franc'O'brain - Matrioska


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Parte Prima

1

Bang!
«Visto com'è facile?»
«Ho vitto, tì, tì.»
«Dài, filiamocela. Presto!»
«Tu?»
«Mmh?»
«Grazie...»


L'Opel Astra si trovava su una piazzetta della periferia monacense. Il cadavere era sul sedile di destra, allacciato con la cintura di sicurezza. La testa penzolava con un'inclinazione tale da far pensare che fosse poggiata sulla spalla di un invisibile conducente. Dal foro nella fronte scorreva una larga striscia di sangue rappreso.
«Nessun documento», riferì l'ispettore Schröder.
«Neanche la patente?» chiese il commissario. Bittner il suo nome. Un uomo sulla cinquantina, che sembrava appartenere a un paio di generazioni prima. Grisaglia sobria, cravatta opaca sotto un testone grigio ferro, tratti marcati e occhi blu acciaio. Se non fosse stato per le mascelle eccessivamente pronunciate, lo si sarebbe potuto definire un bell'uomo.
L'ispettore scosse la testa. «Niente. Lösch gli ha ispezionato le tasche: erano vuote.»
«Chi è Lösch?»
L'ispettore si volse a indicarlo. L'agente ciondolava un po' in disparte, con aria stanca e annoiata: un giocattolo dalle batterie scariche. Bittner lo comprendeva perfettamente. Anche lui era sfinito. Aveva dovuto lavorare fino a sera inoltrata, quasi notte. Minime questioni di routine, eppure apparentemente irresolubili; un problema tira l'altro e si era fatto tardissimo. Prima di andare a letto, aveva riscaldato la cena che la moglie gli aveva lasciata nel forno e l'aveva consumata senza nemmeno sentirne il sapore. Adesso il cibo gli pesava sullo stomaco. Dopo mangiato, aveva bisogno di riposare bene e a lungo, lui. Aveva l'apparato digerente di un crotalo. La raganella del telefono si era scatenata giusto mentre stava per prendere sonno.
«Le persone che ci hanno segnalato l'omicidio non hanno saputo dirci niente del morto», proseguì Schröder.
«Lo hanno guardato da vicino?» chiese Bittner.
«Li abbiamo costretti a farlo.»
«Bene. E dove sono ora?»
«Sono tornati alle loro case.» «Male.» Il commissario alzò gli occhi sulle costruzioni che circondavano la piazza: palazzine a due e tre piani con minuscole verande. I primi agenti giunti sul posto avevano provveduto a fare allontanare i curiosi, scesi in strada chi in vestaglia da camera, chi in pigiama. Le finestre erano al buio, ma si poteva scommettere che dietro i vetri ci fosse qualcuno che spiava. L'avvenimento si prestava a rompere la solita monotonia. Un morto ammazzato proprio sotto casa, pensa un po'! Qualcosa di cui poter parlare in ufficio, in fabbrica, in birreria.
«Lo sparo non lo ha sentito nessuno?»
«No. Forse hanno attribuito il rumore a un tubo di scappamento oppure al botto di un nostalgico del capodanno.»
«Torchiali.»
L'ispettore Schröder diede un'occhiata ai suoi appunti. Aveva la sensazione di aver fatto domande a sufficienza. Tuttavia replicò: «D'accordo».
La piazzetta si andava riempiendo di poliziotti. Mentre arrivava lo specialista della Scientifica con il suo borsone di pelle, Bittner domandò ancora: «Il cadavere è stato trovato alle...?»
«Quattro meno un quarto. Un ragazzotto che rincasava da un party. Ha buttato giù dal letto il padre, che ci ha subito informati.»
«Un party» disse il commissario, pensieroso. Nel fondo del suo animo di disciplinato servitore dello Stato - sposato ma senza prole -, l'idea di un ragazzo che torna a casa nel cuore della notte generava un vago alone di inquietudine. «Sono puliti?» chiese.
L'ispettore si strinse nelle spalle. «Abbiamo fatto le prime verifiche. Il padre è operaio, in fabbrica fa gli straordinari. Il ragazzo frequenta una scuola professionale in zona Haar. Il party è stato organizzato da un amico del ragazzo, dopo una visita in discoteca. Si sa: quando i genitori sono stanchi per il lavoro, i figli ne approfittano per fare un po' tardi.»
«Un po' tardi? Capperi!» esclamò il commissario. «Ricontrollate con cura», insistette. Poi, a passo spedito, aggirò l'Astra. Pur essendo di corporatura massiccia, era rapido nei movimenti. Si fermò un istante a osservare der Professor che, badando a non toccare nient'altro, era intento a palpare il cadavere, e lo udì emettere un prolungato:
«Uhm».
"Der Professor" - così lo chiamavano - era docente di medicina legale. Un'autorità nel suo campo. Riemergendo dall'abitacolo, sollevò gli occhi sul commissario e lo informò:
«Escoriazioni e contusioni multiple. Prima di finirlo devono averlo pestato duramente». Spostò con un braccio il suo assistente, che era venuto a trovarsi tra lui e Bittner. «Ha le gambe fracassate. Hanno usato una spranga di ferro o una chiave inglese. Guardi qui», esortò.
Fu il turno di Bittner a dover sospingere da parte l'assistente del Professore, un giovanotto mogio mogio e bianco come un cencio.
«Ecco il foro d'entrata. Il punto molliccio sulla nuca... qui, vede?... è quello in cui il proiettile ha frantumato il cranio senza uscire.»
«Quando è avvenuto il decesso?»
«Tra le due, forse le due e mezza, e le tre. Il rigor mortis non è ancora subentrato.»
«Dall'aspetto lo si direbbe straniero», osservò Bittner.
«Infatti», concordò il Professore.
