franc'O'brain - Matrioska
5
Miriam Mayer, la promettente reporter, osservava dal finestrino la pioggia e il traffico mentre Sepp Börner, l’"occhio volante", guidava guardando fisso in avanti.
L'autoradio sputava una tiritera di cataclismi, cronache di estenuanti dibattiti in parlamento, più le ultime notizie sulla leggendaria cometa che minacciava di cascare sulla Terra.
Quando l'annunciatore esclamò garrulo: «E ora lo sport», Miriam lo zittì perentoriamente, girando la manopola. Poi guardò Sepp.
L’"occhio volante", sui vent'otto o trent'anni, ostentava la solita espressione indecifrabile. Aveva la capigliatura lunga, legata sulla nuca a coda di cavallo; una sottile striscia di baffi gli si prolungava fino ai lati del mento.
«Mi chiedo una cosa», lo interpellò lei di punto in bianco. «A te il daffare non manca di certo. Come mai ti sei offerto di accompagnare una novellina come me?»
Lui sembrava essere preparato alla domanda.
«Ma quale novellina!» esclamò con un sorriso cordiale. «Tu ormai sei una vecchia ciabatta come tutti noi. Sono certo che te la caverai ottimamente anche nella "nera". Hai del karma, Miriam. Comunque, se proprio vuoi saperlo, ho voluto accompagnarti perché vado in smanie per i gialli. Mi piace lo sporco. Sempre piaciuto, fin da bambino. Sono abituato a giocare con il fango, e mi pare che in questa storia di fango non ne manchi. Anzi, spero che le tipe da cui stiamo andando ci rivelino come trovarne ancora di più. Sarebbe un bel colpo, e perché lasciare a te tutta la gloria? Il mio è dunque anche calcolo, egoismo.»
«Giustificabile, nel nostro mestiere.»
«Inoltre», concluse Sepp Börner, «ti trovo simpatica.»
«Oh. Lusingata.»
Il fotografo staccò una mano dal volante e riaccese la radio. Prese però nota che alle notizie si era sostituita la pubblicità. Cambiò stazione: ancora pubblicità.
«Ti interessano le previsioni meteo?» gli domandò Miriam.
«No. Lo sport.»
Miriam rise. «E io l'ho spenta! Mi spiace...»
«Fa niente», rispose Sepp, sempre fissando la strada attraverso il su-e-giù dei tergicristalli.
«Appassionato di calcio?»
«Anche di quello, logico. Ma soprattutto di rugby.»
«Rugby?»
«Probabilmente per via della sporcizia, del fango.» Con l'autoradio di nuovo accesa, gli toccava quasi gridare. «Mi sono spesso chiesto», continuò, «se non farei meglio a cercarmi un contratto in un quotidiano sportivo.»
«Un po' come me», considerò Miriam. «Voglio dire: agli inizi mi affascinava la moda, il bel mondo, e credevo di potermi realizzare in quell’ambiente. Ma poi mi sono stufata, accorgendomi che è tutto artificiale, anche il gossip...»
«E perciò eccoti qua», concluse l’"occhio volante". «Segno evidente che il fango e i misteri non dispiacciono neppure a te.» Compì un’improvvisa svolta a sinistra e: «Siamo arrivati», la informò. Un istante dopo piantava la BMW in seconda fila.
Miriam smontò e andò a ripararsi sotto un balcone. Sepp la raggiunse corricchiando con due Nikon che gli ballonzolavano sul petto. Per via del freddo, indossava pullover di lana, giubotto pesante e pantaloni termici. Miriam era parecchio meno intabarrata: sopra un lungo abito blu si era infilata una giacchetta color crema dai risvolti neri con una fila di bottoncini di metallo.
Trovarono subito l‘indirizzo.
«Non si trattano poi tanto male», commentò Börner, occhieggiando la facciata. «Beh, certo: il più vecchio dei mestieri è anche il più redditizio.»
La costruzione aveva perso molto del decoro delle origini, appariva malridotta, quasi decrepita. Ma Sepp Börner aveva ragione: mille volte meglio delle squallide pensioni in Ost-Bahnhof e dintorni, dove erano costrette ad alloggiare tante altre professioniste di quel genere.
Il portone era socchiuso, l'androne buio. La scalinata aveva il corrimano di legno e i gradini erano coperti da una stuoia tanto consunta da aver perso ogni colore. Le porte, molto massicce, non lasciavano filtrare i rumori.
