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"Adesso capirai, bambina mia, perché il tuo nonno desidera soltanto andarsene, qui tutto ha di nuovo l'odore brandeburghese misto di pino e di caserma. Per farla breve: voglio semplicemente 'volatilizzarmi', come dicono i berlinesi, ma non appena mi riuscirà di riemergere in letizia da qualche parte, e il più lontano possibile dallo scambio di colpi tedesco-tedesco, ti invierò numerosi e significativi segnali lampeggianti..."


Günter Grass, Premio Nobel 1999

Una lettura ostica, quella di È una lunga storia (Ein weites Feld). Sarebbe meglio se il lettore si preparasse prima, informandosi esaurientemente su Theodore Fontane, sull'Unità delle Due Germanie e su molti eventi-clou della storia tedesca dell'ultimo secolo e mezzo...

Ma di cosa tratta il romanzo? In sostanza di questo: mentre l'Oskar Matzerath de 'Il tamburo' a tre anni cerca di fermare il tempo rifiutandosi di crescere, il protagonista settantenne di 'È una lunga storia' si estranea dalla realtà di una Germania culturalmente stanca emigrando dal presente e forgiandosi una seconda identità: quella di Theodore Fontane, romanziere vissuto esattamente un secolo prima di lui. 'È una lunga storia' si può considerare un'esauriente panoramica storica: dal 1848 al presente. La "lunga storia" (ma il titolo tedesco Ein weites Feld significa "un vasto campo") comincia con una passeggiata lungo il Muro di Berlino in via di smantellamento e finisce con una rassegna dei fattacci di intemperanza razziale degli anni Novanta.

In una recensione di Herbert Glossner apparsa su Das Sonntagsblatt, leggiamo:
"E' forse il romanzo dell'Unità tedesca? Una reminiscenza della DDR? Una satira sulla Stasi? Una passeggiata attraverso la metropoli berlinese? Letteratura nella letteratura? Anzitutto si tratta di un romanzo irriverente, con il vecchio Fonty che ama esibirsi come controfigura di Theodor Fontane... Dopo l'Oskar Matzerath del 'Tamburo', Grass è riescito a forgiare un nuovo personaggio indimenticabile, con i pregi e le debolezze che lo contraddistinguono."


Nato nel 1919, e dunque testimone vivente di un bel pezzo di storia tedesca (dalla Seconda Guerra Mondiale all'Unificazione), Theo Wuttke, scherzosamente soprannominato "Fonty" per l'infinita ammirazione che nutre per Fontane, trova conforto unicamente nei libri. Senonché, la visita di una sua giovane nipote francese riesce a ravvivare in lui l'entusiasmo per la vita. Nei racconti che il settantenne Fonty snocciola, la Germania è tutt'altro che la nazione brillante che vorrebbe sembrare;  e gli aspetti peggiori vengono impersonificati da un conoscente di Wuttke/Fonty, suo amico-nemico e "Ombra Perenne". Il nome di questa figura negativa è Hoftaller: un uomo che sa sempre adeguarsi a nuovi padroni e nuovi regimi.
Ein weites Feld è un virtuoso affresco in politicis che (e come poteva essere altrimenti?) ha dato adito a un fiume di critiche. Parimenti a Grass, il vecchio protagonista del romanzo non si mostra affatto felice dell'Unificazione o, meglio, del modo in cui essa è avvenuta. Anche per questo, 'È una lunga storia' (dall'editore pomposamente preannunciata come "la più grande opera letteraria del secolo") è stato soggetta a giudizi negativi. Ma pare che la Bild Zeitung e Marcel Reich-Ranicki abbiano voluto stroncare il romanzo soprattutto perché non gradiscono le prese di posizione del suo autore. Dell'Unificazione Grass ha effettivamente una idea molto "sua". Giudica quella avvenuta sotto l'egida del cancelliere Kohl una jattura, perché è stata il contrario di quanto a lui pareva desiderabile: si sarebbe trattata di una colonizzazione che "ha spogliato dell'identità milioni di uomini", quando lui avrebbe voluto una confederazione tra due Stati in un'unica nazione culturale.

