franc'O'brain - Matrioska
18
L'orologio da polso ronzò alle otto e dieci.
Robert Helmbrecht premette istintivamente il pulsantino che disattivava l'allarme, si rigirò su un fianco e quasi cadde dal letto. Non il suo. Anzi, non era neanche un letto quello, ma un divano. Durissimo.
Aprì gli occhi. Sebbene le tapparelle fossero alzate, da fuori filtrava una luce fioca. I suoi occhiali erano su un ripiano di vetro, a distanza di braccio. Li prese e li inforcò. Il suo sguardo vagò adagio sulle pareti della stanza. Si rese conto di essere nell'appartamento di Miriam: la sentì muoversi di là, sotto la doccia.
Cercò di tirarsi a sedere, ma lo sforzo bastò per strappargli un gemito. Aveva il cervello in fiamme. E d'un tratto ricordò.
La sera prima avevano bevuto insieme, dopo che lei, la donna che gli creava notevoli scompensi chimici, gli aveva telefonato invitandolo a cena. Miriam voleva festeggiare l'ormai sicuro addio al settore "Moda & Highlife" e per questo lo aveva portato in una bettola russa.
Robert aveva storto il muso: con tutti i locali che c'erano a Monaco di Baviera, proprio in quel buco dovevano andare a infilarsi? Ma, sapendo che la scelta di Miriam era motivata dalla prospettiva del passaggio ad altre attività di più pregnante impegno giornalistico (gli disse che ne aveva abbastanza di accorrere a ogni prét-à-porter per redigere articoli su "tessuti eterei, audaci trasparenze, dettagli civettuoli") e, in particolare, dall'appassionato interesse con cui stava seguendo la vicenda del russo trovato morto nella cintura monacense, aveva ritenuto opportuno non protestare. Se lei pensava che quella visita potesse esserle utile, beh, perché no?
Scorrendo il menù, aveva scelto rapidamente un primo - una pietanza dal nome incomprensibile: carne semisepolta da una montagna di pepe a grani e annegata in una salsa al napalm -; Miriam aveva ordinato qualcosa di simile, insieme a una bottiglia di vino della Georgia. Mentre lui si provava a buttare giù il cibo, il cameriere aveva recato loro a sorpresa un altro bicchiere. «Vodka», annunciò con lo sguardo intelligente di un bue. E, malgrado loro due continuassero a dire no grazie, ingiunse, quasi aggressivamente: «Vino e vodka bere insieme!»
Robert non aveva voluto offenderlo: aveva bevuto il vino e la vodka insieme. E, dopo due o tre bicchieri, si era colto nell'atto di congratularsi con la collega un po' troppo calorosamente. Ma... mio Dio, che cosa era accaduto dopo? Si ricordò di essersi alzato (nel porgere a Miriam il conto, quel caprone d'un cameriere aveva consentito a Robert di guardare bene le macchie scrofolose sulla sua faccia) e di essere andato via con lei. A casa di lei.
Aveva cercato di baciarla? L'averla vicina, così avvenente e tentatrice, senza l'intrusione di terzi, gli aveva forse fatto perdere il controllo su se stesso? Chissà se non l'aveva in qualche modo offesa, ferita!
«Vieni a fare colazione.»
Miriam apparve in una veste da camera di Dior, una specie di caffettano sotto cui si vedevano due gambe da atleta di salto in alto. Gli sorrideva in modo cordiale, come sempre, e Robert si sentì rassicurato. Allungò il collo per ammirare quella creatura da sogno che lo reputava un amico; soltanto un amico, purtroppo.
«E dàgli, talpone! Oggi è lunedì.»
Lunedì? Il suo cuore penzolò da una corda. Aveva dormito in pantaloni e camicia. Prima cosa, doveva fare un salto a casa, cambiarsi...
Si rizzò a sedere ed emise un gemito. «Cazz...!»
Miriam rise. «Qui ci vuole un caffè.» E sparì in cucina.
Un lunedì dovrebbe cominciare diversamente, si disse lui. Sbadigliando, si infilò le scarpe e la seguì claudicante come un fantoccio di stoppa.
Mentre si massaggiava con cura il mento, osservò: «Dovrei radermi. Mi sa che oggi arriverò tardi in redazione». Ma pazienza. Non sarebbe stata la prima volta, né l'ultima. Il ritardo serviva a compensare gli orari notturni, quando era costretto alla visione di quegli orrendi spettacoli teatrali giovanilistici di cui doveva riferire agli strampalati lettori del Fax.
Si fermò davanti alla camera da letto. La porta era socchiusa.
Studiando la morbida ampiezza del materasso, che indovinava ancora tiepido del corpo di Miriam, avvertì un formicolio ai lombi. E mormorò gravemente: «Peccato».
Miriam non aveva molta esperienza, ma quella poca le aveva insegnato anzitutto una cosa: nella sua professione, anche il più insignificante dei dettagli può rivelarsi la chiave di volta di un intero labirinto. Per questo la sera prima aveva deciso di fare un salto alla Stanizla, ovvero il Covo dei Cosacchi, di proprietà di Vladimir Tzverok.
Per tutto il pomeriggio aveva tentato di mettersi in comunicazione con il commissario Bittner per parlargli di Katrinka, la ragazza scomparsa, e si era trovata di fronte esattamente ciò che temeva: un'imperforabile parete di centralinisti, agenti, piantoni, contro cui la sua richiesta andava a rimbalzare senza esito. Il commissario non era arrivato, era in riunione, non poteva essere disturbato, era appena uscito...
