franc'O'brain - Matrioska
14
Il russo abitava in una casa monofamiliare parzialmente riparata alla vista da tre alberi frondosi. Su ogni lato si affacciavano quattro finestre lunghe e strette, e dalla strada la separava un praticello ben tenuto che non poteva però considerarsi un vero e proprio giardino.
Miriam proseguì per qualche decina di metri prima di parcheggiare nella via deserta. Alcune macchine erano ferme al bordo dei marciapiedi, ma da nessuna parte vide la Mercedes grigio metallizzata su cui si era allontanata la donna del cimitero.
Camminando con lentezza, transitò una prima volta davanti all'edificio e gettò un'occhiata alla targhetta infissa sul cancelletto. Un nome vi era impresso: 'Tzverok'. Dopo aver fatto un largo giro, tornò davanti alla villa e alzò gli occhi sulla facciata ornata di stucco. Anche se aveva già preparato un piano d'azione approssimativo, sapeva che avrebbe dovuto affidarsi soprattutto all'improvvisazione.
Il campanello aveva una voce tinnula e sgargiante. Venne ad aprirle un ragazzo dal volto scavato e lo sguardo lucido. Era vestito di bianco e reggeva in braccio uno yorkshire terrier dagli occhi simili a due bottoni.
«Sì?»
«C'è il signor Tzverok?»
Il ragazzo si girò verso l'interno della casa e, con una smorfia spastica, urlacchiò: «Vlado! C'è una donna che ti vuole». Poi tornò a sistemarsi al centro della cornice. Sembrava la riproposta vivente del dipinto Paggetto con cagnolino.
Di lì a un po' apparve Tzverok. Aveva sopracciglia cespugliose, capelli rossi tagliati corti e barbetta dello stesso colore striata di grigio. Con la testa non le arrivava più su del mento. Indossava una pesante veste da camera e al collo portava un fazzoletto di seta.
Piazzatosi accanto al paggetto con cagnolino, scrutò Miriam con aria accorta. «Desidera?» chiese.
«Sono della Servizi Pubblicitari Associati», esordì Miriam.
«È per la pubblicità del restoran?»
«Esattamente.»
Tzverok si voltò verso il ragazzo e, con voce querula, gli disse: «Che cos'hai da guardare? Questa faccenda non ti riguarda. Vai di là».
Quello ubbidì, ma non senza un moto di stizza.
Proprio una bella coppietta, si disse Miriam.
L'uomo riprese: «Ho cominciato a farla trasmettere il mese scorso. Ci sono problemi?»
«No, nessun problema, signor...» Prudentemente, lei finse di non ricordare il suo nome. Doveva badare a non tradirsi, far parlare lui. «Signor Tzverok, vero? Nessunissimo problema. Se potessimo discutere un attimo...»
«Lei è di TelePlus?»
Si sentì diventare leggera. La pubblicità. La pubblicità in tivù. «No. Sono della Servizi Pubblicitari Associati, come le ho già detto. Stiamo offrendo un nuovo servizio promozionale sulle pagine di alcune riviste specializzate», snocciolò sicura, «e ci chiedevamo se lei non potesse essere interessato: per il suo ristorante, di cui abbiamo appunto visto la pubblicità su TelePlus. M-Mannheimer», si presentò, tendendogli la mano.
Il suo sorriso interiore svanì istantaneamente quando Tzverok gliela strinse. Da un tipo come lui si era aspettata un contatto sudaticcio e flaccido; invece il palmo che toccava il suo era vigoroso come quello di un prolet.
«Prego.» Il russo la precedette in un salone in cui dominavano i toni morbidi del cuoio, del mogano e dell'acero. Sembrava un circolo per gentiluomini inglesi. Alle pareti non si vedeva nessuna icona, ma, al contrario, vi erano appesi alcuni paesaggi che avrebbero potuto benissimo trovarsi in qualsiasi salotto tedesco. I mobili erano adorni di figurine in porcellana e gingilli vari. Unica presenza di un manufatto autenticamente russo era la matrioska, su una mensoletta; la bambola di legno era scomposta nelle sue varie parti, allineate in ordine di grandezza.