L'idea di un protagonista che narra un lungo stralcio di cronaca secolare, di cui è stato testimone, si riscontra in almeno due romanzi antecedenti, entrambi usciti dalla penna di autori inglesi - Earthly Powers di Anthony Burgess e 'Le nuove confessioni' di William Boyd. Ad essi bisognerebbe aggiungere almeno un altro libro di Burgess: Any Old Iron, dove, di nuovo, il Ventesimo secolo viene magistralmente passato in rassegna. Ma Ein weites Feld conserva - ovviamente - la tipica impronta "grassiana": quella di Günter Grass è, come sempre, una "superba macchina narrativa", un "duomo barocco" (più che gotico) dall'architettura complessa, in cui  piccole vicende quotidiane si intrecciano con le tragedie collettive. Naturalmente non mancano gustosi riferimenti a celebri personaggi della cultura, come p.es. Uwe Johnson. Johnson e Grass furono amici, e in Ein weites Feld Grass scrive così di lui: "...Tutto quello che lui diceva era graziosamente costruito, e a volte di una maniera incredibilmente rovesciata. Alla lontana mi richiamava alla mente Storm..."

Oramai è divenuta una sindrome professionale quella di rinfacciare a Grass la "scarsa accessibilità" e il suo voler andare a tutti i costi controcorrente. Ma lui è, e rimane, l'unico letterato tedesco di formato internazionale. A conti fatti, nessun altro ha saputo descrivere così bene e in maniera tanto esauriente la Caduta del Muro con i suoi annessi e connessi.

 

                           Günter Grass: E' una lunga storia (Ein weites Feld) Traduzione di Claudio Groff. Pag. 658. Edizioni Einaudi

GÜNTER GRASS (indice)

                                      GOETHE                 Frontespizio di Pop Goes The Weasel

Noi dell'archivio lo chiamavamo Fonty; no, molti di coloro nei quali si imbatteva dicevano: "Allora, Fonty, di nuovo posta da Friedlaender? E come sta la figliola? Dappertutto si parla delle nozze di Mete, non solo al Prenzlberg. Cosa c'è di vero, Fonty?"

Persino la sua Ombra Perenne esclamava: "Ma no, Fonty! E' stato anni prima dei moti rivoluzionari, quando Lei, alla luce delle candele, ha offerto ai suoi compagni del Tunnel qualcosa di scozzese, una ballata..."

D'accordo: suona un po' stupido, come Honni {**} o Gorbi, ma Fonty deve restare Fonty. Persino il suo desiderio dell'ypsilon finale dobbiamo vidimarlo con un timbro ugonotto.

Stando ai documenti, si chiamava Theo Wuttke, ma essendo nato a Neuruppin, e per di più nel penultimo giorno dell'anno 1919, c'era materiale a sufficienza per rispecchiare il tormento di un'esistenza fallita che solo tardi era giunta alla fama, ma alla quale poi si era eretto un monumento che noi, con le parole di Fonty, chiamavamo "il bronzo seduto".

Senza curarsi di morte ed epitaffio, stimolato invece dal monumento a figura intera davanti al quale, da bambino, aveva sostato spesso da solo e a volte tenuto per mano dal padre, il giovane Wuttke, sia da studente liceale, sia nell'uniforme azzurra dell'aviazione, si studiò un'illustre "seconda vita" talmente plausibile che il Wuttke attempato, cui l'appellativo "Fonty" era rimasto appiccicato a iniziare dai suoi viaggi di conferenze per il Kulturbund, si trovò a disporre di una massa di citazioni variamente spendibili; e tutte così calzanti, che in questo o quel gruppo di conversatori poteva presentarsi come se ne fosse l'autore.

