franc'O'brain - Matrioska
8
Infilatosi nel metrò, andò in cerca di particolari eccitanti: faccini da fanciulla bene educata, nuche scoperte, seni appena accennati, fuseaux tesi. Era uno dei suoi giochi preferiti. Non vuoi che ti fissi? E io invece ti fisso. Lo stuzzicava insistere soprattutto con le schizzinose, con le "tumistufi". Ti stufo? E io ti vengo più vicino. Se poi le pollastrelle mostravano di aver paura, per Johnny era il massimo.
Uscito dalla sotterranea in quel di Marienplatz (la piazza col Duomo), si incamminò nella zona pedonale. Faceva un freddo boia, eppure c'era una gran folla, come se ci fosse il Papa in visita. Johnny procedeva dritto, costringendo i passanti a schivarlo. Era una figura spigolosa nella divisa obbligatoria di tanta gioventù: Levi's slavati, golfone norvegese e giaccone di fibra sintetica (sympatex, trexcett, dralon o chissà che altro) con la griffe di fabbrica ben visibile. I suoi stivali da cowboy ticchettavano inesorabili sull'asfalto.
Aveva voglia di fare qualcosa di crazy, di svagarsi, di divertirsi in maniera nuova e originale; ma, squattrinato com'era, non poteva combinare niente, non poteva andare in nessun posto. Il centro città era un unico strepitare di insegne di bar aperti a tutte le ore e lui non poteva nemmeno cacciarvi dentro il naso! Sì, doveva procurarsi un po' di fresca, in qualsiasi modo.
Quando una sbirromobile gli venne incontro, si voltò verso una vetrina, fingendo uno smisurato interesse per la merce esposta. Scarpe da donna. Che roba. Beh, per un possibile regalo, no? Un regalo alla sua nuova bambola, a Katrinka my sweet Katrinka.
Accarezzò il calcio della Glock. Forse poteva entrare nel negozio ed effettuare un piccolo esproprio... No, non ora. Non con tutti quei piedipiatti in giro. Cercò di mantenere l'andatura di un comune borghese che se ne torna tranquillamente a casa. Allo strato di Medioevo e barocco si sostituirono liberty e belle epoque. E poi visi e caseggiati come al tempo del Terzo Reich.
Un'altra autopattuglia, stavolta a serene spiegate. Lalulalulalu. Che cavolo succedeva quel giorno? Scivolò lungo un muro muschioso. Meglio non farsi notare. Non si sa mai.
Svoltò in una viuzza non distante dal Viktualienmarkt, il mercato ortofrutticolo. E ad un certo punto, con un gesto rapido, si sfilò l'automatica e la buttò in un tombino. Fu facile facile come imbucare una lettera; ma immediatamente si sentì spiacevolmente leggero, come nudo. Scìtt. Se non altro, comunque, non aveva più motivo di temere una perquisizione: non gli avrebbero trovato addosso nulla di compromettente. Liscio e nitido come il culetto di un neonato.
Poco dopo, mentre continuava a strisciare i muri, un portone si aprì e un essere spaventoso, tutto zanne e occhi di fuoco, gli si lanciò contro. Un cane. Lo reggeva al guinzaglio un'anziana signora che portava un cappellino tirolese con tanto di penna d'aquila. La donna squadrò Johnny con attenzione pignola, prima di decidersi a richiamare il quadrupede: «Bello! Sta' buono, Bello!»
Johnny storse la bocca. Bello? Un barboncino di merda. Un rospo. Lo scavalcò con ribrezzo.
Il pulcioso (che aveva indosso uno di quei ridicoli cappottini per cani) non la smetteva di abbaiare. «Bello! Fermo, Bello!» La signora si era voltata per trascinarsi appresso l'animale da salotto. Johnny alzò un piede e gli rifilò un calcio sotto la coda.
«Bello!... Ma che cosa hai?»
Il barboncino si era messo a girare su se stesso con la coda tra le zampe, e guaiva.
«Che ti è preso? Bello!» La donna guardò sospettosamente Johnny.
Lui non la degnò nemmeno di un'occhiata. Proseguì per la sua strada con la tempia che gli martellava. Un dolore da impazzire, incominciato nell'attimo medesimo in cui aveva buttato via la sputafuoco. Di certo non sarebbe bastata un'aspirina per farglielo passare; decise pertanto di prendere contatto con un tipo che conosceva bene, uno che abitava sull'altra sponda dell'Isar. Uno giusto, capace di far credito per il tempo necessario. Intanto, l'immagine della cinesina aveva ripreso a stargli addosso, a entrargli dentro. «Mi riconosci?» gli domandava con voce strozzata.
No, non voleva riconoscerla. Non voleva e non doveva, altrimenti l'inquietudine (il pentimento? ma va') avrebbe fatto ricomparire anche la quindicenne di provincia e tutte le altre, in fila con il dito puntato, come nei momenti più terribili.
«Ti ricordi di me?»
