» manca l'albero della vita, l'anima
impressionata e fatta attiva che produca. Ci è un lavoro di traduzione e di
compilazione, non ci è ancora un lavoro di assimilazione, e tanto meno di
produzione. Le ricchezze son tante, che tutta l'attività dello spirito è
consumata a raccoglierle, anzi che a crearne di nuove. Senti una stanchezza a
leggere queste traduzioni o compilazioni, dove niente è affermato senza un
«ipse dixit», o piuttosto «ipsi dixerunt», tante e così accumulate
sono le citazioni. E non ci è tregua, non digressioni, non varietà in questi
«giardini», dove hai innanzi un cicerone insopportabile, sempre con la stessa
voce e lo stesso tuono. Nessun movimento d'immaginazione o di affetto; nessun
vestigio di narrazione o descrizione; l'esposizione didattica, il trattato,
riempie l'intelletto, e t'uccide l'anima. L'espressione più chiara del secolo
furono i dottissimi Brunetto Latini e Bono Giamboni, traduttori e compilatori
infaticabili. Basti dire che il Giamboni, oltre le opere avanti accennate, ha
tradotto pure le Storie di Paolo Orosio, l'Arte della guerra di
Flavio Vegezio e la Forma di onesta vita di Martino Dumense.
La gloria di questo secolo, cominciatore di civiltà, è di aver preparato
il secolo appresso, lasciandogli in eredità una ricca messe di cognizioni fatte
volgari, e la lingua e la poesia formata nella sua parte tecnica. Quel tradurre
fu un esercizio utilissimo, che diede forma e stabilità alla nuova lingua, e
quella pieghevolezza ed evidenza che viene dalla necessità di rendere con
esattezza il pensiero altrui. Principe de' traduttori fu Bono Giamboni, così
terso e fresco che molte pagine con lievi correzioni si direbbero scritte oggi,
soprattutto dove sono descrizioni di animali o di virtù e di vizi.
In queste prose didattiche non ci è di arte neppure intenzione. Ai
contemporanei di Cino, di Cavalcanti, di Dante quelle nude e aride prose doveano
sembrare assai povera cosa. E si venne confermando l'opinione che il volgare non
fosse buono che a dire di amore, e che le materie gravi si dovessero trattare in
latino, come costumavano gli scrittori di polso.
V
I MISTERI E LE VISIONI
Al punto a cui siamo giunti, ci si porge chiara l'immagine delsecolo
decimoterzo. Due sono le fonti di quella letteratura primitiva: la cavalleria e
le sacre scritture. L'eroe della cavalleria, il cavaliere, è l'uomo che si
sforza di realizzare in terra la verità e la giustizia, di cui è immagine la
donna, suo culto e amore. La sua vita è attiva, piena di avventure e di fatti
maravigliosi. Senti la sua presenza nella più antica lirica, nelle novelle, ne'
romanzi e nelle cronache. Ma la cavalleria, venutaci di fuori, con gli stranieri
che occupavano il nostro suolo, non prese radice, non si sviluppò, non produsse
alcuna opera originale, rimase stazionaria. Perdette il suo carattere serio e
quasi religioso e restò un puro gioco d'immaginazione, che si mescola come
colorito e accessorio in tutte le storie, sacre e profane. Di ben altra
efficacia era l'idea religiosa, penetrata ne' sentimenti e ne' costumi e nelle
istituzioni, compagna dell'uomo in tutti gli stati della vita. L'eroe cristiano
è chiamato pure «cavaliere», il «cavaliere di Cristo»; ma è un eroe
contemplativo, il cui tipo è il frate, il romito, il santo. Come il cavaliere
errante, anche lui rinunzia ed ha a vile i beni terrestri, ma la vita dell'uno è
militante, quella dell'altro è contemplante: ci è in fondo la stessa idea, di
cui l'uno è il soldato, l'altro è il sacerdote. Certo, questi due tipi entrano
spesso l'uno nell'altro, e il frate diviene il templario o il cavaliere di
Malta, soldato della fede, e il cavaliere errante finisce romito e penitente. Ma
il cavaliere, gittandosi nelle più strane avventure, dimentica e fa dimenticare
il cielo, attirata l'attenzione dal maraviglioso delle opere, sì che destano
uguale curiosità e interesse le geste de' cristiani e de' saracini, e la
rappresentazione rimane terrena. L'altro al contrario passando la vita ne'
digiuni, nella povertà, nella castità e nell'orazione, ci tien sempre viva
innanzi l'immagine dell'altro mondo; e perciò questa vita contemplativa è
schiettamente religiosa; anzi è ivi la perfezione, ivi il più alto ideale. La
passione dell'anima è l'esser legata al corpo, alla carne, e la sua beatitudine
o santificazione è sciogliersi da quella e star con Cristo: al che è via la
contemplazione e la preghiera. Nelle tre allegorie sull'anima pubblicate dal
Palermo è detto: «Ogni bene e virtù, qualunque vogli, e buono in sè medesimo, ma
la preghiera solamente trae a sè tutte le altre virtù». In queste allegorie
compariscono tre esseri, che sono i tre gradi della santificazione: «Umano»,
«Spoglia» e «Rinnova». Dapprima l'anima, impacciata dal terrestre, dall'«Umano»,
non può scorgere il vero che sotto figura, nel sensibile. Il secondo essere,
«Spoglia», è la virtù che monda e purga l'anima dagli affetti terrestri, insino
a che viene «Rinnova», luce mentale, che «rinnova l'anima in tutto e mostra la
verità senz'ombra e senza figura». Questi tre gradi di santificazione
comprendono tutta la vita del cavaliere cristiano. Inviluppato nel senso e nella
carne, non vede che un barlume del vero, e non giunge all'ultima luce mentale,
all'ultimo grado, se non purificandosi e mondandosi della parte terrestre.
Anch'egli ha le sue battaglie, ma col demonio e con la carne, ch'egli macera e
mortifica d'ogni maniera, e le sue armi sono la contemplazione e la preghiera.
Il maraviglioso di questa vita non è solo ne' miracoli, ma in quella forza di
volontà che trae l'uomo a vincere tutti gli affetti e le inclinazioni naturali,
com'è in santo Alessio, il tipo più commovente di questi cavalieri di Cristo. La
creazione del mondo, il peccato originale, le profezie, la venuta di Cristo, la
sua passione, morte e trasfigurazione, l'anticristo e il giudizio universale
sono l'epopea, il fondo storico a cui si annodano tante vite di santi. E questa
storia dell'umanità era tutt'i giorni innanzi al popolo, nella predica, nella
confessione, nella messa, nelle feste. La messa non è altro che una
rappresentazione simbolica di questa storia, un vero dramma senza che ce ne sia
l'intenzione, rappresentato dal prete e da' fedeli. Ogni atto che fa il prete, è
pieno di significato, è rappresentazione mimica. La prima parte della messa è
epica o narrativa; è il Verbum Dei, l'esposizione che comprende le
profezie e il Vangelo, e finisce con la predica. La seconda parte è drammatica,
è l'azione, il Sacrificium, l'adempimento delle profezie. La terza parte
è lirica, come nelle risposte de' fedeli (il coro) al prete, o quando due cori
si alternano nel canto, e negl'inni e nelle preghiere: ciò che ha luogo
principalmente nella messa cantata. Aggiungi le immagini de' santi e i fatti
dell'antico e del nuovo Testamento in quelle cappelle, in quelle finestre
variopinte, in quelle cupole, e quelle grandi ombre, e quelle moli
restringentisi sempre più e terminate da croci slanciate verso il cielo, ed
avrai l'immagine e l'effetto musicale di questo stacco dalla terra, di questo
volo dell'anima a Dio. Dopo l'evangelo, il predicatore talora, per fare più
effetto sull'immaginazione, esponeva la sua storia sotto forma di
rappresentazione, come si fa in parte anche oggi ne' quaresimali. I monaci e i
preti rappresentavano il fatto, e il predicatore aggiungeva le sue spiegazioni e
considerazioni. Era una rappresentazione liturgica, cioè legata al culto, parte
del culto, detta «divozione» o «mistero». Di tal natura sono due divozioni, che
si rappresentavano il giovedì e il venerdì santo, e sono piuttosto due atti di
una sola rappresentazione che due rappresentazioni distinte. La prima comincia
col banchetto che Cristo ebbe in casa di Lazzaro sei giorni avanti Pasqua, e che
qui è il giovedì santo. Cristo viene da Gerusalemme, Maria con Maddalena
e Marta gli va incontro. Maria prega il figlio di non tornare a
Gerusalemme, perchè vogliono la sua morte. Cristo risponde dover ubbidire
al Padre: pur si conforti, che niente farà che non lo dica a lei. Alla fine del
banchetto Cristo scopre a Maddalena che dee ire a Gerusalemme, dove
patirà il supplizio della croce, e le raccomanda la madre. Cristo esce.
Sopraggiunge Maria, che ha visto il figlio turbato, e la prega a svelarle quello
che il figlio le ha detto. Maddalena tace. E la madre va a Cristo tutta in
lacrime, e dice:
Dimilo, figlio, dimilo a mi,
perchè stai tanto afannato?
Amara mi, piena de suspiri,
perchè a mi lo hai celato?
De gran dolore se spezzano le vene,
e de doglia, figlio, me esse il fiato,
chè t'amo, o figlio, con perfecto core,
dimilo a mi, o dolce Segnore.
Cristo dice che pel riscatto del mondo dee ire a morte, e Maria sviene. Tornata
in sè e lamentandosi, raccomanda il figlio a Giuda, che risponde in modo
equivoco: - So quello che ho a fare. - Poi si volge a Pietro, che promette
difendere il figlio contro tutto il mondo. Giunti a una porta della città, Maria
non vuol separarsi dal figlio; ma quando non lo vede più e sa che per un'altra
porta è entrato in Gerusalemme, fa pietosi lamenti innanzi al popolo:
O figlio mio, tanto amoroso,
o figlio mio, due se' tu andato?
O figlio mio, tuto gracioso,
per quale porta se' tu entrato?
O figlio mio, assai deletoso,
tu sei partito tanto sconsolato!
Ditime, donne, per amor de Dio,
dov'è andato lo figlio mio?
Segue il racconto secondo la Bibbia. Le parole di Cristo, tolte al Vangelo, sono
dette in latino. E la «divozione» finisce con la prigionia di Cristo.
La «divozione» del venerdì santo racconta la passione e la morte di
Cristo. Il predicatore interrompe la rappresentazione con le sue spiegazioni, e
fa cenno quando si ha a continuare. Maria vi rappresenta una gran parte. Mentre
Cristo prega pe' suoi nemici, ella dice alla croce:
Inclina li toi rami, o croce alta,
dona riposo a lo tuo Creatore;
lo corpo precioso ià se spianta;
lasa la tua forza e lo tuo vigore.
Cristo la raccomanda a Giovanni, che inginocchiandosi e baciandole i piedi cerca
racconsolarla. Ma essa abbraccia la croce e si lamenta:
O figlio mio, figlio amoroso,
come mi lasi sconsolata!
O figlio mio tanto precioso,
come rimango trista, adolorata!
Lo tuo capo è tutto spinoso,
e la tua faza di sangue bagnata!
altri che ti non voglio per figlio,
o dolce fiato e amoroso giglio.
Quando Cristo muore, Maddalena gli sta a' piedi, al capo Giovanni, Maria nel
mezzo. E bacia il corpo di Cristo, gli occhi, le guance, la bocca, i fianchi, le
mani «con le quali benediva il mondo», i piedi su' quali «Maddalena sparse tante
lacrime».
Queste rappresentazioni erano antichissime, e si scrivevano in latino,
come il Ludus paschalis, rappresentazione di Pasqua, dove è messo in
azione l'anticristo. Le due «divozioni» avanti discorse non sono probabilmente
che versioni o imitazioni di opere più antiche, rimase nella tradizione. Tale
era pure la rappresentazione del Nostro Signore Gesù Cristo, che ebbe
luogo a Padova nel 1243, e il Ludus Christi, una trilogia rappresentata
dal clero in Cividale negli ultimi due giorni di maggio il 1298. Nella
Pentecoste e ne' tre seguenti giorni il capitolo di questa città, in presenza
del vescovo e del patriarca di Aquileia, diede questa serie di rappresentazioni:
la creazione di Adamo ed Eva, la profezia o l'annunzio, la nascita, morte e
risurrezione di Cristo, la discesa dello Spirito santo, l'Anticristo, e la
venuta di Cristo nel giudizio universale. Era tutta l'epopea biblica, fatta
evidente e sensibile dalla musica, dal canto, dalle scene, dalla mimica e dalla
parola. Tale era pure la Passione, rappresentata a Roma nel Coliseo il
venerdì santo, dalla Compagnia del gonfalone nel 1264.
Queste rappresentazioni, di cui i preti erano attori e attrici, aveano
tutto il carattere di solennità o feste o cerimonie religiose. Il diavolo vi ha
pure la sua parte di tentatore, ma parla in modo serio e semplice, secondo la
sua natura, e non ha niente di grottesco e di ridicolo. Chiuse nel recinto delle
chiese, de' conventi e delle curie vescovili, rimangono tradizionali e immobili,
senza sviluppo artistico, come anche oggi si vedon in parte nelle feste del
contado.
La moralità di queste rappresentazioni era che il fine dell'uomo è
nell'altra vita, o come si diceva, è la salvazione dell'anima; che per
conseguire questo fine si ha a imitare Cristo, soffrire in questo mondo per
godere nell'altro. Perciò l'ideale, l'eroico o, come si diceva, la «perfezione
della vita» era il dispregio de' beni di questo mondo, la resistenza a tutte le
inclinazioni naturali e il vivere in ispirito nell'altro mondo con la
contemplazione e la preghiera. Questa è la vita de' santi, della quale si dava
anche rappresentazione a' fedeli. E tra le più antiche è una ancora inedita, che
ha per titolo: D'uno monaco che andò a servizio di Dio, probabilmente
recitata a monaci da monaci in un convento. L'eroe è questo monaco, un
giovinetto che resiste alle lacrime della madre, alle querele del padre, alle
tentazioni del compare, e si rende frate nel deserto, dove è accolto come figlio
da un romito. Ma ivi prove più dure l'attendono. Mentre egli va a raccogliere
per il pasto radici, frutta, castagne e noci, il romito prega, e mosso da
curiosità chiede a Dio qual luogo spetti al suo novizio in paradiso, e un angelo
risponde che sarà dannato. Non perciò della notizia si turba il giovinetto, anzi
risponde tranquillo che continuerà ad amare e servire Dio. Invano il demonio lo
tenta, dicendogli che «ha guastato l'amor naturale», e che il meglio sarà
tornare in casa del padre, chè forse Dio gli avrà misericordia. Il giovinetto
con gli scongiuri fuga il demonio, e rimane fermo nella sua risoluzione. Allora
l'angiolo annunzia al romito ch'egli è salvo. E il monaco e il romito intuonano
il Te Deum o una lauda. Nell'epilogo o commiato sono esortati gli
spettatori a castigare la carne e a pensare alla vita eterna. Anima della
rappresentazione è l' invitta fede del giovane monaco, che la preghiera e la
contemplazione è la più sicura guardia contro il peccato e la tentazione della
carne, e che si giunge alla santificazione con rinunziare al mondo e vivere con
lo spirito in Dio. Questo concetto è espresso in una forma scolastica nel canto
del monaco, di cui ecco alcuni brani:
L'anima sensitiva che ss'inchina
nel mondo a tutto quel che lla diletta,
apprezza poco la legge divina...
L'alma piena di fede e semplicetta
spesso si leva pura a contemplare
quel ben che veramente la diletta.
e quando a quel più intenta esser le pare,
allor dal grave corpo è sì constretta,
che giuso afflitta le convien tornare,
e umile e isdegnosa piange e dice:
- Deh! Chi mi sturba il mio esser felice? -
Quell'anima gentile è sempre viva,
e vive Iddio in lei per unione... ,
e tutta sta nella contemplativa,
e gode tutta; e s'ella ha passione,
è per esser legata al corpo tristo,
dal qual desia disciòrsi e star con Cristo.
Ci è una rappresentazione, intitolata Commedia dell'anima, che è una
storia ideale della vita de' santi, una specie di logica, dove sono le idee
fondamentali della santificazione, l'ossatura e lo scheletro di tutte le vite
de' santi. L'anima esce pura dalle mani di Dio e a sua immagine. Dio la
contempla con amore, dicendo:
Quando io risguardo quella creatura,
che all'immagine mia io ho formata,
e ch'io la veggo immaculata e pura
starmi dinanzi, la m'è accetta e grata:
ma l'ha bisogno d'una buona cura,
la quale a custodirla sia parata;
e perchè ha in sè l'immagine d'Iddio,
vo' che la guardi un angel santo e pio.
Ma il demonio, invidioso che «sì vil cosa abbia a fruire quel regno, del qual
esso è privato», si apparecchia a darle battaglia. L'angelo custode conforta
l'anima, e le presenta la Memoria, l'Intelletto e la Volontà: le sue «potenzie».
L'Intelletto parla dopo la Memoria e dice:
Io son di te la seconda potenzia
e il nome mio è detto Intelligenzia.
La mia quiete si sta nel Verbo eterno,
e quivi sempre debb'esser saziato:
però che in questo esilio io non discerno
com'io sarò in quel regno beato.
Allora io sarò sazio in sempiterno,
e quivi il mio obbietto arò trovato,
fermandomi in quel razzo rilucente,
che senza quello inquieta è la mia mente.
Lièvati sopra te tutta in fervore,
e guarda un po' del ciel quell'ornamento:
vedra'lo circondato di splendore;
poi pensa, anima mia, quel che v'è drento.
Lascia un po' star le cose esteriore,
se vuoi aver di quell'intendimento:
per questo i santi tutti innamorati
il mondo disprezzorno, pompe e stati.
E la Volontà dice:
Io son la Volontà che ho a fruire
quel ben c'ha dichiarato l'Intelletto,
e in quel fermando tutto il mio desire,
perchè creata sono a quest'effetto... ,
e perchè l'occhio corporal non vede,
credendo ho da seguir con pura fede.
L'Intelletto dice alla Volontà:
A te s'appartien sol deliberare
di far quel che ti è mostro fedelmente;
l'ufizio tuo è sempremai d'amare
ed unirti con Dio perfettamente.
E la Volontà risponde:
Nella tua spera i' m'ho sempre a guardare,
benchè la mostri un po' con pura mente;
quand'io sarò nella gloria beata,
ciascuna cosa mi fie dichiarata.
L'anima confortata alza la preghiera a Dio, e l'angelo custode aggiunge:
Dàgli, Signore, un'ardente fiammella,
che la difenda da drago feroce:
tu sai che l'è nel corpo incarcerata,
e non può a te senza te esser grata.
Cioè a dire, non bastano le tre potenzie naturali, Memoria, Intelligenzia,
Volontà, perchè l'anima piaccia al Signore; ci vuole anche la sua grazia,
l'ardente fiammella che dee cacciare il drago, il demonio. E Dio manda ad
assisterla le virtù teologiche, Fede vestita di colore celeste, con una croce
nella mano destra e nella sinistra un calice e suvvi la patena; Speranza vestita
di verde, con gli occhi fissi al cielo e le mani giunte, Carità vestita di
rosso, con un parvolino per mano. Intanto il demonio chiama l'Eresia, la
Disperazione, la Sensualità e tutte le sue forze capitanate dall'Odio. Le tre
virtù intorniano l'anima. La Fede dice dell'esser suo, e san Giovanni Crisostomo
celebra la sua potenza. Ma l'Infedeltà con acri parole la rampogna:
È vien da levità chi crede presto.
Tu ne sei ita quasi che per terra,
e puossi dir che la fede è mancata;
uomini grandi e dotti ti fan guerra,
chi t'esaltò, or t'ha perseguitata...
Va' nel Levante e in tutto l'Occidente,
e guarda di noi dua chi ha più gente.
Allora la Speranza viene in soccorso:
Leva su gli occhi alla città superna,
ch'è fabbricata senz'ingegno umano.
Ma l'anima teme, pensando la sua debolezza:
Come io digiuno un dì, i' son sì bianca
che par che un curandaio m'abbi imbiancato
io mi stare' a dormir sur una panca
e il corpo vuole un letto sprimacciato.
La Speranza le pone avanti l'esempio de' santi, e soprattutto di santo Agostino:
Quando diceva orando: - Signor mio,
questo mio cor non si può consolare:
tu solo se' quel che lo puoi quietare.
Allora l'assale la Disperazione e dice:
Pensa che la giustizia arà il suo loco
e tu hai fatt'assai ben di peccati:
- O tu dirai: - io non vo' disperarmi
perchè Dio è parato a perdonarmi? -
Ma l'anima risponde allo scherno, cacciandola da sè:
E tu va via, bestiaccia maledetta.
Segue un'altra disputa tra la Carità, della quale san Paolo celebra le lodi, e
l'Odio, in cui spunta l'ombra di un carattere, qualche cosa di simile a un
capitano millantatore:
Vòltati in qua, porgimi un po' l'orecchio
e non guardar ch'io sie canuto e vecchio.
Guardami un po' s'i' sono un bel vecchiardo,
e per antichità tutto canuto,
nell'operar son giovane e gagliardo,
a ricordar l'ingiuria molto astuto,
nel mio discorrer non son pigro o tardo,
conosco tutte le persone al fiuto:
subito che tu pigli qualche sdegno,
in un momento io vi fo su disegno.
La Carità t'exorta a perdonare,
ed io ti dico: - Non lo voler fare. -
Il perdonar vien da poltroneria
e d'animo ch' è pien di debolezza;
e chi t'ingiuria o dice villania,
quando che tu sopporti, e' vi s'avvezza:
rendigli il cambio a ognun, sia chi si sia,
mettigli al collo una grossa cavezza,
non lasciar mai la vendetta a chi resta,
e a chi fosse, dàgli in su la testa.
Io venni qui con una spada in mano
per istar teco e messimi l'elmetto,
io son del Satanasso capitano,
attengo volentier quel ch'io prometto:
quand'io veggo per terra il sangue umano,
mi genera a vederlo un gran diletto,
e tengo sempre 'l mio caval sellato
per esser presto presto in ogni lato.
Oh quante brighe, oh quante occisioni
son per me fatte in città e in castella:
ho buon affar nelle religioni,
Vommene pe' conventi in ogni cella,
metto l'un l'altro in gran divisioni
i' facendo mormorar di chi favella,
poi mi metto in cammino e in poch'ore
mi trovo in corte di qualche signore.
L'ultima battaglia è tra il Senso o la Sensualità e la Ragione. L'anima pregando
si sente sopraffatta dal corpo:
Io ti vorrei, Signor, sempre servire,
ma questo corpo m' è molto molesto;
che s'io voglio vegliar, e' vòl dormire,
ogni po' di disagio lo fa mesto,
e comincia di fatto a impallidire.
la Sensualità che vede questo mi dice:
- Tu vorrai volar senz'ale,
e dare un buon guadagno allo spedale. -
E la Sensualità, così invocata, le dice beffando:
Tu vorresti ir al ciel così vestita:
io ti vo' dire il ver senza rispetto:
a me pare che tu ti sie smarrita,
faresti meglio a picchiarti un po' il petto:
non vorresti patir caldo, nè gielo,
e calzata e vestita andare in cielo.
Ma ecco la Ragione dire all'anima:
Deh dimmi, anima mia, ch'hai tu avuto,
io m'era appunto appunto addormentata.
E saputo il fatto, dice della sua nemica:
Ella è una bestiaccia sì insolente,
bisogna non lasciar punto la briglia:
battila spesso senza discrezione,
e non gli mostrar mai compassione.
- Ma che dovevo fare? - dice l'anima:
Dovevi tutta aprirti nelle braccia,
a pigliare una mazza tanto grossa,
che rompessi la carne e tutte l'ossa.
La Sensualità non se ne spaventa, e dopo uno scambio di villanie aggiunge:
Questa Ragione è sol ipocrisia,
e non sa appena dir l'ave Maria.
E m'incresce di te c'hai questo sprone,
bisognerà che tu te lo cavassi.
Deh! fa a mio modo, piglia un buon mattone,
dàgli nel capo che tu lo fracassi.
La sta 'l dì e la notte inginocchione
col collo torto e dice pissi passi... :
- Piglia qualche piacer, deh fa' a mio modo,
che a dargli un po' di spasso gli è dovuto.
La Ragione è vinta e l'anima cede. Ella desidera una ghirlanda con un nodo,
come di quelle ch'io ho già veduto.
E il demonio aggiunge:
Fàtt'un bel tocco di velluto rosso
e una zimarra per tenere in dosso.
Così la Ragione è impotente senza la Grazia. Comparisce Dio stesso:
Vòltati a me, non mi far resistenza,
ch'io t'ho aspettato e aspetto a penitenza.
L'anima pentita del mal pensiero risponde:
Non merito da te essere udita
pe' miei gravi pensieri, iniqui e stolti.
Io ho la tua bontà tanto schernita,
ch'io non son degna che tu mi ti volti,
e senza te io son come smarrita,
nessun non trovo che il mio cor conforti.
Se tu, Signor, che hai per me il sangue sparso,
non mi soccorri, ogni rimedio è scarso.
Allora Dio le manda in soccorso le virtù cardinali, Prudenza, Temperanza,
Fortezza, Giustizia, Misericordia, Povertà, Pazienza, Umiltà. Ciascuna parla di
sè, citando talora questo o quel passo della Bibbia. Ecco alcuni brani:
PRUDENZA - Io ti conforto che tu sia prudente
in tutte l'opre tue come il serpente.
TEMPERANZA - Terrai la via del mezzo in ogni cosa,
e sarà la tua mente graziosa.
FORTEZZA - Tullio dice di me questa parola:
che ognun venga a imparare alla mia scuola.
Che la Fortezza ancor rapisce il cielo,
lo dice san Matteo nell'Evangelo.
GIUSTIZIA - Dice David con la sua voce amena:
«Di Giustizia è la destra d'Iddio piena.»
MISERICORDIA - Mercè, mercè, o Giustizia divina,
abbi pietà dell'alma pellegrina... ;
perdona volentieri a chiunche erra,
chè son rinchiusi in un vaso di terra.
E questo vaso è sì pericoloso,
nel quale sta rinchiusa questa gioia.
Mentre che l'alma resta in questa vita,
di lacci trova presi tutt'i passi:
però bisogna a lei il divin aiuto,
chè senza quello ogni cosa è perduto.
POVERTÀ - Io son la Povertà, o città mia,
che non so chi mi voglia in compagnia.
E son quella virtù che da' potenti
son rifiutata e mandata al profondo:
non è nessun che di me si contenti,
eziandio que' ch'han lasciato il mondo.
Ognun va dreto a' ricchi e bei presenti,
ma io di mendicar non mi vergogno,
perchè gli è di me scritto nel Vangelo:
«Quel che mi segue arà il regno del cielo.»
PAZIENZA - O popul mio, io son la Pazienzia;
che più non ho chi mi dia audienzia.
O degna Povertà, virtù perfetta,
che tanto fust'accetta al Verbo eterno... ,
felice è quella che ti sta suggetta,
nel ciel sarà felice in sempiterno;
che non si può godere in questa vita,
e il paradiso avere alla partita.
POVERTÀ -... M'affliggo e doglio
che la perfezione quasi è mancata,
non è più il tempo de' padri passati,
ch'erano pover, vili e disprezzati.
PAZIENZA - Chi pensa andare al ciel per altra via,
che per patir, si troverà ingannato.
Giesù diletto figliuol di Maria
n'ha dato esempio e a tutti ha insegnato...
Per dimostrarci che s'avea a patire,
elesse su la croce di morire.
UMILTÀ - L'Umiltade son io, fratei diletti,
oggi non c'è nessun che mi raccetti...
Vestitevi di Cristo, o genti stolte,
non vi avvedete voi che il tempo vola?
Non entra in paradiso alcun difetto,
non v'entra quel ch'a Dio non è suggetto.
Andiam cercando, care mie sorelle,
per tutto il mondo un po' nostra ventura:
se nel gregge di Cristo una di quelle
ci ricevessi con la mente pura,
perchè noi siam vestite poverelle,
non vorrei gli facessimo paura;
ch'oggidì le virtù non son richieste,
ma fassi onore a chi ha le belle veste.
L'anima contrita e fortificata alza un canto a Dio:
A te mi do, Signor clemente e pio,
e voglio a te servir tutt'i miei anni,
altro che te non bramo e non desio.
Io ho fuggito il mondo pien d'affanni,
dove si trova sol doglia o mestizia,
ben è infelice chi veste suo' panni.
Ei mostra nel principio la letizia,
e di dover donar pace e riposo:
di poi non dà se non pianto e tristizia.
O mondo cieco, falso e tenebroso,
che hai tant'amator in questa vita,
e non mostri il velen che hai drento ascoso,
per dolenti poi farli alla partita.
Colpita da grave infermità, dice:
O m'è venuto tanto male addosso,
che più star ritta niente non posso.
Che vuol dir questo? È mi manca la vita.
Giesù Giesù, dolce Signore, aita.
Intorno alla morente fanno l'ultima battaglia l'angiolo e il demonio. Gli
argomenti dell'angiolo si possono ridurre in questi tre versi:
Umana cosa è cascare in errore,
e angelica cosa è il rilevarsi... ,
sol diabolica cosa è star nel vizio.
Dio accoglie l'anima e pronunzia il suo giudizio:
E questa è la mia ultima sentenzia,
che la venghi a fruir la mia presenzia.
E l'angiolo dice
Partite tutti: la sentenza è data:
sonate per dolcezza una calata.
E il coro accompagna l'anima al cielo con questo canto:
O felice alma, che dal corpo sciolta
e per amor congiunta col tuo Dio,
la vita t'è donata e non t' è tolta... ,
sei fatta ricca di un prezzo sì pio,
e con veste sì bella e nupziale
al convito starai celestiale.
Così finisce questa rappresentazione, detta «commedia» perchè si conchiude con
la salvazione e non con la perdizione dell'anima. È detta anche «misterio», per
la sua natura allegorica. È uno degli antichissimi misteri liturgici, ritoccato,
ripulito, rammodernato e fatto laico a' tempi di Lorenzo de' Medici e forse più
in là, a giudicare dalla forma franca e spigliata, da certi tentativi di
formazione artistica, come nelle figure del demonio, dell'Odio, della
Sensualità, della Povertà, e da un certo non so che beffardo e grottesco, che
svela poca serietà e unzione nello scrittore e negli spettatori. Ma se la trama
è moderna, la stoffa è antica, e ricorda il duello del Senso e della Ragione,
così comune negli scritti volgari che apparvero prima, e la battaglia de' vizi e
delle virtù del Giamboni, e le tre allegorie cristiane. Anzi questa Commedia
dell'anima non è se non le tre allegorie messe in rappresentazione. Là trovi
tre gradi di santificazione, Umano, Spoglia e Rinnova. E anche qui l'anima è
prima combattuta dal senso e cade ne' suoi lacci, perchè «umana cosa è cascare
in errore», poi fa la sua penitenza, si spoglia e si monda della scoria del
peccato, e così a Dio si rimarita, come dice Dante, o, come dice il nostro
autore, sta «al convito celestiale con veste bella e nuziale». Questi tre gradi
aveano la loro formazione liturgica nell'inferno, purgatorio e paradiso, che
erano appunto il senso, l'Umano puro, abbandonato a se stesso, lo Spoglia o la
penitenza, che purga o monda l'anima, e il Rinnovamento o la luce mentale, la
beatitudine. Questo era il concetto delle rappresentazioni che aveano a materia
l'altro mondo, come quella di cui fa menzione Giovanni Villani, che ebbe luogo a
Firenze. L'altro mondo era la storia, o come si diceva la «Commedia
dell'anima», la quale non potea giungere a redimersi dall'umanità, dal
corpo, dalla carne, dall'inferno, se non con la penitenza, purificandosi e
purgandosi, e così contrita e confessa diveniva leggiera, saliva al cielo.
Questa Commedia spirituale dell'anima, di cui ho voluto dare un sunto
possibilmente esatto, è il codice di quel secolo, il contenuto astratto e
generale, particolarizzato nelle vite, nelle leggende, ne' trattati e nella
lirica Spiritus intus alit. Lo spirito che alita per entro a quelle prose
e a quelle poesie è la «Commedia dell'anima».
Ma in tante prose e in tante poesie non ci è ancora un vero lavoro
d'individuazione e di formazione. Il contenuto rimane nella sua astratta
semplicità, innominato e impersonale, l'anima. Essendo il suo fondamento la
contemplazione e non l'azione, o un'azione negativa, la resistenza agl'istinti e
agli affetti naturali, non penetra nella vita, non ne assume tutte le forme, non
diventa la società. Certo, quell'azione negativa è molto poetica, è il sublime
religioso, e tocca il cuore, quando è rappresentata con semplicità e unzione. Ma
in questo contrasto tra il sentimento religioso e la natura, ciò che move più è
il grido della natura, come ne' lamenti della madre di santo Alessio o di santa
Eugenia, o nel dolore d'Isacco nel Sacrifizio di Abraam, che all'annunzio
della sua morte chiama la madre:
O santa Sara, madre di pietade,
se fussi in questo loco, io non morrei...
Tutta è l'anima mia trista e dolente
per tal precetto, e sono in agonia.
Tu mi dicesti già che tanta gente
nascer doveva della carne mia.
Il gaudio volge in dolor sì cocente,
che di star ritto non ho più balìa.
S'egli è possibil far contento Dio
fa ch'io non mora, o dolce padre mio.
Quantunque questo non sia che uno de' lati più angusti e solitari della vita
umana, così ricca e varia ne' suoi aspetti, pure offre contrasti e gradazioni,
che lo rendono capacissimo di un grande sviluppo artistico. Ma in quel suo
albore la letteratura ha lo stesso carattere che mostra nella decadenza, la
naturalità o materialità del contenuto. Tante vite e storie e leggende e visioni
stuzzicavano la curiosità con la varietà e novità degli accidenti, e si
attendeva più allo spettacoloso, a colpire l'immaginazione con apparizioni nuove
e maravigliose, che a lavorarle e svilupparle. Mancava la virtù di mettersi gli
oggetti a distanza e trasformarli: la realtà anche nuda era per se stessa
maravigliosa e bastava ad ottenere l'effetto, operando in modo semplice e
immediato sullo scrittore e su' lettori.
Oltrechè, siccome il contenuto riposava su di una dottrina liturgica,
stabilita e inalterabile, poco era accomodato ad una rappresentazione libera e
artistica, anche quando usciva dalla chiesa e dal convento ed era maneggiato da'
laici, come fu anche de' misteri. Impadronirsi di quel contenuto, cacciarlo
dalla sua generalità, dargli corpo e persona, sarebbe sembrata una profanazione.
Lo spirito mirava a rendere accessibile quella dottrina per via di esempli, di
sentenze e di allegorie, come si vedea nella Bibbia. Il reale, il concreto non
avea valore se non come figura della dottrina. Ecco ad esempio in che modo è
nella Commedia dell'anima figurato il paradiso:
In su quel monte dove sta il Signore,
v'è una fontana traboccante e bella,
che sempre getta un mirabil liquore.
D'oro e d'argento n'è la sua cannella,
le sponde di smeraldi e d 'oro fine,
e tutta la città circonda quella.
Salite al monte, o alme peregrine,
salite al monte, e lassù troverete
soprabbondanti le grazie divine.
Le ultime parole spiegano la figura. Quella è la fontana della divina Grazia.
Con questa tendenza lo scrittore sta contento alla semplice personificazione e
gli pare di aver fatto assai a dare una immagine che renda chiaro e sensibile il
suo concetto. Oltre a ciò, l'uomo colto, schivo delle forme semplici e volgari
dell'umile credente, mira a trasformare quella dottrina in un contenuto
scientifico, e la traduce nelle forme scolastiche, e di questa fede ragionata e
sillogizzata fa la filosofia, figliuola di Dio. Lo studio del secolo è di
allegorizzare e dimostrare, anzichè di rappresentare; è di chiarire quel
contenuto, lumeggiarlo, volgarizzarlo, ragionarlo, anzichè coglierlo in azione e
nell'atto della vita. Perciò l'opera letteraria tiene dell'allegoria e del
trattato, e ciò che è mera rappresentazione rimane nell'infanzia. Mai non ti
senti ben fermo in terra, in mezzo a uomini vivi, con tali caratteri, passioni e
costumi, anzi lo scrittore ti par quasi estraneo alla società e alle sue lotte,
e dimora nell'astratta e monotona generalità della sua contemplazione. E quando
pur scende a rappresentare la vita, ti senti d'un tratto balzato nel regno de'
misteri, delle leggende e delle visioni, nell'altro mondo.
La visione è in effetti la forma naturale di questo contenuto, quando si
vuol rappresentarlo. La vita e la realtà è il senso, la carne, il peccato, e lo
scrittore o guarda e passa, o se pur vi si trattiene, è per maledirla,
rappresentandola non quale appare in terra, ma quale è nell'altro mondo. La
rappresentazione è dunque la visione della realtà, come sarà dopo la morte, e là
si spazia e si diletta l'immaginazione. E se il mistero è commedia, ed ha per
conclusione la santificazione e la beatitudine, la visione è spesso pittura
delle pene infernali, lasciate alla libera immaginazione de' predicatori, de'
vescovi, de' frati, de' santi Padri, che col terrore operavano sulle rozze
immaginazioni. Laghi di zolfo, valli di fuoco o di ghiaccio, botti d'acqua
bollente, rettili, vermi, dragoni da' denti di fuoco, demòni armati di lance, di
fruste, di martelli infocati, cadaveri putridi e inverminiti, scheletri tremanti
sotto una pioggia di ghiaccio, dannati inchiodati al suolo con tanti chiodi che
«non pare la carne», o sospesi per le unghie in mezzo al zolfo, o menati e
rapiti da velocissime ruote di fuoco simili a «cerchi rosseggianti», o infissi a
spiedi giganteschi che i demòni irrugiadano di metalli fusi: ecco la realtà
delle visioni, rappresentata co' più vivi colori. I tre monaci che si mettono in
viaggio per iscoprire il paradiso terrestre, dopo quaranta giorni di cammino
attraversano l'inferno:
«E veggono un lago grandissimo pieno di serpenti che tutti pareano che
gittassero fuoco, e odono voci uscire di quel lago e stridere, come di mirabili
popoli che piagnessero e urlassero. E pervenuti che sono fra due monti
altissimi, appare loro un uomo di statura in lunghezza bene di cento cubiti
incatenato con quattro catene, e due delle quali eran confitte nell'un monte e
l'altre due nell'altro; e tutto intorno a lui era fuoco, e gridava sì fortemente
che si udiva bene quaranta miglia da lungi. E vengono in un luogo molto profondo
e orribile e scoglioso e aspro, nel quale vedono una femmina nuda, laidissima e
scapigliata in volto e compresa tutta da un dragone grandissimo, e quando ella
volea aprire la bocca per parlare o per gridare, quel dragone le mettea il capo
in bocca, e mordeale crudelmente la lingua; e i capelli di quella femmina erano
grandi infino a terra.»
Nella Vita di Santa Margherita si trova questa pittura del dragone:
«Vide uscire un dragone crudelissimo e orribile con isvariati colori, e la
barba e i capelli pareano d'oro, e ' denti suoi parevano di ferro, e gli occhi
acuti e lucenti come fuoco acceso, e colla bocca aperta menava la lingua, e
parea che per le nari e per la bocca gittasse fuoco, e puzzo gittava di zolfo.»
Tra le visioni è celebre il Purgatorio di San Patrizio di frate
Alberico, e quella d'Ildebrando, poi Gregorio settimo, che predicando innanzi a
papa Niccolò secondo, narra di un conte ricco, e insieme onesto, «ciò che è
proprio un miracolo in questa gente», egli dice. Questo conte, morto dieci anni
innanzi, fu visto, da un santo uomo ratto in ispirito, starsi al sommo d'una
scala lunghissima, che ergevasi illesa tra le fiamme e si perdeva giù
nell'inferno. Su ciascuno scalino stava uno degli antenati del conte, con
quest'ordine, che quando alcuno moriva di quella famiglia, doveva occupare il
primo gradino, e colui che vi giaceva e tutti gli altri scendevano di un grado
verso l'abisso, dove tutti l'uno appresso l'altro si sarebbero riuniti. E
chiedendo il santo uomo come fosse dannato il conte, che avea lasciata in terra
buona fama di sè, si udì una voce rispondere: - Uno degli antenati, di cui il
conte è l'erede in decimo grado, tolse al beato Stefano un territorio nella
chiesa di Metz; e per questo delitto tutti costoro sono involti nella stessa
dannazione. - Questa pena, che colpisce un'intera generazione, è molto poetica,
mostrando l'inferno nel sublime d'un lontano indeterminato, messo costantemente
innanzi all'immaginazione de' condannati, che a grado a grado vi si avvicinano
insino a che non vi caggiano entro: come quel tiranno che voleva che le sue
vittime sentissero di morire, il terribile prete vuole che ei sentano l'inferno.
Da queste visioni e misteri e prose e poesie si sviluppa questo concetto:
che attaccarsi a questa vita come cosa sostanziale, è il peccato; che la virtù è
negazione della vita terrena, e contemplazione dell'altra; che la vita non è la
realtà, ma ombra e apparenza di quella; che la vera realtà non è quello che è,
ma quello che dee essere, ed è perciò la scienza, o la verità, come concetto, e
come contenuto, è l'altro mondo, l'inferno, il purgatorio e il paradiso, il
mondo conforme alla verità e alla giustizia.
Appunto perchè l'individuo è pulvis et umbra, e la realtà è pura
scienza ed un di là della vita, questo mondo resiste ad ogni sforzo
d'individuazione e di formazione. Lo stesso amore, così possente, non ci può
gittare un po' di calore e non ci vive se non come figura e immagine dell'amore
divino. La donna, come donna, è peccato; essa diviene una specie di
medium che lega l'uomo a Dio.
Il maggior grado di realtà, a cui questo mondo sia pervenuto, è nella
lirica di Dante. La donna di quel secolo acquista il suo nome e la sua forma, è
Beatrice, la fanciulla uscita pura dalle mani di Dio, come l'anima nella
commedia spirituale, breve apparizione, tornata così presto in cielo tra' canti
degli angioli. La sua vita terrena è quasi non altro che nascere e morire. La
sua vera vita comincia dopo la morte, nell'altro mondo. Ivi è luce mentale o
intellettuale, verità e scienza, filosofia. Ma non è filosofia incarnata, mondo
vivente, dove l'idea di Dio o del vero sia perfettamente realizzata; è pura
scienza, incapace di rappresentazione nella sua forma scolastica di trattato e
di esposizione. È scienza non ancora realizzata, non ancora corpo; è idea, non è
visione; è didattica, non è commedia o rappresentazione. Hai «misteri» e
visioni; manca il Mistero e la Visione, cioè un mondo vivente nel suo insieme e
ne' suoi aspetti, dove sia realizzato quel concetto teologico e filosofico
dell'umanità, comune al secolo e rimasto ancora nella sua astrazione dottrinale.
Il secolo decimoterzo si chiudeva, lasciando una lingua già formata, molta
varietà di forme metriche, una poetica, una rettorica, una filosofia, ed un
concetto della vita ancora didattico e allegorico, con rozzi tentativi di
formazione e individuazione. Il suo primo individuo poetico è Beatrice, il
presentimento e l'accento lirico di un mondo ancora involto nel grembo della
scienza, ancora fuori della vita.
VI
IL TRECENTO
Quello che il secolo precedente concepì e preparò, fu realizzato in questo
secolo detto aureo. I posteri compresero sotto questo nome tutto un periodo
letterario, dove si trovano mescolati dugentisti e quattrocentisti. E in verità
le notizie cronologiche sono sì scarse e incerte, che non è facile assegnare di
ciascuno scrittore l'età, seguire strettamente l'ordine del tempo. Al nostro
scopo è più utile seguire il cammino del pensiero e della forma nel suo
sviluppo, senza violare le grandi divisioni cronologiche, ma senza cercare una
precisione di date, che ci farebbe sciupare il tempo in conietture e
supposizioni di poco interesse.
Questo secolo s'apre con un grande atto, il Giubileo, pontefice Bonifazio
ottavo. Tutta la cristianità concorse a Roma, d'ogni età, d'ogni sesso, di ogni
ordine e condizione, per ottenere il perdono de' peccati e guadagnarsi la salute
eterna. Tutti animava lo stesso concetto espresso così variamente in tante prose
e poesie: la maledizione del mondo e della carne, la vanità de' beni e delle
cure terrestri e la vita cercata al di là della vita. Il nuovo secolo
cominciava, consacrando in modo tanto solenne il pensiero comune nella varietà
della cultura. I preti e i frati soprastavano nella riverenza pubblica, non solo
pel carattere religioso, ma per la dottrina, tenuta loro privilegio, tanto che
il Villani loda di scienza Dante, aggiungendo: «benchè laico», e i dotti uomini,
benchè laici, erano detti chierici. Tutta la società italiana, raccolta colà
dallo stesso fine, rendeva una viva immagine di quel pensiero comune e di quella
varia cultura. Vedevi i contemplanti, i remiti, i solitari del deserto e della
cella col corpo macero da' digiuni, da' cilizii e dalle vigilie, ritratti
viventi de' misteri e delle leggende. C'erano gli umili di spirito, animati da
schietto sentimento religioso e che tenevano la scienza come cosa profana, e ci
erano i dotti, i predicatori e i confessori, il cui testo era la Bibbia e i
santi Padri. Vedevi gli scolastici e gli eruditi, teologi e filosofi, che
univano in una comune ammirazione i classici e i santi Padri, disputatori
sottili di tutte le cose e anche delle cose di fede, parlanti un latino d'uso e
di scuola, vibrato, rapido, vivace, dove sentivi il volgare destinato a
succedergli, amici della filosofia con quello stesso ardore di fede che gli
altri si professavano servi del Signore, ma di una filosofia non ripugnante alla
fede, anzi sostegno, illustrazione e ragione di quella, confortata da sillogismi
e da sentenze e da citazioni, dove trovi spesso Tullio accanto a san Paolo.
Alteri della loro scienza e del loro latino, spregiatori del volgare, da costoro
uscivano que' trattati, que' comenti, quelle «somme», quelle storie, che
empivano di maraviglia il mondo. Accanto a questi veggenti della fede e della
filosofia, a questa vita dello spirito, trovi la vita attiva e temporale,
affratellati dallo stesso pensiero i signori e i tirannetti feudali e i priori e
gli anziani delle repubbliche, il cavaliere de' romanzi e il mercatante delle
cronache. Là, appiè del Coliseo, un ardito negoziante, Giovanni Villani, pensò
che la sua Fiorenza, figliuola di Roma, era non meno degna di avere una storia,
e la scrisse. Fra tanto splendore e potenza del chiericato, lo spregiato laico
cominciava a levare la testa e pensava all'antica Roma e a Firenze, figliuola di
Roma. Là molte amicizie si strinsero, molte paci si fecero, come avviene in
certi grandi momenti della storia umana; sparirono guelfi e ghibellini, ottimati
e popolari, baroni e vassalli, stretti tutti ad una sola bandiera: uno Dio, uno
papa, uno imperatore. Là il papato ebbe l'ultimo suo gran giorno, l'ultimo sogno
di monarchia universale, rotto per sempre dallo schiaffo di Anagni.
Il giubileo ci dà una immagine di quello che dovea essere la letteratura
nel secolo decimoquarto. Ebbe dal secolo antecedente la sua materia, i suoi
istrumenti e il suo concetto, del quale il giubileo fu una così splendida
manifestazione. Ma quel concetto, rimaso nella sua astrazione intellettuale e
allegorica, con così scarsi inizi di rappresentazione ne' misteri e nelle
visioni, ancora senza nome altro che di Beatrice, breve apparizione, svaporata
subito nelle astrattezze della scienza, ebbe nel Trecento la sua vita, e venne a
perfetta individuazione e formazione: questo fu il carattere e la gloria di quel
secolo.
L'uomo, che dovea dare il suo nome al secolo, avea già trentatrè anni,
avea creato Beatrice e volgea nella mente non so che più ardito, che dovesse
abbracciare tutta l'umanità. Tenzonava nel suo capo il filosofo e il poeta: ci
era il Convito e ci era la Commedia. Ma, per apprezzare più
degnamente quella vasta sintesi che ne uscì, è bene preceda l'analisi, studiando
la fisonomia del secolo negl'ingegni più modesti che non conobbero, di tutto
quel mondo, se non questa o quella parte.
