Johan Johansson La simmetria imperfetta alla memoria di mio padre Introduzione Scrittore poco più che trentenne (è nato ad Akureyri nei primi anni '60) Johan Thor Johansson è un tipico esponente del moralismo logico: lo stile letterario in cui si esprime la nuova generazione di autori islandesi. Ha esordito nei primi anni di università con racconti fantastici pubblicati su diversi periodici letterari scandinavi quasi subito tradotti in inglese e francese da una casa editrice di Montréal. Attualmente insegna letteratura islandese presso l'Università di Lund (Svezia). Alba Volpiano, studiosa di letterature nordiche, ci ha gentilmente inviato la versione inglese (stampata a Dublino pochi mesi fa) di questo racconto di Johan Thor. La simmetria imperfetta ha riscosso incoraggianti giudizi da parte dei critici nordici ed è stato tradotto in diverse lingue dell'Europa settentrionale. Questa è la prima versione in una lingua neolatina del sud (la traduzione spagnola, anch'essa in via di realizzazione, è curata dallo stesso Johan Thor Johansson con la consulenza di Bihotz Goikoetxea che sta contemporaneamente curando la versione basca). I Sullo Snæfell (m. 1823) La tua primitiva idea di libertà - che eri venuto già da tempo maturando - si era fortemente incrinata: eppure sentivi che non eri più prigioniero. *** Una volta avevi guidato un manipolo di ragazzi su un obliquo costone di lava che si faceva sempre più ripido e scivoloso. Al cielo sopra le vostre teste, col suo colore tranquillo e fantastici cumuli di vapore, non pensavate più: eravate invece concentratissimi nel controllare i movimenti dei quattro arti maggiori, quei movimenti a volte impercettibili che dovevano farvi avanzare nella scalata, evitando, possibilmente, di precipitare. La tua idea di superare quel lastrone lavico ormai quasi verticale per raggiungere la cima del monte più alto d'Islanda (se si escludono le cime sommerse dai ghiacci), non poteva essere mutata. - Coraggio, ci resta da fare solo un ultimo sforzo. Basta non voltarsi indietro. (Ricercasti il timbro più suadente e sicuro per pronunciare queste parole.) - Ehi capo, non ce la facciamo più. (Affermò Thor con una intonazione discendente, definitiva, senza speranza.) - Non preoccupatevi; ce l'abbiamo quasi fatta. Appigliatevi esattamente dove mi appiglio io. (Dicesti con voce superficialmente ferma, aggrappandoti alla tua dignità di capo: dovevi infondere sicurezza a chi stavi guidando essendone tu privo per primo.) - Ma, capo, è pericoloso! Non ce la possiamo fare senza una corda! (Osservò con senso pratico Konrad.) - Eccola qua la corda! E dallo zaino estraesti, con movimenti resi difficili dal precario equilibrio che la scoscesa posizione metteva alla prova ad ogni istante, qualche metro di spago da pacchi. Ti guardarono tutti con aria incredula, ma nessuno riuscì a ridere. Avevano paura di continuare, ma avevano ancora più paura di ritornare sui loro passi, ciò che li avrebbe costretti a guardare in faccia il pauroso precipizio che, dopo un'ora di arrampicata, si erano lasciati alle spalle. Vi trovavate in stallo: come quando un aereo cabra avvicinandosi sempre più ad una linea perpendicolare al terreno: può giungere ad un punto in cui il motore non ha più la forza sufficiente per farlo salire: allora l'aereo si ferma quasi fosse indeciso sul da farsi: avrà ancora un po' di cavalli di riserva per proseguire nella sua ascesa verticale o deciderà piuttosto di lasciarsi andare alla forza di gravità rischiando un avvitamento incontrollabile? Ma ritorniamo a quel gruppo di ragazzi che abbiamo lasciato poco fa in una situazione pericolosa. Le gambe di qualcuno cominciarono a tremare, altri avevano le mani sudate che stringevano con disperazione un qualche insufficiente appiglio nella roccia. Bisognava dare un motivo alla volontà di farcela, collegare le loro ineguali capacità fisiche, le loro insondabili e incerte coscienze, ad un simbolo tangibile, per quanto assurdo o inadeguato: quell'esile spago di pochi metri, a cui ciascuno fece fare un semplice giro attorno alla vita; quello spago offerto loro da un capo di cui cominciavano a dubitare, riuscì a trascinare anche il meno agile e il più pesante, anche il più insicuro, fino alla cima del costone roccioso. Eravate ormai completamente sfiniti. Avevi legato alla cintura il capo di quel legamento insufficiente, sapendo che lo spago si sarebbe potuto spezzare alla più piccola sollecitazione di una certa importanza, al minimo sfregamento su qualche tagliente profilo del lastrone lavico reso ancora più insidioso dalle residue (era estate) chiazze di ghiaccio ... Lontanissimo l'orlo del cielo sfumava il suo colore nell'oceano, preceduto a sudest dalla distesa abbagliante della coperta ghiacciata del Vatnajökull; a nordest la cima rotonda dello Herdubreid, e degli altri monti ricoperti da prati ospitanti le macchie bianche delle greggi; vi circondava fresca una brezza tonificante. Avevate conquistato la vetta dal lato più arduo e senza attrezzatura adeguata: un'esperienza da non dimenticare nei giorni che sarebbero venuti a ricordarvela. - Allora, ragazzi, che ve ne pare? - È incredibile, rispose Thor: chi l'avrebbe mai detto che ci saremmo riusciti? - Per me, - fece Konrad - siamo stati fortunati. Comunque ne valeva la pena. - Guardate! - disse Gustav: - Se fossimo venuti su dall'altro versante sarebbe stato un gioco da ragazzi. - Certo, - lo incalzò il capo - il nostro gioco! Ma siamo stati bravi: è stato un gioco pericoloso. - Be', - fece Konrad - quando la vita è appesa a uno spago si diventa bravi per forza: è l'istinto di conservazione. - Che c'entra, - rispose bruscamente Thor - l'istinto di conservazione. Da solo è un elemento necessario ma non sufficiente a spiegare perché siamo riusciti ad arrivare fin qui: l'istinto ci avrebbe dovuto piuttosto bloccare più a valle, prima che la scalata diventasse un'ascesa impossibile ... - Thor, non parlare così difficile! - lo interruppe Gustav. - Guarda piuttosto il panorama: goditi la conquista della vetta, e basta! Tu pensi troppo! È per questo che sei sempre l'ultimo ad arrivare. - A volte pensare non fa poi male, - dicesti convinto di aver proferito una banalità vera, - ma forse il nostro ragionare a caldo è insufficiente a interpretare i fatti, almeno per ora. - Io credo di averlo visto ... - ricominciò Thor. - Cosa? - Il mio angelo. - Senti, senti ... e ce le aveva le ali? - fece Konrad un po' sarcastico. - Non lo so. Era più una sensazione che una visione nitida di forme ... - Mah, secondo me significa che non l'hai visto: te lo sei semplicemente immaginato, una specie di autosuggestione. - E perché mai mi sarei dovuto autosuggestionare pensando a un angelo? comunque qualcosa ho visto: era come una concentrazione di energia di colore rosso-arancione, e poi mi parlava. - E cosa ti avrebbe detto? - Non è che fossero proprio parole ... era come se le frasi fossero concentrate in suoni brevissimi che mi comunicavano però un significato ben preciso, senza ombra di dubbio. - E quale sarebbe stato il significato di quei suoni? - Di andare avanti, di non guardare indietro, di dare fiducia al capo. - Mah, secondo me questo fa parte dell'istinto di conservazione! - Be', chiamalo come vuoi; per me più che un istinto è una forza di volontà, che è legata più alla ragione che all'istinto. - OK, ragazzi, - ti intromettesti - basta così! - Ha ragione il capo, - fece il timido Olaf - le parole non possono spiegare tutto. Gli altri ti guardarono stupiti: Olaf parlava di rado ed era piuttosto schivo, tendeva ad adattarsi alle decisioni degli altri