Parlava della "mia sufficientemente nota 'Ballata della Pera'", della "mia Grete Minde e il suo incendio", e tornava sempre a Effi come alla sua "figlia dell'aria". Dubslav von Stechlin e la biondocenere Lene Nimptsch, Mathilde dal viso di cammeo e Stine, venuta su troppo pallida, insieme alla vedova Pittelkow, Briest nella sua debolezza, Schach, come si rese ridicolo, il guardiaboschi Opitz e la malaticcia Cécile {***}, erano tutti alle sue dipendenze. Senza ammiccamenti, bensì nella certezza di dolori vissuti, si lamentava con noi della sua corvée come farmacista al tempo della rivoluzione quarantottesca, poi della situazione incresciosa in qualità di segretario dell'Accademia prussiana delle Arti. "Sono sempre spaventosamente fiacco e giù di nervi" -, per riferire allo stesso modo di quella crisi che lo aveva quasi portato in manicomio. L'uomo era ciò che diceva, e chi lo chiamava Fonty gli credeva sulla parola, mentre chiacchierava e rivestiva di aneddoti pungenti la grandezza e il declino della nobiltà brandeburghese.

Così ci ha accorciato cupi pomeriggi. Appena seduto nella poltrona dei visitatori, attaccava a parlare. Del resto conosceva tutto: era persino in grado di elencare gli errori dei suoi biografi, che quand'era di buonumore definiva "i miei benemeriti cancellatori di tracce". E quando sembrò avere la certezza di essere assurto per noi a modello, esclamò: "Sarebbe ridicolo ritrarmi come 'serenamente al di sopra delle parti!'"

Spesso era più bravo di noi, i suoi "solerti schiavi delle note in calce". L'epistolario che conservavamo, ad esempio lo scambio di lettere con la figlia, era capace di sgranarlo con una tale sicurezza nelle citazioni che per lui dev'essere stato un piacere proseguire questa corrispondenza in un imperituro estro epistolare; subito dopo l'apertura del Muro di Berlino scrisse appunto a Martha Wuttke, che a causa di un esaurimento nervoso si trovava per cura a Thale am Harz, una lettera á la Mete:
"... Naturalmente mamma si è fatta spuntare le lacrime, mentre a me questi avvenimenti che vogliono a tutti i costi essere grandi dicono davvero poco. Mi attirano di più i particolari inconsueti, ad esempio quei ragazzi, tra i quali stranieri dall'aria esotica, che nel ruolo di cosiddetti abbattimuro o picchi muraioli praticano la demolizione indubbiamente degna di plauso di questa chilometrica conquista, in parte come iconoclastia, in parte come commercio al minuto; si fanno sotto all'opera d'arte pantedesca con martello e scalpello, in modo che ciascuno, e la clientela non manca, si ritrovi col suo souvenir..."

E con ciò è chiaro in quale passato facciamo rivivere Theo Wuttke, che tutti chiamavano Fonty. Lo stesso vale per la sua Ombra Perenne. Ludwig Hoftaller, la cui vita anteriore arrivò sul mercato librario occidentale nel 1986 sotto il titolo Tallhover, entrò in attività all'inizio degli anni Quaranta del secolo scorso, senza peraltro cessare l'esercizio della professione là dove il suo biografo aveva messo la parola fine, bensì continuando a trarre vantaggi, a partire da metà anni Cinquanta del nostro secolo, dalla sua memoria fin troppo dilatata, presumibilmente a causa dei molti casi in sospeso, dei quali faceva parte il caso Fonty.

Così fu Hoftaller che vendette le patacche orientali alla stazione del Giardino Zoologico {****} per poter invitare il suo Oggetto, grazie alla valuta occidentale, a festeggiare il settantesimo compleanno: "Non ci si può passare sopra così. Bisogna innaffiarlo".

"Sarebbe come volermi tributare il penultimo onore".

Fonty richiamò alla memoria del suo vecchio camerata una situazione che si era determinata in seguito all'invito della "Vossische Zeitung". Era arrivata a casa una lettera del capo redattore Stephany. Ma già cent'anni prima lui aveva reagito svogliatamente, a volta di corriere: "Chiunque può arrivare ai settanta, se ha uno stomaco passabile".


      

                                                                                                             R. KUNZE

                                                                                                                          

 

Musica: Rimski-Korsakov (1844-1908)