Lettera di P.K. Dick alla LeGuin

traduzione di Piergiorgio Nicolazzini


5 marzo 1975

Cara Ursula,

ti ho mai ringraziata per quanto hai detto a proposito del signor Tagomi nel tuo discorso di Londra? [1] Non ricordo. Comunque ne ho avuto notizia, e ti ringrazio adesso. È soltanto uno dei tanti grazie che mi sento di doverti rivolgere. La squisita signora della fantascienza, ecco quello che penso di te.
Ursula, suppongo che ormai avrai visto il numero di SFS [2] che mi è stato dedicato (marzo '75), e che contiene un articolo di Ian Watson: "LeGuin's LATHE OF HEAVEN and the Role of Dick: The False Reality as Mediator" [La Falce dei Cieli di Le Guin e il ruolo di Dick: La falsa realtà come mediatrice]. Un giorno o l'altro tu e io dobbiamo incontrarci e discutere con calma, per capire come stanno le cose.
Dall'analisi di Ian Watson ricavo senza difficoltà che gran parte delle esperienze basilari da cui è scaturito tutto ciò che ho scritto sono in qualche modo alla radice anche delle tue opere e forse di te come persona, se capisci cosa intendo dire. Che tu ne sia consapevole o meno, mi colpisce un fatto: qualunque sia la natura di ciò che influenza le mie opere intendo dire che realmente si serve di me per portarle a compimento be', quella stessa entità o impulso si serve anche di te. Non è tanto una questione di influenza reciproca; siamo due esiti gemelli di una singola esperienza profonda. Di che cos'è fatta quest'esperienza, ecco il tema che dobbiamo discutere, perché ormai so che è un'esperienza di grande importanza, avendo a che fare con la natura della sostanza di cui è fatta la realtà (in contrasto con le molteplici apparenze che essa può assumere).
Ho letto una volta non so dove che "non siamo noi a sognare, ma siamo sognati". Cioè qualcuno o qualcosa che è un Non-io ci sogna quando noi dormiamo. Siamo alle prese con un primo motore, che delinea la struttura dei nostri accadimenti notturni. Allora, Ursula, e dico sul serio, non è un commento ozioso: siamo sicuri, siamo davvero sicuri, che Colui che ci sogna di notte non ci sogni anche durante il giorno...? E poiché Egli in questo modo sogna, o costruisce (personalmente me lo immagino come un artefice, un artigiano) il nostro koinos, forse Egli manipola e cancella a posteriori, e ogni tanto ci fa cadere sotto una sorta di magia, un incantesimo per cui ci ritroviamo a immaginare capisci? a immaginare interi territori che, al pari di un architetto spinto dalla necessità di costruire, sono quelli che si chiamano falsificazioni in mezzo a ciò che è permanente... Cito da pag. 32 dell'articolo di Fred Jameson nello stesso numero di SFS: "Ogni lettore di Dick conosce questa incertezza da incubo, questo fluttuare della realtà, talvolta provocato dalla droga, dalla schizofrenia, e talvolta dai nuovi poteri della fantascienza, in cui l'elaborazione psichica per così dire si esteriorizza, e riappare sotto forma di simulacri o di qualche ingegnosa riproduzione fotografica del mondo esterno." [3].
Bene, Ursula, questo è l'universo-sogno che vediamo proiettato, forse di giorno è benigno e innocuo, ma siamo pur sempre dentro il sogno del Vero Sognatore; sia le mie che le tue opere rivelano la consapevolezza che il sogno non finisce quando ci svegliamo, né inizia quando chiudiamo gli occhi.
Nell'articolo di Ian Watson viene citata l'opera di Charles Tart. La conosco (anche se non da molto) e conosco anche quella di Robert Ornstein (ho appena scritto a Ornstein, tramite alcuni suoi amici che ho incontrato: il giornalista del New Yorker e un amico che sono venuti a intervistarmi) [4].
Ecco quali forme assume il suo atto di sognarci:
La nostra realtà può essere manipolata retroattivamente, cioè il nostro passato può essere ricombinato all'istante, come se fosse un processo automatico, i nostri vari sistemi di memoria riempiono i vuoti e rendono invisibili i fili dell'intreccio (cioè non ci rendiamo conto delle alterazioni avvenute nel nostro tempo lineare).
Una certa porzione del mondo fenomenico che abbiamo sotto i nostri occhi è simile a un ologramma, una proiezione, ed è quindi falsa, serve a riempire gli spazi vuoti, come accade con i tasselli mancanti del flusso temporale.