Regnava un odore, in quell'ambiente... un odore che lei non riusciva a inquadrare.
Tzverok si diresse verso la scrivania e Miriam lo seguì, avvertendo ancora sulla mano la sensazione di quel palmo sorprendentemente ruvido.
«Mi dica», la esortò il russo, mentre lei prendeva posto su una seggiola piuttosto scomoda, con due teste di leone intagliate nei braccioli. Come la stufa di ghisa in un angolo, la seggiola pareva essere uscita dal negozio della Airanian.
Miriam attaccò a cianciare a ruota libera sull'importanza della pubblicità nei giornali, buttando qua e là a casaccio termini come "mailing", "marketing" e "product plan", sperando in cuor suo che Tzverok ne capisse quanto lei.
Ne capiva ancora meno. «Da, panimaju...» la interrompeva ogni tanto. «Sì, comprendo.»
«Perciò, se vuole, possiamo far inserire un redazionale informativo anche per il suo ristorante.»
«Un reda...?»
«Ah, certo, mi scusi. Un redazionale. Un articolo curato dalla redazione che spieghi che cosa ha da offrire il suo locale. Che si chiama...» Finse di cercare nel taccuino.
«Stanizla. "Il Covo dei Cosacchi".»
«Infatti.»
Il Covo dei Cosacchi. Ma certo! Miriam si rammentò di aver letto quel nome in televisione. Non in un filmato, ma in una diapositiva con una voce in sottofondo che diceva: "Ottimo cibo in ambiente rustico e accogliente". Una delle tante réclame che venivano inserite nella televendita del primo pomeriggio e a chiusura di trasmissioni.
«Non siamo così conosciuti come lo Yar», ammise Tzverok, «ma i prezzi che facciamo sono migliori. E si mangia anche meglio, mi creda.»
«Le credo. Come le ho già spiegato, una serie di redazionali sui giornali, in abbinamento con la pubblicità televisiva, amplifica di molto il messaggio e la resa.»
«Da, da.»
«Se mi conferma il suo interessamento, le faccio mandare i prospetti con le tariffe», continuò Miriam. Chiacchierò per qualche minuto sulla medesima falsariga, per poi mutare tono ed espressione. «Ormai ci sono molti russi, a Monaco. Lei deve conoscere un sacco di gente.»
«Beh...»
«La Grande Madre Russia: che terra affascinante! E, con le elezioni vicine, presto le cose andranno meglio laggiù, vero? Chi pensa che le vincerà?»
Tzverok si strinse nelle spalle. «Per me è lo stesso. Noi però abbiamo un detto: mai cambiare i cavalli di una slitta in corsa.»
In quella, il ragazzo in bianco fece capolino dalla porta del salone.
«Chi è la signorina, Vlado?» domandò petulante. «Non posso mai stare a sentire quando tu hai una visita.»
«Ti racconto dopo», ribatté l'uomo, irritato. Provò a ricomporsi per non sfigurare davanti a Miriam, ma era lampante che l'intrusione gli aveva fatto perdere le staffe. A partire da quel momento sembrò avere serie difficoltà a concentrarsi.
«Suo figlio?» domandò lei.
«Ma no.» Tzverok esitò. Infine volle spiegarle: «Mi aiuta per il locale. Sa, io conosco poco la vostra lingua».
«Ma se la parla benissimo!» lo contraddì Miriam. «Dunque quel ragazzo è un suo collaboratore.»
«Da. Sì. Più o meno...»
«Lei non è sposato?»
L'uomo sembrò non capire. Oppure voleva lasciare il discorso in sospeso.
«È un collaboratore», ribadì, mentre una vena prendeva a pulsargli sulla fronte.
Miriam decise di stringere i tempi.
«Conosceva il signor Filippovic? Igor Filippovic?»