Sepp, che diceva di amare lo sporco e i gialli, poteva ritenersi soddisfatto. L'ambiente evocava misteriose entità, fantasmi del passato, un sentore di incontri proibiti. Si inerpicarono fino al terzo piano in una penombra ruffiana.
«È qui», annunciò Miriam. Sul battente, due buchi per le viti e un piccolo rettangolo più chiaro rivelavano lo spazio su cui una volta era stato affissa una targhetta. Su un pezzettino di carta applicato con il nastro adesivo era segnato lo stesso nome che Miriam aveva visto su uno dei campanelli all'entrata: 'A. Skovorov'.
Suonò, ma passarono dieci secondi, ne passarono venti, e non si sentì niente. Allora Sepp le disse: «Permetti?» e percosse con il pugno il robusto legno.
Una manciata di attimi più tardi una voce chiese: «Chi è?»
Qualcuno li scrutò attraverso lo spioncino. Superarono l'esame: fu loro aperto.
Anna Skovorov non era precisamente quel che si dice una gran bellezza. Di statura sotto la media, formosetta, con la pelle lattea e i capelli biondo sporco, presentava un aspetto assolutamente banale. Avrebbe potuto fare qualsiasi mestiere tranne che la maîtresse di una casa di appuntamenti. Ma a sorprendere maggiormente era la sua giovane età: non poteva avere infatti più di ventidue, ventitré anni.
«Mayer, stampa. Le ho telefonato un'ora fa.»
«Sì, sì. Entrate.» L'inflessione della voce tradiva una punta di intima ansia. Gli occhi castano chiaro erano puntati sulla giornalista, che, a causa del colore della pelle, doveva apparirle un personaggio molto più esotico di quanto non lo fosse lei stessa; con occhietti curiosi ne valutò la figura, il vestito, ogni gesto.
Ancora sulla soglia, Sepp tirò su col naso. L'appartamento sapeva di stantio, fumo, alcol e donne. Mise su un'espressione beata. Era nel suo mondo.
Il locale d'ingresso era ammobiliato con due divani mezzo sfondati e alcune sedie spaiate. In un posacenere dallo stelo lungo si accumulavano le cicche spente. Si trattava, chiaramente, di una saletta per gli ospiti in attesa del loro turno.
Tra l'ingresso e il corridoio si apriva una seconda saletta, meno angusta e più confortevole. Là c’erano tre telefoni, un sofà con alcuni cuscini, una poltroncina e un tavolinetto su cui erano posati diversi rotocalchi. La zona clienti "bene", risolse Miriam. Sopra una credenza facevano sfoggio di sé due matrioske: una contadina dal sorriso scaltro e le guance rosse e la sua controparte al maschile.
«Intanto accomodatevi», li invitò la padrona di casa. «Jelena!» chiamò. «Je-le-na!»
Anna Skovorov (o Skovorova, come aveva precisato al telefono, lasciando intendere di avere alle spalle un matrimonio con un certo signor Skovorov), navigò sui suoi zatteroni verso una delle porte che si affacciavano sul corridoio e la socchiuse senza bussare. Si mise quindi a dialogare fittamente in russo con un'altra donna, presumibilmente Elena o Jelena.
Miriam passò in rassegna la pila di rotocalchi sul tavolinetto, riconoscendo tra di essi un vecchio numero di Fax. Prese a sfogliarlo meccanicamente.
Sporgendosi in avanti, Sepp prese un'altra rivista. Era scritta in alfabeto cirillico. Con difficoltà ne decifrò il titolo: Rebus. Miriam gliela tolse di mano e, incuriosita, cominciò a leggerla. Per lei quei caratteri non erano geroglifici, come invece lo erano per il fotografo. Constatò che Rebus era una pubblicazione piuttosto leggera; quanto e persino più di Fax. Le foto e i servizi intonavano un osanna alla tanto decantata bolsce-vita e illustravano nel contempo gli scandali e scandaletti del "bel nuovo mondo" post-sovietico. Sembrava proprio un clone di Fax...
Ricomparendo in equilibrio precario sui suoi trampoli, Anna Skovorov si gettò sulla poltroncina libera. Si vedeva lontano un miglio che cascava dal sonno. La notte doveva essere stata lunga, ed ecco spiegati il suo aspetto sciapito e la montagna di cicche nel posacenere.
