franc'O'brain - Matrioska


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5

Era un pomeriggio di luce sfavillante, una luce sfacciata che lasciava presagire l'arrivo della primavera. Fuori della finestra, lontanissimo, si intravedeva nitido il profilo delle Alpi Bavaresi; più vicina si stagliava la Torre Olimpica. Tutta quella luce! Eppure, nella testa di Johnny regnava il buio.
Nel suo appartamento (una specie di antro dalle pareti levigate) fluttuava la faccia della cinesina. Ancora quella faccia: concreta, reale. Un vero tormento.
Di colpo il volto diventò vecchio e la voce innaturalmente soffocata gli domandò: «Mi riconosci?»
La riconosceva? Come poterlo dire? Le sue percezioni non erano reali. Erano illusioni, allucinazioni probabilmente, nient'altro. Avrebbe dovuto pensare a Katrinka, solo ed esclusivamente a Katrinka, la sua bella bambolina russki, ma in quei particolari momenti sembrava inevitabile che fosse la cinesina a prendere il sopravvento.
Mentre caricava la siringa, fu squassato da una serie di brividi spasmodici. Chiuse gli occhi e li aprì. Li richiuse. Li riaprì. Il veleno si fece strada nelle sue vene, silenzioso, oscuro, inesorabile. "Come pizzica!" pensò.
L'effetto fu immediato: il mondo si riaccese di luci.
Johnny esplose un urlo. L'ululato di una belva in caccia. Era di nuovo da questa parte della vita e si sentiva bene così. Non provava più l'angoscia di precipitare in un baratro. Pian piano, l'immagine della cinesina andò dileguandosi. Era un ricordo fastidioso, che gli dava la nausea almeno quanto quell'altro, più vecchio, della ragazzetta di Wasserburg.
La ragazzetta era venuta a Monaco un sabato sera per ballare. E lui l'aveva fatta ballare. Sballare. Tipica girl di un fottuto paese di provincia. Quindici anni appena: roba da finire in galera. Lo aveva fatto penare, ma alla fine c'era stata. Succedeva sempre così. Prima facevano le pollastre frigide, non volevano saperne di farsi mangiare: per forza lui doveva prenderle a sberle. Se le cercavano... In quella gli tornò in mente Jasmin, e scoppiò in una risata.
A Jasm aveva dovuto dare il benservito non una, ma due, tre, quattro volte. A forza di manrovesci. Non si meritava altro, la troietta. Tornava sempre alla carica; pareva sotto anfetamina. I soldi, diceva. Ma quali soldi? In ultimo però l'aveva capita. Aveva capito com'era il vero Johnny. Si era messa addirittura in ginocchio. Troppo tardi. Aria, aria. L'aveva mollata a un altro, uno che il mestiere di pappa lo conosceva bene. Ora la giacca di renna (e anche la pelliccia, volendo) se la guadagnava in un bordello: l'unico posto che le si addiceva.
Gettata la siringa in un angolo, si sollevò, magro e spettrale. La sedia si rovesciò, rimbalzò due volte sull'impiantito e lì rimase, con le gambe in aria, ignorata.
Fischiettando alcune note, si avviò verso il bagno. Udì la propria voce che intonava da sola: «I can't believe the price we pay...» Già. Lo sapevano, gli altri, il prezzo che bisogna pagare per vivere una vita vera, una vita come la sua?
Macchè! Non sapevano un Katz.
Era a torso nudo. Lo specchio riflettè il corpo di un trentacinquenne precocemente invecchiato, faccia da cavallo, denti giallicci, occhi gonfi che esprimevano uno stupore quasi puerile.
Serrò la bocca nella sua solita smorfia da duro. Gli venne benissimo. Quanti anni erano che la perfezionava? Dodici? Quindici. Uno schifo. Gli piacque moltissimo. «Nothing can save us...»
Sulla fronte bassa, i capelli ricadevano scomposti. Se li ricacciò indietro incollandoli al cranio con la brillantina. Dedicò più tempo del solito alla cura della sua persona, perché aveva intenzione di uscire. Purtroppo non poteva ancora vedere Katrinka: dopo quanto era successo, era troppo presto, troppo rischioso. Niente però gli impediva di andare ugualmente a caccia. Quel che era accaduto due notti prima (o erano tre?) non cambiava nulla. Per Johnny la stagione di caccia era sempre aperta. A lui, lonely wolf, piacevano le cosette minute e fragili. E i bambini in genere. Perché i bambini, se non altro, sono ancora da questa parte della vita.
Si pettinò la barbetta, che prometteva di diventare una barba vera. Si reputava un rivoluzionario, capace di rivoltare la vita sottosopra: la sua e quella degli altri. E i rivoluzionari portano la barba, no? Ma se l'era lasciata crescere anche perché riteneva che gli migliorasse l'aspetto. Finora nessuno aveva avuto il coraggio di dirgli che, a questo modo, otteneva l'effetto contrario; con la barba assumeva infatti un carattere se possibile più negletto, da outlaw prezzolato.
Si ficcò nella cintura la Glock, un'automatica leggera ma efficace (nel caricatore mancava una pallottola), e lasciò la tana.