E c'incontriamo dapprima nella letteratura claustrale, ascetica, mistica,
religiosa, continuazione in prosa di fra Iacopone, ma in una prosa piena di
poesia. Domenico Cavalca, l'autore de' Fioretti, Guido da Pisa,
Bartolomeo da San Concordio, Iacopo Passavanti, Giovanni dalle Celle non sono
scrittori astratti e impersonali, come quelli del secolo innanzi, ma, anche
volgarizzando, senti che quegli uomini prendono viva partecipazione a quello che
scrivono, e vivono là dentro, e ci lasciano l'impronta del loro carattere e
della loro fisonomia intellettuale e morale. Usciamo dalle astrattezze de'
trattati e delle raccolte sotto nome di «fiori», «giardini» e «tesori», ed
entriamo nella realtà della vita, nel vero giardino dell'arte. Perchè questi
uomini non ragionano, non disputano, e di rado citano: la loro dottrina va poco
al di là della Bibbia e de' santi Padri: ma narrano quel medesimo che si
rappresentava ne' misteri, vite, leggende e visioni, e sono narrazioni più vive
e schiette, che non i misteri del Quattrocento, raffazzonamenti degli antichi,
con più liscio, ma dove desideri la purità e semplicità delle prime ispirazioni.
Gli scrittori son tutti frati, ed hanno le qualità degli uomini solitari,
il candore, l'evidenza, e l'affetto. Hanno l'ingenuità di un fanciullo che sta
con gli occhi aperti a sentire, e più i fatti sono straordinari e maravigliosi,
più tende l'orecchio e tutto si beve: qualità spiccatissima ne' Fioretti di
san Francesco, il più amabile e caro di questi libri fanciulleschi.
L'immaginazione concitata dalla solitudine presenta gli oggetti così vivi e
propri, che vengon fuori di un getto, non solo figurati, ma animati e coloriti
caldi ancora dell'impressione fatta sullo scrittore. Nel quale l'affetto è tanto
più vivace e impetuoso e lirico, quanto la sua vita è più astinente e compressa:
quasi vendetta della natura, che grida più alto, dove ha più contrasto. Non ci è
in queste prose alcuna intenzione artistica, nessun vestigio di studio, o di
sforzo, o di esitazione, o di scelta; manca soprattutto il nesso, la
distribuzione, la gradazione. Ma si conseguono tutti gli effetti dell'arte che
nascono da movimenti sinceri e gagliardi dell'immaginazione e dell'affetto, e
n'escon pagine animate, e potenti assai più sul tuo spirito che non tanti
romanzi moderni. Cito fra l'altro la storia di Abraam romito, che prende veste e
costume di cavaliere mondano, e mangia pane e beve vino ed usa nelle taverne per
convertire la sua nipote Maria. Il suo incontro con Maria nella taverna, gli
allettamenti lascivi di costei, la sua sorpresa e vergogna quando nel bel
cavaliere scopre il suo zio, e i rimproveri affettuosi di lui e le grida
strazianti e disperate della bella pentita sono una vera scena drammatica, alla
quale non trovi niente comparabile nel teatro italiano. In queste Vite
del Cavalca, che sono traduzioni, ma per la freschezza e spontaneità del dettato
e per la commossa partecipazione del frate sono cosa originale, il concetto del
secolo, uscito dalle astrattezze teologiche e scolastiche, prende carne,
acquista una esistenza morale e materiale. Il santo è esso medesimo il concetto
divenuto persona, e la sua rappresentazione ti offre il nuovo mondo morale
aperto al cristiano, fatto attivo e divenuto storia, la storia del santo.
Cardine di questo mondo morale è la realtà della vita nell'altro mondo e la
guerra a tutti gl'istinti e affetti terreni, l'astinenza e la pazienza, il
«sustine et abstine»; e però le sue virtù non esprimono altro che la
vittoria dell'uomo sopra se stesso, sulla sua natura: indi l'umiltà, il perdono
delle offese, la povertà, la castità, l'ubbidienza. Se la vittoria fosse
preceduta dalla lotta, lo spettacolo sarebbe sublime; ma il più sovente il santo
entra in iscena ch'è già santo e nell'esercizio quieto delle sue cristiane
virtù, interrotto a volte dalle tentazioni del demonio cacciato via da scongiuri
e segni di croce: ciò che è grottesco più che sublime. Il santo è troppo santo
perchè la sua vita possa offrirti una vera contraddizione e battaglia tra il
cielo e la natura, ciò che rende così drammatica la vita di Agostino e di Paolo.
Qui hai racconti uniformi, infinite ripetizioni, rarissimi contrasti, e spesso
provi noia e stanchezza. La musa di queste cristiane virtù non è la forza, e non
è l'azione, ma è un certo languir d'amore, una effusione di teneri e dolci
sentimenti, liriche aspirazioni ed estasi e orazioni, un impetuoso prorompere
degli affetti naturali tosto sedato e riconciliato, il sacrificio ignorato e
oscuro che ha la sua glorificazione anche terrena dopo la morte. Una delle vite
più interessanti e popolari è quella di santo Alessio, che abbandona la nobile
casa paterna e la sposa il dì delle nozze, e va peregrinando e limosinando, e
dopo molti anni tornato in patria, serve non conosciuto in casa del padre, e non
si scopre alla madre e alla sposa, e i servi gli danno le guanciate, e lui umile
e paziente. Questa vittoria sulla natura non fa effetto, perchè in Alessio non
ci è l'«homo sum», non ci è lotta, non la coscienza del sacrifizio,
parendo a lui naturale e facile esercizio di virtù quello che a noi uomini pare
cosa maravigliosa e quasi incredibile. L'innaturale è in lui natura: perfezione
ascetica, ma non artistica. L'interesse comincia, quando la natura fa sentire il
suo grido, e col suo contrasto sublima il santo; quando, saputo il fatto, il
pontefice con infinita moltitudine traendo a venerare il servo spregiato, si
odono tra la folla queste grida: «Prestatemi la via, datemi loco, fate che io
vegga il figliuol mio, quello che ha succiato le mammelle mie». E ragionando col
cuore di madre, la donna accusa il figlio e lo chiama «senza cuore», e poi nel
suo dolore lo glorifica e ricorda che i servi gli davano le guanciate. Scene
simili non sono scarse in queste Vite: ricorderò la madre di Eugenia e
Maria Maddalena, eloquentissima nelle sue lacrime.
Una vera intenzione artistica si scorge nello Specchio di penitenza
di Iacopo Passavanti, una raccolta di prediche ridotte in forma di trattati
morali, accompagnati con leggende e visioni dell'altro mondo. Il frate mira a
fare effetto, inducendo a penitenza i fedeli con la viva rappresentazione de'
vizi e delle pene. La musa del Cavalca è l'amore, e la sua materia è il
paradiso, che tu pregusti in quello spirito di carità e di mansuetudine, che
comunica alla prosa tanta soavità e morbidezza di colorito. La musa del
Passavanti è il terrore, e la sua materia è il vizio e l'inferno, rappresentato
meno nel suo grottesco e nella sua mitologia, che nel suo carattere umano, come
il rimorso è il grido della coscienza. Intralciato e monotono nel discorso, il
suo stile è rapido, liquido pittoresco nel racconto. Diresti che provi voluttà a
spaventare e tormentare l'anima: cerca immagini, accessorii, colori, come
istrumenti della tortura, e ti lascia sgomento e assediato da fantasmi. Il
periodo spesso ben congegnato, svelto e libero, la cura de' nessi e de'
passaggi, la distribuzione degli accessorii e de' colori, l'intelligenza delle
gradazioni, un sentimento di armonia cupo che accompagna lo spettacolo, fanno
del Passavanti l'artista di questo mondo ascetico.
Ma ecco fra tante vite di santi il santo in persona, scrittore e pittore
di sè medesimo, Caterina da Siena. Abbandonata la madre e i fratelli, resasi
monaca, macerato il corpo co' cilizii e digiuni, vive una vita di estasi e di
visioni, e scrive in astrazione anzi dètta con una lucidità di spirito
maravigliosa. Scrive a papi a principi, a re e regine, come alla madre, a'
fratelli, a frati e suore, dall'altezza della sua santità, con lo stesso tono di
amorevole superiorità. Nelle più intricate faccende prende il suo partito
risolutamente, consigliando e quasi comandando quella condotta che le pare
conforme alla dottrina di Cristo. Ho detto «pare», e dovrei dire «è»: perchè
nessun dubbio o esitazione è nel suo spirito, e le dottrine più astruse e
mentali le sono così chiare e sicure come le cose che vede e tocca. Ha la
visione dell'astratto, e lo rende come corpo, anzi fa del corpo la luce e la
faccia di quello. Indi un linguaggio figurato e metaforico, spesso sazievole,
talora continuato sino all'assurdo. È un po' il fare biblico; un po' vezzo de'
tempi; ma è pure forma naturale della sua mente. Vivendo in ispirito, le cose
dello spirito le si affacciano palpabili e visibili come materia, e così come
vede Cristo e angioli, vede le idee e i pensieri. È una regione spirituale,
divenutale per lungo uso così familiare, che ne ha fatto il suo mondo e il suo
corpo. Questa chiarezza d'intuizione, accompagnata con la squisita sensibilità e
la perfetta sincerità della fede le fanno trovare forme delicate e peregrine,
degne di un artista. Ma le spesse ripetizioni, l'esposizione didattica,
quell'incalzare di consigli, di esortazioni e di precetti senza tregua o riposo
rendono il libro sazievole e monotono.
In queste lettere di Caterina quel mondo morale, rappresentato nelle vite,
nelle estasi, nelle visioni de' santi, è sviluppato come dottrina in tutta la
sua rigidità ascetica. È il codice d'amore della cristianità. La perfezione è
«morire a se stesso» secondo la sua frase energica, morire alla volontà, alle
inclinazioni, agli affetti umani, sino all'amore de' figli, e tutto riferire a
Dio, di tutto fare olocausto a Dio. Il suo amore verso Cristo ha tutte le
tenerezze di un amore di donna, che si sfoga a quel modo, lei inconscia.
L'ultima frase di ogni sua lettera è: «Annegatevi, bagnatevi nel sangue di
Cristo». Ardente è la sua carità pel prossimo: «Amatevi, amatevi», grida la
santa, e predica pace, concordia, umiltà, perdono, voce inascoltata. La regina
Giovanna rispondea alla santa con riverenza, e continuava la vita immonda. Lo
scisma giungeva al sangue nelle vie di Roma. Più alto e puro era l'ideale della
santa, meno era efficace sugli uomini. La sua vita si può compendiare in due
parole: amore e morte. Celebre è la sua lettera sul condannato a morte, da lei
assistito negli ultimi momenti: «Teneva il capo suo sul petto mio. Io allora
sentivo un giubilo e un odore del sangue suo; e non era senza l'odore del mio,
il quale io desidero di spandere per lo dolce sposo Gesù». Il sangue di Cristo
la esalta, la inebbria di voluttà. Ad una serva di Dio scrive: «Inebriatevi del
sangue, saziatevi del sangue, vestitevi del sangue». «Sudare sangue»,
«trasformarsi nel sangue», «bere l'affetto e l'amore nel sangue», sono immagini
di questo lirismo. Della cella «si fa un cielo», e vi gusta «il bene
degl'immortali, obumbrandola Dio di un gran fuoco d'amore». Nella estasi o
visione o esaltazione di mente, è gittata giù, e le pare come se l'anima sia
partita dal corpo. Il corpo pareva quasi venuto meno. Le membra del corpo, dice
Caterina, si sentivano dissolvere e disfare come la cera nel fuoco. E altrove:
«Nel corpo a me non pareva essere, ma vedevo il corpo mio come se fosse stato un
altro». Questi ardori d'anima, queste illuminazioni di mente, questi martìri
d'amore sono espressi con una semplicità ed evidenza, che testimoniano la sua
sincerità. L'anima «innamorata e ansietata d'amore, affocata» dal desiderio
«crociato» o della croce, «annegata la propria volontà» nell'amore del «dolce e
innamorato Verbo», vive nel corpo come fosse fuori di quello. Posto il suo amore
al di là della vita, vive morendo, dimorando con la mente al di là della vita.
Ma questa morte spirituale non l'appaga: «muoio e non posso morire», dice la
santa. Gli ultimi giorni furono battaglie con le dimonia e colloquii con Cristo,
e a trentatrè anni finì la vita, consumata dal desiderio.
La «Commedia dell'anima» è ora pienamente realizzata nel suo
aspetto religioso, come espressione letteraria. Quell'anima ora ha un nome, è
una persona, Alessio, Eugenia, Caterina. Il demonio e la carne sono un mondo
pieno di vita ne' racconti del Passavanti. Quelle virtù allegoriche che escono
in processione sulla scena sono le opere, le volontà, le passioni e i pensieri
de' santi. E la Divina Commedia, la trasfigurazione e la glorificazione
dell'anima, la Beatrice che torna bianca nuvoletta in cielo tra i canti degli
angioli, qui sono estasi, rapimenti dell'anima, colloquii con Dio, mistica
unione con Cristo, e dopo la morte la santificazione e la contemplazione
nell'eterna luce. Quel concetto è uscito dall'astrattezza della scienza e
dell'allegoria, dalla sua vuota generalità, e si è incarnato, è divenuto uomo.
La prosa italiana in questa letteratura acquista evidenza, colorito,
caldezza di affetto, in un andar semplice e naturale, specialmente quando vi si
esprimono sentimenti dolci e ingenui. È perfetto esemplare di stile cristiano,
guasto di poi. Alla sua perfezione manca un più sicuro nesso logico, maggiore
sobrietà e scelta di accessorii, ed una formazione grammaticale e meccanica più
corretta. Con lievi correzioni molti brani possono paragonarsi a ciò che di più
perfetto è nella prosa moderna. L'Imitazione di Cristo è certo prosa
superiore, scritta in tempo di maggior coltura. Ci è una maggiore virilità
intellettuale, una logica più stretta, e pura di quella pedanteria scolastica
che inseguiva i frati fino nel convento. Ma non è superiore, quanto a quelle
qualità organiche, dove è il segreto della vita, la schiettezza dell'ispirazione
e il calore dell'affetto; e spesso in quella prosa, mirabile di precisione e di
proprietà, desideri l'energia e l'intuizione di Caterina.
Nè questa prosa era già fattura di un solo, o di pochi, perchè la trovi
anche ne' minori che scrivevano delle cose dello spirito. Citerò una lettera di
un discepolo di Caterina, che annunzia la sua morte:
«Credo che tu sappi come la nostra reverendissima e carissima mamma se ne
andò in paradiso domenica, addì 29 di aprile (1380); lodato ne sia il Salvatore
nostro, Gesù Cristo crocifisso benedetto. A me ne pare essere rimaso orfano,
però che di lei avevo ogni consolazione, e non mi posso tenere di piangere. E
non piango lei, piango me, che ho perduto tanto bene. Non potevo fare maggiore
perdita, e tu 'l sai... .Della mamma si vuol fare allegrezza e festa, quanto che
è per lei; ma di quelli suoi e di quelle che sono rimasi in questa misera vita,
ène da piangere e da avere compassione grandissima. Con veruna persona mi so
dare dolore, quanto che con teco, che mi fusti cagione di acquistare tanto bene.
Prendo alcuno conforto, perchè nel mio cuore ène rimasa e incarnata la mamma
nostra assai più che non era in prima; e ora me la pare bene conoscere. Chè noi
miseri ne avevamo tanta copia, che non la conoscevamo e non savamo degni della
sua presenzia... . Carissimo fratello, io sono fatto tanto smemoriato del bene
che ho perduto, ch'io ti scrivo anfanando. E però di ciò non ti scrivo più.»
Lo stesso stile è in Giovanni dalle Celle, Stefano Maconi e altri frati.
Ecco in che modo commovente e semplice sono raccontati alcuni particolari della
fine di Caterina:
«Nella domenica di sessaggesima svenne, e perdè il vigore di sanità,
mantenutole dalla forza dello spirito, e che non pareva scemarsi per inedia. Il
dì poi, un altro svenimento la lasciò lungamente come morta: se non che,
risentitasi, stette in piede come se nulla fosse. Cominciò la quaresima colle
solite pratiche, esercizio a lei di consolazioni angosciose. Ogni mattina, dopo
la comunione le è forza rimettersi, sfinita, a letto. Di lì a due ore usciva a
San Pietro un buon miglio di strada, e lì stava orando infino a vespro. Così
fino alla terza domenica di quaresima, quando il male la spossò. E per otto
settimane giacque senza potere alzare il capo, tutta dolori. A ogni nuovo
spasimo alzando il capo, ne ringraziava Iddio lieta. Alla domenica innanzi
l'Ascensione, Il corpo non era omai più che uno scheletro, nel mezzo in giù
senza moto, ma nel volto raggiante la vita. Debole; un alito di respiro; pareva
in fine; e le fu data l'estrema unzione.»
Questa eccellenza di dettato trovi pure ne' volgarizzamenti de' classici o
di romanzi e storie allora in voga, come sono i volgarizzamenti di Livio e di
Sallustio, i Fatti di Enea, gli Ammaestramenti degli antichi,
voltati da Bartolomeo da San Concordio con un nerbo ed una vigoria degna del
traduttore di Sallustio. È una prosa adulta, spedita, calda, immaginosa, spesso
colorita, con tutto l'andare di lingua viva e parlata, già nel suo fiore.
I romanzi operavano sul popolo non meno vivamente che la letteratura
spirituale. Nella sua immaginazione si confondea il cavaliere di Cristo e il
cavaliere di Carlomagno, e con la stessa avidità leggea la vita di Alessio e i
fatti di Enea, e gli amori di Lancillotto e Ginevra. Caterina trae dalla
cavalleria molte sue immagini. Chiama Cristo un «dolce cavaliere», «cavaliere
dolcemente armato»; chiama la Redenzione un «torneo della morte colla vita». Ma
la letteratura cavalleresca rimase stazionaria e non produsse alcun lavoro
originale. Le traduzioni sono fatte senza intenzione seria, in prosa scarna e
trascurata, posto il diletto nel maraviglioso de' fatti. Agli stessi traduttori
è materia frivola, buona per passare il tempo, e non vi partecipano, non sentono
colà dentro il loro mondo e la loro vita.
Accanto a questo mondo dello spirito e dell'immaginazione c'era il mondo
reale, il mondo della carne o della vita terrena, come si dicea, che si potea
maledire, ma non uccidere. Era la cronaca, memoria dì per dì de' fatti che
succedevano, inanime come il dizionario, o come la lista delle spese. Quelli che
ne scrivevano con qualche intenzione artistica, la dettavano in latino e la
chiamavano storia. Latini erano anche i trattati scientifici e i lavori
propriamente d'arte. Quella letteratura spirituale e cavalleresca rimanea
circoscritta al popolo ed era tenuta in poco conto da' dotti. Costoro
spregiavano il volgare, come buono solo a dir d'amore e di cose frivole, e le
gravi faccende della vita le trattavano in latino. Di questi illustre per
ingegno, per coltura e per patriottismo fu Albertino Mussato, coronato poeta in
Padova, sua patria. Abbiamo di lui molte opere, alcune ancora inedite. Scrisse
in quattordici libri De gestis Henrici septimi Caesaris, e anche De
gestis italicorum post mortem Henrici septimi, in dodici libri, de' quali
alcuni sono in versi esametri. Fece epistole, egloghe, elegie e due tragedie,
l'Achilleis e l'Eccerinis. Quest'ultima rappresenta la tirannide
di Ezzelino, creduto per la sua ferocia figlio del demonio, e la vittoria de'
comuni collegati contro di lui. È narrazione più che azione, come ne' misteri,
un narrare serrato e nervoso, le cui impressioni patetiche e morali sono
espresse dal coro. Sotto a quel latino ossuto e asciutto palpita l'anima del
medio evo. Senti una società ancor rozza, selvaggia negli odii e nelle vendette,
senza misura nelle passioni, poco riflessiva, di proporzioni epiche anche in
forma drammatica. Il carattere di Ezzelino non è sviluppato in modo che n'esca
fuori un personaggio drammatico. Egli rimane ravvolto nel suo manto epico, come
Farinata. È figlio de demonio, e lo sa e se ne gloria, e opera come genio del
male, con piena coscienza: ciò che gli dà proporzioni colossali. Invoca il padre
e dice:
Nullis tremiscet sceleribus fidens manus;
annue, Satan, et filium talem proba.
E quest'uomo rimane così intero e tutto di un pezzo: manca l'analisi, senza di
cui non è dramma. Il concetto della tragedia è più morale che politico,
quantunque il fatto sia altamente politico, rappresentando la lotta tra i comuni
liberi e i tirannetti feudali. Certo, in Mussato c'è il guelfo e ci è il
padovano, che l'ispira e l'appassiona. Ma il motivo tragico è affatto morale.
Ezzelino è punito non perchè offende la libertà, ma perchè opera
scelleratamente, e «qui gladio ferit, gladio perit»: ciò che è in bocca
al coro la conclusione del fatto:
Consors operum
meritum sequitur quisque suorum.
È il concetto ascetico dell'inferno applicato anche alla vita terrestre. Questa
nella sua prima apparizione letteraria è ancora nella sua generalità morale, non
è sviluppata nei suoi interessi, ne' suoi fini, nelle sue passioni e nelle sue
idee politiche: di che solo può nascere il dramma. Il senso del reale era ancora
troppo scarso, perchè il dramma fosse possibile. Non ci è il sentimento
collettivo non il partito e non la società: ci è l'individuo appena analizzato,
rappresentato buono o cattivo e retribuito secondo le opere, forma elementare
della vita reale. Il feroce e il grottesco delle pene infernali hanno qui un
riscontro nelle immani crudeltà di Ezzelino e nella immane punizione.
Questo concetto morale, ancorchè non ancora penetrato e sviluppato in
tutti gli aspetti della vita, pure non è più un motto, un proverbio, un
ammaestramento, un «fabula docet», una esposizione didattica in prosa o
in verso, come nel secolo scorso, ma la vita in atto, con tutt'i caratteri della
personalità, così nella vita contemplativa come nella vita attiva, così nel
carbonaio del Passavanti come nell'Ezzelino del Mussato.
Onori straordinari furono conferiti al Mussato, tenuto pari a' classici,
quando i classici erano ancora così poco noti. Anche Venezia ebbe i suoi
latinisti, che scrissero la sua storia, Andrea Dandolo e Martin Sanuto.
Nell'Italia settentrionale abbondano le cronache latine. Il volgare vi si era
poco sviluppato. E dappertutto teologia, filosofia, giurisprudenza, medicina era
insegnata e trattata in latino. Scrissero le loro opere in questa lingua
Marsilio da Padova, Cino da Pistoia, Bartolo e Baldo.
Ma in Toscana il Malespini avea già dato l'esempio di scrivere la cronaca
in volgare. E Dino Compagni seguì l'esempio, scrivendo in volgare i fatti di
Firenze dal 1270 al 1312. Attore e spettatore, prende una viva partecipazione a
quello che narra, e schizza con mano sicura immortali ritratti. Non è questa una
cronaca, una semplice memoria di fatti: tutto si move, tutto è rappresentato e
disegnato, costumi, passioni, luoghi, caratteri, intenzioni, e a tutto lo
scrittore è presente, si mescola in tutto, esprime altamente le sue impressioni
e i suoi giudizi. Così è uscita di sotto alla sua penna una storia
indimenticabile.
Questa storia è una immane catastrofe. Da lui preveduta e non potuta impedire. E
non si accorge che di quella catastrofe cagione non ultima fu lui. O piuttosto
ne ha un'oscura coscienza, quando con quel tale «senno di poi» dice: - Oh se
avessi saputo! Ma chi poteva pensare? - Ma Dino peccò per soverchia bontà
d'animo; gli altri peccarono per malizia, e Dino li flagella a sangue. Era
Bianco; ma più che Bianco, era onesto uomo e patriota. Gli pareva che que' Neri
e que' Bianchi, quei Donati e quei Cerchi, non fossero divisi da altro che da
gara d'uffici, e gli parea che, partendo ugualmente gli uffici, quelle discordie
avessero a cessare. Gli parea pure che tutti amassero la città, come facea lui,
e fossero pronti per la sua libertà e il suo decoro a fare il sacrificio de'
loro odii e delle loro cupidigie. E gli parea che uomo di sangue regio non
potesse mentire nè spergiurare, e che nessuno potesse mancare alle promesse,
quando fossero messe in carta. E anche questo gli parea, che gli amici stessero
saldi intorno a lui e che ad un suo cenno tutti gli avessero ad ubbidire. Che
cosa non parea al buon Dino? E con queste opinioni si mise al governo della
repubblica. È la prima volta che si trova in presenza la morale com'era in
Albertano giudice e come fu poi in Caterina, la morale de' libri e la morale del
mondo. E la contraddizione balza fuori con tutta l'energia di una prima
impressione. Il brav'uomo al contatto del mondo reale cade di disinganno in
disinganno, e ciascuna volta rivela la sua ingenuità con un accento di
maraviglia e d'indignazione. Immaginatevelo alle prese con Bonifazio ottavo,
Carlo di Valois e Corso Donati, ciò che di più astuto e violento era a quel
tempo. L'energia del sentimento morale offeso è il secreto della sua eloquenza.
Qui non ci è nessuna intenzione letteraria: la narrazione procede rapida,
naturale, sino alla rozzezza. Vi è un materiale crudo e accumulato e mescolato,
senza ordine o scelta o distribuzione; ignota è l'arte del subordinare e del
graduare; mancano i passaggi e le giunture; il fatto è spesso strozzato; spesso
il colorito è un po' risentito e teso difetti di composizione gravi. Pure le
qualità essenziali che rendono un libro immortale stanno qui dentro, la
sincerità dell'ispirazione, l'energia e la purità del sentimento morale, la
compiuta personalità dello scrittore e del tempo, la maraviglia, l'indignazione,
il dolore, la passione del cronista, che comunica a tutto moto e vita. In tempi
meno torbidi, Giovanni Villani scrisse la sua Cronaca di Firenze sino al
1348, continuata dal fratello Matteo e dal nipote Filippo. Mira a dar memoria
de' fatti, pigliandoli dove li trova, e spesso copiando o compendiando i
cronisti che lo precessero. Sono nudi fatti, raccolti con scrupolosa diligenza,
anche i più minuti e familiari, della vita fiorentina, come le derrate, i
drappi, le monete, i prestiti: materiale prezioso per la storia. Ma questa cruda
realtà, scompagnata dalla vita interiore che la produce, è priva di colorito e
di fisonomia e riesce monotona e sazievole.
La Cronaca di Dino e le tre Cronache de' Villani comprendono
il secolo. La prima narra la caduta de' Bianchi, le altre raccontano il regno
de' Neri. Tra, vinti erano Dino e Dante. Tra, vincitori erano i Villani. Questi
raccontano con quieta indifferenza, come facessero un inventario. Quelli
scrivono la storia col pugnale. Chi si appaga della superficie, legga i Villani.
Ma chi vuol conoscere le passioni, i costumi, i caratteri, la vita interiore da
cui escono i fatti, legga Dino.
Finora non abbiamo creduto necessario di entrare nel vivo della storia,
perchè gli scrittori, o ascetici o cavallereschi o didattici, scrivono come
segregati dal mondo. Ma Dino vive nel mondo e col mondo; i fatti che racconta
sono i fatti suoi, parte della sua vita, e la sua Cronaca è lo specchio
del tempo, non nelle regioni astratte della scienza o nel fantastico della
cavalleria e dell'ascetica, ma nella realtà della vita pubblica.
I partiti che straziavano Firenze con nomi venuti da Pistoia erano detti i
Neri e i Bianchi, gli uni capitanati da' Donati e gli altri da' Cerchi, famiglie
potentissime di ricchezza e di aderenze. Dante sperò di poter pacificare la
città, mandando in esilio i due più potenti e irrequieti capi delle due fazioni,
Corso Donati e Guido Cavalcanti. Venuto malato, il Cavalcanti fu richiamato, ma
non Corso Donati: di che si menò molto scalpore, massime che Dante era Bianco e
amico del Cavalcanti.
I Neri erano guelfi puri, e si appoggiavano sui popolani e sul papa,
vicino, influente, e centro di tutti gl'intrighi e le cospirazioni guelfe.
Bonifazio ottavo, venuto dopo il giubileo in maggior superbia, avea chiamato a
sè con molte promesse Carlo di Valois, detto per dispregio «senza terra», e
mandatolo a Firenze sotto colore di pacificare la città, ma col proposito di
ristorarvi la parte nera. Qui comincia il dramma, esposto con sì vivi colori dal
nostro Dino nel libro secondo.
Dante si lasciò persuadere di andare legato a Roma. Si dice abbia detto: -
Se io vado, chi resta? - Restò il povero Dino. Certo, l'opera di Dante sarebbe
stata più utile a Firenze, dove lasciò il campo libero agli avversari. A Roma fu
tenuto con belle parole da Bonifazio e non concluse nulla.
Dino comincia il racconto con stile concitato. Sembra un profeta o un
predicatore che tuoni sopra Gomorra o Gerosolima:
«Levatevi, o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro e
il fuoco con le vostre mani e distendete le vostre malizie. Non penate più:
andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il sangue de'
vostri fratelli, spogliatevi della fede e dell'amore; nieghi l'uno all'altro
aiuto e servigio. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur
quella del mondo rende una per una... Non v'indugiate, o miseri: chè più si
consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace, e piccola è
quella favilla che a distruzione mena un gran regno.»
Qui non ci è l'uomo politico. Ci è la realtà vista da un aspetto puramente
morale e religioso, come gli ascetici; il concetto è lo stesso; la materia è
diversa. Considerata così, la realtà riesce al buon Dino altra che non pensava,
e in luogo di riconoscere il suo errore, se la prende con la realtà e la
maledice. I suoi errori nascono dal concetto falso che avea degli uomini e delle
cose, sì che divenne il trastullo degli uni e degli altri, perdette lo stato e
fu calunniato, come avviene a' vinti. Allora prende la penna, e li maledice
tutti, Neri e Bianchi, raccontando i fatti con tale ingenuità che se le male
passioni degli altri son manifeste, non è men chiara la sua soverchia bontà.
Mentre gli ambasciatori armeggiano con Bonifazio, largo promettitore
purchè «sia ubbidita la sua volontà», furono in Firenze eletti i nuovi signori,
e Dino fu di quelli. Piacque la scelta, perchè «uomini non sospetti e buoni, e
senza baldanza, e avevano volontà d'accomunare gli uffici, dicendo: - Questo è
l'ultimo rimedio». Questo è il giudizio che porta Dino di sè e de' suoi
colleghi. Ma i loro avversari «n'ebbono speranza», perchè li conosceano «uomini
deboli e pacifici, i quali sotto spezie di pace credeano leggiermente di poterli
ingannare». Che buon Dino! Egli stesso pronunzia la sua sentenza.
I Neri «a quattro e a sei insieme, preso accordo fra loro», li andavano a
visitare e diceano: «Voi siete buoni uomini e di tali avea bisogno la nostra
città. Voi vedete la discordia de' cittadini vostri: a voi la conviene
pacificare, o la città perirà. Voi siete quelli che avete la balìa, e noi a ciò
fare vi profferiamo l'avere e le persone di buono e leale animo». E benchè «di
così false profferte dubitassero, credendo che la loro malizia coprissero
con falso parlare», pure Dino per commessione de' suoi compagni rispose: «Cari e
fedeli cittadini, le vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciar
vogliamo a usarle: e richieggiamvi che voi ci consigliate, e pogniate l'animo a
guisa che la nostra città debba posare». Che scellerati! E che buoni uomini! Non
si può meglio rappresentare la malizia degli uni e l'innocenza degli altri.
Scrivendo dopo i fatti, Dino si picchia il petto e dice il mea
culpa: «E così perdemmo il primo tempo, perchè non ardimmo a chiudere le
porte, nè a cessare l'udienza ai cittadini. Demmo loro intendimento di trattar
pace, quando si convenia arrotare i ferri».
Poichè si trattava la pace, i Bianchi smessero dalle offese e i Neri
presero baldanza. E Dino confessa questo primo effetto della sua bontà: «La
gente, che tenea co' Cerchi, ne prese viltà, dicendo: - Non è da darsi fatica,
chè pace sarà. - E i loro avversari pensavano pur di compiere le loro malizie».
La voce che Bonifazio ottavo si fosse chiarito contrario a' Cerchi e che
Carlo di Valois veniva in Firenze, dovea aver tanto imbaldanzito i Neri, che a
costoro pareva un atto di debolezza e di paura quello che in Dino era ispirato
da sincero amore di concordia. E quelle pratiche di pace spacciavano covare
sotto un tradimento. La forza materiale era ancora in mano di Dino; ma la forza
morale passava agli avversari, più audaci, e confidenti in vicina vittoria. Già
ci era un'altra aria in città. Non pur gl'indifferenti, ma anche noti seguaci
de' Cerchi mutavano lingua. Sicchè l'oratore di Carlo riferì che «la parte de'
Donati era assai innalzata e la parte de' Cerchi era assai abbassata», veggendo
come dopo le sue parole «molti dicitori si levarono in piè affocati per dire e
magnificare messer Carlo».
Dino, volendo negare l'ingresso a Carlo e non osando prendere su di sè la
cosa, «essendo la novità grande», si rimise al suffragio de' suoi concittadini.
Fu un plebiscito fatto dal debole e che riuscì in favore de' forti: solito
costume de' popoli, e il buon Dino nol sapea. I soli fornai si mostrarono
uomini, dicendo che «nè ricevuto, nè onorato fusse, perchè venìa per distruggere
la città».
Dino credette trovare il rimedio, chiedendo a Carlo «lettere bollate, che
non acquisterebbe ... niuna giurisdizione, nè occuperebbe niuno onore della
città nè per titolo d'imperio, nè per altra cagione, nè le leggi della città
muterebbe, nè l'uso». Dino pensava che Carlo non farebbe la lettera, e provvide
che il passo gli fosse negato e «vietata la vivanda». Ma la lettera venne, e «io
la vidi e fecila copiare, e quando fu venuto, io lo domandai se di sua volontà
era scritta. Rispose: - Sì, certamente -». Ora che Dino ha la lettera in tasca,
può viver sicuro.
E gli viene «un santo e onesto pensiero, immaginando: Questo signore
verrà, e tutt'i cittadini troverà divisi, di che grande scandalo ne seguirà».
Onde li rauna nella chiesa di San Giovanni, e loro fa un fervorino, perchè
«sopra quel sacrato fonte onde trassero il santo battesimo», giurino
buona e perfetta pace. Le parole di Dino sono di quella eloquenza semplice e
commovente che viene dal cuore. In quei tempi di lotte così accese il sentimento
della concordia era tanto più vivo negli animi buoni e onesti, da Albertano a
Caterina. E non so che in Caterina si trovino parole nella loro semplicità così
affettuose come queste di Dino: «Signori, perchè volete voi confondere e disfare
una così buona città? Contro a chi volete pugnare? Contro a' vostri fratelli?
Che vittoria avrete? Non altro che pianto».
Tutti giurarono; e Dino aggiunge con amarezza: «I malvagi cittadini, che di
tenerezza mostravano lacrime, e baciavano il libro, ... furono i principali alla
distruzione della città». Povero Dino! E si affligge il brav'uomo e si pente, e
«di quel sacramento molte lacrime sparsi, pensando quante anime ne sono dannate
per la loro malizia».
Carlo quintoenne, e diètrogli, dicendo che venìano a onorare il signore,
lucchesi, perugini, e Cante d'Agobbio e molti altri, a sei e dieci per volta,
tutti avversari de' Cerchi: e «ciascuno si mostrava amico». Dino fece il ponte
d'oro al nemico che entra, contro il proverbio. E Carlo ebbe in Firenze
milledugento cavalli.
Che fa Dino? Sceglie quaranta cittadini di amendue le parti, perchè
provveggano alla salvezza della terra. Ciò che ci era negli animi è qui scolpito
in pochi tratti: «Quelli che avevano reo proponimento, non parlavano; gli altri
aveano perduto il vigore. Baldino Falconieri, uom vile, dicea: - Signori, io sto
bene, perchè io non dormia sicuro». Lapo Saltarelli, per riamicarsi il papa,
ingiuria la Signoria, e tiene in casa nascosto un confinato. Albertano del
Giudice monta in ringhiera, e biasima i signori. Pare coraggio civile, ed è
viltà e diserzione. I nemici tacciono. Gli amici ingiuriano, per farsi grazia.
Cominciano i tradimenti. «I priori scrissero al papa segretamente; ma tutto
seppe la parte nera, perocchè quelli che giurarono credenza non la tennono».
Alfine Dino si risolve ad accomunare gli uffici, parlando «umilmente e con
gran tenerezza» dello scampo della città. Ma era troppo tardi. I Neri non
volevano parte, ma tutto.
«E Noffo Guidi parlò e disse: - Io dirò cosa che tu mi terrai crudele
cittadino. - E io li dissi che tacesse: e pur parlò, e fu di tanta arroganza,
che mi domandò che mi piacesse far la loro parte nell'ufficio, maggiore che
l'altra; che tanto fu a dire, quanto: - Disfa' l'altra parte - e me porre nel
luogo di Giuda. E io li risposi che innanzi io facessi tanto tradimento, darei i
miei figliuoli a mangiare a' cani.»
Carlo quintoolea in mano i Signori, e li facea spesso invitare a mangiare.
E quelli si ricusavano, adducendo che la legge li costringea che fare non lo
potevano; ma era «perchè stimavano che contro a loro volontà li
avrebbe ritenuti». Un giorno disse che in Santa Maria Novella fuori della terra
volea parlamentare, e che piacesse alla Signoria esservi. Dino vi mandò tre soli
de' compagni: «a' quali niente disse, come colui che non volea parole, ma sì
uccidere».
«Molti cittadini si dolsono con noi di quella andata, parendo loro che andassono
al martirio. E quando furono tornati, lodavano Dio, che da morte gli avea
scampati.»
Volevano, se la Signoria vi fosse ita tutta, «ucciderli fuori della porta
e correre la terra per loro». E Dino che facea?
C'è un brano stupendo, che è una pittura. Vedi come Dino passava i giorni;
la sua incapacità e i suoi affanni:
«I Signori erano stimolati da ogni parte. I buoni diceano che guardassero
ben loro, e la loro città. I rei li contendeano con quistioni. E tra le domande
e le risposte il dì se ne andava. I baroni di messer Carlo gli occupavano con
lunghe parole. E così viveano con affanno.»
Un rimedio gli è suggerito da frate Benedetto: - Fate fare processione, e
del pericolo cesserà gran parte -. E Dino fece la processione, e molti lo
schernirono, dicendo che «meglio era arrotare i ferri». E Dino conchiude,
parlando di sè e de' colleghi: «Niente giovò, perchè usarono modi pacifici, e
voleano essere repenti e forti. Niente vale l'umiltà contro alla grande
malizia».
Tutto ti è messo sott'occhio, come in una rappresentazione drammatica.
Vedi i Neri in istrada, corrompere, far gente, mostrare la loro potenza.
Diceano:
«- Noi abbiamo un signore in casa; il papa è nostro protettore; gli
avversari nostri non sono guerniti nè da guerra, nè da pace; danari non hanno; i
soldati non sono pagati. -»
E misero in ordine «tutto ciò che a guerra bisognava, ... invitati molti
villani d'attorno e tutti gli sbanditi». I Neri si armavano; i Bianchi no,
perchè era contro la legge, e Dino minacciava di punirli. E ora che scrive, a
scolparsi nota che fu per avarizia, perchè fece dire a' Cerchi: «- Fornitevi, e
ditelo agli amici vostri -».
I Neri, «conoscendo i nemici loro vili e che aveano perduto il vigore»,
vengono a' ferri. I Medici lasciano per morto Orlandi, un valoroso popolano. Si
grida a' priori: - Voi siete traditi, armatevi -.
Ecco finalmente sventolare sulle finestre il gonfalone di giustizia. Molti
vanno nascosamente ... dal lato di parte nera. Ma traggono alla Signoria i
soldati che non erano corrotti, e altre genti, e amici a piè e a cavallo. Era il
momento di operare con vigore. Ma «i Signori non usi a guerra erano occupati da
molti che voleano essere uditi; e in poco stante si fe' notte». Il podestà non
si fe' vivo. Il capitano non si mosse, come «uomo più atto a riposo e a pace che
a guerra.» «La raunata gente non consigliò». Il giorno finì: e non si concluse
nulla, e la gente stanca se ne andò, e ciascuno pensò a se stesso. E Dino cosa
facea? Dava udienza.
I Neri lusingavano e indugiavano i Bianchi con buone parole.
Li Spini diceano alli Scali:
«- Deh! Perchè facciamo noi così? Noi siamo pure amici e parenti e tutti
guelfi; noi non abbiamo altra intenzione che di levarci la catena di collo, che
tiene il popolo a voi e a noi. E saremo maggiori che noi non siamo. Mercè per
Dio, siamo una cosa, come noi dovemo essere. - ... Quelli che riceveano tali
parole, s'ammollavano nel cuore, e i loro seguaci invilirono».
I ghibellini, credendosi abbandonati, si smarrirono, e gli sbanditi si
avvicinavano alla città. Come farli entrare? Carlo primonstava presso la
Signoria, perchè si desse a lui la guardia della città e delle porte: che
farebbe de' malfattori aspra giustizia. E sotto questo nascondea la sua malizia,
nota l'arguto Dino. Ma l'arguto Dino gli dà la guardia delle porte d'Oltrarno!
Bisogna proprio sentir lui:
«Le chiavi gli furono negate, e le porte di Oltrarno gli furono raccomandate, e
levati ne furono i fiorentini, e furonvi messi i franciosi. E il cancelliere e
il manescalco di messer Carlo giurarono nelle mani a me Dino ricevente per lo
comune.... E mai credetti che un tanto signore e della casa reale di Francia
rompesse la sua fede: perchè passò piccola parte della seguente notte che per la
porta che noi gli demmo in guardia, die' l'entrata a ... molti ... sbanditi.»
Fatta la breccia, entrano gli altri. E i signori, venuta meno tutta la
loro speranza, «deliberarono, quando i villani fossero venuti in loro soccorso,
prendere la difesa.» Che erà quel prender tempo e non risolversi degli animi
deboli. Furono vinti senza combattere. Tutti si gettarono là dov'era la forza:
«I malvagi villani gli abbandonarono... e i ... famigli li tradirono....
Molti soldati si volsono a servire i loro avversari. Il podestà ... andava
procurando in aiuto di messer Carlo.»
Carlo manda i suoi a' priori, «per occupare il giorno e il loro
proponimento con lunghe parole». Giuravano che il loro signore si tenea
tradito», e che farebbe la vendetta grande. - Tenete per fermo che se il nostro
signore non ha cuore di vendicare il misfatto a vostro modo, fateci levare la
testa. - E ora che scrive, Dino aggiunge: «E non giurò messer Carlo primol vero,
perchè [Corso Donati] di sua saputa venne».
Carlo è pronto ad armare i suoi cavalieri e vendicare il comune, ma ad un
patto, che si dieno a lui in custodia i più potenti uomini delle due parti. E
Dino consente.
«I Neri vi andarono con fidanza, i Bianchi con temenza. Messer Carlo li
fece guardare; i Neri lasciò partire, ma i Bianchi ritenne presi quella notte
senza paglia e senza materasse, come uomini micidiali.»
Qui Dino non ne può più e prorompe:
«O buono re Luigi, che tanto temesti Iddio, ov'è la fede della real casa
di Francia, caduta per mal consiglio, non temendo vergogna? O malvagi
consiglieri, che avete il sangue di così alta corona fatto non soldato, ma
assassino, imprigionando i cittadini a torto, e mancando della sua fede, e
falsando il nome della real casa di Francia!»
L'indignazione è uguale alla maraviglia del buon uomo. Come pensare che il
sangue di san Luigi, un Reale di Francia, fosse spergiuro e assassino?
Quando non ci era più il rimedio, si corse al rimedio. Dino fa sonare la
campana grossa, che era un chiamare alle armi. Ma nessuno uscì: «La gente
sbigottita non trasse di casa i Cerchi. Non uscì uomo a cavallo, nè a pie
armato».
Anche il cielo vi si mescola. Apparisce una croce vermiglia sopra il
palagio de' priori:
«Onde la gente che la vide, e io che chiaramente la vidi, potemmo
comprendere che Dio era fortemente contro alla nostra città crucciato.»
La città per sei giorni fu messa a ruba. In pochi tocchi ti sta innanzi il
quadro:
«Gli uomini che temeano i loro avversari si nascondeano per le case de'
loro amici. L'uno nimico offendea l'altro; le case si cominciavano ad ardere; le
ruberie si faceano, e fuggivansi gli arnesi alle case degl'impotenti. I Neri
potenti domandavano danaro a' Bianchi; maritavansi le fanciulle a forza;
uccideansi uomini; e quando una casa ardea forte, messer Carlo domandava: - Che
fuoco è quello? - Eragli risposto che era una capanna, quando era un ricco
palazzo.»
I priori, multiplicando il mal fare, e non avendo rimedio, lasciarono il
priorato. E venne al governo la parte nera.
Dino fu il Pier Soderini di quel tempo, e fu a se stesso il suo
Machiavelli. Nessuno può dipingerlo meglio che non fa egli medesimo.
In questa maravigliosa cronaca non ci è una parola di più. Tutto è azione,
che corre senza posa sino allo scioglimento. Ma è azione, dove paion fuori
caratteri e passioni. Un motto, un tratto è un carattere. Carlo, dopo di aver
tratto da' fiorentini molti danari, va a Roma e chiede danari a Bonifazio. - Ma
io ti ho mandato alla fonte dell'oro, - risponde il papa. È una risposta, che è
un ritratto dell'uno e dell'altro. I discorsi sono sostanziosi, incisivi, non
meno pittoreschi: vedi personaggi vivi, con la loro natura e i loro
intendimenti, e fanno più effetto che non le studiate e classiche orazioni
venute poi. Uomo d'impressione più che di pensiero, Dino intuisce uomini e cose
a prima vista, e ne rende la fisonomia che non la puoi dimenticare. Di Bonifazio
ottavo dice:
«Fu di grande ardire e alto ingegno, e guidava la Chiesa a suo modo, e
abbassava chi non li consentia.»
Di Corso Donati fa questo magnifico ritratto:
«Un cavaliere della somiglianza di Catilina romano, ma più crudele di lui,
gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore; adorno di belli
costumi, sottile d'ingegno, coll'animo sempre intento a mal fare (col quale
molti masnadieri si raunavano, e gran sèguito avea) molte arsioni e molte
ruberie fece fare;... molto avere guadagnò e in grande altezza salì. Costui fu
messer Corso Donati che per sua superbia fu chiamato il barone, che, quando
passava per la terra, molti gridavano: - Viva il barone. - E parea la terra sua.
La vanagloria il guidava e molti servigi facea.»
La stessa sicurezza è nella rappresentazione delle cose. Rapido, arido,
tutto fatti, che balzan fuori coloriti dalle sue vivaci impressioni, dalla sua
maraviglia, dalla sua indignazione. Una cosa soprattutto lo colpisce, che «molte
lingue si cambiarono in pochi giorni». Non vi si sa rassegnare, e li chiama ad
uno ad uno, e ricorda loro quello che diceano e quello che erano. Il mutarsi
dell'animo secondo gli eventi non gli potea entrare:
«Donato Alberti, ... dove sono le tue arroganze, che ti nascondesti in una
vile cucina? O messer Lapo Salterelli, minacciatore e battitore de' rettori che
non ti serviano nelle tue quistioni, ove t'armasti? In casa i Pulci, stando
nascoso, ... O messer Manetto Scali, che volevi esser tenuto sì grande e temuto,
ove prendesti le armi? ... O voi popolani, che desideravate gli ufici e
succiavate gli onori, e occupavate i palagi de' rettori, ove fu la vostra
difesa? Nelle menzogne, simulando e dissimulando, biasimando gli amici e lodando
i nemici, solamente per campare. Adunque piangete sopra voi e la vostra città.»
I soliti fenomeni delle rivoluzioni brutali e ingenerose sono da lui
rappresentati con lo stesso accento di maraviglia, come di cose non viste mai, e
svegliano nel suo animo onesto una indignazione eloquente. Ed è da quei
sentimenti che è uscito questo capolavoro di descrizione:
«Molti nelle pie opere divennero grandi, i quali avanti nominati non
erano, e nelle crudeli opere regnando, cacciarono molti cittadini e feciongli
rubelli, e sbandeggiarono nell'avere e nella persona. Molte magioni guastarono,
e molti ne puniano, secondo che tra loro era ordinato e scritto. Niuno ne campò
che non fosse punito. Non valse parentado nè amistà; nè pena si potea minuire,
nè cambiare a coloro a cui determinate erano. Nuovi matrimoni niente valsero,
ciascuno amico divenne nimico; i fratelli abbandonavano l'un l'altro, il
figliuolo il padre, ogni amore, ogni umanità si spense. ... Patto, pietà nè
mercè in niuno mai si trovò. Chi più dicea: - Muoiano, muoiano i traditori -,
colui era il maggiore.»
Tra' proscritti fu Dante. Condannato in contumacia, non rivide più la sua
patria. Ira, vendetta, dolore, disdegno, ansietà pubbliche e private, tutte le
passioni che possono covare nel petto di un uomo, lo accompagnarono nell'esilio.
Chi ha visto l'indignazione di Dino, può misurare quella di Dante.