Perciò osserviamo una perfetta continuità in entrambe le dimensioni, di tempo e di spazio, senza accorgerci di alcuna disfunzione o frattura. Ma in verità, vi sono disfunzioni che (per tornare al termine che ho appena usato) il Sognatore ci spinge a nascondere, o in realtà ci permette di farlo perché forse non è tanto una manipolazione quanto una concessione, se capisci cosa voglio dire.
Ma il punto è che alcune parti della nostra realtà, nel tempo e nello spazio, sono false; altre sono reali; e noi non abbiamo modo di distinguere le une dalle altre, e addirittura non possiamo nemmeno stabilire se questa proposizione sia vera ma questa proposizione è vera, perché nel marzo dello scorso anno ho assistito allo svelamento delle parti artificiali (e in proposito viene alla mente il termine "il velo di Maya"). Dopo dieci mesi di studi e speculazioni, sono giunto a queste conclusioni:
(uno) Ci sono due tipi di tempo: il tempo lineare e il tempo ortogonale, e quest'ultimo è il Tempo Vero, giacché all'interno del tempo ortogonale ci sono dei livelli sempre più profondi dell'Essere; è questo il tempo ontologico, e senza di esso, non ci sarebbe nient'altro che illusione, nient'altro che Maya, per così dire [5].
(due) Il tempo lineare è un tempo progressivo o cumulativo, che cela al nostro sguardo il tempo ortogonale.
(tre) Il Sognatore che determina i nostri sogni notturni al pari di quelli diurni (vedi Tart) vuole farci credere che la realtà dei fenomeni si estenda nel tempo lineare. Ma al comando di "Wachet auf!" [Risvegliatevi!] queste concrezioni all'interno del tempo lineare scompaiono fino a rivelare i fondamenti dell'essere. Il Sognatore (vale a dire Colui che ci sogna) può compiere questo gesto assoluto in qualsiasi momento Egli lo desideri (e i Cristiani lo chiamano Grazia o Misericordia divina).
(quattro) Non appena questo scenario si manifesta all'esterno e diventa improvvisamente visibile, senza più alterazioni, provoca un certo sgomento.
La scoperta è che il ciclo inferiore dell'anno (tempo rotatorio) è analogo a un più grande "anno" che riguarda la nostra specie; invece del Grande Anno di 365 giorni, la sua durata si misura in migliaia di anni, cioè al di là del raggio d'azione dell'uomo come individuo ma ampiamente alla portata dell'uomo come razza. In tal modo, siamo di fronte alla cruda scoperta (o piuttosto alla rivelazione che ci proviene dal Sognatore) che il periodo di tempo di tempo lineare che va dal secondo secolo a.C. fino a oggi corrisponde all'inverno, con tutte le caratteristiche che correttamente associamo all'inverno nel ciclo inferiore dell'anno che riguarda l'individuo.
(cinque) Questo scenario invernale (dal 200 a.C. al 1974 d.C.) ha determinato la qualità o la natura della vita di tutti gli esseri viventi nello spazio lineare su cui si estende: come K'an, il trigramma del taoismo, le sue caratteristiche sono la schiavitù, il dolore, la disperazione, l'ignoranza, la limitazione, ecc. un vero manto di tenebra che ci ha indotti ad associare i duemila anni del nostro passato alla tristezza, all'oppressione, alla tribolazione, a una condizione di peccato e ignoranza, di lontananza da Dio, ecc.
(sei) Ora l'asse del grande tempo ortogonale ruota nel "trigramma" successivo che è la primavera, la vita che rinasce. Ciò è testimoniato dal crollo della tirannia, qui da noi, in Grecia e in Portogallo, e dall'analogo ma meno visibile declino dello sfruttamento dell'uomo nel blocco sovietico.
Il rafforzamento coercitivo dell'esercizio del potere, l'abilità di sottomettere gli uomini, di reificarli... tutto ciò rappresenta le caratteristiche dell'inverno, ormai al tramonto. Non sto usando una metafora, perché il tempo ortogonale è autentico, e sebbene il suo asse sia per definizione ad angoli retti rispetto al tempo lineare (l'unico tempo che abbiamo conosciuto finora) la sua direzione è retrograda, nel senso di sciogliere e togliere progressivamente le sedimentazioni che, strato dopo strato, hanno finito per costituire una realtà sempre meno reale. Dentro, nel cuore profondo dell'Essere, troviamo la méta finale del tempo ortogonale, che è il Ritorno dell'Umido (vedi le identità di Dioniso, quale dio del principio filosofico dell'umido, contrapposto al principio maligno del secco, incarnato dal dio egiziano della morte, Sit o Set).