Nelle scale del palazzo risuonava un coro di esclamazioni, gorgoglii, suoni soffocati. Arrivato al livello della strada, si fermò di botto, udendo un parlottìo. La voce proveniva dalla scaletta che portava giù, in cantina. Incuriosito, si affacciò silenziosamente. Era Geissler, un pensionato che abitava al piano terra, e stava dicendo: «Vediamo il pancino. Così, brava... Ma non non farne parola con la mamma e il papà, mi raccomando. Di questi giochi non capiscono niente».
Ma che Katz...?
Senza far rumore, Johnny scese i gradini e vide esattamente quello che si aspettava. Geissler stava "giocando" con Titti. Con la sua Titti! Lei portava jeans e maglietta come un ragazzo, ma era già una femminetta in fiore. In quel momento aveva la t-shirt sollevata fino al collo e i jeans aperti sul davanti.
Cose del genere a casa sua? E con una sua bambola? Non poteva permetterlo. Il re del quartiere era lui, era lui il capo del branco. Digrignò i denti.
«Ti fa male qui?» continuava a sbanfare il pensionato, chino sulla ragazzina, e già infilava le dita nell'elastico delle mutandine.
«Sì, sì... proprio. Più giù.»
«Qui?»
«Più giù», miagolò Titti.
Che scema! Aveva tredici anni, ma certe volte si poteva pensare che andasse ancora all'asilo.
«Guarda, guarda!» esclamò Johnny, uscendo da dietro la curva della scaletta e piombando sui due piccioncini.
Il vecchio Geissler annaspò, divenne cianotico. Fece un passo indietro, incespicando.
Johnny scosse la testa con espressione nauseata. «Allacciati almeno la patta, daddy. Che cosa vuoi tirar fuori? Il festival del molle? Cosa direbbe tua moglie se venisse a saperlo?»
Il pensionato biccheggiò. Pareva stesse venendogli un colpo.
«Testa di cazzo», lo appellò Johnny. «Ti sembra di avere l'età per giocare al dottore?» Quindi concluse, a voce più alta: «Fuori dai coglioni, pistola. E non farti beccare mai più».
Fattosi minuscolo, il vecchio strisciò tra Johnny e il muro e ciabattò via senza fiatare.
«E tu...» riprese il re del quartiere.
La ragazzina sollevò su di lui uno sguardo da divetta della tivù. Aveva lasciato maglietta e jeans nello stato in cui erano. Anzi, forse... «Sì?» civettò.
Johnny si sedette su un gradino e le ordinò: «Copriti e vieni qui, stupidella». Se la sarebbe mangiata, lì, sui due piedi, gnam. Ma avrebbe significato condannarsi con le proprie mani. Nel sottoscala di casa sua? Calma, Johnny, calma, si impose. E tu sta' fermo, ingiunse a un pezzetto del suo corpo che si era messo in agitazione. (Immediata E.B.)
La tredicenne gli si accostò con le guance arrossate. Si vedeva lontano un miglio che non era affatto imbarazzata. Si trovava nella primissima fregola. I capelli a caschetto incorniciavano un ovale in cui gli occhi da gattina armonizzavano con il sorriso umido di una bocca in crescita, rossa, inverosimilmente larga. La vulnerabilità di Titti era di quel genere che trasforma ogni maschio in un supremo insolente, che scatena un istinto di sadismo anche negli esseri più normali.
Johnny le prese il mento tra due dita, costringendola a guardarlo negli occhi. La considerava un suo riservato dominio ed era immensamente soddisfatto di sé. Titti era quel che si dice un bocconcino delizioso. Con calma, con pazienza, senza perdere la testa, al momento giusto, all'età giusta... Ma gli altri no, gli altri non dovevano permettersi: giù le mani!
«Lo sai che non devi fare queste cose. Se è vero che mi vuoi bene.»
Intanto le accarezzava con una mano i capelli, con l'altra il vitino da micetta, lentamente. Inarcando per reazione istintiva la schiena, la mascalzoncella gli si fece più vicina, lasciandosi sfuggire un sospiro simile a un mugolio.
«Perché tu mi vuoi bene, vero?»
«Sì.»
«Dimmelo.»
«Ti voglio bene», dichiarò solennemente Titti, alzando il nasino. E subito dopo, tutta eccitata: «Ti ricordi quello che...?»
«Sst», la mise a tacere lui. Certo che si ricordava. Se ne ricordava come se fosse una sequenza di un antiquato film in bianco-e-nero, ma se ne ricordava. Era stato due notti prima (o tre?). Uno scherzetto piacevole; e utile. Era il loro piccolo-grande segreto, tramite cui - ne era sicuro - aveva indissolubilmente legato Titti a sé. Bastava guardarla negli occhi per capire che si considerava definitivamente una sua schiava, che era pronta a dargli tutto. Infatti, ecco che ora gli si buttava addosso, le guance accese...
Con uno sforzo sovrumano, Johnny si rimise in piedi, sovrastandola di un metro.
«Ne riparliamo dopo», le promise, la minacciò. «Tra qualche tempo. Ma intanto in campana, eh? Niente storie di merda con gli altri. Sennò...»
«Giocavamo», si giustificò lei, fissandogli addosso uno sguardo adorante.
Lui si era già girato e saliva i gradini a due alla volta. "Cosa può salvarvi?" si disse. "Nothing."

 

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