senza esprimere chiaramente la propria personale posizione. Quella volta aveva parlato rendendo esplicito, per quanto possibile, il suo sentimento di ragazzo pensieroso che trovava nelle parole dei legami insufficienti fra l'attività della sua mente e la realtà. Amava molto la poesia: sapeva a memoria l'intera Edda, di cui a volte, attorno al fuoco di bivacco, gli facevano declamare alcuni brani ... ritmo, immagini e avventure di uomini e dèi che vedevano le cose ben distinte (oggi si lascia, con una certa indifferenza, al mistero tutto lo spazio dell'improbabile, o la zona dell'assurdo, o la sezione di realtà che non può essere soggetta ad una indagine critica della ragione). Olaf era ancora in cerca di parole penetranti quella zona oscura della riflessione che pur essendo impalpabile continua a interrogare ogni pensiero. II Il falco Erano passati anni (forse tre lustri) da quel giorno. Arrivato lassù se ne ricordò con una vividezza insolita. No, non c'era vento quella sera. Il cielo era quasi privo della consueta luminosità boreale, e poi si fece buio. Uno strato di nuvole nascondeva una parte delle nascenti stelle ed un residuo di luna calante. L'altra parte del cielo era invece sempre più nitidamente trattenuta da quei lontani punti di luce ... aveva già espresso due desideri vedendo cadere un paio di stelle verso la foce del S. Lorenzo.. Ai suoi piedi, laggiù in basso, si distendeva il fiordo di Akureyri, segnalata dalla luce arancione di invisibili lampioni e dal chiarore diffuso dalle finestre di altrettanto invisibili case: un paesaggio astratto e artificiale, come quello di un volo notturno, la cui realtà sembrava decrescere assieme alle sue dimensioni, rimpicciolite dalla grande distanza. Stava guardando il paesaggio da così tanto tempo che i suoi occhi, pur rimanendo aperti, non portavano più immagini al cervello. Erano certo più attive altre sezioni di materia grigia: aveva attivato inconsciamente un programma di ricerca per stimolare le parti di corteccia cerebrale che di solito non utilizzava: forse quelle che contenevano certi ricordi scordati, oppure quelle che registravano i suoi desideri profondi. Il falco volteggiava avvicinandosi, stringendo sempre di più la spirale che lo sosteneva, al punto in cui lui si trovava assorto. Lo guardava e sapeva che non doveva avere paura. Il falco si posò infine, con naturalezza, sulla sua spalla sinistra, aprì il forte becco emettendo qualche verso incomprensibile. Sentì che doveva registrare quell'avvenimento: tirò fuori dallo zaino il block-notes e una matita, il falco la impugnò col suo becco e scrisse: Wo shi ni de xin! Lo guardò negli occhi lucidi, decisi e distanti, mentre i suoi lo interrogavano inquieti: - Falco, cosa vuoi dirmi? Il falco continuò: Ni shi wo de sheng! Il falco si rese infine conto che quanto stava scrivendo gli risultava incomprensibile, allora tracciò questi segni: Ich bin dein Herz und du bist mein Leben! Ora cominciava a capire qualcosa, ciononostante il senso del discorso del falco gli pareva oltremodo strano. Guarda! - proseguì il rapace scrivendo finalmente in islandese - Tutto può stare nelle tue mani, ma le tue mani non lo possono pensare. Rimuginò per un tratto di tempo quanto gli stava accadendo, cercò di ricapitolare, di dare un senso a quello che il falco aveva scritto: "Io sono il tuo cuore e tu sei la mia vita! Guarda! Tutto sta nelle tue mani, ma le tue mani non lo possono pensare". "Che strano - rifletteva - che un falco scriva queste cose. Cerchiamo di capire: se il falco è il simbolo del mio cuore significa che in questo momento il mio cuore è fuori di me, ma fuori di me non può vivere, né io posso vivere senza un cuore!" Si guardò attorno, poi si guardò le mani, poi gli sembrò che la spalla sinistra si stesse liberando da un peso, e vide che il falco non c'era più. C'erano però le sue mani, che gli parevano più grandi del solito, molto più grandi: le avvicinò formando una conca, quasi volesse trattenere almeno per qualche istante il più grande numero possibile dei suoi impalpabili pensieri, ma questi di certo non scendevano. Tuttavia rimase a lungo con le mani a catino, e le gocce di un acquazzone improvviso (che cessò quasi subito) finirono col riempirle, senza però riflettere il suo volto, ma quello di un ragazzo di cui non si ricordava ormai più niente. Cominciò a parlare con quell'immagine che ripeteva ovviamente i suoi movimenti facciali, ma senza emettere alcun suono. Volle tastarsi il volto per verificare se era effettivamente ringiovanito di quindici anni, e così facendo aprì le mani e l'immagine del ragazzo che era stato scomparve assieme alle molecole d'acqua che rigarono il terreno roccioso e brullo. Restò come inebetito: le mani bagnate con cui si era tastato il viso sembravano essere ridiventate normali, ma faceva fatica a controllarne i movimenti: era come se avessero perso gran parte della loro sensibilità. *** - Ti saluto Johan. Guarda attentamente questa parete: riesci a decifrarne le incisioni? - Credo di sì. Si tratta di rune molto antiche; dicono: "Le mani non possono pensare." - Ora chiudi gli occhi e segui le rune con le dita. Seguì, gli occhi chiusi, l'incavo di quelle grandi rune. - Mi rivedo adolescente scalare una montagna; sono in pericolo, mi pare. - È un tuo ricordo che è stato pietrificato in questa grotta. Se vuoi puoi toccare quest'ultima runa. Così dicendo Falco tracciò col becco un segno sul fondo della grotta. Johan lo toccò: ne venne come risucchiato. Lo circondavano paesaggi bellissimi di abeti che ammirava a volo d'uccello. Planò dolcemente e iniziò a correre inseguendo l'ombra di Falco che lo precedeva volando al di sopra delle cime degli alberi. Si aprì una radura ampia attorno a un laghetto. Sulla sponda opposta un corpo giovane di donna si stava lavando i capelli. Sembrava non essersi accorta di lui. Si tuffò frangendo la superficie marezzata di biacca da un vento mutevole. Si immerse verso il fondo calmo. Riemerse a metà del lago. Contemporaneamente Falco si allontanò mirando altissimo verso il sole di mezzogiorno. Johan rabbrividì per il freddo. Di lì a poco si risvegliò: percepì l'odore intenso dei fiori di giugno, quelli che riempivano le aiuole dell'orto dei nonni danesi a Grenå, presso le coste di sabbia bianca dove andava a passare l'estate quando era bambino. Era stato più volte a Elsinore, sugli spalti del castello di Amleto, alla ricerca di improbabili fantasmi. Allora non riusciva a capire l'insicurezza di Amleto, giudicava piuttosto assurda la scelta fra essere e non essere (lui avrebbe caso mai voluto prolungare il suo essere: che senso poteva avere evitare la vita?). Una volta sognò di recitare la scena del teschio e vedeva improvvisamente quelle ossa ricoprirsi di nervi e muscoli, e comparire gli occhi e la pelle e i capelli, e quel volto gli sembrava di conoscerlo da sempre, ma gli dispiaceva di non poter comunicare con lui perché, anche quando cominciò a parlare, lo fece in una lingua a lui sconosciuta, forse la stessa in cui si espresse, la prima volta che comunicò con lui, il falco. Portò quella testa parlante sulla scrivania del suo studio dove trovò aperta la Bibbia al capitolo 37 di Ezechiele: lo lesse d'un fiato, anche se era scritto in greco, lingua che lui poteva leggere ma non comprendere, eppure quella volta le parole gli risultarono trasparenti rivelandogli senza problemi il loro senso. La testa, dall'angolo destro della scrivania, ogni tanto annuiva, e abbozzò anche un sorriso: ciò gli dette un gran senso di tranquillità. Ripensando a quel tempo con una serenità che fino a quel momento