Il priorato fu il principio della sua rovina, com'egli dice, ma fu anche il
principio della sua gloria. Non era uomo politico; mancavagli flessibilità e
arte di vita; era tutto un pezzo, come Dino. Priore, volle procurare una
concordia impossibile, e non riuscì che a farsi ingannare da' Neri in Firenze e
da Bonifazio in Roma. Esule, non valse a mantenere quella preminenza che era
debita al suo ingegno e alla sua virtù, si lasciò soverchiare da' più audaci e
arrischiati, e non potendo impedire e non volendo accettare molti disegni, si
segregò e si fece parte per se stesso. Toltosi alle faccende pubbliche,
ripiegatosi in sè, sviluppò tutte le sue forze intellettive e poetiche.
Dopo la morte di Beatrice erasi dato con tale ardore allo studio che la
vista ne fu debilitata. Finisce la Vita Nuova con la speranza «di dire di
lei quello che non fu mai detto di alcuna». E fece di questo suo primo e solo
amore «la bellissima e onestissima figlia dell'Imperatore dell'universo, alla
quale Pitagora pose nome Filosofia». Frutto di questi nuovi studi furono le sue
canzoni allegoriche e scientifiche.
Tra questi studi nacque la seconda Beatrice, luce spirituale, unità
ideale, l'amore che congiunge insieme intelletto e atto, scienza e vita.
Intelletto, amore, atto, era questa la trinità, che fu il suo secondo amore, la
sua filosofia. Beatrice divenne un simbolo, e la poesia vanì nella scienza.
Quel mondo lirico, che a noi pare troppo astratto, parve poco spirituale
ai contemporanei, che chiamavano «sensuale» quel primo amore di Dante, e poco
intendevano questo suo secondo amore. E Dante, per cessare da sè l'infamia e per
mostrare la dottrina «nascosa sotto figura di allegoria», volle illustrare e
comentare le sue canzoni egli medesimo.
Era dottissimo. Teologia, filosofia, storia, mitologia, giurisprudenza,
astronomia, fisica, matematica, rettorica, poetica, di tutto lo scibile avea
notizia e non superficiale: perchè di tutto parlò con chiarezza e con padronanza
della materia. Il disegno gli si allargò: al poeta tenne dietro lo scienziato; e
pensò di chiudere in quattordici trattati, quante erano le canzoni, tutta la
scienza nella sua applicazione alla vita morale. Un lavoro simile, che Brunetto
chiamò Tesoro, e altri chiamavano Fiore o Giardino, egli
chiamò Convito, quasi mensa dov'è imbandito «il pane degli angeli», il
cibo della sapienza. Brunetto avea scritto il Tesoro in francese, gli
altri trattavano la scienza in latino. La prosa volgare era tenuta poco acconcia
a questa materia, massime dopo l'infelice versione dell'Etica di
Aristotile, fatta da un tal Taddeo, celebre medico, nominato «l'ippocratista».
Bisogna vedere quante sottili ragioni adduce Dante per scusarsi di scrivere in
volgare. Celebra il latino come «perpetuo e non corruttibile», e perchè «molte
cose manifesta concepute nella mente, che il volgare non può», e perchè «il ...
volgare seguita uso e il latino arte»; onde il latino è «più bello, più virtuoso
e più nobile». Ma appunto per questo il comento latino non sarebbe stato
«suggetto alle canzoni» scritte in volgare, ma «sovrano», e il comento per sua
natura è servo e non signore, e dee ubbidire e non comandare. Ora il latino non
può ubbidire, perchè «comandatore» e sovrano del volgare. Oltrechè, come può il
latino comentare il volgare, non conoscendo il volgare? E che il latino non è
conoscente del volgare, si vede: «chè uno abituato di latino non distingue,
s'egli è d'Italia, lo volgare provenzale dal tedesco nè il tedesco lo volgare
italico o provenzale ». Ecco le opinioni, le forme e le sottigliezze della
scuola. Questa novità di scrivere di scienza in volgare, che è come dare a'
convitati «pane di biado e non di formento», gli pare così grande che a
difendersene spende otto capitoli, modello di barbarie scolastica. Lasciando
stare le sottigliezze, la sostanza è questa, ch'egli usa «il volgare di sì»,
perchè loquela propria e «delli suoi generanti», e suo «introducitore»
nello studio del latino, e perciò «nella via di scienza, ch'è ultima
perfezione». Scrisse in volgare le rime, il volgare usò «deliberando,
interpretando e quistionando»; dal principio della vita ebbe con esso
«benivolenza e conversazione»; il volgare è l'amico suo, dal quale non si sa
dividere. Coloro «fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza»,
che per «iscusarsi del non dire o dire male accusano e incolpano la materia,
cioè lo volgare proprio». La plebe, o come dice egli, le «popolari persone»
cadono «nella fossa» di questa falsa opinione per poca discrezione: «per che
incontra che molte volte gridano: - Viva la loro morte - e: - Muoia la loro vita
-, purchè alcuno cominci», e sono da chiamare «pecore, e non uomini». Gli altri
vi caggiono per vanità o per vanagloria, o per invidia o per pusillanimità.
Questo disamare lo volgare proprio e pregiare l'altrui, gli pare un adulterio,
conchiudendo con queste sdegnose parole: «E tutti questi cotali sono gli
abbominevoli cattivi d'Italia, che hanno a vile questo prezioso volgare, lo
quale, se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca
meretrice di questi adulteri». E però egli scrive questo comento in volgare, per
fargli avere «in atto e palese quella bontade che ha in potere e occulto»,
mostrando che la sua virtù si manifesta anche in prosa, senza le accidentali
adornezze della rima e del ritmo, come donna «bella per natural bellezza e non
per gli adornamenti dell'azzimare e delle vestimenta», e che altissimi e
novissimi concetti convenientemente, sufficientemente e acconciamente, «quasi
come per esso latino», vi si esprimono. E finisce con queste profetiche parole:
«Questo sarà luce nuova, sole nuovo, il quale surgerà, ove l'usato tramonterà».
Tanta veemenza nell'accusare, tanto ardore nel magnificare può fare
intendere quanto radicata e sparsa era l'opinione degl'infiniti «ciechi»,
com'egli li chiama, che tenevano il volgare inetto alla prosa. E non ottenne
l'intento. Il latino continuò a prevalere: egli medesimo, lasciato a mezza via
il Convito, trattò in latino la rettorica e la politica, che insieme con
l'etica era la materia ordinaria dei trattati scientifici.
Il libro De vulgari eloquio non è un fior di rettorica, quale si
costumava allora, un accozzamento di regole astratte cavate dagli antichi, ma è
vera critica applicata ai tempi suoi, con giudizi nuovi e sensati. La base di
tutto l'edifizio è la lingua nobile, aulica, cortigiana, illustre, che è
dappertutto e non è in alcuna parte, di cui ha voluto dare esempio nel
Convito. Questo ideale parlare italico è illustre, in quanto si scosta
dagli elementi locali, ove prendono forma i dialetti e si accosta alla maestà e
gravità del latino, la lingua modello. Voleva egli far del volgare quello che
era il latino, non la lingua delle persone popolari, ma la lingua perpetua e
incorruttibile degli uomini colti. Sogno assai simile a quello di una lingua
universale, fondata con procedimenti artificiali della scienza. Scegliere il
meglio di qua e di là e far cosa una e perfetta, sembra cosa facile e assai
conforme alla logica, ma è contro natura. Le lingue, come le nazioni, vanno
all'unità per processi lenti e storici; e non per fusioni preconcette, ma per
graduale assorbimento e conquista degli elementi inferiori. Il ghibellino che
dispregiava i dialetti comunali e voleva un parlare comune italico, di cui
abbozzava l'immagine, ti rivelava già lo scrittore della Monarchia.
Il trattato, De Monarchia, è diviso in tre libri. Nel primo
dimostra la perfetta forma di governo essere la monarchia; nel secondo prova
questa perfezione essere incarnata nell'impero romano, sospeso, non cessato,
perchè preordinato da Dio; nel terzo stabilisce le relazioni tra l'impero e il
sacerdozio, l'unico imperatore e l'unico papa.
L'eccellenza della monarchia è fondata sull'unità di Dio. Uno Dio, uno
imperatore. Le oligarchie e le democrazie sono «polizie oblique», governi «per
accidente», reggimenti difettivi. Fin qui tutti erano d'accordo, guelfi e
ghibellini. Non ci erano due filosofie: le premesse erano comuni ai due partiti.
E tutti e due ammettevano la distinzione tra lo spirito e il corpo, e la
preminenza di quello, base della filosofia cristiana. E ne inferivano che nella
società sono due poteri, lo spirituale e il temporale, il papa e l'imperatore.
Il contrasto era tutto nelle conseguenze.
Se lo spirito è superiore al corpo, dunque, conchiudeva Bonifazio ottavo,
il papa è superiore all'imperatore. «Il potere spirituale - dic'egli - ha il
diritto d'instituire il potere temporale e di giudicarlo, se non è buono. E chi
resiste, resiste all'ordine stesso di Dio, a meno ch'egli non immagini, come i
manichei, due princìpi, Ciò che sentenziamo errore ed eresia. Adunque ogni uomo
dee essere sottoposto al pontefice romano, e noi dichiariamo che questa
sottomissione è necessaria per la salute dell'anima».
Filosofia chiara, semplice, popolare, irresistibile per il carattere indiscusso
delle premesse consentite da tutti e per l'evidenza delle conseguenze. Quando lo
spirito era il sostanziale e il corpo in se stesso era il peccato, e non valea
se non come apparenza o organo dello spirito, cos'altro potevano essere i re e
gl'imperatori, che erano il potere temporale, se non gl'investiti dal papa, gli
esecutori della sua volontà? I guelfi, che, salve le franchigie comunali,
ammettevano premesse e conseguenze, erano detti «la parte di santa Chiesa».
Dante ammetteva le premesse, e per fuggire alla conseguenza suppone che
spirito e materia fossero ciascuno con sua vita propria, senza ingerenza
nell'altro, e da questa ipotesi deduce l'indipendenza de' due poteri, amendue
«organi di Dio» sulla terra, di diritto divino, con gli stessi privilegi, «due
soli», che indirizzano l'uomo, l'uno per la via di Dio, l'altro per la via del
mondo, l'uno per la celeste, l'altro per la terrena felicità. Perciò il papa non
può unire i due reggimenti in sè, congiungere il pastorale e la spada; anzi,
come vero servo di Dio e immagine di Cristo, dee dispregiare i beni e le cure di
questo mondo, e lasciare a Cesare ciò che è di Cesare. L'imperatore dal suo
canto dee usar riverenza al papa, appunto per la preminenza dello spirito sul
corpo; e poichè il popolo è corrotto e usurpatore, e la società è viziosa e
anarchica, il suo uffizio è di ridurre il mondo a giustizia e concordia,
ristaurando l'impero della legge. Nè è a temere che sia tiranno, perchè nella
stessa sua onnipotenza troverà il freno a se stesso: perciò rispetterà le
franchigie de' comuni e l'indipendenza delle nazioni. Questa era l'utopia
dantesca o piuttosto ghibellina. Dante ne ha fatto un sistema e ne è stato il
filosofo.
Scendendo alle applicazioni, Dante mostra nel secondo libro che la
monarchia romana fu di tutte perfettissima. La sua storia risponde alle tre età
dell'uomo. Nell'infanzia ebbe i re: adulta, e rettasi a popolo, con geste
maravigliose, una serie di miracoli che attestano la sua missione
provvidenziale, si apparecchiò alla età virile, ordinandosi a monarchia sotto
Augusto, che san Tommaso chiama vicario di Cristo, e che Dante, seguendo la
tradizione virgiliana, dice discendente da Enea fondatore dell'impero, per
disegno divino. E fu a quel tempo che nacque Cristo, e «fu suddito dell'impero»,
e compì l'opera della redenzione delle anime, mentre Augusto componeva il mondo
in perfetta pace.
Da queste premesse storiche Dante conchiude che Roma per dritto divino dee
essere la capitale del mondo, e che giustizia e pace non può venire in terra se
non con la ristaurazione dell'impero romano, «la monarchia predestinata» di cui
la più bella parte il giardino, era l'Italia.
In apparenza, questo era un ritorno al passato, ma ci era in germe tutto
l'avvenire: ci era l'affrancamento del laicato e l'avviamento a più larghe
unità. I guelfi si tenevano chiusi nel loro comune; ma qui al di là del comune
vedi la nazione, e al di là della nazione l'umanità, la confederazione delle
nazioni. Era un'utopia che segnava la via della storia.
Guelfi e ghibellini aveano comune la persuasione che la società era
corrotta e disordinata, e chiedevano il paciere. La selva, immagine della
corruzione, è un punto di partenza comune a Brunetto guelfo e a Dante
ghibellino. I guelfi chiamavano paciere nelle loro discordie un legato del papa,
come Carlo di Valois, «che giostrò con la lancia di Giuda», come dice Dante. I
ghibellini invocavano l'imperatore. E credesi che Dante abbia scritto questo
trattato per agevolare la via all'imperatore Arrigo settimo di Lucemburgo, sceso
a pacificare l'Italia e morto al principio dell'impresa, glorificato da Dante,
celebrato da Mussato, lacrimato da Cino. Non avevano ancora imparato, e guelfi e
ghibellini, che chiamar pacieri è mettersi a discrezione altrui, e che metter
l'ordine e salvar la società dalle fazioni è antico pretesto di tutt'i
conquistatori.
Dante scrisse lettere anche in latino. Una ne scrisse appunto ad Arrigo nella
sua venuta. Raccogliendo insieme le sue opere latine, di cui la più originale è
quella De vulgari eloquio, e unendovi il Convito, si può avere un
giusto concetto del suo lavoro intellettuale.
Era uomo dottissimo, ma non era un filosofo. Nè la filosofia fu la sua
vocazione, lo scopo a cui volgesse tutte le forze dello spirito. Fu per lui un
dato, un punto di partenza. L'accettò come gli veniva dalla scuola, e ne
acquistò una piena notizia. Seppe tutto, ma in nessuna cosa lasciò un'orma del
suo pensiero, posto il suo studio meno in esaminare che in imparare. Accoglie
qualsiasi opinione anche più assurda, e gran parte degli errori e de' pregiudizi
di quel tempo. Cita con uguale riverenza Cicerone e Boezio, Livio e Paolo
Orosio, scrittori pagani e cristiani. La citazione è un argomento. Il suo
filosofare ha i difetti dell'età. Dimostra tutto, anche quello che non è
controverso; dà pari importanza a tutte le quistioni. Ammassa argomenti di ogni
qualità, anche i più puerili; spesso non vede la sostanza della quistione, e si
perde in minuterie e sottigliezze. Aggiungi il gergo scolastico e le infinite
distinzioni. Pure, se fra tanti viottoli ti regge ire sino alla fine, troverai
nella sua Monarchia un'ampiezza ed unità di disegno ed una concordanza di
parti, che ti fa indovinare il grande architetto dell'altro mondo.
I difetti delle opere latine sono comuni al Convito, e
gl'intralciano lo stile, e gl'impediscono quell'andamento naturale e piano del
discorso, che potea renderlo accessibile agl'illetterati, a' quali era
destinato. La sua teoria della lingua illustre lo allontana da quell'andare
soave e semplice della prosa volgare, e quando gli altri volgarizzano il latino,
egli latinizza il volgare, cercando nobiltà e maestà nelle perifrasi, ne'
contorcimenti e nelle inversioni. Usa una lingua ibrida, non italiana e non
latina, spogliata di tutte le movenze e attitudini vivaci del dialetto, e
lontana da quella dignità e misura, che ammira nel latino e a cui tende con
visibile e infelice sforzo. Se la natura gli avesse concesso un più squisito
senso artistico, avrebbe forse potuto essere fondatore della prosa. Ma gli manca
la grazia, e senti la rozzezza nello sforzo della eleganza. Salvo qualche raro
intervallo, che la passione lo scalda e lo fa eloquente, la sua prosa, come la
sua lirica, fa desiderare l'artista.
Vocazione di Dante non fu la filosofia e non fu la prosa. Quello ch'egli
cercava, non potè realizzarlo come scienza e come prosa.
- Che cerchi? - Gli domandò un frate. Rispose: - Pace. - E questo
cercavano tutt'i contemporanei. Pace era concordia del regno terrestre col regno
celeste, dell'anima con Dio, il regno di Dio sulla terra. «Adveniat regnum
tuum.» Pace vera quaggiù non può essere; vera pace è in Dio, nel mondo
celeste; Beatrice morendo parea che dicesse: «Io sono in pace». La vita è una
prova, un tirocinio, per accostarsi quanto si può all'ideale celeste e meritarsi
l'eterna pace.
Lo scopo della vita è la salvazione dell'anima, la pace dell'anima nel
mondo celeste. Vivere è morire alla terra per vivere in cielo. La vita è la
storia dell'anima, è un «mistero». Uscita pura dalle mani di Dio «che la
vagheggia», è sottoposta quaggiù al male e al dolore, e non può tornare nella
patria che purificata di ogni macula terrestre. Per giungere a pace bisogna
passare per tre gradi, personificati ne' tre esseri, Umano, Spoglia e Rinnova, e
a' quali rispondono i tre mondi, inferno, purgatorio e paradiso. Il «mistero» o
la storia finisce al primo grado, quando l'anima sopraffatta dall, Umano e vinta
nella sua battaglia col demonio viene in potere di questo: è la tragedia
dell'anima, la tragedia di Fausto, prima che Goethe, ispirato da Dante, lo
avesse riscattato. Ma quando l'anima vince le tentazioni del demonio, e si
spoglia e si purga dell'Umano, hai la sua glorificazione nell'eterna pace: hai
la «commedia» dell'anima. Questo è il mistero, ora tragedia, ora commedia,
secondo che prevale l'umano o il divino, il terrestre o il celeste, che giace in
fondo a tutte le rappresentazioni e a tutte le leggende di quell'età. Messo in
iscena, era detto «rappresentazione»: narrato. Era «leggenda» o «vita», esposto
in figura era «allegoria», rappresentato in modo diretto e immediato, era
«visione»; anzi le due forme si compenetravano, e spesso l'allegoria era una
visione, e la visione era allegorica. Allegorie, visioni, leggende,
rappresentazioni erano diverse forme di questo mistero dell'anima, del quale i
teologi erano i filosofi, e i predicatori erano gli oratori, che aggiungevano
spesso alla dottrina l'esempio, qualche leggenda o visione, com'è nello
Specchio di vera penitenza. Il mistero dell'anima era in fondo tutta una
metafisica religiosa, che comprendeva i più delicati e sostanziali problemi
della vita, e produceva una civiltà a sè conforme. Ci entrava l'individuo e la
società, la filosofia e la letteratura.
La letteratura volgare in senso prettamente religioso si stende per due
secoli da Francesco di Assisi e Iacopone sino a Caterina. L'Allegoria
dell'anima, la rappresentazione del Giovane monaco, l'Introduzione
alle virtù, la Commedia dell'anima sono in forma letteraria la teoria
di questo mistero, che nelle lettere di Caterina raggiunge la sua perfezione
dottrinale, ed acquista la sua individuazione o realtà storica ne'
Fioretti, nelle leggende e nelle visioni del Cavalca e del Passavanti.
Ma questa letteratura era senza eco nella classe colta da cui esce
l'impulso della vita intellettuale. Dante spregiava il latino della Bibbia, come
privo di dolcezza e di armonia. Quello scrivere così alla buona e come si parla
era tenuto barbarie e rozzezza. Vagheggiavano una forma di dire illustre e
nobile, prossima alla maestà del latino, della quale Dante die' nel
Convito un saggio poco felice. Nè potea piacere quella semplicità di
ragionamento con tanta scarsezza di dottrina ad uomini che uscivano dalle scuole
con tanta filosofia in capo, con tanta erudizione sacra e profana. Ma se aveano
in poco conto quella letteratura, giudicata povera e rozza, non era diverso il
concetto che essi avevano della vita. I teologi filosofavano e i filosofi
teologizzavano. La rivelazione rimaneva integra nelle sue basi essenziali,
ammesse come assiomi indiscutibili. Tali erano l'unità e personalità di Dio,
l'immortalità dello spirito e lo scopo della vita oltre terreno.
Ma se il concetto era lo stesso, la materia era più ampia, abbracciando la
coltura, oltre la Bibbia e i santi Padri, quanto del mondo antico era noto, e la
forma era più libera, paganizzando sotto lo scudo dell'allegoria e voltando il
linguaggio cristiano nelle formole di Aristotile e Platone.
Il regno di Dio chiamavano regno della filosofia. E realizzare il regno di
Dio era conformare il mondo a' dettati della filosofia unificare intelletto e
atto. Il mediatore era l'Amore, principio delle cose divine e umane, e non
l'amore sensuale, ch'era peccato, ma un amore intellettuale, l'amore della
filosofia. Il frutto dell'amore è la sapienza, che non è puro intelletto, ma
intelletto e atto congiunti, la virtù. Il regno di Dio in terra era dunque il
regno della virtù, o come dicevano, della giustizia e della pace. A realizzare
questo regno erano istrumenti i due Soli, i due organi di Dio, il papa e
l'imperatore. La politica era l'arte di realizzare questo regno della giustizia
e della pace, rendendo gli uomini virtuosi e felici. Il criterio politico era
puramente etico, come s'è visto in Albertano giudice, in Egidio Colonna, in
Mussato, in Dino Compagni. All'effettuazione di questo regno etico concorreva la
tradizione virgiliana; perchè Virgilio era un testo non meno rispettabile che la
Bibbia. E si attendeva la monarchia predestinata da Dio, la ristorazione
dell'impero romano.
In questi due secoli abbiamo due letterature quasi parallele, e
persistenti l'una accanto all'altra: una schiettamente religiosa, chiusa nella
vita contemplativa, circoscritta alla Bibbia e a' santi Padri, e che ha per
risultato inni e cantici e laude, rappresentazioni, leggende, visioni, e l'altra
che vi tira entro tutto lo scibile e lo riduce a sistema filosofico, e abbraccia
i vari aspetti della vita, e dà per risultato somme, enciclopedie, trattati,
cronache e storie, sonetti e canzoni. Tra queste due letterature erra la novella
e il romanzo, eco della cavalleria, rimasti senza seguito e senza sviluppo,
quasi cosa profana e frivola.
Gli uomini istrutti si studiavano di render popolare la cultura,
specialmente nella sua parte più accessibile e pratica, l'etica e la morale.
Indi le tante versioni e raccolte di precetti etici sotto nome di Fiori,
Giardini, Tesori, Ammaestramenti. Un tentativo di questo genere fu il
Tesoretto.
Nella prima parte della lirica dantesca hai la storia ideale della santa,
nella sua purezza soppresso il demonio e le tentazioni della carne. È il mistero
dell'anima così come è rappresentato nella Commedia dell'anima. L'anima,
che uscita pura dalle mani di Dio, dopo breve pellegrinaggio ritorna in cielo
bellezza spirituale, o luce intellettuale, è Beatrice; e Beatrice è la santa
della gente colta, è la donna platonica e innominata de' poeti, battezzata e
santificata.
Nella seconda parte Beatrice è la filosofia, che riceve la sua
esplicazione dottrinale nelle Canzoni e nel Convito. La poesia va
a metter capo nella pura scienza, nell'esposizione scolastica di un mondo
morale, dell'etica.
La letteratura popolare va a finire nelle lettere dottrinali e monotone di
Caterina: il suo difetto ingenito è l'astrazione dell'ascetismo. La letteratura
dotta va a finire nelle sottigliezze scolastiche del Convito: il suo
difetto intrinseco è l'astrazione della scienza. Tutte e due hanno una malattia
comune, l'astrazione, e la sua conseguenza letteraria, l'allegoria.
Ma il mondo di Dante non potea rimaner chiuso in questi limiti, o
piuttosto non era questo il suo mondo naturale e geniale, conforme alle qualità
del suo spirito e del suo genio, e ci sta a disagio. La sua forza non è l'ardore
della ricerca e della investigazione, che è il genio degli spiriti speculativi.
La scienza è per lui un dogma: il cervello rimane passivo in quelle scolastiche
esposizioni. Avea troppa immaginazione, perchè potesse rimaner nell'astratto, e
studia più a figurarlo e colorirlo che a discuterlo e interrogarlo. La fantasia
creatrice, il vivo sentimento della realtà, le passioni ardenti del patriota
disingannato e offeso, le ansietà della vita pubblica e privata, non poteano
avere appagamento in quella regione astratta della scienza, che pur gli era
tanto cara. Sentiva il bisogno meno di esporre che di realizzare. E volle
realizzare questo regno della scienza o regno di Dio che tutti cercavano, farne
un mondo vivente.
Il mondo è una selva oscura, corrotto dal vizio e dall'ignoranza. Rimedio
è la scienza, secondo i cui princìpi dovrebb'esser conformato. La scienza è il
mondo ideale, non qual è, ma quale dee essere. Questo ideale si trova realizzato
nell'altra vita, nel regno di Dio, conforme alla verità e alla giustizia. Perciò
ad uscir dalla selva non ci è che una via, la contemplazione e la visione
dell'altra vita. Per questa via l'anima, superate le battaglie del senso e
purificatasi, ha la sua pace, la sua eterna commedia, la beatitudine.
Da questo concetto semplice e popolare uscì la contemplazione o visione,
detta la Commedia, rappresentazione allegorica del regno di Dio, il
«mistero dell'anima» o la «Commedia dell'anima.»
VII
LA COMMEDIA
Chi mi ha seguito vede che la «Divina Commedia» non è un concetto nuovo,
nè originale, nè straordinario, sorto nel cervello di Dante e lanciato in mezzo
a un mondo maravigliato. Anzi il suo pregio è di essere il concetto di tutti, il
pensiero che giaceva in fondo a tutte le forme letterarie, rappresentazioni,
leggende, visioni, trattati, tesori, giardini, sonetti e canzoni. L'Allegoria
dell'anima e la Commedia dell'anima sono gli schemi, le categorie, i
lineamenti generali di questo concetto.
Nel Convito la sostanza è l'etica, che Dante cerca di rendere
accessibile agl'illetterati, esponendola in prosa volgare. Qui il problema è
rovesciato. La sostanza sono le tradizioni e le forme popolari rannodate intorno
al mistero dell'anima, il concetto di tutt'i misteri e di tutte le leggende, ed
è in questo quadro che Dante gitta tutta la coltura di quel tempo. Con questa
felice ispirazione, pigliando a base della coltura le tradizioni e le forme
popolari, riunisce le due letterature, che si contendevano il campo, intorno al
comune concetto che le ispirava, il mistero dell'anima. La rappresentazione e la
leggenda esce dalla sua rozza volgarità e si alza a' più alti concepimenti della
scienza; la scienza esce dal santuario e si fa popolo, si fa mistero e leggenda.
Indi l'immensa popolarità di questo libro, che gl'illetterati accettavano nel
senso letterale e i dotti comentavano come un libro di scienza, come la
Somma di san Tommaso. Il popolo vedeva in quei versi quel medesimo che
sentiva nelle prediche, nelle divozioni e rappresentazioni, nè è maraviglia che
qualcuno guardando Dante con quella faccia pensosa e come alienata, dicesse: -
Costui par veramente uscito ora dall'inferno. - Gli eruditi si affannavano a
cercare il senso de' versi strani, e il Boccaccio iniziava quella serie di
comenti che spesso in luogo di squarciare il velo lo fanno più denso.
In effetti la Divina Commedia è una visione dell'altro mondo
allegorica. Cristianamente, la visione e la contemplazione dell'altra vita è il
dovere del credente, la perfezione. Il santo vive in ispirito nell'altro mondo;
le sue estasi, le sue visioni si riferiscono alla seconda vita, a cui sospira.
Dante accetta questa base ascetica, popolarissima: contemplare e vedere l'altro
mondo è la via della salvazione. Per campare dalla selva del vizio e
dell'ignoranza, egli si getta alla vita contemplativa, vede in ispirito l'altro
mondo e narra quello che vede. Questo è il motivo ordinario di tutte le visioni,
è la storia di tutt'i santi, è il tema di tutt'i predicatori, è la lettera della
Commedia, visione dell'altro mondo, come via a salute. Ma la visione è
allegoria. L'altro mondo è allegoria e immagine di questo mondo, è in fondo la
storia o il mistero dell'anima ne' suoi tre stati, detti nell'Allegoria
dell'anima Umano, Spoglia, Rinnova, che rispondono a' tre mondi, Inferno,
Purgatorio e Paradiso. È l'anima intenebrata dal senso, nello
stato puramente umano, che spogliandosi e mondandosi della carne si rinnova,
ritorna pura e divina. Questa allegoria era popolare e comune non meno che la
lettera. Ciascuno vedeva un po' l'altro mondo con l'occhio di questo mondo, con
le sue passioni e interessi. I predicatori, soprattutto nella descrizione delle
pene infernali, cercavano immagini delle passioni terrene. Il mistero dell'anima
era la base di tutte le invenzioni, la leggenda delle leggende. L'uomo, caduto
nell'errore e nella miseria, che finisce o vendendo l'anima al demonio o
purgandosi e salvandosi, era il fondamento di tutte le storie popolari, come s'è
visto nell'Introduzione alle virtù e nella Commedia dell'anima.
La Commedia dell'anima è l'anima uscita dalle mani di Dio pura, che in
terra combatte le sue battaglie con la carne e col demonio, e vince assistita
dalla grazia di Dio. Vizi e virtù combattono, come gli dei di Omero, intorno
all'anima; le virtù vincono e l'anima è salva. Nell'Introduzione alle
virtù è un giovane caduto in miseria, a cui apparisce confortatrice la
Filosofia, sua maestra e signora, e gli mostra la battaglia de' Vizi e delle
Virtù; e il giovane, spregiando i beni terrestri, si leva al cielo. La filosofia
è anche la divina consolatrice di Boezio, così popolare, e di Dante, a cui dopo
la morte di Beatrice apparve questa «nobilissima figlia dell'Imperatore
dell'universo», facendolo suo amico e servo. Il vizio e l'ignoranza, la
conversione per opera di Dio o della filosofia, la redenzione e beatificazione,
visione di Dio e della scienza, era il luogo comune delle due letterature, de'
semplici e degli uomini colti. E Dante fonde insieme le due forme, e tira nella
sua allegoria filosofia e teologia, ragione e grazia, Dio e scienza, e fa un
mondo armonico, assegnando a ciascuno il suo luogo. L'anima nell'inferno e nel
purgatorio, non essendo uscita ancora dal terreno ha a guida il lume naturale,
la ragione o la filosofia; ma la ragione è insufficiente senza la grazia di Dio:
fatta libera e monda e leggiera, ha nel paradiso maestra la grazia o la
teologia, luce intellettuale, che le mostra la scienza senza velo, o Dio nella
sua essenza.
Perchè l'altro mondo è allegorico, figura dell'anima nella sua storia, il
poeta è sciolto da' vincoli liturgici e religiosi e spazia nel mondo libero
dell'immaginazione. Prendendo a base le tradizioni e le forme cristiane, adopera
alla sua costruzione tutt'i materiali della scienza, sacra e profana, e le
tradizioni e favole del mondo pagano, mescolando insieme Enea e san Paolo,
Caronte e Lucifero, figure classiche e cristiane. Così ha realizzato quel mondo
universale della coltura, tanto desiderato dalle classi colte e fino allora
tentato invano, cristiano nel suo spirito e nella sua lettera, ma dove già
penetra da tutte le parti il mondo antico. Mescolanza che in molti contemporanei
pare strana e grottesca, legittimata qui dall'allegoria, che concede al poeta
libertà di forme ch'egli creda più acconce a significare i suoi concetti. Il
mondo pagano e la scienza profana sono qui materiali di costruzione, usati a
edificare un tempio cristiano, a quel modo che colonne egizie e greche si
veggono talora nelle costruzioni moderne divenire simbolo e figure de' nuovi
tempi e delle nuove idee. Così a questa costruzione gigantesca prendon parte
tutte le età e tutte le forme, fuse insieme e battezzate, penetrate da un solo
concetto, il concetto cristiano.
L'ordito è semplicissimo: è la storia o mistero dell'anima nella sua
espressione elementare, come si trova nella rappresentazione della Commedia
dell'anima; e l'hai già tutta e chiara innanzi, fin dal primo canto. Dante
nel giorno del Giubileo, quando Bonifazio facea mostra di tutta la sua possanza
e il mondo cristiano si raccoglieva intorno a lui, si trova smarrito in una
selva oscura, e sta per soggiacere all'assalto delle passioni, figurate nella
lonza, il leone e la lupa, quando a camparlo dal luogo selvaggio esce Virgilio,
e lo mena seco a contemplare l'inferno e il purgatorio, ove, confessati i suoi
falli, guidato da Beatrice, sale in paradiso e di luce in luce giunge alla
faccia di Dio. Allegoricamente, Dante è l'anima, Virgilio è la ragione, Beatrice
è la grazia, e l'altro mondo è questo mondo stesso nel suo aspetto etico e
morale, è l'etica realizzata, questo mondo quale dee essere secondo i dettati
della filosofia e della morale, il mondo della giustizia e della pace, il regno
di Dio.
Dante è l'anima non solo come individuo, ma come essere collettivo, come
società umana, o umanità. Come l'individuo, così la società è corrotta e
discorde, e non può aver pace se non instaurando il regno della giustizia o
della legge, riducendosi dall'arbitrio de' molti sotto unico moderatore. E qui
entra la tradizione virgiliana: la monarchia prestabilita da Dio, fondata da
Augusto, discendente di Enea, e Roma per diritto divino capo del mondo. Questo
concetto politico non è intruso e soprapposto, ma è, come si vede, lo stesso
concetto etico, applicato all'individuo e alla società. È tale la medesimezza,
che la stessa allegoria si può interpretare in un senso puramente etico, per
rispetto all'individuo, e in un senso politico, per rispetto alla società. E non
è perciò maraviglia che la stessa materia si presti con tanta docilità alle più
diverse interpretazioni.
Se l'allegoria ha reso possibile a Dante una illimitata libertà di forme,
gli rende d'altra parte impossibile la loro formazione artistica. Dovendo la
figura rappresentare il figurato, non può essere persona libera e indipendente,
come richiede l'arte, ma semplice personificazione o segno d'idea, sicchè non
contenga se non i tratti soli che hanno relazione all'idea, a quel modo che il
vero paragone non esprime di se stesso se non quello solo che sia immagine della
cosa paragonata. L'allegoria dunque allarga il mondo dantesco, e insieme lo
uccide, gli toglie la vita propria e personale, ne fa il segno o la cifra di un
concetto a sè estrinseco. Hai due realtà distinte, l'una fuori dell'altra, l'una
figura e adombramento dell'altra, perciò amendue incompiute e astratte. La
figura, dovendo significare non se stessa, ma un altro, non ha niente d'organico
e diviene un accozzamento meccanico mostruoso, il cui significato è fuori di sè,
com'è il grifone del Purgatorio, l'aquila del Paradiso, e il
Lucifero, e Dante con le sette «P» incise sulla fronte.
La poesia non s'era ancora potuta sciogliere dall'allegoria. Il cristianesimo in
nome del Dio spirituale facea guerra non solo agl'idoli, ma anche alla poesia,
tenuta lenocinio e artifizio: voleva la nuda verità. E verità era filosofia o
storia: la verità poetica non era compresa. La poesia era stimata un tessuto di
menzogne, e «poeta» e «mentitore», come dice il Boccaccio, era la stessa cosa; i
versi erano chiamati, come dice san Girolamo, «cibo del diavolo». La poesia
perciò non fu accettata se non come simbolo e veste del vero: l'allegoria fu una
specie di salvacondotto, pel quale potè riapparire fra gli uomini. Erano detti
«poeti solenni», a distinzione de' «popolari», i dotti che esprimevano in poesia
la dottrina sotto figura, o in forma diretta. Dante definisce la poesia
«banditrice del vero», sotto «il velame della favola ascoso», di modo che il
lettore «sotto alla dura corteccia, sotto favoloso e ornato parlare, trovi
salutari e dolcissimi ammaestramenti». La poesia è in sè una «bella menzogna»,
che non ha alcun valore, se non come figura del vero.
Con questa falsa poetica, di cui abbiamo visto l'influenza ne' nostri
lirici, Dante lavora sopra idee astratte: trova una serie di concetti, e poi ti
forma una serie corrispondente di oggetti. Le menti erano assuefatte a questo
processo, a correre al generale. Il campo ordinario della filosofia scolastica
era l'Ente con tutte le altre generalità, e la pratica del sillogismo avea
avvezzi tutti, anche i poeti, a cercare in ogni cosa la maggiore, la
proposizione generale. Ora quel mondo di concetti è la maggiore dell'altro
mondo.
Quali sieno questi concetti, io dirò quasi con le stesse parole di Dante.
La patria dell'anima è il cielo, e come dice Dante, discende in noi da
altissimo abitacolo. Essa partecipa della natura divina.
L'anima, uscendo dalle mani di Dio, è «semplicetta», «sa nulla»; ma ha due
facoltà innate, la ragione e l'appetito, «la virtù che consiglia», e l'esser
«mobile ad ogni cosa che piace», l'esser «presta ad amare».
L'appetito (affetto, amore) la tira verso il bene. Ma nella sua ignoranza
non sa discernere il bene, segue la sua falsa immagine e s'inganna. L'ignoranza
genera l'errore, e l'errore genera il male.
Il male o il peccato è posto nella materia, nel piacere sensuale.
Il bene è posto nello spirito: il sommo Bene è Dio, puro spirito. L'uomo dunque,
per esser felice, dee contrastare alla carne e accostarsi al sommo Bene, a Dio.
A questo fine gli è stata data la ragione come consigliera: indi nasce il suo
libero arbitrio e la moralità delle sue azioni.
La ragione per mezzo della filosofia ci dà la conoscenza del bene e del
male. Lo studio della filosofia è perciò un dovere, è via al bene, alla
moralità. La moralità è la «bellezza della filosofia»: è l'etica, «regina delle
scienze», «il primo cielo cristallino».
A filosofare è necessario amore. L'Amore (appetito) può esser sementa di
bene e di male, secondo l'oggetto a cui si volge. Il falso amore è «appetito non
cavalcato dalla ragione». Il vero amore è studio della filosofia, «unimento
spirituale dell'anima con la cosa amata».
Filosofia è «amistanza a sapienza», amicizia dell'anima con la sapienza.
Nelle nature inferiori l'amore è «sensibile dilettazione». Solo l'uomo, come
«natura razionale, ha amore alla verità e alla virtù» (alla filosofia). Ciò è
vera felicità, che per contemplazione della verità si acquista.
In questi concetti si trova il succo della morale antica. Già i filosofi
pagani aveano mostrato la filosofia come unico porto fra le tempeste della vita:
esser filosofo significava e significa anche oggi resistere alle passioni ed a'
piaceri, vincer se stesso, serbare l'eguaglianza dell'animo nelle umane
vicissitudini.
Ma ecco ora sopraggiungere il cristianesimo.
L'umanità per il peccato d'origine cadde in servitù dei sensi (del male o
del peccato), e la ragione e l'amore non furono più sufficienti a salvarla. La
ragione andava a tentoni e menava all'errore; «i filosofi andavan e non sapevan
dove»; l'amore rimaso senza «rettore» divenne appetito sensuale. Era necessaria
una redenzione soprannaturale. Dio si fece uomo e redense l'umanità, offrendosi
vittima espiatoria per lei.
Mediante questo sacrificio, la ragione è stata avvalorata dalla fede,
l'amore avvalorato dalla grazia, la filosofia è stata compiuta dalla teologia,
la rivelazione.
Redenta l'umanità, ciascun uomo ha acquistato la virtù di salvarsi con
l'aiuto di Dio. Guidato dalla ragione e dalla fede, fortificato dall'amore e
dalla grazia, può affrancarsi da' sensi e levarsi di mano in mano sino a Dio, al
sommo Bene.
Questo cammino dalla materia o dal peccato sino allo spirito o al bene
comprende tutto il circolo della morale o etica. La conoscenza della morale
(naturale e rivelata, filosofia e teologia) è perciò necessaria a salute.
La morale è il «Nosce te ipsum», la conoscenza di se stesso. L'uomo
si trova in questa vita in uno de' tre stati di cui tratta la morale, stato di
peccato, stato di pentimento, stato di grazia.
L'altro mondo è figura della morale. L'inferno è figura del male o del
vizio; il paradiso è figura del bene o della virtù; il purgatorio è il passaggio
dall'uno all'altro stato mediante il pentimento e la penitenza. L'altro mondo è
perciò figura de' diversi stati ne' quali l'uomo si trova in questa vita.
La rappresentazione dell'altro mondo è dunque un'etica applicata, una
storia morale dell'uomo, com'egli la trova nella sua coscienza. Ciascuno ha
dentro di sè il suo inferno e il suo paradiso.
Il viaggio nell'altro mondo è figura dell'anima nel suo cammino a
redenzione. Ed è Dante stesso che fa questo viaggio.
Si trova in una selva oscura (stato d'ignoranza e di errore, la selva
erronea del Convito), vede il dilettoso colle, principio e cagione di
tutta gioia (la beatitudine), illuminato dal sole che mena dritto altrui per
ogni calle (la scienza), ma tre fiere (la carne, gli appetiti sensuali) gli
tengono il passo. L'uomo da sè non può salire il calle, non può giungere a
salute: viene dunque il deus ex machina, l'aiuto soprannaturale. Si
richiede non solo ragione, ma fede, non solo amore, ma grazia. Virgilio (ragione
e amore) lo guida, insino a che, confesso e pentito e purgato d'ogni macula
terrena, succede Beatrice (ragione sublimata a fede, amore sublimato a grazia).
Con questo aiuto esce dallo stato d'ignoranza e di errore (la selva), e prende
il cammino della scienza (l'altro mondo, il mondo etico e morale). Gli si
affaccia prima l'inferno (l'anima nello stato del male) e conosce il male nella
sua natura, nelle sue specie, ne' suoi effetti (vedi canto XI). Entra allora in
purgatorio (pentimento ed espiazione), dove ancor vive la memoria e l'istinto
del male, e conosciuto il suo stato, pentito e mondo, diventa libero (dalla
carne o dal peccato). Si trova allora ricondotto allo stato d'innocenza, nel
quale era l'uomo avanti il peccato d'origine, e vede il paradiso terrestre e
vede Beatrice (fede e grazia) Con la sua guida sale in paradiso (l'anima nello
stato di beatitudine), di grado in grado si leva sino alla conoscenza e amore
(contemplazione beatifica) di Dio, del sommo Bene, e in questa mistica
congiunzione dell'umano e del divino si riposa (è beato).
La redenzione della società ha luogo nello stesso modo che degl'individui.
La società serva della materia è anarchia, discordia sviata dall'ignoranza e
dall'errore. E come l'uomo non può ire a pace, se non vinca la carne ed
ubbidisca alla ragione, così la società non può ridursi a concordia, se non
presti ubbidienza ad un supremo moderatore (l'imperatore) che faccia regnare la
legge (la ragione), guida e freno dell'appetito.
Con questo fondo generale si lega tutto lo scibile di quel tempo,
metafisica, morale, politica, storia, fisica, astronomia, ecc
Il centro intorno a cui gira questa vasta enciclopedia è il problema
dell'umana destinazione che si trova in fondo a tutte le religioni e a tutte le
filosofie, il mistero dell'anima, pensiero della letteratura volgare sotto tutte
le sue forme. Il problema è posto ed è sciolto cristianamente. L'umanità ha
perduto ed ha racquistato il paradiso; questa storia epica di Milton è
l'antecedente del problema. L'umanità ha racquistato il paradiso, cioè ciascun
uomo ha acquistato la forza di salvarsi. Ma in che modo? Qual è la via di
salvazione? La Commedia è la risposta a questa domanda, la soluzione del
problema.
Il cristianesimo ne' primi tempi di fervore rispondea: - L'uomo si salva,
imitando Cristo che ha salvato l'umanità, si salva con l'amore. Bisogna volger
le spalle alla vita terrena e seguire Dio, lui amare, lui contemplare. - Di qui
la preminenza della vita contemplativa, che Dante chiama eccellentissima e
simile alla vita divina. Il che dovea menar dritto alla visione estatica, alla
comunione tra l'anima e Dio, al misticismo, tanta parte della letteratura
volgare. Gli uomini stanchi del mondo cercavano pace e obblio nei monasteri, e
nutrivano l'anima del pensiero della morte, della meditazione dell'altra vita; i
santi Padri esortano spesso i fedeli a volger la mente all'altro mondo; anche
oggi le prediche, i libri ascetici, i libri di preghiera non sono che un
continuo «Memento mori»; è famoso il «Pensa, anima mia», frase
formidabile, a cui il lettore vede già in aria venir dietro il giudizio
universale e le fiamme dell'inferno. Se le cose di quaggiù sono caduche e «nulla
promission rendono intera», se il significato serio della vita è nell'altro
mondo, se là è il vero, è la realtà: l'Iliade, il poema della vita è la
Commedia, la storia dell'altro mondo.
In quei primi tempi la scienza non è necessaria a salute, anzi i cristiani
menavano vanto della loro ignoranza: «Beati pauperes spiritu». Avendo per
avversari gli uomini più dotti del paganesimo, rispondevano ex abundantia
cordis, con la sicurezza e l'eloquenza della fede, la loro lingua di fuoco.
Ma questo amore di cuori semplici, che spesso umiliava l'orgoglio di una scienza
vòta e arida, non bastò più appresso. Aristotele dominava nelle scuole; la
scienza si era introdotta nella teologia e ne avea fatto un cumulo di
sottigliezze: lo stesso misticismo avea preso forme scientifiche, divenuto
ascetismo, scienza della santificazione, in Agostino, Bernardo e Bonaventura.
L'Amore dunque prende un contenuto, diviene scienza, e la loro unità è la
filosofia, uso amoroso di sapienza.
La scienza però non contraddice, non annulla, anzi fortifica e dimostra lo
stesso concetto della vita. Anche per Dante la santificazione è posta nella
contemplazione; l'oggetto della contemplazione è Dio; la beatitudine è la
visione di Dio; al sommo della scala de' beati mette i contemplanti, non gli
operanti; ma per giungere all'unione con Dio non basta volere, bisogna sapere,
ci vuole la sapienza che è amore e scienza, unità del pensiero e della vita.
Perciò Virgilio non può esser ragione, che non sia anche amore, e Beatrice non
può esser fede, che non sia anche grazia; Dante stesso conosce e vuole a un
tempo; ogni suo atto del conoscere mena a un suo atto del volere. L'intelletto è
in cima della scala: l'amore dee essere inteso, se ne dee avere intelletto.
Tale è la soluzione dantesca. A quattro secoli di distanza il problema si
ripresenta, ma i termini sono mutati. Il punto di partenza non è più
l'ignoranza, la selva oscura, ma la sazietà e vacuità della scienza,
l'insufficienza della contemplazione, il bisogno della vita attiva. La sapiente
Beatrice si trasforma nell'ignorante e ingenua Margherita; e Fausto non
contempla ma opera; anzi il suo male è stato appunto la contemplazione, lo
studio della scienza, e il rimedio che cerca è ribattezzarsi nelle fresche onde
della vita. Ma al tempo di san Tommaso la ragione entrava appena nella sua
giovinezza; sorgea da lungo ozio, curiosa, credula, acuta, tanto più confidente,
quanto meno esperta della misura di sè e delle cose; le si domandava tutto e
prometteva tutto. Dovea ella darci la pietra filosofale del mondo morale, la
felicità. Lo scopo della scienza non era speculativo solamente, ma pratico.
Nell'ordine speculativo era già conseguito il suo scopo, divenuta per Dante un
libro chiuso, di cui tutte le pagine sono scritte. Ma la scienza dee operare
anche sulla volontà, menare a virtù e felicità. E se questo miracolo non era
ancora avvenuto, se la realtà era tanto disforme alla scienza, doveasene recare
la cagione, secondo Dante e i contemporanei, all'ignoranza. Bisognava dunque
volgarizzare la scienza, darle uno scopo morale, drizzarla all'opera. Indi
l'importanza che ebbe l'etica e la rettorica, la scienza de' costumi e l'arte
della persuasione.
I tentativi fatti, compreso il Convito, furono infelici.
Trattandosi di verità da esporre e non da cercare, manca lo spirito e l'ardore
scientifico, manca in tutti, anche in Dante. La stessa esposizione non è libera,
predeterminata da forme scolastiche. Da queste condizioni non potea uscire una
letteratura filosofica, quella forma, propria degli uomini meditativi, che ti
rivela non solo l'idea, ma come in te nasce, come la si presenta, con esso i
sentimenti che l'accompagnano, pregna di altre idee, le quali per la potenza
comprensiva della parola intravvedi, ancora senza contorni, mobili, nasciture.
