franc'O'brain - Matrioska
7
L'aiutante del medico legale vacillava paurosamente mentre cercava di sfilarsi i guanti di lattice. Il guanto sinistro sembrava esserglisi incollato alla pelle e fu con una certa difficoltà che se lo staccò, prima di buttarlo in un contenitore rivestito da un sacco di cellophane. Fluttuò all'esterno della sala dell'autopsia e... si fermò all'improvviso, interdetto, trovandosi a tu per tu con Bittner.
«Der Professor arriva subito», annunciò in tono stridulo.
Bittner lo guardò andare a lavarsi le mani e lo sentì mormorare: «Mio Dio».
Dopo un attimo la porta tornò ad aprirsi.
«Fatto!» annunciò allegramente der Professor.
«E così adesso abbiamo la causa del decesso», disse Bittner. Non era una domanda, la sua.
«L'abbiamo», confermò il patologo. «Il nostro soggetto è precipitato da una notevole altezza. È caduto più o meno in piedi, ma non gli è servito a niente: l'altezza era troppa.»
«Come sarebbe a dire?»
«Mmh?» fece il Professore.
«Mi sta dicendo che è morto per una caduta?»
«Non sono io a dirlo, ma l'autopsia. Il tale Igor Filippovic è deceduto in seguito a una caduta. Ergo, il loco criminis non può essere quello dov'è stato trovato il suo corpo.» Anche lui andò a lavarsi le mani. Si voltò a guardare l'assistente, che si sfregava le sue come se volesse imbiancarle, e proseguì: «Nell'automobile lo hanno trascinato dopo la morte. E lì gli hanno sparato».
«Sparato... a un cadavere?»
«A un cadavere», ribadì il luminare. «Naturalmente, il disastro alle gambe è stato provocato dalla caduta. Tibia e fibula hanno premuto contro il ginocchio, fracassandolo. Le metatarsiche sono malridotte. In altre parole, il nostro soggetto deve aver tentato un atterraggio come fanno i gatti.»
Bittner si massaggiò le tempie. «I gatti», echeggiò perplesso. «Ma da quale altezza può essere precipitato?»
«Sette, otto metri, a occhio e croce. Forse dieci. Il braccio sinistro è slogato, mentre il costato sulla parte opposta presenta forti contusioni. Possiamo dedurne che, cadendo, l'uomo ha urtato contro qualcosa, forse un balcone o un ferro sporgente, e ha cercato di aggrapparvisi. L'omero e la scapola sono tenuti insieme solo dai tendini e dai tessuti molli. Il muscolo deltoideus è piuttosto dilatato.»
«Ed è morto per...?»
«Frattura all'occipite», spiegò il medico legale. «Io la vedo in questo modo: dopo l'atterraggio, chiamiamolo così, il suo corpo si è piegato all'indietro. E la testa ha sbattuto per terra o contro un muro.»
«Ma perché dopo gli avrebbero piazzato quella pallottola in fronte?»
«Un gesto... dimostrativo?» ipotizzò der Professor.
«Chissà. Non ci sono dubbi, vero, che fosse già morto al momento dello sparo?»
«Assolutamente», rispose categorico il patologo, asciugandosi le mani come se fossero due preziosi reperti archeologici. «Vede, il cadavere aveva i polmoni pieni di schiuma. La schiuma si forma quando il sangue penetra in un lombo polmonare attraverso uno strappo e si mischia con l'aria. Se lo avessero ucciso prima della caduta, non ci sarebbe stata schiuma.»
Intanto il suo aiutante si allontanava con aria spiritata; sembrava un turacciolo in un oceano in tempesta. Dopo aver rischiato di scontrarsi con gli infermieri che portavano via il cadavere del Filippovic, si girò e disse: «Arrivederci»; ma così flebilmente che nessuno lo udì.
«Ammettiamo», riprese il commissario Bittner, «che prima gli avessero sparato, che lui non fosse morto immediatamente e che, perdendo l'equilibrio...»
«Impossibile», lo contraddisse il Professore. «La pallottola lo avrebbe fulminato sul colpo. No: quando gli hanno sparato era già morto. »
«A causa...»
«A causa, appunto, della caduta.»
