franc'O'brain - Matrioska
Parte Seconda
1
Come al solito, nella sede del Fax c'era una gran baraonda: un sabba di persone a caccia di foto uniche, notizie fulminanti, rivelazioni strabilianti.
Robert Helmbrecht, responsabile dei servizi culturali, vi arrivò con venti minuti di ritardo, ma in perfette condizioni di presentabilità, come imponeva il suo stile. Superata la portineria, si diresse all’ascensore, che si trovava poco distante dall'antro magico denominato "Archivio". Sebbene dovesse fare soltanto un piano, Helmbrecht rinunciò a salire a piedi. Come sempre. Aveva, purtroppo, le sue buone ragioni.
L'edificio era formato da complicati arabeschi di spazio, alluminio e materia plastica, con le pareti esterne tutte a vetri. Al centro, l’intero complesso era sostenuto da due enormi pilastri esagonali.
L'ascensore lo vomitò nel salone principale. Una serie di tramezzi di compensato divideva l'ambiente in una tripla sfilata di loculi occupati da giornalisti di ogni sesso, curvi sui tasti di un computer o abbandonati all'indietro con i piedi sulla scrivania. Alcuni passavano al setaccio i dispacci delle agenzie internazionali per vedere se c'era qualcosa di utile e, se sì, riscriverlo in un ottimo tedesco: probabilmente erano convinti che quel mestiere fosse una stazione intermedia verso la gloria di romanziere.
In un angolo, Gröhlich, un redattore con la mania delle cravatte ributtanti, era intento a spiegare il funzionamento della fotocopiatrice a una praticante con i jeans aderenti.
Mentre Helmbrecht gli passava accanto, Gröhlich e la sua cravatta si girarono, strillandogli: «Ehi, Robert! Hai visto l‘ultimo servizio di Schmidt dal Kossovo?»
Helmbrecht lo osservò di sghembo. Dietro le lenti dalla montatura metallica, gli occhi di Gröhlich rilucevano gelidi. Aveva pupille chiarissime, quasi diafane, e non gli sfuggiva mai nulla. Non a caso i colleghi lo avevano ribattezzato "Murena".
«No», gli disse. «È un bel servizio?»
«Una bomba, Robert, una bomba. Lacrime, sangue e sostanze fecali assortite.»
Annuendo vagamente, passò oltre. Mentre Gröhlich tornava a occuparsi della pivella, non poté fare a meno di rivolgergli mentalmente un: "Ma vaffan‘, Murena!" Gröhlich-Murena era tornato a fissare la ragazza come se volesse farne un sol boccone. Considerata in quel contesto, la nauseabonda cravatta ipnotizzante appariva parte integrante di una tattica da predatore.
Zoppicando verso il suo loculo, Robert Helmbrecht dedicò un pensierino al mitico inviato speciale Schmidt. Dunque ora si trovava nel Kossovo; e solo qualche mese prima era stato a Kabul. Un po’ lo invidiava, come dovette ammettere a se stesso: anche lui avrebbe voluto intraprendere la strada dell’inviato speciale; ma, con quella sua gamba... "Ma sì, tanto sai che gioia, a Kabul. Montone, cipolle e latte cagliato. Più il freddo e le cannonate, ovviamente. E il Kossovo? Un inferno."
Proseguì attraverso il salone illuminato al neon dove si allineavano file e file di scrivanie. Raggiunto il suo loculo - o "quadrato" -, uno spazio risibile presidiato dal busto in gesso di un accigliato Immanuel Kant, si tolse la giacca, l’appese all'apposito gancio e: «Ciao, Loewe», grugnì brevemente, rispondendo al saluto del suo vicino, un giovinastro biondo con l'orecchino da pirata. Il giovanotto, che dava l'impressione di essere appena uscito da una spelonca della Schickeria (la scena giovanil-scic di Monaco di Baviera), passava per un esperto di new wave e dintorni. Era stato assunto al Fax pochi mesi prima, fresco di laurea. Una laurea autentica, la sua, consacrata da una tesi su 'Oswald Spengler e gli specchi di Cyber: influssi di una morfologia reazionaria della storia del mondo sulla creatività intermediale'. O roba del genere. Titolo che, per Robert, restava oscuro come gli incarichi che il giovanotto ricopriva al settimanale.
Evidentemente, Loewe, Alexander Loewe (questo il nome completo), ogni tanto veniva mandato dal Fax in ricognizione, dato che non sempre lo si trovava dentro il suo quadrato. Anzi, il fatto che quel giorno fosse lì costituiva un’eccezione. La sua mansione momentanea sembrava consistere nello scovare e analizzare i termini entrati di prepotenza nella voga giovanilista, svarioni linguistici di personaggi celebri e nuove "entry" del politichese.
Robert prese posto alla scrivania. Il suo equipaggiamento consisteva in un computer antidiluviano, un boccale pieno di penne e matite, un quaderno a spirale della University of California e l'immancabile apparecchio telefonico. Si mise a leggere la posta. Uno dei messaggi gli confermava l'entrata in possesso di due biglietti per una ‘prima‘ al Residenztheater, di lì a qualche giorno. Molto carini, si disse, visto che al Residenztheater sapevano benissimo che il Fax se ne sarebbe occupato solo se, diciamo, nel foyer Claudia Schiffer avesse morso David Copperfield su un calcagno o se la primadonna si fosse sgravata direttamente sul palcoscenico di tre gemelli di tre colori diversi.