Qui sta la vita superiore della forma filosofica, generata immediatamente dal
travaglio del pensiero, che mette in moto tutte le altre facoltà, compresa
l'immaginazione. In quei tentativi il contenuto scientifico ci sta, non nel
punto che tu lo trovi e vi metti sopra la mano, ma già trovato, divenuto nello
spirito un antecedente non esaminato, tolto pesolo e grezzo dalla scuola. La
terra si manifesta meglio al coltivatore che al proprietario. Dante sa di avere
i tali fondi, ma non ci va, non entra in comunione con quelli, non vive della
vita de' campi, non li lavora, li conosce sulla carta. Rimane una proprietà
astratta, senza effettiva possessione, senza assimilazione, un mio che non è me,
non è fatto parte dell'anima mia. Non ci è investigazione e non ci è passione,
dico la passione che è generata da un amoroso lavoro intellettuale. Il filosofo
fora la superficie e si seppellisce nel mondo sotterraneo, dove, come dice
Mefistofele, stanno le profonde radici della scienza. Ma qui la scienza è salita
sulla superficie, e se ne coglie i frutti senza fatica. Tutto è dato, la scienza
con esso le sue prove e il suo linguaggio; sì che, ferme e intangibili le parti
superiori della scienza, non riman libera che l'ultima e più bassa operazione
dell'intelletto, distinguere e sottilizzare.
Essendo la scienza base di tutto l'edificio, ne seguitò quella falsa
poetica di cui è detto. La letteratura solenne e dotta divenne un istrumento
della scienza, un modo di volgarizzarla. E tenne due vie, l'esposizione diretta
o l'allegorica. Nè altro fu l'intendimento di Dante nella rappresentazione
dell'altro mondo. Come que' filosofi che sotto nome di utopia costruiscono un
mondo dove sia realizzato il loro sistema, Dante costruisce il mondo allegorico
della scienza, dove pur trova modo di esporla in forma diretta nelle sue parti
sostanziali.
Egli ha aria di dire: - Volete salvarvi l'anima? Venite appresso a me
nell'altro mondo; ivi impareremo dalla bocca de' morti la filosofia morale, la
scienza della salvazione. - E i morti parlano ed espongono la scienza,
soprattutto in paradiso, i cui stalli sembrano convertiti in vere cattedre o
pulpiti. Nè la scienza è solo nelle parole de' morti, ma anche nella costruzione
e rappresentazione dell'altro mondo, dove essa è sposta sotto figura, in forma
allegorica. Il sistema insegue il poeta in mezzo a' suoi fantasmi, e dice: -
Bada che tu non passeggi per curiosità, per osservare e dipingere: il tuo scopo
è l'insegnamento della scienza per la salute dell'anima; non ti dimenticare
della scienza. - E la poetica gli soggiunge: - Pensa che tutte le tue
invenzioni, belle che sieno e maravigliose, sono nè più nè meno che sciocche
bugie, quando non rendano odore di scienza: la poesia è un velo sotto il quale
si dee nascondere la dottrina. - Ond'è che il poeta costringe la stessa realtà a
produrre un contenuto scientifico: dietro la realtà ci è la scienza, come dietro
l'ombra ci è il corpo; qui la scienza è il corpo, e la realtà è l'ombra,
«ombrifero prefazio del vero», anzi è meno che ombra, perchè nell'ombra ci è
pure l'immagine del corpo. È l'alfabeto della scienza, come la parola è del
pensiero, un alfabeto composto non di lettere, ma di oggetti, ciascuno segno
della tale e tale idea.
Questi erano i concetti, e queste le forme, a cui lo spirito era giunto.
Perciò quel concetto fondamentale dell'età, il mistero dell'anima o dell'umana
destinazione, non era ancora realizzato come arte; perchè l'arte è realtà
vivente, che abbia il suo valore e il suo senso in se stessa, e qui la scienza,
in luogo di calare nel reale ed obbliarvisi, lo tira e lo scioglie in sè.
Il mistero dell'anima era dunque o rozza e greggia realtà nella
letteratura popolare, o trattato e allegoria nella letteratura dotta e solenne.
Dante s'impadronì di questo concetto e tentò realizzarlo come arte. Ma ci
si mise con le stesse intenzioni e con le stesse forme. Prese quella rozza
realtà degli ascetici, e volle farne l'ombrifero prefazio del vero, l'allegoria
della scienza. Da questa intenzione non potea uscir l'arte.
Neppure l'esposizione della scienza in forma diretta è arte. Il poeta che
vuole esporre la scienza, e vuol pur fare una poesia, si propone un problema
assurdo, voler dare corpo a ciò che per sua natura è fuori del corpo. La poesia
si riduce dunque a un puro abbigliamento esteriore, non penetra l'idea, non se
l'incorpora; l'idea rimane invitta nella sua astrazione. Dante spiega in questo
assunto tutte le forze della sua immaginazione; nessuno più di lui ha saputo con
tanta potenza assalire la scienza nel proprio campo e farle forza; ma questo
connubio della poesia e della scienza, ch'egli chiama nel Convito un
«eterno matrimonio», non è uno di due, è un eterno due. La poesia può farle
preziosi doni, può vestirla sontuosamente, ingemmarla, girarle attorno
carezzevole, può abbigliarla, non possederla. E la possiede allora solamente,
quando non la vede più fuori di sè, perchè è divenuta la sua vita e anima, la
realtà.
L'allegoria è una prima forma provvisoria dell'arte. È già la realtà, che
però non ha valore in se stessa, ma come figura, il cui senso e il cui interesse
è fuori di sè, nel figurato, oggetto o concetto che sia. E poichè nel figurato
ci è qualche cosa che non è nella figura, e nella figura ci è qualche cosa che
non è nel figurato, la realtà divenuta allegorica vi è necessariamente guasta e
mutilata. O il poeta le attribuisce qualità non sue, ma del figurato come il
veltro che si ciba di sapienza e di virtude, o esprime di lei solo alcune parti,
e non perchè sue, ma perchè si riferiscono al figurato, come il grifone del
Purgatorio. In tutti e due i casi la realtà non ha vita propria, o per
dir meglio non ha vita alcuna: l'interesse è tutto nel figurato, nel pensiero.
Ora, o il pensiero è oscuro, e cessa ogni interesse; o è dubbio, di maniera che
ti si affaccino più sensi, e tu rimani sospeso e raffreddato; o è chiaro, e lo
hai innanzi nella sua generalità, senza carattere poetico. La selva è figura
della vita terrena. E la vita terrena, appunto perchè figurato, ti si porge
spoglia di ogni particolare, per cui e in cui è vita, generale e immobile come
un concetto. Questo povero figurato è condannato, come Pier delle Vigne, a
guardarsi il suo corpo penzolare innanzi senza che mai sen rivesta; e non
propriamente suo, perchè quel corpo singolare, che chiamasi figura, serve a due
padroni, è sè ed un altro, è insieme lettera e figura, un corpo a due anime,
rappresentato in guisa, che prima paia se stesso, la selva, e considerato
attentamente mostri in sè le orme di un altro. Talora la figura fa dimenticare
il figurato; talora il figurato strozza la figura. Per lo più nel senso
letterale penetrano particolari estranei che lo turbano e lo guastano, e per
volerci procurare un doppio cibo ci si fa stare digiuni.
Adunque in queste forme non ci è ancora arte. La realtà ci sta o come
immagine del pensiero astratto ed estrinseco, o come figura di un figurato
parimente astratto ed estrinseco. Non ci è compenetrazione dei due termini. Il
pensiero non è calato nell'immagine; il figurato non è calato nella figura. Hai
forme iniziali dell'arte non hai ancora l'arte.
Dante si è messo all'opera con queste forme e con queste intenzioni. Se
l'allegoria gli ha dato abilità a ingrandire il suo quadro e a fondere nel mondo
cristiano tutta la coltura antica, mitologia, scienza e storia, ha d'altra parte
viziato nell'origine questo vasto mondo, togliendogli la libertà e spontaneità
della vita, divenuto un pensiero e una figura, una costruzione a priori,
intellettuale nella sostanza, allegorica nella forma.
E se la Commedia fosse assolutamente in questi termini, sarebbe
quello che fu il Tesoretto prima e il Quadriregio poi, grottesca
figura d'idee astratte.
Ma dirimpetto a quel mondo della ragione astratta viveva un mondo concreto
e reale, la cui base era la storia del vecchio e nuovo Testamento nella sua
esposizione letterale e allegorica, e che nelle allegorie, nei misteri, nei
cantici, nelle laude, nelle visioni, nelle leggende avea avuta già tutta una
letteratura. Era la letteratura degli uomini semplici, poveri di spirito. A
costoro la via a salute era la contemplazione non di esseri allegorici,
figurativi della scienza ma reali; Dio, la Vergine, Cristo, gli angioli, i
santi, l'inferno, il purgatorio, il paradiso; ciò che essi chiamavano l'altra
vita, non figura di questa, anzi la sola che essi chiamavano realtà e verità. Il
contemplante o il veggente era il santo, il profeta, l'apostolo, banditore della
parola di Dio; Dante, l'amico della filosofia, contemplando il regno divino, se
ne fa non solo il filosofo, ma il profeta e l'apostolo, rivelandolo e
predicandolo agli uomini; diviene il missionario dell'altro mondo, ed è san
Pietro che gli apre la bocca e lo investe della sacra missione:
Apri la bocca,
e non asconder quel ch'io non ascondo.
Ora questo mondo cristiano, di cui si faceva il profeta, era per lui una cosa
così seria, come per tutt'i credenti, seria nel suo spirito e nella sua lettera.
Ne parla col linguaggio della scienza, lo intravvede attraverso la scienza, ma
la scienza non lo dissolveva, anzi lo illustrava e lo confermava. Supporre che
esso fosse una figura, una forma trovata per adombrarvi i suoi concetti
scientifici, è un anacronismo, è un correre sino a Goethe. La scienza penetra in
questo mondo come ragionamento o come allegoria, e spiega la sua costruzione e
il suo pensiero, a quel modo che il filosofo spiega la natura. E come la natura,
così l'altro mondo è per Dante più che figura, è vivace e seria realtà, che ha
in se stessa il suo valore e il suo significato.
Nè quel mondo cristiano rimane nella sua generalità religiosa, com'è nei
cantici, nelle prediche e ne' misteri e leggende. Dalla vita contemplativa cala
nella vita attiva e si concreta nella vita reale. Essendo la perfezione
religiosa nel dispregio de' beni terreni, i credenti, da Francesco d'Assisi a
Caterina, non poteano vedere con animo quieto i costumi licenziosi de' chierici
e de' frati, la corruzione della città santa, dove Cristo si mercava ogni
giorno, il papa divenuto sovrano temporale e dominato da fini e interessi
terreni, in tresca adultera co' re. Su questo punto i santi sono così severi,
come Dante; più avean fede, e maggiore era l'indignazione. Venendo più al
particolare, abbiam visto Bonifazio legarsi con Filippo il Bello contro
l'imperatore, ciò che Dante chiama un adulterio, inviare Carlo di Valois a
Firenze, cacciarne i Bianchi, instaurarvi i guelfi. Il guelfismo era allora la
Chiesa, fatta meretrice del re di Francia, che la trasse poco poi in Avignone,
divenuta pietra di scandalo e aizzatrice di tutte le discordie civili. Come
potere e interesse temporale, era essa non solo radice e causa della corruzione
del secolo, ma impedimento alla costituzione stabile delle nazioni, e massime
d'Italia, in quella unità civile o imperiale, che rendea immagine dell'unità del
regno di Dio. A questo mondo guasto contrapponevano la purezza de' tempi
evangelici e primitivi e il vivere riposato e modesto delle città, prima che vi
entrasse la corruzione e la licenza de' costumi, di cui la Chiesa dava il mal
esempio.
Come si vede, il mondo politico entrava per questa via nel mondo
cristiano, e ne facea parte sostanziale. La politica non era ancora una scienza
con fini e mezzi suoi: era un'appendice dell'etica e della rettorica. E come
vita reale il suo modello era il mondo cristiano, di cui si ricordava
un'immagine pura in tempi più antichi, una specie di età dell, oro della vita
cristiana.
Questo mondo cristiano-politico non era già per Dante una contemplazione
astratta e filosofica. Mescolato nella vita attiva, egli era giudice e parte.
Offeso da Bonifazio, sbandito da Firenze, errante per il mondo tra speranze e
timori, fra gli affetti più contrari, odio e amore, vendetta e tenerezza,
indignazione e ammirazione, con l'occhio sempre volto alla patria che non dovea
più vedere, in quella catastrofe italiana c'era la sua catastrofe, le sue
opinioni contraddette, la sua vita infranta nel fiore dell'età e offesi i suoi
sentimenti di uomo e di cittadino. Le sue meditazioni, le sue fantasie mandano
sangue. Non è Omero, contemplante sereno e impersonale; è lui in tutta la sua
personalità, vero microcosmo, centro vivente di tutto quel mondo, di cui era
insieme l'apostolo e la vittima.
Se dunque, come filosofo e letterato, involto nelle forme e ne' concetti
dell'età, volea costruire un mondo etico o scientifico in forma allegorica, come
entra in quel mondo, non vi trova più la figura. Simile a quel pittore che
s'inginocchia innanzi al suo san Girolamo, trasformatasi
nell'immaginazione la figura nella persona del santo, egli cerca la figura e
trova una realtà piena di vita, trova se stesso.
Oltre a ciò, Dante era poeta. Invano afferma che «poeta» vuol dire
«profeta», banditore del vero. Sublime ignorante, non sapea dov'era la
sua grandezza. Era poeta e si ribella all'allegoria. La favola, ciò ch'egli
chiama «bella menzogna», lo scalda, lo soverchia, e vi si lascia ir dietro come
innamorato, nè sa creare a metà, arrestarsi a mezza via. Nel caldo
dell'ispirazione non gli è possibile starsi col secondo senso innanzi e formar
figure mozze, che vi rispondano appuntino, particolare con particolare,
accessorio con accessorio, come riesce a' mediocri. La realtà straripa,
oltrepassa l'allegoria, diviene se stessa; il figurato scompare, in tanta
pienezza di vita, fra tanti particolari. Indi la disperazione de' comentatori:
egli fece il suo mondo, e lo abbandonò alle dispute degli uomini.
Per metter d'accordo la sua poetica con la sua poesia, Dante sostiene nel
Convito che il senso letterale dee essere indipendente dall'allegorico,
di modo che sia intelligibile per se stesso. Con questa scappatoia si è salvato
dalle strette dell'allegoria, ed ha conquistato la sua libertà d'ispirazione, la
libertà e indipendenza delle sue creature. Sia pure l'altro mondo figura della
scienza; ma è prima e innanzi tutto l'altro mondo, e Virgilio è Virgilio, e
Beatrice è Beatrice, e Dante è Dante, e se di alcuna cosa ci dogliamo, è quando
il secondo senso vi si ficca dentro e sconcia l'immagine e guasta l'illusione.
Sicchè nella Commedia, come in tutt'i lavori d'arte, si ha a
distinguere il mondo intenzionale e il mondo effettivo, ciò che il poeta ha
voluto e ciò che ha fatto. L'uomo non fa quello che vuole, ma quello che può. Il
poeta si mette all'opera con la poetica, le forme, le idee e le preoccupazioni
del tempo; e meno è artista, più il suo mondo intenzionale è reso con esattezza.
Vedete Brunetto e Frezzi. Ivi tutto è chiaro, logico e concorde: la realtà è una
mera figura. Ma se il poeta è artista, scoppia la contraddizione vien fuori non
il mondo della sua intenzione, ma il mondo dell'arte.
Come l'argomento siasi affacciato a Dante non è chiaro. Le memorie secrete
del genio non sono scritte ancora e mal si può indovinare da quello che è
espresso quello che è preceduto nello spirito d'un autore. È difficile far la
geologia di un lavoro d'arte, trovare nel definitivo le tracce del provvisorio.
È probabile che la Commedia sia stata vagamente concepita fin dalla
giovinezza, ad imitazione di quelle «commedie dell'anima», di quelle visioni
dell'altra vita, così in voga; e che dapprima il poeta pensasse solo alla
glorificazione di Beatrice e alla rappresentazione pura e semplice dell'altro
mondo; e forse de' frammenti e anche de' canti furono scritti prima che un
disegno ben chiaro e concorde gli entrasse in mente. Questo è il tempo oscuro
alla critica e altamente drammatico, il tempo de' tentennamenti, del silenzioso
contendere con se stesso, degli abbozzi, del va e vieni, storia intima del
poeta. Il quale, quando gli si mostra l'argomento, vede per prima cosa
dissolversi quella parte di realtà che vi risponde, fluttuante come in una massa
di vapori guardata da alto, dove gli alberi, i campanili, i palazzi, tutte le
figure si decompongono e si offrono a frammenti. Chi non ha la forza di uccidere
la realtà, non ha la forza di crearla. Ma sono frammenti già penetrati di virtù
attrattiva, amorosi, che si cercano, si congregano, con desiderio, con oscuro
presentimento della nuova vita a cui sono destinati. La creazione comincia
veramente, quando quel mondo tumultuario e frammentario trovi un centro intorno
a cui stringersi. Allora esce dall'illimitato che lo rende fluttuante, e prende
una forma stabile; allora nasce e vive, cioè si sviluppa gradatamente secondo la
sua essenza. Ora il mondo dantesco trovò la sua base nella idea morale.
La idea morale non è concetto arbitrario ed estrinseco all'argomento, è
insito nell'altro mondo, è il suo concetto; perchè senza di quella l'altro mondo
non ha ragion d'essere. La base dunque è vera, è nell'argomento; e se difetto
c'è, il difetto è nella natura dell'argomento. Ma Dante meditandovi sopra, e non
come poeta ma come filosofo, valicò l'argomento. Non è contento che la ci sia,
ma la mostra e la spiega. E non si contenta neppure di questo. Quella idea
diviene la filosofia, tutto un sistema di concetti ben coordinato, e non è più
la base, il senso interiore dell'altro mondo a quel modo che lo spirito è nella
natura, ma è essa il contenuto, essa l'argomento, essa lo scopo. Così quella
vivace realtà si va ad evaporare in una generalità filosofica, e il lavoro
diviene un insegnamento morale-politico sotto il velo dell'altro mondo. Il poeta
spontaneo e popolare si volta nel poeta dotto e solenne. Descrivere l'altro
mondo così alla semplice e nel suo senso immediato gli pare un frivolo
passatempo, la maniera de' narratori volgari. La lettera ci è, ma è per i
profani, per gli uomini semplici, che non vedono di là dell'apparenza. Ma egli
scrive per gl'iniziati, per gl'intelletti sani, e loro raccomanda di non
fermarsi alla corteccia, di guardare di là! E tutti si son messi a guardare di
là.
Così sono nati due mondi danteschi, uno letterale e apparente, l'altro
occulto, la figura e il figurato. E poichè l'interesse è in questo senso
occulto, in questo di là, i dotti si son messi a cercarlo. L'hanno cercato, e
non l'hanno trovato, e dopo tante dispute e vane congetture, esce infine il buon
senso, esce Voltaire e dice: «Gl'italiani lo chiamano divino ma è una
divinità occulta; pochi intendono i suoi oracoli; la sua fama si manterrà
sempre, perchè nessuno lo legge». E Voltaire vuol dire: - Abbiamo sudato
parecchi secoli per capirti; e poichè non ti vuoi far capire, statti con Dio -.
E vuol dire ancora: - Ne val poi la pena? È una falsa divinità quella che rimane
nascosta -. Pure nè il veto del Voltaire valse ad arrestare le ricerche,
nè il suo disprezzo ad intiepidire l'ammirazione. Con nuovo ardore italiani e
stranieri si misero a interpretare questo Giano a due facce o piuttosto a due
mondi, l'uno visibile e l'altro invisibile; ciascuno si provò ad alzare un lembo
del velo di cui si è ravvolto il dio. Ma nè acutezza d'ingegno, nè copia di
dottrina, nè profonda conoscenza di quei tempi, nè studio paziente delle altre
sue opere hanno potuto trarci fuori delle ipotesi e delle congetture. Gli
antichi interpreti dissentivano ne' particolari; il dissenso de' moderni è più
profondo: hai interi sistemi che si confutano a vicenda. Oggi ancora non si
pubblica un Dante in Germania, che non ci si appicchino nuove spiegazioni; non
puoi leggere una critica della Commedia, che non ti trovi ingolfato in un
pelago di quistioni. Dante è divenuto un nome che spaventa, irto di sillogismi e
soprasensi, e spesso sei ridotto a domandarti: - Qual è il vero Dante? - Poichè
ciascun comentatore ha il suo, ciascuno gli appicca le opinioni e passioni sue,
e lo fa cantare a suo modo, e chi ne fa un apostolo di libertà, di umanità, di
nazionalità, chi un precursore di Lutero, chi un santo Padre. Cercano Dante dove
non è, cercano i suoi pregi dove sono i suoi difetti, e qual maraviglia che il
Lamartine alla sua volta cercandolo colà e non vel trovando, si sia affrettato a
conchiudere: «Dunque Dante non esiste»? Io ne conchiudo: - Poichè non è là,
cerchiamolo altrove. - La grandezza del dio non è nel santuario, ma là dove si
mostra con tanta pompa al di fuori. A forza di cercar maraviglie in un mondo
ipotetico, non vediamo quelle che ci si affacciano innanzi. Parlando a coro
della dignità della Commedia e de' veri e del senso arcano, si è data una
importanza fattizia a questo mondo intellettuale-allegorico, se non fosse per
altro, per la fatica che ci si è spesa. Se Dante tornasse in vita, sentendo a
dire che Beatrice è l'eresia o la sua anima, che le arpie sono i monaci
domenicani, che Lucifero è il papa, che il suo vocabolario è un gergo settario,
e vedendo quanti sensi occulti gli sono affibbiati, potrebbe a più d'uno
tirargli le orecchie e dire: - Cotesto «arri» non ci misi io -. Ma gli si
potrebbe rispondere: - Vostra colpa: perchè non siete stato più chiaro? Ci avete
promessa un'allegoria: perchè non ci avete data un'allegoria? La vostra figura
non risponde appuntino al figurato: perchè l'avete fatta sì bella? Perchè le
avete data tanta realtà? In tanta ricchezza di particolari dove o come trovare
l'allegoria? E qual maraviglia che la stessa figura significhi una per me e una
per voi? Qual maraviglia che nella stessa figura si trovi di che provare la
verità di tre o quattro interpretazioni? E ci fosse solo un senso! Ma ci fate
sapere che, oltre all'allegorico, ci è il senso morale e l'anagogico: dove
trovare il bandolo? I vostri ascetici gridano che il corpo è un velo dello
spirito: ma il peccatore fa di cappello allo spirito e adora la carne. E anche
voi gridate che i versi sono un velo della dottrina; e, come il peccatore,
piantate lì il figurato, e correte appresso alla figura, e la fate così
impolpata, così corpulenta, che è un velo denso e fitto, di là dal quale non si
vede nulla, e perciò si vede tutto, quello che intendete voi e quello che
intendiamo noi. Se dunque la vostra allegoria è come l'ombra di Banco, messa tra
voi e noi, che ci toglie la vostra vista, se il vostro poema è divenuto un
immenso geroglifico, un mondo ignoto, alla cui scoperta si son messi
infruttuosamente molti Colombi; di chi è la colpa? Non è forse della vostra poca
logica, che altro intendete e altro fate? - Rimproveri che sono un elogio.
Così è. Dante è stato illogico; ha fatto altra cosa che non intendeva.
Ciascuno è quello che è, anche a suo dispetto, anche volendo essere un altro.
Dante è poeta, e avviluppato in combinazioni astratte, trova mille aperture per
farvi penetrare l'aria e la luce. Tratto ad una falsa concezione dal vezzo de'
tempi, valica l'argomento e si trova in un mondo di puri concetti, e fa di
questi la sua intenzione e si tira appresso tutta la realtà e ne vuol fare la
figura de' suoi concetti. Ma, come attinge il reale, ivi sente se stesso, ivi
genera, ivi l'ingegno trova la sua materia; quelle figure prendono corpo,
acquistano una vita propria; e le diresti creature libere e indipendenti, se
quella benedetta intenzione non vi fosse rimasa attaccata come una palla di
piombo, impacciando a volta a volta i loro movimenti. Così quel mondo
intenzionale, tanto caro al poeta, si è ito come nebbia dissipando innanzi alla
luce del mondo reale, solo rimasto vivo. Tutto l'altro è l'astratto di quel
mondo, è il lavoro oltrepassato: non è la Commedia, è il suo di là, la
sua nebbia, che pur penetra qua e là e lascia delle grandi ombre, che
gl'interpreti dilatano e trasformano in una sola e vasta ombra. A quel
modo che i geologi scoprono i vestigi di forme imperfette, che attestano la
lenta e progressiva formazione della materia, qui si discernono i frammenti di
un mondo prosaico, intellettuale, allegorico, scissi, isolati, sterili, più o
meno tollerabili, secondo la maggiore o minore abilità dell'esposizione,
inviluppati in una forma più alta, alla quale il genio sospinge il poeta
attraverso gli errori della sua poetica. I quali frammenti sono i fossili della
Commedia, morti già da gran tempo, vivi solo agli eruditi, i geologi
della letteratura; e se la loro morte non ha potuto seco involgere il rimanente,
gli è che il vero lavoro è in questo rimanente, dotato di una vita così fresca e
tenace, che distende un po' di sua luce anche sulle parti morte. Quel contenuto
astratto vive in grazia del mondo in cui si trova entrato: spiccatenelo,
isolatelo, e non se ne parlerebbe più.
Che cosa è dunque la Commedia? È il medio evo realizzato come arte,
malgrado l'autore e malgrado i contemporanei. E guardate che gran cosa è questa!
Il medio evo non era un mondo artistico, anzi era il contrario dell'arte. La
religione era misticismo la filosofia scolasticismo. L'una scomunicava l'arte,
abbruciava le immagini, avvezzava gli spiriti a staccarsi dal reale. L'altra
viveva di astrazioni e di formole e di citazioni, drizzando l'intelletto a
sottilizzare intorno a' nomi e alle vacue generalità che si chiamavano
«essenze». Gli spiriti erano tirati verso il generale, più disposti a
idealizzare che a realizzare: ciò che è proprio il contrario dell'arte. Ne'
poeti semplici trovi il reale rozzo, senza formazione, come ne' misteri, nelle
visioni, nelle leggende. Ne' poeti solenni trovi una forma o crudamente
didascalica, o figurativa e allegorica. L'arte non era nata ancora. C'era la
figura; non c'era la realtà nella sua libertà e personalità.
Dante raccoglie da' misteri la Commedia dell'anima, e fa di questa
storia il centro di una sua visione dell'altro mondo. Tutta questa
rappresentazione non è che senso letterale; la visione è allegorica, i
personaggi sono figure e non persone; ma ciò che è attivo nel suo spirito, lo
porta verso la figura e non verso il figurato. La sua natura poetica, tirata per
forza nelle astrattezze teologiche e scolastiche, ricalcitra e popola il suo
cervello di fantasmi e lo costringe a concretare, a materializzare, a formare
anche ciò che è più spirituale e impalpabile, anche Dio. Quel mondo letterale lo
ammalia, lo perseguita, lo assedia e non posa che non abbia ricevuta la sua
forma definitiva; e non è più lettera, ma è spirito, non è più figura, ma è
realtà, è un mondo in sè compiuto e intelligibile, perfettamente realizzato.
Visione e allegoria, trattato e leggenda, cronache, storie, laude, inni,
misticismo e scolasticismo, tutte le forme, in questo gran mistero dell'anima o
dell'umanità, poema universale, dove si riflettono tutt'i popoli e tutti i
secoli che si chiamano il «medio evo».
Ma questo mondo artistico, uscito da una contraddizione tra l'intenzione
del poeta e la sua opera, non è compiutamente armonico, non è schietta poesia.
La falsa coscienza poetica disturba l'opera di quella geniale spontaneità, e vi
gitta dentro un tentennare, un non so che di mal sicuro e di non compiuto, una
mescolanza e crudezza di colori. Il pensiero, ora nella sua crudità scolastica,
ora abbellito d'immagini che pur non bastano a vincere la sua astrattezza, vi ha
troppo gran parte. Le sue figure allegoriche ricordano talora più i mostri
orientali che la schietta bellezza greca, personificazioni astratte, anzi che
persone conscie e libere. Preoccupato del secondo senso che ha in mente, spesso
gli escono particolari estranei alla figura, che turbano e distraggono il
lettore e gli rompono l'illusione. La presenza perenne di un altro senso, che
aleggia al di sopra della rappresentazione ed introducevisi a quando a quando,
ne turba la chiarezza e l'armonia. Anche lo stile, inviluppato alcuna volta in
rapporti lontani e sottili, perde la sua lucidità e riesce intralciato e
torbido. Non è un tempio greco: è un tempio gotico, pieno di grandi ombre, dove
contrari elementi pugnano, non bene armonizzati. Or rozzo, or delicato. Ora
poeta solenne, or popolare. Ora perde di vista il vero e si abbandona a
sottigliezze, ora lo intuisce rapidamente e lo esprime con semplicità. Ora rozzo
cronista, ora pittore finito. Ora si perde nelle astrattezze, ora di mezzo a
quelle fa germogliare la vita. Qui cade in puerilità, là spicca il volo a
sopraumane altezze. Mentre tien dietro a un sillogismo, brilla la luce
dell'immagine. E mentre teologizza, scoppia la fiamma del sentimento. Talora ti
trovi innanzi ad una fredda allegoria, quando tutto ad un tratto vi senti dentro
tremare la carne. Talora la sua credulità ti fa sorridere, talora la sua audacia
ti fa stupire. Fu un piccolo mondo, dove si rifletteva tutta l'esistenza,
com'era allora. I contrari elementi, che fermentavano in una società ancora
nello stato di formazione, contendevano in lui. E senza che ne avesse coscienza.
Se guardi alle sue aspirazioni, tutto è armonia. Filosofo, pensa il regno della
scienza e della virtù. Cristiano, contempla il regno di Dio. Patriota, sospira
al regno della giustizia e della pace. Poeta, vagheggia una forma tutta luce e
proporzione e armonia, lo bello stile: il suo autore è Virgilio. Maggiore era la
barbarie e la rozzezza, e più si vagheggiava un mondo armonico e concorde. Ma il
poeta è inviluppato egli medesimo in quella rozza realtà e in quelle forme
discordi; e ne sente la puntura, e gli manca la serenità dell'artista. E gli
esce dalla fantasia un mondo dell'arte in gran parte realizzato, ma dove pur
trovi gli angoli e le scabrosità di una materia non perfettamente doma.
Entriamo in questo mondo, e guardiamolo in se stesso e interroghiamolo.
Perchè un argomento non è tabula rasa, dove si può scrivere a genio, ma è
marmo già incavato e lineato, che ha in sè il suo concetto e le leggi del suo
sviluppo. La più grande qualità del genio è d'intendere il suo argomento, e
diventare esso, risecando da sè tutto ciò che non è quello. Bisogna
innamorarsene, vivere ivi dentro, essere la sua anima o la sua coscienza E
parimente il critico, in luogo di porsi innanzi regole astratte; e giudicare con
lo stesso criterio la Commedia e l'Iliade e la Gerusalemme
e il Furioso, dee studiare il mondo formato dal poeta, interrogarlo,
indagare la sua natura che contiene in sè virtualmente la sua poetica, cioè le
leggi organiche della sua formazione, il suo concetto, la sua forma, la sua
genesi, il suo stile. Che cosa è l'altro mondo?
È il problema dell'umana destinazione sciolto, è il mistero dell'anima
spiegato, è la fine della storia umana, il mondo perfetto l'eterno presente,
l'immutabile necessità. Nella natura non ci è più accidente, nell'uomo non ci è
più libertà. La natura è predeterminata e fissata secondo una logica
preconcetta, secondo l'idea morale. Reale e ideale diventano identici, apparenza
e sostanza è tutt'uno. L'uomo non ha più libero arbitrio: è lì, fissato e
immobilizzato, come natura. Ogni azione è cessata; ogni vincolo che lega gli
uomini in terra, è sciolto: patria, famiglia, ricchezze, dignità, costumi. Non
c'è più successione, nè sviluppo, non principio e non fine: manca il racconto e
manca il dramma. L'individuo scompare nel genere. Il carattere, la personalità,
non ha modo di manifestarsi. Eterno dolore, eterna gioia, senza eco, senza
varietà, senza contrasto nè gradazione. Non ci è epopea, perchè manca l'azione;
non ci è dramma, perchè manca la libertà; la lirica è l'immutabile e monotona
espressione di una sola aria; rimane l'esistenza nella sua immobile
estrinsechezza, descrizione della natura e dell'uomo.
Che cosa è dunque l'altro mondo per rispetto all'arte? È visione,
contemplazione, descrizione, una storia naturale.
Ma in questa visione penetra la leggenda o il mistero, perchè ivi dentro è
rappresentata la commedia o redenzione dell'anima nel suo pellegrinaggio
dall'umano al divino, «di Fiorenza in popol giusto e sano». Ci hai dunque
l'apparenza di un dramma, che si svolge nell'altro mondo, i cui attori sono
Dante, Virgilio, Catone, Stazio, il demonio, Matilde, Beatrice, san Pietro, san
Bernardo, la Vergine, Dio, dramma allegorico, come allegorica è la Commedia
dell'anima. Dico apparenza di un dramma, perchè la santificazione nasce non
dall'operare, ma dal contemplare, e Dante contempla, non opera, e gli altri
mostrano, insegnano. Il dramma dunque svanisce nella contemplazione.
Questo mondo così concepito era il mondo de' misteri e delle leggende,
divenuto mondo teologico-scolastico in mano a' dotti. Dante lo ha realizzato,
gli ha dato l'esistenza dell'arte, ha creato quella natura e quell'uomo. E se il
suo mondo non è perfettamente artistico, il difetto non è in lui, ma in quel
mondo, dove l'uomo è natura e la natura è scienza, e da cui è sbandito
l'accidente e la libertà, i due grandi fattori della vita reale e dell'arte.
Se Dante fosse frate o filosofo, lontano dalla vita reale, vi si sarebbe
chiuso entro e non sarebbe uscito da quelle forme e da quell'allegoria. Ma
Dante, entrando nel regno de' morti, vi porta seco tutte le passioni de' vivi,
si trae appresso tutta la terra. Dimentica di essere un simbolo o una figura
allegorica, ed è Dante, la più potente individualità di quel tempo, nella quale
è compendiata tutta l'esistenza, com'era allora, con le sue astrattezze, con le
sue estasi, con le sue passioni impetuose, con la sua civiltà e la sua barbarie.
Alla vista e alle parole di un uomo vivo, le anime rinascono per un istante,
risentono l'antica vita, ritornano uomini; nell'eterno ricomparisce il tempo; in
seno dell'avvenire vive e si muove l'Italia, anzi l'Europa di quel secolo. Così
la poesia abbraccia tutta la vita, cielo e terra, tempo ed eternità, umano e
divino; ed il poema soprannaturale diviene umano e terreno, con la propria
impronta dell'uomo e del tempo. Riapparisce la natura terrestre, come
opposizione, o paragone, o rimembranza. Riapparisce l'accidente e il tempo, la
storia e la società nella sua vita esterna ed interiore; spunta la tradizione
virgiliana, con Roma capitale del mondo e la monarchia prestabilita, ed entro a
questa magnifica cornice hai come quadro la storia del tempo, Bonifazio ottavo,
Roberto, Filippo il Bello, Carlo di Valois, i Cerchi e i Donati, la nuova e
l'antica Firenze, la storia d'Italia e la sua storia, le sue ire, i suoi odii,
le sue vendette, i suoi amori, le sue predilezioni.
Così la vita s'integra, l'altro mondo esce dalla sua astrazione dottrinale
e mistica, cielo e terra si mescolano, sintesi vivente di questa immensa
comprensione Dante, spettatore, attore e giudice. La vita guardata dall'altro
mondo acquista nuove attitudini, sensazioni e impressioni. L'altro mondo
guardato dalla terra veste le sue passioni e i suoi interessi. E n'è uscita una
concezione originalissima, una natura nuova e un uomo nuovo. Sono due mondi
onnipresenti, in reciprocanza d'azione, che si succedono, si avvicendano,
s'incrociano, si compenetrano, si spiegano e s'illuminano a vicenda, in perpetuo
ritorno l'uno nell'altro. La loro unità non è in un protagonista, nè in
un'azione, nè in un fine astratto ed estraneo alla materia, ma è nella stessa
materia; unità interiore e impersonale, vivente indivisibile unità organica, i
cui momenti si succedono nello spirito del poeta, non come meccanico aggregato
di parti separabili, ma penetranti gli uni negli altri e immedesimantisi, com'è
la vita. Questa energica e armoniosa unità è nella natura stessa de' due mondi,
materialmente distinti ma una cosa nell'unità della coscienza. Cielo e terra
sono termini correlativi, l'uno non è senza l'altro; il puro reale ed il puro
ideale sono due astrazioni; ogni reale porta seco il suo ideale; ogni uomo porta
seco il suo inferno e il suo paradiso; ogni uomo chiude nel suo petto tutti gli
dei d'Olimpo: lo scettico può abolire l'inferno, non può abolir la coscienza.
Appunto perchè i due mondi sono la vita stessa nelle sue due facce, in seno a
questa unità si sviluppa il più vivace dualismo, anzi antagonismo: l'altro mondo
rende i corpi ombre, ombre gli affetti e le grandezze e le pompe, ma in quelle
ombre freme ancora la carne, trema il desiderio, suonano d'imprecazioni terrene
fino le tranquille vòlte del cielo. Gli uomini, con esso le loro passioni e vizi
e virtù rimangono eterni, come statue, in quell'attitudine, in quella
espressione di odio, di sdegno, di amore, che sono stati colti dall'artista; ma
mentre l'altro mondo eterna la terra, trasportandola nel suo seno e ponendole
dirimpetto l'immagine dell'infinito, ne scopre il vano e il nulla: gli uomini
sono gli stessi in un diverso teatro, che è la loro ironia. Questa unità e
dualità uscente dall'imo stesso della situazione balena al di fuori nelle più
varie forme, ora in un'apostrofe, ora in un discorso, ora in un gesto, ora in
un'azione, ora nella natura, ora nell'uomo. In questa unità penetra la più
grande varietà, nè è facile trovare un lavoro artistico, in cui il limite sia
così preciso e così largo. Niente è nell'argomento che costringa il poeta a
preferire il tal personaggio, il tal tempo, la tale azione: tutta la storia,
tutti gli aspetti sotto a' quali si è mostrata l'umanità, sono a sua scelta; e
può abbandonarsi a suo talento alle sue ire e alle sue opinioni, e può
intramettere nello scopo generale fini particolari, senza che ne scapiti
l'unità. Il che dà al suo universo compiuta realità poetica, veggendosi nella
permanente unità tutto ciò che sorge e dalla libertà dell'umana persona e
dall'accidente, e moversi con vario gioco tutt'i contrasti, e il necessario
congiunto col libero arbitrio, e il fato col caso.
Adunque, che poesia è codesta? Ci è materia epica, e non è epopea; ci è
una situazione lirica, e non è lirica; ci è un ordito drammatico, e non è
dramma. È una di quelle costruzioni gigantesche e primitive, vere enciclopedie,
bibbie nazionali, non questo o quel genere, ma il tutto, che contiene nel suo
grembo ancora involute tutta la materia e tutte le forme poetiche, il germe di
ogni sviluppo ulteriore. Perciò nessun genere di poesia vi è distinto ed
esplicato: l'uno entra nell'altro, l'uno si compie nell'altro. Come i due mondi
sono in modo immedesimati, che non puoi dire: - Qui è l'uno, e qui è l'altro -;
così i diversi generi sono fusi di maniera, che nessuno può segnare i confini
che li dividono, nè dire: - Questo è assolutamente epico, e questo è drammatico.
-
È il contenuto universale, di cui tutte le poesie non sono che frammenti,
il «poema sacro», l'eterna geometria e l'eterna logica della creazione incarnata
ne' tre mondi cristiani: la città di Dio, dove si riflette la città dell'uomo in
tutta la sua realtà del tal luogo e del tal tempo; la sfera immobile del mondo
teologico, entro di cui si movono tempestosamente tutte le passioni umane.
L'idea che anima la vasta mole e genera la sua vita e il suo sviluppo, è
il concetto di salvazione, la via che conduce l'anima dal male al bene,
dall'errore al vero, dall'anarchia alla legge, dal molteplice all'uno. È il
concetto cristiano e moderno dell'unità di Dio sostituita alla pluralità pagana.
Questo concetto, se fosse solo un di fuori, spiegato nella sua astrattezza
dottrinale come pensiero, o rappresentato in forma allegorica come figurato, non
basterebbe a generare un'opera d'arte. Ma qui è non solo il di fuori, ma il di
dentro, non solo il significato e la scienza di quel mondo opera di filosofo e
di critico, ma principio attivo, com'è nell'uomo e nella natura, che costruisce
e forma quel mondo, e gli dà una storia e uno sviluppo. Questo principio attivo,
se nella sua astrattezza si può chiamare il vero o il bene, o la virtù o la
legge, come realtà viva e operosa è lo spirito, che ha per suo contrario la
materia o la carne, dove sta come in una prigione o in un «vasello», da cui si
sforza di uscire. La vita è perciò un antagonismo, una battaglia tra lo spirito
e la carne, tra Dio e il demonio. E la sua storia è la progressiva vittoria
dello spirito, la costui consapevolezza e libertà sotto le forme in cui vive, il
suo successivo assottigliarsi e scorporarsi e idealizzarsi sino a Dio, assoluto
spirito, la Verità, la Bontà, l'Unità, l'ultimo Ideale. Il concetto dantesco, lo
spirito che alita per entro al suo mondo, è dunque la progressiva dissoluzione
delle forme, un costante salire di carne a spirito, l'emancipazione della
materia e del senso mediante l'espiazione e il dolore, la collisione tra il
satanico e il divino, l'inferno e il paradiso, posta e sciolta. Omero trasporta
gli dèi in terra e li materializza; Dante trasporta gli uomini nell'altro mondo
e li spiritualizza. La materia vi è parvenza; lo spirito solo è; gli uomini sono
ombre; i fatti umani si riproducono come fantasmi innanzi alla memoria; la terra
stessa è una rimembranza che ti fluttua avanti come una visione; il reale, il
presente è l'infinito spirito; tutto l'altro è «vanità che par persona». Questo
assottigliamento è progressivo: il velo si fa sempre più trasparente.
L'Inferno è la sede della materia, il dominio della carne e del peccato;
il terreno vi è non solo in rimembranza, ma in presenza; la pena non modifica i
caratteri e le passioni; il peccato, il terrestre si continua nell'altro mondo e
s'immobilizza in quelle anime incapaci di pentimento: peccato eterno, pena
eterna. Nel Purgatorio cessano le tenebre e ricomparisce il sole, la luce
dell'intelletto, lo spirito; il terreno è rimembranza penosa che il penitente si
studia di cacciar via, e lo spirito sciogliendosi dal corporeo si avvia al
compiuto possesso di sè, alla salvazione. Nel Paradiso l'umana persona
scomparisce, e tutte le forme si sciolgono ed alzano nella luce; più si va su, e
più questa gloriosa trasfigurazione s'idealizza, insino a che al cospetto di
Dio, dell'assoluto spirito, la forma vanisce e non rimane che il sentimento:
... ... tutta cessa
mia visione e ancor mi distilla
nel cor lo dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento nelle foglie lievi
si perdea la sentenzia di Sibilla.
Questo concetto comprende tutto lo scibile e tutta la storia; non solo
costruisce e sviluppa il mondo dantesco, ma lo incontrate sempre vivo nel
cammino intellettuale e storico della vita, sotto tutte le forme, in tutte le
quistioni che si affacciano al poeta, in religione, in filosofia, in politica,
in morale, e così si concreta e compie in tutti gl'indirizzi della vita. In
religione è il cammino dalla lettera allo spirito, dal simbolo all'idea, dal
vecchio al nuovo Testamento; nella scienza dall'ignoranza e dall'errore alla
ragione e dalla ragione alla rivelazione; in morale dal male al bene, dall'odio
all'amore, mediante l'espiazione; in politica dall'anarchia all'unità.
Sottoposto alle condizioni di spazio e di tempo, diventa storia: il tale uomo,
il tale popolo, il tale secolo. In religione vi sta innanzi la Chiesa romana, il
papato, che il poeta vuole emancipare dalle cure e passioni terrene e ricondurre
al suo fine spirituale; in filosofia avete la scienza volgare e la scienza della
verità in paradiso; in morale vi stanno innanzi le passioni, le discordie, le
colpe e i vizi della barbara età, dalle quali vi sentite a poco a poco
allontanare nel vostro cammino verso il sommo bene; in politica è l'Italia
anarchica e sanguinosa che il poeta aspira a comporre a pace e concordia
nell'unità dell'impero. Così un solo concetto penetra il tutto, come forma, come
pensiero e come storia. Mai più vasta e concorde comprensione non era uscita da
mente di uomo. Alcuni ci vedono dentro l'altro mondo, e il resto è una
intrusione e quasi una profanazione; Edgardo Quinet rimane choqué
veggendo come le passioni del poeta lo inseguono fino in paradiso; altri ci
veggono un mondo politico, di cui quello sia la rappresentazione sotto figura.
Chiamano questo poema o «religioso», o «politico», o «didascalico», o «morale»,
lo riducono a querele di cattolici e protestanti, a dispute di guelfi e
ghibellini. Guardano non dall'alto del monte, dalla pianura, e prendono per il
tutto quello che incontrano nella diritta linea del loro cammino. Ciascuno si
fabbrica un piccolo mondo e dice: - Questo è il mondo di Dante. - E il mondo di
Dante contiene tutti quei mondi in sè. È il mondo universale del medio evo
realizzato dall'arte.
Questa immensa materia si forma e si sviluppa secondo il concetto in tre
mondi, de' quali l'inferno e il paradiso sono le due forze in antagonismo, carne
e spirito, odio e amore, e il purgatorio è il termine medio o di passaggio: tre
mondi, de' quali la letteratura non offriva che povere e rozze indicazioni, e
che escono dalla fantasia dantesca vivi e compiuti.
L'inferno è il regno del male, la morte dell'anima e il dominio della
carne, il caos: esteticamente è il brutto.
Dicesi che il brutto non sia materia d'arte, e che l'arte sia
rappresentazione del bello. Ma è arte tutto ciò che vive, e niente è nella
natura che non possa esser nell'arte. Non è arte quello solo che ha forma
difettiva o in sè contraddittoria, cioè l'informe o il deforme o il difforme: e
perciò non è arte il confuso, l'incoerente, il dissonante, il manierato, il
concettoso, l'allegorico, l'astratto, il generale, il particolare: tutto questo
non è vivo, è abbozzo o aborto di artisti impotenti. L'altro, bello o brutto che
si chiami in natura, esteticamente è sempre bello.
In natura il brutto è la materia abbandonata a' suoi istinti, senza freno
di ragione: e ne nasce una vita che ripugna alla coscienza morale e al senso
estetico. Alla sua vista il poeta vede negata la sua coscienza, negato se
stesso, e perciò lo concepisce come brutto e gli dice: - Tu sei brutto. - Più il
suo senso morale ed estetico è sviluppato, e più la sua impressione è gagliarda,
più lo vede vivo e vero innanzi alla immaginazione. Perciò non pensa a
palliarlo, e tanto meno ad abbellirlo, anzi lo pone in evidenza e lo ritrae co'
suoi propri colori.
Il brutto è elemento necessario così nella natura, come nell'arte; perchè
la vita è generata appunto da questa contraddizione tra il vero e il falso, il
bene e il male, il bello e il brutto. Togliete la contraddizione, e la vita si
cristallizza. Verità così palpabile che le immaginazioni primitive posero della
vita due princìpi attivi, il bene e il male, l'amore e l'odio, Dio e il demonio;
antagonismo che si sente in tutte le grandi concezioni poetiche. Perciò il
brutto, così nella natura, come nell'arte, ci sta con lo stesso dritto che il
bello, e spesso con maggiori effetti, per la contraddizione che scoppia
nell'anima del poeta. Il bello non è che se stesso; il brutto è se stesso e il
suo contrario, ha nel suo grembo la contraddizione, perciò ha vita più ricca,
più feconda di situazioni drammatiche. Non è dunque maraviglia che il brutto
riesca spesso nell'arte più interessante e più poetico. Mefistofele è più
interessante di Fausto, e l'inferno è più poetico del paradiso.
Dante concepisce l'inferno come la depravazione dell'anima, abbandonata
alle sue forze naturali, passioni, voglie, istinti, desidèri, non governati
dalla ragione o dall'intelletto; contraddizione ch'egli esprime con l'energia di
uomo offeso nel suo senso morale:
... ... le genti dolorose,
che hanno perduto il ben dell'intelletto...
Che libito fe' licito in sua legge...
Che la ragion sommettono al talento...
