franc'O'brain - Matrioska
16
Il Bajadera era stato un cinema d'essay. Decaduto a malfamata sala a luci rosse, era stato successivamente riadattato per il suo nuovo scopo. All'entrata, una sgargiante scritta dentro una bacheca annunciava:
.... EROTIC CLUB - Cabaret &
STRIP-TeASE OgNi POMeRIGGiO E
.,,,,,,,,,,,,,,,... serA.
Sotto, le immagini di alcune conturbanti Veneri sottovetro.
Miriam entrò e scelse un angolino discreto. Le luci principali erano spente; su ogni tavolino ardeva un minuscolo lume. Anche se il locale non era affollato, le cameriere-conigliette avevano il loro daffare. Come c'era da aspettarsi, la clientela era esclusivamente maschile. A Miriam non le importava niente di cosa pensassero di lei, anche se non poteva non avvertire l'interesse torbido suscitato dalla sua presenza.
Soltanto il palcoscenico, adorno di una panoplia di frutta e fiori tropicali, era ben illuminato. Una ragazza bruna e rotondetta, in un costume minimale, stava vorticando alla melodia dolciastra che rintronava dagli altoparlanti. Ad un certo punto la bruna andò al microfono, lo accarezzò con lascivia, poi lo prese, lo sbaciucchiò e se lo fece scivolare tra le cosce. Infine guardò teatralmente la platea e domandò: «Non ne avete abbastanza?»
Il pubblico parve risvegliarsi da un attacco narcolettico: esplose in una serie di esclamazioni concitate. «Lj-u-ba! Lj-u-ba!» si sentì gridare da più parti.
Sulla scena entrarono altre due ragazze, una delle quali sospingeva l'altra a colpi di frusta.
Dagli ansiti di eccitazione di cui fu pervasa la sala, Miriam realizzò che quest'ultima era la "star" tanto invocata. Indossava un costume trasparente che sembrava essere stato ricavato da un tendaggio.
La bruna con il microfono osservò la "ritrosa" con finto disgusto, prima di ordinarle: «Fatti vedere!»
Ljuba ubbidì. Si tolse il velo che le nascondeva la faccia e, a passi di danza, avanzò al centro della ribalta. Aveva un corpo opulento, a mezzo tra la pornodiva e la campionessa di nuoto, e lunghi capelli d'oro. Il costume da odalisca creava una splendida combinazione di esotismi contrapposti. I tratti del volto erano tirati, ma forse perché così richiedeva la rappresentazione. Miriam riconobbe definitivamente in lei la donna del cimitero, l'"ulana" delle foto di Sepp Börner.
«Allora, mostraci quello che sai fare!» strillò la ragazza con la frusta.
Gli spettatori strepitarono.
Ljuba alzò le braccia, roteò le anche e, con la parte superiore del corpo, disegnò nell'aria una serie di linee ondulate. Il suo ombelico andava su e giù come se fosse animato di vita propria.
«No», la reguardì la squinzia al microfono. «Questa non è la musica per una danza del ventre. È la musica per uno strip.»
L'altra "artista", in guêpière, slacciò il reggiseno di Ljuba, liberandole il petto. Poi si mise a far girare l'indumento sulla propria testa come se fosse un lazo.
Clap, clap, fiiiisch! clap.
Mimando sorpresa e vergogna, Ljuba cercò di coprirsi il petto con le mani.
«Te ne servirebbero quattro di mani, figona!» urlò un tizio da uno dei tavolini sotto il palco.
Uragano di risate e grida scomposte. La ragazza con la frusta lanciò il reggiseno in un angolo e soffiò come una gatta: «Spogliati tutta!»
Tripudio della piccola folla, punteggiato da belluine esclamazioni goliardiche: «Nu-da! Nu-da!»
Ljuba abbassò lo sguardo e cominciò a eseguire quanto le era stato ordinato.
«Balla!» le ingiunsero le altre due in coro. «Il tuo numero è appena cominciato.»
La "vittima" fissò remissiva e intimidita le sue torturatrici. «Va bene», sussurrò poi in un piccolo smottamento di labbroni tumidi e, al suono di un applauso ritmato, iniziò a danzare, sfilandosi dapprima le calze e poi tutto il resto.
