franc'O'brain - Matrioska


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«Novità sul lavoro?» inquisì Miriam.
Il commissario scrollò le spalle. «Un morto ammazzato», rispose laconico, prima di ingollare un sorso del suo Raboso del Piave. Era grato alla ragazza per averlo portato in quel locale italiano e avergli fatto trovare la bottiglia già pronta sul tavolo - ordinata per telefono.
Il ristorante si trovava nel quartiere di Bogenhausen, non lontano dall'abitazione della giornalista. Il commissario preferiva incontrare Miriam Mayer fuori, anziché nel proprio ufficio. Nel richiamarsi alla mente le pareti dipinte in un verde sporco, il soffitto color crema con la vernice che si scrostava negli angoli, i termosifoni difettosi e via dicendo, ebbe un lieve moto di ripugnanza.
La loro conversazione affogava nel cicaleccio generale. Il locale era relativamente nuovo ma molto trendy, e quindi strapieno del solito generone moda-pubblicità-yuppie; tra i suoi clienti vantava celebri attori, tennisti, calciatori. Tuttavia, Bittner non si stupiva della solerzia con cui il maître d' si occupava di loro: Miriam aveva avuto in dono dalla natura una figura tale da attirare l'attenzione di chiunque e ovunque. Ovviamente, la sua bellezza e il suo aspetto esotico non bastavano a spiegare da soli quel trattamento di riguardo; nella rubrica "In-In" del settimanale in cui lavorava, aveva pensato a fare inserire una noticina positiva su quel tempio della gastronomia.
L'attempato commissario la guardò con affetto misto ad ammirazione. Da anni la considerava un po' sua figlia. Anzi, se le cose fossero andate diversamente, sarebbe potuta essere per davvero sua figlia.
Bittner aveva frequentato lo stesso liceo della madre di Miriam. Aveva ammirato Irmi Mayer in silenzio, sognando di continuo - invano - che arrivasse la sua occasione. Più tardi, divenuto funzionario di polizia, aveva ritrovato quella sua fiamma segreta in casa di amici comuni. Lui ormai sposato, lei serissima professoressa di lettere alle scuole medie, nubile ma con una figlioletta di colore.
Era rifiorita l'antica amicizia. E Bittner e sua moglie, che non avevano prole, erano diventati zii e protettori della sempre più bella e sempre più brillante Miriam. Godevano dei suoi successi come di quelli di una propria figlia.
«La tua mamma?» le chiese. «Come sta? Sempre ostinata nella sua vita da monaca di clausura?»
Miriam sorrise. Chissà perché, agli occhi di molti uomini una donna che vive da sola continua a suscitare perplessità. «Lei è contenta così», rispose. «Lavora con la sua consueta pignoleria. La sua vita è la scuola, lo sai. Adesso è vicepreside. Temo che, quando arriverà il momento di andare in pensione, avremo qualche problema di riambientamento.»
«Se solo si decidesse a trovare l'uomo giusto...» insisté Bittner, guardando il calice color rubino che reggeva in mano.
L'uomo giusto? Miriam scosse la testa. Sì, forse lo straniero in cui sua madre si era imbattuta tanti anni prima, ai tempi dell'università, era stato l'uomo giusto. Se lo era scelto lei, e aveva difeso quell'amore dai pregiudizi della gente, rimanendogli fedele anche nell'assenza. Anche nella vedovanza.
La promettente giornalista alzò il bicchiere e bevve un sorso alla salute della sua genitrice.
«Benone!» esclamò all'improvviso Bittner. L'arrivo dei piatti lo aveva distolto dalle sue cupe riflessioni. Rivolse un cenno di gratitudine al maître d', che li osservava da lontano con benevolenza forse eccessiva, e si dedicò al suo paté di fagiano con funghi porcini.