L'anima è dannata in eterno per la sua eterna impenitenza; peccatrice in vita,
peccatrice ancor nell'inferno, salvo che qui il peccato è non in fatto, ma in
desiderio. Onde nell'inferno la vita terrena è riprodotta tal quale, essendo il
peccato ancor vivo e la terra ancora presente al dannato. Il che dà all'inferno
una vita piena e corpulenta, la quale spiritualizzandosi negli altri due mondi
diviene povera e monotona. Gli è come un andare dall'individuo alla specie e
dalla specie al genere. Più ci avanziamo, e più l'individuo si scarna e si
generalizza. Questa è certo perfezione cristiana e morale, ma non è perfezione
artistica. L'arte come la natura è generatrice, e le sue creature sono
individui, non specie o generi, non tipi o esemplari; sono res, non
species rerum, Perciò l'inferno ha una vita più ricca e piena, ed è de'
tre mondi il più popolare. Aggiungi che la vita terrena o infernale è colta dal
poeta nel vivo stesso della realtà in mezzo a cui si trova, essendo essa la
rappresentazione epica della barbarie, nella quale il rigoglio della passione e
la sovrabbondanza della vita trabocca al di fuori. Dante stesso è un barbaro, un
eroico barbaro, sdegnoso, vendicativo, appassionatissimo, libera ed energica
natura. Al contrario la vita negli altri due mondi non ha riscontro nella
realtà, ed è di pura fantasia, cavata dall'astratto del dovere e del concetto, e
ispirata dagli ardori estatici della vita ascetica e contemplativa.
Essendo l'inferno il regno del male o della materia in se stessa e ribelle
allo spirito, la legge che regola la sua storia o il suo sviluppo è un
successivo oscurarsi dello spirito, insino alla sua estinzione, alla materia
assoluta.
Il suo punto di partenza è l'indifferente, l'anima priva di personalità e
di volontà, il negligente. Il carattere qui è il non averne alcuno. In questo
ventre del genere umano non è peccato, nè virtù, perchè non è forza operante:
qui non è ancora inferno, ma il preinferno, il preludio di esso. Ma se,
moralmente considerati, i negligenti tengono il più basso grado nella scala de'
dannati e paiono a Dante «sciaurati» più che peccatori, il concetto morale
rimane estrinseco alla poesia e non serve che a classificare i dannati. Altri
sono i criteri del poeta. La morale pone i negligenti sul limitare dell'inferno,
la poesia li pone più giù dell'ultimo scellerato, che Dante stima più di questi
mezzi uomini. E la poesia è d'accordo con la tempra energica del gran poeta e
de' suoi contemporanei. A quegli uomini vestiti di ferro anima e corpo questi
esseri passivi e insignificanti doveano ispirare il più alto dispregio. E il
dispregio fa trovare a Dante frasi roventi. Sono uomini che vissero senza
infamia e senza lode», anzi «non fur mai vivi». La loro pena è di essere
stimolati continuamente, essi che non sentirono stimolo alcuno nel mondo. La
pena è minima, eppure tale è la loro fiacchezza morale, sono così vinti nel
«duolo», che lacrimano e gettano le alte strida, che fanno tumultuare l'aria
come la rena quando il turbo spira.
A' loro piedi è la loro immagine, il verme. Turba infinita, senza nome: appena
accenna ad un solo, e senza nominarlo,
colui che fece per viltate il gran rifiuto
Il loro supplizio è la coscienza della loro viltà, il sentirsi dispregiati,
cacciati dal cielo e dall'inferno. Ritratto immortale e popolarissimo, di cui
alcuni tratti sono rimasti proverbiali. Esseri poetici, appunto perchè
assolutamente prosaici, la negazione della poesia e della vita: onde nasce il
sublime negativo degli ultimi tre versi:
Fama di loro il mondo esser non lassa:
Misericordia e Giustizia gli sdegna.
Non ragioniam di lor; ma guarda e passa.
Se i negligenti non sono nell'inferno, perchè mancò loro la forza del bene e del
male, gl'innocenti e i virtuosi non battezzati non sono in paradiso, perchè
mancò loro la fede, sono nel Limbo. E anche qui il concetto teologico ci sta per
memoria, per semplice classificazione. La poesia nasce da altre impressioni e da
altri criteri. Il valore poetico dell'uomo non è nella sua moralità e nella sua
fede, ma nella sua energia vitale; non è una idea, ma una forza, il personaggio
poetico. Perciò il negligente, considerato esteticamente, è un sublime negativo,
la negazione della forza, il non esser vivo. E perciò qui nel Limbo la mancanza
di fede è un semplice accessorio, e l'interesse è tutto nel valore intrinseco
dell'uomo, come essere vivo, come forza. Dio ha lo stesso criterio poetico e dà
ad alcuni un luogo distinto non per la loro maggiore bontà, ma per la fama che
loro acquistò in terra la grandezza dell'ingegno e delle opere:
... ... L'onrata nominanza
che di lor suona su nel vostro mondo,
grazia acquista nel ciel che sì gli avanza.
Concetto poco ascetico e poco ortodosso; ma Dio si fa poeta con Dante e gli
fabbrica un Eliso pagano, un pantheon di uomini illustri. E chi vuol trovare le
impressioni di Dante, quando alzava questo magnifico tempio della storia e della
coltura antica, e le impressioni che ne dovettero ricevere i contemporanei,
ricordi le sue impressioni quando giovinetto su' banchi della scuola gli si
affacciavano le maraviglie di questo mondo greco-latino. Aristotile, Omero,
Virgilio, Cesare, Bruto, ciascuno di questi nomi, quante memorie, quante
fantasie suscitava! Nudo è qui un elenco di nomi tra alcuni tratti
caratteristici che segnano i protagonisti, il «signore dell'altissimo canto» e
il «maestro di color che sanno». E colui, che a quella vista si sente «esaltare»
in se stesso e s'incorona poeta con le sue mani e si proclama il primo poeta de'
tempi nuovi, «sesto tra cotanto senno», è non il Dante dell'altro mondo, ma
Dante Alighieri. Ecco ciò che rende il Limbo così interessante, come il mondo
de' negligenti, due concezioni originalissime, uscite da un profondo sentimento
della vita reale e rimaste freschissime ne' secoli. Molti tratti sono ancora
oggi in bocca del popolo.
Come l'inferno è concepito e ordinato, lo spiega nel canto undecimo il
poeta stesso, architetto e filosofo delle sue costruzioni. Quel regno del male è
partito in tre mondi, rispondenti alle tre grandi categorie del delitto: la
incontinenza e violenza, la malizia, e la fredda premeditazione. Ciascuna di
queste categorie si divide in generi e specie, in cerchi e gironi. Il concetto
etico di questa scala de' delitti è che dove è più ingiuria è più colpa, e
l'ingiuria non è tanto nel fatto, quanto nell'intenzione. Perciò la malizia e la
frode è più colpevole della incontinenza e violenza, e la fredda premeditazione
de' traditori è più colpevole della malizia. Indi la storica evoluzione
dell'inferno, dove da' meno colpevoli, gl'incontinenti, si passa alla città di
Dite, sede de' violenti, e poi si scende in Malebolge, e di là nel pozzo de'
traditori. Questo è l'inferno scientifico o etico. Ma non è ancora l'inferno
poetico.
La poesia dee voltare questo mondo intellettuale in natura vivente.
L'ordine scientifico presenta una serie di concetti astratti, il poetico una
serie di figure, di fatti e d'individui: il primo una serie di delitti, il
secondo una serie non solo d'individui colpevoli, ma di tali e tali individui.
Dividere in categorie significa considerare in un gruppo d'individui non quello
che ciascuno ha di proprio, ma quello che ha di comune col gruppo a cui
appartiene. Così una classificazione è possibile, una esatta riduzione a generi
e specie. Ma la poesia ritorna l'individuo nella sua libera personalità, e lo
considera non come essere morale, ma come forza viva e operante. E più in lui è
vita, più è poesia. Perciò, se l'inferno, come mondo etico, è il successivo
incattivirsi dello spirito, sì che alla violenza, comune all'uomo e all'animale,
succede la malizia, «male proprio dell'uomo», e alla malizia la fredda
premeditazione, questo concetto poeticamente rimane ozioso e non serve che alla
sola classificazione. Come natura vivente o come forma, l'inferno è la morte
progressiva della natura, la vita e il moto che manca a poco a poco sino alla
compiuta immobilità, alla materia come materia, dove insieme con la vita muore
la poesia. Indi la storia dell'inferno.
Dapprima la situazione è tragica: il motivo è la passione, dove la vita si
manifesta in tutta la sua violenza; perchè la passione raccoglie tutte le forze
interiori, distratte e sparpagliate nell'uso quotidiano della vita, intorno a un
punto solo, di modo che lo spirito acquista la coscienza della sua libertà
infinita. Preso per se stesso lo spirito ed isolato dal fatto, la sua forza è
infinita e non può esser vinta neppure da Dio, non potendo Dio fare ch'esso non
creda, non senta e non voglia quello che crede, sente e vuole. Non vi è
donnicciuola, così vile, che non si senta forza infinita, quando è stretta dalla
passione. - Io ti amo e ti amerò sempre, e se dopo morte si ama, ed io ti amerò,
e piuttosto con te in inferno che senza te in paradiso. - Queste sono le
eloquenti bestemmie che traboccano da un cuore appassionato, e che rendono
eroiche la timida Giulietta e la gentile Francesca.
Ma quando la passione vuole realizzarsi, s'intoppa in un altro infinito,
nell'ordine generale delle cose, di cui si sente parte e innanzi a cui è un
fragile individuo. E n'esce la tragica collisione tra la passione e il fato,
l'uomo e Dio, il peccato. Nella vita nè la passione, nè il fato sono nella loro
purezza: la passione ha le sue fiacchezze e oscillazioni; il fato talora è il
caso, o l'espressione collettiva di tutti gli ostacoli naturali e umani in cui
intoppa il protagonista. Ma nell'inferno l'anima è isolata dal fatto ed è pura
passione e puro carattere, perciò inviolabile e onnipotente, e il fato è Dio,
come eterna giustizia e legge morale: onde la prima parte dell'inferno, ove
incontinenti e violenti, esseri tragici e appassionati, mantengono la loro
passione di rincontro a Dio, è la tragedia delle tragedie, l'eterna collisione
nelle sue epiche proporzioni.
Tutto questo mondo tragico è penetrato dello stesso concetto. La natura
infernale non è ancora laida e brutta; anzi balzan fuori tutt'i caratteri che la
rendono un sublime negativo, l'eternità, la disperazione, le tenebre. L'eterno è
sublime, perchè ti mostra un di là sempre allo stesso punto, per quanto tu ti ci
avvicini; la disperazione è sublime, perchè ti mostra un fine non possibile a
raggiungere, per quanto tu operi; la tenebra è sublime, come annullamento della
forma e morte della fantasia, per quella stessa ragione che è sublime la morte,
il male, il nulla. Leggete la scritta sulla porta dell'inferno. Ne' primi tre
versi è l'eterno immobile che ripete se stesso, dolore, dolore e dolore, quel
luogo, quel luogo e quel luogo, per me, per me e per me, insino a che in ultimo
l'eterno risuona nella coscienza del colpevole come disperazione:
Lasciate ogni speranza voi che entrate.
La luce, il «dolce lome», rende sublimi le tenebre, morte del sole e delle
stelle e dell'occhio, come è «l'aer senza stelle», e il «loco d'ogni luce muto»,
e quel «ficcar lo viso al fondo» e «non discernere alcuna cosa». Certo,
l'eternità, le tenebre e la disperazione sono caratteri comuni a tutto
l'inferno; ma solo qui sono poesia, quando l'inferno si affaccia per la prima
volta alla immaginazione nella gagliardia e freschezza delle prime impressioni.
Appresso, diventano spettacolo ordinario, come è il sole, visto ogni giorno.
E Dante, che parte da princìpi preconcetti nelle sue costruzioni
scientifiche, quando è tutto nel realizzare e formare i suoi mondi, opera con
piena spontaneità, abbandonato alle sue impressioni. Il canto terzo è il primo
apparire dell'inferno, e come ci si sente la prima impressione, come si vede il
poeta esaltato, turbato dalla sua visione, assediato di forme, di fantasmi,
impazienti di venire alla luce! In quel «diverse voci, orribili favelle» ecc.,
non ci è solo il grido de' negligenti: ci è lì tutto l'inferno, che manda il suo
primo grido. Quel canto del sublime è una sola nota musicale variamente
graduata, è l'eterno, il tenebroso, il terribile, l'infinito dell'inferno, che
invade e ispira il poeta e vien fuori co' vivi colori della prima impressione, è
il vero canto del regno de' morti, della «morta gente», è l'albero della vita,
che il poeta sfronda a foglia a foglia ad ogni passo che fa, e ne toglie la
speranza:
Lasciate ogni speranza voi che entrate.
E ne toglie le stelle:
risonavan per l'aer senza stelle.
E ne toglie il tempo:
facevano un tumulto il qual s'aggira
sempre in quell'aria senza tempo tinta.
E ne toglie il cielo:
non isperate mai veder lo cielo.
E ne toglie Dio:
ch'hanno perduto il ben dello intelletto.
Questa natura sublime dapprima è indeterminata, senza contorni, cerchio, loco,
null'altro: la diresti natura vuota, se non la riempissero l'eternità e le
tenebre e la morte e la disperazione. Nel regno de' violenti prende una forma.
Si esce dal sublime: si entra nel bello negativo. Incontri tutto ciò che è
figura, ordine, regolarità, proporzione in terra; anzi con vocabolo umano è
chiamata città, la città di Dite. Vedi selve, laghi, sepolcri; e l'effetto
poetico nasce dal trovare la stessa figura, ma spogliata di tutti gli accessorii
che la rendono bella in terra.
Non frondi verdi, ma di color fosco:
non rami schietti, ma nodosi e involti
non pomi v'eran, ma stecchi con tosco.
La natura spogliata della sua vita, del suo cielo, della sua luce, delle sue
speranze, è un sublime che ti gitta nell'animo il terrore; la natura spogliata
della sua bellezza è un bello negativo pieno di strazio e di malinconia. È la
natura snaturata, depravata, a immagine del peccato: con la virtù se n'è ita la
bellezza, sua faccia.
Questa natura snaturata vien fuori con maggior vita nelle pene. Perchè il
concetto nella natura sta immobile come nell'architettura e nella scultura; dove
nelle pene acquista ogni varietà di attitudini e di movenze. Le pene sono la
coscienza fatta materia, e qui esprimono la violenza della passione. In quella
natura eterna e tenebrosa odi un mugghio, «come fa mar per tempesta», e il
rovescio della grandine, e il cozzo delle moltitudini: moti disordinati,
violenti, come i moti dell'animo. Vedi tombe ardenti, laghi di sangue, alberi
che piangono e parlano, la natura sforzata e snaturata dal peccatore. Gli strani
accozzamenti producono l'effetto del maraviglioso e del fantastico, ma il
fantastico è presto vinto e ti piglia il raccapriccio e l'orrore. Il poeta
prende in troppa serietà il suo mondo per darsi uno spasso di artista e
sorprenderti con colpi di scena: tocca e passa; e non vuol fare effetto sulla
tua immaginazione, vuol colpire la tua coscienza. Dove il fantastico è più
sviluppato, è nella selva de' suicidi; ma anche lì vien subito la spiegazione, e
la maraviglia dà luogo a una profonda tristezza.
Ma il concetto non ha ancora la sua subiettività, non è ancora anima. Un
primo grado di questa forma è nel demonio. Cielo e inferno sono stati sempre
popolati di legioni angeliche e sataniche, che riempiono l'intervallo tra l'uomo
e Dio, tra l'uomo e Satana. È la storia del bene e del male che si sviluppa
nella nostra anima, un progressivo indiarsi o indemoniarsi. Diversi di nomi e di
forme secondo le religioni e le civiltà, i demòni hanno per base i diversi gradi
del male, e per forma il gigantesco e il mostruoso, il puro terrestre, il
bestiale giunto all'umano, e spesso preponderante, come nella sfinge, nella
chimera, in Cerbero. Il demonio di Dante non ha più la sua storia, come in
terra, spirito tentatore accanto all'uomo e ribelle e rivale di Dio. Qui è
immobilizzato come l'uomo; la sua storia è finita; cosa gli resta? Soffrire e
far soffrire, vittima e carnefice a un tempo, simbolo esso stesso e immagine del
peccato che flagella nell'uomo. Il Satana di Milton e Mefistofele, che
combattono contro Dio e contro l'uomo, erano compiute persone poetiche. Altra è
qui la situazione, e altro è il demonio. Esso è il vinto di Dio, e meno che
uomo, perchè non è dell'uomo che una sua parte sola, il peccato. È piuttosto
tipo, specie, simbolo, che persona. È il più basso gradino nella scala degli
esseri spirituali, lo spirito tra l'umano e il bestiale, in cui l'intelletto è
ancora istinto e la volontà è ancora appetito. Figure vive e mobili della colpa,
ma figure, semplice esteriorità: non carattere, non passione, non intelligenza,
non volontà. Fra gl'incontinenti e i violenti il demonio è tragico e serio: è
azione mimica e tutta esterna, passione tradotta in moti e gesti, senza la
parola, salvo brevi imprecazioni. La natura ti dà figura e colore: qui la figura
si muove e il colore si anima, è la figura in azione. Il poeta ha scossa la
polvere dalle antiche forme pagane, e le ha rifatte e rinnovate. Come a
costruire il suo inferno toglie alla terra le sue forme, e strappandole dal
circolo loro assegnato, le compone diversamente e ti crea una nuova natura; così
ad esprimere lo spirito toglie dalla mitologia tutte le forme demoniache, Minos
Caronte, Cerbero, Pluto, Gerione, le arpie, le furie, e le trasporta nel suo
inferno: le trova vuote e libere, spogliate di concetto, di vita e di religione,
e le ricrea, le battezza, impressovi sopra il suo pensiero e la sua religione.
Il demonio meno lontano dall'uomo è Caronte, in cui vien fuori l'apparenza di un
carattere: impaziente rissoso, manesco, che grida e batte. Il poeta si è ben
guardato di sviluppare il comico che è in questo carattere: la figura di Caronte
rimane severa e grave, e non fa dissonanza con la solennità della natura
infernale, dove si trova collocata. Minos è il giudizio rappresentato in modo
affatto esteriore e plastico, e rapido come saetta:
dicono e odono e poi son giù vòlte.
Le altre figure sono schizzi, appena disegnati; ingegnoso è il ritratto di
Gerione, che ha ispirato una delle più belle ottave dell'Ariosto.
Noi concepiamo oramai la costruzione de' singoli canti. Il poeta comincia
col porci innanzi la natura del luogo e la qualità della pena; il demonio ora
precede, ora vien subito dopo; poi vedi peccatori presi insieme e misti, non
ancora l'individuo, ma l'uomo collettivo, gruppi di mezzo a' quali spesso si
stacca l'individuo e tira la tua attenzione.
I gruppi sono l'espressione generale del sentimento che riempie i
peccatori nella società infernale; sono la parentela del delitto, dove trovi
nello stesso lago di sangue i tiranni Ezzelino e Attila e gli assassini di
strada Rinier da Corneto e Rinier Pazzo.
Come nella natura e nel demonio, così ne' gruppi l'aspetto è dapprima
severo e tragico. Essi esprimono il sublime dello spirito la disperazione.
L'uomo ha bisogno di avere innanzi a sè qualche cosa a cui tenda; al pensiero
succede pensiero; il cuore vive quando da sentimento germoglia sentimento;
l'uomo vive quando è in un'onda assidua di pensieri e di sentimenti; la
disperazione è l'annullamento della vita morale, la stagnazione del pensiero e
del sentimento, la morte, il nulla, il caos, le tenebre dello spirito, un
sublime negativo. Come il sublime delle tenebre è nella luce che muore, il
sublime della disperazione è nella morte della speranza:
nulla speranza gli conforta mai
non che di posa, ma di minor pena.
L'espressione estetica della disperazione è la bestemmia, violenta reazione
dell'anima, innanzi a cui tutto muore, e che nel suo annichilamento involge
l'universo:
Bestemmiavano Iddio e i lor parenti,
l'umana specie e il luogo e il tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
La passione trasforma la faccia dell'uomo, abitualmente tranquilla, il peccato
gli siede sulla fronte e fiammeggia negli occhi: momento fuggevole che Dante
coglie e rende eterno ne' suoi gruppi. Gli avari stanno col pugno chiuso,
gl'irosi si lacerano le membra: violenza di moti appassionati, niente che sia
basso o vile: puoi abborrirli, non puoi disprezzarli.
Immaginate una piramide. Nella larghissima base vedete la natura
infernale. Più su è il demonio, figura bestiale in faccia umana, bestia talora
in tutto, mai in tutto uomo. Alzate ancora l'occhio, e vedete gruppi nella
violenza della passione. È la stessa idea che si sviluppa e si spiritualizza,
insino a che da questo triplice fondo si eleva sulla cima la statua, l'individuo
libero, l'idea nella sua individuale realtà, e più che l'idea, se stesso nella
sua libertà. È di mezzo a quella folla confusa, a quei gruppi, che escono i
grandi uomini dell'inferno o piuttosto della terra; è da questa triplice base
dell'eternità che esce fuori il tempo e la storia e l'Italia e più che altri
Dante come uomo e come cittadino.
L'inferno degl'incontinenti e de' violenti è il regno delle grandi figure
poetiche. Qui trovi come in una galleria di personaggi eroici Francesca,
Farinata, Cavalcanti, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Capaneo, Dante, il
Fato, Dio e la Fortuna. Sono in presenza forze colossali, la energia della
passione e la serenità del fato. Qui è Francesca eternamente unita al suo Paolo,
là è la Fortuna che non ode le imprecazioni degli uomini e beata si gode. Ora ti
percote il suono della divina giustizia che in eterno rimbomba; ora ti stupisce
Capaneo che tra le fiamme oppone sè a tutte le folgori di Giove. Su questo fondo
tragico s'innalza la libera persona umana e vi si spiega in tutta la ricchezza
delle sue facoltà. Qui usciamo dalle astrattezze mistiche e scolastiche, e
prendiamo possesso della realtà. La donna non è più Beatrice, il tipo realizzato
de' trovatori, fluttuante ancora tra l'idea e la realtà; qui acquista carattere,
storia, passioni, una ricca e vivace personalità, è Francesca da Rimini, la
prima donna del mondo moderno. L'uomo non è più il santo con le sue estasi e le
sue visioni; qui ha la sua patria, il suo uffizio, il suo partito, la sua
famiglia, le sue passioni e il suo carattere; è Farinata, è Cavalcanti, è
Brunetto, è Pier delle Vigne, è Dante Alighieri, alla cui fiera natura Virgilio
applaude:
... ... Alma sdegnosa,
benedetta colei che in te s'incinse!
L'inferno dà loro una realtà più energica, creando nuove immagini e nuovi
colori. Pier delle Vigne giura «per le nuove radici del suo legno».
Farinata dice:
ciò mi tormenta più che questo letto.
All'annunzio della morte del figlio, Cavalcanti
supin ricadde e più non parve fuora.
Brunetto raccomanda il suo Tesoro, nel quale si sente vivere ancora.
Capaneo può dire: «Qual i' fui vivo, tal son morto». E Francesca ricorda il
tempo felice nella miseria. L'inferno è il loro piedistallo, sul quale si ergono
col petto e con la fronte, affermando la loro umanità. Nascono situazioni e
forme novissime, che danno rilievo alle figure e a' sentimenti.
Questo mondo tragico, dove l'impeto della passione e la violenza del
carattere mette in gioco tutte le forze della vita, ha la sua perfetta
espressione in questi grandi individui, rimasti così vivi e giovani e popolari,
come Achille ed Ettore. È il mondo della grande poesia, della epopea e della
tragedia. E ora quale contrasto! Lasciamo appena le falde dilatate di foco e la
rena che s'infiamma come esca sotto fucile, e ci troviamo in una pozzanghera che
fa zuffa con gli occhi e col naso. Lasciamo i tragici demòni dell'antichità, i
centauri e le arpie, e incontriamo diavoli con le corna e armati di frusta, e
vilissimi uomini che alle prime percosse scappano senz'aspettar le seconde nè le
terze. In luogo di Capaneo con la fronte levata, il primo che vediamo ha gli
occhi bassi, vergognoso di mostrarsi; e Dante, così riverente e pietoso finora e
anche sdegnoso, diviene maligno e sarcastico, e compone per la prima volta il
labbro ad un sorriso sardonico. Chiama «salse pungenti» quel letamaio,
che dagli uman privati parea mosso
. Un altro lo sgrida:
... ... «Perchè se' tu sì ingordo
di riguardar più me che gli altri brutti?»
E Dante, che lo vede col capo lordo tanto che non parea «s'era laico o cherco»,
gli ricorda crudelmente di averlo veduto in terra co' capelli asciutti. E quegli
esprime il suo dolore, «battendosi la zucca». Tutto è mutato: natura, demonio e
uomo, immagini e stile. Cadiamo in pieno plebeo. Chi sono questi uomini? Sono
adulatori e meretrici dannati alla stessa pena: gli uni vendono l'anima, le
altre vendono il corpo. Sentite che noi passiamo in un altro mondo, nel mondo
de' fraudolenti.
Esteticamente, il mondo de' fraudolenti è la prosa della vita; precipitata
dal suo piedistallo ideale, e divenuta volgarità. È la passione che si muta in
vizio, il carattere che diviene abitudine, la forza che diviene malizia. La
passione è poetica, perchè ha virtù di concitare tutte le forze dell'anima, sì
ch'elle prorompano di fuori liberamente: il vizio è la passione fatta abitudine,
ripetizione degli stessi atti, un fare perchè si è fatto; è l'artista divenuto
artefice, l'arte divenuta mestiere. L'uomo appassionato spiritualizza la sua
azione, ci mette dentro se stesso, ma nel vizioso l'anima è sonnolenta, la sua
azione è stupida materia, atto meccanico a cui lo spirito rimane estraneo. La
passione produce il carattere, la forte volontà, che è la stessa passione in
continuazione; il vizio ha compagna la fiacchezza e bassezza dell'anima, non
essendo altro la bassezza che l'abdicazione e l'apostasia della propria anima. I
grandi caratteri sicuri di sè hanno a loro istrumento la forza, impetuosi fino
all'imprudenza, semplici fino alla credulità; gli animi fiacchi hanno a loro
istrumento la malizia, coscienza della loro impotenza, e, pipistrelli notturni,
assaltano alle spalle e non osano guardare in viso.
In questo mondo il di fuori è mutato, perchè mutato è il di dentro, ove
non trovi più caratteri e passioni, ma vizio, bassezza e malizia, lo spirito
oscurato e materializzato, la dissoluzione della vita. A quei cerchi
indeterminati, a quella città rosseggiante di Dite, nomi e figure terrene,
succede un non so che, una cosa senza nome, che il poeta chiama bizzarramente
«Malebolge», una natura sformata e in dissoluzione, ripe scoscese, scogli mobili
che fanno da ponticelli, e giù valloni paludosi, dove le acque finora impetuose
e correnti stagnano e si putrefanno, valloni angusti, bolge, valigie, borse, che
stringendosi più e più vanno a finire in un pozzo: natura piccola, in rovina e
in putrefazione. Al demonio mitologico iroso e appassionato succede il diavolo
cornuto, essere grottesco, o piuttosto i diavoli che vanno in frotte, e si
mescolano in ignobili parlari con la gente più abbietta, e canzonano e sono
canzonati, maliziosi, bugiardi, plebei, osceni. Al vivo movimento delle bufere e
delle grandini e delle fiamme succede la materia in decomposizione, quanti
strazi di carne umana ti offrono i campi di battaglia e quante malattie ti offre
lo spedale. Tali la natura, il demonio, le pene. Vedi ora l'uomo. La faccia
umana è rimasta finora inviolata: innanzi all'immaginazione la passione
invermiglia la faccia di Francesca, e la grandezza dell'anima pare nella faccia
dell'uomo che si leva dritto dalla cintola in su. Qui la faccia umana sparisce:
hai caricature e sconciature di corpi. Uomini cacciati in una buca, capo in giù,
piedi in su; vólti travolti in su le spalle, sì che il pianto scende giù per le
reni; visi, occhi e corpi imbacuccati e incappucciati; musi umani fuor della
pegola a modo di ranocchi; corpi, altri smozzicati, accismati, altri marciti e
imputriditi, scabbiosi, tisici, idropici. Di questa figura umana deturpata e
contraffatta l'immagine più viva è Bertram dal Bormio, il cui busto si fa
lanterna del suo capo che porta pesol per le chiome. In questo mondo prosaico e
plebeo, che comincia con Taide e finisce con mastro Adamo, la materia ovvero la
parte bestiale prevale tanto, che spesso siamo in sul domandarci: - Costoro sono
uomini o bestie? - Non sono ancora bestie, e l'uomo già muore in loro:
che non è nero ancora e il bianco muore.
Sono figure miste in una faccia tra bestiale e umana; e la più profonda
concezione di Malebolge è questa trasformazione dell'uomo in bestia e della
bestia in uomo: hanno l'appetito e l'istinto della bestia, hanno la coscienza
dell'uomo. Si sanno uomini e sono bestie; e qui è la pena, nella coscienza umana
che loro è rimasta.
La forma estetica di questo mondo è la commedia, rappresentazione de'
difetti e de' vizi. Fra tanta fiacchezza della personalità il grande uomo,
l'individuo, è gittato nell'ombra, e vien su il descrittivo, l'esteriorità.
Nell'inferno tragico le descrizioni sono sobrie e rapide, l'interesse principale
è negli attori che prendono la parola: qui è un gregge muto, visto da lontano.
Virgilio dice a Dante: - Vedi là Mirra, vedi Giasone, vedi Manto. - Appena è se
qualche epiteto ti segna in fronte alcuno de' più grandi personaggi, come si fa
di Giasone:
e per dolor non par lacrima spanda.
Prima dite: «Il canto di Francesca, di Farinata, di ser Brunetto Latini» ; ora
dite: «Il canto de' ladri, de' falsari, de' truffatori»: vi sono gruppi, non
individui; vi è il descrittivo, manca il drammatico. Manca la grandezza negli
attori, e manca la pietà negli spettatori. La figura umana così torta, che il
pianto degli occhi bagnava le natiche, cava a Dante lacrime; l'«homo sum»
si sente colpito in lui; ma Virgilio lo sgrida:
Ancor sei tu degli altri sciocchi?
Qui vive la pietà, quand'è ben morta.
Abbonda il descrittivo; l'immaginazione di Dante è così robusta, che avendo a
fare con oggetti così fuori della natura, non che sentirsi impacciata, pare che
scherzi: con tanta facilità e spontaneità esprime le più varie e strane
attitudini: la fiamma parla come lingua d'uomo, le zanche piangono e fremono. Il
più grande sforzo dell'immaginazione umana è la trasformazione di uomini in
bestie, nel canto ventesimoquinto, quantunque la soverchia minutezza generi
sazietà.
Fra tanti gruppi sorge qua e là alcuno individuo in cui si sviluppa con
più chiara coscienza il concetto di Malebolge. Un lato serio di questo concetto
è lo spirito che varca il limite assegnatogli. Se la ragione potesse veder
tutto,
mestier non era partorir Maria.
L'esperienza avea le sue colonne d'Ercole; la ragione avea pure le sue colonne.
Questo concetto qui è serio, non è sublime, nè tragico; perchè l'uomo, che con
la temerità oraziana sforza la natura, è qui non dirimpetto a Dio come Prometeo
e Capaneo, ma colpito e soggiogato, senza che in lui paia vestigio di
ribellione, di orgoglio e di violenza:
... ... Dove rui,
Anfiarao? perchè lasci la guerra?
E non restò di rovinare a valle,
fino a Minòs che ciascheduno afferra.
L'uomo di Orazio è sublime, perchè lo vedi nell'opera, senti in lui la voluttà
del frutto proibito, malgrado Dio e la natura. Anfiarao è un puro nome; sublime
di terrore è quel suo precipitare a valle, mostrandocelo successivamente
inabissarsi, ma il grottesco vien subito dopo:
Mira che ha fatto petto delle spalle:
perchè volle veder troppo davante,
di rietro guarda e fa ritroso calle.
Ulisse, che ha varcato i segni di Ercole, è travolto nelle acque per giudizio di
Dio, «come a lui piacque». Pure un po' dell'audacia di Ulisse è ancora in Dante,
che gli mette in bocca nobili parole, e ti fa sentire quell'ardente curiosità
del sapere che invadeva i contemporanei. Ti par di assistere al viaggio di
Colombo. Il peccato diviene virtù. Se la logica ghibellina pone in inferno
l'autore dell'agguato contro Troia, radice dell'impero sacro romano, la poesia
alza una statua a questo precursore di Colombo, che indica col braccio nuovi
mari e nuovi mondi, e dice a' compagni:
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.
Ulisse è il grand'uomo solitario di Malebolge. È una piramide piantata in mezzo
al fango. Il comico penetra da tutt'i lati, traendosi appresso il lordo,
l'osceno, il disgustoso: lo spirito, divenuto malizia, è qui decaduto,
degradato; e con lui si oscura la nobile faccia umana. Ulisse stesso per la sua
malizia ha la sua figura coperta e fasciata dalle fiamme. Siamo in un mondo
comico.
La regina delle forme comiche è la caricatura, il difetto colto come
immagine e idealizzato. Al che si richiede che il personaggio operi ingenuamente
e brutalmente, come non avesse coscienza del suo difetto, a quel modo che si
vede in Sancio Panza e in don Abbondio, eccellenti caratteri comici. I dannati
di Malebolge sono così fatti: essi sono cinici e perciò ridicoli, come i diavoli
nel canto ventesimosecondo, rissosi, abietti, vanitosi, bassamente feroci ne'
loro atti. Così sono i ladri, i truffatori, i barattieri, plebe in cui il vizio
è così connaturato, che non se ne accorge più. Tale è Nicolò terzo vano del suo
papale ammanto, che crede Dante venuto nell'inferno apposta per veder lui. Tali
sono pure Sinone e maestro Adamo. Essi si mostrano nella loro naturalezza, e
possono essere rappresentati nella forma diretta e immediata, isolando il
difetto dagli accessorii e idealizzandolo, divenuto un contromodello, l'immagine
opposta a quel tipo, a quel modello di perfezione che ciascuno ha in mente: qui
è la caricatura. Le concezioni di Dante sono di un comico plebeo della più bassa
lega: sia esempio la rissa tra Sinone e maestro Adamo. Si rimane nel buffonesco,
l'infimo grado del comico. Quest'uomo, così possente creatore d'immagini
nell'inferno tragico, qui si sente arido, freddo, in un mondo non suo. Le
situazioni sono comiche, ma il comico è rozzamente formato, e non è artistico,
non ha la sua immagine che è la caricatura, nè la sua impressione che è il riso.
Due persone in rissa cadono in un lago d'acqua bollente che li divide.
Situazione comica, se mai ce ne fu. Il poeta dice:
Lo caldo sghermidor subito fue.
Espressione vivace, ma che non sveglia nessuna immagine e ti lascia freddo. Non
ha saputo cogliere quel movimento, quella smorfia che fanno quando si sentono
scottare e si sciolgono. La pancia di mastro Adamo, che sotto il pugno di Sinone
«sonò come fosse un tamburo», è una felice caricatura; ma è una freddura il
dire:
e mastro Adamo gli percosse 'l volto
col pugno suo che non parve men duro.
Manca spesso a Dante la caricatura, e i suoi versi più comici non fanno ridere.
Perchè a fare la caricatura bisogna fermare l'immaginazione nell'oggetto comico,
spassarcisi, obbliarsi in quello, alzarlo a contromodello. Dante non ha questo
sublime obblio comico, non ha indulgenza, nè amabilità. Teme di sporcarsi tra
quella gente, e se ode, se ne fa rimproverare da Virgilio, e se ci sta, se ne
scusa:
Ahi fera compagnia! Ma in chiesa
coi santi e in taverna coi ghiottoni.
Il suo riso è amaro; di sotto alla facezia spunta il disdegno; e spesso nella
mano la sferza gli si muta in pugnale.
Il riso muore, quando il personaggio comico ha coscienza del suo vizio, e
non che sentirne vergogna vi si pone al di sopra e ne fa il suo piedistallo.
Allora non sei tu che gli fai la caricatura; ma è lui stesso il suo proprio
artista, che si orna del suo difetto come di un manto reale, e se ne incorona e
se ne fa un'aureola, atteggiandosi e situandosi nel modo più acconcio a dire: -
Miratemi -; più acconcio a dare spicco al suo vizio. La bestia non cela il suo
vizio e non arrossisce; il rossore è proprio della faccia umana. L'uomo
consapevole del suo difetto, che vi si pone al di sopra, rinuncia alla faccia
umana e dicesi «sfacciato» o «sfrontato». Qui la caricatura uccide se stessa, il
comico giunto alla sua ultima punta si scioglie; e n'esce un sentimento di
supremo disgusto e ribrezzo, che è il sublime del comico: la propria abbiezione
predicata e portata in trionfo aggiunge al disgusto un sentimento che tocca
quasi l'orrore. Qui Dante è nel suo campo. Il suo eroe è Vanni Fucci. Mastro
Adamo è come animale, senza coscienza della sua bassezza, Vanni Fucci ha avuto
la coscienza e l'ha soffocata; sono i due estremi nella scala del vizio; l'uno
non è mai salito fino all'uomo; l'altro è passato per l'uomo ed è ricaduto nella
bestia. Si sente bestia, e si pone come tipo bestiale, e sceglie le circostanze
più acconce a darvi risalto:
Vita bestial mi piacque e non umana,
siccome a mul ch'io fui. Son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
Ecco l'uomo che fa le fiche a Dio, il Capaneo di Malebolge, l'umano divenuto
bestiale e idealizzato come tale.
Ma l'umano non muore mai in tutto. L'uomo diviene bestia, ma la bestia
torna uomo. E con senso profondo Dante anche sulla faccia sfrontata di Vanni
Fucci scoperto ladro gitta il rossore della vergogna:
e di trista vergogna si dipinse.
L'uomo che ha coscienza del suo vizio e se ne vergogna, in luogo di mostrarlo al
naturale (ciò che produce la caricatura) cerca occultarlo sotto contraria
apparenza: il poltrone fa il bravo. Nasce il contrasto tra l'essere e il parere:
la situazione divien comica, e la sua forma è l'ironia. Lo spettatore indulgente
e che vuole spassarsi a sue spese finge di crederlo e di secondarlo; accetta
come seria l'apparenza che si dà, anzi la carica ancora di più; fa il bravo, ed
egli lo chiama un «Orlando», ma accompagnando le parole di un cotale ammiccar
d'occhi che esprima scambievole intelligenza, di un tuono di voce in falsetto,
di un riso equivoco, che vuol dire: - Io ti conosco. - Perciò l'essenziale
dell'ironia non è nell'immagine, ma nel sottinteso: è il riflesso che succede
allo spontaneo; immagine sottilizzata nel sentimento. Forma delicata, perchè lo
spettatore, alla vista del difetto che altri cerca di mascherare, non sente
collera, non gli strappa la maschera dal viso, anzi se la mette egli stesso e
serba una compostezza e una pulitezza, equivoca ne' movimenti e ne' gesti. Forma
di tempi civili, assai rara nelle età barbare e nelle poesie primitive. Dante,
accigliato, brusco, tutto di un pezzo, com'è ne' suoi ritratti, ha troppa bile e
collera, e non è buono nè alla caricatura, nè all'ironia. Ma dalla sua fantasia
d'artista è uscita una di quelle creazioni, che sono le grandi scoperte nella
storia dell'arte, un mondo nuovo: il «nero cherubino», che strappa a san
Francesco l'anima di Guido da Montefeltro, è il padre di Mefistofele. Egli crea
il diavolo, gli dà il suo concetto e la sua funzione. Il diavolo è l'ironia
incarnata: non ci è uomo tanto briccone che il diavolo non sia più briccone di
lui, e capite che non è disposto a guastarsi la bile per le bricconerie degli
uomini. L'uomo può ingannare un altro uomo, ma non può ficcarla al diavolo,
perchè il diavolo nel suo senso poetico è lui stesso, la sua coscienza che
risponde con un'alta risata a' suoi sofismi, e gli fa il controsillogismo, e gli
dice beffandolo:
... ... Forse
tu non sapevi ch'io loico fossi!
Il brutto come il bello muore nel sublime. E il brutto è sublime quando offende
il nostro senso morale ed estetico e ci gitta in violenta reazione. Scoppia la
collera, l'indignazione, l'orrore: il comico è immediatamente soffocato. Quando
veggo un difetto rivelarsi all'improvviso, uso la caricatura. Quando veggo un
difetto che cerca mascherarsi, prendo la maschera anch'io e uso l'ironia. Ma
quando quel difetto mi offende, mi sfida, mi provoca, si mette dirimpetto a me
come contraddizione al mio intimo senso, la mia coscienza così audacemente
negata e contraddetta reagisce: io strappo al vizio la maschera e lo mostro qual
è, nella sua laida nudità. La caricatura e l'ironia si risolvono in una forma
superiore, il sarcasmo, la porta per la quale volgiamo le spalle al comico e
rientriamo nella grande poesia.
Nel sarcasmo caricatura e ironia riappariscono, ma per morire: nasce la
caricatura, ed è guastata; spunta la maschera, ed è strappata. E la morte viene
da questo, che nella forma sarcastica del brutto ci è l'idea che l'uccide, il
suo contrario. Nel canto de' simoniaci il sarcasmo fa la sua splendida
apparizione. Il comico muore sotto l'ira di Dante. L'antitesi tra quello che è
di fuori e quello che è nella sua anima scoppia in ravvicinamenti innaturali,
come «calcando i buoni e sollevando i pravi», «Dio d'oro e d'argento»; e spesso
in parole a doppio contenuto, che è l'immagine del sarcasmo. Tale è la parola
rimasa proverbiale, con che è qualificata la servilità della Chiesa. Parimente
chiama «adulterio» la simonia e «idolatria» l'avarizia, parole, nelle quali
entrano come elementi la santità del matrimonio e il vero Dio: in una sola
immagine c'è il brutto e ci è l'idea che lo condanna.
Ma il sarcasmo dee purificare e consumare se stesso. Finchè rimane nel
particolare e nel personale, il linguaggio è acre, bilioso: hai Giovenale e
Menzini. Il poeta, non che rimanere imprigionato in quello spettacolo, dee
spiccarsene, porcisi al di sopra, allargare l'orizzonte, essere eloquente, voce
di verità, espressione impersonale della coscienza. Certo, in quel canto de'
simoniaci vive immortale la vendetta dell'uomo ingannato che anticipa a
Bonifazio l'inferno, e del ghibellino e del cristiano che vede nel papato
temporale una pietra d'inciampo e di scandalo. Ma i sentimenti e le passioni
personali, se hanno ispirato il poeta e resa terribilmente ingegnosa la sua
fantasia, non penetrano nella rappresentazione. Bisogna sapere la storia per
indovinare i terribili incentivi dell'alta creazione. Ciò che qui senti è la
convinzione, la buona fede del poeta, la sincerità e l'impersonalità della sua
collera: onde sgorga dal suo labbro eloquente tanta magnificenza d'immagini e di
concetti. Prima Dante è in collera con Nicolò, pinto in pochi tratti vano,
piccolo, col cervello e co' sensi nel piede. E comincia col «tu», e l'assale
corpo a corpo, con ironia amara che si trasforma nel pugnale del sarcasmo:
e guarda ben la mal tolta moneta,
ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
Ma nel pendìo dell'ingiuria si contiene d'un tratto, passaggio meritamente
ammirato: la piccola persona di Nicolò scomparisce; sottentra il «voi», i papi,
il papato; le idee guadagnano di ampiezza senza perdere di energia, e da ultimo
la collera svanisce in una certa tristezza pura di ogni stizza; è un deplorare,
non è più un inveire:
Ahi Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!
Tale è Malebolge: miniera inesausta di caratteri comici, concezione delle più
originali, dove il comico è posto ed è sciolto. Poco felice nel maneggio delle
forme comiche, il poeta è insuperabile quando se ne sviluppa, mutato il riso in
collera, come nella sua invettiva, nella pena di Bertram dal Bormio, nella
rappresentazione di Vanni Fucci. Rimane un fondo comico che aspetta ancora il
suo artista. Pure in quella materia appena formata vive immortale il suo nero
cherubino.
Nel pozzo de' traditori la vita scende di un grado più giù: l'uomo bestia
diviene l'uomo ghiaccio, l'essere petrificato, il fossile. In questo regresso
dell'inferno, in questo cammino a ritroso dell'umanità siamo giunti a quei
formidabili inizi del genere umano, regno della materia stupida, vuota di
spirito, il puro terrestre, rappresentato ne' giganti, figli della terra, nella
loro lotta contro Giove, natura celeste e spirituale, inferiore di forza fisica,
ma armato del fulmine:
... ... con minaccia
Giove dal cielo ancora, quando tuona
Con questo mito concorda la storia biblica degli angeli ribelli. Qui
all'ingresso trovi i giganti; alla fine Lucifero: mitologia e Bibbia si
mescolano, espressioni della stessa idea. La lotta è finita: i giganti sono
incatenati; Lucifero è immenso e stupido carname, il gradino infimo nella scala
de' demòni. Il gigantesco è la poesia della materia; ma qui, vuoto e inerte, è
prosa. Tra' giganti e Lucifero stanno i dannati fitti nel ghiaccio. Le acque
putride di Malebolge, ventate dalle enormi ali di Lucifero, si agghiacciano,
s'indurano, diventano mare di vetro, di dentro a cui traspariscono come festuche
i traditori contro i congiunti nella Caina, contro la patria nell'Antenora,
contro gli amici nella Tolomea, e contro i benefattori nella Giudecca. La pena è
una, ma graduata secondo il delitto. Il movimento si estingue a poco a poco, la
vita si va petrificando, finchè cessa in tutto la lacrima, la parola e il moto.
L'immagine più schietta di questo mondo cristallizzato è il teschio
dell'arcivescovo Ruggieri, inanimato e immobile sotto i denti di Ugolino.
L'Ugolino è una delle più straordinarie e interessanti fantasie. E per lui
che la vita e la poesia entra in questo mare morto, dove la natura e il demonio
e l'uomo è materia stupida e senza interesse. Come concetto morale, il
tradimento è la colpa più grave; ma qui manca l'organo della colpa: il grido
della coscienza sembra agghiacciato insieme col colpevole. Questo grido può
uscire dal petto concitato di Dante spettatore, come è già avvenuto in
Malebolge, dove l'invettiva di Dante risolve il comico. Qui ci è di meglio. Tra
questi esseri petrificati Dante gitta il suo Ugolino, ghiacciato con gli altri,
come traditore egli pure, ma col capo sul capo di Ruggieri, perchè insieme egli
è il suo tradito e il suo carnefice. È la vittima che qui alza il grido contro
il traditore, e gli sta eternamente co' denti sul capo, saziando in quello il
suo odio, istrumento inconscio della vendetta di Dio. Così è nato l'Ugolino, il
personaggio più ricco, più moderno, più popolare di Dante dove l'analisi è più
profonda e più sviluppata, nelle sue straordinarie proporzioni così umano e
vero.
Prendete ora una carta topografica dell'inferno, e guardate questa
piramide capovolta, a forma d'imbuto. Vedete l'immensa base alla cima, senza
figura altra che di cerchi, fra le tenebre eterne; e poi quei cerchi prendon
figura di città rosseggiante di fiamme, e la città di bolgia putrida e
puzzolenta, e la bolgia di pozzo entro il quale è petrificata la natura; in cima
l'infinito, alla fine il tristo buco
sopra 'l qual pontan tutte le altre rocce;
e voi avete così l'immagine visibile di questo inferno estetico. Gli è come
nelle rivoluzioni. Nel primo entusiasmo tutto è grande; poi vien fuori il
sanguinario, il feroce, l'orribile, finchè da' più bassi fondi della società
sale su il laido, l'abietto e il plebeo. Questa decomposizione e depravazione
successiva della vita è l'Inferno.
