franc'O'brain - Matrioska


<<< index | avanti >>>


19

Holzner, il caporedattore centrale, fissava la cronista con aria inconsapevolmente truculenta mentre lei gli diceva: «Sono sicura che di mezzo ci sono le intelligence».
«Ehi, piano, piano», la frenò, mettendo le mani in avanti. «Intelligence? In una vicenda di magnaccia, spogliarelliste e squillo? Russi, certo, e con il coinvolgimento di minorenni, ma pur sempre gente di bassissima tacca. Che vuoi che c’entrino i servizi segreti?»
«Secondo me, Filippovic era in un giro molto più grosso», insisté lei. «Chissà, magari ci imbattiamo in un traffico di plutonio o roba del genere.»
«Plutonio?» Holzner aggrottò la fronte. «Toglitelo dalla testa. Semmai il plutonio lo portano in Belgio o in Francia, mica da noi. Certo però che, se fosse come dici tu...»
A questo punto Miriam gli accennò della ragazza scomparsa, e il caporedattore centrale non nascose il suo interessamento.
«Katrinka, eh? Katrinka come?»
«Katrinka... un attimo. Ecco: Kirilenko.»
«E come vuoi ritrovarla? Hai una descrizione attendibile?»
Miriam se l'era fatta dare da Kesselina. «Sedici anni, alta un metro e sessanta, capelli castani. Fino a poco tempo fa abitava in un appartamento per conto suo. I soldi per l'affitto li scuciva il Filippovic. La piccola è sparita subito dopo la morte di lui.»
«Straordinario. Chi ti ha dato la dritta?»
«Le sue ex colleghe», rispose Miriam. E pensò che, se i poliziotti avessero usato più tatto nell'interrogare le "sacerdotesse del peccato", lo avrebbero scoperto da soli. Sicuramente non erano arrivati nemmeno a sapere dell'esistenza di Ljuba, la "veterana" passata a un'attività differente e al contempo affine a quella delle amiche.
«Nessuno ha sporto denunzia, no?» Holzner aggrottò la fronte. «Certo, ci sono tutti gli elementi per un servizio di fuoco. Proprio insolito, il comportamento della polizia. Evidentemente hai ragione: hanno "ceduto" il caso al BND, ai servizi. Ma tu rischi di ficcarti in un vicolo cieco, Miriam. Se è solo una bufala, fallisci in modo roboante. Inoltre: sai quanti minorenni scompaiono ogni anno senza lasciare tracce?»
Miriam lo sapeva: il Fax aveva recentemente pubblicato un articolo su quell'argomento.
«La ragazza è tornata a Pietroburgo», disse. «Bisogna assolutamente ritrovarla. Se aveva un rapporto così stretto con l'uomo che è stato assassinato, deve essere a conoscenza di parecchie cose. Supponiamo che sia in pericolo...»
«Sempre che non l'abbiano già buttata nella calce.» Holzner fece una pausa melodrammatica. «Accade, sai. La calce "brucia" i corpi...»
«... e, comunque», continuò Miriam imperterrita, «se vado laggiù potrò preparare l'ideale appendice al primo articolo. Un reportage sulla prostituzione minorile. Storie di grande attualità. Torbide. Da far rizzare i capelli.»
Holzner ci rifletté sopra, non contento della spiegazione ma accettando l'idea. Era conosciuto per il suo fiuto nello scoprire e promuovere le qualità nascoste dei giovani subalterni e, anche se non lo diceva, ammirava la Mayer per la sua scelta coraggiosa. Miriam desiderava più action, un tipo di giornalismo che la dislocasse in situazioni realmente appaganti: lo aveva sostenuto per mesi, parlando a chi di dovere, armata di quella determinazione che solo talune ragazze possono permettersi senza perdere nulla della loro dignità. Fosse dipeso da lui, l'avrebbe subito mandata a svolazzare per il mondo. Per Miriam il cambiamento avrebbe significato una ventata di libertà, e non poteva che incentivarne l'entusiasmo lavorativo. Ma non era Holzner a suonare il primo violino nell'orchestra del Fax, sebbene gli articoli di fondo portassero tutti la sua firma.
«Uhm», fece, raschiandosi la gola. E poi: «Mi piace la grinta che hai messo in questa faccenda. E so che è piaciuta anche a Faulhaber. Gli parlerò nella riunione di oggi. Ma stai cacciando il naso in un affare molto rischioso, Miriam, e non so se dovresti andarci, in Russia. Ti mancano completamente le aderenze, i contatti...»
«No», lo interruppe lei, sprizzando gioia da tutti i pori. «Qualcuno a cui rivolgermi ce l'ho.»