Il Bajadera era una miniera d'oro, come Miriam poté notare. Non era riservato a una clientela ricca: a portare i soldi era il ceto medio. Si era già informata con Gröhlich, che era un buon conoscitore dei templi delle natiche di Monaco e di tutta la Baviera: soprattutto al fine settimana vi si registrava il tutto esaurito. «Ma gli affari grossi», aveva precisato Gröhlich, «il Bajadera li fa sul tardi, quando ai clienti è consentito di appartarsi con le ragazze prescelte mentre vengono proiettati filmini pornografici. Inoltre c'è una stanza sul retro in cui si gioca forte...»
Una cameriera in un succinto bikini rosa si avvicinò a Miriam e le diede la lista delle bevande.
Senza aprire la lista, Miriam ordinò una Fanta.
«Fanta? Non ne abbiamo. Posso servirle una "Henna".»
«Sarebbe?»
«Spremuta d'arancia con spumante», flautò il coniglietto.
«Va bene. Me la porti.»
Il numero di Ljuba durò a lungo e sfociò in una serie di giochetti di natura spiccatamente sadomaso. Non appena le ragazze uscirono di scena, Miriam lasciò il suo posto e puntò sui camerini. L'oscurità le fu favorevole: nessuno del personale pensò a chiederle dove stesse andando. Era un po' troppo ben vestita, ma poteva ugualmente essere una delle numerose aspiranti allo spettacolino.
A fianco del palco, sul lato opposto al bar, partiva un corridoio angusto e quasi totalmente al buio, privo di pavimentazione, su cui si affacciavano poche porte. Il soffitto era basso; le pareti, scrostate, non cadevano perfettamente a piombo. Sulle prime credette di essersi sbagliata. Ma no, quelli dovevano essere proprio i camerini: alcune delle porte lasciavano filtrare in basso un debole chiarore.
L'ultima era socchiusa.
In punta di piedi, si avvicinò allo spiraglio. Non si sarebbe fermata nemmeno se avesse trovato una tigre a presidiarla. Avendo distinto una mezza dozzina di parole in russo, si chiese se Ljuba non fosse sola. Ma il suono continuò e la verità si fece strada nel suo cervello stupefatto. Ljuba stava cantando: una cantilena melensa e infantile, l'eco di una lontana fanciullezza. Miriam udì delle altre parole, che formavano la parvenza di una melodia a lei nota; una ninna nanna che le agitò nel petto i tentacoli di un'intensa, indefinibile commozione.
Bussò. «Posso?»
La donna era seduta davanti a uno specchio incrinato, al chiarore scialbo delle uniche due lampadine funzionanti. Tacque di schianto, girandosi sullo sgabello. Aveva un'età indefinibile, compresa tra i venticinque e i trentacinque anni. Vista da vicino, si notavano le rughe sottili che le solcavano la fronte. Era seminuda, coperta solo da un lungo scialle di chiffon; nella destra reggeva un pennellino con cui si rifaceva il trucco. Squadrò la sconosciuta da capo a piedi.
«Sono una giornalista del Fax», proclamò Miriam, chiudendo l'uscio dietro di sé. «Che cosa stava cantando?»
«Una kalybjenjaja», rispose Ljuba senza alzarsi. I suoi occhi chiari brillarono come gemme. Il volto aveva un'espressione di cruccio che poteva essere facilmente interpretata per quello che in realtà era: alterigia. «Vuoi bere qualcosa?» chiese. Aveva una voce sensuale e roca, da ammaliatrice di uomini o da forte fumatrice.
«La ringrazio, ma mi hanno già fatto il pieno durante lo... show.»
La spogliarellista continuava a osservarla senza un sorriso. Si rivelava chiusa, impenetrabile.
«Faccia pure quel che deve fare», le disse Miriam. «Non badi a me. Vorrei porle solo un paio di domande. È per un servizio che sto scrivendo.»
«Fax, hai detto?» E Ljuba tornò a volgersi allo specchio. Miriam si avvide di quanto fosse diversa da Anna Skovorov e dalle altre call-girls. Bella come loro, seppure di una bellezza un po' sfiorita, ma con una patina di durezza che le altre non avevano. Molto determinata nel suo ruolo di "diva". «Conosco il Fax», dichiarò Ljuba. «Lo leggo spesso, anche se è un giornale difficile.»