Sì, scìtt, non c'era niente da fare: si ricordava. L'aveva sgamata nella Giselastrasse, appena fuori la metropolitana. L'aveva seguita nel mezzanino. Avventata minigonna viola, capelli che le arrivavano al fondo schiena. Aveva cercato di attaccare bottone. Dapprima in tedesco, poi in inglese. Ma lei aveva allungato il passo e di lì a poco, sentendosi seguita, si era messa a correre. Hai la tremarella, gioia? Johnny era andato subito in tiro.
Non un'anima in vista. L'aveva raggiunta, placcata e spinta contro un muro. L'aveva stretta a sé come una bestia. Era una bestia. Un lupo; il capo del branco.
«Lasciami andare, per favore. Che vuoi? Che cosa ti ho fatto?» implorava lei. Aveva un accento simpatico, uno di quegli accenti "morbidi" che, immancabilmente, lo facevano arrapare.
Che cosa mi hai fatto? Guarda che cosa mi hai fatto. Sentilo! Non ci pensava neppure a mollarla. Doveva farle sciogliere il ghiaccio, farla diventare carne e sangue. Domarla. Le aveva mordicchiato il collo, il lobo di un orecchio. Ma la cinesina d'alto bordo non voleva starci, spingeva, scalciava. Il rimmel le colava sulle guance.
«Lasciami!» strillava. Johnny le aveva assestato due ceffoni. One-two! Così, così gli piaceva. «Hilfe!» aveva urlato lei, «aiuto!», mentre lui le si sfregava contro. Un minutino, soltanto un minutino, dài. Farò in fretta, vedrai. Faccio sempre in fretta, io. E intanto le stringeva il collo per non farla urlare, per non lasciarsela scappare.
Aveva fatto in fretta, Katz, forse persino più in fretta del solito. Si era sentito bagnare nelle mutande, sìììì, come piaceva a lui, com'era successo la prima volta, un universo di anni prima, nell'oratorio, a cavalcioni della ringhiera delle scale, un torrente, una cascata del Niagara, un lago africano...
Gli si erano piegate le ginocchia, aveva allentato la stretta. La cinesina si era afflosciata come una bambola di pezza. L'aveva lasciata lì a terra e via di corsa, mentre accorreva gente. "Katz!" pensò in retrospettiva: "forse non dovevo stringerle la gola."
Succedeva sempre così: nei momenti di crisi si sentiva pervadere da quella maledetta inquietudine, da quel senso di colpa, quel qualcosa che forse era proprio pentimento; e dopo si sarebbe preso a sberle per la rabbia di essersi pentito.
Con i nervi a pezzi entrò in una cabina telefonica e parlò con qualcuno all'altro capo della linea. Un russo, georgiano o cosacco che fosse: ora erano loro a controllare il sempre meno ampio mercato dell'ero. E mezz'ora dopo, nella solitudine di un putrido cesso del metrò, ecco la familiare sensazione di luce sparata nel cervello.
Quando tornò all'aperto era nuovamente un altro. Il baratro attorno a lui si era richiuso: Johnny era al di sopra di tutto e di tutti, nessuno poteva permettersi di dirgli niente, nessuno poteva giudicarlo. Master of the Universe.
E adesso, adesso, poteva anche andare a trovare Katrinka. Al diavolo le precauzioni! In fondo lei gli doveva qualcosa...
Mentre marciava deciso, si ricordò di quando l'aveva vista la prima volta. Aveva svoltato un angolo e... era rimasto senza parole. Lì, sul marciapiede, di fronte a lui, quella bambolina nuova.
Nuovissima. Un fiore di candore. Si era subito sentito il cuore in gola mentre la lasciava sfilare, incollandole addosso due occhi allucinati e allucinanti. L'aveva tallonata. Camminava velocissima: una gazzella bambina uscita a vedere la foresta.
Tirava via dritto senza guardare né a destra né a sinistra. E lui dietro. Ma c'era qualcosa che non quadrava. Si era accorta di essere seguita. Johnny poteva avvertire nell'aria l'impalpabile ma intenso sentore della paura. Aveva paura, povera girl. Paura di Johnny. Che invece desiderava soltanto volerle bene, amarla, darle tutta la sua vita. Era stato colto da una voglia incontenibile. E.B.
L'aveva vista svoltare velocissima in un portone, salire i gradini di corsa. Povera bimba. Ma un fiore raro come quello non poteva certo lasciarselo sfuggire. Anche se la sua ragione avesse voluto, non glielo avrebbe concesso la bestia che dimorava dentro di lui.
E infatti: si era inerpicato sulle scale...
Si inerpica sulle scale. Un palazzotto degli anni Cinquanta in un quartiere borghese decadente, decaduto. Arriva alla porta di Katrinka quasi senza fiato. Bussa. Bussa. Bussa.
Ma nulla. Nessuna risposta.
Prende la porta a pugni e a calci, grida («Sono io, sono solo io!»), e ancora calci e ancora pugni. Invano: nessuno gli apre. Allora, il lupo ulula alto. Per rabbia e disperazione, stavolta.
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