franc'O'brain - Matrioska
10
Districandosi abilmente nel traffico dell'ora di punta, Miriam rifletté su quell'incontro.
L'atteggiamento del commissario non poteva che dipendere dall'inopinata visita di Alexander Loewe. Tutte quelle sigarette, tutti quei caffè... Cercò di richiamarsi alla mente l'aspetto del giovane "collega" del Fax, ma dovette constatare con stupore che non ci riusciva. Capelli biondo cenere tagliati a spazzola, l'obbligatorio orecchino, viso abbronzato, da sciatore, e occhi genericamente chiari. Fin lì ci arrivava. Ma più oltre niente. Chi era quel ragazzo in realtà? Evidentemente voleva conservare il suo mistero e si era attrezzato all'uopo sotto il profilo fisico e psicologico.
Per chi lavorava? E - si chiese ancora, mentre era ferma a un semaforo con i tergicristalli in piena azione - Faulhaber e i suoi satelliti dell'entourage editoriale erano a conoscenza dell'eventuale seconda attività del bel giovanotto?
Chissà, magari Bittner aveva ragione e lei, lettrice accanita di Wilbur Smith e Scott Turow (con incomprensibile sdegno dell'erudito critico culturale Helmbrecht), si stava lasciando trascinare dalla fantasia. Forse Alex Loewe era stato incaricato dal giornale di occuparsi anche lui della „vicenda Filippovic“ perché il direttore non riponeva molta fiducia in Miriam. Possibile, no?
No.
La strana reticenza dello zio commissario non le consentiva di pensarlo. La visita di Loewe doveva per forza avere una qualche attinenza non giornalistica con l'assassinio del russo. A Bittner avevano comandato di giocare con le carte truccate e a lui la cosa piaceva pochissimo, in quanto si scontrava con il suo adamantino, incrollabile ideale di essere un funzionario pubblico al servizio del superiore bene dello Stato.
Concetto, quest'ultimo, che innervosiva Miriam, in tutto e per tutto figlia del suo scomparso padre.
Ancor più si eccitò quando, rincasata, sentì il messaggio telefonico lasciatole da Robert Helmbrecht.
«Tzverok Vladimir. È così che si chiama. Hai chiesto a Gröhlich di dirmi che devo aiutarti a trovarlo, ed eccolo qui. Sempre che sia il nostro uomo. T-z-v-e-r-o-k», compitò la voce metallica di Helmbrecht, «e l'indirizzo è...»
Benissimo! Bravo, Robertuccio mio! Sentì di andar fiera per il suo amico e collega. Quella sera gli avrebbe concesso l'onore di accompagnarlo all'opera, o dove altro lui desiderava: se l‘era meritato.
Intanto però aveva bisogno di pensare a se stessa. Il suo Timex al quarzo le rivelò che si erano fatte le cinque. Infilate in una borsa tuta ginnica e scarpine di gomma, si incamminò sotto la pioggia, andando a fermarsi un paio di isolati più in là.
L'insegna diceva:
Fitness Center
Nello scorgere Miriam, l'istruttore la salutò con un ampio gesto. Era un quarantenne peloso, dalla muscolatura addominale sviluppatasi in modo abnorme e con un'antica reputazioncella di amante prodigioso. «Opp! Opp!» incitava i suoi clienti del turno preserale. «Forza lei, provi ancora. E laggiù: premere sui pedali, dàgli!»
Ginnasti di ogni sesso, età, forma e dimensione si affannarono di più, come a confermare la loro sudditanza psicologica dall'arcigno domatore.
Miriam entrò nello spogliatoio e una cicciona che stava cambiandosi si mise a sbirciarla, piena d'invidia per il suo fisico. Poi la cicciona la tallonò fin dentro la sala, dove gli altri frequentatori della palestra, agli attrezzi, sgambettavano, tiravano o spingevano con una concentrazione tale che, se incanalata in attività produttiva (bancaria, di fabbrica o affini), avrebbe arrecato alla Germania maggiore ricchezza.
Miriam si unì al gruppo e scelse una cyclette. Un attempato sollevatore di pesi le lanciò una lunga occhiata dalla sua posizione in orizzontale prima di alzarsi, risucchiare la pancia all'indentro e venire ad accostarlesi.
«Bella macchina», scherzò, guardandole il didietro. «Quanti chilometri fare all'ora?»
La credeva una straniera!
«Tu nuova a Monaco?»
Aveva una risata contagiosa; quanto alla figura, per senso di carità è opportuno stendere un velo di pietoso silenzio.