(sette) È l'arrivo del Sognatore che ha continuato a farci sognare fino a quando è arrivato il momento del risveglio (espresso come un'intrusione nel tempo lineare, una penetrazione dall'esterno degli "Ultimi Giorni" del cristianesimo e dello zoroastrismo) ciò è bene espresso dalla scoperta che la vera realtà della primavera, sepolta sotto gli strati inautentici della neve, o della "morte" arida e sterile, adesso rivive, come sempre capita in primavera. C'è una sola primavera, non un susseguirsi di diverse incarnazioni; per ogni anno ciclico c'è il ritorno della stessa primavera.
Così, nel Grande Anno Ortogonale, questa stagione di Primavera è la stagione di Primavera, non semplicemente una stagione di primavera, poiché l'asse del tempo ortogonale appartiene all'ontologia. Adesso, nel nostro koinos kosmos, come nel nostro idios kosmos, o più propriamente nei nostri idioi kosmoi, subiamo un'intrusione, uguale a quelle compiute da Runciter con chi era in stato di semi-vita. Il simbolo della semi-vita in UBIK è un'accurata rappresentazione drammatica del nostro vero stato dell'Essere: noi siamo vivi solo a metà, addormentati nelle nostre bare di ghiaccio, collettivamente e individualmente, come si vede nel romanzo.
(otto) Chi si trova in semi-vita non è morto, né lo sono le radici intorpidite sotto la neve (il simbolo di Cristo e di Dioniso: morto in apparenza, ma in realtà solo addormentato, in attesa di essere svegliato dalla voce della primavera). Noi siamo quelle radici intorpidite. Siamo in letargo. È difficile capire a livello intellettuale il fatto di non essere né completamente vivi né completamente morti (Aristotele ci ha insegnato che dobbiamo essere A oppure non-A), ma infatti queste migliaia d'anni per la nostra specie, e anche per i nostri amici animali, be' non sono altro che un lungo inverno in cui una metà di noi (in senso neurologico, forse, per il fatto che usiamo solo uno dei nostri cervelli, ovvero l'emisfero sinistro) è viva e l'altra metà non è ancora nata. Molte parabole di Cristo, ben note a chi conosceva il sapere ermetico delle varie religioni del mistero, si riferiscono a quest'aspetto (il seme di grano che dev'essere piantato; il destino di partorire con dolore, il tesoro sepolto nei pascoli, ecc.) Gli "Ultimi Giorni" devono essere infatti un'esplosione di vita, di una pienezza di vita, che procede dal seme (vedi le parabole e specialmente gli scritti di san Paolo, oltre alle dottrine orfiche e al neoplatonismo, ecc.), dal seme che se ne sta addormentato sotto la neve dell'inverno e che quindi ascolta/sente/percepisce/conosce la voce dell'umidità e del tepore della primavera, la voce di Dio che dice: "Il tempo è giunto! Risvegliatevi!" Queste sono le voci imperiose che ci chiamano in sogno, e non sono né meno né più reali di quello che sperimenta il semplice seme; siamo tutti una persona sola da quel punto di vista... se si esclude il fatto che il nostro inverno ortogonale è durato per un periodo lineare maledettamente lungo; anzi sembrava che non volesse mai finire. Ma l'inverno è sempre così; ogni seme, ogni radice e bulbo addormentato, nel suo stato di semi-vita, sepolto nel ghiaccio in paziente attesa, deve sperimentare tutto questo: noi condividiamo una realtà comune.
Si può quindi capire che cosa intendeva Paolo con espressioni quali "Voi siete i primi frutti del raccolto." Leggiamo queste parole e le giudichiamo un'espressione poetica. Ci è mai venuto in mente che potrebbero essere intese in senso letterale? Ma per prenderle alla lettera dovevamo prima afferrare l'esistenza (1) del tempo lineare opposto al tempo ortogonale; e (2) del Sognatore Attivo che invece di ripetere: "sogna, sogna, dormi", improvvisamente appare nei nostri sogni e dice: Die Stunde ist da! [È giunta l'ora]. Liberatevi dalle catene, dall'intrico di spine; la Cantata 140 e la Cantata 4 insieme [6]. I vincoli della morte (l'insidia dell'inverno equivale ai vincoli della morte) si sono allentati e l'esempio di Cristo ci guida alla pienezza della vita, liberi dallo stato di semi-vita in cui ci trovavamo.
Scusa se ti ho rubato così tanto tempo, Ursula, ma nei miei sogni ho visto le parole CANTATA 4, e dopo aver letto il testo, ho cominciato a capire.