Miriam, dal canto suo, aveva ordinato tortino di spinaci e broccoletti di Bruxelles annegati in panna dolce. Il cibo era stato disposto artisticamente sul piatto, con i broccoletti a fare da corona al tortino. Ma, pur con il dovuto rispetto per un simile capolavoro di cucina nuovo-vecchia, lei non poteva dimenticare il motivo per cui aveva voluto vedere il commissario.
La cronaca. Voleva la "cronaca", un argomento da presentare su un vassoio d'argento al suo direttore per farsi affidare la realizzazione del servizio e dimostrargli che ci sapeva fare.
«A proposito di quel morto...» disse. «Un caso difficile?»
«Mah. Abbiamo faticato un po' a identificarlo», replicò il commissario col suo vocione. «Si chiamava Igor Filippovic, nazionalità russa. Da cinque anni in Germania. Una brutta bestia, con un passato torbido... almeno per il poco che ne sappiamo.»
Un russo. Miriam registrò questo particolare nella sua banca-dati mentale. «Di lui non sapete altro?»
«A quanto pare, negli ultimi tempi stava sulle sue, dietro una finta facciata tranquilla. Ho parlato personalmente con il proprietario dell'appartamento in cui Filippovic abitava. Gli ho fatto venire una fifa blu. Mi ha detto che l'uomo versava l'affitto regolarmente. Il portinaio è stato più ciarliero. Ha raccontato che Filippovic non riceveva molte visite e che spesso spariva per diversi giorni. Come abbiamo poi accertato, era solito andare in Russia. E a volte tornava con un paio di ragazze "fresche".»
«Un pappone, dunque. Dove avete trovato il cadavere?»
Bittner rispose con un vago gesto, indicando l'istoriata vetrina del ristorante come se il fatto fosse successo appena al di là. «Verso Westend. Dentro una vecchia Opel Astra.»
«Rubata?» incalzò Miriam. A questo punto sarebbe stato impossibile farle mollare la presa.
«Già», annuì il commissario. «Rubata, naturalmente.»
«Com'è morto?»
«Pallottola da nove millimetri. Ma le pistole di quel calibro sono tante. Chi ha sparato al Filippovski... al Filippovic, cioè... insomma, al russo, non si trovava nell'auto. La pallottola è stata sparata da circa due metri di distanza. L'omicida ha però lasciato un mucchio di segni e impronte. Finiremo per beccarlo.»
«Impronte?»
«Non solo quelle. Anche capelli.»
Almeno uno dei capelli scovati, corto e ricciolino, apparteneva quasi sicuramente a Lösch, l'agente che aveva frugato nelle tasche del cadavere; un particolare che irritava il commissario, e che lui non aveva certo voglia di andare a raccontare in giro.
«La gente non può figurarsi quanti delinquenti vengono smascherati grazie a un solo capello», filosofò invece. Tornò ad alzare il calice e ne osservò amorevolmente il contenuto in controluce. Si sentiva di buon umore, come sempre quando gli capitava di accomodarsi davanti a una tavola ben imbandita.
Intanto, con attenzione professionale mista a orgoglio quasi paterno, prendeva nota del modo in cui gli uomini occhieggiavano la sua nipotina adottiva. La idolatravano. Miriam sfoggiava un guardaroba spigliato, ma di quel tipo di spigliatezza voluta che si può acquisire soltanto frequentando assiduamente gli ambienti della moda.
«È possibile ipotizzare dietro all'omicidio qualcosa di... grosso?» chiese lei.
«Beh, tutto è possibile. Ma potrebbe anche trattarsi di un delitto insensato, come molti ne capitano nelle pieghe periferiche di ogni metropoli.» A questo punto, il commissario si interruppe. «Ehi, ragazza, mi stai facendo parlare un po' troppo. Non sarai stata mandata a spiare dai tuoi colleghi di cronaca?»
Lei scosse la testa, con una risatina. «No, zio. Lo sai che la "nera" mi ha sempre interessato. Mi piace e mi piacerebbe occuparmene. Qui poi c'è di mezzo persino un russo... Russo come mia madre. Uno straniero. Come me.»