Intanto il perito della Scientifica apriva l'altro sportello e si metteva al lavoro da quella parte. Bittner si allontanò di qualche passo. Con lo sguardo cercò l'ispettore e lo vide impegolato in una discussione con gli infermieri, che manifestavano una gran fretta di scarrellare via il cadavere.
«Schröder», lo chiamò. Si accingeva a tornare presso di lui, quando vide arrivare il sostituto procuratore Wiland, spalleggiato da un agente investigativo.
"E tu che cavolo ci fai qui?" si stupì Bittner.
Wiland era uno dei cosiddetti "magistrati ragazzini" formatisi alla nuova scuola delle Procure della Bundesrepublik. Era sui trent'anni, slanciato, e portava i capelli lunghi sulla nuca; aveva guance perfettamente rasate e un aspetto roseo. Tipo assai preciso e pignolo. Fin dall'inizio della carriera si era occupato di casi molto importanti. Strano che lo avessero incaricato pure di questa faccenda, rifletté il commissario. Infatti, secondo lui aveva tutta l'aria di essere robetta da poco. Bittner non poteva soffrire quel giovanotto, anche se, in segreto, gli aveva sempre pronosticato una rapida ascesa. Mentre gli si affrettava incontro, fu distratto dalla voce del medico legale, che annunciava: «Beh, buona notte».
Si voltò allibito. «Buon giorno, vorrà dire.»
«E sia: buon giorno», concesse "der Professor". «Io non posso fare altro. A fornirci una risposta sarà, come al solito, l'autopsia.»
«Già. Arrivederci.»
Bittner gettò un'occhiata al luminare, che si allontanava tallonato da quel suo collaboratore ciondolante. Quindi salutò Wiland e lo mise subito al corrente della situazione. Commentò: «A prima vista sembrerebbe un regolamento di conti tra gang rivali di Ausländer. A prima vista, ripeto», ci tenne a sottolineare. «Non è assodato se ci siano connessioni con casini di vasta portata.»
Wiland annuì. «Commissario, lei sarà sorpreso di vedermi qui. Ma ci troviamo in un clima di tensioni preoccupanti e, come ben sa, ogni caso finisce in qualche modo per collegarsi con tutti gli altri in un quadro più ampio», sentenziò. «Sì: gli scandali di vasta portata... i "casini" cui lei accennava e che tutti quanti ben conosciamo. Come se non bastasse, in questo periodo il Paese è scosso da un'ondata di crimini sanguinosi mai registrata prima, crimini anche di stampo neonazista nei confronti degli Ausländer, degli stranieri. E, insomma, nelle alte sfere stanno facendo pressione affinché giungiamo presto a risultati concreti.»
Il commissario Bittner abbassò gli occhi e, incredulo, li mise a fuoco sulle calzature di Wiland: un paio di stivali non eleganti, ideati per scopi puramente pratici; sembravano quelli di un astronauta. Cercò di usare un tono non ostile mentre chiedeva: «Dunque sarà lei a guidare le indagini?»
"Vogliono diventare tutti delle star", pensò. Notorietà, interviste, carriera. Bravi. E lui lì a tirare la carretta.
«Ma no», rispose il magistrato, conservando la pacatezza che lo contraddistingueva. «Se ci riesce di appurare che questo è un fattaccio... diciamo così... isolato, staremo tutti molto più tranquilli. Sono stato mandato qua per darle una mano.»
Il commissario assentì, ma intanto gli diceva mentalmente: "Sei stato mandato qua per farti bello". Voltando la testa, sollecitò l'attenzione dell'agente Lösch. Da lui si fece confermare che negli indumenti della vittima non ci fosse stato niente che potesse consentirne l'identificazione.
«No? Neanche un pezzetto di carta? Bene. Anzi, male. Aspetta. Hai una sigaretta?»
A stento il sostituto procuratore Wiland si trattenne dal ridere. Quante volte aveva già visto una scena analoga, nel corso di casi precedenti? Quanti anni erano che il commissario Bittner fingeva di cercare di smettere di fumare? Fu sul punto di lanciare un'osservazione scherzosa, ma poi decise di lasciar perdere. A quell'ora antidiluviana, il commissario era più scontroso del solito.
Prima che gli infermieri caricassero la salma sulla lettiga, un fuoco di fila di flash illuminò l'Opel Astra.
Il commissario sollevò una mano che sembrava una paletta. «Stop!» ordinò in uno sboffo di fumo, rivolto ai fotografi. «Basta così, signori.»
L'agente Lösch gli trotterellava dietro, con deferenza; pronto a rendersi utile, magari anche solo per estrarre di nuovo il pacchetto di kingsize.
Un cronista con gli occhi gonfi di sonno e le spalle del cappotto coperte di forfora piombò come un falco su Bittner e gli pose alcune domande. Ma gli fu risposto con pochi monosillabi scarni e irritati. Deluso, il reporter tornò a lasciarsi risucchiare dal capannello dei presenti.
Scrollatosi di dosso lo scocciatore, il commissario andò a parlottare con l'ispettore Schröder.
«Il carro attrezzi...?»
«Dovrebbe giungere a momenti.»
«Ottimo», grugnì, lanciando uno sguardo circolare. In lontananza si distinguevano i primi barlumi dell'alba; era salita una nebbiolina che formava un'aureola intorno ai fari delle macchine. Dal Mittlerer Ring giungevano i rombi dei primi TIR. A Monaco di Baviera incominciava una giornata nuova, un giornata non dissimile da tante altre.
Con la consueta andatura risoluta, il commissario si diresse alla volante con cui era arrivato.
L'autista in uniforme parve essergliene grato: già il suo piede giocava impaziente con l'acceleratore.

 

(c) 2007, 2015, 2020 by franc'O'brain


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