franc'O'brain - Matrioska


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Faulhaber l'aveva riconvocata per annunciarle che per lei c'era un loculo libero in "Vita Contemporanea". E non solo: le aveva dato carta bianca per occuparsi a tempo pieno della "vicenda Filippovic", come ormai la chiamavano. «Ma non tradire la mia fiducia», le aveva detto. «Lavora, e lavora bene.»
Questa frase l'aveva fatta quasi infuriare e lo stesso pomeriggio, dopo avere appreso da Bittner le ultime novità sulla vicenda in questione, cercò di scaricare la tensione andando a corricchiare nel Giardino Inglese.
Dopo una doccia, si rivestì in fretta e saltò sulla Twingo. Il cielo era ancora pesante ma aveva smesso di piovere. A quell'ora, il traffico non era congestionato, e ci mise poco, perciò, a giungere alla Ährenstrasse.
La scritta Les Misérables formava un arco sopra l'entrata; sulla vetrina, la parola "Antiquariato" era incisa in caratteri gotici tra fantasiosi motivi floreali. Alla porta era collegato un meccanismo di campane tubolari: ogni volta che veniva aperta o chiusa, risuonavano alcune note di Eine kleine Nachtmusik.
Appena entrata, Miriam si sentì come una bambina che va a trovare la compagna di giochi per rovistare con lei nella soffitta piena di cose polverose e affascinanti. Mucchi di porcellane, specchi, lampade, legnami pregiati, arazzi, cofanetti... Les Misérables abbondava di requisiti che la giornalista non avrebbe saputo catalogare, tanto svariati e lontani erano i luoghi e le epoche da cui provenivano.
Dietro il banco da speziale sedeva Isabelle Airanian, una donna robusta ma non priva di fascino. Isabelle sfoggiava un'eleganza non più al passo con i tempi ma che a lei si addiceva benissimo. I chili di troppo li aveva acquisiti negli ultimi cinque anni, da quando, cioè, si occupava di quella bottega già gestita dai suoi genitori.
Isabelle sollevò lo sguardo, poi il busto e infine gli angoli della bocca. «Ah, eccoti finalmente!» esclamò.
Miriam le si fece incontro per baciarla sulle guance.
Si erano conosciute al ginnasio, in un periodo in cui Miriam preferiva non approfondire i rapporti: aveva allora voluto scansare le allusioni, gli sguardi ipocriti a cui era abituata sin da piccola. Anche se, in realtà, al ginnasio tutti erano stati gentili con lei. Persino troppo. I compagni preoccupati di far colpo su di lei, le compagne che gareggiavano nell'invitarla a casa loro. Segni artificiosi di amicizia, che la lasciavano infallibilmente sola. Isabelle era spuntata al momento giusto e con la sua spontaneità, con la sua franchezza, l'aveva aiutata a superare il momento, a maturare.
«Sei di pelle scura», le aveva detto, esprimendo con sconcertante sincerità quello che gli altri suoi coetanei non si sarebbero mai azzardati a dirle direttamente. «Embè? È un problema? Guardati. Hai avuto in dono dalla natura una bellezza straordinaria. È questa la tua forza. Impara a sfruttarla.»
Insieme, le due amiche avevano percorso per anni lo stesso sentiero. Quante volte avevano fantasticato di quello che sarebbero potute diventare! Miriam si immaginava nei panni della compagna di qualche personaggio televisivo, una pendolare di lusso a metà tra l'inferno di un harem e i paradisi balneari dei dépliant patinati; o come un'icona delle riviste di moda. E di moda si era ritrovata a scrivere.
Quanto a Isabelle, dopo che per lungo tempo aveva fatto degli uomini giocattoli da maneggiare a piacimento, oggi lei viveva una dignitosa e convinta forma di zitellaggio femminista. Il suo grande sogno era stato di sfondare come artista. E aveva finito per commerciarla, l’arte.