aveva disertato gli spazi aridi della sua anima si stava convincendo di aver già visto i lineamenti di quel viso ... La rabbia di Thor aveva scosso le sue sopracciglia scure: da poco aveva iniziato a soffiare nella sua barba rossa. III Una distrazione Solo sul ciglio dello sperone di roccia provava contemporaneamente un vago senso di dominio ed uno, più concreto, di inadeguatezza: in quel rapporto pareva riassumersi. Il mare era là in fondo, oscurato da uno strato specioso di nuvole: soltanto gli squarci dei fulmini ne rendevano saltuariamente visibile la distesa traslucida: un'estensione che sapeva limitata, nelle carte geografiche, ma che con l'occhio non poteva confinare. Era sempre e unicamente la sponda terrestre da cui partiva la sua osservazione a costituire il limite tangibile: più in là, logicamente, ce n'erano altri, di limiti, ma invisibili. Forse per questo amava sfogliare gli atlanti, guardare le tavole colorate, ricche di informazioni su confini, città, vie di comunicazione, monti, laghi, mari e fiumi ... in quelle tavole non c'erano più, come nelle mappe di un tempo, territori e continenti indefiniti (se non addirittura sconosciuti). L'intelligenza dell'uomo ha trasferito l'indefinito al di fuori di questo pianeta, nei lontani spazi siderali, nello studio delle particelle subatomiche, ma anche, come sempre, all'interno della logica stessa dell'intelligenza. *** Era vissuto isolato per anni conducendo una vita da eremita non del tutto volontario (anche se aveva bisogno di una dose di solitudine che necessita di una dose di solitudine perché si sentiva caricato di un compito il cui "peso" non può essere sostanzialmente ridotto in società, anzi ...) e gli pareva di essere diventato un catalizzatore di storie, che gli avevano creato un piedistallo sulla cui sommità poteva guardare gli altri da un punto di vista favorevole (senza superbia perché il piedistallo non l'aveva costruito lui, ma gli altri). Come nelle fredde ore notturne che precedono l'alba il tempo appare scorrere per conto suo, assumendo il ritmo asincrono dei mistici, così anche quella sera. La sua memoria poteva ricordare con una lucidità insolita. Era andato a trascorrere qualche giorno sulla montagna che nascondeva la grotta. (Quando entrava in quella grotta, risuonavano delle voci: non avrebbe potuto dire se queste voci provenivano dall'esterno o dall'interno). Era nota solo a lui: l'aveva scoperta per caso due anni prima, nelle sue peregrinazioni per le alture solitarie dell'Islanda prossime al Circolo polare artico. Era entrato nella piccola apertura circolare, nascosta da un mucchio di pietre laviche che un giorno gli era venuto a mancare da sotto i piedi rivelandogli l'esistenza di quella cavità, e aveva proseguito fino a quando non aveva sentito una voce calda e lenta e autorevole: - SO (CHE SAI CHE) SO (CHE SAI CHE) SO. - Salve Sibilla, scherzi sempre, ma cosa puoi dirmi del futuro? - ORA SEI STANCO, RIPOSA, riposa, ripo... Dopo una misura di tempo, una voce, più dolce e naturale gli disse: - Tu vuoi sentirti libero, ma intendi la parola nel senso assoluto che nessun umano è in grado di vivere. La tua idea di libertà finisce così per ridursi ad una serie di rinunce che potresti liberamente non fare. Queste parole gli fecero male alla parte sinistra dell'anima. Il cuore si tuffò nel lago della malinconia. Allora si ricordò della sue vacanze italiane. Tre anni prima aveva voluto vedere le Alpi e le colline del Piemonte che componevano le Langhe. Il capitolo seguente è la cronaca del suo ritorno al paese di Alba, quando ormai si conoscevano da tre mesi, dopo un trekking solitario sulle Alpi Graie durato ventun giorni. Aveva compiuto trent'anni il settimo giorno del trekking. Gli dèi uccisero il gigante Ymer, sintesi instabile di gelo e fuoco, e il suo sangue fu mare, la sua carne terra, le sue ossa rocce, le sue sopracciglia formarono l'Asgard, il loro giardino, ed il cranio la volta celeste, le volute del cervello le nubi. IV Alba La vecchia automotrice a nafta raggiunge la piccola stazione: Alba lo sta aspettando sulla piattaforma, mentre lui guarda attento fuori dai finestrini e la cerca: appena la vede distoglie però gli occhi da lei e finge di guardare i binari che si sperdono fra i vigneti ... ancora qualche attimo e l'automotrice avrebbe frenato il rumore della sua massa. Era vicino alla porta pneumatica e ne discende con trattenuta baldanza (ciò in parte era voluto, in parte dovuto al discreto peso dello zaino, il suo solo bagaglio) non appena si aprì. Il pomeriggio era bello, magari un po' afoso. C'era infatti quella foschia appiccicosa di fine estate. Si abbracciarono dandosi un bacio intenso e profondo e si incamminarono verso il casolare semiabbandonato dei nonni di Alba che li attendeva col camino spento dal caldo ed i letti di ferro battuto sul cotto consunto. Attraversarono l'unica piazza del paese (Monchiero?, Montechiaro? Mombaldone?, Mombaruzzo? Mongardino? - non riusciva a ricordarsi il nome con precisione: per lui era semplicemente il paese di Alba), bevvero un sorso d'acqua all'immancabile fontanella, si sedettero un attimo a riposare su una vecchia panchina di ghisa all'ombra di due platani. Le vie del borgo erano per lo più vicoli in acciottolato assorbiti da portici bassi e oscuri, ma freschi. Ne infilarono uno che sorreggeva vecchie case dai tetti in ardesia. Non si diressero direttamente al casolare (col camino spento dal caldo e i letti di ferro battuto sul cotto consunto) perché Alba voleva mostrargli una pieve medievale, posta - fra l'altro - in una magnifica posizione. La struttura spoglia ed efficace dell'edificio era rimasta praticamente intatta: l'abside emergeva convessa con le tre strette bifore in alto e qualche fregio marmoreo dai motivi geometrici. Il portale svasato sul fianco esibiva capre, buoi, basilischi, aquile, serpenti ed altre figure allegoriche. All'interno: tre piccole navate, colonne in marmo cipollino con capitelli di buona fattura, emergenti qua e là dalla penombra cui stavano gradualmente abituandosi, gli piacquero molto e lo proiettarono in una zona della memoria che non si preoccupava di ricordargli chi era. Una perdita di consapevolezza che esaltava le sue facoltà di comprensione. - Ricordati: basta una scintilla di con-té- sapevolezza. La voce della Sibilla lo distrasse dal filo dei suoi pensieri. Era così diversa dalla voce di Alba! Quest'ultima sembrava quasi cantare, mentre parlava: la Sibilla invece aveva una voce autorevole e astratta, con sonorità metalliche che facevano un po' rabbrividire il cuore, ma rendevano la sua capacità di riflessione profonda e coerente come mai aveva prima sperimentato. Hymir, il gigante dalla barba di brina, pascola il suo bestiame di ghiaccio: gli basta un'occhiata per fendere una colonna di cristallo che si sia spinta troppo vicino a Balder. V L'implicazione La grotta gli sembrava vuota: attese a lungo che la Sibilla parlasse di nuovo. Decise di procedere verso il fondo di quel cunicolo, ma ad un certo punto non c'era più luce sufficiente: ritornò sui suoi passi; il sole stava lasciando la montagna e quindi anche l'ingresso della grotta. Decise di aspettare l'alba del giorno dopo, ma non aveva sonno pur sentendosi stanco, stanco anche della compagnia di nessun altro che se stesso pensante a se stesso: si guardò le mani, ora erano normali, ma forse si sbagliava. Gli pareva che la mano sinistra fosse un po' più piccola del solito: allora la sovrappose alla destra e con meraviglia venata di sconforto poté constatare che era effettivamente più piccola, sensibilmente ridotta