franc'O'brain - Matrioska


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7

Certo che andare a piedi era una gran seccatura. Robe da matti. Aver dovuto dar via un Kawasaki ancora nuovo per tenere a bada una troietta da quattro soldi come Jasmin. Non solo per la troietta, certo, pure per altra roba, ma lei ci aveva dato dentro come un'idrovora, brutta stronza.
E Johnny ci aveva rimesso il prestigio, era diventato uno scemo qualunque. Con il motore lanciato a tutta birra e la marmitta spalancata, il casco attaccato al serbatoio come la torretta di un carro armato, chi poteva fermarlo? Adesso invece eccolo lì, costretto a scarpinare come un morto di fame qualsiasi. Proprio ora che del Kawasaki aveva bisogno! Proprio ora che aveva Katrinka...
Tentò di scacciare il malumore seguendo per un lungo tratto il paio di cosce di una lolita mai vista prima, evidentemente nuova del quartiere. Capelli corvini: straniera purosangue. Bosniaca, ci scommise. Welcome, bellezza! Bisogno di niente?
Dispensò all'anonima giovinetta alcuni pesanti apprezzamenti, ma con scarsa convinzione. Si sentiva un mezzo baluba quando era a piedi. Osservò con indolenza il promettente didietro svicolare a un angolo e, sospirando, cambiò strada.
Tre ragazzotti dibattevano animatamente davanti al Cleb. Il Cleb: così era comunemente chiamata l'unica sala giochi della zona.
Con passo da figo, Johnny si avvicinò al terzetto. «Beh?» esordì. «Facciamo flanella, boys?»
«Gionni!» Fu attorniato da sguardi ammirati, sospiri frementi, mani desiderose di brancicare la sacra reliquia che continuava a esibire infilata nella cintura. Lui stesso la guardò; e decise che era giunto il momento di sbarazzarsene. Gli seccava doversi separare dalla fedele Glock, ma meglio essere prudenti.
«Visto il Caga?» chiese.
«È lì dentro», fu la pronta risposta.
Si rivolse a un ragazzotto tarchiato e tutto butterato: «Dammi del fumo, Skizzo».
L'interpellato si precipitò a ubbidire.
Mentre gli accendevano la spaccapolmoni di contrabbando, biascicò: «Stavolta il Caga farà bene a sganciarli, quei soldi. Altrimenti...»
«Altrimenti!» gongolò Skizzo.
«Già.»
Varcò la soglia del Cleb. L'ambiente era malamente illuminato. Una sfilata di giubbotti neri e teste rapate si affollava davanti alle macchinette. Due turchi dalle spalle magre e cascanti, che sembravano montare la guardia con l'alabarda al tavolo da biliardo, lo salutarono con fervore, porgendogli immediatamente stecca e gesso. Il grande Johnny, un mago della sponda.
«Non adesso», li scansò. «Non adesso, boys.»
Il Caga era in fondo alla sala. A bocca aperta, gli occhi trasognati, si teneva aggrappato ai comandi di un videogioco, la pancia in avanti: sembrava stesse venendo.
«Pezzo di merda», mormorò Johnny tra sé e sé. Ma aveva finito di fare il furbo, quello. Accostandoglisi, gli alitò sulla nuca: «La fresca, amigo».
«Eh?» Il Caga parve risvegliarsi da un sogno umido. Si voltò a guardarlo con due pupille spente che tornò poi a puntare sullo schermo. Troppo tardi: la sua navicella era stata centrata da un laser venusiano. «La fresca?» ripeté, girandosi lentamente. Si sarebbe detto che non capisse il significato della parola.
«Proprio così, panza.» Johnny sfregò eloquentemente l'indice e il pollice. «La fresca, la grana, i quattrini! Verstanden?»
Con un lampo di follia negli occhi, il ragazzotto prese a svuotarsi le tasche. Sicuro: i quattrini. Johnny gli aveva rifilato un paio di dosi di ecstasy, qualche giorno prima, e lui non lo aveva ancora ripagato.
