franc'O'brain - Matrioska
17
Quella notte Johnny non riusciva a prendere sonno. Era stato trasferito in cella di segregazione dopo che aveva rotto il naso a un altro detenuto. Sdreng! Niente male come scherzo: lo aveva colpito mentre ronfava... Asshole! Se l'era voluta lui: così imparava a rivolgergli troppe domande. Secondo Johnny era uno spione, mandato lì apposta per strappargli una confessione.
Ora si trovava in uno stato d'animo pigro, malinconico, e si ripassava nella mente una canzone: «I can't believe the price we pay...» Sempre la solita, la numero uno della sua hit parade personale. Dalle sbarre filtravano alcune lame di una luce argentea in cui il pulviscolo danzava impazzito. «Nothing can save us...»
A metà della strofa, un'immagine comparve in fondo alla cella. Dapprima l'immagine assomigliò a un riflesso sulla superficie di un lago; poi cominciò a solidificarsi. Johnny continuò a canticchiare. La ballata hard sembrava essere un'ottima colonna sonora per quello strano fenomeno.
La visione si fece nitida. Appoggiato alla parete c'era un Johnny che gli sorrideva come attraverso uno specchio. Un Johnny differente, certo. Più figo. Portava il borsalino e un vestito a righe, e un Kalashnikov gli scendeva lungo un fianco. La cicatrice che gli si vedeva su una guancia completava l'idea del classico gangster.
A Johnny la canzone morì in gola. Non sapendo come reagire al fenomeno, iniziò con un insulto. «Bella stronzata. Da quale veglione di carnevale sei uscito?»
«Da nessuno. Io vengo dal tuo futuro e dal tuo passato.»
La voce era familiare, una versione meno risonante di quella del Johnny autentico.
«Ehi, sei veramente me!» esclamò. Poi tentennò. «Il tuo mitra mi piace. Ma funziona?»
«Guarda.» Il fantasma sparò una scarica sul pavimento. Non era un rumore sgradevole: era un'armonia vibrante, una sfilza di note che percosse la calma di quell'ora.
Johnny tornò a osservarlo con scetticismo. Era costretto a tenere gli occhi socchiusi, perché un raggio di luna andava a riflettersi sugli stivaletti di vernice con le ghette bianche del Johnny da cinema d'altri tempi.
«E si può sapere che cassius vuoi?»
La sua controfigura sollevò un sopracciglio, sorpreso. «Sei stato tu a chiamarmi. Sono venuto per salvarti.»
«Nothing can save me...» ricominciò lui. Ma prese le note troppo alte, come una checca.
Il fantasma rise. «Io sono te. Io posso.» Rifattosi serio, proseguì: «Ma forse non te lo meriti. Stai a fottere la tua vita senza mai avere una sola buona idea. Non sei che un incompetente. Io non svacco mai come invece fai tu».
Johnny prese a sudare. Aveva sempre avuto difficoltà a ragionare con qualcuno che appariva più sicuro e più intelligente di lui. Non sopportava quando lo contraddicevano, quando lo criticavano. Anche per questo era così attaccato ai bambini. Loro erano buoni, docili... Ora, il dover dialogare con quella copia di se stesso gli riusciva oltremodo penoso.
«Tu conosci ogni cosa, tu sei migliore!» urlò. «E allora dimmi: quali errori avrei commesso?»
Johnny Due si limitò a sorridere: un sorriso largo, indulgente. Quando esternava allegria, la sua faccia si arrotondava, pur non perdendo niente della sua virilità. Valendosi di qualche potere magico, questo Johnny fantastico proiettò nella mente del Johnny reale una serie di fotogrammi a colori.
Era un film che lo vedeva come protagonista. Era andato a trovare Katrinka e, dopo l'amore, si era assopito placidamente accanto a lei. Aveva dormito come se si trovasse sul proprio letto e come se lei fosse la sua ragazza. Era la sua ragazza: nonostante avesse Jasm, Johnny aveva preso a bazzicare l'appartamento della pupetta russa.
Si era ridestato a notte inoltrata udendo un vocio concitato provenire dalla stanza attigua. E lì aveva sorpreso Katrinka a litigare con un suo connazionale; tipo brutto, rosso di pelo, sudato, ingrugnato. L'uomo stava alzando le mani su di lei quando, vedendo Johnny fermo sulla soglia, si era bloccato, sbalestrato. E, in quell'istante, Katrinka gli aveva dato uno spintone.
