franc'O'brain - Matrioska
12
Al giornale non c'era traccia di Alexander Loewe, e Miriam si guardò bene dal correre dal caposervizio di turno o addirittura da Faulhaber per chiedere ragguagli sulle attività nascoste del sedicente apprendista.
Anche Robert brillava per la sua assenza, ma lui se non altro era giustificato. Robert aveva avuto l'onore e l'onere di intervistare il regista cèco di un megafilm di fantascienza americano. Il regista era di passaggio in Germania accompagnato da un'attrice francese, e presto avrebbe fatto rotta per un'isoletta dell'Egeo dove aveva restaurato un seicentesco postribolo ottomano ricavandone una casa da sogno pubblicata su tutte le riviste di arredamento del mondo. Una casa orrenda, secondo Robert. Orientalismo kitsch. Finanche peggio della stronza francese.
Tutto questo lo raccontò a Miriam quella sera. Era stata una giornata lunga e stressante. Erano le otto passate quando, dopo essersi puntigliosamente pulito le scarpe sullo stuoino, premette il pulsante sopra la scritta 'Mayer'.
Miriam indossava soltanto lo slip. Lo fece entrare coprendosi il petto con le mani. « Accomodati», lo invitò. «Sono quasi pronta.»
«Fa' come se non ci fossi», si affrettò a dire lui, deglutendo. Miriam rovesciò la testa all'indietro e rise. Una risata sonora, gorgogliante. Aveva un riso capace di ferire, ma Robert lo trovava irresistibile.
«Grazie per avermi procurato l'indirizzo di quel russo», gli lanciò lei dalla camera mentre finiva di vestirsi.
«Beh, non è stato difficile», ammise Robert.
Ed era vero. Aveva cominciato a cercare uno Sverok o Zverok, per scoprire che una persona con quel nome non esisteva né a Monaco né nel resto della Germania. Subito gli era stato palese che Miriam doveva essersi sbagliata. Avrebbe potuto essere anche Zarkov, Zerovic, forse Zerski, quindi qualcosa di totalmente diverso; ma volle fidarsi della memoria della collega, e del nominativo che Gröhlich aveva scarabocchiato su un bigliettino. Zverok? Il nome si pronunciava così, ma come si scriveva? Aveva provato con Svjerok, Swjerok... niente da fare. C'era uno Swyerosk a Duisburg, ma era improbabile che si trattasse dello stesso uomo. Si ricordò ex abrupto di Viktor Tzara (un francese di origine rumena, d'acord, ma pur sempre con una "zeta" falsa a inizio di nome) ed era dunque passato alla lettera "T". Fin troppo facile: eccolo lì. Tzverok Vladimir, gastronomo. Numero di telefono e indirizzo. Abitava a Baldham, un tranquillo sobborgo residenziale.
«Non è me che devi ringraziare», le disse, «ma la ditta che ha prodotto quell'utilissimo Cd-Rom con i nomi di tutti gli abbonati della Telekom.»
Miracolosamente, Miriam si era dichiarata disposta a trascorrere la serata in sua compagnia, e adesso l'unica preoccupazione di Robert era di non deludere l'amica. Si accostò alla finestra e guardò fuori.
«Che cosa pensi di ricavarne?» le domandò. «Hai forse intenzione di setacciare l'intera comunità degli immigrati russi?» Poi preferì fingere di non avere udito la replica, che metteva in discussione il suo diritto a praticare la professione di giornalista. Tra l'altro proprio in quel momento aveva distinto qualcuno sul marciapiede, nella pioggia: una sagoma vagamente familiare risaliva rapidamente la strada, avvicinandosi.
«Aspetti altre visite?» le chiese.
Non ricevette risposta.
«Sta arrivando una nostra vecchia conoscenza», insistette, indicando l'esterno. «L'avventuroso Schmidt.»