Con affetto,
Phil




Note
1. L'autore si riferisce a un intervento della LeGuin, tenuto nel gennaio del 1975 a Londra nell'ambito di un simposio. Il testo è stato poi pubblicato, insieme ad altri scritti sullo stesso tema, con il titolo "Science Fiction and Mrs. Brown" nel volume a cura di Peter Nicholls, Science Fiction at Large, London, Gollancz, & NY, Harper, 1976. L'articolo è apparso in Italia con il titolo "La fantascienza e la signora Brown", in Ursula K. LeGuin, Il linguaggio della notte, tr. Anna Scacchi, Roma, Editori Riuniti, 1986, pp. 91-109. (N.d.T.)

2. Il riferimento è al numero speciale della rivista accademica Science-Fiction Studies, curato da Darko Suvin e pubblicato nel marzo 1975 con articoli dello stesso Darko Suvin, Carlo Pagetti, Fredric Jameson, Brian W. Aldiss, Peter Fitting, Stanislaw Lem e Ian Watson. Ricordiamo che nel novembre dello stesso anno seguì un altro numero speciale di Science-Fiction Studies, sempre a cura di Darko Suvin, dedicato proprio a Ursula K. LeGuin. (N.d.T.)

3. Cfr. Fredric Jameson, "After Armageddon: Character Systems in Dr. Bloodmoney" [Dopo l'Armageddon: sistemi di personaggi in Dr. Bloodmoney], Science-Fiction Studies, cit. (N.d.T.)

4. Si tratta di Tony Hiss, che intervistò Dick per due puntate della rubrica "Talk of the Town", apparse nei numeri del 27 gennaio e del 3 febbraio 1975 del New Yorker. Per i riferimenti a Charles Tart e a Robert Ornstein, si consulti l'articolo di Dick citato nella nota seguente, nel quale inoltre l'autore riporta il testo completo della sua lettera indirizzata a Ornstein. (N.d.T.)

5. Questi e altri concetti che seguono sono trattati ampiamente nel saggio dell'autore "Man, Android and Machine", pubblicato originariamente nel volume di Peter Nicholls, Science Fiction at Large, cit., e in seguito più volte ristampato. È apparso in Italia come "Uomo, androide e macchina", in Philip K. Dick, "I Racconti Inediti" vol. II, trad. Maurizio Nati, Roma, Fanucci, 1995, pp. 231-252.

6. Il riferimento è a due Cantate di Johann Sebastian Bach, intitolate rispettivamente "Wachet auf, ruft uns die Stimme" [Risvegliatevi, la voce ci chiama] BWV 140 (1731) e "Christ lag in Todesbanden" [Cristo giaceva nei vincoli della morte] BWV 4 (?1707-8). (N.d.T.)




[La lettera è stata pubblicata in The Selected Letters of Philip K. Dick.
Volume Four: 1975-1976, edited by Don Herron, Novato CA & Lancaster PA, Underwood-Miller, 1992].