Lei preferiva essere lasciata in pace e glielo spiattellò chiaro e tondo; in rude dialetto bavarese. Il pancione, ridendo ma con meno allegria, ritornò ai suoi pesi.
Pedalando con furia, Miriam rimuginò su quanto era venuta a sapere - o non sapere - da Bittner, e sui passi da compiere imminentemente. Una cosa era certa: presto avrebbe dovuto tornare a intervistare le ragazze. Le ragazze... Come usavano definirsi loro stesse?
Modelle? Massaggiatrici? Le giornaliste della presse de coeur le denominavano "fatine della notte" o, a seconda delle occasioni, "lucciole", "falene", ecc., mentre i cronisti delle agenzie erano soliti optare per vocaboli più generici e meno pittoreschi. Il Fax invece non amava mezzi termini: le chiamava "squillo" o con epiteti consimili, tutti di sicuro effetto.
Subito dopo la palestra si spinse fino a Neuperlach, il quartiere di Franz "Johnny" Mirowsky. Voleva raccogliere qualche notizia su di lui per farne una sorta di identikit psicologico, ma si vide rispondere unicamente da silenzi sfuggenti, se non addirittura da ostentata omertà. Accidenti! Tutto tempo sprecato. Decise di sfogare l'ira e la delusione al Giardino Inglese, dove, nonostante l'oretta trascorsa in palestra, fece un po' di jogging con la rediviva pioggia che le picchiettava sul volto.
Il mattino seguente il maltempo continuava a flagellare Monaco. Miriam faticava a reggere l'ombrello sotto cui cercava di ripararsi anche Sepp Börner.
Stavano seguendo da una certa distanza il funerale di Filippovic. Un prete ortodosso recitava quello che doveva essere l'equivalente di un De profundis o di un Requiem, con accanto un inserviente gobbo che reggeva la pala come fosse il moschetto di una sentinella.
Lei rabbrividì. Da profondissimi abissi psichici le erano riaffiorate alla mente le scene di una messa in memoria celebrata per un altro morto. «Tu conosci, o Signore, il segreto dei nostri cuori...» e pochi fiori ai piedi dell'altare. Sua madre piangeva come davanti a una bara: perché la formula "presumibilmente morto" scritta sul telegramma che le era arrivato non poteva che significare "sicuramente morto". Il corpo sarebbe stato ritrovato e identificato soltanto qualche tempo più tardi.
Presumed dead: due semplici parole a testimonianza non soltanto della fine di un uomo ma dell'amore, dell'amore vero, senza confini, in cui Irmi Mayer aveva creduto. E a Miriam non era rimasto che guardare le foto, persino annusarle: a tratti sapevano di sale e di fumo, e con il tempo sarebbero diventate freddi oggetti di un culto sempre più distaccato e cerebrale.
Ma se chiudeva gli occhi poteva ancora vedere, immaginare, suo padre. Immaginarlo lì con loro, a Monaco: bello, attivo, senza la smania di voler tornare nel suo Paese per riscuoterlo dal torpore e dalle catene della dittatura.
Il prete barbuto concluse frettolosamente la sua breve funzione. Poi, reggendosi con una mano l'orlo inferiore della sottana, scappò via. L'inserviente si terse la pioggia dagli occhi e prese a spalare come un dannato per coprire di terra il feretro.
«Andiamo, va', se no ci becchiamo una bronchite.» Sepp Börner uscì da sotto l'ombrello, ma Miriam non si mosse. «Che cosa c'è?» le domandò.
Lei gli fece cenno di aspettare.
Sepp ne seguì lo sguardo e vide anche lui ciò che aveva attirato la sua attenzione: una figura longilinea che avanzava su tacchi a spillo sopra il terriccio irregolare.
«Chi sarà?» chiese, tirando istintivamente fuori dal giubbotto la macchina fotografica.
«Mai vista prima.»
Si piazzarono dietro l'angolo di un colombare. La donna, bionda, alta e vestita di scuro, andò a fermarsi davanti alla tomba di Filippovic. Il gobbo interruppe il suo lavoro per scrutare la sconosciuta come se fosse un fantasma, mentre lei gettava qualche fiore ai due lati della fossa.
Il volto invisibile dietro la veletta del cappellino, rimase qualche istante immobile a infradiciarsi di pioggia, prima di dirigersi di nuovo verso l'uscita.
Sepp scattò ancora una foto. «Mica male... coscia lunga... schiena dritta... Un'ulana», giudicò.
«Non dire scemenze, Börner. Vieni.»
Raggiunsero il cancello e fecero appena in tempo a vederla salire su una Mercedes coupé grigio metallizzata.
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