Mentre Börner preparava il suo armamentario, Miriam cominciò a rivolgerle alcune domande: sul defunto Filippovic, in primo luogo. La Skovorova parlava il tedesco discretamente bene ma, se poteva farne a meno, si asteneva dallo sprecare il fiato. Dapprincipio tergiversò, rispondendo con rudi monosillabi. Finita una sigaretta, se ne accese un'altra con il mozzicone della prima.
Bisognava letteralmente strapparle le parole con le tenaglie. A poco a poco però acquistò fiducia e, quando il tema si spostò sul tipo di clientela che bazzicava la casa, fu quasi con allegria che narrò dei bizzarri personaggi che venivano fin lì e delle loro ancora più bizzarre richieste.
«Ma ora che siete sole?» domandò Miriam, partecipe di ogni problematica femminile. «Chi cura i vostri... interessi?» Cercava ovviamente di usare molto tatto nella scelta delle parole.
Di nuovo, la donnina si chiuse in un parziale mutismo. Alzò le spalle. «Lavoriamo lo stesso», spiegò, indicando i telefoni.
Miriam stenografò sul taccuino: "Assenza di F. apparentem. non colmata". Le sembrava un particolare non trascurabile per mettere in luce come funzionasse quel tipo di mercato, da chi dipendessero le operaie del sesso e chi muovesse i fili dietro le quinte. L'appartamento era intestato ad Anna Skovorov, ma la vera tenutaria del servizio non era di lei, con quella sua aria un po' sprovveduta di cuoca o collaboratrice domestica.
Quando Sepp la invitò a posare, la russa ebbe un sussulto.
«No», si schermì, «no...» La cenere della sigaretta le cadde sul pavimento e lei si chinò precipitosamente a raccattarla, inumidendosi con la lingua la punta dell'indice.
«Dài», insisté Sepp, ammiccandole mentre regolava l'otturatore. «I nomi non li mettiamo di sicuro, sta' tranquilla. Ma può essere ugualmente un'ottima pubblicità per voi. Cos'è infatti l'anima di tutti i commerci, se non la pubblicità?»
Trincerato dietro i ferri del mestiere, Sepp Börner si sentiva completamente a suo agio. Miriam non poté fare a meno di scoccargli un'occhiata di gratitudine: da sola non sarebbe riuscita a scardinare le difese della Skovorova. Avrebbe avuto pietà, e forse rinunciato.
Invece la donnina stava già arrendendosi. «Niente nomi però, eh?» raccomandò, ancora incerta.
«Oh, no di sicuro. Stia tranquilla», si precipitò a tranquillizzarla Miriam. «Non ci servirebbe a niente e vi metteremmo solo nei guai. Faremmo un pessimo servizio anche al nostro giornale, perché nessuno si fiderebbe più di noi, capisce? Nessuno si farebbe più intervistare.»
Finalmente convinta, Anna si sollevò, facendo ondeggiare il seno con una mossa d'alta scuola. Sebbene fosse struccata, riuscì ad assumere un'aria provocante. Infilatosi il mignolo tra le labbra, si avvolse a vite, rivolgendo all'obiettivo il fondo schiena.
«Bravissima», la complimentò Sepp.
«Davvero?» chiese lei, ridendo rinfrancata.
«Un'altra, sù.»
«Però niente nomi, eh? Siamo intesi», pretese di nuovo, prima di mettersi in un'altra posa sguaiata.
Mentre Sepp le rispondeva con un sonoro: «No-ooo, niente nomi», apparve sul corridoio un'altra ragazza.
«Questa è Jelena», fu presentata da Anna.
Jelena aveva un aspetto punkeggiante, con una cresta di capelli dorati e un corpo letteralmente pelle e ossa. Sotto la sua tutina leggera non si intravedevano curve: una ninfa ambigua, un ermafrodito.
«Fai foto anche me?» civettò, masticando una cicca a bocca aperta.
Sepp non se lo fece ripetere due volte.
Come un'esperta mannequine, la ragazza si offrì all'occhio goloso della macchina fotografica dando il meglio di sé. Arrivò a sfilarsi la tutina, rimanendo in un ridotto pagliaccetto nero con i laccetti rossi.
Dopo di che prese a sfilarsi anche il pagliaccetto...
Era fiera del suo aspetto e ci teneva a mostrarlo. Come Anna intanto rivelava alla giornalista, c'erano uomini che telefonavano spessissimo appositamente per incontrarsi con Jelena. Andando a letto con lei, provavano un po‘ l'illusione di amare un maschietto.
