franc'O'brain - Matrioska
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«È in casa», riferì il poliziotto in borghese che montava la guardia allo stabile.
L'ispettore Schröder assentì, alzando gli occhi sullo squallido casermone. «Perfetto. Tra un po' si va a stanarlo», annunciò. Quindi si mise a fare il giro dell'edificio per verificare altre possibili vie d'uscita. Sul retro c'era una porta di ferro, ma tutta arruginita; la porta era chiusa con un chiavistello che, a giudicare dalla robustezza, doveva risalire ai tempi di Bismarck.
Titti vide gli uomini acquattarsi nell'entrata e capì subito per chi erano venuti. Con la più innocente delle espressioni, tutta ondeggiante, passò davanti all'ispettore Schröder, intento adesso a parlare nel walkie-talkie.
Sorridendogli compunta, si avvicinò adagio alla fila di campanelli.
L'ispettore gesticolò rivolto a un agente, indicandogli la bambina. L'agente fece di sì e si chinò su di lei.
«Senti piccola, tu dove abiti?»
«Abito qui, signor poliziotto. Posso suonare a casa, così che mamma sa che sono giù?»
«Eh? Vuoi suonare a...?» L'agente aveva faticato a capire. In bocca a Titti, le "esse" si trasformavano in altrettante "ti". Si volse a guardare Schröder. «Oh beh, a dire il vero non dovresti stare qua.»
«Io tuono lo ttetto.» E, veloce come un fulmine, la ragazzina premette uno dei campanelli: quello di Franz "Johnny" Mirowsky.
Troppo tardi lui si rese conto delle sue intenzioni. «Brutta...» Riuscì ad acchiapparla prima che potesse darsela a gambe.
«Che cosa succede?»
«Ispettore, questa qui ha tentato di avvertire... ahi!» Titti gli aveva mollato un calcio su uno stinco e cercava di divincolarsi come un'indemoniata. Un altro agente dovette venirgli in soccorso.
Intanto Schröder sbarrava il passo a una coppia anziana che avrebbe voluto entrare.
«Ma noi abitiamo qui!» protestarono i due coniugi.
«Solo qualche minuto di pazienza.» Non ritenne opportuno prolungarsi in spiegazioni: i poliziotti tutt'intorno e il suo tono autoritario avrebbero dovuto chiarire ogni cosa. I coniugi ebbero qualcosa da ridire alla vista dei due agenti che trattenevano la piccola Titti.
A quel punto comparve anche Tanus. Gettandosi in avanti a testa bassa, il nanerottolo caricò uno degli uniformati.
«Merda.» Schröder abbassò l'antenna del walkie-talkie e si precipitò ad afferrarlo per la collottola.
«Che vergogna!» esclamò la signora, sdegnata. Lei e il marito si scambiarono un'occhiata. Avevano le braccia cariche, lì fuori faceva freddo e oltretutto loro non intendevano essere testimoni di quella scena pietosa, con tre sbirri che tenevano a scacco due marmocchi mezzo ritardati. Entrarono senza curarsi del richiamo che lanciò loro l'ispettore Schröder.
«Questi teppistelli parteggiano per il Mirowsky!» esclamò affannato il poliziotto cui Titti ora addentava una mano.
«Sembra proprio di sì», convenne l'ispettore, torvo, con lo scalpitante Tanus sottobraccio. Guardò la ragazzina: era corrotta, non c’erano dubbi; una vera diavola. Trascinata dentro l'androne, Titti prese ad agitarsi ancor di più; i suoi occhi parevano illuminare il sottoscala. Tanta partecipazione per la sorte di un notorio gaglioffo, di un asociale, sembrava fuori posto in una personcina così puerile.
«Siamo della Squadra Omicidi», spiegò Schröder ai piccoli ribelli. «O ve ne state buoni o faccio mettere le manette anche a voi. Chiaro?»
Tanus smise finalmente di scalciare e cominciò a piagnucolare, mentre la ragazzina lanciava tutt'attorno sguardi di odio e improperi tali da impressionare quegli individui adulti. «Merda», ripeté l’ispettore, grattandosi la testa.
Dalla sua abitazione a pian terreno fece capolino Geissler, il pensionato. Guardò i poliziotti, guardò i bambini e, senza una parola, si ritirò terrorizzato. Erano venuti per lui?