L'Inferno è l'uomo compiutamente realizzato come individuo, nella
pienezza e libertà delle sue forze. E può misurare la grandezza dell'opera, chi
vede gli abbozzi di Dino Compagni, o lo scarno Ezzelino, o le rozze
formazioni de' misteri e delle leggende. L'individuo era ancora astratto e
impigliato nelle formole, nelle allegorie e nell'ascetismo. In quelle vuote
generalità ci è la donna e l'uomo, come genere, come simbolo, come l'anima;
manca l'individuo. E manca tanto, che spesso non ha un nome, ed è la «mia
donna», o «un giovine», «un santo uomo». Non un nome solo era rimasto vivo nel
mondo dell'arte, fra tante liriche e leggende. Dante volea scrivere il mistero
dell'anima; si cacciò tra allegorie e formole, ed ecco uscirgli dalla fantasia
l'individuo, volente e possente, nel rigoglio e nella gioventù della forza,
spezzato il nocciolo dove lo avea chiuso il medio evo. I pittori disegnavano
santi e cupole, i filosofi fantasticavano sull'ente; i lirici platonizzavano,
gli ascetici contemplavano e pregavano: Dante pensava l'inferno; e là, tra'
furori della carne e l'infuriar delle passioni, trovava la stoffa di Adamo,
l'uomo com'è impastato, con la sua grandezza e con la sua miseria, e non
descritto, ma rappresentato e in azione, e non solo ne' suoi atti, ma ne' suoi
motivi più intimi. Così apparvero sull'orizzonte poetico Francesca, Farinata,
Cavalcanti, la Fortuna, Pier delle Vigne, Brunetto, Capaneo, Ulisse, Vanni
Fucci, il «nero cherubino», Nicolò terzo e Ugolino. Tutte le corde del cuore
umano vibrano. Vedi attorno a questa schiera d'immortali, turba infinita di
popolo nella maggior varietà di attitudini, di forme, di sentimenti, di
caratteri, che ti passano avanti, alcuni appena sbozzati, altri numero e nome,
altri segnati in fronte di qualche frase indimenticabile, che li eterna, come
Taide, Mosca, Giasone, Omero, Aristotile, papa Celestino, Bonifazio, Clemente,
Bruto, Bocca degli Abati, Bertram dal Bormio. Nel regno de' morti si sente per
la prima volta la vita nel mondo moderno. Come è bella la luce, il «dolce lome»,
a Cavalcanti! Quanta malinconia è in quella selva de' suicidi, spogliata del
verde! Come è commovente Brunetto, che raccomanda a Dante il suo Tesoro,
e Pier delle Vigne che gli raccomanda la sua memoria! Come ride quel giardino
del peccato innanzi a Francesca! Col vivo sentimento della dolce vita, della
bella natura, è accompagnato il sentimento della famiglia. Quel padre che cade
supino, udendo la morte del figlio, e Ugolino che dannato a morire di fame
guarda nel viso a' figliuoli, e Anselmuccio che gli domanda: - Che hai? - E
Gaddo che gli dice: - Perchè non mi aiuti? - Sono scene solitarie della poesia
italiana. Ciascuno è in una situazione appassionata. I sentimenti spinti alla
punta idealizzano e ingrandiscono gli oggetti. Tutto è colossale, e tutto è
naturale E in mezzo torreggia Dante, il più infernale, il più vivente di tutti,
pietoso, sdegnoso, gentile, crudele, sarcastico, vendicativo, feroce, col suo
elevato sentimento morale col suo culto della grandezza e della scienza anche
nella colpa, coi suo dispregio del vile e dell'ignobile, alto sopra tanta plebe,
così ingegnoso nelle sue vendette, così eloquente nelle sue invettive.
Queste grandi figure, là sul loro piedistallo rigide ed epiche come
statue, attendono l'artista che le prenda per mano e le gitti nel tumulto della
vita e le faccia esseri drammatici. E l'artista non fu un italiano: fu
Shakespeare.
Chi vuole ora concepire il Purgatorio, si metta in quella età della
vita che le passioni si scoloriscono, e l'esperienza e il disinganno tolgono le
illusioni, e scemata la parte attiva e personale, l'uomo si sente generalizzare,
si sente più come genere che come individuo. Spettatore più che attore, la vita
si manifesta in lui non come azione, ma come contemplazione artistica,
filosofica, religiosa. In quella calma delle passioni e de' sensi era posto
l'ideale antico del savio, l'ideale nuovo del santo, fuso insieme in quel
Catone, che Dante chiama nel Convito anima nobilissima e la più perfetta
immagine di Dio in terra. Catone è il savio antico, pinto come i filosofi, con
quella sua lunga barba, in quella calma e gravità della sua decorosa vecchiezza:
degno di tanta riverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.
Ma è qualcosa di più; è il savio battezzato e santificato, con la fronte
radiante, illuminata dalla grazia, sì che pare un sole. Virgilio non comprende
questo savio cristianizzato, e parla al Catone di sua conoscenza, ricordando la
sua virtù, la sua morte per la libertà, la sua Marzia. E il nuovo Catone
risponde: - Marzia, che piacque tanto agli occhi miei, non mi move più; ma se
Donna del cielo ti guida, non ci è mestier lusinga:
basta ben che per lei mi richegge.
Che cosa è il Purgatorio? È il mondo dove questo doppio ideale è
realizzato: il mondo di Catone o della libertà, dove lo spirito si sviluppa
dalla carne e cerca la sua libertà:
Libertà va cercando ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Altro concetto, altra natura, altro uomo, altra forma, altro stile. Non è più
l'Iliade, è l'Odissea, è un nuovo poema. Paragonare Inferno
e Purgatorio e maravigliarsi che qui non sieno le bellezze ammirate colà,
gli è come maravigliarsi che il purgatorio sia purgatorio e non inferno. O, se
pur vogliamo maravigliarci di qualche cosa, maravigliamoci che il poeta abbia
potuto così compiutamente dimenticare l'antico se stesso, le sue abitudini di
concepire, di disporre, di colorire, e seppellito in questo nuovo mondo
ricrearsi l'ingegno e la fantasia a quella immagine, e con tanta spontaneità che
pare non se ne accorga: obblio dell'anima nella cosa, il secreto della vita,
dell'amore e del genio.
L'inferno e il regno della carne, che scende con costante regresso sino a
Lucifero. Il purgatorio e il regno dello spirito, che sale di grado in grado
sino al paradiso. È là che si sviluppa il mistero, la Commedia
dell'anima, la quale dall'estremo del male si riscote e si sente e mediante
l'espiazione e il dolore si purifica e si salva. Onde con senso profondo il
purgatorio esce dall'ultima bolgia infernale, e Lucifero, principe delle
tenebre, e quello stesso per le spalle del quale Dante salendo esce a riveder le
stelle.
Ci è un avanti-purgatorio, dove la carne fa la sua ultima apparizione. Il
suo potere non è più al di dentro: l'anima è già libera; della carne non resta
che la mala abitudine. Gradazione finissima e altamente comica, dalla quale è
uscito l'immortale ritratto di Belacqua, caricatura felicissima nella figura,
ne' movimenti, nelle parole, e tanto più comica quanto più Belacqua si sforza di
rimaner serio, usando un'ironia che si volge contro di lui.
Questo avanti-purgatorio è quasi una transizione tra l'inferno e il
purgatorio: il peccato vi è e non v'è; e ancora nell'abitudine non è più
nell'anima; il demonio ci sta sotto la forma del serpente d'Eva, involto tra
l'erbe e i fiori, cacciato via da due angioli dalle vesti e dalle ali di color
verde, simbolo della speranza. Comparisce per scomparire, quasi per far
testimonianza che se ne va dalla scena per sempre. Innanzi alla porta del
purgatorio scompare il diavolo e muore la carne, e con la carne gran parte di
poesia se ne va.
L'anima non appartiene più alla carne, ma l'ha avuta una volta sua padrona
e se ne ricorda. La carne non è più una realtà, come nell'inferno, ma una
ricordanza. Ne' sette gironi, rispondenti a' sette peccati mortali, le anime
ricordano le colpe per condannarle; ricordano le virtù per compiacersene.
Quel ricordare le colpe non è se non l'inferno che ricomparisce in
purgatorio per esservi giudicato e condannato; quel ricordare le virtù non è se
non il paradiso che preluce in purgatorio per esservi desiderato e vagheggiato:
l'inferno ci sta in rimembranza; il paradiso ci sta in desiderio. Carne e
spirito non sono una realtà: la tirannia della carne è una rimembranza; la
libertà dello spirito è un desiderio.
Poichè la realtà non è più in presenza, ma in immaginazione, essa vi sta
non come azione rappresentata e drammatica, ma come immagine dello spirito, a
quel modo che noi riproduciamo dentro di noi la figura delle cose non presenti,
e pingiamo al di fuori quello spettro della mente. Questa realtà dipinta vien
fuori nelle pareti e ne' bassirilievi del purgatorio. Nell'inferno e nel
paradiso non sono pitture, perchè ivi la realtà è natura vivente, è l'originale,
di cui nel purgatorio hai il ritratto. Inferno e paradiso sono in purgatorio, ma
in pittura, come il passato e l'avvenire delle anime, non presenti agli occhi,
ma all'immaginativa. Quelle pitture sono il loro «memento», lo spettacolo
di quello che furono, di quello che saranno, che le stimola, mette in attività
la loro mente, si che ricordano altri esempli e si affinano, si purgano.
Siamo dunque fuori della vita. Le passioni tornano innanzi alle anime, ma
non sono più le loro passioni, sono fuori di esse, contemplate in sè o in altri
con l'occhio dell'uomo pentito. Anche le virtù sono estrinseche alle anime,
contemplate al di fuori come esempli e ammaestramenti. Le anime sono
spettatrici, contemplanti, non attrici. Passioni buone o cattive non sono in
presenza e in azione, ma sono una visione dello spirito, figurata in intagli e
pitture.
Questa concezione così semplice e vera nella sua profondità è la pittura e
la scoltura, l'arte dello spazio, idealizzata nella parola e fatta poesia.
Perchè il poeta non dipinge, ma descrive il dipinto. La parola non può
riprodurre lo spazio che successivamente, e perciò è inefficace a darti la
figura, come fa il pennello e lo scarpello. Nè Dante si sforza di dipingere,
entrando in una gara assurda col pittore. Ma compie e idealizza il dipinto,
mostrando non la figura, ma la sua espressione e impressione: dinanzi
all'immaginazione la figura diviene mobile, acquista sentimento e parola.
Le aguglie di Traiano in vista si movono al vento; la vedovella è atteggiata di
lagrime e di dolore; nell'attitudine di Maria si legge: «Ecce ancilla
Dei»; l'angiolo intagliato in atto soave non sembrava immagine che tace:
Giurato si saria ch'ei dicesse Ave.
Davide ballando sembra più e meno che re; e gli sta di contro Micol, che
ammirava,
siccome donna dispettosa e trista.
Erano i tempi di Giotto, e parevano maravigliosi quei primi tentativi dell'arte.
Quest'alto ideale pittorico di Dante fa presentire i miracoli del pennello
italiano. Il poeta avea innanzi all'immaginazione figure animate, parlanti,
dipinte da
Colui, che mai non vide cosa nuova,
ben più vivaci che non gliele potevano offrire i suoi contemporanei.
Più in la il dipinto sparisce: senza aiuto di senso, per sua sola virtù, lo
spirito intuisce il bene e il male, ricorda i buoni e i cattivi esempli, vede da
se stesso e in se stesso. La realtà non solo non ha la sua esistenza, come cosa
sensata, il sensibile; ma neppure come figurativa, in pittura; diviene una
visione diretta dello spirito, che opera già libero e astratto dal senso. Nasce
un'altra forma dell'arte, la visione estatica. L'anima vede farsi dentro di sè
una luce improvvisa, nella quale pullulano immagini sopra immagini come bolle
d'acqua che gonfiano e sgonfiano, e l'universo visibile si dilegua innanzi a
questa luce interiore, di modo che il «suono di mille tube» non basterebbe a
rompere la contemplazione. Dante trova forme nuove ed energiche ad esprimere
questo fenomeno. Le immagini «piovono» nell'alta fantasia; la mente è
... ... sì ristretta
dentro di se', che di fuor non venia
cosa che fosse allor da lei ricetta.
L'immaginativa ne «ruba» di fuori, sì
che uom non s'accorge
perchè d'intorno suonin mille tube.
L'anima vòlta in estasi ficca gli occhi nell'immagine con ardente affetto:
come dicesse a Dio: - D'altro non calme -.
Tra queste visioni bellissima è quella del martirio di santo Stefano: un quadro
a contrasto, dove tra la folla inferocita che grida: - Martira, martira -, è la
figura del santo, la persona già aggravata dalla morte e china verso terra, ma
gli occhi al cielo preganti pace e perdono: è il soprastare dell'anima
nell'abbandono del corpo.
Siamo dunque in piena vita contemplativa. Il processo della santificazione
si sviluppa. Nell'inferno i tumulti e le tempeste della vita reale appassionata
dal furore de' sensi: qui entriamo in quel mondo di romiti e di santi, in quel
mondo de' misteri e delle estasi, così popolare, nel mondo di Girolamo, di
Francesco d'Assisi e di Bonaventura, dove la pittura attingea le sue
ispirazioni.
Nella visione estatica lo spirito ha già un primo grado di santificazione,
ha conquistato la sua libertà dal senso, ha già il suo paradiso; ma è un
paradiso interiore, immagine e desiderio, e non sarà realtà, paradiso reale, se
non quando quella luce e quelle immagini, vedute dallo spirito entro di sè,
sieno fuori di sè, sieno cose e non immagini. Il purgatorio è il regno delle
immagini, uno spettro dell'inferno, un simulacro del paradiso.
Nella visione estatica lo spirito è attivo e conscio; nel sogno è passivo
e inconscio: è una forma di visione superiore, non solo senza opera del senso,
ma senza opera dello spirito; è visione divina, prodotta da Dio. Perciò il sogno
anzi che 'l fatto sia, sa le novelle;
e l'anima
alle sue vision quasi è divina.
Nel sogno si rivela il significato delle visioni e delle apparenze del
purgatorio. Che cosa significano quelle pitture e quelle estasi? che cosa è il
purgatorio? È il regno dell'intelletto e del vero, dove il senso è spogliato
delle sue belle e piacevoli apparenze, e mostrato qual'è, brutto e puzzolento.
L'apparenza è una sirena:
Io son - cantava - io son dolce Sirena,
che i marinari in mezzo al mar dismago,
tanto son di piacere a sentir piena.
Ma una donna santa, la Verità, fende i drappi; e la mostra qual femmina balba e
scialba, e mostra il ventre:
quel mi svegliò col puzzo che ne usciva.
Vinto il senso e l'apparenza, si presenta a Dante in sogno l'immagine della
vita, non quale pare, ma qual è, la vera vita a cui sospira e che cerca nel suo
pellegrinaggio. E vede la vita nella prima delle due sue forme, la vita attiva,
lo affaticarsi nelle buone opere per giungere alla beatitudine della vita
contemplativa. La sirena è rozzamente abbozzata: manca a Dante il senso della
voluttà; senti nel verso stesso non so che intralciato e stanco. Lia è una delle
sue più fresche creazioni, personaggio tipico così perfetto nel suo genere, come
la Fortuna. La sua felicità non è ancora beatitudine, come è della suora che
vive guardando Dio, il suo miraglio; ma appunto perciò è più interessante e
poetica, più umana, più vicina a noi questa bella fanciulla, che va tutta lieta
pel prato, e coglie fiori e se ne fa ghirlanda e si mira allo specchio. Tale è
la prima immagine che il giovine incontra sovente ne' suoi sogni!
L'ultima forma sotto la quale si presenta la realtà è la visione
simbolica, dove la forma non significa più se stessa, ma un'altra cosa. Il
purgatorio finisce tra' simboli: è il paradiso che si offre all'anima sotto
figura. Cristo è un grifone, e il carro su cui sta è la Chiesa, e Dante ha una
serie di strane visioni, che rappresentano simbolicamente la storia della
Chiesa.
Così la realtà corpulenta e tempestosa dell'inferno si va diradando e
sottilizzando per trasformarsi nella vera realtà, lo spirito o il paradiso.
Questo processo di carne a spirito è il purgatorio, dove la forma diviene
pittura, estasi, sogno, simbolo. Il simbolo già non è più forma, ma puro
spirito, lavoro intellettuale. Sotto la figura ci è la nuova e vera realtà,
pronta a svilupparsene e comparire essa direttamente.
L'uomo del purgatorio ha i sentimenti conformi a questo stato dell'anima.
Il suo carattere è la calma interiore, assai simile alla tranquilla gioia
dell'uomo virtuoso, che nella miseria terrena sulle ali della fede e della
speranza alza lo spirito al paradiso. Le ombre sono contente nel fuoco, gli
affetti hanno dolci e temperati, il desiderio puro d'inquietudine e
d'impazienza. Ne nasce un mondo idillico, che ricorda l'età dell'oro, dove tutto
è pace e affetto, e dove si manifestano con effusione le pure gioie dell'arte, i
dolci sentimenti dell'amicizia. In questo mondo di pitture e scolture Dante si è
coronato di artisti: Casella, Sordello, Guido Guinicelli, Buonagiunta da Lucca,
Arnaldo Daniello, Oderisi, Stazio, e ne ha cavato episodi commoventi, che fanno
vibrare le fibre più delicate del cuore umano. Ricorderò il suo incontro con
Casella, e il ritratto di Sordello, e i cari ragionamenti dell'arte con
Guinicelli e Buonagiunta, e l'incontro di Stazio e Virgilio. È un lato della
vita nuovo, pur così vero in tempi che la vita intima della famiglia, dell'arte
e dell'amicizia era un rifugio e quasi un asilo fra le tempeste della vita
pubblica. Come tocca il core l'amicizia di Dante e di Forese, fratello di Corso
Donati, il principale nemico di Dante, e quel domandar ch'egli fa di Piccarda! I
movimenti improvvisi dell'affetto e della maraviglia sono colti con tanta
felicità, che rimangono anche oggi vivi nel popolo, come è l'«o» lungo e roco
delle anime che veggon l'ombra di Dante, o il paragone delle pecorelle, e la
calma di Sordello,
a guisa di leon quando si posa,
mutata subito in un sì vivace impeto di affetti, e Stazio che corre incontro a
Virgilio per abbracciarlo, obliando di essere un'ombra, e il cerchio dell'anime
intorno a Dante,
quasi obliando d'ire a farsi belle,
e Casella che se ne spicca e si gitta tra le braccia di Dante:
Oh ombre vane, fuor che nell'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
Questa intimità, questo tenere nel cuore un cantuccio chiuso al mondo, riservato
alla famiglia, agli amici, all'arte, alla natura, quasi tempio domestico,
impenetrabile a' profani, è il mondo rappresentato nel Purgatorio. Le
ricordanze de' casi anche più tristi sono pure di amarezza, raddolcite dalle
speranze dell'ultimo giorno. Manfredi non ha una ingiuria per i suoi nemici,
chiede perdono, ed ha già perdonato.
Io mi rendei
piangendo a quei che volentier perdona.
Buonconte di Montefeltro racconta le circostanze più strazianti della sua morte
con una calma e una serenità, che diresti indifferenza, se non te ne rivelasse
il secreto il sentimento espresso in questi versi:
Qui vi perdei la vista
nel nome di Maria finio, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
Ciascuno ha conservato in quel cantuccio del cuore il suo tempio domestico.
Ciascuno vuol essere ricordato a' suoi diletti. Come è caro quel Forese con quel
«Nella mia»,
la vedovella mia che tanto amai!
E Buonconte ricorda la sua Giovanna e gli altri che si sono dimenticati di lui,
e Manfredi vuol essere ricordato a Costanza, e Iacopo a' suoi fanesi, che
pregassero per lui: la sola Pia non ha alcun nome nel suo santuario domestico, e
non ha che Dante che possa ricordarsi di lei:
ricordati di me, che son la Pia.
Questo mondo così affettuoso è penetrato di malinconia: sentimento nuovo, che
avrà tanta parte nella poesia moderna, e generato qui, nel Purgatorio.
Questo sentimento ti prende a udir la Pia, così delicata nella solitudine del
suo cuore; eppure non era sola, e ricorda la gemma, pegno d'amore. La tenerezza
e delicatezza de' sentimenti dispone l'animo alla malinconia: perchè malinconia
non è se non dolce dolore, dolore raddolcito da immagini care e tenere. Richiede
perciò anime raccolte che vivano in fantasia, sieno «pensose», non distratte dal
mondo, chiuse nella loro intimità La malinconia è il frutto più delicato di
questo mondo intimo. Come ti va al core quell'ora che incomincia i tristi lai la
rondinella, presso alla mattina, e quella squilla di lontano,
che pare il giorno pianger che si more,
e quell'ora della sera che i naviganti partono e s'inteneriscono pensando
lo dì c'han detto a' dolci amici: addio!
Qui Dante gitta via l'astronomia, che rende spesso così aride le sue albe e le
sue primavere, e rende tutte le dolcezze di una natura malinconica. Tra le scene
più intime, più penetrate di malinconia, è il suo incontro con Casella.
Cominciano espansioni di affetto. Nel primo impeto corrono ad abbracciarsi.
Casella dice:
Così com'io t'amai
nel mortal corpo, così t'amo sciolta.
Dante risponde: - Casella mio! - e lo prega a voler cantare, come faceva in
vita, che col canto gli acquietava l'anima, e ora l'anima sua è così affannata.
E Casella canta una poesia di Dante, e Dante e Virgilio e le anime fanno
cerchio, rapite, dimentiche del purgatorio, sgridate da Catone. Ma se Catone non
perdona, perdonano le muse. Quest'oblio del purgatorio, questa musica che ci
riconduce alle care memorie della vita, la terra che scende nell'altro mondo e
si impossessa delle anime, sì che obliano di essere ombre e vogliono abbracciare
gli amici e pendono dalla bocca di Casella, questo è poesia. Ci si sente qua
dentro la malinconia dell'esilio, l'uomo che giovine ancora desiderava con la
sua Bice e i suoi amici e le loro donne ritrarsi in un'isola e farne il
santuario dei suoi affetti e obliarvi il mondo.
E c'è la malinconia propria del purgatorio, quel vedere di là con mutati
occhi le grandezze e gli affetti terreni, quel disabbellirsi della vita, quel
cadere di tutte le illusioni:
Non è il mondan rumore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci ed or vien quindi,
e muta nome perchè muta lato.
Una delle figure più interessanti è Adriano. All'ultimo della grandezza dice:
Vidi che lì non si quetava il core,
ne più salir poteasi in quella vita;
per che di questa in me s'accese amore.
Questo papa disilluso ha lunga e mala parentela, e sono tutti morti per lui,
eccetto la buona Alagia:
E questa sola m'è di la rimasa.
Quest'ultimo verso è pregno di malinconia.
Questa calma filosofica, che fa guardare dall'alto del purgatorio la vita e ne
scopre il vano e il nulla, restringe il circolo della personalità e della realtà
terrena. Gli individui appariscono e spariscono, appena disegnati; hanno la
bellezza, ma anche la monotonia e l'immobilità della calma. Sono uomini che
discutono e conversano in una sala, più che uomini agitati e appassionati. I
grandi individui storici, le grandi creature della fantasia scompariscono.
Più che negli individui la vita si manifesta nei gruppi: la vita qui è
meno individuo che genere. La comune anima ha la sua espressione nel canto.
Nell'inferno non ci son cori; perchè non vi è l'unità dell'amore. L'odio è
solitario; l'amore è simpatia e armonia; la musica e il canto conseguono i loro
effetti nella misurata varietà delle voci e degl'istrumenti. Qui le anime sono
esseri musicali, che escono dalla loro coscienza individuale, assorte in uno
stesso spirito di carità:
Una parola era in tutto e un modo,
sì che parea tra esse ogni concordia.
Le anime compariscono a gruppi e cantano salmi e inni, espressione varia di
dolore, di speranza, di preghiera, di letizia, di lodi al Signore. Quando
giungono al purgatorio, le odi cantare: «In exitu Israel de Aegypto».
Giungono nella valle, ed ecco intonare il Salve Regina. La sera odi l'inno:
«Te lucis ante terminum Rerum creator poscimus». Entrando nel
purgatorio, risuona il Te Deum. Sono i salmi e gl'inni della Chiesa,
cantati secondo le varie occasioni, e di cui il poeta dice le prime parole. Ti
par d'essere in chiesa e udir cantare i fedeli. Quei canti latini erano allora
nella bocca di tutti, erano cantati da tutti in chiesa; il primo verso bastava a
ricordarli. Il poeta ha creduto bastar questo ad accendere ne' petti
l'entusiasmo religioso. E forse bastava allora, quando quei versi suscitavano
tante rimembranze e immagini della vita religiosa. La poesia qui non è nella
rappresentazione, ma in quei lettori e in quei tempi. Un nome, una parola basta
in certi tempi a produrre tutto l'effetto: con quei tempi se ne va la loro
poesia, e restano cosa morta. Molte parti del poema dantesco, aride liste di
nomi e di fatti, soprattutto le allusioni politiche, allora così vive, oggi son
morte. E tutta questa lirica del purgatorio è cosa morta. Perchè Dante non crea
dal suo seno quei sentimenti, ma li trova belli e scritti ne' canti latini, e si
contenta di dirne le prime parole. Pure, la situazione delle anime purganti è
altamente lirica; la loro personalità non è individuale, ma collettiva, e
l'espressione di quella comune anima svegliatasi in loro è l'onda canora de'
sentimenti. Qui mancò la vena e la forza al gran poeta, e si rimise a Davide di
quello ch'era suo compito. Più che visioni e simboli e dipinti, la vita del
purgatorio era questa effusione lirica di dolore, di speranza, di amore, di
quell'incendio interiore che rende le anime affettuose, concordi in uno stesso
spirito di carità. Ha saputo così ben dipingerle queste anime ardenti, che
s'incontrano, si baciano e vanno innanzi, tirate su verso il cielo!
Li veggio d'ogni parte farsi presta
ciascun'ombra, e baciarsi una con una,
senza restar, contente a breve feste.
Così per entro loro schiera bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spiar lor via e lor fortuna.
E che poteva e sapeva con pari felicità esprimere i loro sentimenti, non solo il
vago e l'indeterminato, ma anche il proprio e il successivo, ed essere il Davide
del suo purgatorio, lo mostra il suo «paternostro», rimaso canto solitario.
Le fuggitive apparizioni degli angeli sono quasi immagine anticipata del
paradiso nel luogo della speranza. In essi non e alcuna subbiettività: sono
forme eteree vestite di luce, fluttuanti come le mistiche visioni dell'estasi, e
nondimeno ciascuna con propria apparenza e attitudine.
Tal che parea beato per iscritto...
Verdi come fogliette pur mo' nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate...
Ben discernea in lor la testa bionda,
ma nelle facce l'occhio si smarria,
come virtù ch'a troppo si confonda...
A noi venìa la creatura bella,
bianco vestita, e nella faccia quale
par tremolando mattutina stella.
Molto per la pittura, poco per la poesia. Manca la parola, manca la personalità.
Ci è il corpo dell'angiolo; non ci è l'angiolo. Nelle dolci note, tra quelle
forme d'angioli, l'anima s'infutura, «gusta le primizie del piacere eterno». Di
che prende qualità la natura del purgatorio, una montagna, scala al paradiso, in
principio faticosa a salire:
E quanto uom più va su, e men fa male.
Però quando ella ti parrà soave
tanto che il su andar ti sia leggiero,
com'a seconda in giuso l'andar con nave,
allor sarai al fin d'esto sentiero.
Il luogo è rallegrato da luce non propria, ma riflessa dal sole e dalle stelle,
che sono il paradiso dantesco. La prima impressione della luce, uscendo
dall'inferno, cava a Dante questa bella immagine:
Dolce color d'oriental zaffiro
che s'accoglieva nel sereno aspetto
dell'aer puro infino al primo giro,
agli occhi miei ricomincio diletto.
La natura è l'accordo musicale e la voce di quel di dentro: qui natura, angeli e
anime sono un solo canto, un solo universo lirico. Scena stupenda è nel canto
settimo, maravigliosa consonanza tra le ombre sedute, quete, che cantano
«Salve Regina», e la vista allegra del seno erboso e fiorito dove stanno:
Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavità di mille odori
vi faceva un incognito indistinto.
«Salve Regina» in sul verde e in su' fiori
quindi seder, cantando, anime vidi.
Le anime piangono e cantano, e il luogo alpestre è lieto di apriche valli e di
campi odorati: il quale contrasto ha termine, quando l'anima si leva con libera
volontà a miglior soglia, tolte le «schiume della coscienza», con pura letizia.
Così come nell'inferno si scende sino al pozzo ghiacciato della morte, nel
purgatorio si sale sino al paradiso terrestre, immagine terrena del paradiso,
dove l'anima è monda del peccato o della carne, e rifatta bella e innocente.
Tutto è qui che alletti lo sguardo e lusinghi l'immaginazione: riso di cielo,
canti di uccelli, vaghezza di fiori, e tremolar di fronde e mormorare di acque,
descritto con dolcezza e melodia, ma insieme con tale austera misura, che non dà
luogo a mollezza ed ebbrezza di sensi, nè il diletto turba la calma.
Il purgatorio è il centro di questo mistero o commedia dell'anima; è qua
che il nodo si scioglie. Dante, più che spettatore è attore. Uscito
dall'inferno, appena all'ingresso del purgatorio l'angiolo incide sulla sua
fronte sette «P», che sono i sette peccati mortali, che si purgano ne' sette
gironi. Da un girone all'altro una «P» scomparisce dalla fronte, finchè van via
tutte, e puro e rinnovellato giunge al paradiso terrestre. Passa da uno stato
nell'altro in sonno, cioè a dire per virtù della grazia, senza sua coscienza. È
Lucia, «nemica di ciascun crudele», che lo piglia dormente e sognante, e lo
conduce in purgatorio. Così la storia intima dell'anima, i suoi errori, le
passioni, i traviamenti, i pentimenti, sono storia esterna e simbolica: il
dramma è strozzato nella sua culla. La crisi del dramma, il punto in cui il nodo
si scioglie, e il pentimento, l'anima che si riconosce, e caccia via da sè il
peccato, e si pente e si vergogna e ne fa confessione. A questo punto il dramma
si fa umano, e ciò che avrebbe potuto far Dante, si vede da quello che ha fatto
qui; ma una storia intima, personale, drammatica dell'anima, com'è il
Faust, non era possibile in tempi ancora epici, simbolici, mistici e
scolastici.
Qui tutt'i personaggi del dramma si trovano a fronte. Di qua Dante,
Virgilio, Stazio; di là Beatrice con gli angeli; in mezzo e il rio che li
divide, bipartito in due fiumi, Lete, l'obblio, ed Eunoè, la forza. Nell'uno
l'anima si spoglia della scoria del passato; nell'altra attinge virtù di salire
alle stelle.
L'alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Lete si passasse, e tal vivanda
fosse gustata senza alcuno scotto
di pentimento che lagrime spanda.
Di là è Matilde, che tuffa le anime, pagato lo scotto del pentimento, e le passa
all'altra riva, rifatte nell'antico stato d'innocenza. E lo specchio dell'anima
rinnovellata è Matilde, che danza e sceglie fiori, in sembianza ancora umana,
celeste creatura, con l'ingenua giocondità di fanciulla, con la leggerezza di
una silfide, col pudico sguardo di vergine, il viso radiante di luce. Tale era
Lia, affacciatasi al poeta in sogno, il presentimento di Matilde, il nunzio del
paradiso terrestre.
La scena dove questo mistero dell'anima si scioglie ha le sacre e
venerabili apparenze di un mistero liturgico, una di quelle sacre
rappresentazioni che si facevano durante le processioni. Vedi una Chiesa animata
e ambulante in processione: sette candelabri, che a distanza parevano sette
alberi d'oro, e dietro gente vestita di bianco che canta «Osanna», e le
fiammelle lasciano dietro di sè lunghe liste lucenti, e sotto questo cielo di
luce sfila la processione. Ecco a due a due i profeti e i patriarchi dell'antico
Testamento, sono ventiquattro seniori coronati di giglio:
Tutti cantavan: - Benedetta tue
nelle figlie di Adamo, e benedette
sieno in eterno le bellezze tue. -
Segue la Chiesa in figura di carro trionfale, a due ruote (i due testamenti),
tra quattro animali (i quattro vangeli), tirato da un grifone, simbolo di
Cristo; a destra Fede, Speranza e Carità; a sinistra Prudenza, Giustizia,
Fortezza e Temperanza, vestite di porpora; dietro due vecchi, san Luca e san
Paolo, e dietro a loro, quattro in umile paruta, forse gli scrittori
dell'Epistole, e solo e dormente san Giovanni dall'Apocalisse:
E diretro da tutti un veglio solo
venir dormendo con la faccia arguta.
Si ode un tuono. La processione si ferma. Comincia la rappresentazione. Virgilio
guarda attonito, non meno che Dante. Il senso di quella processione allegorica
gli sfugge. La missione del savio pagano è finita. Hai innanzi la dottrina
nuova, la Chiesa di Cristo co' suoi profeti e patriarchi, co' suoi evangelisti e
apostoli, co' suoi libri santi.
Fermata la processione, uno canta e gli altri ripetono: «Veni sponsa,
de Libano», e sul carro si leva moltitudine di angioli che cantano e gittano
fiori.
Tutti dicean: - Benedictus qui venis
e fior gittando di sopra e dintorno
manibus o date lilia plenis. -
Tra questa nuvola di fiori appare donna sovra candido velo, cinta d'oliva, sotto
verde manto, vestita di colore di fiamma; appare come la Madonna nelle
processioni, sotto i fiori che le gittano dalle finestre i fedeli. Dante non la
vede, ma la sente: è Beatrice.
Quest'apoteosi di Beatrice, questo primo apparire della sua donna ancora
velata fra tanta gloria, scioglie l'immaginazione dalla rigidità de' simboli e
de' riti, e le dà le libere ali dell'arte. Il dramma si fa umano; spuntano le
immagini e i sentimenti:
Io vidi già nel cominciar del giorno
le parte oriental tutta rosata,
e l'altro ciel di bel sereno adorno
e la faccia del sol nascere ombrata
sì chè per temperanza di vapori
l'occhio la sostenea lunga fiata.
Così dentro una nuvola di fiori,
che dalle mani angeliche saliva
e ricadeva giù dentro e di fuori,
sovra candido vel, cinta di oliva
donna m'apparve sotto il verde manto
vestita di color di fiamma viva.
L'apparire di Beatrice è lo sparire di Virgilio. Qui l'astrattezza del simbolo è
superata. Ti senti innanzi ad un'anima d'uomo. Quella donna è la sua Beatrice,
l'amore della sua prima giovinezza; e Virgilio e il dolcissimo padre che
sparisce, quando più ne aveva bisogno, quando era proprio come un fantolino in
paura che si volge alla mamma; e si volge, e non lo vede più, e lo chiama tre
volte per nome nella mente sbigottita. Il mistero liturgico si trasforma in un
dramma moderno:
E lo spirito mio che già cotanto
tempo era stato ch'alla sua presenza
non era di stupor tremando affranto,
senza dagli occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d'antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che nella vista mi percosse
l'alta virtù che già m'avea trafitto
prima ch'io fuor di puerizia fosse,
volsimi alla sinistra, col respitto
col quale il fantolin corre alla mamma,
quando ha paura o quando egli è afflitto,
per dicer a Virgilio: - Men che dramma
di sangue m'è rimaso, che non tremi;
conosco i segni dell'antica fiamma -.
Ma Virgilio ne avea lasciati scemi
di sè; Virgilio dolcissimo padre,
Virgilio, a cui per mia salute dièmi.
Dal pianto di Dante esce un felicissimo passaggio per introdurre in iscena
Beatrice:
Dante, perchè Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora,
che pianger ti convien per altra spada.
Gli occhi di Dante sono là verso la donna, che lo chiama per nome:
Guardami ben: ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d'accedere al monte?
Non sapei tu che qui l'uomo è felice?
E gli occhi cadono nella fontana, e non sostenendo la propria vista, cadono
sull'erba:
Gli occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, io trassi all'erba:
tanta vergogna mi gravò la fronte.
Qui è la prima volta e sola che un'azione è rappresentata nel suo cammino
e nel suo svolgimento, come in un mistero, e Dante vi rivela un ingegno
drammatico superiore. I più intimi e rapidi movimenti dell'animo scappan fuori;
i due attori, Dante e Beatrice, vi sono perfettamente disegnati; gli angioli
fanno coro e intervengono. La scena è rapida, calda, piena di movimenti e di
gradazioni fini e profonde. La vergogna di Dante senza lacrime e sospiri giunge
a poco a poco sino al pianto dirotto. Dapprima sta li più attonito che compunto,
ma quando gli angioli nel loro canto hanno aria di compatirgli, come se
dicessero: «Donna, perchè sì lo stempre?» scoppia il pianto. Quello che non potè
il rimprovero, ottiene il compatimento. Gradazione vera e profonda e
rappresentata con rara evidenza d'immagine. Instando Beatrice: - Di' di', se
questo è vero -, tra confusione e vergogna, esitando e incalzato gli esce un
tale «sì» dalla bocca, che si poteva vedere, ma non udire:
al quale intender fur mestier le viste.
I sentimenti dell'animo scoppiano con tanta ingenuità e naturalezza, che
rasentano il grottesco; quando Beatrice dice: «Alza la barba», il nostro dottore
con linguaggio della scuola riflette:
e quando per la «barba» il «viso» chiese,
ben conobbi 'l velen dell'argomento.
Il berretto dottorale spunta tutto ad un tratto sul capo di Dante fra le lacrime
e i sospiri, e dà a questa magnifica storia del cuore un colorito locale.
Queste gradazioni corrispondono alle parole di Beatrice. Qui non ci è
dialogo: è lei che parla: le risposte di Dante sono le sue emozioni. Pure non ci
è monotonia, ne declamazione: tutto esce da una situazione vera e finamente
analizzata. «Regalmente proterva», la sua severità è raddolcita poi dal canto
degli angioli. Beatrice non parla più a Dante: parla agli angioli, e narra loro
la storia di Dante. La situazione diviene meno appassionata, ma più elevata: mai
la poesia non s'era alzata a un linguaggio sì nobile; lo spiritualismo cristiano
trovava la sua musa:
Quando di carne a spirto era salita
e bellezza e virtù cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita:
e torse i passi suoi per via non vera,
immagini di ben seguendo false,
che nulla promission rendono intera.
Poi si volta a Dante, e il discorso diviene personale, stringente, implacabile
nella sua logica. E una sola idea sotto varie forme, ostinata, insistente, che
vuole da Dante una risposta. - Sei uomo, hai la barba: come potesti preferire a
me le cose fallaci della terra,
o pargoletta,
o altra vanità per sì breve uso?
- E quando Dante potè formare la voce, viene la risposta:
... ... Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che 'l vostro viso si nascose.
Come si vede, è l'antica lotta tra il senso e la ragione che qui ha il suo
termine; è la vita tragica dell'anima fra gli errori e le battaglie del senso,
che qui si scioglie in commedia, cioè in lieto fine, con la vittoria dello
spirito. L'idea è più che trasparente, è manifestata direttamente nel suo
linguaggio teologico. Ma l'idea e calata nella realtà della vita e produce una
vera scena drammatica, con tale fusione di terreno e di celeste, di passione e
di ragione, di concreto e di astratto, che vi trovi la stoffa da cui dovea
sorgere più tardi il dramma spagnuolo.
Dante, pentito, tuffato nel fiume Lete, e menato a Beatrice dalle virtù,
sue ancelle:
Noi sem qui ninfe; e nel ciel semo stelle.
Pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
Menrenti agli occhi suoi...
E Beatrice gli svela la sua faccia. Non è poesia che possa rendere quello che
Dante vede, quello che sente:
O isplendor di viva luce eterna,
chi pallido si fece sotto l'ombra
sì di Parnasso, e bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te, qual tu paresti,
là, dove armonizzando il ciel ti adombra,
quando nell'aere aperto ti solvesti?
Compiuta la rappresentazione, ricomincia la processione sino all'albero della
vita, dove, antitesi a questa Chiesa gloriosa di Cristo, apparisce in visione
allegorica la Chiesa terrena, trafitta dall'impero, travagliata dall'eresia,
corrotta dal dono di Costantino, smembrata da Maometto, e in ultimo meretrice
fra le braccia del re di Francia. Concetto stupendo, questo apparire della vita
terrena nell'ultimo del purgatorio, germogliata dall'albero infausto del peccato
di Adamo. Il terreno apparisce quando ci si dilegua per sempre dinanzi, non solo
in realtà, ma in ricordanza. Siamo già alla soglia del paradiso.
Così finisce questa processione dantesca, una delle concezioni più
grandiose del poema, anzi in sè sola tutto un poema, dove ci vediamo sfilare
davanti tutt'i grandi personaggi della Chiesa celeste, immagine anticipata del
regno di Dio, un'apoteosi del cristianesimo, entro di cui si rappresenta il più
alto mistero liturgico, la Commedia dell'anima.
Questa processione dove far molta impressione in quei tempi delle
processioni, de' misteri e delle allegorie, quando gli angeli, le virtù e i
vizi, e Cristo e Dio stesso entravano in iscena. Ma è appunto questo carattere
liturgico e simbolico, che qui scema in gran parte la bellezza della poesia.
Questo difetto nuoce soprattutto nella rappresentazione della Chiesa terrena,
dove l'aquila, la volpe, e il drago e il gigante e la meretrice rimpiccoliscono
un concetto così magnifico, una storia così interessante.
Lo stesso contrasto si affaccia a Dante, quando il mantovano Sordello,
sentendo Virgilio esser di Mantova, esce dalla sua calma di leone:
O mantovano, io son Sordello.
della tua terra. - E l'un l'altro abbracciava.
E Dante pensa alla sua Firenze, dove
... ... l'un l'altro si rode
di quei che un muro e una fossa serra.
Qui non è impigliato nelle allegorie. Scoppia il contrasto impetuoso, eloquente,
e n'esce una poesia tutta cose, dove si riflettono i più diversi movimenti
dell'animo, il dolore, lo sdegno, la pietà, l'ironia, una calma tristezza.
Il Purgatorio è il dolce rifugio della vecchiezza. Quando la vita
si disabbella a' nostri sguardi, quando le volgiamo le spalle e ci chiudiamo
nella santità degli affetti domestici tra la famiglia e gli amici, nelle opere
dell'arte e del pensiero, il Purgatorio ci s'illumina di viva luce e
diviene il nostro libro, e ci scopriamo molte delicate bellezze, una gran parte
di noi. Fu il libro di Lamennais, di Balbo, di Schlosser.
Viene il Paradiso. Altro concetto, altra vita, altre forme.
Il paradiso e il regno dello spirito, venuto a libertà, emancipato dalla
carne o dal senso, perciò il soprasensibile, o come dice Dante, il trasumanare,
il di la dall'umano. È quel regno della filosofia che Dante volea realizzare in
terra, il regno della pace, dove intelletto, amore e atto sono una cosa. Amore
conduce lo spirito al supremo intelletto, e il supremo intelletto è insieme
supremo atto. La triade è insieme unità. Quando l'uomo è alzato dall'amore fino
a Dio, hai la congiunzione dell'umano e del divino, il sommo bene, il paradiso.
Questo ascetismo o misticismo non è dottrina astratta, è una forma della vita
umana. Ci è nel nostro spirito un di là, ciò che dicesi il sentimento
dell'infinito, la cui esistenza si rivela più chiaramente alle nature elevate.
L'arte antica avea materializzato questo di là, umanando il cielo, e la
filosofia partendo dalle più diverse direzioni era giunta a questa conclusione
pratica, che l'ideale della saggezza, e perciò della felicità, è posto nella
eguaglianza dell'animo, ciò che dicevasi «apatia», affrancamento dalle passioni
e dalla carne: pagana tranquillità, che vedi nelle figure quiete e serene e
semplici dell'arte greca.
Questa calma filosofica trovi nelle figure eroiche del limbo:
Sembianza avevan ne' trista ne' lieta...
Parlavan rado, con passi soavi
Virgilio n'è il tipo più puro, le cui impressioni vanno di rado al di là di un
sospiro, o di un movimento tosto represso. Questa calma è la fisonomia del
purgatorio, il carattere più spiccato di quelle anime, dove l'aspirazione al
cielo è senza inquietudine, sicure di salirvi quandochessia. Ma già in quelle
anime penetra un elemento nuovo, l'estasi, il rapimento, la contemplazione; ci
sta Catone, ma irradiato di luce.
Col cristianesimo s'era restaurato nello spirito questo inquieto di là, e
divenne in breve molta parte della vita, anzi la principale occupazione della
vita. E si sviluppò un'arte e una letteratura conforme. Chi vede gli ammirabili
mosaici del paradiso sotto le cupole di San Marco e di San Giovanni Laterano, o
le facce estatiche de' santi consumate dal fervore divino ha innanzi stampato il
tipo di questo uomo nuovo. Quel di là, il celeste, il divino, appare su quelle
facce, come appare nella Città di Dio di santo Agostino e nella Dieta
salutis di san Bonaventura. A questa immagine avea composta la sua
Gerusalemme celeste frate Giacomino da Verona nel secolo decimoterzo.
Questo di là, intravveduto nelle estasi, ne' sogni, nelle visioni nelle
allegorie del purgatorio, eccolo qui nella sua sostanza, è il paradiso. Il quale
intravveduto nella vita ha una forma, e può essere arte; ma non si concepisce
come, veduto ora nella sua purezza, come regno dello spirito, possa avere una
rappresentazione. Il paradiso può essere un canto lirico, che contenga. non la
descrizione di cosa che è al di sopra della forma, ma la vaga aspirazione
dell'anima a «non so che divino», ed anche allora l'obietto del desiderio, pur
rimanendo «un incognito indistinto», riceve la sua bellezza da immagini terrene,
come nell'Aspirazione e nel Pellegrino di Schiller, e in questi
bei versi del Purgatorio, imitati dal Tasso:
Chiamavi il cielo e intorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze eterne.
Per rendere artistico il paradiso, Dante ha immaginato un paradiso umano,
accessibile al senso e all'immaginazione. In paradiso non c'è canto, e non luce
e non riso; ma essendo Dante spettatore terreno del paradiso, lo vede sotto
forme terrene:
Per questo la Scrittura condescende
a vostra facultade, e mani e piedi
attribuisce a Dio ed altro intende.
Così Dante ha potuto conciliare la teologia e l'arte. Il paradiso teologico è
spirito, fuori del senso e dell'immaginazione, e dell'intelletto; Dante gli dà
parvenza umana e lo rende sensibile ed intelligibile. Le anime ridono, cantano,
ragionano come uomini. Questo rende il paradiso accessibile all'arte.
Siamo all'ultima dissoluzione della forma. Corpulenta e materiale
nell'Inferno, pittorica e fantastica nel Purgatorio, qui è lirica
e musicale, immediata parvenza dello spirito, assoluta luce senza contenuto,
fascia e cerchio dello spirito, non esso spirito. Il purgatorio, come la terra,
riceve la luce dal sole e dalle stelle, e queste l'hanno immediatamente da Dio,
sicchè le anime purganti, come gli uomini, veggono il sole, e nel sole
intravvedono Dio, offertosi già alla fantasia popolare come emanazione di luce;
ma i beati intuiscono Dio direttamente per la luce che move da lui senza mezzo:
lume che a lui veder ne condiziona.
Adunque il paradiso e la più spirituale manifestazione di Dio; e perciò di tutte
le forme non rimane altro che luce, di tutti gli affetti non altro che amore, di
tutt'i sentimenti non altro che beatitudine, di tutti gli atti non altro che
contemplazione. Amore, beatitudine, contemplazione prendono anche forma di luce;
gli spiriti si scaldano ai raggi d'amore; la beatitudine o letizia sfavilla
negli occhi e fiammeggia nel riso; e la verità è siccome in uno specchio dipinta
nel cospetto eterno:
Luce intellettual piena d'amore,
amor di vero ben pien di letizia,
letizia che trascende ogni dolzore.
Gli affetti e i pensieri delle anime si manifestano con la luce; l'ira di san
Pietro fa trascolorare tutto il paradiso.
Il paradiso ha ancora la sua storia e il suo progresso, come l'inferno e
il purgatorio. È una progressiva manifestazione dello spirito o di Dio in una
forma sempre più sottile sino al suo compiuto sparire, manifestazione ascendente
di Dio che risponde a' diversi ordini o gradi di virtù. Sali di stella in
stella, come di virtù in virtù, sino al cielo empireo, soggiorno di Dio.
Ad esprimere queste gradazioni, unica forma è la luce. Perciò non hai qui,
come nell'inferno o nel purgatorio, differenze qualitative, ma unicamente
quantitative, un più e un meno. Prima la luce non è così viva che celi la faccia
umana; più si sale e più la luce occulta le forme come in un santuario. Come è
la luce, così è il riso di Beatrice, un «crescendo» superiore ad ogni
determinazione; la fantasia, formando, non può seguire l'intelletto, che
distingue. Bene il poeta vi adopera l'estremo del suo ingegno, conscio della
grandezza e difficoltà dell'impresa:
L'acqua ch'io prendo giammai non si corse.
Minerva spira e conducemi Apollo,
e nove Muse mi dimostran l'Orse.
Dapprima caldo di questo mondo, sua fattura, allettato dalla novità o dal
maraviglioso de' fenomeni che gli si affacciano, le immagini gli escono vivaci,
peregrine; poi quasi stanco diviene arido e dà in sottigliezze; ma lo vedi
rilevarsi e poggiare più e più a inarrivabile altezza, sereno, estatico: diresti
che la difficoltà lo alletti, la novità lo rinfranchi, l'infinito lo esalti.
Il paradiso propriamente detto è il cielo empireo, immobile e che tutto
move, centro dell'universo. Ivi sono gli spiriti, ma secondo i gradi de' loro
meriti e della loro beatitudine appariscono ne' nove cieli che girano intorno
alla terra, la luna, Mercurio, Venere, il sole, Marte, Giove, Saturno, le stelle
fisse e il primo mobile. Ne' primi sette cieli, che sono i sette pianeti, ti sta
avanti tutta la vita terrena. La luna è una specie di avanti-paradiso. I
negligenti aprono l'inferno e il purgatorio, e aprono anche il paradiso. E i
negligenti del paradiso sono i manchevoli non per volontà propria, ma per
violenza altrui. Il loro merito non è pieno, perchè mancò loro quella forza di
volontà che tenne Lorenzo sulla grata e fe' Muzio severo alla sua mano. Perciò
in loro rimane ancora un vestigio della terra: la faccia umana. In Mercurio,
Venere, il sole, Marte, Giove hai le glorie della vita attiva, i legislatori,
gli amanti, i dottori, i martiri, i giusti. In Saturno hai la corona e la
perfezione della vita, i contemplanti. Percorsi i diversi gradi di virtù,
comincia il tripudio, o come dice il poeta, il trionfo della beatitudine. Ed hai
nelle stelle fisse il trionfo di Cristo, nel primo mobile il trionfo degli
angioli, e nell'empireo la visione di Dio, la congiunzione dell'umano e del
divino, dove s'acqueta il desiderio. Questa storia del paradiso secondo i
diversi gradi di beatitudine ha la sua forma ne' diversi gradi di luce.
