franc'O'brain - Matrioska


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6

Gli alti casermoni che si affacciavano sul piazzale di Neuperlach erano grigie mostruosità collegate tra loro da angusti corridoi, passaggi che si intersecavano e si biforcavano prendendo svolte impreviste.
Johnny sbucò da uno di questi passaggi, attraversò lo spiazzo cosparso di erbaccia rachitica e cartacce e superò una laida struttura architettonica in cemento armato: la chiesa della città satellite. Più che a una chiesa, faceva pensare a un disco volante.
Si aprì il giaccone esponendo bene la scacciacani e alcuni adolescenti pulitini che stavano uscendo dal circolo parrocchiale si fermarono intimoriti. La loro conversazione scemò. Il re del quartiere sogghignò nello gettare un'occhiata di sbieco a una scritta in spray che fiammeggiava su un pilastro dell'avveniristica Casa del Signore. Diceva:

Gionni campione

L'ingenuo omaggio di un giovane ammiratore.
Poco più avanti, udì lo schioccare di una palla da tennis che veniva lanciata contro un muro. E subito riconobbe Tanus.
Tanus era il minuscolo amico di Titti. Uno gnometto che, nonostante i suoi sedici anni, frequentava ancora le medie. Lo zaino con i libri di scuola era abbandonato per terra.
«Ehilà!» lo chiamò il campione.
Gli occhi di Tanus si illuminarono. Scoprendo i varchi nella dentatura, cercò di agguantare al volo la pallina senza guardarla e, naturalmente, la mancò. Dopo averla rincorsa con passi goffi e scomposti, la raccolse e se la ricacciò nella tasca posteriore dei calzoni.
Johnny gli pose una mano sulla spalla. «Va' in casa e sta' di guardia», gli ingiunse. «Ci sono certi jurassic che ronzano attorno alla nostra sorellina. Altrimenti mi obbligano a fare bum. Verstanden?»
Tanus distolse lo sguardo dall'automatica, lasciata quasi completamente scoperta dalla cintura, e lo fissò estatico negli occhi.
Ecco perché Johnny amava i bambini: disciplinati, obbedienti, eseguivano ogni suo ordine senza una parola. Per lui, per un suo cenno di attenzione, si sarebbero gettati nel fuoco. «Ci siamo capiti, ja?» insisté.
Dopo un cenno affermativo, l'omuncolo scattò in avanti, fiero del compito assegnatogli. Le brache, di tre misure troppo grandi, gli cascavano sulle trainer luride. Lo zaino rimase dimenticato dov'era.
(«I can't believe...»)
Oltre il piazzale, una fila di casette scalcinate si allungava a ridosso dello stradone. Un vecchio quartiere operaio. Sei o sette di quelle costruzioni erano in via di demolizione, in procinto di essere sostituite da un nuovo palazzo-alveare e dalle solite illusioni irrancidite. L'aria era piena di tonfi, di colpi di martello, dello stridio di chiodi divelti. Ruspe e altri potenti macchinari avevano lasciato ovunque solchi profondi.
Il re del quartiere («...the price we pay...») superò l'area dei lavori in corso quasi fossero le trincee di una battaglia senza tregua. Arrivato davanti a una delle casette ancora intatte, spinse un cancelletto e passò accanto a un orto di dimensioni ridotte in cui sbocciavano i primi nontiscordardimè.
La porta d'ingresso era serrata. Tentò di forzarla, ma senza successo. Suonò il campanello a lungo e con irruenza e, non ottenendo risposta, sollevò il volto verso una delle finestre superiori. Urlò: «Aprimi perché ho fretta. E bada di non fare di nuovo storie!»
Poco dopo, una mano pallida e scheletrica si sporse dal davanzale e una chiave, cadendo, emise un breve "la".
«Very good!» Come fu nel soggiorno, cominciò a rovistare in tutti i cassetti. «Ma dove...? Stavolta ti meno!» gridò. «Giuro che ti meno!» La sua voce era abbastanza potente da sovrastare quella dell'apparecchio televisivo che sbraitava di sopra. «Qui non c'è un Katz...» si rese conto. Tra mille imprecazioni, rovesciò sul pavimento il contenuto di uno dei tiretti. Di nuovo cilecca.