Di umore conciliante, trascorse un'oretta a preparare un articolo - unico e succinto - sulle grandi mostre della settimana in Germania: trenta righe destinate immancabilmente a essere strizzate tra una pubblicità di merendine e una di pannolini. Dopo aver salvato il testo ancora grezzo, si mise in cerca di Miriam. Chissà, magari lei aveva voglia di accompagnarlo alla ‘prima‘... Senza nessuna implicazione, s’intende. Sebbene... la speranza è sempre l'ultima a morire.
Notando che il caporedattore centrale stava a sbirciarlo dal suo ufficetto (dimensione doppia rispetto a un comune cubicolo), Robert gli fece un sorrisino e un cenno con la testa, come per comunicargli: "Il pezzo te lo mando tra poco". Quindi proseguì spavaldo (per quanto glielo consentisse la sua fottuta gamba) verso la sezione "Moda & Highlife". Ad un tratto si sentì chiamare:
«Rob.»
Rob?
«Sì?»
Con un ostentato senso di fastidio, si fermò ad aspettare Corinne Poltner.
La Poltner, denominata "Ortica", esibiva un maglioncino con la scritta MILK all’altezza delle tette. Grande esperta dei pettegolezzi di società, era una nemica giurata di Miriam Mayer, rea di essere invitata a tutti i party da cui lei era invece quasi regolarmente esclusa.
«Scusa», farfugliò Robert, «ma non ho tempo. Dovrei...»
«Che cosa sta tramando?» lo travolse Ortica.
«Ma chi?» ribatté lui con un pizzico di rabbia, pur sapendo a chi si riferiva.
Ortica emise un lungo mugolio teatrale. «Oggi sembra la Vittoria di Samotracia in persona! Chi? Come, chi? La nostra Perla Nera, naturalmente. Ma che le passa per la testa? Brutta vipera», sibilò tra i denti. «Mi sa che è ancora in pista per chiedere una promozione, con la scusa del cambiamento di settore. Chi si crede di essere? Sherlock Holmes? Philip Marlowe? Mi meraviglio che Faulhaber le abbia detto di sì per questo servizio sulle puttane russe.»
«Le...?»
«Hanno ammazzato un magnaccia. E allora? Chissenefrega? E, soprattutto, che cosa c'entra lei? Neanche lo avesse ammazzato Laura Biagiotti con l'alito dopo aver ingollato una boccetta di Valentino pour Homme!»
«È pronto il pezzo sul sondaggio "Mutanda versus Boxer"?» la interruppe bruscamente il suo caposervizio, emergendo come un falco da un loculo adiacente.
Ortica finse di consultare il bloc-notes che aveva in mano. «Ma quale sondaggio», borbottò. «Quale campione... Il campione siete voi maschi di redazione.»
«Prego? Queste cose prova a dirle al direttore», la gelò il caposervizio.
«Ma se lui non ha neanche risposto, al sondaggio», protestò bellicosamente Ortica. «Mutanda o Boxer? Non ne sa nulla, lui! E per forza: non gli è rimasto più niente da mettere al riparo, là sotto!»
«Lo voglio sulla scrivania fra due ore. Chiaro?» tagliò corto il suo capo.
Trattenendo a fatica un risolino, Robert Helmbrecht zoppicò oltre. Quando raggiunse il quadrato di Miriam, vide che vi era appena entrato Sepp Börner. Sepp, uno degli "occhi volanti" (ovvero: fotografi) del Fax, le aveva portato del materiale, che lei adesso esaminava sul visore. Una fotografia sembrava interessarla particolarmente.
«Qui la faccia del morto si riconosce meglio. Ma è scura. Schiariscila, e ampliala anche il più possibile.»
Si avventò sul telefono. Mentre digitava un numero, lanciò un breve sorriso di riconoscimento al critico culturale.
«Mayer, di Fax», disse all'apparecchio. «Il commissario Bittner, per favore.»
Robert le smorfiò un "ci vediamo dopo" e fece dietrofront. Le avrebbe parlato più tardi.
Uffa! esclamò tra sé e sé, provando un inspiegabile risentimento. Ortica non aveva torto, tutto sommato. Che noia, questa passione per le catastrofi e per i cadaveri! E "noi vivi"? Rinfrancato dalla citazione colta (di sicuro era l'unico in tutto il Fax, se non in tutta Monaco, ad avere letto lo sterminato romanzo di Ayn Rand e a sapere ogni cosa sulla sua poliedrica autrice), tornò al suo angolino.
«Abbiamo già l'arma», comunicò il commissario a Miriam, via telefono. «Non posso negare che è stato un colpo di fortuna. Stava cercando di svenderla un barbone. Ci ha detto di averla trovata in fondo a un tombino, dove cercava qualcosa da usare, o da riciclare. Come vedi, il caso si ricorda ogni tanto di darci una mano.»
"E si ricorda di darla a noi giornalisti", pensò Miriam, affatto scontenta.
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