La luce, veste e fascia delle anime, è la sola superstite di tutte le
forme terrene, e non è vera forma, ma semplice parvenza e illusione dell'occhio
mortale. Essa è la stessa beatitudine, la letizia delle anime, che prende
quell'aspetto agli occhi di Dante:
La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia d'intorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
Queste parvenze dell'interna letizia si atteggiano, si determinano, si
configurano ne' più diversi modi, e non sono altro che i sentimenti o i pensieri
delle anime che paion fuori in quelle forme. E n'esce la natura del paradiso,
luce diversamente atteggiata e configurata, che ha aspetto or di aquila, or di
croci, or di cerchio, or di costellazione, ora di scala, con viste nuove e
maravigliose. Queste combinazioni di luce non sono altro che gruppi d'anime, che
esprimono i loro pensieri co' loro moti e atteggiamenti. A rendere intelligibili
le parvenze di questo mondo di luce, il poeta si tira appresso la natura
terrestre e ne coglie i fenomeni più fuggevoli, più delicati, e ne fa lo
specchio della natura celeste. Così rientra la terra in paradiso, non come
sostanziale, ma come immagine, parvenza delle parvenze celesti. È la terra che
rende amabile questo paradiso di Dante; è il sentimento della natura che
diffonde la vita tra queste combinazioni ingegnose e simboliche. La terra ha
pure la sua parte di paradiso, ed è in quei fenomeni che inebbriano, innalzano
l'animo e lo dispongono alla tenerezza e all'amore: trovi qui tutto che in terra
è di più etereo, di più sfumato, di più soave. E come l'impressione estetica
nasce appunto da questo profondo sentimento della natura terrestre, avviene che
il lettore ricorda il paragone, senza quasi più sapere a che cosa si riferisca.
Questi paragoni di Dante sono le vere gemme del Paradiso:
Come a raggio di sol che puro mèi
per fratta nube, già prato di fiori
vider coverti d'ombra gli occhi miei;
vid'io così più turbe di splendori
fulgorati di su da' raggi ardenti,
senza veder principio di fulgori.
Sì come 'l Sol che si cela egli stessi
per troppa luce, quando il caldo ha rose
le temperanze de' vapori spessi,
per più letizia sì mi si nascose
dentro al suo raggio la figura santa,
e così chiusa chiusa mi rispose...
Come l'augello, intra l'amate fronde,
posato al nido de' suoi dolci nati,
la notte che le cose ci nasconde,
che per veder gli aspetti desiati
e per trovar lo cibo onde gli pasca,
in che i gravi labori gli sono grati,
previene 'l tempo in su l'aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur se l'alba nasca...
... come orologio che ne chiami
nell'ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perchè l'ami;
che l'una parte e l'altra tira ed urge,
«tin tin» sonando con si dolce nota,
che il ben disposto spirto d'amor turge...
... e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
Qual lodoletta che in aere si spazia,
prima cantando e poi tace contenta
dell'ultima dolcezza che la sazia...
Pareva a me che nube ne coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.
Per entro sè l'eterna margherita
ne ricevette, com'acqua recepe
raggio di luce, rimanendo unita.
Siccome schiera d'api che s'infiora
una fiata, ed una si ritorna
là dove suo lavoro s'insapora...
E vidi lume in forma di riviera,
fulvido di fulgore, intra duo rive,
dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d'ogni parte si mettean ne' fiori
quasi rubin che oro circoscrive.
Poi come inebriate dagli odori
riprofondavan sè nel miro gurge;
e s'una entrava, un'altra usciane fuori.
Queste tre ultime terzine sono mirabili di spontaneità e di evidenza. Il poeta
ha circonfuso le celesti sustanze di tutto ciò che in terra è più ridente e
smagliante. Siamo nell'empireo. La virtù visiva è stanca, ma si raccende alle
parole di Beatrice, sì che gli appare la riviera di luce, e fortificata la vista
in quella riviera, in quei fiori inebbrianti, in quell'oro, in quei rubini, in
quelle vive faville, Dante discerne ambo le corti del cielo nel santo delirio
del loro tripudio. Ma in verità gli scanni de' beati sono meno poetici di queste
due rive dipinte di mirabil primavera.
Ma la forma, come parvenza dello spirito, è un press'a poco, un quasi, un
come, «fioca e corta» al concetto. Questa impotenza della forma produce un
sublime negativo, che Dante esprime con l'energia intellettuale di chi ha vivo
il sentimento dell'infinito:
... appressando sè al suo desire
nostro intelletto si profonda tanto
che la memoria retro non può ire.
... ogni minor natura
è corto recettacolo a quel bene,
che non ha fine e sè con sè misura.
... nella giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com'occhio per lo mare, entro s'interna;
chè, benchè dalla proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
egli è, ma 'l cela lui l'esser profondo.
La letizia che move le anime e «trascende ogni dolzore», non è se non
beatitudine. E rende beate le anime l'entusiasmo dell'amore e la chiarezza
intellettiva, o come dice Dante, «luce intellettual piena d'amore». Esse hanno
allegro il cuore e allegra la mente. Nel cuore è perenne desiderio e perenne
appagamento. Nella mente la verità sta come «dipinta».
La luce è forma inadeguata della beatitudine. Ti dà la parvenza, ma non il
sentimento e non il pensiero. Spuntano perciò due altre forme, il canto e la
visione intellettuale.
Quello che nel purgatorio è amicizia, nel paradiso è amore, ardore di
desiderio placato sempre non saziato mai, infinito come lo spirito. Stato lirico
e musicale, che ha la sua espressione nella melodia e nel canto. La medesimezza
del sentimento spinto sino all'entusiasmo genera la comunione delle anime; la
persona non è l'individuo, ma il gruppo, come è delle moltitudini nei grandi
giorni della vita pubblica. I gruppi qui non sono cori, che accompagnino e
compiano l'azione individuale, ma sono la stessa individualità diffusa in tutte
le anime, o se vogliamo chiamarli cori, sono il coro di personaggi invisibili e
muti, di Cristo, di Maria e d'Iddio. Ecco il coro di Maria:
Per entro 'l cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
Qualunque melodia più dolce suona
quaggiù e più a sè l'anima tira,
parrebbe nube che squarciata tuona,
comparata al suonar di quella lira,
onde si coronava il bel zaffiro,
del quale il ciel più chiaro s'inzaffira.
- Io sono amore angelico che giro
l'alta letizia che spira dal ventre
che fu albergo del nostro desiro;
e girerommi, Donna del ciel, mentre
che seguirai tuo Figlio e farai dia
più la spera superna, perchè lì entre -.
Così la circulata melodia
si sigillava, e tutti gli altri lumi
facèn sonar lo nome di Maria...
E come fantolin che inver' la mamma
tende le braccia, poi che 'l latte prese,
per l'animo che infin di fuor s'infiamma;
ciascun di quei candori in su si stese
con la sua cima sì che l'alto affetto
ch'egli aveano a Maria, mi fu palese.
Indi rimaser lì nel mio cospetto,
«Regina coeli» cantando sì dolce
che mai da me non si partì il diletto.
Quella facella è l'angiolo Gabriele, e il coro è angelico. Angioli e beati sono
penetrati dello stesso spirito, hanno vita comune, se non che negli angioli la
virtù è innocenza e la letizia è irriflessa: plenitudine volante tra' beati e
Dio, che il poeta ha rappresentato in alcuni bei tratti; è un andare e venire
nel modo abbandonato e allegro della prima età, tripudianti e folleggianti con
una espansione che il poeta chiama «arte» e «gioco»:
Qual è quell'angel che con tanto gioco
guarda negli occhi la nostra Regina,
innamorato sì che par di fuoco?
L'amicizia o comunione delle anime è detta dal poeta «sodalizio». I loro moti
sono danze, le loro voci sono canti; ma, in quell'accordo di voci, in quel
turbine di movimenti la personalità scompare: è una musica in cui i diversi
suoni si confondono e si perdono in una sola melode. Non ci è differenza di
aspetto, ma per dir così una faccia sola. Questa comunanza di vita è il fondo
lirico del Paradiso, ma è la sua parte fiacca, perchè il poeta, contento
a citare le prime parole di canti ecclesiastici, non ha avuta tanta libertà e
attività di spirito da creare la lirica del paradiso, rappresentando nel canto i
sentimenti e gli affetti del celeste sodalizio. E dove potea giungere, lo mostra
la preghiera di san Bernardo, che è un vero inno alla Vergine, e l'inno a san
Francesco d'Assisi e l'inno a san Domenico, nella loro semplicità anche un po'
rozza tutto cose e più schietti che i magniloquenti inni moderni.
I canti delle anime sono vuoti di contenuto, voci e non parole, musica e
non poesia: è tutto una sola onda di luce, di melodia e di voce, che ti porta
seco:
- Al Padre, al Figlio, allo Spirito santo -
cominciò - gloria - tutto il paradiso,
tal che m'inebbriava il dolce canto.
Ciò ch'io vedeva, mi sembrava un riso
dell'universo, perochè mia ebbrezza
entrava per l'udire e per lo viso.
Oh gioia! Oh ineffabile allegrezza!
Oh vita intera d'amore e di pace!
Oh senza brama sicura ricchezza!
È l'armonia universale, l'inno della creazione. La luce, vincendo la corporale
impenetrabilità e frammischiando i suoi raggi, esprime anche al di fuori questa
compenetrazione delle anime, l'individualità sparita nel mare dell'essere. Il
poeta, signore anzi tiranno della lingua, forma ardite parole a significare
questa medesimezza amorosa degli esseri nell'essere: «inciela», «imparadisa»,
«india», «intuassi», «immei», «inlei», «s'infutura», «s'illuia», delle quali
voci alcune dopo lungo obblio rivivono. La redenzione dell'anima è la sua
progressiva emancipazione dall'egoismo della coscienza; la sua individualità non
le basta; si sente incompiuta, parziale, disarmonica, e sospira alla idealità
nella vita universale. Questo è il carattere della vita in paradiso. Non solo
sparisce la faccia umana, ma in gran parte anche la personalità. Vivono gli uni
negli altri e tutti in Dio.
Questo vanire delle forme e della stessa personalità riduce il paradiso a
una corda sola, a lungo andare monotona, se non vi penetrasse la terra e con la
terra altre forme ed altre passioni. La terra penetra come contrapposto a questa
vita d'amore e di pace. È vita d'odio e di vana scienza, e provoca le collere e
i sarcasmi de' celesti.
Il contrapposto è colto in alcuni momenti altamente poetici. Accolto nel
sole gloriosamente allato a Beatrice, si affaccia al poeta tutta la vanità delle
cure terrestri:
O insensata cura de' mortali
quanto son difettivi sillogismi
quei che ti fanno in basso batter l'ali!
Chi dietro a iura, e chi ad aforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
e chi in rubare, e chi in civil negozio;
chi nel diletto della carne involto
s'affaticava e chi si dava all'ozio.
Un altro momento di alta poesia è quando il poeta dall'alto delle stelle fisse
guarda alla terra:
... e vidi questo globo
tal ch'io sorrisi del suo vil sembiante.
La terra «che ci fa tanto feroci», veduta dal cielo, gli pare un'aiuola. Il
concetto, abbellito e allargato dal Tasso, ha qui una severità di esecuzione
quasi ieratica. Il poeta si sente già cittadino del cielo, e guarda così di
passata e con appena un sorriso a tanta viltà di sembiante volgendone
immediatamente l'occhio e mirando in Beatrice:
L'aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendomi io con gli eterni gemelli,
tutta m'apparve da' colli alle foci:
poscia rivolsi gli occhi agli occhi belli.
Pure è quest'aiuola che desta nel seno de' beati varietà di sentimenti e di
passioni, facendo vibrar nuove corde. Accanto all'inno spunta la satira in tutte
le sue gradazioni, il frizzo, la caricatura, l'ironia, il sarcasmo. Qual frizzo,
che l'allusione di Carlo Martello, così pungente nella sua generalità:
e fanno re di tal, che è da sermone!
Beatrice, dottissima in teologia, si mostra non meno dotta nel maneggio della
caricatura e dell'ironia, frustando i predicatori plebei di quel tempo:
Or si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia 'l cappuccio e più non si richiede.
Giustiniano conchiude il suo nobilissimo racconto dei casi e della gloria
dell'antica Roma con fiere minacce ai guelfi, nemici dell'aquila imperiale. Papa
e monaci sono i più assaliti. San Tommaso, dette le lodi di san Francesco,
riprende i francescani, e san Benedetto i benedettini, e san Pietro il papa.
Tutt'i re di quel tempo mandano sangue sotto il flagello di Dante. Non si può
attendere da' santi alcuna indulgenza alle umane fralezze. La satira è acerba;
la sua musa è l'indignazione, e la sua forma ordinaria è l'invettiva. Le forme
comiche sono uccise in sul nascere e si sciolgono nel sarcasmo. Il sarcasmo non
è qui nè un pensiero, nè un tratto di spirito, ma pittura viva del vizio, con
parole anche grossolane, come «cloaca», che mettano in vista il laido e il
disgustoso. Il vizio è colto non in una forma generale e declamatoria, ma là, in
quegli uomini, in quel tempo, sotto quelli aspetti, con pienezza di particolari
ed esattezza di colorito. Capilavori di questo genere sono la pittura de'
benedettini e l'invettiva di san Pietro.
Questo contrapposto tra il cielo e la terra non è altro se non l'antitesi
che è in terra tra i buoni e i cattivi, e per scendere al particolare, tra l'età
dell'oro del cristianesimo e i tempi degeneri del poeta; è il presente
condannato dal passato, è il passato messo in risalto dal suo contrasto con la
corruzione presente. Ci erano i benedettini, ma ci era stato san Benedetto; ci
era Bonifazio e Clemente, ma ci era stato san Pietro e Lino e Cleto e Sisto e
Pio e Calisto e Urbano. Gli uomini di quell'aurea età più illustri per santità e
per scienza sono qui raccolti, come in un pantheon; è il mondo eroico cristiano,
succeduto a quel mondo eroico pagano stato descritto nel Limbo, e di cui
Giustiniano fa il panegirico in paradiso.
Questa età dell'oro collocata nel passato e messa a confronto con la
tristizia di quei tempi ha ispirato a Dante una delle scene più interessanti, ed
è la pittura dell'antica e della nuova Firenze, fatta dal Cacciaguida, uno de'
suoi antenati. Ivi inno e satira sono fusi insieme: vedi l'ideale dell'età
dell'oro e della domestica felicità con tanta semplicità di costumi, con tanta
modestia di vita, e di rincontro vedi il villano di Aguglione e le sfacciate
donne fiorentine. La conclusione di questa scena di famiglia prende proporzioni
epiche: Dante si fa egli medesimo il suo piedistallo. Nella predizione che
Cacciaguida gli fa del suo esilio è tanta malinconia e tanto affetto, che ben si
pare la profonda tristezza del vecchio e stanco poeta. L'esilio non è
rappresentato ne' patimenti materiali: Dio riserba dolori più acuti ai
magnanimi, lasciare ogni cosa diletta più caramente e domandare il pane
all'insolente pietà degli estranei: questo strazio di tanti miseri vive qui
immortale ne' versi divenuti proverbiali del più misero e del più grande. Ma è
un dolore virile: tosto rileva la fronte, e dall'alto del suo ingegno e della
sua missione poetica vede a' suoi piedi tutt'i potenti della terra.
La letizia delle anime non è solo amore, ma visione intellettuale. La
luce, il riso non sono altro che manifestazione del loro perfetto vedere: perciò
la luce e detta «intellettuale». Beatrice spiega così il suo riso a Dante:
S'io ti fiameggio nel caldo d'amore
di là dal modo che in terra si vede,
sì che degli occhi tuoi vinco il valore,
non ti maravigliar; chè ciò procede
da perfetto veder, che, come apprende,
così nel bene appreso move il piede.
La beatitudine e la contemplazione, e la contemplazione è appunto questa
perfetta visione intellettuale. Perciò le anime non investigano, non discutono e
non dimostrano, ma veggono e descrivono la verità, non come idea, ma come natura
vivente. In terra ci è l'apparenza del vero, e perciò diversità di sistemi
filosofici, come spiega Beatrice:
Voi non andate giù per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
l'amor dell'apparenza e 'l suo pensiero.
In paradiso la verità è tutta dipinta nel cospetto eterno; in Dio è legato con
amore in un volume ciò che per l'universo si squaderna; vedere Dio è vedere la
verità. E non è visione solo di cose, ma di pensieri e di desidèri. I beati
vedono il pensiero di Dante senza ch'egli lo esprima.
La scienza com'era concepita a' tempi di Dante, sposata alla teologia,
avea una forma concreta e individuale, materia contemplabile e altamente
poetica. Un Dio personale, che, immobile motore, produce amando l'idea esemplare
dell'universo, pura intelligenza e pura luce, che penetra e risplende in una
parte più e meno in un'altra sino alle ultime contingenze; gli astri, dove si
affacciano i beati, influenti sulle umane sorti e governati da intelligenze da
cui spira il moto e le virtù de' loro giri; il cielo empireo, centro di tutt'i
cerchi cosmici e soggiorno della pura luce; l'universo, splendore della
divinità, dove appare squadernato ciò che in Dio è un volume; l'ordine e
l'accordo di tutto il creato dalle infime incarnazioni fino alle nove gerarchie
degli angioli; la caduta dell'uomo per il primo peccato e il suo riscatto per
l'incarnazione e la passione del Verbo; la verità rivelata, oscura
all'intelletto, visibile al cuore, avvalorata dalla fede, confortata dalla
speranza, infiammata dalla carità: in questa scienza della creazione il pensiero
è talmente concretato e incorporato, che il poeta può contemplarlo come cosa
vivente, come natura. Perciò la forma scientifica è qui meno un ragionamento che
una descrizione, come di cosa che si vede e non si dimostra. Il perfetto vedere
de' beati è privilegio di Dante; nessuno gli sta del pari nella forza e
chiarezza della visione. Spirito dommatico, credente e poetico, predica dal
paradiso la verità assoluta, e non la pensa, la scolpisce. Diresti che pensi con
l'immaginazione, aguzzata dalla grandezza e verità dello spettacolo. Nascono
ardite metafore e maravigliose comparazioni. L'accordo della prescienza col
libero arbitrio è una delle concezioni più difficili e astruse; ma qui non è una
concezione, è una visione, uno spettacolo: così potente è questa immaginazione
dantesca:
La contingenza che fuor del quaderno
della vostra materia non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto eterno.
Necessità però quindi non prende,
se non come dal viso in che si specchia
nave che per corrente giù discende.
Da indi, sì come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti si apparecchia.
Il poeta procede per deduzione, guardando le cose dall'alto del paradiso, da cui
dechina via via fino alle ultime conseguenze: forma contemplativa e dommatica,
anzi che discorsiva e dimostrativa, e propria della poesia, presentando
all'immaginazione vasti orizzonti in una sola comprensione:
Guardando nel suo Figlio con l'Amore
che l'uno e l'altro eternalmente spira
lo primo e ineffabile valore
quanto per mente e per occhio si gira
con tant'ordine fe' ch'esser non puote
senza gustar di lui chi ciò rimira.
Questa forma poetica della scienza, questa visione intellettuale, abbozzata nel
Tesoretto, è condotta qui a molta perfezione. È un certo modo di situare
l'oggetto e metterlo in vista, sì che l'occhio dell'immaginazione lo comprenda
tutto. Se ci è cosa che ripugna a questa forma, è lo scolasticismo con la
barbarie delle sue formole e le sue astrazioni; ma l'immaginazione vi fa
penetrare l'aria e la luce: miracolo prodotto dalle due grandi potenze della
mente dantesca, la virtù sintetica e la virtù formativa. Veggasi la stupenda
descrizione che fa Beatrice del moto degli astri, di poco inferiore alla storia
del processo creativo, il capolavoro di questo genere. Qui la scienza della
creazione è abbracciata in un solo girar d'occhio, con sì stretta e rapida
concatenazione che tutto il creato ti sta innanzi come una sola idea semplice.
Ci sono concetti difficilissimi ad esprimersi, come l'unità della luce nella sua
diversità, e l'imperfezione della natura, che non ti dà mai realizzato l'ideale.
I concetti qui non sono astrazioni, ma forze vive, gli attori della creazione,
la luce, il cielo, la natura, e non hai un ragionamento, hai una storia animata,
con una chiarezza e vigore di rappresentazione che fa di Dio e della natura vere
persone poetiche:
Ciò che non muore e ciò che può morire
non è se non splendor di quell'idea,
che partorisce amando il nostro Sire.
Chè quella viva luce che si mea
dal suo Lucente, che non si disuna
da lui, nè dall'amor che in lor s'intrea;
per sua bontate il suo raggiare aduna
quasi specchiato in nuove sussistenze,
eternalmente rimanendosi una.
Queste tre terzine sono una maraviglia di chiarezza e di energia in dir cosa
difficilissima. Nè minor potenza d'intuizione trovi nella fine, quando,
paragonando l'ideale alla cera del suggello, aggiunge:
ma la natura la dà sempre scema,
similemente operando all'artista,
che ha l'abito dell'arte e man che trema.
Ed anche la mano di Dante trema, che fra tante bellezze ci è non poca scoria.
Non di rado vedi non il poeta, ma il dottore che esce dall'università di Parigi,
pieno il capo di tesi e di sillogismi. Molte quistioni sono troppo speciali,
altre sono infarcite di barbarie scolastica: definizioni, distinzioni,
citazioni, argomentazioni. E questo è non per difetto di virtù poetica, ma per
falso giudizio. A lui pare che questo lusso di scienza sia la cima della poesia,
e se ne vanta, e si beffa di quelli che lo hanno sin qui seguito in piccola
barca. - Tornate indietro - egli dice - che il mio libro e per soli quei pochi
che possono gustare il pan degli angioli; - e sono i filosofi e i dottori suoi
pari. Perciò il Paradiso e poco letto e poco gustato. Stanca soprattutto
la sua monotonia, che par quasi una serie di dimande e di risposte fra maestro e
discente.
La visione intellettuale è la beatitudine. L'esposizione della scienza
riesce in cantici e inni, le ultime parole del veggente si confondono con gli
osanna del cielo:
Finito questo, l'alta corte santa
risuona per le spere un Dio lodiamo,
nella melode che lassù si canta.
Siccome io tacqui, un dolcissimo canto
risono per lo cielo, e la mia donna
dicea con gli altri: «Santo, santo, santo !»
Così è sciolto questo mistero dell'anima. Adombrato ne' simboli e allegorie del
Purgatorio, qui il mistero è svelato, è la Divina Commedia
dell'anima, il suo indiarsi nell'eterna letizia. La forza che tira Dante a
Dio, si che sale come rivo,
se di alto monte scende giuso ad imo,
è l'amore, è Beatrice, che all'alto volo gli veste le piume Beatrice è in sè il
compendio del paradiso, lo specchio dove quello si riflette ne' suoi mutamenti.
Puoi dipingerla quando prega Virgilio o quando «regalmente proterva» rimprovera
l'amante; ma qui è spiritualizzata tanto, che è indarno opera di pennello. La
stessa parola non è possente di descrivere quel riso e quella bellezza
trasmutabile, se non ne' suoi effetti su Dante e su' celesti. Ecco uno de' più
bei luoghi:
Quivi la donna mia vid'io sì lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che più lucente se ne fe' il pianeta;
e se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec'io, che pur di mia natura
trasmutabile son per tutte guise!
Come in peschiera che è tranquilla e pura
traggono i pesci a ciò che vien di fuori,
per modo che lo stimin lor pastura;
sì vid'io ben più di mille splendori
trarsi ver' noi, ed in ciascun s'udia:
Ecco chi crescerà li nostri amori. -
Spiritualizzato il corpo, spiritualizzata l'anima. L'amore è purificato: nulla
resta più di sensuale. Dante che nel purgatorio sentì il tremore dell'antica
fiamma, qui ode Beatrice con un sentimento assai vicino alla riverenza. Quando
ella si allontana, ei non manda un lamento: ogni parte terrestre è in lui arsa e
consumata. Le sue parole sono affettuose; ma è affetto di riverente gratitudine,
siccome, nel piccolo cenno che gli fa Beatrice, l'amore dell'uomo come ombra si
dilegua nell'amore di Dio, ella lo ama in Dio:
Così orai, e quella si lontana,
come parea, sorrise e riguardommi:
poi si tornò alla eterna fontana.
Come Dante non potè entrare nel paradiso terrestre a vedere il simbolo del
trionfo di Cristo senza lo «scotto» del pentimento, così non può ne' «gemelli» o
stelle fisse contemplare il trionfo di Cristo che non dichiari la sua fede.
Allora san Pietro lo incorona poeta, e poeta vuol dire banditore della verità.
San Pietro gli dice:
e non asconder quel ch'io non ascondo.
Così la Commedia ha la sua consacrazione e la sua missione. È la verità
bandita dal cielo, della quale Dante si fa l'apostolo e il profeta: è il
«poema sacro». Con quella stessa coscienza della sua grandezza che si fe'
«sesto fra cotanto senno», qui si pone accanto a san Pietro e se ne fa
l'interprete, congiungendo in sè le due corone, il savio e il santo, l'antica e
la nuova civiltà, il filosofo e il teologo. Dichiarata la sua fede, consacrato e
incoronato, Dante si sente oramai vicino a Dio. Avea già contemplata la divinità
nella sua umanità, il Dio-uomo. Il trionfo di Cristo, la festa
dell'Incarnazione, sembra reminiscenza di funzioni ecclesiastiche, co' suoi
principali attori, Cristo, la Vergine, Gabriello. Cristo e la Vergine sono come
nel santuario, invisibili; la festa è tutta fuori di loro e intorno a loro.
Succede il trionfo degli angioli, e poi nell'empireo il trionfo di Dio.
L'empireo è la città di Dio, il convento de' beati, il proprio e vero
paradiso. Beatrice raggia sì, che il poeta si concede vinto più che tragedo o
comico superato dal suo tema, e desiste dal seguir
più dietro a sua bellezza poetando,
come all'ultimo suo ciascun artista.
Ivi è la luce intellettuale, che fa visibile
lo Creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
La luce ha figura circolare, come il giallo di una rosa, le cui bianche foglie
si distendono per l'infinito spazio, e sono gli scanni de' beati. San Bernardo
spiega e descrive il maraviglioso giardino. Il punto che più splende è là dove
sono
gli occhi da Dio diletti e venerati,
dove è la Vergine e gli angioli. Quel punto è la pacifica orifiamma del
paradiso, la bandiera della pace. Il giardino, la rosa, l'orifiamma sono
immagini graziose, ma inadeguate. Queste metafore non valgono la stupenda
terzina, dove san Bernardo è rappresentato in forma umana e intelligibile:
Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.
Il paradiso, appunto perchè paradiso, non puoi determinarlo troppo e
descriverlo, senza impiccolirlo. La sua forma adeguata è il sentimento, l'eterno
tripudio: ciò che è ben colto in quella plenitudine volante di angeli, che
diffondono un po' di vita tra quella calma. Il vero significato lirico del
paradiso è nell'inno di Dante a Beatrice e nell'inno di san Bernardo alla
Vergine, ne' quali è il paradiso guardato dalla terra con sentimenti e
impressioni di uomo. I beati stessi diventano interessanti, quando tra quella
luce vedi spuntare
visi a carità suadi,
ed atti ornati di tutte onestadi
o quando «chiudon le mani» implorando la Vergine.
Anche Dio ha voluto descrivere Dante, e vede in lui l'universo, e poi la
Trinità, e poi l'Incarnazione, congiunzione dell'umano e del divino, in cui si
acqueta il desiderio, il «disiro» e il «velle»,
sì come ruota ch'egualmente e mossa.
Dante vede, ma è visione, di cui hai le parole e non la forma; ci è
l'intelletto, non ci è più l'immaginazione, divenuta un semplice lume, un
barlume. La forma sparisce; la visione cessa quasi tutta; sopravvive il
sentimento:
... quasi tutta cessa
mia visione, ed ancor mi distilla
nel cor lo dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento nelle foglie lievi
si perdea la sentenzia di sibilla.
L'immaginazione morendo manda in questi bei versi l'ultimo raggio. All'«alta
fantasia» manca la possa; e insieme con la fantasia muore la poesia.
Così finisce la storia dell'anima. Di forma in forma, di apparenza in
apparenza, ritrova e riconosce se stessa in Dio, pura intelligenza, puro amore e
puro atto. Ed è in questa concordia che l'anima acqueta il suo desiderio, trova
la pace. Nell'Inferno signoreggia la materia anarchica: le sue forme
ricevono d'ogni sorte differenze, spiccate, distinte, corpulente e personali.
Nel Purgatorio la materia non è più la sostanza, ma un momento: lo
spirito acquista coscienza di sua forza, e contrastando e soffrendo conquista la
sua libertà: la realtà vi è in immaginazione, rimembranza del passato da cui si
sprigiona, aspirazione all'avvenire a cui si avvicina; onde le sue forme sono
fantasmi e rappresentazioni dell'immaginativa anzi che obbietti reali: pitture,
sogni, visioni estatiche, simboli e canti. Nel Paradiso lo spirito già
libero di grado in grado s'india; le differenze qualitative si risolvono, e
tutte le forme svaporano nella semplicità della luce, nella incolorata melodia
musicale, nel puro pensiero. Quel regno della pace che tutti cercavano, quel
regno di Dio, quel regno della filosofia, quel «di là», tormento e amore di
tanti spiriti, è qui realizzato. Il concetto della nuova civiltà, di cui avevi
qua e là oscuri e sparsi vestigi, è qui compreso in una immensa unità, che
rinchiude nel suo seno tutto lo scibile, tutta la coltura e tutta la storia. E
chi costruisce così vasta mole, ci mette la serietà dell'artista, del poeta del
filosofo e del cristiano. Consapevole della sua elevatezza morale e della sua
potenza intellettuale, gli stanno innanzi, acuti stimoli all'opera, la patria,
la posterità, l'adempimento di quella sacra missione che Dio affida all'ingegno,
acuti stimoli, ne' quali sono purificati altri motivi meno nobili, l'amor della
parte, la vendetta, le passioni dell'esule: ci è là dentro nella sua sincerità
tutto l'uomo, ci è quel d'Adamo e ci è quel di Dio. A poco a poco quel mondo
della fantasia diviene parte del suo essere, il suo compagno fino agli ultimi
giorni, e vi gitta, come nel libro della memoria, l'eco de' suoi dolori, delle
sue speranze e delle sue maledizioni. Nato a immagine del mondo che gli era
intorno, simbolico, mistico e scolastico, quel mondo si trasforma e si colora e
s'impolpa della sua sostanza, e diviene il suo figlio, il suo ritratto. La sua
mente sdegna la superficie, guarda nell'intimo midollo, e la sua fantasia
ripugna all'astratto, a tutto dà forma. Onde nasce quella intuizione chiara e
profonda che è il carattere del suo genio. E non solo l'oggetto gli si presenta
con la sua forma, ma con le sue impressioni e i suoi sentimenti. E n'esce una
forma, che è insieme immagine e sentimento, immagine calda e viva, sotto alla
quale vedi il colore del sangue, il movere della passione. E con l'immagine
tutto è detto, e non vi s'indugia e non la sviluppa, e corre lievemente di cosa
in cosa, e sdegna gli accessorii. A conseguire l'effetto spesso gli basta una
sola parola comprensiva, che ti offre un gruppo d'immagini e di sentimenti, e
spesso, mentre la parola dipinge, non fosse altro, con la sua giacitura,
l'armonia del verso ne esprime il sentimento. Tutto è succo, tutto è cose, cose
intere nella loro vivente unità, non decomposte dalla riflessione e
dall'analisi. Per dirla con Dante, il suo mondo è un volume non squadernato. È
un mondo pensoso, ritirato in sè, poco comunicativo, come fronte annuvolata da
pensiero in travaglio. In quelle profondità scavano i secoli, e vi trovano
sempre nuove ispirazioni e nuovi pensieri. Là vive involto ancora e nodoso e
pregno di misteri quel mondo, che sottoposto all'analisi, umanizzato e
realizzato, si chiama oggi letteratura moderna.
VIII
IL CANZONIERE
Dante morì nel 1321. La sua Commedia riempie di sè tutto il secolo. I
contemporanei la chiamarono «divina», quasi la parola sacra, il libro dell'altra
vita, o come diceano, il «libro dell'anima». Un tal Trombetta, quattrocentista,
la mette fra le opere sacre e i libri dell'anima «da studiarsi in quaresima»,
come le Vite de' santi Padri la Vita di san Girolamo. Il popolo
cantava i suoi versi anche in contado, e pigliava alla semplice la sua fantasia.
I dotti ammiravano la scienza sotto il velo delle favole, quantunque alcuni
austeri, come Cecco d'Ascoli, quel velo non ce l'avrebbero voluto. E Fazio degli
Uberti crede di far cosa più degna, rimovendo ogni velo ed esponendoci arida
scienza nel suo Dittamondo, «dicta mundi».
L'impressione non fu puramente letteraria. Ammiravano la forma squisita,
ma tenevano il libro più che poesia. Vedevano là entro il libro della vita o
della verità, e ben presto fu spiegato e comentato come la Bibbia e come
Aristotile, accolto con la stessa serietà con la quale era stato concepito.
Oscurissimo in molti particolari, e per le allusioni politiche e storiche
e pel senso allegorico, il libro nel suo insieme è così chiaro e semplice, che
si abbraccia tutto di un solo sguardo. La scienza della vita o della creazione è
colta ne' suoi tratti essenziali e rappresentata con perfetta chiarezza e
coesione. L'armonia intellettuale diviene cosa viva nell'architettura, così
coerente e significativa nelle grandi linee, così accurata ne' minini
particolari. L'immaginazione anche più pigra concepisce di un tratto inferno,
purgatorio e paradiso. Il pensiero nuovo, mistico e spiritualista, lunga
elaborazione dei secoli, compariva qui perfettamente armonizzato e pieno di
vita. In questo mondo intellettuale e dommatico, così ben rispondente alla
coscienza universale, si sviluppava la storia o il mistero dell'anima nella più
grande varietà delle forme, sì che vi si rifletteva tutta la vita morale nel suo
senso più serio e più elevato. Il sentimento della famiglia, la viva impressione
della natura, l'amor della patria, un certo senso d'ordine, di unità, di pace
interiore che fa contrasto al disordine e alla licenza di quei costumi pubblici
e privati, la virtù dell'indignazione, il disprezzo di ogni viltà e volgarità,
la virilità e la fierezza della tempra, l'aspirazione ad un ordine di cose
ideale e superiore, il vivere in ispirito e in contemplazione, come staccato
dalla terra, il sentimento della giustizia e del dovere, la professione della
verità, piaccia o non piaccia, con l'occhio volto a' posteri, e quella fede
congiunta con tanto amore, quell'accento di convinzione, quella coscienza che ha
il poeta della sua personalità, della sua grandezza e della sua missione; tutto
questo appartiene a ciò che di più nobile ed elevato e nella natura umana. Anche
quel non so che scabro e rozzo e quasi selvaggio, ch'è nella superficie, rendeva
l'immagine di quella eroica e ancor barbara giovinezza del mondo moderno.
Ma l'impressione prodotta dalla Commedia rimaneva circoscritta
nell'Italia centrale. La scuola del nuovo stile non avea fatto ancora sentire la
sua azione nelle rimanenti parti d'Italia, dove la lingua dominante era sempre
il latino scolastico ed ecclesiastico. Malgrado l'esempio di Dante, non era
ancora stabilito che in rima si potesse scrivere d'altro che di cose d'amore. E
in questa sentenza era anche Cino da Pistoia, solo superstite di quella scuola
immortale, dalla quale era uscita la Commedia. Compariva sulla scena la
nuova generazione.
Lo studio de' classici, la scoperta di nuovi capilavori, una maggior
pulitezza nella superficie della vita, la fine delle lotte politiche col trionfo
de' guelfi, la maggior diffusione della coltura sono i tratti caratteristici di
questa nuova situazione. La superficie si fa più levigata, il gusto più
corretto, sorge la coscienza puramente letteraria, il culto della forma per se
stessa. Gli scrittori non pensarono più a render le loro idee in quella forma
più viva e rapida che si offrisse loro innanzi; ma cercarono la bellezza e
l'eleganza della forma. Dimesticatisi con Livio, Cicerone, Virgilio parve loro
barbaro il latino di Dante; ebbero in dispregio quei trattati e quelle storie
che erano state l'ammirazione della forte generazione scomparsa, e non poterono
tollerare il latino degli scolastici e della Bibbia. Intenti più alla forma che
al contenuto, poco loro importava la materia, pur che lo stile ritraesse della
classica eleganza. Così sorsero i primi puristi e letterati in Italia, e capi
furono Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio.
Nel Petrarca si manifesta energicamente questo carattere della nuova
generazione. Fece lunghi e faticosi viaggi per iscoprire le opere di Varrone, le
storie di Plinio, la seconda deca di Livio; trovò le epistole di Cicerone e due
sue orazioni. Dobbiamo a' suoi conforti e alla sua liberalità la prima versione
di Omero e di parecchi scritti di Platone. Scopritore instancabile di codici
emendava, postillava, copiava: copiò tutto Terenzio. In questa intima
familiarità co' più grandi scrittori dell'antichità greco-latina, tutto quel
tempo di poi, che fu detto «il medio evo», gli apparve una lunga barbarie; di
Dante stesso ebbe assai poca stima; gli stranieri chiamava «barbari»;
gl'italiani chiamava «latin sangue gentile»; voleva una ristaurazione
dell'antichità, e che non fosse ancora fattibile, ne accagiona la corruttela de'
costumi. Era Petracco e si fece chiamare Petrarca; sbattezzò i suoi amici e li
chiamò Socrati e Lelii, ed essi sbattezzarono lui e lo chiamarono Cicerone.
Conchiuse la sua vita scrivendo epistole a Cicerone, a Seneca, a Quintiliano, a
Tito Livio, ad Orazio, a Virgilio, ad Omero, co' quali viveva in ispirito, e
poco innanzi di morire, scrisse una lettera alla posterità, alla quale
raccomanda la sua memoria.
Così appariva l'aurora del Rinnovamento. L'Italia volgeva le spalle al
medio evo, e dopo tante vicissitudini ritrovava se stessa e si affermava popolo
romano e latino. Questo proclamava Cola da Rienzo dall'alto del Campidoglio.
Guelfi e ghibellini divennero nomi vieti; gli scolastici cessero il campo agli
eruditi e a' letterati; la teologia fu segregata dagli studi di coltura generale
e divenne scienza de' chierici; la filosofia conquistò il primato in tutto lo
scibile; le allegorie, le visioni, le estasi, le leggende, i miti, i misteri,
separati dal tronco in cui vivevano, divennero forme puramente letterarie e
d'imitazione; tutto quel mondo teologico, mistico nel concetto, scolastico e
allegorico nelle forme, fu tenuto barbarie da uomini che erano già in grado di
gustare Virgilio e Omero.
Questa nuova Italia, che ripiglia le sue tradizioni e si sente romana e
latina e si pone nella sua personalità di rincontro agli altri popoli, tutti
stranieri e barbari, ispira al giovine Petrarca la sua prima canzone. Qui non ci
è più il guelfo o il ghibellino, non il romano o il fiorentino: c'è l'Italia che
si sente ancora regina delle nazioni; ci è l'italiano che parla con l'orgoglio
di una razza superiore, e ricorda Mario come se fosse vivuto l'altro ieri e
quella storia fosse la sua storia; ci è la viva impressione di quel mondo
classico sul giovine poeta, che ivi trova i suoi antenati e cerca di nuovo
quell'Italia potente e gloriosa, l'Italia di Mario. L'orgoglio nazionale e
l'odio de' barbari è il motivo della canzone, lo spirito che vi alita per entro.
Vi compariscono già tutte le qualità di un grande artista. La chiarezza e lo
splendore dello stile, la fusione delle tinte, l'arte de' chiaroscuri, la
perfetta levigatezza e armonia della dizione, la sobrietà nel ragionamento, la
misura ne' sentimenti, un dolce calore che penetra dappertutto senza turbare
l'equilibrio e la serenità e l'eleganza della forma, fanno di questa canzone uno
de' lavori più finiti dell'arte. L'Italia ha avuto il suo poeta; ora ha il suo
artista.
In questa risurrezione dell'antica Italia è naturale che la lingua latina
fosse stimata non solo lingua de' dotti, ma lingua nazionale, e che la storia di
Roma dovesse sembrare agl'italiani la loro propria storia. Da queste opinioni
uscì l'Africa, che al Petrarca dove parere la vera Eneide, la
grande epopea nazionale, rappresentata in quella lotta ultima, nella quale Roma,
vincendo Cartagine, si apriva la via alla dominazione universale. Questo poema
rispondeva così bene alla coscienza pubblica, che Petrarca fu incoronato
principe de' poeti, ed ebbe tal grido e tali onori che nessun uomo ha avuto mai.
Nuovo Virgilio, volle emulare anche a Cicerone, accettando volentieri legazioni
che gli dessero occasione di recitare pubbliche orazioni. Scrisse egloghe,
trattati, dialoghi, epistole, sempre in latino: lavori molto apprezzati da'
contemporanei, ma tosto dimenticati, quando cresciuta la coltura e raffinato il
gusto, parve il suo latino così barbaro, come barbaro era parso a lui il latino
di Dante e de' Mussati, de' Lovati e de' Bonati tenuti a' tempi loro quasi
redivivi Orazii e Virgilii.
Ma la lingua latina potea così poco rivivere come l'Italia latina. Il
latino scolastico avea pure alcuna vita, perchè lo scrittore sforzava la lingua
e l'ammodernava e ci mettea se stesso. Ma il latino classico non potea produrre
che un puro lavoro d'imitazione. Lo scrittore pieno di riverenza verso l'alto
modello non pensa ad appropriarselo e trasformarlo, ma ad avvicinarvisi
possibilmente. Tutta la sua attività è volta alla frase classica, che gli sta
innanzi nella sua generalità, spoglia di tutte le idee accessorie che suscitava
ne' contemporanei, e dove è il più fino e il più intimo dello stile. Perciò
schiva il particolare e il proprio, corre volentieri appresso le perifrasi e le
circonlocuzioni, e arido nelle immagini, povero di colori, scarso di movimenti
interni, e dice non quanto o come gli sgorga dal di dentro, ma ciò che può
rendersi in quella forma e secondo quel modello: difetti visibili
nell'Africa. Così si formo una coscienza puramente letteraria, lo studio
della forma in se stessa con tutti gli artifici e i lenocini della rettorica:
ciò che fu detto «eleganza», «forma scelta e nobile»; maniera di scrivere
artificiosa, che pare anche nelle sue canzoni politiche, come quella a Cola di
Rienzo, opera più di letterato che di poeta, e perciò pregiata molto, finchè in
Italia durò questa coscienza artificiale.
In verità il Petrarca era tutt'altro che romano o latino, come pur voleva
parere: potè latinizzare il suo nome, ma non la sua anima. Lo scrittore latino è
tutto al di fuori, ne' fatti e nelle cose, è tutto vita attiva e virile, diresti
non abbia il tempo di piegarsi in sè e interrogarsi. Al Petrarca sta male
l'abito di Cicerone; anche i contemporanei a sentirlo battevano le mani e
ridevano. Non sentivano l'uomo in tutto quel rimbombo ciceroniano. L'uomo c'era,
ma più simile all'anacoreta e al santo che a Livio e a Cicerone, più inclinato
alle fantasie e alle estasi che all'azione. Natura contemplativa e solitaria, la
vita esterna fu a lui non occupazione, ma diversione; la sua vera vita fu tutta
al di dentro di sè: il solitario di Valchiusa fu il poeta di se stesso. Dante
alzo Beatrice nell'universo, del quale si fece la coscienza e la voce; egli calò
tutto l'universo in Laura, e fece di lei e di sè il suo mondo. Qui fu la sua
vita, e qui fu la sua gloria.
Pare un regresso: pure è un progresso. Questo mondo è più piccolo, è
appena un frammento della vasta sintesi dantesca, ma è un frammento divenuto una
compiuta e ricca totalità, un mondo pieno, concreto, sviluppato, analizzato,
ricerco ne' più intimi recessi. Beatrice sviluppata dal simbolo e dalla
scolastica, qui è Laura nella sua chiarezza e personalità di donna; l'amore,
scioltosi dalle universe cose entro le quali giaceva inviluppato, qui non è
concetto nè simbolo, ma sentimento; e l'amante, che occupa sempre la scena, ti
dà la storia della sua anima, instancabile esploratore di se stesso. In questo
lavoro analitico-psicologico la realtà pare sull'orizzonte chiara e schietta,
sgombra di tutte le nebbie, tra le quali era stata ravvolta. Usciamo infine da'
miti, da' simboli, dalle astrattezze teologiche e scolastiche, e siamo in piena
luce, nel tempio dell'umana coscienza. Nessuna cosa oramai si pone di mezzo tra
l'uomo e noi. La sfinge è scoperta: l'uomo è trovato.
Gli è vero che la teoria rimane la stessa. La donna è «scala al Fattore»,
l'amore è il «principio delle universe cose». Ma tutto questo è accessorio, è il
convenuto; la sostanza del libro è la vicenda assidua de' fenomeni più delicati
del cuore umano. Cresciuto in Avignone fra le tradizioni provenzali e le corti
d'amore, quando Francesco da Barberino avea già pubblicato i Documenti
d'amore e i Reggimenti delle donne, raccolta di tutte le leggi e
costumanze galanti, egli attinge nello stesso arsenale e spaccia la stessa
rettorica, allegorie, concetti, sottigliezze, spiritose galanterie. Soprattutto
tiene molto a questo, che tutto il mondo sappia non essere, il suo, amore
sensuale, ma amicizia spirituale, fonte di virtù. Dante chiama infamia l'accusa
di avere espresso il suo amore troppo sensualmente, e a cessare da sè l'infamia
trasformò Beatrice nella filosofia e scrisse canzoni filosofiche. Ma le continue
proteste e dichiarazioni del Petrarca non convincono nessuno; perchè e il corpo
di Laura, non come la bella faccia della sapienza, ma come corpo, che gli scalda
l'immaginazione. Laura è modesta, casta, gentile, ornata di ogni virtù; ma sono
qualità astratte, non è qui la sua poesia. Ciò che move l'amante e ispira il
poeta, è Laura da' capei biondi, dal collo di latte, dalle guance infocate, da'
sereni occhi, dal dolce viso, la quale egli situa e atteggia in mille maniere e
ne cava sempre un nuovo ritratto, che spicca in mezzo ad un bel paesaggio, il
verde del campo, la pioggia de' fiori, l'acqua che mormora, fatta la natura eco
di Laura.
Questo sentimento delle belle forme, della bella donna e della bella
natura, puro di ogni turbamento, è la musa di Petrarca. Diresti Laura un
modello, del quale il pittore sia innamorato, non come uomo, ma come pittore,
intento meno a possederlo che a rappresentarlo. E Laura è poco più che un
modello, una bella forma serena, posta lì per essere contemplata e dipinta,
creatura pittorica, non interamente poetica: non è la tale donna nel tale e tale
stato dell'animo, ma è la Donna, non velo o simbolo di qualcos'altro, ma la
donna come bella. Non ci è ancora l'individuo: ci è il genere. In quella
quietudine dell'aspetto, in quella serenità della forma ci è l'ideale femminile
ancora divino, sopra le passioni, fuori degli avvenimenti, non tocco da miseria
terrena, che il poeta crederebbe profanare calandolo in terra e facendolo
creatura umana. La chiama una dea, ed è una dea; non è ancor donna. Sta ancora
sul piedistallo di statua; non è scesa in mezzo agli uomini, non si è umanata.
Coloro i quali vogliono leggere nell'anima di questo essere muto e senza
espansione, e cercarvi il suo segreto, fanno il contrario di quello che volle il
poeta, cercano la donna dov'egli vedeva la dea. Certo a' nostri occhi Laura dee
parere una forma monotona, e anche talora insipida; ma chi si mette in quei
tempi mitici e allegorici, troverà in Laura la creatura più reale che il medio
evo poteva produrre.
