franc'O'brain - Matrioska


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15

Dovette aspettare dieci minuti abbondanti per il passaggio dei partecipanti a una delle solite marce stracittadine. Quando il poliziotto sollevò la paletta segnalandole che poteva procedere, Miriam lo premiò con un sorriso di diamanti.
Tornava dalle ragazze, stavolta senza il fotografo. Non aveva preannunciato la sua visita, era un po' presto e sapeva che loro verosimilmente dormivano, ma non poteva permettersi di sperperare altro tempo. Voleva più informazioni, e subito.
Ad aprirle fu Kesselina. Portava evidentissimi i segni di un'ennesima notte senza sonno, ma, dopo essersi stropicciati gli occhi e averli messi a fuoco, riuscì persino a mostrarsi cortese. La diffidenza della volta prima sembrava dissolta.
«Come va?» la salutò Miriam.
Kesselina batté le palpebre. «Siediti», disse. Le veniva più facile tueggiare; il tedesco non è una lingua che si impara in pochi mesi. «Le foto...?» domandò.
«Sul prossimo numero del Fax. Compralo: ce n'è anche una tua.»
La sciacquetta annuì. Curiosamente, per lo spazio di un istante la contentezza le svanì dal faccino delicato.
«Siedi, siedi», insisté. «Che ora è?»
«Le undici passate», la informò allegramente Miriam mentre si accomodava sul sofà frusto. A quell'ora i telefoni tacevano, ma nell'agenda sul tavolino erano scarabocchiati una serie di nomi e di orari: "appuntamenti" per la notte seguente e per quelle a venire.
Kesselina tornò a sorriderle, un poco imbarazzata. Un'altra delle ragazze, in una sottana che le copriva a malapena il sedere, si fermò contrita sulla porta del corridoio. Biascicò qualcosa in russo, Kesselina le rispose in un tono dolce, la ragazza ridacchiò ammansita e, sbandando per la stanchezza, tornò nella sua stanza.
Nell'appartamento viveva una piccola tribù di prostitute, tutte giovanissime. Miriam immaginò il viavài di clienti ogni sera. E la polizia costretta a far finta di niente, per tenere d'occhio il traffico cercando di evitare che dilagasse per le strade.
«Dovrai scusarmi con le tue compagne. Non pensavo che foste ancora a letto.»
Kesselina tagliò corto con un «oh» accompagnato da un vago gesto che significava: «Fa niente». Era a piedi nudi, indossava un accappatoio azzurro che le stava largo e aveva lo smalto delle unghie sciupato. Si stiracchiò languidamente. Poi si accese una sigaretta al mentolo e fece vento con la mano per disperdere il fumo. Quando tornò ad alzarsi, l'accappatoio le si aprì sul davanti.
Sotto, notò Miriam, era vestita. Doveva essere andata a letto senza cambiarsi. Il costume da brava collegiale era sparito insieme al suo contorno di ritrosia e timidezza. Quel giorno era in minigonna di plastica nera, camicetta attillata e gilet di cuoio: abbigliamento che, nelle ore di "lavoro", doveva essere completato da stivali alti fino alla coscia.
La reporter arrivò a chiedersi se fosse proprio la stessa ragazzina che aveva visto l'ultima volta. Ora sembrava più estroversa.
«Però!» esclamò, non nascondendo la propria ammirazione. «Sei carinissima. Davvero sexy.»
Il complimento ebbe l'effetto desiderato. Da quell'istante, Kesselina si adoperò per comportarsi da inappuntabile padrona di casa. Tutta sorrisi e fossette, spalancò i vetri di una finestra e aprì le persiane, lasciando accostate le tende. L'aria fresca entrò a fiotti, spazzando l'odore di chiuso. Quindi volle caricare il samovar. Era lieta di potersi intrattenere con una persona che non apparteneva al suo giro; specie una come Miriam, una giornalista. Anche se non era sicura di potersi rallegrare per la sua foto che sarebbe apparsa su un periodico a larga diffusione. Anzi, era chiaro che la prospettiva la inquietava.