anche se non in maniera drammatica. "Cosa vuol dire?" si chiese sottovoce, un po' preoccupato. "Cerchiamo di ragionare." Si affacciò alla grotta e fece alcuni passi chiamandone più volte il nome: le sillabe riecheggiarono un po' sinistramente lungo le aspre pareti di quel tunnel naturale. Si sentì sfiorare alle spalle, si voltò, non vide niente, solo un alito di vento. - Ti saluto, Johan, sai cosa significa il tuo nome? Credeva di saperlo, ma non si ricordava più, mentre ascolta chi l'aveva salutato, del significato di quel nome biblico. Si ripromise di consultare qualche fonte per rinfrescarsi la memoria. Sibilla si materializzò vestita di un peplo, i capelli di un castano molto chiaro, i lineamenti del viso e del corpo straordinariamente simili a quelli di Alba di cui poteva avere anche l'età, sembrava in grado di leggergli nel pensiero e gli disse: - Va bene. Ora puoi decidere di meditare oppure puoi proseguire. Non aveva voglia di pensare alla mano sinistra rimpicciolita, era curioso. Dall'ingresso della grotta giunse una folata di aria fresca ricca di pollini odorosi. E pensò come l'odorato fosse un senso primordiale: in effetti molti animali delimitano il loro territorio lasciando tracce biologiche di se stessi dall'odore particolare. Ma non voleva disperdersi in considerazioni etologiche e così ritornò a se stesso. Intuì che Sibilla stava per andarsene: - Ci rivedremo? - Non ora, non qui. - Puoi indicarmi la strada? - Non pensare a cose tangenziali. - Vuoi dire che i problemi che mi angustiano sono delle tigri di carta? - Tu lo dici. - Non riesco a trovare l'imboccatura del cunicolo che mi ha portato fin qui. - Guarda meglio, troverai delle rune: pronunciane il suono due volte più una. - Temo che l'intera parete di roccia mi si sgretoli addosso. - Dipende da te. - Lo so, dipende... - Mi aspettano altrove, devo lasciarti. Addio. (Scomparve senza lasciare traccia.) Johan tastò le pareti alla ricerca di incisioni significative. Quando era ormai disperato, inciampò e cadde. Mentre stava cercando di rialzarsi dolorante, le dita della mano destra gli rivelarono le magiche rune. Ne pronunciò il magico suono due volte più una ... *** Aveva nello zaino una torcia elettrica. Si incamminò nella oscurità sempre più fitta del budello sconnesso. Ogni tanto, a destra o a sinistra, si aprivano le imboccature di quelli che parevano essere cunicoli laterali. Ad un certo punto il cunicolo centrale che stava percorrendo si biforcò: e se si fosse perso in quell'intricato intestino della montagna? Se le pile si fossero esaurite alla ricerca del ritorno? La temperatura nel ventre della montagna era costante, non troppo fredda e molto umida. Gli venne un'idea. Non aveva con sé un rotolo di spago o un gomitolo da svolgere lungo il cammino in modo da poter poi facilmente ripercorrerlo in senso contrario. Aveva però un maglione, di quelli fatti con i ferri. Prese il suo temperino e tagliò in un punto adeguato il margine del maglione: si ritrovò con un capo di fibra lanosa in mano che si sarebbe svolto senza soluzione di continuità per un discreto tratto di cammino. Estrasse un moneta: testa sinistra, croce destra. Il verdetto fu "testa". Legò il capo del maglione ad una sporgenza stalagmitica che sembrava fatta apposta, e procedette. Si trovò di fronte a numerosi altri bivî, decise di alternare le imboccature di destra con quelle di sinistra in modo da evitare, per quanto dipendeva da lui, la possibilità di un percorso circolare. Man mano che procedeva, il maglione si riduceva parallelamente all'altezza dei cunicoli. Fu prima costretto a chinare la testa e poi a camminare sempre più curvo, finché dovette procedere carponi. Infine si trovò strisciante come un lombrico schiacciato fra le pareti di roccia. Proseguì lo stesso. Il maglione gli si stava definitivamente sfilando, ma non pensava a questo. Era invece preoccupato perché la luce della torcia elettrica dava evidenti segni di debolezza. Tanto valeva spegnerla e procedere al buio. Pur essendo in una oscurità completa, teneva gli occhi bene aperti. Il fondo gli pareva ora scivoloso, quasi fosse coperto da uno strato di morchia. Non sentiva altro rumore che quello del suo strisciare, e del respiro un po' irregolare. Ad un certo punto, sentì però il rumore fievole e lontano di un gocciolio. Proseguì avvicinandosi a quel ritmico infrangersi di particelle d'acqua. Oramai non riusciva più a trattenere la dose di panico che aveva pian piano accumulato procedendo con coraggiosa incoscienza e urlò: - Sibilla dove sei? .... gli giunse solo l'eco della sua domanda. - Eppure devi esserci, da qualche parte! - disse con rabbia. Una folata improvvisa, di aria fresca. Le mani, che tastavano preventivamente il buio cammino, non sentirono più il fondo roccioso, brancolavano nel vuoto. Era come se quel cunicolo lo avesse portato verso una grande cavità. Accese la torcia, ma a quella debole luce residua non riusciva a dare una dimensione a quello spazio dagli echi sinistri che presumeva essere molto grande. VI Se "se e solo se" ... (allora)? Cercò di recuperare nello zaino le pile di riserva (ora aveva spazio sufficiente per muoversi). Il raggio nuovo e potente della torcia gli rivelò una cavità grandiosa, a forma d'uovo. Ne restò ammirato, perché la cavità non solo era inaspettatamente enorme, ma pure assai bella: stalagmiti di forme fantastiche emergevano dalla base, mentre la volta altissima era ricoperta da concrezioni calcaree che ricordavano le decorazioni islamiche di un mihrab. Era arrivato nel luogo in cui Thor fabbricava i suoi fulmini? Vacillò: alle suole degli scarponi era improvvisamente mancato l'appoggio che le aveva sino ad allora sostenute. E la parete di quell'uovo grandioso cominciò a girargli intorno ad una velocità inaudita. Sentì il rumore di un maglio, dapprima lontano e poi sempre più forte, sempre più vicino. I suoi occhi erano inondati da punti di luce insostenibili per la loro luminosità: amava quella luce come amava la verità e al tempo stesso la temeva perché poteva distruggere il suo piccolo grumo di carne: la morte dunque non aveva il volto scavato del Settimo sigillo, non era suo il nero che le si attribuisce, ma aveva l'apparenza di una luce diffusa in quanti di una luminosità non sopportabile da occhio umano, e la sua voce era una voce sibillina, una voce che riecheggia nell'anima, una volta per sempre, con l'autorevolezza di qualcosa di definitivo? Sbatté la testa contro una subdola stalattite restando incosciente per un certo lasso di tempo (sufficiente a fargli crescere un discreto bernoccolo sull'occipite). Si alzò infreddolito. Si allontanò dalla stalattite e cominciò a saltellare, per riscaldarsi un po': cadendo faceva un rumore che quella cavità trasformava in un suggestivo brontolio. Si rese conto di non avere più addosso il maglione: aveva lasciato una traccia, che ora, al centro di quella cavità in cui si affacciavano una decina di cunicoli simili a quello che aveva percorso (qual era?) avrebbe ritrovato con difficoltà. "Forse la troverà qualcun altro - pensò - che così potrà scoprire la meraviglia di questa grotta." Discese verso il fondo di quell'uovo, sentiva che il respiro gli stava venendo meno: si riempiva i polmoni di qualcosa che non sembrava ossigenarli e che aveva l'odore nauseabondo dello zolfo. Non riusciva più a camminare, aveva perso ogni controllo del suo organismo. Oramai quei bagliori luminosissimi lo stavano definitivamente accecando e gli sembrava che anche le molecole del suo corpo si stessero decomponendo: estrasse con grandissimo sforzo dallo zaino il quaderno dove