La finestra si era aperta come da sé. Sul volto dello straniero era apparsa una "O" simile a una vecchia moneta da cinque marchi.
Johnny e la ragazza avevano guardato il tizio cadere all'indietro con lentezza irreale, un birillo del bowling; ma un birillo con le braccia, due scope disarticolate che mulinavano nel vuoto. Un urlo soffocato, seguito da alcuni rumori e poi dal tonfo cupo. Una scena di pochi secondi, ma che il film riproponeva inesorabilmente al rallentatore.
«Ti ricordi?» gli stava chiedendo il Johnny pieno di boria, il Johnny bugiardo, che non era affatto venuto con l'intenzione di salvarlo ma con quella di giudicarlo.
Si ricordava?
Certo che sì. Si era prodigato per far animo a Katrinka, baciando i segni degli schiaffi che le arrossavano le guance, leccando i goccioloni che le rotolavano giù dagli occhi. Dopo era sceso in strada. Il russo aveva tentato di compiere un atterraggio sulle zampe, ora stranamente contorte. Era, però, crepato ugualmente.
Non un cane in vista. Doveva sbrigarsi. Trascinato il corpo dentro l'androne, era risalito per riempire un secchio di acqua calda. Il gonfio portafoglio che aveva sottratto dalla giacca del morto lo aveva consegnato a Katrinka, povera cucciola. Quindi, ginocchioni, aveva lavato ogni traccia di sangue sull'asfalto. Il tutto agendo freddamente, calcolando i movimenti. Che drago. Ogni cosa per Katrinka. Per... fàcch!... per amore.
Due isolati più in là aveva scardinato la portiera di un'automobile. Collegare i fili dell'avviamento era un giochetto che aveva imparato subito dopo le elementari. Sollevato il cadavere, lo aveva caricato sul sedile e, con quel grottesco fardello che continuava a cascargli sulle gambe, aveva guidato fino al suo quartiere.
Ripetendosi: «Ce l'ho fatta, Cristo Santo! Scìtt, fàcch, ce l'ho fatta!»
E dopo?
Dopo gli era riuscito di svegliare Titti. Le aveva mostrato il trofeo di caccia. Vedi? Così forte è il tuo Johnny! Così grande!
Titti aveva fatto certi occhioni, si mozzicava di continuo la lingua. Le aveva dato da fumare un joint prima di ficcarle in mano la Glock. Sparagli!
Tutto era pronto per la cerimonia d'iniziazione: una pittoresca collina di immondizie sullo sfondo, la faccia del morto girata verso di loro, il finestrino del lato guida abbassato. Il russo era come se dormisse, come se (ah, ah!) russasse. La striscia di luce di un lampione gli illuminava la gola, la carne sembrava viva. Johnny aveva aiutato Titti a reggere l'arma per come si deve, a prendere la mira...
Lo sparo, seguito dal bacio della bambina nell'odore eccitante di cordite. Questa era stata la dimostrazione, la prova definitiva: erano fatti della stessa pasta, e complici per l'eternità. La promessa del domani.
Se mai Johnny ne avesse avuto abbastanza di Katrinka, o Katrinka di Johnny, Titti sarebbe stata lì pronta per lui, completamente disponibile.
Cantando a squarciagola, aveva scarrozzato il cadavere per la periferia, lasciando infine la macchina in capo al mondo. Era quasi l'alba quando, a piedi, aveva raggiunto di nuovo l'abitazione di Katrinka - il Triangolo d'Oro, il Paradiso Terrestre. Nessuna risposta al suo scampanellio. Aveva provato e riprovato anche nei giorni seguenti: senza successo. Lei, la più adorata delle bamboline, aveva telato, fatto la bella; se l'era svignata.
«No!»
Grondando sudore, si alzò dalla brandina e si precipitò sul Johnny impostore, su quel fenomeno di un Johnny superdritto e meglio riuscito di lui. Gli sferrò un pugno sul ghigno tagliato dalla cicatrice... e colpì il muro.
Sentì le nocche scricchiolare. Gridò alto. Gridò rauco. Un latrato.
Tornò a buttarsi sulla cuccetta a faccia in giù e pianse. Ma non per il dolore. Piangeva perché si pentiva e perché si arrabbiava di essersi pentito.
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