«Macché come te!» esclamò Bittner, burbero. «Tu sei tedesca, come la tua mamma del resto. Bavarese», precisò. Gettate le posate nel piatto vuoto, proseguì, in tono più pacato: «E vabbe', tanto prima o poi vi avrò addosso lo stesso. Allora tanto vale che lo racconto per primo a te. Pensa che la procura mi ha messo alle calcagna uno dei suoi pezzi da novanta. Nientemeno che Wiland. Sai chi è, no? Un magistrato giovane ma già famoso. Dovrebbe collaborare con me, dicono. Ma a me, sinceramente, sembra strano. Wiland è troppo importante per occuparsi di un qualsiasi morto ammazzato.»
L'apprendista di cronaca Miriam si ripassò con la lingua il perimetro labiale. «Allora potrebbe essere una faccenda grossa, eh?»
Poiché Bittner si limitò a rispondere con un'alzata di spalle, lei finse di concentrarsi sul cibo. Poteva bastare perché il direttore lo considerasse un caso degno dell'acuminato e strillato settimanale Fax? Beh, se c'era di mezzo il procuratore Wiland, ambita preda del pettegolezziere di tutte le televisioni pubbliche e private... Forse c'entrava il pool di Monaco-Francoforte-Berlino. Mafia internazionale e dintorni...
Il servizio cominciava già a prendere forma, non solo nel suo cervello ma anche a livello del plesso solare. Azzardare un po', fare aggio sulla presenza del giovane ma già grande procuratore per impostarlo sul politico-scandalistico: parametri perfetti per il Fax.
«Sai com'è», continuò Bittner. «Certe volte la nostra "ditta" sembra uno studio associato: ognuno per i cavoli propri e... gli stessi clienti per tutti! Si direbbe che l'esperienza di un semplice commissario con quasi trent'anni di lavoro alle spalle non basti più. Oramai la politica si è infilata dappertutto...»
Miriam si tese come una corda di violino. Se "zio" Bittner subodorava la possibilità di essere messo in disparte da una struttura più potente della sua... Si sentì bruciare nelle gambe la voglia di balzare sulla Twingo e correre in redazione.
Lui sembrò leggerle nella mente. «Ma no», si affrettò a correggersi, tornando d'un colpo gioviale. «Non farti venire in mente strane idee. È probabile che intendano solo alleggerirci la fatica, a noi comuni piedipiatti. Il concetto è: unendo le forze, la soluzione arriva prima.» Quindi si accigliò, notando che il vino era agli sgoccioli. «Non esiste nessuna divergenza di criteri», ci tenne a sottolineare. Mentre attendeva il caffè, si accese una sigaretta e prese a dissertare: «Certo che tipi come noi non sono fatti per condurre un'esistenza normale. Sia voi giornalisti che noi piedipiatti dobbiamo essere sempre sul chi va là. Tu a cercare di scoprire quale nuovo dispetto hanno in mente di farsi i vari modisti, Lagerfeld, Joop e come altro si chiamano; noi a cercare di mettere le pezze ai disastri della società. Il risultato è uguale: spesso finiamo col trascurare le semplici gioie di tutti i giorni.»
Miriam sorrise, mentre attaccava il dessert. «Verissimo», affermò. Non voleva contrariarlo. Con i dispetti tra Lagerfeld, Joop & Co. lei intendeva farla finita una volta per tutte. Sapeva che il suo avvenire era nel mondo del giornalismo serio, della "nera", in futuro forse pure dell'"economia" e, chissà, della "politica estera".
Il pranzo era giunto al termine. "Peccato" si disse Bittner, mentre suggeva le ultime gocce di caffè. Adesso ricominciava il trantràn quotidiano.
«Sta di fatto», concluse, gettando uno sguardo al suo orologio da polso e sollevando una mano per richiedere il conto, «che da qualche tempo i russi si danno parecchio da fare a Monaco di Baviera. Speriamo che non ci vada a finire come in altre città, dove la loro mafia domina incontrastata!»

 

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