Difficile? pensò Miriam. Avrebbe dovuto dirlo a quello schizzinoso di Helmbrecht.
Fu attratta da alcuni nudi. Erano stampati su carta patinata e fissati con puntine da disegno sulla cornice dello specchio. Avvicinatasi, notò che si trattava di fotografie di Ljuba, in cui lei posava da sola o in compagnia di altri modelli. Una donna appetibilissima, una Barbie da sogno.
«Molti anni fa», ammise la russa, con un'amarezza che ne mandò in frantumi la superbia.
«Oh, lei è ancora tanto bella!» riconobbe Miriam.
Ljuba volse lo sguardo e anche lei guardò quei nudi: erano stati il tentativo di confermare a se stessa e al mondo intero lo splendore del suo corpo, quasi un esorcismo contro l'inflessibilità del tempo. Piegò un angolo della bocca senza replicare alcunché. La fierezza scostante fece luogo a un cipiglio mite, a un'apparenza di modestia. Adesso era debole, esposta, vulnerabile.
Miriam partì all'attacco senza indugi.
«Conosceva Igor Filippovic?»
La bionda alzò il mento nel tipico diniego slavo. «È morto», rispose con voce sorda.
«Allora lo conosceva?»
«Perché lo vuoi sapere?»
«Il mio articolo parte da lui.»
«È morto», tornò a dire Ljuba. «Non lo sai?»
La sua reazione era stata diversa da quella di Vladimir Tzverok: in qualche modo più sincera, più spontanea. Ma non per questo sembrava incline a dedicare qualche pensiero di rammarico alla sua scomparsa. «È morto»: una semplice, cruda constatazione.
L'ingrandimento di una foto scattatele da Börner nel piccolo cimitero aveva mostrato a Miriam un volto privo di emozioni, più pensieroso comunque che dolente.
«Tu e Filippovic», insisté, dandole del "tu" perché così continuava a fare l'altra, «non eravate i migliori amici, vero?»
«Amici?» Il broncio di Ljuba si acuì, facendo risaltare le due linee accanto alla bocca. «Io non ho nessun amico tra i maschi», dichiarò lapidaria.
In quell'istante piombò nello stanzino una delle ragazze che si erano esibite nella sceneggiata sadomaso: la bruna che tanto abilmente aveva saputo mimare un amplesso con il microfono. Si era già rivestita e a vederla così, in abiti comuni, completamente priva di appeal, non si sarebbe supposto che fosse una spogliarellista.
«Uh», fece, nello scorgere Miriam. Poi ghignò con malizia. «Di solito sono gli uomini a entrare nei privé», solfeggiò con accento spagnoleggiante. «Sono tutti ciucchi e vogliono sempre toccare, toccare, toccare, e noi dobbiamo fare intervenire il buttafuori. Ma tu non sei ciucca, vero?»
Miriam si limitò a ricambiare il ghigno.
La bruna si rivolse quindi a Ljuba domandandole se doveva accompagnarla lei in macchina. La russa le spiegò che qualcuno sarebbe venuto a prenderla.
«Vabbe'», fece la bruna giocosamente. «Allora a domani. Ciao.»
E, nell'uscire, rivolse a Miriam un'occhiata carica di sottintesi.
La reporter decise di venire al dunque. «E Katrinka la conosci?»
«Katrinka?» Ljuba Alexandrova si mise a trafficare per accendersi una kingsize. In realtà stava cercando di guadagnare tempo. Studiava Miriam attraverso lo specchio, catalogandola e schedandola per un futuro riferimento. Oppure rifletteva sull'opportunità di risponderle o meno. «Sì», ammise infine. «Perché?»
«Abita da te ora?»
«No.» No categorico. «Chi te l'ha detto?»
«Sai dov'è?»
«E perché dovrei? Katrinka fa sempre di testa sua. Forse è tornata a casa.»
«Vuoi dire... in Russia?»
«A Petrograd.»
«Pietrogrado? San Pietroburgo?» Miriam si mordicchiò il labbro inferiore. Questo, se non altro, corrispondeva a quanto le aveva detto Kesselina. «È la sua città?»
«Sì. Abita lì con zii. Suoi genitori morti.»
«Ma con lei hai un rapporto di amicizia, no?»