«Hai voglia di parlare un po'?» chiese Miriam. «Soltanto tu e io, questa volta. Da buone amiche.»
«Parlare?» fece eco la bella di notte, chiaramente lacerata. La prima visita di Miriam doveva averle procurato qualche dispiacere. «Ancora foto di me?»
«No, oggi niente foto. Niente articolo. Parliamo e basta. Guarda: non scrivo niente.»
«Occhèi.»
Miriam cominciò a porle affabilmente qualche domanda di natura privata - com'era la sua famiglia, che studi aveva fatto, se aveva nostalgia della Russia, se non pensava di tornarci presto e lasciare quella torrida vita -, intervallandole con altre più mirate. A poco a poco la ragazza andò sgelandosi.
«Che tipo era Filippovic? Vi picchiava?» le domandò la giornalista quando ritenne di averne conquistato definitivamente la fiducia.
Kesselina abboccò all'amo. «Un tipo...» Fece seguire un'espressione volgare, con aria invelenita. Le bestemmie sono sempre tra le prime parole che si imparano, in qualsiasi idioma straniero.
«E Tzverok?»
«Chi?»
Miriam studiò attentamente la sua reazione. «Vladimir Tzverok. Viene spesso a trovarvi?»
«Non spesso. Lui ha restoran. Molto da fare.»
Era stata sincera? Perché allora quel leggero tremito del labbro superiore?
«Ma ogni tanto viene, vero?»
Kesselina ridusse gli occhi a due fessure. «Tu conosci Tzverok?»
«Lo conosco», rispose Miriam.
«Allora sai: restoran, molto da fare.»
Miriam si prese un appunto nella memoria, collegando con una freccia il nome di Tzverok a quella casa d'appuntamenti. Poteva anche non significare niente. Uno straniero solo in una grande città può far visita a delle professioniste sue connazionali per trovare un po' di calore umano, per il mero desiderio di colloquiare con qualcuno nella lingua madre. Tentò tuttavia di saperne di più. «È anche lui un...?» chiese, ripetendo l'insulto che Kesselina aveva usato per Filippovic.
La ragazza cincischiò. «Non so», rispose arrossendo. E, dopo una pausa: «No», disse risoluta.
Miriam sorseggiò il tè.
«Adesso non siete più sole, vero? Voglio dire: dopo che Filippovic è... dopo che è...» Era ostico esprimersi senza calpestare i sentimenti dell'intelocutrice e rimanendo entro i limiti della decenza. Doveva fare uno sforzo tremendo per non mettersi a parlare in russo. Si disse: Attenta, Miriam. Non gettare in fumo una copertura preziosissima. «Adesso che è defunto», concluse, sperando che la ragazza capisse quel vocabolo.
«No, non siamo sole. Mai», rispose Kesselina. Quindi si scatenò a raccontare inezie, fatti banali della vita quotidiana, aspirazioni, speranze, ingenue impressioni sul nuovo Paese. Era malata di nostalgia.
Quando sfarfallava con le palpebre, le ciglia le si sfrangiavano sugli zigomi alti. Parlò e parlò senza inibizioni, felice di avere trovato un'amica che l'ascoltava. Sesso e vita quotidiana si mischiavano nel suo racconto come se fossero due cose complementari. Finché pronunciò un nome che mise la reporter sul chi va là. Il nome che Miriam le aveva sentito dire durante l'animata discussione con Anna Skovorov, la volta prima.
«Katrinka?»
«Katrinka, sì.»
«È una tua amica?»
«Una buona amica. Come sorella. Ci siamo conosciute a San Pietroburgo.»
«Siete arrivate in Germania insieme?»
Kesselina scosse la testa. «No. Io per prima.»
«Ma non abita qui con voi?»
«No, ora abita da un'altra parte.»
«Prima abitava con voi e dopo è andata a stare da sola. Capisco. E... anche lei fa il vostro lavoro?»
Kesselina scosse la testa. Dopodiché assunse un'aria spaventata, poco meno che terrorizzata. Con parole sue, lasciò intendere che non avrebbe dovuto parlare della sua "buona amica": Katrinka si era resa irreperibile il giorno in cui il loro protettore era stato assassinato.