«Con questi due facciamo i conti dopo», disse Schröder. «Informatevi su chi sono i genitori.» Quindi si sporse a guardare in alto, nella tromba delle scale. Silenziosi, gli agenti della squadra speciale stavano avvicinandosi all'obiettivo.
Non avevano dovuto rastrellare l'intera città per risalire fino a Franz "Johnny" Mirowsky. Anzitutto, Mirowsky era un pregiudicato, e molte delle impronte rilevate nell’Opel Astra corrispondevano alle sue. Inoltre era noto che aveva la mania di andare in giro mostrando un'arma che, guarda caso, era dello stesso calibro di quella con cui era stato fatto fuori il russo. Gli indizi c'erano tutti, dunque, e presto ci sarebbero state le prove.
Schröder diede istruzione ai due uniformati di rimanere dov'erano e, dopo aver lanciato uno sguardo di riprovazione ai ragazzini, si avviò su per le scale.
I coniugi carichi di pacchi erano stati bloccati davanti all'ascensore da un terzo agente. L’ispettore li superò, sordo ai loro rimbrotti.
Serrature. Lo scorrimano appiccicoso. Graffiti sui muri tirati a gesso. Un estintore che pendeva dal suo sostegno... Cifre distintive di ogni palazzone popolare. Nella tromba delle scale stagnava un miscuglio di odori; l'ispettore riconobbe quello greve del cavolo. Via delle Vacche Carenti. Sentì voci sparse che giungevano da dietro gli usci. Al quarto piano si fermò un attimo: da un appartamento provenivano ansiti, borbottii, bestemmie, canti fluidi di gola. Sicuramente una movimentata scena d’amore. L’amore di primo pomeriggio... Si scrollò e, rabbuiandosi senza ragione, riprese l'arrampicata.
Gli agenti erano in posizione. Due di loro si erano situati sui lati della porta del ricercato. Schröder respirò profondamente, ascoltando gli sciacquoni, il lamento straziante di un trapano e infine l'improvviso cling clang dell'ascensore (la coppia con i pacchi, pensò con irritazione). Poi finalmente diede il segnale.
La porta fu abbattuta a spallate. Le canne dei mitra annusarono l'aria. Pochi mobili, disordine, sporcizia dovunque. L'indiziato, una pertica di quasi due metri, era seduto sul pavimento a gambe incrociate e li scrutava tranquillo, simile a un pitone sonnecchiante.
«Setacciate ogni cosa», ordinò l’ispettore.
Johnny si riscosse. «Che caiser volete?» biascicò. «Sono pulito, io.»
«Sì, lavato col Persil! Non raccontarci balle, tanto sappiamo tutto.»
Un agente raccolse una siringa per mostrarla all'ispettore. Un altro sbirciò in una borsa di tela: conteneva una batteria di arnesi da scasso. Sul pavimento giaceva un laccio emostatico.
Poco alla volta, Johnny cominciò a rendersi conto di ciò che stava succedendo. «Non ho fatto niente!» protestò.
«Ah no?» ribatté Schröder. «E allora di chi sono le impronte che abbiamo trovato su una certa piccola Glock, eh?»
Johnny cambiò improvvisamente atteggiamento. Scattò come una molla e prese a dimenarsi furiosamente. Ma fu immobilizzato dopo una breve lotta.
«Aggiungiamoci la resistenza a pubblico ufficiale», disse Schröder come una mannaia.
Da quel momento in poi, l'indiziato fu singolarmente remissivo. Si lasciò trascinare via senza nemmeno puntare i piedi, quasi a voler facilitare il lavoro agli agenti. Si limitò a tenere la testa alta mentre veniva estirpato dalla periferia di cui era il re leone.
«I can't believe...» canticchiava.
«Gionni, Gionni!» udì una vocina. Titti si era liberata dalla morsa dei suoi custodi e ora trotterellava accanto al plotoncino che, a fila compatte, marciava verso le volanti. Nel vederla, il capo del branco si rischiarò in faccia.
«...the price I pay...»
«Gionni!»
Strinse il pugno e tentò di alzarlo in un saluto trionfale, ma glielo impedirono le manette.
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