L'espressione di Tzverok, dapprima franca, subì una metamorfosi. Gli occhietti blu si fecero quasi neri di una collera malcelata.
«Filippovic? No. Non tutti i russi si conoscono tra loro, signorina... Mannheimer.»
«Era un mio vicino di casa, ecco perché glielo chiedo», proseguì Miriam in base al copione che si era preparata. Abbassò la voce, come per confidargli un segreto: «Poveretto. Avrà sentito che brutta fine ha fatto. Ma non mi sorprende: era troppo facinoroso. Doveva avere le mani in qualcosa di losco. Certo, non sono affari miei, ma ho letto la notizia sui giornali e ne sono rimasta atterrita, capisce. Una persona che si incontra quasi tutti i giorni... Quando non lo abbiamo visto per un po', pensavamo che fosse tornato in Russia. Ogni tanto ci andava. E immagino che ci vada anche lei, no?» domandò, tirando fuori l'espressione da oca giuliva elaborata anni prima a scuola con la sua amica Isabelle, a beneficio dei professori più severi.
«A volte», assentì Tzverok, confuso e seccato.
«Da solo?»
Stavolta non le rispose. Era un tipo di tre cotte, che sapeva quando tacere. Ma uno dei capi di un'organizzazione criminale? Magari un ex agente del KGB colluso con la mafia? Difficile immaginarselo come tale. D'altro canto: che aspetto dovrebbe avere un ex agente del KGB? O un mafioso? C'erano momenti in cui la sua aria sembrava essere più quella del concusso che del corruttore, altri in cui la rigida fermezza dello sguardo incuteva terrore.
Comprendendo di non potere strapazzare più a lungo la pazienza dell’uomo, Miriam si spronò a tentare un'altra carta.
«Certo che a Monaco ci sono tanti russi. Ne conosco un altro, anzi un'altra, una donna. Si chiama Anna Skovorov. Forse la conosce anche lei.»
Tzverok si alzò lentamente. «Mi scusi, signorina, ma ora ho da fare. Mi mandi quei... quelle...»
«I prospetti? Sicuro.» Si alzò anche lei. Aveva fatto centro. Il tipo era immischiato nella faccenda fino al collo.
Guardandosi attorno, rinnovò l'aria da oca giuliva per commentare: «Bellissima casa, signor Tzverok».
«Grazie», fece lui gelido, accompagnandola alla porta. La giornalista continuò a studiare ogni particolare.
Quella casa non era un capolavoro. Per quanto le concerneva, vi regnava un ordine strano. L'arredamento mancava di uno stile unitario; gli aggeggi elettronici, le suppellettili e i mobili sembravano essere stati accaparrati qua e là, in diversi luoghi e, si sarebbe detto, in diverse epoche. Peggio che al Les Misérables. Non era, insomma, una di quelle case che splendono di luce propria. L'atmosfera era inquietante e al contempo elusiva.
Non splendeva, ma respirava. Respirava attraverso i pori di ogni superficie, facendo pensare a un polmone. O, meglio: a una spugna. Era una casa che aspirava, che assorbiva; instancabilmente. E a quel punto riuscì a identificare l'odore che percepiva.
Odore di soldi. Soldi sporchi. Tanti.
Non è affatto vero che pecunia non olet. Forse non puzzava ai tempi dell'imperatore Vespasiano, ma oggi sì. Puzza di dolore altrui, di droga, di sangue, di morte.
Più che una casa, si disse, è una cittadella, la parafrasi moderna di un antico bastione... ecco laggiù lo schermo del videocitofono. Sopra l'entrata doveva esserci una videocamera, il cui esame lei aveva brillantemente superato, chissà per quale ragione. Distrazione o curiosità del paggetto con cagnolino.
Si fermò sulla soglia e tese la mano. «Come si dice in russo "arrivederci"?»
«Arrivederci», ribatté con malgarbo Tzverok.
Prima che le venisse richiusa la porta in faccia, intravide la figura del ragazzotto biancovestito che la osservava astiosamente dal corridoio.
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