aveva scritto l'ultimo racconto e lo rilesse con gli occhi della memoria (in quelle condizioni poteva utilizzare soltanto quelli), perché gli sembrava, in fondo, una sorta di testamento: la sua mente stava ricostruendo l'immagine di un luogo che avea descritto in maniera realistica, ma che in quel momento gli appariva costellato di simboli: era come una zona di transizione per la sua anima: vi si potevano percepire frequenze luminose di intensità e valori diversi, vi si poteva riflettere con una profondità che arrivava alla radice dell'essere, alla conoscenza forse definitiva di sé: della sua più prosaica materialità e della sua spiritualità più libera... Si ricordava di avere premesso al racconto alcune riflessioni: La à Yo estaba muy cansado. Y la soledad de mi alma me daba igual (quería que fuese así, pero estaba convencido que la indiferencia es inhumana: No es verdad que cuando somos demasiado solos el corazón se va a la busca de algo mas, de algo espiritual? Son esas sólo fantasías de mentes o situaciones particulares? Puede ser y puede ser que no. El espíritu es verdaderamente algo desarollado conjuntamente a nuestro cuerpo pero parece ser, si reflejamos, indipendiente...) Aveva imparato un po' di spagnolo e gli piaceva annotare i frammenti di qualche pensiero (certo non particolarmente originale ma che poteva fornirgli degli spunti per i suoi racconti) in quella lingua così lontana dal suono vichingo della sua. Ma rileggiamo senz'altro il racconto tout court, questo scritto in un bellissimo islandese, ricco dei ritmi delle antiche saghe eppure modernissimo nel suo "realismo inerte" (è il nome dell'ultimo genere letterario nato in Islanda, di cui il nostro autore è uno dei maggiori esponenti, e probabilmente anche l'iniziatore). Già il titolo, di per sé, nella sua estrema asciuttezza, è significativo della sobrietà precisa e esatta che fa parte del rigore dello stile di Johansson. La à L'asciugamano penzolava in solitudine sul braccio di metallo cromato a fianco della vitreous china destinata alle abluzioni. I pomelli di ottone a tre punte luccicavano opacamente solo là dove non erano ricoperti dalle incrostazioni d'uso. Fra loro, al centro, si arcuava il tubo che apportava l'acqua corrente al breve tragitto fra pelle e deflusso. Lo specchio, modestamente più in alto, era sprofondato in una cornice nera più ampia ai lati (divisi in ripiani nascosti da semplici ante di plastica bianca), più sottile in basso e alla sommità (destinata a contenere la luce economica e tremolante di un piccolo neon in via di esaurimento). A quello specchio si affacciava quasi sempre, negli ultimi tre lustri, il solito volto. Durante il giorno l'unica anta della finestra, sulla sinistra, introitava una luce smerigliata simile, nella sua lattea corpuscolarità, alle particelle di talco che, una volta usciti dal vano doccia, si appendono per qualche tempo alle evoluzioni di vapore, che sale caldo verso l'alto, più che alla pelle. Il water era accantucciato in un angolo, circondato da qualche rotolo di carta igienica senza pretese e da uno scopino in materiale plastico di un color caffè acquisito. La ciambella era invece di legno color avorio e risultava quasi pretenziosa in quell'ambiente desolato, anche perché era immediatamente sovrastata da uno sciacquone in ghisa scrostato e arrugginito. Addossata alla parete più lunga e, per un lato, a quella più corta, una vecchia vasca da bagno, appoggiata su quattro zampe feline, con lo smalto un po' rovinato, veniva usata per lo più come box-doccia, grazie ad un'asta metallica ad L (fissata alle pareti ad un'altezza adeguata) su cui poteva scorrere una tendina rigata in materiale plastico, sbrecciata in più punti. Ai piedi della vasca era disteso un calpestatissimo tappetino i cui colori originali erano sicuramente assai più brillanti di quelli sopravvissuti ai numerosi, anche se non frequenti, lavaggi. Il pavimento era coperto da pseudomattonelle in linoleum, di un giallo sporco e moiré, mentre le pareti imbiancate da poco conservavano ancora un certo lucore. Aprendo la porta, sulla destra si trovava subito l'interruttore elettrico, appena sopra al cesto di vimini con coperchio destinato a contenere la biancheria sporca; era uno di quegli interruttori vecchi con un piccolo pomello quadrangolare sporgente da un anello di plastica nera contenuto in una piastra di vetro rotonda fissata con due viti alla parete. Azionando opportunamente il pomello si accendeva una lampadina racchiusa in un bulbo di vetro opacizzato senza stile che emanava peraltro un quantità di energia luminosa forse troppo modesta. Questa stanza da bagno era meglio frequentarla alla luce del giorno, perché in tale condizione la finestra, ben esposta, poteva far entrare fra quelle pareti lattee una discreta quantità di luce naturale che sembrava ringiovanirle ed ampliarle anche perché riflessa dallo specchio posto in posizione favorevole allo scopo. Quando si faceva buio, invece, soprattutto nei lunghi oscuri giorni invernali, anche tenendo contemporanea-mente accesi il neon sopra lo specchio e il bulbo appeso al soffitto, aleggiava un debole chiarore artificiale e tremolante: le stesse piastrelle di linoleum apparivano, se possibile, ancora più grigie perché, abbandonata ogni traccia di giallo, viravano verso una fredda tonalità marroncina senz'anima. La tendina della vasca poteva alla luce del sole scorrere con una certa allegria sulla sua asta, ma acquistava, esposta a quella cattiva illuminazione artificiale, l'apparenza di cosa morta e inutile: la sensazione era ancora peggiore se era ripiegata di lato, perché allora, ad ogni striscia scura corrispondente alle pieghe interne, facevano da contrappunto lunghi spigoli luminosi, dal taglio irregolare, che sembravano lame seghettate indecise sul da farsi. Anche il water, laggiù nell'angolino, pareva rassegnato, sotto quella luce elettrica che lo identificava a fatica, a sorbirsi i consueti residui corporali e il rumoroso scroscio dello sciacquone che ogni volta pareva sommergerlo. Il lavandino, direttamente investito dalla flebile oscillazione luminosa del neon, pareva sgretolarsi e ricostituirsi con la irritante (in quanto percepibilissima) velocità di quel tremolio. La faccia, quando si affacciava allo specchio in queste condizioni, sembrava anche lei sgretolarsi, ma questo era per lei un processo abituale, anche se più lento: il suo disfacimento era dovuto al naturale decadimento biologico. Certo, alla luce del giorno le rughe apparivano meno profonde in quel quadro di vetro così spesso, durante la giornata, abbandonato a riflettere le solite quattro pareti: in fondo era l'uso sporadico che quel volto ne faceva a conferire ad esso la dignità del suo scopo, permettendo a quel viso di indagare, anche se solo con un occhiata fugace, lo stato d'animo, l'umore che costituivano appunto l'humus su cui potevano abbarbicarsi le radici dei suoi sentimenti. Forse, con un atto di volontà, avrebbe potuto estrarre le radici che considerava più dannose e fastidiose, forse quel quadrato di vetro, era lì, solo, per questo. IV Habla Si chiese in cuor suo come lo avrebbe giudicato la Sibilla. Ma ormai anche questa era una domanda inutile. Si rendeva conto che non gli restava più niente altro che ciò che era stato. Era come diventato l'esponente (di cui ignorava la potenza, ma di cui percepiva la mera virtualità) del suo passato e gli ritornarono ancora in mente le sue vacanze sulle Langhe e l'incontro fondamentale che lo aveva certo reso meno pirronista ... ma lasciamo le divagazioni filosofiche e raccontiamo piuttosto la storia