franc'O'brain - Matrioska


<<< index | avanti >>>


11

Rincasata, si preparò un frullato di frutta, vi aggiunse il succo di mezzo limone e, con il bicchiere in mano e un asciugamano sui capelli, andò nello studio.
Il primo ‘pezzo‘ lo aveva scritto di getto e lo aveva rifinito subito dopo essersi sistemata nel suo nuovo cubicolo; ora cominciava a prendere forma il progetto per un secondo e più approfondito articolo. Dai propri appunti, desunse e ricopiò l'abbozzo di un possibile schema della vicenda.
Un magnaccia della nuova malavita dell'Est era stato liquidato. Difficile infatti credere che la sua caduta fosse stata puramente accidentale. Punto. Si ignorava da dove fosse caduto. Di sicuro c'era solo che il cadavere era stato infilato in un'automobile rubata e trasportato oltre l'estrema periferia della città. Con tutta probabilità, l'automobile era stata rubata apposta per liberarsi dell'ingombro, ovvero del corpo. Punto e accapo.
Più tardi qualcuno aveva piantato un confetto nella capoccia del fu Filippovic: quel Franz Mirowsky di cui si sapeva essere un delinquentello e che si faceva chiamare "Johnny". Ma era lui l‘assassino?
Chiuse gli occhi e cercò di immaginare la sequenza dei fatti. Per un motivo ancora ignoto, Franz "Johnny" Mirowsky spinge Filippovic giù da una finestra, da un balcone, da un terrazzo: la tragica conclusione di una colluttazione, seguita probabilmente a un diverbio per una questione di droga o di donne. Da solo o con l'ausilio di un complice infila il morto nell'Astra rubata, attraversa o costeggia la città nella notte, parcheggia l'auto in una zona distante e gli spara in fronte. Perché?
Scosse con lentezza la testa e in rosso sottolineò il “perché“. La nota stonata era proprio quel gesto demenziale, quello sparo post mortem del tutto privo di una logica apparente. Era stato dettato dalla pazzia? Oppure Johnny era in combutta con qualcuno?
Fece un po‘ di stretching davanti alla televisione accesa. Si continuava a parlare in toni apocalittici della cometa che scorrazzava per il nostro sistema solare. Uno scienziato stava illustrando, sulla base di animazioni elaborate al computer, le ripercussioni di un'eventuale detonazione termonucleare causata da un corpo astrale che precipiti sulla Terra alla velocità di quindici chilometri al secondo. Che disastro.
Dopo una doccia calda e tonificante, tornò alle sue annotazioni.
"Chi è la Bionda Senza Volto?“ scrisse. “Una qualsiasi delle tante professioniste? La vedova Filippovic? Qualcos'altro?"
Chiudendo gli occhi richiamò alla mente l'immagine della donna. Le era sembrato che i suoi colori fossero precisamente da vedova: nero, beige, rosso sangue. Sotto a quelle righe, ne aggiunse un’altra: "La Mercedes: di chi è?"
Tra tanti dilemmi ce n’era uno però che la disturbava maggiormente: come spiegare la presenza di Alex Loewe nell'ufficio del commissario?
Osservò a lungo i vetri rigati dalla pioggia.
Kesselina, Jelena e le altre ragazze già al servizio di Filippovic le erano apparse spaventate. Ma poteva benissimo essere stata una sua impressione. Forse era stanchezza, non angoscia, la loro. Come le aveva ricordato Sepp, erano già state torchiate dalla polizia, che con gli immigrati (ancorché di sesso femminile) non ha certo la mano leggera.
D'altronde, seguendo i binari di un ragionamento umano, risultava chiaro che, perduto il punto di riferimento centrale, le call-girls russe dovevano sentirsi smarrite. Il Filippovic non lo avevano adorato di sicuro, ma era stato pur sempre uno di loro, un connazionale e, di conseguenza, un interlocutore.
D'altro canto, l'organizzazione avrebbe presto sicuramente incaricato un altro testa di legno di "prendersi cura" di loro; sempre che non vi avesse già provveduto. E forse era proprio di questo che avevano paura: di esporsi prima ancora di essersi consultate con il nuovo macrò.
Vista così, la vicenda non sembrava particolarmente oscura. A renderla inesplicabile era il misterioso gesto di Johnny Mirowsky.
Oltretutto, non le riusciva di scacciare dalla sua giungla mentale la concitata discussione in russo tra Anna Skovorov e Kesselina, da cui aveva capito che doveva esserci di mezzo un'altra persona. Una ragazza. Se non nascosta, perlomeno "protetta". Forse non c'entrava niente, ma forse... Chi era? Come trovarla?
Si mise a studiare le copie delle istantanee datele da Isabelle. Poiché erano quasi tutte sfocate o sovraesposte, si arguiva che erano state scattate da un principiante. Riconobbe una parte dei reperti raffigurati: uova di Fabergé. Ma poteva anche trattarsi di mere riproduzioni. Il fantomatico Alfons Zalesky, lo studente che affermava di aver ereditato quei gioielli dal nonno, con il Filippovic aveva forse in comune soltanto la discendenza russa. Doveva essere un allogeno; o magari era straniero anche lui, uno sbandato come centinaia di migliaia di altri che si aggiravano per l'Europa...
Si era talmente persa nelle sue riflessioni da scordarsi la bevanda vitaminica. Ad un tratto qualcosa le fece il solletico sul dorso di una mano: i mustacchi del suo gatto siamese.
Sorrise e, con il siamese in grembo, chiamò il Fax: voleva ringraziare Robert di aver compiuto per lei quella piccola ricerca su Tzverok. Ma Robert continuava a latitare.
«È tutto il giorno che non lo vediamo», le fu riferito. «Comunque qui c'è Börner che ti vuole. È a proposito di non so che servizio.»
Già: tra una cosa e l'altra stava dimenticando di avere un impiego fisso in una redazione.