Adesso l'interessamento di Miriam non era più gentile e meccanico, ma aveva assunto la vasta ricettività di una cattedrale.
Di che cosa aveva paura la ragazzina? E, si chiese, come mai tra lei e Anna era scoppiata quella violenta discussione sul nome di Katrinka?
Kesselina era visibilmente sulle spine. «Tu però non scrivi niente, vero? Non dici niente, neanche ad Anna, a nessuno. Per favore, mi aiuti? Tu giornalista, tu conosci tanta gente in questo Paese, tu...»
«No, no», la rassicurò Miriam, «sta' tranquilla, non ne parlo con nessuno. E ti aiuto, certo, ma per farlo ho bisogno di sapere di più. L'hai cercata?»
Kesselina annuì. L'aveva cercata, certo. Ma non ne aveva trovato traccia. Poteva solo sperare che Katrinka si fosse nascosta da Ljuba Alexandrova. (Ecco un altro nome, che Miriam memorizzò immediatamente.) Ma, aggiunse la giovane russa, non poteva andare a guardare se la sua amica era da Ljuba, perché Ljuba non voleva più avere rapporti con loro.
«E come mai?» domandò Miriam.
«Oh!» Di nuovo quel vago gesto. «Ljuba Alexandrova ha cambiato vita. Adesso sta con Tzverok...»
Miriam si sforzò di controllare i folletti che le palpitavano nell'animo. Si concesse una seconda tazza di quel tè ultraforte.
«Ljuba Alexandrova», ripeté, provando un piacere sensuale nell’avvoltolare le sillabe attorno alla lingua. «La donna di Tzverok. Anche lei una di voi?»
Kesselina abbassò e alzò le palpebre. Sì, era stata una di loro, ma adesso faceva la spogliarellista in un locale notturno. «In un erotic club», si espresse segnatamente.
«Ma perché quella tua amica... Katrinka... dovrebbe essersi rifugiata da lei? Per paura?»
La ragazza annuì.
«Paura di chi? Della polizia?»
Questa volta Kesselina si strinse nelle spalle, e qualcosa suggerì a Miriam che da lei non sarebbe riuscita a cavare altro.
«Io ti aiuto», insistette, «ma tu devi rivelarmi tutto quello che sai. Allora: perché Katrinka si nasconde?»
La ragazza scosse la testa. E soltanto a quel punto Miriam si accorse che aveva gli occhi pieni di lacrime. Se la ritrovò stretta al collo in un tenero abbraccio, squassata dai singhiozzi.
«Non posso, Miriam, non posso dire niente. Ma tu aiutami, per pietà, aiutami.»
All'improvviso la sentì irrigidirsi e dopo un secondo, con un guizzo agile, era di nuovo sulla sua poltroncina, egregiamente ricomposta. I danni provocati dalle lacrime al trucco non erano più gravi di quelli lasciati dalla notte di coscienziosa professione. Miriam capì: dal corridoio si sentiva arrivare un rumore di zatteroni. Dopo qualche istante comparve Anna Skovorov.
Anna fissò l'intrusa con due occhi freddi, privi di qualsiasi simpatia.
«Ancora qui, signora giornalista?» chiese. «Noi non possiamo dire più niente. Buongiorno.»
Miriam posò la tazza e, stabilendo che non era il caso di insistere oltre, prese commiato. Si rese conto che, se avesse voluto conferire di nuovo con Kesselina, avrebbe dovuto inoltrarsi per sentieri traversi e assai tortuosi.
Nel primo bar italiano in cui si imbatté, ordinò un cappuccino e qualche sfogliatella. Quindi, con gli occhi dello sciacquabicchieri puntati addosso, riesumò i dati che era riuscita a ricavare. Non erano pochi. Né, apparentemente, di limitata importanza.
La misteriosa Katrinka, soprattutto (Miriam ne sottolineò il nome sul taccuino), giunta in Germania chissà per quale motivo e scomparsa proprio il giorno dell'omicidio... Quanto a Ljuba Alexandrova, immaginava già di sapere chi fosse.

 

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