Sulla credenza stava una fotografia incorniciata: l'immagine di Johnny nel giorno del suo terzo compleanno, davanti a una torta con le candeline. Si soffermò a studiarla. Gli occhi erano spalancati e sul faccino oblungo si disegnava una smorfia indefinibile. Già allora questa smorfia, questo sdegno nei confronti del mondo, frammisto a uno sgomento incredulo. Come mai, osservando quel ritratto in cornice, provava le vertigini? Mise un occhio nell'occhio del suo sosia in sedicesima.
L'occhio
Occh
Oc
O
Cos'era che non arrivava a capire, ad afferrare?
Diviso in due. Lui e chi altro? Forse il bambino che era stato battezzato col nome di Franz Mirowsky. Di padre polacco e madre tedesca. Quel bambino era esistito per davvero o si trattava di una sua ennesima fantasia?
Accanto alla prima c'era una foto più recente, in cui si vedeva un Johnny già adulto abbracciato a una pimpante signora matura dai fianchi ampi e con un petto di dimensioni ragguardevoli.
Deglutì. Che Katz stava combinando lì? Si era ripromesso di non venire più a visitare Mariele. Ormai la sola visione di lei gli procurava le convulsioni. Pensare che avevano abitato insieme per anni! Una realtà incredibile, testimoniata da quelle fotografie. Nella casa erano disseminati ancora altri oggetti personali suoi, dimostrazioni tangibili di una relazione un tempo solida. Sicuro: quando si erano conosciuti, Mariele era stata una splendida gnocca, molto più avanti di lui negli anni ma indubbiamente splendida. Chi lo avrebbe detto che poi sarebbe diventata così... così...
Si sentì pervaso da un senso di nausea. Forse dipendeva dal veleno per topi che si era iniettato nelle vene. Capita a volte che lo sballo non prende come dovrebbe. Di nuovo aveva bisogno di bucarsi... Ma come? Giorni prima si era procurata una bella scorta, ma l'aveva già finita. E in quel periodo di eroina ne girava ben poca. Erano ormai altre le droghe che si vendevano. Inoltre, si vociferava che avevano beccato un corriere al confine con l'Olanda, e probabilmente non era la solita balla per alzare il prezzo.
Si precipitò di sopra. Il televisore: un idiota che sparlava da solo. Come sempre, Mariele era sdraiata sul letto, avvolta in una coperta simile a un sudario. Negli ultimi tempi era andata raggrinzendosi ed era conscia che per lei era finita. Un cancro fioriva da qualche parte nel suo corpo. O era AIDS? Forse tutt'e due, presunse Johnny.
Ansante di rabbia, cominciò a mettere a soqquadro la stanza. Cercava soldi, ma trovò miseria. Mentre setacciava ogni angolo, il mezzobusto del telegiornale blaterava di una certa cometa in avvicinamento che si sarebbe potuta avvistare a occhio nudo. A quanto pareva, la cometa sarebbe passata pericolosamente vicina alla Terra. "Ma sì, che venga pure la fine del mondo", si disse. Sbatteva i gomiti e i ginocchi a ogni spigolo e questo lo rendeva ancora più nervoso. Il pensiero di essere vissuto per anni in quella dimora per nani non gli aggradava affatto.
«Non sei contenta di vedermi?» tuonava nel frattempo. «Prima se non altro mi facevi il caffè. Stai sempre a guardare la tivù, ma così non guarisci mica, sai.»
La donna non fiatava.
Infine, disgustato, le gettò addosso le poche decine di euro che aveva scovate. «Uno schifo!» esclamò. Ma questo fu solo l'inizio del suo sfogo. Cominciò a fare a pezzi ogni cosa. Tornò fuori una decina di minuti più tardi lasciandosi dietro l'armadio con le ante fracassate, il televisore sfondato e Mariele, piccola e scolorita, a tremare in un cantuccio.
Dapprima si pentiva, poi si pentiva di essersi pentito. Perciò diventava ancora più furibondo. «I can't believe...» Con gli stivali da cowboy calpestò impietosamente i nontiscordardimè.
Ritornò al piazzale. Era matto e sapeva di esserlo. Ma se ne fregava. Secondo lui la vita stessa era una pazzia, il mondo un unico manicomio, una topaia... Che differenza faceva, quindi, se lo bollavano come junkie e se, per far ballare i topi, doveva avvalersi della musica dei suoi pugni, o anche peggio?
La cinesina...
Il volto gli si oscurò ulteriormente, mentre il sole tramontava dietro uno dei casermoni.

 

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