Ci fu uno scalpiccio affrettato e rumoroso. Poi il secondino armeggiò con le chiavi e Johnny sollevò lo sguardo.
Si aspettava il solito Bittner. Invece entrò un minuscolo corteo guidato da un corpulento graduato. Dietro al graduato avanzarono un altro sbirrovsky ugualmente coriaceo e un tizio giovane mai visto prima.
«Ecco il nostro beccaccione!» esclamò il graduato.
Sempre gentile, quello. Vaffanculo. Ma Johnny se ne sbatteva. Lo conosceva: era una scamorza; uno zerovirgolaniente. A preoccuparlo semmai era il terzo personaggio.
Snello, elegante, di neanche trent'anni, abbronzato, capelli corti. Emanava autorità e sicurezza di sé: chiaramente, un funzionario di grado superiore. Lo sbirro pachidermico doveva essere venuto apposta per fungere da guardia del corpo; difatti lasciò passare il personaggio solo dopo aver constatato che Johnny non avrebbe attaccato rogne.
Tutto questo casino per uno straniero crepato? Che esagerazione. Non aveva niente di meglio da fare la Bundesrepublik che buttare via i soldi così?
L'interrogatorio durò non più di dieci minuti, ma per lui fu un'autentica tortura. Le solite domande: dove, come e perché aveva ucciso il russo. Russo? Eh? Quale russo? Casso ne so io? «Perché fai il dritto, Mirowsky? Secondo noi non sei stato nemmeno tu. Ma devi essere tu a dircelo. Sù, facci sentire la favoletta. Chi lo ha fatto fuori?»
Johnny non spiccicò parola. Fissava l'autorità pubblica con aperto disdegno. "Io sono di quelli che non parlano!" Ma intanto rimaneva seduto sulla brandina tutto sbilenco e aggobbito. Un gufo invisibile gli appesantiva una spalla.
«Sai che cosa dice il tuo avvocato d'ufficio?» riprese il giovane funzionario. «Dice che sei un deviato, un pazzo. Sei riuscito a metterti pure contro di lui. Ma forse è proprio questo a cui miri: vuoi cavartela con la gabbia dei matti, eh? Così saresti in una botte di ferro, vero? Noi però non ti molliamo, sta' tranquillo. In galera ci resti finché non marcisci. A meno che non la smetti di fare il duro da fumetto e ci spiattelli qualcosa. Capito?»
Si fronteggiarono: il giovane e brillante inquisitore e il prigioniero dalla pelle cerea e gli occhi cerchiati di nero.
«Senti, Mirowsky», proseguì l’elegante funzionario, avvicinando il volto a pochi centimetri dal suo. Profumato. Un fighetta. Ma: ahi, ahi, in campana! «Non avresti voglia di farti una pera?... Credimi», continuò, «ho avuto modo di imparare che cosa significa l'astinenza. Ti tocca soffrire da cani. Ma noi, come sai, possiamo tutto. Un piccolo accordo, un piccolo scambio, e la roba arriva qui come per incanto. Buona, sana e abbondante.»
«Crepa!» urlò Johnny, furibondo. Ma sentì di stare tremando in tutto il corpo. Quante altre volte sarebbe riuscito a resistere? Fino a quando il ricordo gli avrebbe dato la forza? Il ricordo...
«Nothing can save us... Justice is lost», si mise a canticchiare, cercando disperatamente di non ascoltare più, di concentrarsi sulle parole della ballata dei Metallica. "Nessuno può salvarci... La giustizia è persa..." Sì, persa per sempre, cacchio.
Ad un tratto sentì pronunciare il nome. Katrinka. E alzò il volto. Quando il nome deflagrò un'altra volta nel vuoto acustico venuto improvvisamente a crearsi tra quei luridi muri, sussultò brutalmente. Capì di essersi tradito, e la facciata di disprezzo fu sostituita da una maschera di paura. Riuscì a continuare a tenere la bocca chiusa, ma al giovane inquisitore non serviva una deposizione ufficiale. Sembrava essere ugualmente soddisfatto. Gli pose ancora una domanda.
«Dov'è?»
Dove? Avrebbe voluto saperlo anche lui, dove.
«Katri... che?» rispose, scuotendo la zucca. «Chi sarebbe? Mai coperta.»
«Non vuoi aiutarci, eh, Mirowsky? Ora noi ce ne andiamo, ma tu resti qui. Diventerai decrepito in questo buco, te lo assicuro. Pensaci!»
Ed era già scomparso, insieme agli altri sbirren. Katz, come lo detestava! Tirare fuori Katrinka in quel modo. E chi lo sapeva dov'era?
Rimase a fissare interminabilmente la porta della cella. Parlare? Lui? Dovevano essere decerebrati.
Che coglioni. Mai che capissero niente.
Riprese a canticchiare con la voce arrochita dall'odio: «Nobody knows the price we pay...» Continuò, monotonamente: «Nothing can save us...»
Andò avanti: «Nothing can save me». Ah si? Niente poteva salvarlo? E gli altri, chi li salvava? A partire da quel momento si mise a riflettere su come fare per non cedere, qualsiasi cosa succedesse, qualsiasi trucco usassero: in modo da poterli fregare, e fregarli una volta per sempre.

 

© 2007, 2015, 2020 by franc'O'brain


<<< index | inizio pagina | avanti >>>