La vita di Laura diviene umana appunto allora che è morta ed è fatta
creatura celeste. Qui l'amore non può aver niente più di sensuale: è l'amore di
una morta, viva in cielo, e può liberamente spandersi. Non vedi più i «capei
d'oro» e le «rosee dita» e il «bel piede», dal quale l'«erbetta verde» e i
«fiori di color mille» desiderano d'esser tocchi. Pure questa Laura non dipinta
e più bella, e soprattutto più viva, perchè «meno altera», meno dea e più donna,
quando apparisce all'amante, e siede sulla sponda del suo letto, e gli asciuga
gli occhi con quella mano tanto desiata; e salendo al cielo fra gli angioli si
volge indietro, come aspetti qualcuno; e nella suprema beatitudine desidera il
bel corpo e l'amante ed entra con lui in dolci colloqui. Così il mistero di
Laura si scioglie nell'altro mondo, com'è nella Commedia: tutte le
contraddizioni finiscono. Sciolta dalle condizioni del reale, tolta di mezzo la
carne, divenuta creatura libera dell'immaginazione, Laura par fuori con
chiarezza, acquista un carattere, dove ci è la santa, e ci è soprattutto la
donna. Esseri taciturni e indefiniti, mentre vivono, Beatrice e Laura cominciano
a vivere, appunto quando muoiono.
E il mistero si scioglie anche nel Petrarca. In vita di Laura, sorge
l'opposizione tra il senso e la ragione, tra la carne e lo spirito. Questo
concetto fondamentale del medio evo, se nel Petrarca è purificato della sua
forma simbolica e scolastica, rimane pur sempre il suo «credo» cristiano
e filosofico. L'opposizione era sciolta teoricamente con l'amicizia platonica o
spirituale, legame d'anime, puro di ogni concupiscenza; dalla quale astrazione
non potea uscire che una lirica dottrinale e sbiadita, senza sangue, dove non
trovi nè l'amante, nè l'amata, nè l'amore. Vi sono momenti nella vita del
Petrarca abbastanza tranquilli e prosaici, perchè egli si possa dare a questo
spasso. Allora riproduce la scuola de' trovatori con tutt'i suoi difetti, in una
forma eletta e vezzosa, che li pallia. E vi trovi il convenzionale, il
manierato, le regole e le sottigliezze del codice d'amore, soprattutto il
concettoso, dotato com'era di uno spirito acuto. Non coglie se stesso nel
momento dell'impressione; l'impressione è passata, e se la mette dinanzi e la
spiega, come critico o filosofo: hai un di là dell'impressione, l'impressione
generalizzata e spiegata, come è nella più parte de' suoi sonetti in vita di
Laura; antitesi, freddure, sottigliezze, ragionamenti in forma pretensiosa e
civettuola. Allora tutto è chiaro; tutto e spiegato con Platone e col codice
d'amore; hai il solito contenuto lirico allora in voga sulla donna, sull'amore,
pomposamente abbigliato. Trovi un maraviglioso artefice di verso, un ingegno
colto, ornato, acuto, elegante: non trovi ancora il poeta e non l'artista. Ma
nel momento delle impressioni, tra le sue irrequietezze e agitazioni, circuito
di fantasmi, par fuori la sua personalità: trovi il poeta e l'artista. Quello
che sente è in opposizione con quello che crede. Crede che la carne è peccato;
che il suo amore è spirituale; che Laura gli mostra la via «che al ciel
conduce»; che il corpo è un velo dello spirito. E se in questo «credo» trovasse
ogni suo appagamento, avremmo Dante e Beatrice. Ma non vi si appaga:
l'educazione classica e l'istinto dell'artista si ribella contro queste
astrazioni di uno spiritualismo esagerato; si rivela in lui uno spirito nuovo,
il senso del reale e del concreto, così sviluppato ne' pagani. Non vi si appaga
l'artista, e non vi si appaga l'uomo; perchè si sente inquieto, non ben sicuro
di quello che crede e vuol far credere, e sente il morso del senso e tutte le
ansietà di un amore di donna. Scoppia fuori la contraddizione, o il mistero. Il
suo amore non e così possente che lo metta in istato di ribellione verso le sue
credenze, nè la sua fede è così possente che uccida la sensualità del suo amore.
Nasce un fluttuar continuo di riflessioni contraddittorie, un sì ed un no, un
voglio e non voglio:
Io medesmo non so quel che mi voglio.
Nasce il mistero dell'amore, che ti offre le più diverse apparenze, senza che il
poeta giunga ad averne chiara coscienza:
Se amor non è, che dunque è quel che i' sento?
a s'egli è amor, per Dio che cosa e quale?
Manca al Petrarca la forza di sciogliersi da questa contraddizione, e più vi si
dimena, più vi s'impiglia. Il canzoniere in vita di Laura è la storia delle sue
contraddizioni. Ora gli pare che contraddizione non ci sia, e unisce in pace
provvisoria cielo e terra, ragione e senso, gli occhi che mostrano la via del
cielo e gli occhi alfin dolci tremanti,
ultima speme de' cortesi amanti.
Sono i suoi momenti di sanità e di forza, di entusiasmo più artistico che
amoroso, dal quale escono le vivaci descrizioni del bel corpo e le tre «canzoni
sorelle». Ora si sente inquieto, e si lascia ir dietro alla corrente delle
impressioni e delle immagini, e vede il meglio e al peggior s'appiglia, come
conchiude nella canzone
I' vo pensando e nel pensier m'assale,
dove è rappresentata la lotta interna tra la ragione e il senso, la ragione che
parla e il senso che morde. E ci sono pure momenti che la ragione piglia il di
sopra, e si volge a Dio, e si confessa, e fa proposito di svellere dal suo cuore
il «falso dolce fuggitivo»,
che il mondo traditor può dare altrui.
Non c'è dunque nel Canzoniere una storia, un andar graduato da un punto
all'altro; ma è un vagar continuo tra le più contrarie impressioni, secondo le
occasioni e lo stato dell'animo in questo o quel momento della vita. Non ci è
storia, perchè nell'anima non ci è una forte volontà, ne uno scopo ben chiaro;
perciò è tutta in balìa d'impressioni momentanee, tirata in opposte direzioni.
Di che nasce un difetto d'equilibrio, la discordia o la scissura interiore. Il
reale comparisce la prima volta nell'arte, condannato, maledetto, chiamato il
«falso dolce fuggitivo»: pur desiderato, di un desiderio vago che si appaga solo
in immaginazione, debolmente contraddetto e debolmente secondato. Minore è la
speranza, più vivo è il desiderio, il quale, mancatagli la realtà, si appaga in
immaginazione. Nasce una vita di sogni, di estasi, di fantasie, di quello che
l'animo desidera, non con la speranza di conseguirlo, anzi con la coscienza di
non conseguirlo mai. Il poeta sogna, e sa che sogna, e gli piace sognare,
e più certezza averne fora il peggio.
Perchè se per averne più certezza, rompe il corso dell'immaginazione,
sopraggiunge il disinganno. Così vive in fantasia, fabbricandosi godimenti
interrotti spesso dalla riflessione con un «ahi lasso!», in un flutto perenne
d'illusioni e disillusioni. Il disaccordo interno è appunto in questo, nella
immaginazione che costruisce e nella riflessione che distrugge: malattia dello
spirito, nata appunto dall'esagerazione dello spiritualismo. Lo spirito non è
sano, perchè a forza di segregarsi dalla natura e dal senso si trova al fine di
rincontro e ribelle l'immaginazione, e l'immaginazione non è sana, perchè ha di
rincontro a sè e ribelle la riflessione, che in un attimo le dissipa i suoi
castelli incantati. Lo spirito rimane pura riflessione o ragione astratta, e non
ha forza di sottoporsi la volontà, per il contrasto che trova
nell'immaginazione. L'immaginazione rimane pura immaginazione, e non ha forza
sulla volontà, non lavora a realizzare i suoi dolci fantasmi per il contrasto
che trova nella riflessione. Se una delle due forze potesse soggiogar l'altra,
nascerebbe l'equilibrio e la salute; ma le due forze lottano senza alcun
risultato, non si giunge mai a un virile «io voglio», ci è al di dentro il sì e
il no in eterna tenzone: perciò la vita non esce mai al di fuori in un
risultato, in un'azione, rimane pregna di pensieri e immaginazioni tutta al di
dentro:
... ... In questi pensier,
lasso, tienmi dì e notte il signor nostro, Amore.
Lo spirito consuma se stesso in un fantasticare inutile e in una inutile
riflessione. È punito là dove ha peccato. Ha voluto assorbir tutto in sé; e ora
si trova solo, e si ciba di se stesso ed è egli medesimo il suo avoltoio.
Stanco, svogliato, disgustato di una realtà a cui si sente estraneo, il poeta,
come un romito, volge le spalle al mondo e si riduce nella solitudine di
Valchiusa, e ne fa il suo eremo, e rimane solo con se stesso a fantasticare,
«solo e pensoso», incalzato dal suo interno avoltoio:
Solo e pensoso i più deserti campi
vo misurando a passi tardi e lenti.
Da questa situazione sono uscite le due più profonde canzoni del medio evo,
l'una poco nota, l'altra assai popolare, amendue poco studiate, l'una che
incomincia:
Di pensiero in pensier, di monte in monte;
l'altra che incomincia:
Chiare, fresche e dolci acque.
Se il Petrarca avesse avuto piena e chiara coscienza della sua malattia, di
questa attività interna inutile e oziosa, una specie di lenta consunzione dello
spirito, impotente ad uscir da sè e attingere il reale, avremmo la tragedia
dell'anima, come Dante ne concepì la commedia (una tragedia, nella quale il
medio evo avrebbe riconosciuto la sua impotenza e la sua condanna) tra' dolori
della contraddizione vedremmo il misticismo morire, spuntare l'alba della
realtà, il senso o il corpo, proscritto e dichiarato il peccato, ripigliare la
parte che gli tocca nella vita. Ma nel Petrarca la lotta è senza virilità. Gli
manca la forza che abbondò a Dante d'idealizzarsi nell'universo; e rimanendo
chiuso nella sua individualità, gli manca pure ogni forza di resistenza: sì che
la tragedia si risolve in una flebile elegia. Il poeta si abbandona facilmente,
e prorompe in lacrime e in lamenti. Acuto più che profondo, non guarda negli
abissi del suo male e si contenta descriverne i fenomeni condensati in immagini
e in sentenze rimaste proverbiali. Tenero e impressionabile, capace più di
emozioni che di passioni, non dimora lungamente nel suo dolore, che vien presto
l'alleviamento, lo scoppio delle lagrime e de' lamenti. Artista più che poeta, e
disposto a consolarsi facilmente, quando l'immaginazione abbia virtù di
offrirgli un simulacro di quella realtà di cui sente la privazione:
in tante parti e sì bella la veggio,
che se l'error durasse, altro non chieggio.
La famiglia, la patria, la natura, l'amore sono per il poeta, com'era
Dante, cose reali, che riempiono la vita e le danno uno scopo. Per il Petrarca
sono principalmente materia di rappresentazione: l'immagine per lui vale la
cosa. Ma come ci è insieme in lui la coscienza che è l'immagine e non la cosa,
la sua soddisfazione non è intera, ci è in fondo un sentimento della propria
impotenza, ci e questo: - Non potendo avere la realtà, mi appago del suo
simulacro. - Onde nasce un sentimento elegiaco «dolce-amaro», la malinconia,
sentimento di tutte le anime tenere, che non reggono lungamente allo strazio e
non osano guardare in viso il loro male, e si creano amabili fantasmi e dolci
illusioni. Manca al suo strazio l'elevata coscienza della sua natura e la
profondità del sentimento. Ci è anzi in lui la tendenza a dissimularselo,
cercando scampo nella benefica immaginazione. La fisonomia di questo stato del
suo spirito è scolpita nella canzone:
Chiare, fresche e dolci acque,
cielo fosco e funebre che a poco a poco si rasserena ne' più cari diletti
dell'immaginazione, insino a che da ultimo divien luce di paradiso:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Il poeta è così attirato in questo mondo fabbricatogli dall'immaginazione, che
quando si riscuote, domanda:
Qui come venn'io, o quando?
Il suo obblio, il suo sogno era stato così tenace, così simile alla realtà, che
gli parea essere in cielo, non là dov'era. Questa dolce malinconia è la verità
della sua ispirazione, è il suo genio. Quando si sforza di uscirne, spunta
spesso il retore: le sue collere, le sue ammirazioni non sono senza una
esagerazione e ricercatezza, che rivelano lo sforzo. Ma quando vi s'immerge e vi
si annega, la sua forma acquista il carattere della verità congiunta con la
grandezza, è un modello di semplicità e naturalezza.
Gli è che natura, negandogli le grandi convinzioni e le grandi passioni e
lo sguardo profondo di Dante, ne aveva fatto un artista finito. L'immagine
appaga in lui non solo l'artista, ma tutto l'uomo. Senza patria, senza famiglia,
senza un centro sociale in mezzo a cui viva altro che letterario, ritirato nella
solitudine dello studio e nell'intimo commercio degli antichi, la verità e la
serietà della sua vita e tutta in queste espansioni estetiche, come la vita del
santo e nelle sue estasi e contemplazioni. Dante è sbandito da Firenze, ma la
sua anima è sempre colà. Il Petrarca è costretto a dimostrare la sua italianità:
Non è questo 'l terren ch'io toccai pria?
A Dante non fa bisogno di rettorica. Si sente italiano e ne ha tutte le
passioni, e ne senti il fremito e il tumulto nella sua poesia. Ciò che al
contrario ti colpisce nel mondo personale e solitario del Petrarca è la
privazione della realtà, e un desiderio di essa scemo di forza, che si appaga
ne' docili sogni dell'immaginazione. Tutto converge nell'immaginazione; tutto
gli si offre come un sensibile: il pensiero e il sentimento sono in lui
contemplazione estetica, bella forma. Ciò che l'interessa non è entusiasmo
intellettuale, nè sentimento morale o patriottico, ma la contemplazione per se
stessa, in quanto è bella, un sentimento puramente estetico. Laura piange; egli
dice: - Quanto son belle quelle lacrime! - Laura muore; egli dice:
Morte bella parrea nel suo bel viso.
Fantastica sulla sua morte. Ed ecco Laura che prega sulla sua fossa,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
La bellezza per Dante è apparenza simbolica, la bella faccia della sapienza:
dietro a quella ci sta la vita nella sua serietà, vita intellettuale e morale.
Qui la bellezza, emancipata dal simbolo si pone per se stessa, sostanziale,
libera, indipendente, quale si sia il suo contenuto, sia pure indifferente, o
frivolo o repugnante. Il contenuto, già così astratto e scientifico, anzi
scolastico, qui pare per la prima volta essenzialmente come bellezza schietta,
realtà artistica. Al Petrarca non basta che l'immagine sia viva, come bastava a
Dante; vuole che sia bella. Ciò che move il suo cervello a sviluppare e formare
l'immagine, non è l'idea, come storia o filosofia o etica, ma è il piacere
estetico, che in lui s'ingenera della sua contemplazione.
Questo sentimento della bella forma è così in lui connaturato, che penetra
ne' minimi particolari dell'elocuzione, della lingua e del verso. Dante anche
nei più minuti particolari di esecuzione guarda il di dentro, e non lo perde mai
di vista, perchè è il di dentro che l'appassiona; il Petrarca rimane volentieri
al di fuori, e non resta che non l'abbia condotto all'ultima perfezion tecnica.
Nelle immagini, ne' paragoni, nelle idee non cerca novità e originalità, anzi
attinge volentieri ne' classici e ne' trovatori, intento non a cercare o
trovare, ma a dir meglio ciò che è stato detto da altri. L'obbiettivo della sua
poesia non è la cosa, ma l'immagine, il modo di rappresentarla. E reca a tanta
finezza l'espressione che la lingua, l'elocuzione, il verso finora in uno stato
di continua e progressiva formazione, acquistano una forma fissa e definitiva,
divenuta il modello de' secoli posteriori. La lingua poetica è anche oggi quale
il Petrarca ce la lasciò, nè alcuno gli è entrato innanzi negli artifici del
verso e dell'elocuzione. Quel tipo di una lingua illustre che Dante vagheggiava
nella prosa, il Petrarca lo ha realizzato nella poesia, dalla quale è sbandito
il rozzo, il disarmonico, il volgare, il grottesco e il gotico, elementi che pur
compariscono nella Commedia. È una forma bella non solo per rispetto
all'idea, ma per se stessa, aulica, aristocratica, elegante, melodiosa. La
parola vale non solo come segno, ma come parola. Il verso non è solo armonia, o
rispondenza con quel di dentro, ma melodia, elemento musicale in se stesso.
Ma questa bella forma non è un puro artificio tecnico o meccanico, una
vuota sonorità, anzi vien fuori da una immaginazione appassionata e innamorata,
che ha il suo riposo, il suo ultimo fine in se stessa. È una immaginazione
chiusa in sè, non trascendente, che di rado si alza a fantasia o a sentimento,
anzi rifugge dal fantasma, e tende spesso a produrre immagini finite, ben
contornate, chiare e fisse. E se vi si appagasse, sarebbe poesia assolutamente
pagana e plastica. Ma il grande artista ne' momenti anche più geniali della
produzione sente come un vuoto, qualche cosa che gli manchi, e non è
soddisfatto, ed è malinconico. Che gli manca?
Gli manca, com'è detto, il possesso e il godimento e la serietà e la forza
della vita reale. Come artista si sente incompiuto; come immaginazione si sente
isolato: vivere in immaginazione gli piace; pur sente che là non è la vita, e vi
trova sollievo, non appagamento. Questo sentimento del vuoto che penetra ne' più
cari diletti dell'immaginazione, e li tronca bruscamente, questa immaginazione
che, appunto perchè si sente immaginazione e non realtà, produce le sue creature
con la lacrima del desiderio negli occhi, questo desiderio inestinguibile che
pullula dal seno stesso dell'arte e la chiarisce ombra e simulacro, e non cosa
viva, sono il fondo originale e moderno della poesia petrarchesca. L'immagine
nasce trista, perchè nasce con la coscienza di essere immagine e non cosa, e lo
strazio di questa coscienza è raddolcito, perchè, non ci essendo la cosa, ci è
l'immagine, e così bella, così attraente. Situazione piena di misteri, di
contraddizioni e di chiaroscuri, che genera quel non so che «dolce amaro», detto
malinconia, un sentirsi consumare e struggere dolcemente:
che dolcemente mi consuma e strugge.
La malinconia è la musa cristiana, e il male di Dante e de' più eletti spiriti
di quel tempo. Ma la malinconia del Petrarca e della nuova generazione che gli
stava attorno e già di un'altra natura e accenna a tempi nuovi.
La malinconia di Dante ha radice nello spirito stesso del medio evo, che
poneva il fine della vita in un di là della vita, nella congiunzione dell'umano
e del divino, che è la base della Divina Commedia. Le anime del
purgatorio sono malinconiche, perchè sospirano appresso ad un bene, di cui hanno
innanzi la sola immagine nelle pitture, ne' simboli, nelle visioni estatiche.
Quei godimenti dell'immaginativa aguzzano più il desiderio. Non basta loro
l'immagine: vogliono la realtà; e questo volere, raddolcito alla presenza del
simulacro, genera la loro malinconia. Sono prive del paradiso, ma lo veggono in
immaginazione, e sperano di salirvi quando che sia: perciò sono contente nel
fuoco. La condizione delle anime purganti è molto simile a quella degli uomini
nella vita terrena: è lo stesso tarlo che li rode. La vita corporale è un velo,
un simulacro di quel di là che la fede e la scienza offriva chiarissimo
all'intelletto e all'immaginazione; perciò la vita corporale era in se stessa il
peccato o la carne, l'inferno, il vasello o la prigione, dove l'anima vive
malinconica: il giorno della morte è per l'anima il giorno della vita e della
libertà. Non che profondarsi nel reale, e cercare di assimilarselo, l'anima
tende a separarsene, e vivere in ispirito o in immaginazione, fabbricandosi un
simulacro di quel di là a cui spera di giungere: indi la tendenza all'ascetismo,
alla solitudine, all'estasi e al misticismo. Questa era la malinconia di
Caterina, quando dicea: «Muoio e non posso morire».
La stessa tendenza e la stessa malinconia è nel Petrarca. Anch'egli cerca
fabbricarsi ombre e simulacri di Laura, anch'egli cerca l'obblio e il riposo ne'
sogni dell'immaginazione. Quando la santa e il poeta s'incontrarono in Avignone,
dovettero sentirsi sotto un aspetto parenti di spirito. Il poeta aveva la stessa
inclinazione alla solitudine, alla contemplazione, al raccoglimento, all'estasi,
alla malinconia. E se guardiamo all'apparenza, c'era in tutti e due le stesse
credenze e le stesse aspirazioni. Quel «muoio e non posso morire» corrisponde
bene a questo grido del poeta:
aprasi la prigione ov'io son chiuso,
e che 'l cammino a tal vista mi serra.
Ma qui fiutate la rettorica, e là avete l'espressione nuda ed energica di un
sentimento che investe tutta l'anima e consuma la santa a trentatrè anni. Questa
concentrazione ed unità delle forze intorno ad un punto solo, in che è la
serietà della vita, mancò al Petrarca. Il suo mondo è pur quello di Caterina e
di Dante, mondato della sua scorza scolastica e simbolica, ridotto in forma più
chiara e artistica, ma pur quello. Se non che questo mondo mistico non lo
possiede tutto e, sovrano e indiscusso nella mente non tira a sè tutte le forze
della vita. È in lui visibile una dispersione e distrazione di forze, come di
uomo tirato in qua e in là da contrarie correnti, che vorrebbe pigliar la sua
via e non se ne sente la forza, e vaga in balìa dei flutti scontento e
riluttante. La bella unità di Dante, che vedeva la vita nell'armonia
dell'intelletto e dell'atto mediante l'amore, è rotta. Qui ci è scompiglio
interiore ribellione, contraddizione:
e veggio il meglio ed al peggior m'appiglio.
La malinconia di Caterina è l'impazienza del morire, di unirsi con Cristo; la
malinconia di Dante è la dissonanza fra il mondo divino e la selva oscura, la
vita terrena, malinconia piena di forza e di speranza, che si scioglie
nell'azione. La malinconia del Petrarca è la coscienza della sua interna
dissonanza e della sua impotenza a conciliarla, malinconia insanabile, perchè il
male non è nell'intelletto, è nella volontà non certo ribelle, ma debole e
contraddittoria. Per palliare la dissonanza, esce in mezzo la sofistica e la
rettorica, con le più smaglianti frasi, con le più sottili distinzioni:
intervalli di tregua, che fanno risorgere più acuta la coscienza del male. Gli è
che il medio evo è già nel suo petto in fermentazione, penetrato di altri
elementi, senza che egli abbia una distinta coscienza di questo nuovo stato:
accanto al cristiano ascetico ci è l'erudito, il letterato, l'artista, il
pagano, l'uomo di mondo con tutti gl'istinti e le tendenze naturali, che
vogliono farsi valere. Si forma in lui un essere contraddittorio, come ne' tempi
di transizione, che non è ancora l'uomo nuovo, e non è più l'uomo antico.
La malinconia del Petrarca non è dunque più la malinconia del medio evo,
di un mondo formato e trascendente, che rende quaggiù malinconico lo spirito per
il suo legame a quel corpo, ma è la malinconia di un mondo nuovo che, oscuro
ancora alla coscienza, si sviluppa in seno al medio evo e ci sta a disagio, e
tende a sprigionarsene, e non ne ha la forza per la resistenza che trova
nell'intelletto. L'intelletto appartiene al medio evo, alle cui dottrine ha
tolta la ruvida scorza, non la sostanza. Quel mondo nuovo, plastico, pagano,
reazione della natura contro il misticismo, è ancora così debole, così poco
lineato, che l'intelletto può condannarlo e maledirlo, o assimilarselo con una
sofistica apparenza di conciliazione, e se cacciato dalla vita reale riapparisce
nell'immaginazione, può penetrare anche colà e dirgli: - Tu non sei che un
fantasma.
Se in vita di Laura questo sentimento nuovo che sorge, più vicino all'uomo
e alla natura, e dissimulato co' più ingegnosi sofismi, quasi peccato che si
cerchi di palliare, dopo la morte di Laura purificato e trasformato si manifesta
con più energia. Beatrice morta diviene per Dante la scienza, la voce di quel
mondo di là, ov'era lo scopo della vita. La storia di Beatrice è sviluppo di
idee e di dottrine nella lirica e nella Commedia. Il suo riso è luce
intellettuale, raggio dell'intelletto. La storia di Laura è profondamente umana
e reale, eco de' più delicati sentimenti, delle più tenere emozioni, delle più
vivaci impressioni che colpiscono l'uomo in terra.
La poesia in vita di Laura è dominata dall'intelletto, da una riflessione
sofistica e rettorica, che altera la purità de' sentimenti, e sottilizza le
immagini, e raffredda le impressioni, e con vani sforzi di conciliazione mette
più in vista quel sì e quel no che battagliavano nella debole volontà del poeta.
In morte di Laura ogni battaglia cessa, e non ci è più vestigio di sofismi e di
rettorica, perchè la conciliazione cercata finora così ingegnosamente e non
conseguita e già avvenuta per la natura delle cose. Laura morta diviene libera
creatura dell'immaginazione, non più persona autonoma e resistente, ma docile
fantasma. Il poeta ne fa la sua creatura, può darle affetti e pensieri, quali
gli piaccia: può piangerla, vederla, parLare seco, vivere seco in ispirito. La
situazione è semplice e umana. È la donna amata, sparita dalla terra, che ti
apparisce in sogno e ti asciuga gli occhi e ti prende per mano e ti parla:
consolazioni malinconiche, interrotte da una lacrima, quando ti svegli. Dante si
asciuga presto la lacrima, e si gitta fra le onde agitate dell'esistenza, e si
rifà un ideale e lo chiama Beatrice. A lui manca il tempo di piangere, perchè
tiene nel suo petto due secoli, ed ha la forza di comprenderli e realizzarli. Il
Petrarca giunge qui, che è già stanco e disgustato dell'esistenza, vi giunge con
l'anima di solitario e di romito, e non ha altra forza che di piangere:
Ed io son un di quei che il pianger giova.
Piange la fine delle illusioni, il vacuo dell'esistenza, il perire di tutte le
cose:
Veramente siam noi polvere ed ombra.
Così, dopo vane speranze e vani timori, quest'anima tenera e impressionabile
rinunzia alla lotta, e si abbandona, e si separa da un mondo, dove invano erasi
sforzata di penetrare, e si ritira nella solitudine della sua immaginazione con
Laura, chiamando partecipi de' suoi lamenti l'usignolo, e il vago augelletto, e
la valle e il bosco e l'aura e l'onda. La scissura interna dà luogo ad una calma
elegiaca; il cuore stanco si riconcilia con l'intelletto. Il passato, cagione di
gioie e di affanni, gli pare un sogno; la vita gli pare insipida; vivere è un
breve sonno; morire è svegliarsi tra gli spiriti eletti; quando gli occhi si
chiudono, allora si aprono nell'eterno lume; il mondo cristiano, non
contraddetto mai dal suo intelletto, ora penetra nel suo cuore, gli appare come
un mondo nuovo, che dipinge con accenti di maraviglia:
Come va il mondo! Or mi diletta e piace
quel che più mi dispiacque; or veggio e sento
che per aver salute ebbi tormento
e breve guerra per eterna pace.
Ecco in che modo rappresenta questo nuovo stato nel suo inno alla Vergine:
Da poi ch'i' nacqui in su la riva d'Arno,
cercando or questa, ora quell'altra parte,
non è stata mia vita altro che affanno.
Mortal bellezza, atti e parole m'hanno
tutta ingombrata l'alma.
Vergine sacra ed alma,
non tardar: ch'i' son forse all'ultim'anno.
I dì miei più correnti che saetta
fra miserie e peccati
sonsen andati; e sol Morte ne aspetta.
Quest'uomo, che gitta sul passato lo sguardo del disinganno, che chiama la sua
vita miseria e peccato, che vede gli anni fuggiti con tanta rapidità senza alcun
frutto, ben si promette di fare un altro canzoniere alla Vergine, ma e troppo
tardi. - Omai son stanco! - Grida. E se ne' Trionfi cerca ingrandire il
suo orizzonte e uscire da sè e contemplare l'umanità, ciò che ne' suoi versi ha
ancora qualche interesse è il suo passato, che i vecchi hanno il privilegio di
evocare, rifarne qualche frammento; e soprattutto il sogno di Laura, tanto
imitato da poi.
Chi legge il Canzoniere, non può non ricevere questa impressione,
di un mondo astratto, rettorico, sofistico, quale fu foggiato da' trovatori,
dove appariscono sentimenti più umani e reali e forme più chiare e rilevate, o
se vogliamo guardare più alto, di un mondo mistico-scolastico, oltreumano,
ammesso ancora dall'intelletto, ma repulso dal cuore e condannato
dall'immaginazione. Se guardiamo alla forma, quel mondo ha perduto il suo
aspetto simbolico-dottrinale, che lo teneva al di là della vita e dell'arte, e
si è umanizzato, è divenuto immagine e sentimento; il tempio gotico si è
trasformato in un bel tempietto greco, nobilmente decorato, elegante, con luce
uguale, con perfetta simMetria, ispirato da Venere, dea della bellezza e della
grazia. Il grottesco, il gotico, gli angoli, le punte, le ombre, l'indefinito,
il dissonante, il prolisso, il superfluo, il volgare, il difforme, tutto è
cacciato via da questo tempio dell'armonia, maraviglia d'arte, che chiude un
secolo e ne annunzia un altro. L'artista gode; l'uomo è scontento. Perchè sotto
a questa bella forma così levigata e pulita vive un povero core d'uomo, nutrito
di desidèri e d'immagini, a cui lo tira la natura, da cui lo allontana la
ragione, senza la forza di uscire dalla contraddizione e senza la ferma volontà
di realizzarle. L'uomo è minore dell'artista. L'artista non posa, che non abbia
data l'ultima finitezza al suo idolo; l'uomo non osa di guardarsi, e abbozza i
moti del proprio cuore, e salta nelle più opposte direzioni, quasi tema di
fermarsi troppo, di esser costretto a volere e a risolversi. Perciò quella bella
superficie riman fredda; non ha al di sotto profondità di esplorazione, o
energia di volontà e di convinzione. La situazione poteva esser tragica, rimane
elegiaca; poesia di un'anima debole e tenera, che si effonde malinconicamente in
dolci lamenti, assai contenta, quando possa vivere in immaginazione e
fantasticare: l'uomo svanisce nell'artista. Gli è che a quest'uomo mancava
quella fede seria e profonda nel proprio mondo, che fece di Caterina una santa e
di Dante un poeta. Quel mondo giace nel suo cervello già decomposto e in
fermentazione, mescolato con altre divinità. Ciò che di più serio si move nel
suo spirito è il sentimento dell'arte congiunto con l'amore dell'antichità e
dell'erudizione. È in abbozzo l'immagine anticipata de' secoli seguenti, di cui
fu l'idolo. L'arte si afferma come arte e prende possesso della vita.
Così il medio evo, quando appena cominciava a svilupparsi negli altri
popoli, presso di noi per una precoce cultura si dissolveva prima che avesse
potuto esplicarsi in tutti gli aspetti dell'arte e produrre la forma drammatica.
Dante, che dovea essere il principio di tutta una letteratura, ne fu la fine.
Quel mondo così perfetto al di fuori è al di dentro scisso e fiacco: è
contemplazione d'artista, non più fede e sentimento. Questa dissonanza tra una
forma così finita e armonica e un contenuto così debole e contraddittorio ha la
sua espressione ne' sentimenti che prevalgono a' tempi di transizione, la
malinconia, la tenerezza, la delicatezza, il molle e voluttuoso fantasticare. E
l'illustre malato, abbandonato a' flutti di questo doppio mondo, di un mondo che
se ne va e di un mondo che se ne viene, e che con tanta dolcezza e grazia
rappresenta una contraddizione a scioglier la quale gli manca la coscienza e la
forza, è Francesco Petrarca.
IX
IL DECAMERONE
Se ora apri il Decamerone, letta appena la prima novella, gli è come un
cascar dalle nuvole e un domandarti col Petrarca: «Qui come venn'io o quando?».
Non è una evoluzione, ma è una catastrofe, o una rivoluzione, che da un dì
all'altro ti presenta il mondo mutato. Qui trovi il medio evo non solo negato,
ma canzonato.
Ser Ciapperello è un Tartufo anticipato di parecchi secoli, con questa
differenza, che il Molière te ne fa venire disgusto e ribrezzo, con l'intenzione
di concitare gli uditori contro la sua ipocrisia, dove il Boccaccio ci si spassa
con l'intenzione meno d'irritarti contro l'ipocrita che di farti ridere a spese
del suo buon confessore e de' creduli frati e della credula plebe. Perciò l'arma
del Molière è l'ironia sarcastica; l'arma del Boccaccio è l'allegra caricatura.
Per giungere a queste forme e a queste intenzioni bisogna andare fino al
Voltaire. Giovanni Boccaccio sotto un certo aspetto fu il Voltaire del secolo
decimoquarto.
Molti se la pigliano col Boccaccio e dicono ch'egli guastò e corruppe lo
spirito italiano. Egli medesimo in vecchiezza fu preso dal rimorso e finì
chierico, condannando il suo libro. Ma quel libro non era possibile, se nello
spirito italiano non fosse già entrato il guasto, se «guasto» s'ha a dire. Ove
le cose, di cui ride il Boccaccio, fossero state venerabili, poniamo pure
ch'egli avesse potuto riderne, i contemporanei ne avrebbero sentita
indignazione. Ma fu il contrario. Il libro parve rispondere a qualche cosa che
volea da lungo tempo uscir fuori dalle anime, parve dire a voce alta ciò che
tutti dicevano nel loro segreto, e fu applauditissimo, con tanto successo che il
buon Passavanti se ne spaventò e vi oppose come antidoto lo Specchio di
penitenza. Il Boccaccio fu dunque la voce letteraria di un mondo, quale era
già confusamente avvertito nella coscienza. C'era un segreto: egli lo indovinò,
e tutti batterono le mani. Questo fatto, in luogo d'essere maledetto, merita di
essere studiato.
Il carattere del medio evo è la trascendenza, un dì là oltreumano ed
oltrenaturale, fuori della natura e dell'uomo, il genere e la specie fuori
dell'individuo, la materia e la forma fuori della loro unità, l'intelletto fuori
dell'anima, la perfezione e la virtù fuori della vita, la legge fuori della
coscienza, lo spirito fuori del corpo, e lo scopo della vita fuori del mondo. La
base di questa teologia filosofica è l'esistenza degli universali. Il mondo fu
popolato di esseri o intelligenze, sulla cui natura molto si disputò: sono esse
idee divine? Sono generi e specie reali? Sono specie intelligibili? Questo
edificio gemeva già sotto i colpi dei nominalisti, cioè di quelli che negavano
l'esistenza de' generi e delle specie, e li chiamavano puri nomi, e dicevano
esistere solo il singolo, l'individuo. Sulla loro bandiera era scritto un motto
divenuto così popolare: «Non bisogna moltiplicare enti senza necessità».
L'ascetismo era il frutto naturale di un mondo teocratico spinto
all'esagerazione. La vita quaggiù perdeva la sua serietà e il suo valore. L'uomo
dimorava con lo spirito nell'altra vita. E la cima della perfezione fu posta
nell'estasi, nella preghiera e nella contemplazione.
Così nacque la letteratura teocratica, così nacquero le leggende, i misteri, le
visioni, le allegorie: così nacque la Commedia, il poema dell'altra vita.
Il pensiero non aveva intimità, non calava nell'uomo e nella natura, ma se ne
teneva fuori, tutto intorno alla natura e alle qualità degli enti, che erano le
stesse forze umane e naturali sciolte dall'individuo ed esistenti per sè stesse.
Le astrazioni dello spirito divennero esseri viventi. E perchè le astrazioni,
frutto dell'intelletto inesauribile nelle sue distinzioni e suddistinzioni, sono
infinite, questi esseri moltiplicarono nell'acuto intelletto degli scolastici.
Come il mondo scolastico fu popolato di esseri astratti, così il mondo poetico
fu popolato di esseri allegorici, l'uomo, l'anima, la donna, l'amore, le virtù,
i vizi. Non erano persone, come le pagane divinità: erano semplici
personificazioni.
Il sentimento, come frutto di inclinazioni umane e naturali, era peccato.
Le passioni erano scomunicate. La poesia era madre di menzogne. Il teatro cibo
del diavolo. La novella e il romanzo generi di letteratura profani. Tutto questo
si chiamava il senso, e il luogo comune di questo mondo ascetico era la lotta
del senso con la ragione, da fra Guittone a Francesco Petrarca. Il sentimento,
reietto come senso e costretto ad esser ragione, strappato dal cuore umano,
divenne anch'esso un universale, un fatto esteriore, ora simbolico, ora
scolastico, o, come si diceva, «platonico». Il padre de' sentimenti, l'amore,
divenne un fatto filosofico, forza unitiva, unità dell'intelletto e dell'atto.
Così nacque la lirica platonica, dal Guinicelli al Petrarca. Il senso e
l'immaginazione si ribellavano contro questo platonismo. Ed è in questa
ribellione, ancorachè poco scrutata e poco accentuata, che è la grandezza della
lirica petrarchesca. Rappresentare i moti del cuore e della immaginazione nella
loro naturalezza e intimità era vietato. E colui che più gustò di questo frutto
proibito, fu il Petrarca.
L'immaginazione era un istrumento dell'intelletto, destinata a creare
forme e simboli di concetti astratti. Lo sa il povero Dante. Nessuno ebbe mai
l'immaginazione così torturata. E nacquero forme simboliche e intellettuali,
nella cui generalità scomparve l'individuo con la sua personalità. Erano forme
tipiche, generi e specie, anzichè l'individuo. La regina delle forme, la donna,
non potè sottrarsi a questa invasione degli universali, e rimase un ideale più
divino che umano, bella faccia, ma faccia della sapienza, più amata che amante,
e amata meno come donna che come scala alle cose celesti. Così nacquero Beatrice
e Laura.
Certo, a nessuno è lecito parlare con poca riverenza di questo mondo
dell'autorità che segna un momento interessantissimo nella storia dello spirito
umano, e che ha pure il suo fondamento nella vita. L'illuminismo o il
misticismo, la visione estatica, è un portato naturale dello spirito nella sua
alienazione dal corpo, ciò che dicevasi a «vivere in astrazione»: momento di
concitazione e di entusiasmo, che l'uomo pare più che uomo e sembra in lui parli
un dio o un demonio. Perciò quell'entusiasmo fu detto «furore divino» o «estro»,
qualità de' profeti e de' poeti, che sono tutt'uno per Dante. Questa elevazione
dell'anima in se stessa, e al di sopra de' limiti ordinari della vita reale, è
il lato eroico dell'umanità, il privilegio della giovinezza, la condizione di
tutte le società primitive, quando, cessati i bisogni materiali, vi si sveglia
lo spirito. Tutto ciò che ci fa disprezzare la vita e le ricchezze e i piaceri,
è degno di stima.
Ma è uno stato di tensione e di disquilibrio che non può aver durata.
L'arte, la coltura, la conoscenza e l'esperienza della vita lo modificano e lo
trasformano.
L'arte, impossessandosi di questo mondo, lo umanizza, lo accosta all'uomo
e alla natura, lo mescola di altri elementi, vi fa penetrare le passioni e i
furori del senso. Non ci hai ancora equilibrio; non ci hai qualche cosa che sia
la vita nella sua intimità, insieme paradiso e inferno; ma già di rincontro al
paradiso hai l'inferno, di rincontro a Beatrice hai Francesca da Rimini, e di
rincontro a Dante, simbolo dell'umanità, hai Dante Alighieri, l'individuo in
tutta la sua personalità. Nel Canzoniere quel mondo si spoglia pure le
sue forme natie, teologiche, scolastiche, allegoriche, e prende aspetto più
umano e naturale.
E se fosse durato ancora un pezzo nella coscienza, non è dubbio che l'arte
vi si sarebbe compiutamente sviluppata, e come la visione e la leggenda divenne
la Commedia, come Selvaggia divenne Beatrice, e Beatrice Laura, dal seno
de' misteri sarebbe uscito il dramma, e molti generi di letteratura ancora
iniziali e abbozzati già nella Commedia sarebbero venuti a maturità, come
l'inno e la satira. Ma già quel mondo nel Canzoniere non ha più il calore
dell'entusiasmo e della fede, e in quelle forme così eleganti lascia una parte
della sua sostanza. Il sentimento religioso, morale, politico vive fiaccamente
nella coscienza del poeta; e il posto rimasto vuoto è occupato dall'arte.
Questo infiacchirsi della coscienza, questo culto della bella forma fra
tanta invasione di antichità greco-romana sono i due fatti caratteristici della
nuova generazione, che succede all'età virile e credente e appassionata di
Dante. Quegli uomini non si appassionano più per le dottrine, e non cercano il
vero sotto i «versi strani»; la «bella veste» li appaga. I loro studi non hanno
più a guida l'investigazione della verità, ma l'erudizione: c'è il sapere per il
sapere, come l'arte per l'arte. I Fiori, I Giardini, I
Conviti, I Tesori, dove la sapienza sacra e profana era usata a
scopo morale, danno luogo a raccolte semplicemente storiche ed erudite. Ci sono
ancora gli scolastici, che chiamano il Petrarca un insipiente, ma le loro
querele si sperdono nel plauso universale, che pone il Petrarca accanto a
Virgilio. E codesto Virgilio non è più il mago, precursore del cristianesimo, e
neppure il savio «che tutto seppe», ma è il dolce ed elegante poeta. Dante
s'incorona da sè in paradiso poeta, profeta e apostolo: i contemporanei
incoronano nel Petrarca l'autore dell'Africa, della nuova Eneide.
La coltura e l'arte sono i nuovi idoli dello spirito italiano.
Ma la coltura e l'arte non è il naturale fiorire di un mondo interiore,
anzi è accompagnata con l'infiacchirsi della coscienza, e si pone già per se
stessa, come un fatto estrinseco che abbia il suo valore in sè e sia a un tempo
mezzo e scopo. È una coltura e un'arte «formale», non riscaldata abbastanza dal
contenuto. Ci è lì dentro lo stesso mondo di Dante, ma c'è come ragione in lotta
col sentimento e con l'immaginazione; lotta fiacca e inconcludente: scemato è il
vigore della fede e della volontà.
Gli è che quel mondo mistico, fuori della natura e dell'uomo, appunto per
la sua esagerazione, non poteva avere alcun riscontro con la realtà. Ebbe la sua
età dell'oro, evocata da Dante con tanta malinconia; ma a lungo andare dovea
rimanere pura teoria, ammessa per tradizione e per abitudine e contraddetta
nella vita pratica. Più alto era il modello, più visibile era la contraddizione
e più scandalosa. Nel secolo di Dante e di Caterina grandi sono i lamenti e le
invettive per la corruttela de' costumi, specialmente ne' papi e ne' chierici,
che con l'esempio contraddicevano alle loro dottrine. Queste invettive divennero
il luogo comune della letteratura, e ne odi l'eco un po' rettorica ne' versi
eleganti del Petrarca contro l'avara Babilonia. Ma lo spettacolo, divenuto
abituale e generale, non moveva più indignazione; e mentre Caterina ammoniva e
il Petrarca satireggiava, il mondo continuava sua via. Allato al misticismo
vedevi il cinismo. Dirimpetto a Caterina vedevi Giovanna di Napoli.
La corruttela de' costumi non era negazione ardita delle dottrine
cristiane, anzi tutti si tenevano buoni cristiani, ed erano zelantissimi contro
gli eretici, e molti facevano all'ultimo penitenza. Ma era qualche cosa di
peggio: era indifferenza, un oscurarsi del senso morale. Quel mondo viveva
ancora nell'intelletto, non creduto e non combattuto, ozioso, senza alcuna
efficacia su' sentimenti e sulle azioni.
In questa condizione degli spiriti, la coltura dovea avere un effetto
deleterio. La parte leggendaria, fantastica, miracolosa di quel mondo dovea
parere a quegl'ingegni così svegliati cosa così poco seria, come le prediche de'
frati contraddette dalla vita. Sparisce quel candore infantile di fede anche
nelle cose più assurde, che tanto ci alletta negli scrittori antecedenti. Le
classi colte cominciano a separarsi dalla plebe e a prendersi spasso della sua
credulità. Esser credente era prima un titolo di gloria de' più forti ingegni.
Essere incredulo diviene ora indizio di animo colto.
D'altra parte la maggiore coltura, generando un più vivo sentimento della
natura e dell'uomo, dovea affrettare la rovina di un mondo così astratto e così
estrinseco alla vita. Il reale disconosciuto dovea prender la sua rivincita; la
natura troppo compressa dovea reagire a sua volta. Così di rincontro a quello
spiritualismo esagerato sorgeva una reazione inevitabile, il naturalismo e il
realismo nella vita pratica.
Indi è che la coltura, in luogo di calare in quel mondo e modificarlo e
trasformarlo e riabilitarlo nella coscienza, come fu più tardi in Germania, si
collocò addirittura fuori di esso, e lasciata la coscienza vuota, impiegò la sua
attività ne' piaceri dell'erudizione e dell'arte.
Così quel mondo si trovò fuori della coscienza, senza lotta intellettuale,
anzi rimanendo ozioso padrone dell'intelletto. Ci erano anche allora i liberi
pensatori, soprattutto ne' conventi, ma erano sforzi isolati, scuciti. Una lotta
più seria era stata iniziata da' ghibellini; ma la rotta di Benevento e il
trionfo durevole de' guelfi avea posto fine alla discussione e all'esame. Gli
uomini amavano meglio scoprire e postillare manoscritti, e nelle cose di fede
lasciar dire il papa, e vivere a modo loro.
Questo fu il naturale effetto della vittoria guelfa. Finirono le lotte e
le discussioni; successe l'indifferenza religiosa e politica, fra tanto fiorire
di coltura, di erudizione, di arte, di commerci e d'industrie. Ci erano tutti i
segni di un grande progresso: una più esatta conoscenza dell'antichità, un gusto
più fine e un sentimento artistico più sviluppato, una disposizione meno alla
fede che alla critica e all'investigazione, minor violenza di passioni, maggiore
eleganza di forme: l'idolo di questa società dovea essere il Petrarca, nel quale
riconosceva e incoronava se stessa. Ma sotto a quel progresso v'era il germe di
una incurabile decadenza, l'infiacchimento della coscienza.
Il Canzoniere, posto tra quei due mondi, senza esser nè l'uno, nè
l'altro, così elegante al di fuori, così fiacco e discorde al di dentro, è
l'ultima voce letteraria, rettorica ed elegiaca, di un mondo che si oscurava
nella coscienza. I contemporanei applaudivano alla bella forma, e non cercavano
e non si appassionavano pel contenuto, come avveniva con la Commedia.
Quel mondo, divenuto letterario e artistico, anche un po' rettorico e
convenzionale, non rispondeva più alle condizioni reali della vita italiana.
Quel misticismo, quell'estasi dello spirito, che si rivela un'ultima volta con
tanta malinconia e tenerezza nel Petrarca, era in aperta rottura con le tendenze
e le abitudini di una società colta, erudita, artistica, dedita a' godimenti e
alle cure materiali, ancora nell'intelletto cristiana, non scettica e non
materialista ma nella vita già indifferente e incuriosa degli alti problemi
dell'umanità. Il linguaggio era lo stesso, ma dietro alla parola non ci era più
la cosa. Questo era il segreto di tutti, quel qualche cosa non avvertito e non
definito, ma che pur si manifestava con tanta chiarezza nella vita pratica. E
colui che dovea svelare il segreto e dargli una voce letteraria, non usciva già
dalle scuole: usciva dal seno stesso di una società che dovea così bene
rappresentare.
Tutti i grandi scrittori erano usciti dall'università di Bologna,
Guinicelli, Cino, Cavalcanti, Dante, Petrarca.
Giovanni Boccaccio, nato il 1313, nove anni dopo il Petrarca e otto prima
della morte di Dante, «non pienamente avendo imparato grammatica», come scrive
Filippo Villani, «volendo e costringendolo il padre per cagione di guadagno, fu
costretto ad attendere all'abbaco, e per la medesima cagione a peregrinare». Il
padre era un mercante fiorentino, e alla mercatura indirizzò il figlio. Quando i
giovani appena cominciavano i loro studi nella università, il nostro Giovanni
faceva, come si direbbe oggi, il commesso viaggiatore in servigio del padre, e
il suo libro era la pratica e la conoscenza del mondo. Girando di città in
città, si mostrava più dedito alle piacevoli letture e a' passatempi che
all'esercizio della mercatura, e più uomo di spirito e d'immaginazione che uomo
d'affari. Era chiamato «il poeta». Venuto in Napoli a ventitrè anni, menava vita
signorile, bazzicava in corte, usava co' gentiluomini, spendeva largamente,
amoreggiava, scribacchiava, leggicchiava. Dicesi che alla vista della tomba di
Virgilio rimase pensoso e sentì la sua vocazione poetica. Fatto è che il buon
padre, visto che non se ne potea cavare un mercante, pensò farne un
giureconsulto, e lo mis