In casa Bittner la barriera protettiva era rappresentata dalla "zia", la quale, con intonazioni bonariamente affettuose, ma con incrollabile fermezza, le disse di no: no, suo marito non era ancora rientrato e aveva fatto sapere che non sarebbe tornato tanto presto.
Quella fonte di informazioni si era, almeno per il momento, prosciugata. Anche se, da come stavano andando le cose, sembrava piuttosto che dovesse essere lei a tenere informato il commissario.
Il Covo dei Cosacchi si trovava in una via stretta, tra un misto di edifici commerciali e vecchi condomini. Prima di affrontare con Robert il breve vialetto d'accesso, aveva cercato con gli occhi la Mercedes sportiva, ma senza vederla.
L'arredamento del Cosacchi era formale e tetro, l'illuminazione scarsa. Sembrava che la direzione del ristorante avesse calcolato il minimo di luce occorrente perché i clienti potessero leggere il menù. La sala era semivuota e dagli altoparlanti arrivava, sommessa e cupa, la "Canzone del Don".
Mentre erano fermi sull'ingresso, Miriam e Robert furono attratti da un movimento improvviso. Lei riconobbe, dietro il bar, l'efebo già incontrato nella villetta di Tzverok. Anche questa volta ridotto a un'esasperata sinfonia in bianco: camicia bianca, giacca e pantaloni bianchi, addirittura papillon bianco. Le scarpe non si vedevano, ma forse erano anch'esse di quel colore. Il ragazzo le rivolse una smorfietta di riconoscimento, poi finse di asciugare bicchieri.
«Fonzie», gli si rivolse uno dei camerieri.
Miriam e Robert presero posto accanto alla vetrina degli antipasti. Due pinguini repellenti litigarono in russo su chi di loro dovesse servirli, e alla fine vinse il più brutto e unticcio.
Aveva sprecato un'oretta e mangiato malissimo per apprendere solamente che lo stizzoso effeminato si faceva chiamare Fonzie e che aveva il pieno controllo sulla cassa dello Stanizla.
Fu solo mentre si imbarcava sull'auto di Robert che associò: «Fonzie... Alfons? Vestito di bianco? Alfons Zalesky!»
Ora, durante la colazione, Robert la sorprese a fissarlo con quei suoi occhi verdi che, allungandosi verso le tempie, le conferivano un'aria inquietante, felina, da orientale.
Si sentì a disagio. «Ieri sera ho alzato vergognosamente il gomito...»
Miriam lo rasserenò: «Ti sei comportato da perfetto gentiluomo».
«Ah, sì?»
La cosa non quagliò, dunque. Quasi quasi si maledì per questo. Sempre così corretto! Signor Superfino. Beh, se non altro aveva trascorso una domenica sera diversa dalle altre. A prescindere da qualche evento culturale che arrivava a suscitargli un genuino entusiasmo, Robert conduceva una vita alquanto pecoreccia. Miriam rappresentava una delle rare stelle nel suo scolorito firmamento.
Ricambiò debolmente il suo sorriso. Se solo... Sarebbe bastata una manciata di secondi: alzarsi, prenderle il mento tra due dita e stamparle un bacio sulle labbra. Ma no, non avrebbe fatto nulla di tutto ciò. In ognuno di noi alberga un malincolico, e ciò che chiamiamo "noia" è l'inconfessato timore di cambiare maschera ed entrare nel ruolo del nostro ego segreto.
Sussultò nel sentire qualcosa che gli si strusciava contro le caviglie. Si chinò a guardare e: «Toh, il micio», constatò.
Miriam rise. Si era già truccata ed era ormai quasi pronta ad andare incontro al nuovo giorno. Robert rimase a osservarla con un groppo alla gola. Non ci piove: si era preso una scuffia tremenda.
Ormai credeva di sapere tutto di lei. Sotto la scorza di femmina orgogliosa, per la quale la carriera e il denaro sembravano essere gli unici obiettivi, batteva il cuore di una ragazza alla ricerca del principe azzurro. Gli incontri in questo senso non le mancavano; solo che i "principi", come lei gli aveva confidato, si rivelavano puntualmente dei bricconi. «È ora che Cenerentola diventi lei stessa un po' strega», aveva detto la sera prima, ammiccandogli confidenzialmente, complice il vino.
«Uh, è tardi!» esclamava adesso. «Non voglio arrivare in ritardo proprio oggi. Ho un colloquio importantissimo...» Si staccò dal grembo il siamese e, adagiatolo sul pavimento, si precipitò in camera da letto. Il gatto e Robert la seguirono con lo sguardo, in religioso silenzio.
Robert stava ancora infilandosi la giacca (tweed chiaro, toppe di camoscio ai gomiti e spacchetti laterali alla Duca di Windsor), quando lei ricomparve, tutta laccata e infiocchettata. Era persino più bella di prima. La visione lo lasciò senza fiato.
Scesero insieme e, sotto un cielo plumbeo, raggiunsero le rispettive auto. Miriam coprì buona parte del tragitto a velocità suicida, cosicché l'orologio segnava l'ora prestabilita quando la sua Twingo frenò sgommando sull’asfalto davanti alla sede del giornale.
Aveva uno strano sorriso sul volto mentre il portiere le augurava il buon giorno.
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