di questo incontro (il testo è stato trovato nel computer dell'autore in un file dal titolo strano, che, per ovvi motivi, come avrete modo di constatare alla fine di questa storia, è meglio non riprodurre subito). (La storia di un incontro contenuta nel computer dell'autore) Come al solito, quando il tempo è appena appena accettabile, presi la bicicletta e mi diressi verso il verde arido del fiume in secca. Il sentiero sconnesso e pieno di buche, ciottoli e sassi, non permette certo un'andatura sostenuta, ma consente di percepire ogni minima variazione del paesaggio, ogni mutamento essenziale del campo visivo, fornendo ai nostri futuri ricordi degli ottimi promemoria. Proseguivo evitando con accortezza, per quanto mi era possibile, le buche più profonde, i sassi più insidiosi e sentivo il rumore polveroso della terra che sosteneva la ruote scivolare discretamente alle mie orecchie assieme al residuo rumore dell'acqua che scorreva in un alveo desolatamente vasto. Ogni tanto si aggiungeva il fruscio di qualche lucertola spaventata, il verso di uccelli a me ignoti, il ronzio di insetti che si avvicinavano curiosi, le vibrazioni meccaniche della bicicletta e quelle assai più impalpabili dell'aria immobile che si divideva pigramente al mio passaggio. Vidi anche i simmetrici disegni di alcune farfalle, il colore di fiori senza nome, il cielo afoso che diventava oppressivo, il grigiore dell'alveo appena striato da un flusso azzurro e vidi lei. Mi guardava sul parapetto di un vecchio ponte crollato, diafana ma al tempo stesso consistente, perché tutto pareva incurvarsi nelle sue immediate vicinanze come previsto attorno alle grandi concentrazioni di energia. Mi stavo avvicinando con affanno alle superstiti arcate del ponte; la guardavo, continuamente, incurante del percorso cui costringevo, quasi con rabbia, la bicicletta del nonno di Alba. Il cielo si ridusse improvvisamente in un violento acquazzone, ma non per questo abbassai gli occhi. Guardavo sempre il parapetto di quell'ultima arcata mozza finché non mi resi conto che non vi era più appoggiata anima viva, ma in corrispondenza della visione di prima c'era come un alone rossastro di consistenza dubbia, che pareva sul punto di dissolversi.. Le tempie, sferzate da quelle gocce calde e abbondanti, parevano voler scoppiare; lo sforzo a cui mi ero sottoposto aveva provocato una sorta di respiro asmatico, il cuore batteva con irregolarità. Lasciai cadere la bicicletta e mi diressi verso il più vicino spiazzo erboso divaricando le gambe e stendendo le braccia per avere la più grande porzione di terra possibile al di sotto della X del mio corpo. La pioggia, così violenta, era cessata all'improvviso. Gli occhi erano fissi al cielo di un colore inconsueto. Poi mi ritrovai lassù, sul parapetto del vecchio ponte crollato. Da là mi vedevo disteso sull'erba bagnata ed inerte. Poi ritornai in me, e ringraziai il mio angelo. PS Il titolo del file, per chi fosse curioso, è il seguente: Animangelo. Thor bevve dal corno tre volte ma esso restò quasi pieno, non riuscì a sollevare che una zampa del gatto dell'Utgard, e fu sconfitto da un'indomita vecchia. Sconsolato, il guardiano dell'Utgard lo rincuorò: Tu vedesti solo sembianze; il corno conteneva l'acqua dei mari, il gatto era il serpente che cinge la terra e contiene il creato, la vecchia è il durare del tempo. III Una spiegazione Appoggiò la testa allo zaino. Se lo era levato dalle spalle per distendersi nel fondo di quell'uovo roccioso e mirarne la cuspide allo zenit. Anche nella pieve dove l'aveva condotto Alba aveva deposto la zaino, accanto a una colonna, e le camminava accanto mentre gli spiegava il significato simbolico degli animali scolpiti sui capitelli, il contenuto delle raffigurazioni degli affreschi, i segreti architettonici di quelle pietre. Erano soli eppure bisbigliavano. E non era un dialogo continuo, ma un sussurrio intermittente accompagnato dal modesto struscio dei loro passi. Infine tacquero. Si sedettero su una di quelle panchine, vecchissime, in prima fila. Ciascuno sembrava preso da una meditazione affatto personale. Si erano seduti vicini, separati da un breve intervallo. Ora, a distanza di anni, poteva passare alla moviola l'intera scena, visionandola da diverse angolazioni: le più suggestive parevano quelle dall'alto e dal basso. La prima, come se una telecamera li riprendesse da una trave del soffitto, mostrava i loro corpi estendersi attorno alle loro chiome rivolte agli affreschi dell'abside. Si potevano notare gli impercettibili movimenti delle loro teste in modo particolarmente efficace. Nella visione della scena da basso, possibile se il pavimento in cotto fosse stato trasparente, erano i piedi a giocare il ruolo più importante; piedi che si disponevano in modo diverso su quei rettangoli di argilla cotta in antichi forni: coricati di lato, uno sull'altro (come di solito si fa distendendo le gambe), con un solo piede ben piantato per terra e l'altro penzoloni (conseguenza dell'accavallamento di un gamba) ... Questo era un modo per allontanare il coinvolgimento del ricordo, come se la scena appartenesse a due attori che lui si limitava a dirigere. Preferiva lasciare ai ricordi un'area sempre più sfumata dal succedersi degli eventi, ed aprirsi così alle novità, che avrebbe voluto però affrontare come cose già note ... (si rendeva conto della contraddizione, ma il suo cuore ragionava così). I loro occhi rimiravano in solitari abbinamenti l'altare e gli affreschi retrostanti raffiguravano scene del Giudizio. Figure di beati, figure di dannati, simboli di virtù e di peccati. *** - Sibilla! Sibilla! dove sei? Cadendo si era probabilmente fratturato una gamba, non riusciva a muoversi se non provando un dolore disumano. - Perché mi chiami con un nome sbagliato? - Come devo chiamarti? - Le tue domande non colpiscono il bersaglio giusto. Rifletti. Ti trovi alla base di un uovo di roccia in cui hai ricordato e riletto brani della tua vita. Ora basta rivangare il passato: prendi la penna e scrivi qualcosa di nuovo! Sollevai dallo zaino la testa. Tirai fuori il block-notes e la penna, e scrissi, come ispirato:* II La rugiada della spada Gli ritornarono in mente le parole del Falco: - Tu sei la mia vita, io sono il tuo cuore. Sentì un peso sulla spalla sinistra: - Ciao, Falco, sono contento di vederti. Ma come hai fatto a infilarti quaggiù? Tirò fuori carta e matita e Falco scrisse: - Guarda la tua mano sinistra! Guardò la mano e gli sembrava assolutamente normale. Falco continuò a scrivere: - Ora guarda la cima di questa grotta. Sollevò gli occhi e vide che un bellissimo soffitto di concrezioni calcaree si trovata ad appena due metri al di sopra della sua testa (in quel momento era seduto: stava controllando la gamba che aveva sbattuto con violenza sul fondo scivoloso e accidentato di quell'antro, e si stava chiedendo perché mai si trovassi lì). Guardò ancora il foglio su cui trovò scritto: - Alzati! - Credo di essermi fratturato la gamba destra: non penso di farcela. Tuttavia ci provò, e ci riuscì. Ora alzando il braccio, poteva anche toccare il soffitto roccioso. Falco era scomparso ma aveva scritto un'ultima frase: - Il filo è lì, vicino al tuo piede destro. Puntò la torcia nella direzione indicata e lo trovò. C'erano molte cose che non riusciva a spiegarsi e disse, fra sé e sé "Ci penseremo dopo, con calma." Si ritrovò all'imboccatura della grotta: il sole alle sue spalle faceva risplendere il fiordo di Akureyri: alcune barche di pescatori, così piccole da risultare visibili solo per la scia che lasciavano, solcavano quelle acque cobalto. Estrasse