La donna emise una nuvolaglia di fumo e non aggiunse altro. Aprì un cassetto per trarne una collanina.
«Sai perché è tornata a casa?»
«Forse a Katharina non piaceva più Germania.»
Katharina? Ah, certo: Katrinka in tedesco.
«Aspetta, lascia fare a me.» E Miriam l'aiutò ad agganciarsi la sottile collana.
«Grazie», disse un po' brusca Ljuba. Si sollevò e buttò lo scialle sullo sgabello, assumendo una posa regale. Con i tacchi era più alta di Miriam. Carnagione nivea, seno florido, fianchi robusti. La collanina valorizzava l'incantevole collo.
Staccando un abito da una gruccia, brontolò oscuramente: «Spero che tu sai che cosa stai facendo, signora... giornalista». Il suo sguardo era carico di sfiducia.
«In che senso? Ti riferisci al morto? Voglio dire... pensi a Igor Filippovic?»
«Penso ai vivi, non ai morti», disse Ljuba. Si infilò l'abito, che presentava una scollatura abissale. «Loro sono... forti», aggiunse.
«Loro... chi?»
Le pupille color del cielo sparirono dietro le palpebre. «Io non so niente. Non conosco nessuno e non ho nessuno. Ho soltanto Gruscenka.»
«Gruscenka?»
«La mia bambina.»
«Ah. Hai una figlia a cui accudire?»
«Sì.» Senza un sorriso.
Miriam piegò il capo su un lato. Si chiese chi fosse la persona che sarebbe venuta a prendere Ljuba e che cosa avessero in programma per quella sera. Stava per domandarlo, quando una voce dal corridoio chiamò:
«Lju-u-u-ba!»
La russa si accostò alla porta.
«E‘ l'uomo che aspettavi?»
«Ma no. È il barista.»
Mentre Ljuba teneva un conciliabolo con il barista rimasto fuori dallo stanzino, Miriam passò rapidamente in rassegna la schiera di oggetti posati sul ripiano della toeletta. Rossetti, ciprie, scatole di ciglia finte, pinzette, pennelli, creme, boccette, una minuscola matrioska - la più piccola della serie -, una torcia elettrica, un mazzo di chiavi, una busta.
Una busta...
Lanciò un'occhiata alle proprie spalle. Accertatasi che la donna era ancora impegnata nella conversazione, sfilò dalla borsetta bloc-notes e penna e copiò l'indirizzo segnato sulla busta. Era scritto quasi interamente “in geroglifici“, come avrebbe detto Sepp.
Destinataria: Katrinka Kirilenko, Plóststade Stsástje 15, Petrograd.
Soltanto l’ultima riga era in caratteri latini: Federazione Russa.
Facendo scomparire penna e taccuino, si volse per andarsene.
Ljuba e il barista - un Elvis Presley in miniatura con uno spiccato accento sudeuropeo - stavano discutendo delle percentuali sugli incassi. La bionda sfiorava con la testa la traversa della porta, mentre lui era talmente basso e filiforme che sembrava incredibile che potesse gettare un'ombra. Con occhi da baro, stringeva alcune banconote tra le dita, mentre Ljuba recriminava che a lei ne spettavano di più.
«Per favore, Elvis», lo pregava, guardando scomparire una parte del denaro nella tasca del gilè di lui; assomigliava a una cagna affamata che guarda un osso che viene gettato nel secchio della spazzatura.
«Io vado», annunciò Miriam, scivolando tra loro e lo stipite.
«Sì, ciao», le buttò là la spogliarellista, mentre quel truciolo d'un barista faceva schioccare la lingua e domandava con rude eloquenza:
«E chi è quella gnocca? Una nuova?»
Aveva parcheggiato lontano dal Bajadera. Sebbene piovesse forte, decise di non andare a prendere l'auto ma di aspettare negli immediati paraggi. Riparandosi alla meglio in un portone, tenne d'occhio l'uscita del locale.
Trascorsero cinque minuti e la sua ostinazione venne premiata: vide spuntare la Mercedes coupé. Al volante c'era Tzverok. Il russo arrestò la vettura proprio davanti al Bajadera. Ancora cinque minuti e, da un'uscita laterale, comparve Ljuba Alexandrova.
L'"ulana" montò accanto a Tzverok e la Mercedes partì con uno stridore di gomme.
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