Nuovamente non gli giunse alcun commento e, voltatosi, vide che Miriam aveva chiuso la porta della camera. Poco dopo toccò a lui aprire quella d'ingresso.
Johannes Schmidt stava ritto sulla soglia, gocciolante e con un'aria completamente sfatta. «Il ritorno del figliol prodigo», provò a scherzare Robert.
Si strinsero la mano. Quella di Schmidt era gelida.
«Ma non eri in Kossovo?» gli domandò, inquieto per più di una ragione. «Sei scappato?»
«Pressappoco», rispose l'altro. Avanzò verso il divano, ma non si sedette. «Diciamo che ho preferito fare una rimpatriata.»
Era segnato in viso, ingrigito, appesantito, come se, dopo aver partecipato di persona alla guerra civile nei Balcani, avesse pure lottato con i partigiani contro il governo di Belgrado.
«Dov'è Miriam?» domandò rauco. «Sarà meglio che domani vada lei a parlare con il direttore, perché io...»
«Vuoi dire che Faulhaber non sa che sei tornato?»
«Non lo sa. Non ho avuto né tempo né voglia di informarlo.»
«Vedrai come sarà contento», disse Robert.
«In realtà non mi trovavo nel Kossovo, ma un’altra volta in Afghanistan. E i dintorni del Khyber Pass non pullulano certo di telefoni. Quando uno fugge nascosto sotto un mucchio di stracci su un camion di contrabbandieri pathan, mentre gli sparano dietro, non ha certo voglia di mettersi in cerca di una cabina telefonica. E anche a Peshawar e a Karachi non è che la situazione fosse delle più tranquille.»
«Vedrai come sarà contento», ripeté Robert.
«Per fortuna sono riuscito a infilarmi su un aereo per Istanbul via Tashkent. Non la più diretta delle vie, ma, pur di togliermi dai piedi il più in fretta possibile... Ad ogni modo eccomi qui.»
«Dunque è così: sei fuggito», disse Robert. Si sentiva frastornato. Khyber Pass, Karachi, Tashkent... Un autentico romanzo d'avventura. Non invidiava il collega, ma aveva sempre subito una forte fascinazione per le storie di qualità - e non le sciocchezze pulp che leggeva Miriam. A parte tutto, non nutriva dubbi sul fatto che Johannes Schmidt fosse un grande giornalista, capace persino di scrivere con una certa proprietà. «Perché?»
«Diciamo che avevo cacciato il naso in qualcosa di troppo grosso. Senza nemmeno accorgermene, a dire il vero. Sai, capita, quando si è in pista.»
«Beh, racconterai tutto sul Fax. Sarà un colpo fantastico.»
«No, Helmbrecht, io non racconterò un bel niente. Su determinate cose è più salutare stare col becco chiuso e con la stilografica avvitata. Se si tiene alla pelle, ovviamente. E io da un po' di tempo ci tengo. L'ho messa a repentaglio fin troppo.» Si avvicinò al piccolo acquario e, osservando le evoluzioni dei pesci con interesse quasi spasmodico, prese a tamburellare sul vetro.
«Ti prendi qualche giorno di riposo?» insisté Robert.
«Più di qualche giorno, vecchio mio. E bisognerà che sia Miriam ad avvertire il capo. Altrimenti lui mi si mette alle calcagna e tu sai che piattola riesce a essere. Magari mi rimanda nel Kossovo... Ho quarantacinque anni, Helmbrecht», ricapitolò, sempre guardando i pesci, «e, sinceramente, vorrei viverne ancora un po'.» All'improvviso saltò su, colpito da un'idea. «Ma non c'era un gatto in questa casa? Dov'è?»
E, davanti a un Robert Helmbrecht esterrefatto, si mise a cercare il gatto sotto i mobili.
«Mi sono sempre chiesto come riesca a far convivere il gatto con i pesci... Anche se credo che sia più facile che far convivere gli uomini. Siamo le bestie peggiori», sentenziò.