«E così sia», sbottò Bittner, scuotendo il testone.
Un quarto d'ora più tardi sistemava la sua imponente mole dietro la scrivania e, in maniche di camicia, cominciava a stendere il rapporto. Come sempre accadeva quando si concentrava, quando aveva un sospetto o quando era arrabbiato, le sopracciglia gli si unirono, la mascella bluastra gli si storse, gli occhi fiammeggiarono. Di fianco all'antidiluviano Pentium 200 erano posati gli allegati del caso: la relazione del patologo, i risultati della prova psichiatrica cui era stato sottoposto Franz Mirowsky, i risultati dell’esame all’Opel Astra e i verbali con gli esiti della perquisizione nell'abitazione di Filippovic. Oltre, ovviamente, alle fotografie del cadavere.
La caduta e lo sparo: possibile che l'uomo si fosse gettato da solo da una finestra? In tal caso, perché qualcuno avrebbe poi inscenato quella commedia, facendogli saltare le cervella?
Queste considerazioni lasciavano ovviamente irrisolto il quesito numero uno, ovvero che cosa c'entrasse in tutta la faccenda un pesciolino isolato come il Mirowsky. Mah. Forse era stato assoldato proprio per sviare le indagini...
«Ma certo!» esclamò Bittner. «Naturale.» Un vero professionista, un sicario a pagamento non si sarebbe lasciato scoprire in quattro e quattr'otto come aveva fatto lui, disseminando tutte quelle tracce. Giustamente, si erano rivolti all'idiota del villaggio.
Oppure?
Vediamo. Un omicidio non si commette solo per procurarsi determinati vantaggi, ma anche per impedire guai peggiori. Forse la vittima era al corrente di qualche grosso sgarro di Franz "Johnny" Mirowsky, lo ricattava e lui, per disperazione... ? Ma no. Che senso ha ricattare uno sfigato come Mirowsky, uno sul lastrico?
Il telefono squillò. Era Miriam, che chiedeva particolari sugli sviluppi delle indagini. Tosta, la ragazza. Ma al commissario, arcistufo di rompersi il cervello con così scarsi elementi in mano, la voce della "nipotina" suonò come quella di una sirena.
«Non hai ancora pranzato?» le chiese. «Allora senti, incontriamoci in quel tuo ristorante, che ti racconto le novità.»
Le novità le spiattellò davanti a un Malbèc che lui stesso aveva pensato a ordinare telefonicamente.
Miriam rimase ad ascoltarlo seduta sull'orlo della sedia, come per poter scattare via da un momento all'altro. Era eccitatissima. Il caso aveva le sue inaspettate implicazioni... Avvertì una piuma solleticarle la spina dorsale, provocandole un lungo brivido; e, immediatamente dopo quel brivido, fu invasa da una calda e penetrante sensazione di beatitudine, che coronò il festino culinario appena concluso assai meglio del cognacchino che lei del resto non aveva quasi toccato.
«Che ne è del Mirowsky?» volle sapere. «Lo libererete?»
«Dovremmo scagionarlo? E perché? Anche sparare ai cadaveri è un reato. Eppoi ha molte cose da spiegarci.»
Miriam annuì. Stava caricandosi come un macchinario in procinto di mettersi in funzione. La morte misteriosa di un magnaccia, un manipolo di ragazze sperdute, un assassino che forse non lo è... Finalmente una storia vera, una storia tessuta con i fili della realtà. Forse un caso intricato, un thriller coi fiocchi. Quel giorno, se aveva tempo, doveva pure controllare una certa informazione che le aveva girato l’amica Isabelle: perché non si sa mai, perché in ogni caso parecchie cose sono collegate tra di esse... Si accorse di avere una fretta del diavolo e fu lei stessa a richiamare l'attenzione del cameriere per saldare il conto.
Bittner la seguì all'esterno del locale e rimase a guardarla fermo sul marciapiede. Miriam andava difilata verso la sua Twingo come se la vita stessa le avesse agguantato la mano e la trascinasse con sé.
«Sta' attenta a dove vai a sbattere quel tuo bel nasino!» gli venne da gridarle dietro.
Alcuni passanti si volsero stupiti.
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