dallo zaino il block-notes e constatò che non vi si trovavano che pochi versi, ma non quelli che si ricordava di avere scritto e nessuna traccia v'era poi delle parole di Falco. [Concludiamo questa storia riportando i versi in questione che, volendo, possono costituire un inizio alternativo a questo libro.] I Ancora sommersa, sopra l'onde Abbiamo affondato le ragioni fredde laggiù mentre telepatiche circonferenze perlustratrici aleggiano per ambiti ignoti là dove si propagano alcune crescendo fino al dissolvimento altre - più piccole - hanno un qualche futuro ed altre magicamente si possono cogliere in quell'attimo enfatico prima che si infrangano: su un simile equilibrio si accumulano se non le virtù le conoscenze: le sensazioni allora ristagnano facendosi pesante armonia; di spiegarla in superficie è inutile sforzo, e intanto invecchia il nostro mallo pur continuando a pensarci in nuce. II La rugiada della spada Gli ritornarono in mente le parole del Falco: - Tu sei la mia vita, io sono il tuo cuore. Sentì un peso sulla spalla sinistra: - Ciao, Falco, sono contento di vederti. Ma come hai fatto a infilarti quaggiù? Tirò fuori carta e matita e Falco scrisse: - Guarda la tua mano sinistra! Guardò la mano e gli sembrava assolutamente normale. Falco continuò a scrivere: - Ora guarda la cima di questa grotta. Sollevò gli occhi e vide che un bellissimo soffitto di concrezioni calcaree si trovava ad appena due metri al di sopra della sua testa (in quel momento era seduto: stava controllando la gamba che aveva sbattuto con violenza sul fondo scivoloso e accidentato di quell'antro, e si stava chiedendo perché mai si trovassi lì). Gaurdò ancora il foglio su cui trovò scritto: - Alzati! - Credo di essermi fratturato la gamba destra: non penso di farcela. Tuttavia ci provò, e ci riuscì. Ora alzando il braccio, poteva anche toccare il soffitto roccioso. Falco era scomparso ma aveva scritto un'ultima frase: - Il filo è lì, vicino al tuo piede destro. Puntò la torcia nella direzione indicata e lo trovò. C'erano molte cose che non riusciva a spiegarsi e disse, fra sé e sé "Ci penseremo dopo, con calma." Si ritrovò all'imboccatura della grotta: il sole alle sue spalle faceva risplendere il fiordo di Akureyri: alcune barche di pescatori, così piccole da risultare visibili solo per la scia che lasciavano, solcavano quelle acque cobalto. Estrasse dallo zaino il block-notes e constatò che non vi si trovavano più i suoi ultimi versi, ma solo le parole di Falco. III Una spiegazione Appoggiò la testa allo zaino. Se lo era levato dalle spalle per distendersi nel fondo di quell'uovo roccioso e mirarne la cuspide allo zenit. Anche nella pieve dove l'aveva condotto Alba aveva deposto la zaino, accanto a una colonna, e le camminava accanto mentre gli spiegava il significato simbolico degli animali scolpiti sui capitelli, il contenuto delle raffigurazioni degli affreschi, i segreti architettonici dei quelle pietre. Erano soli eppure bisbigliavano. E non era un dialogo continuo, ma un sussurrio intermittente accompagnato dal modesto struscio dei loro passi. Infine tacquero. Si sedettero su una di quelle panchine, vecchissime, in prima fila. Ciascuno sembrava preso da una meditazione affatto personale. Si erano seduti vicini, separati da un breve intervallo. ...[omissis]... Sollevai dallo zaino la testa. Tirai fuori il block-notes e la penna, e scrissi, ispirato, una specie di strambotto: I soliti motivi mi rimbalzano nello stagno della logica e mi guardano come calci sospirati dalla terra: niente di qua né oltre sé si esclude pur questo limitato movimento della penna. IV Hablando otra vez Si chiese in cuor suo come lo avrebbe giudicato la Sibilla. Ma ormai anche questa era una domanda inutile. Si rendeva conto che non gli restava più niente altro che ciò che era stato. Era come diventato l'esponente (di cui ignorava la potenza, ma di cui percepiva la mera virtualità) del suo passato e gli ritornarono ancora in mente le sue vacanze sulle Langhe e l'incontro fondamentale che lo aveva certo reso meno pirronista ... pur continuando a mettersi in discussione. Trovava logicamente ineccepibili, anche se moralmente deboli, alcune affermazioni di Popper: sulla realtà l'uomo può solo formulare delle congetture, delle proposte da sottoporre alla critica razionale di altri uomini. Il racconto che aveva intitolato Animangelo, se ne rendeva conto solo adesso, a distanza di mesi dalla redazione, cercava di superare questo relativismo scientifico: si trattava di trovare una motivazione sovrarazionale al senso dell'esistenza. L'angelo (forse il simbolo della carità) poteva così rappresentare la sua ricerca di senso: solo astraendosi dalle facoltà sensitive e razionali (la X della mente/corpo), elevando la variabile della sua vita alla potenza della carità, poteva incidere nel reale in modo positivo, etico, moralmento sensato. L'anima come sintesi della relazione mente-corpo operata dalla carità. Mi guardavi sul parapetto di un vecchio ponte crollato, diafana ma al tempo stesso consistente, perché tutto pareva incurvarsi nelle tue immediate vicinanze come previsto attorno alle concentrazioni di energia. Mi stavo avvicinando con affanno alle superstiti arcate del ponte; ti guardavo, continuamente, incurante del percorso cui costringevo, quasi con rabbia, la bicicletta del nonno di Alba. Il cielo si ridusse improvvisamente in un violento acquazzone, ma non per questo abbassai gli occhi. Guardavo sempre il parapetto di quell'ultima arcata mozza finché non mi resi conto che non vi era più appoggiata anima viva [l'autore si considera privo di carità, in quel momento], ma in corrispondenza della visione di prima c'era come un alone rossastro [l'autore desidera conseguirla]. O what a multitude of thoughts at once Awaken'd in me swarm, while I consider What from within I feel my self, and hear What from without comes often to my ears, Ill sorting with my present state compar'd. (Milton: Paradise Regained) La à [Speriamo di aver dimostrato che il ribaltamento dell'ordine lineare dei capitoli IV-I-IV riflessi dallo specchio di questo racconto (che qui riteniamo superfluo ripetere) ha forse una sua logica: non si può ribaltare il senso della realtà mente si dura, non si può non seguire la linea del tempo reale: ci possono essere sfasamenti paralleli, non convergenze: la realtà o viene agita o viene riflessa, e riflettere è comunque un modo di agire: non si può nello stesso momento riflettere su ciò a cui si sta riflettendo, né fare contemporaneamente due distinti atti di volontà.] La à Il volto rasato, era da poco sorto il sole, lasciò lo specchio senza averlo utilizzato più a lungo del solito. Lasciò anche la stanza da bagno per dirigersi verso lo studio: si sedette alla scrivania massiccia del nonno e aprì un cassetto. Guardò per un attimo la foto di Alba appoggiata alla lampada... era proprio una bella donna... inserì un cd nell'hifi (probabilmente Sibelius o forse gli U2), sorrise e ritornò al cassetto aperto. Esatrasse un grande quaderno di carta riciclata a quadretti: risaliva a trenta anni prima. Lo sfogliò con affetto e si fermò sulla pagina dove, scritto con la grafia sottile e decisa di un tempo, trovò questo appunto: Lo spazio bianco rappresenta l'alea della libertà, queste parole a margine ... Tutta la parte restante del folgio, scritto a matita, appariva macchiata: verso destra le macchie erano più oscure (avendo probabilmente assorbito l'ematite). Ma ritorniamo senz'altro alla "Radice" tout court, Già il titolo, di per sé, nella sua estrema asciuttezza, è significativo della sobrietà