Raddrizzatosi, si guardò pensosamente le mani. Sembrava starsi rimasticando dentro quanto aveva appena detto.
È ridotto proprio uno straccio, considerò Robert. Si aspettava quasi di vederlo strisciare sul parquet in cerca di una fessura dove rimpiattarsi.
Conoscitore di cinque lingue straniere e grande viaggiatore fin dalle prime ondate migratorie giovanili seguite al Sessantotto, il destino di Johannes Schmidt sembrava essere quello di girovagare da un teatro di guerra all'altro. Sudan, Afghanistan, Cambogia, Zaire, montagne del Kurdistan, Iraq, Somalia, ex Iugoslavia... I suoi servizi grondavano sangue e disperazione. Era un cronista molto apprezzato, tanto da ricevere offerte multiple da parte di prestigiose testate. Ma aveva preferito rimanere al Fax: la leggerezza e disinvoltura del settimanale gli consentivano di sentirsi più libero, meno vincolato politicamente. Dopo una breve parentesi in Cecenia si era ritrasferito in Afghanistan. Lavorava così da almeno quindici anni, dopo aver esordito con una lunga serie sulla Parigi-Dakar e servizi di colore dai più derelitti Paesi africani. Comprensibile che si fosse stancato.
«Non devi aver avuto una vita facile, là fuori.»
Schmidt si girò lentamente. «Vita facile? Non dire cazzate, Helmbrecht. È la morte a essere difficile. Ma per capirlo è necessario averne vista tanta. E io ne ho vista troppa. La realtà non è un film di cineteca, caro il mio Robert. È una merda.»
In quel momento, con enorme sollievo di Helmbrecht, ricomparve Miriam. Nel vedere il nuovo arrivato, lei si bloccò, sbarrando gli occhi. «Hannes! Da dove salti fuori?»
E corse ad abbracciarlo.
Il racconto di Johannes Schmidt fu alquanto sommario. In territorio kossovaro - riferì - aveva scoperto qualcosa di interessante. Le ricerche lo avevano ricondotto a Kabul, dove si era invischiato in una faccenda esplosiva. Come risultato, era stato aggredito per strada dai ribelli Talebani, per poi entrare nel mirino dei militari del regime. Questi ultimi lo avevano arrestato con l'accusa di parteggiare per i ribelli.
«Mai sentito parlare della prigione Pol-i-Charki di Kabul? Nell'enorme ala "B", riservata ai rifugiati politici, ci sono così tanti "ospiti" che vi si è formato un microclima. Basta che uno dei prigionieri si muova un po‘ perché la temperatura cambi. In estate questi movimenti producono pioggia, in inverno neve: pioggia o neve che precipitano dal soffitto del carcere...»
I militari lo avevano trattenuto per alcuni giorni, prima di ficcargli in mano un foglio di via. Al che era ricominciata la caccia dei Talebani. Per fortuna Schmidt conosceva a menadito i modi e le strade per passare dal Pakistan all'Afghanistan e viceversa: ce l'aveva fatta. Ma si trovava nei pasticci. Aveva pestato i piedi a troppi individui, tipacci influenti, in grado di raggiungerlo dovunque.
«Quindi, per favore, dì al direttore che per un po' sparisco», concluse, rivolto a Miriam. «E digli anche di cercarsi un altro inviato speciale. Io vado in ferie.»
«E se volessi vederti io?» gli domandò Miriam.
«Sai dove trovarmi», rispose lui.
Miriam si limitò ad annuire. Sì, lo sapeva. Lo avrebbe trovato nel solito nascondiglio, un covo di cui erano a conoscenza pochissime persone. Il teatro del loro sincero ma effimero amore.
Erano già quasi le nove quando lasciarono l'appartamento. Schmidt si congedò da loro con un: «Meglio non farsi vedere insieme. A certa gente potrebbero venire strane idee. A presto... spero». E scomparve nella pioggia incalzante.
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