«Ho solo questi», balbettò, fissando lui stesso interdetto gli spiccioli e i biglietti di piccolo taglio, spiegazzati e unti, che si era cavato dalle tasche.
«Diciamo balle, amigo?»
«Non ne ho di più, ti giuro!»
«Non dirmi che li hai buttati via con quella roba lì.» Johnny indicò la macchinetta elettronica, sul cui schermo campeggiava la scritta: "Game Over". «Li hai buttati via lì, vero?» ripeté più forte. E lasciò cadere a terra la sigaretta consumata a metà.
In un'altra occasione lo avrebbe perdonato, forse. Era risaputo che il capo sapeva essere clemente con i suoi fedeli. Ma adesso aveva bisogno di money. Inoltre si sentiva addosso tutti quegli sguardi carichi di aspettativa.
Sospirò teatralmente e fece un passo indietro, come per andarsene. Poi ammollò al ragazzotto una violenta ginocchiata sul ventre, seguita da uno sganassone sul naso. Il Caga crollò tra una selva di gambe e nella sua scatola cranica si spensero tutte le luci.
«Fa' pulizia», raccomandò Johnny a Skizzo, che lo aveva seguito all'interno della sala. «Spazza via questa merda.»
Risatelle divertite. Qualcuno, volonteroso, raccolse le poche banconote svolazzate sul pavimento e gliele porse.
Johnny sospirò nuovamente, intascandole con noncuranza.
Nel vederlo riapparire, uno di quelli trattenutisi fuori lo avvertì: «La pula. Laggiù.»
Seguì con gli occhi la direzione indicata. Un tizio roccioso si era piantato all'angolo come se fosse in attesa di qualcuno. Le scarpe di cuoio erano segnate dalla riga calcarea dell'ultima pioggia. «Ullallà», fece Johnny nel riconoscerlo. «Lo zio Kojak.» Kojak era il soprannome che avevano affibbiato al poliziotto. L'uomo non poteva ancora definirsi pelato, ma era sulla strada giusta per diventarlo. «Puzza lontano cento miglia e neanche se ne accorge», disse Johnny, accarezzandosi la barbetta. «What a fake.»
I suoi compari annuirono solidali e presero a snocciolare un rosario di ingiurie in un tedesco marezzato dall'accento di molti Paesi.
Come per caso, l'agente in borghese sbirciò dalla loro parte.
«Dev'essere andato di testa», commentò il re del quartiere, stringendo i pugni. Ma tergiversò. Si sentì crescere dentro una strana insicurezza. Gli sbirri lo stavano braccando? Era per via della droga o per la piccola cinese? La ragazzetta di Wasserburg era ormai roba troppo vecchia. Oppure era per quanto era accaduto l'altra notte? Possibile che stavolta lo avessero sgamato? C'entrava forse quella troietta, quella Jasmin del cazzo?
No, non poteva affermare di sentirsi in forma. La pera lo aveva animato dentro, certo, le sue percezioni si erano ampliate, ma nel cervello gli rimaneva piantato un residuo di dubbio. La poca roba che circolava negli ultimi tempi era davvero una kakka, e tagliata da cani.
Cercando di non far trasparire i suoi timori, tirò su la lampo del giaccone e si avviò con andatura da ganzo. «Adios, Gionni», gli lanciarono gli amici.
«Statemi bene, seghe.»
Si incamminò con finta disinvoltura verso lo stradone. Non poté evitare di passare davanti allo sbirro XXL. Fare la figura del cagone? Lì? Nel suo regno? Davanti al suo branco schierato? Mai!
«Nothing can save you...» canticchiò, transitando a un metro di distanza dal robusto "Kojak".
Il poliziotto fece finta di niente. Si guardò la riga di sporco sulle scarpe.
«Nothing!» canticchiò Johnny.

 

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