Mentre tornava a rivestirsi, la punkettina volle sapere: «Foto in giornale?»
«Su Fax», le rispose Sepp con voce gaia. Il suo volto sembrava dire: ecco una vera professionista. «Una cannonata», commentò, rivolto a Miriam.
«Mi rallegro per te.»
«Per noi, vorrai dire.»
Ma a Miriam occorreva di più. Uno scoop non è tale senza il pepe di qualche rivelazione inedita. Da Jelena riuscì a cavare pochissimo. La ragazza comprendeva il tedesco a malapena e si esprimeva per frasi smozzicate; ma, soprattutto, sembrava avere la testa tra le nuvole. Bamboleggiava, si atteggiava a scolaretta svogliata e birichina. Gli occhi li teneva costantemente fissi sull'unico uomo presente, al quale sorrideva come una vampirella.
«Non potrei parlare con un'altra?» chiese Miriam alla Skovorova. «Sa, più notizie diamo e meglio il servizio viene. Viene letto da più gente e torna utile anche a voi.»
«Senza nomi, però», insistette Anna come un disco inceppato. Quindi scomparve qualche istante per andare a tirare fuori dalla gabbia un'altra esponente del suo allevamento privato. «Questa è Kesselina», annunciò di lì a poco.
Come Jelena, anche Kesselina era spigolosa ed esile e non mostrava più di diciassette o diciott'anni. Con quel gonnellino a pois assomigliava a una Minnie a dieta. (Minnie, proprio: la fidanzata di Topolino.) Ma, osservato da vicino, il suo volto perdeva ogni parvenza di ingenuità. Anzi, a giudicare dallo sguardo si poteva indovinare un carattere difficile, introverso. La lingua rosseggiava inquieta dietro le labbra semiaperte e le pinne nasali si muovevano adagio, mentre gli occhi rimanevano fissi sulla giornalista. Due occhi da volpe, all'erta, diffidenti e infinitamente tristi.
«Facciamo foto?» le chiese Sepp, oltremodo entusiasta. La ragazza doveva essersi presa qualche minuto per darsi un po' di trucco: ombretto, rossetto bruno, cipria.
Era sul metro e settanta, con forme non eccessive ma, contrariamente a Jelena, con un bel seno sodo. L'abbigliamento era studiato sullo stereotipo della fanciulla innocente: a parte il gonnellino, portava una camicetta bianca da educanda, calzettoni lunghi e scarpe basse con la fibbia.
All'esortazione del fotografo reagì esibendo un vago sorriso e rimanendo al naturale, senza gesti provocanti o altre artificiosità. Si limitò a unire le cosce esili e le ginocchia, mantenendo scostati i piedi. Il ritratto perfetto della ragazzina porcella. Le mancava soltanto un lecca lecca... A Miriam fece una gran pena. Forse doveva assumere quell’atteggiamento con i clienti ogni notte, più volte per notte?
I suoi occhi...
Per un attimo la ritenne una drogata. Coca, pensò. Ma poi, con un lampo di illuminazione, riconobbe nel viso dolce e mesto della ragazza un elemento diverso. Terrore!
Mettendo su un sorriso ingraziante, la apostrofò così: «Kesselina... è questo il tuo nome, vero?»
La ragazza annuì, sedendosi su un bracciolo della poltrona di Anna Skovorov.
«Ho già intervistato le altre e ora vorrei ascoltare anche te. Per il Fax. Lo conosci, sì? Sta' tranquilla, il tuo nome non comparirà mai. Resterà un segreto tra noi. Eh?»
Kesselina annuì con aria incerta, guardando Anna, che annuì a sua volta in tono incoraggiante.
«Come mai sei venuta in Germania, Kesselina?»
La ragazza abbassò lo sguardo, confusa. Che domanda stupida! Miriam se ne rese conto nell'istante medesimo in cui la pose. Eppure, in qualche maniera bisognava pur cominciare, per rompere il ghiaccio e in seguito sviscerare la questione cruciale.
«Chi ti ci ha portato, a Monaco?»
Di nuovo la giovane russa tacque. Alzò lo sguardo soltanto all'imperativo «Cheese!» di Sepp, per riabbassarlo subito dopo il lampo.
«Dimmi almeno questo, per i nostri lettori: se potessi scegliere tra i soldi e l'amore, che cosa sceglieresti?»