«Qualcosa di nuovo?» domandò Miriam.
L'antiquaria le aveva telefonato quella mattina al Fax, raccontandole che uno strano ragazzo era piombato nel Les Misérables e le aveva schiaffato alcune istantanee sotto il naso. . Le istantanee mostravano manufatti tipicamente slavi che lui voleva vendere. In gran parte, prodotti d'orificeria.
A Isabelle la faccenda era puzzata fin dal primo momento: a giudicare dalle foto, quei gioielli erano di valore quasi incommensurabile. Conoscendo, pur se vagamente, l’oggetto delle indagini di Miriam, le aveva riferito l‘episodio, pensando che forse poteva interessarle.
«Sì», rispondeva ora con il suo consueto vigore. «Qualcosa è saltato fuori. Stavo proprio per farti uno squillo. Come diceva mia nonna: lupus in fabula. Lei però lo diceva in armeno.»
«Dunque?»
«Un mio collega mi ha raccontato che anche nel suo negozio qualche giorno fa è capitato uno strano tipetto armato di fotografie. Con lui però è stato più loquace. Gli ha detto di chiamarsi Alfons Zalesky, di essere uno studente di origine russa e di avere ereditato i gioielli dal nonno. Non solo: a lui gliele ha pure lasciate, le foto. Empatia maschile, evidentemente.»
«Perché delle fotografie?»
«Non poteva portare i cimeli con sé, a quanto ho capito. Non ancora. Perciò li ha fotografati. Gli occorrono soldi perché intende lasciare la città, andarsene, viaggiare: India, Bangkok, Bali e roba del genere; sai, la solita robaccia yuppie. Sembra che non sia di Monaco e dunque non ha un recapito fisso in città. Ha detto al mio collega che abita provvisoriamente presso questo o quell'amico e che si sarebbe rifatto vivo lui stesso, per sentire quanto poteva ricavare dalla vendita.»
«Invece non è più rispuntato.»
«Macché!» Isabelle Airanian inarcò le sopracciglia. «Non ha neppure telefonato. Perciò il mio collega, dopo aver cercato invano di raccogliere informazioni su di lui, si è rivolto alla polizia. Ma anche la polizia non sa niente del presunto Alfons Zalesky. A mio avviso sarà stato il solito tentativo di bidone. Ma, se davvero venderà quei gingilli, verrò a saperlo di sicuro. Non si tratta di prodotti che passano inosservati.»
«A meno che non li abbia già venduti: a qualche commerciante con molti meno scrupoli di te e di quel tuo collega.»
«Potrebbe essere», ammise Isabelle. Poi fornì alla reporter una sommaria descrizione del giovanotto: «È sui ventidue anni, parla tedesco correttamente e almeno quel giorno vestiva tutto di bianco. "Come Pierrot", per usare le parole del mio collega. Ma dimmi: la faccenda può interessarti? Potrebbe c'entrarci con la morte del magnaccia russo di cui stai scrivendo?»
«Diciamo che è un'inchiesta parallela a quell'altra», rispose Miriam. «Nel mio mestiere non si può tralasciare nulla.»
L’amica scosse lievemente la testa. «Vuoi sentire il mio parere? Lascia perdere, Miriam. Quella della Russia sta diventando una mania collettiva e a te finirà per rubare tutto il tempo e le energie. Mi piacevi di più prima, come cronista del bel mondo. Ad ogni modo», aggiunse, con l'aria sorniona che Miriam le conosceva fin troppo bene (eredità degli antenati armeni, pensava), «per sicurezza ho chiesto al mio collega di prestarmi quelle istantanee e le ho fatte duplicare: con la scusa che non venga di nuovo a tentare il colpo da me. Eccotele.»
E porse un mazzetto di foto alla giornalista. Diavolo di una donna.
Miriam la ringraziò e tornò di corsa in strada. Girò la chiavetta d'accensione; il motore della Twingo fece le fusa come un gatto sovralimentato.

 

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