precisa e esatta che faceva parte del rigore del suo stile. FINE P.S. - Johan, il fuoco si sta spegnendo ... Johan si alzò per mettere un bel ciocco di legno nel camino. E si soffermò un attimo contento a guardare Alba. Poi riprese la lettura e intanto finiva di ardere, nel camino di cotto, il ciocco di legno massiccio ormai carbonizzato. Alba si alzò con una certa fatica, ma si sentì male. Salirono subito in macchina. Un paio di chilometri di strada sterrata fino alla provinciale. Il fuoristrada li percorse sobbalzante ... arrivò finalmente all'asfalto e il paese gli passò accanto come lo sfondo superfluo di una scenografia abbandonata. La sua anima si sentiva in espansione e un po' svincolata dalle inesorabili catene del tempo... Alba guardava la strada, con una sofferenza che cercava di contenere e forse, per eccessivo pudore, di nascondere. Ogni tanto si aggrappava con forza alla maniglia sopra la portiera di destra. Aveva fitte che la portavano lontano dal mondo dei pensieri e la facevano sentire più prossima alla terra benché anche la sua anima fosse lontana, a tratti, da quel suo corpo convulso. Fortunatamente l'ospedale non era troppo lontano. Johan guardò l'orologio e ne varcò il cancello. Anche lui come lei sudava. Il corpo di Alba si distese sul lettino deambulante e i suoi capelli rossi sfioravano il cuscino modulandosi con una innaturale armonia plastica. Non riuscivi a riflettere, non potevi che concentrarti su - e astrarsi da - quanto stava accadendo lì in quel momento: potevi solo inseguire gli eventi che ti stavano avvolgendo o magari anticiparli, attendendoti una qualche conclusione che speravi positiva, o fuggire in sensazioni passate, deducendone qualche insegnamento che risultasse utile in quella situazione presente più per analogia che per un processo logico-deduttivo. Il corridoio, le luci, i camici bianchi e verdi ... ora sto seguendo mia moglie e l'arco è teso e si potrebbe spezzare: mi è più volte sembrato sul punto di farlo, ricordi l'arcata del ponte crollato?: l'anima è di metallo flessibile, l'esterno è invece di un materiale artificiale che risulta troppo rigido quando viene sottoposto a certe sollecitazioni... Alba non ti ha dimenticato questo scrittore nordico è qui: tu lo conosci e sai che hai condiviso di lui a te d'istante in istante più vicino e poi tuo e tu così stupendamente sua (e qui gli aggettivi possessivi hanno perso la loro referenzialità limitante per diventare semplici indici di una conoscenza più aperta). Johan volle assistere al parto: nacquero due gemelli, maschio e femmina, per i quali avevano già scelto i nomi: Falco e Sibilla. Vennero alla luce in questo ordine. Postilla Questo testo si potrebbe definire moralistico: parla implicitamente di una chiave per interpretare i molteplici segni che ci circondano: le cose, i fatti, le emozioni, le persone, noi e l'universo ... tutto contiene un valore simbolico che ci rimanda altrove. Bisogna cercare di trovarlo, quel valore, anche se ci sembra nascosto, e una volta che l'abbiamo trovato dobbiamo cercare di dare un senso a quel simbolo, ma senza troppa fretta, senza la superbia di voler capire tutto subito. In questo "senso" le pagine precedenti rappresentano una sfida: molto del lavoro interpretativo spetta infatti al lettore. Questo libro ha la struttura di un gioco di specchi - essendo stato scritto al computer (strumento che permette di interpolare un testo con una certa facilità), contiene pure un loop - immerso nell'atmosfera boreale dell'ultima Thule (territorio che gli antichi consideravano l'estremo limite settentrionale del mondo poi rivelatosi un semplice punto di riferimento): per raggiungerla è stato intrapreso un doppio cammino parallelo (verso l'alto e verso il basso). Infine si desidera ricordare che queste pagine sono espressione di una forma mentis imperfetta e carente che appunto per questo è sempre alla ricerca di un ideale di virtù (la virtù implica necessariamente la buona volontà), magari un po' astratto come ogni ideale che si rispetti: in fondo è poi sempre necessario un processo di astrazione quando si tenta di decodificare i sensi di quelle porzioni di realtà che rientrano o sono rientrate nella sfera di percezione (queste ultime poi possono essere in qualche modo utilizzate solo se hanno inciso in maniera non troppo labile la corteccia della nostra memoria). "C'è uno spazio compatto in cui è impossibile il movimento." (detto Maya) NOTE: Per coloro che non riconoscessero questa lingua è stata preparata una nota suggestiva alla fine del libro: ma non è necessario, a questo punto della storia, sapere di che lingua si tratta. È forse più importante ricordare l'interpretazione che Johan darà, qualche riga sotto il numero di rimando a questa nota, alle parole del Falco. Le note contenute in questo libro sono sette. Le vicende che stiamo raccontando sono in qualche modo prevedibili, immaginabili e potrebbero essere già state raccontate. Ma sono queste parole per lo più prive di vita, proprio come uno scheletro: solo se noi le facciamo funzionare danno vita a un organismo che ha la realtà della realtà (in quanto estensione di questa), ma anche una forza evocativa che attualizza ciò che in realtà non può essere. È il nostro desiderio di vivificare le parole a rendere le nostre facoltà mentali così potenti e creative: le parole non sono che accessori della realtà che attendono di essere usati da esseri che vogliano e sappiano usarli. Che questa volontà sia più o meno conscia non ha importanza, ciò che importa è usare quegli strumenti: allora e solo allora potremo avere consapevolezza dell'uso che ne facciamo anche se restiamo incantati dalla loro indeterminata forza di riferimento. [Sull'onda di riflessioni di questo tenore, Johan elaborò questi versi: Non ti chiedo / i versi / di un antico poeta / per fartene schermo / ma semplici parole / d'ogni giorno / da te per me: / e un canto del mio cuore / sarà tuo.] * Il block-notes è andato perduto. È una kenning (sull'argomento ha scritto Jorge Luis Borges nella Storia dell'eternità) e significa "sangue" (il basso continuo della vita). Questo capitolo è connesso in modo piuttosto evidente al II capitolo (a partire dall'inizio del libro); così come il seguente è connesso al III (Una distrazione). Il IV capitolo, forse in modo meno evidente, è pure connesso al quarto che lo precede (Alba). Nel Sentimento tragico della vita Miguel de Unamuno dice di non riuscire a pensare al libero arbitrio e alle facoltà della coscienza senza presupporne l'immortalità: il pensiero è per lui una conseguenza dell'esistere (e affermando questo ribalta il cogito ergo sum cartesiano) e un pensiero che rivendichi una pur minima libertà d'azione non può esaurirsi nella fisicità di un corpo uamano, ma deve poter durare oltre la morte. Magari dopo aver riflettuto sui capitoli V e VI che possono costituirne una sorta di antefatto. Abbiamo qui un loop che ci può portare a rileggere un numero infinito di volte La à . Ci pare che a questo punto non sia più il caso di riproporre i primi quattro capitoli che romperebbero la simmetria che abbiamo cercato di mantenere fin qui, cioè: [VI (La Ã, La Ã), {IV], III, II, I, II, III, IV}, (La Ã, La Ã). Si osservi che il racconto dello specchio (La Ã) propone una [simmetria] che interseca la {simmetria} più grande, cioè quella fra il capitolo VI e il capitolo IV. [Non ascoltate questa nota anzitempo: si perderebbe l'armonia della scala.] Un'ultima citazione: "La Via è tale che non te ne puoi scostare un istante: se potessi scostartene, non sarebbe la Via." (Confucio: Il giusto mezzo).