Miriam pronunciò le parole molto lentamente, per facilitarle la comprensione, ma Kesselina si limitò a sbirciarla con un‘aria carica di diffidenza. Solo dopo che Anna le si rivolse in russo, spronandola, lei si persuase ad aprire bocca.
«Tra i soldi e l'amore?» Si vedeva benissimo che avrebbe preferito lasciare l'argomento in sospeso. Il corpo lo metteva nelle grinfie di chi poteva permettersi di pagarlo, ma i sogni appartenevano a lei e a lei sola.
«Rispondi. Se potessi scegliere...?»
«Tra i soldi e l’amore?» Indugiò. «Tutt'e due», disse in una musica di tonalità slave. «I soldi e l'amore.»
«Allora dovevi scegliere l’America!» gettò là Anna.
Risero tutti. Anche Kesselina abbozzò una risolino, mettendo finalmente in mostra la sua splendida dentatura. L'atmosfera sembrò alleggerirsi.
«Che cosa fai quando sei libera, di giorno?» riprese Miriam, incrociando indice e medio della mano sinistra sotto il taccuino.
Seguì una lunga pausa. La giornalista colse l'occhiata di Sepp, che sembrava voler significare: «Mi spiace dirtelo ma è assurdo voler continuare l’intervista in questo modo».
Con due grandi, tristi occhi, Kesselina rispose: «Skoro domoi.»
«Resta a casa», tradusse Anna Skovorov, facendo spallucce.
Era scoraggiante. Assolutamente contraria ad arrendersi, Miriam decise di concentrarsi su Jelena.
«Come vi trattava il signor Filippovic?» chiese in tono deciso.
La ninfetta punk parve essere colta di sorpresa e tradì un'improvvisa difficoltà a guardare in faccia la sua interlocutrice. Scosse la testa e rimase in silenzio.
Con un lungo sospiro, Miriam richiuse il taccuino. «Non mi volete raccontare di voi perché avete paura, vero? Ma paura di che? Di chi?»
«Le tue domande sono difficili», ribatté Jelena sulla difensiva, rivolta però a Sepp, non a Miriam.
«Difficili», confermò Kesselina. «Noi non sappiamo... parlare.»
«Non sapete parlare il tedesco? Ma non è vero», protestò Miriam.
Anna Skovorov aspirò una lunga boccata dalla sua eterna sigaretta prima di intervenire, da brava sorella maggiore: «Troppo difficili».
La giornalista si rassegnò. Era chiaro che con la sua insistenza aveva indisposto le ragazze. Focalizzando lo sguardo sul corridoio, contò le porte che vi si affacciavano: erano sei. Sottraendone due (bagno e cucina), ne restavano quattro; quattro camere di uno o forse più letti.
«In quante dormite qui?»
«Cinque, sei. Certe volte di più», rispose la Skovorova, senza remore. «Tre di noi abitano per conto loro.»
«Quattro», intervenne Kesselina lanciandole un'occhiata in tralice. «Quattro», ripeté. «Tsetirje.»
«Perché quattro? Tri. Tre», la contraddisse Anna con tono furente.
Entrambe cominciarono a discutere animatamente in russo; un dibattito che Miriam seguì con grande interesse. Aveva fatto bene a non rivelare loro di conoscere la lingua.
Si sollevò. Per quanto la riguardava, l'intervista, che avrebbe dovuto avere il carattere nascosto di un interrogatorio, era finita. Sepp si soffermò a scattare ancora qualche foto della spregiudicata e volonterosa Jelena:
«Va bene. Ferma così. Fate un altro po' di luce, voi. Adesso vai un po' più indietro. Sorridi. Brava.»
Dopo si accomiatarono e tornarono all'automobile.
«Un buco nell'acqua», disse Sepp. «Ma se non altro abbiamo le foto», aggiunse, avviando il motore.
Miriam non replicò. Osservava sovrappensiero il traffico e la pioggia.
«Queste poverette hanno già avuto tra i piedi la polizia», le ricordò l'"occhio volante". «Hanno delle rogne, bisogna capirle.»
«Rogne con la polizia? Può darsi. Io comunque sono pronta a scommettere che la loro apprensione è dovuta ad altro», affermò la reporter.
Sepp stette a pensarci su, fissando i tergicristalli che gli passavano e ripassavano davanti al volto. Infine disse anche lui: «Può darsi», e accese la radio.
Stavano trasmettendo pubblicità.
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