Gli telefonò da una cabina telefonica, usando la "Call It Omnia". Dopo qualche istante, come si aspettava, si sentì rispondere da una voce metallica, irriconoscibile (sapeva che la si ottiene semplicemente piazzando sul microfono un foglio di carta di alluminio): «Qui Piccolo Zoo. Lasciate un messaggio, per favore. Vi richiameremo».
Quella era una delle formule da lui escogitate per difendere la sua privacy. Ovviamente, per il suo "buen retiro" si era fatto dare un numero segreto, ma si sa quanto poco valgono oggi i numeri segreti. Tzverok docet.
«Sono io», si precipitò a dire Miriam dopo il bip. «Per quel gatto persiano.»
«Hallo», le rispose la voce di Johannes Schmidt.
«Ho bisogno di vederti. Vengo lì da te?»
«No. Non ora. Possiamo vederci però in quell'altro posto.»
Meno di un'ora più tardi si incontrarono in un grill sull'autostrada Monaco-Salisburgo. Nell’arrivare, Miriam trovò l'inviato speciale già seduto a un tavolino riparato. Dovette guardarlo bene prima di riconoscerlo: sembrava uscito direttamente dall'officina di uno sfasciacarrozze. Berretto da camionista con la visiera calata sugli occhi, giaccone di cuoio scuro con il colletto alzato, tuta blu, barba posticcia e occhiali da sole nonostante il clima infame.
Scrutandolo con un misto di ironia e di apprensione, gli domandò: «Travestimento?»
Schmidt scrollò le spalle. «Abbiamo i nostri motivi», rispose laconico.
Lei andò a prendersi un caffè al banco e lo portò lì.
«Allora?» le chiese Johannes Schmidt.
«So che sei in una situazione difficile, ma non potevo fare a meno di sentire il tuo parere», disse Miriam.
Lo mise al corrente delle sue scoperte: il russo morto, il presunto colpevole, le squillo, il ristoratore, la ragazzina scomparsa; e l'improvvisa ritrosia del commissario.
A quest'ultima notizia, Schmidt, che fino ad allora aveva seguito il suo racconto con espressione distratta, sembrò rianimarsi di colpo. «Vuoi un consiglio?» la interruppe di punto in bianco. «Il consiglio di un amico?»
«Ti ho cercato proprio per questo», ribatté lei prontamente.
«Bene. Allora il consiglio è: let it be. Lascia stare, Miriam. Rischi di scorticarti il tuo bel musino fin dall'inizio. Di tagliarti le gambe, se non peggio. Con quelli non si scherza: sono nati molto prima di te. Tornatene alle tue sfilate di moda, ragazza. Pensa ai vantaggi: prestigio assicurato, bei vestiti, conoscenze interessanti e una carriera di tutto comodo.»
Ma avrebbe dovuto saperlo: era il più sbagliato dei consigli. Si trovò di fronte la Miriam che ricordava fin troppo bene: una pantera dagli occhi di fuoco.
«Saranno le mie gambe a tagliarsi, Hannes, non le tue. Se non vuoi aiutarmi, poco male: proverò altre strade. Mi conosci.»
Schmidt annuì. Lo sapeva. Sulle sue labbra affiorò un sorriso mesto. Fermarla non si poteva, ma, per quanto possibile, avrebbe cercato di farle da paladino.
«D’accordo», replicò. «Che cosa ti serve?»
Miriam glielo disse. Le serviva un contatto. Qualcuno che, a San Pietroburgo e dintorni, potesse darle una dritta, metterla sulla pista giusta.
Lui rifletté qualche istante, imperscrutabile. «È troppo tempo che non vado da quelle parti, Miriam. E la gente cambia, ideologicamente parlando e anche materialmente. Per non parlare degli indirizzi. Comunque, c'è qualcuno che ne sa più di me.»
«Chi?»
Il nome di una persona. Quello di una strada. A Monaco. Nient'altro. Non molto, ma un nuovo passo in avanti.
Miriam gli soffiò un bacio attraverso il tavolino. «Grazie, "Piccolo Zoo".»

Entrò in un'oscura botteguccia ai margini della China Town monacense, nei paraggi di Isartor.
Nella vetrina e sugli scaffali erano disposti semi di girasole, bottiglie di vino ungherese e di birra di Boemia, manifesti dell'Intourist e persino una macchina per il caffè marca Budapest. Sembrava un negozio di curiosità, invece era una rivendita di prodotti provenienti dall'Europa dell'Est e, in parte, dai Paesi dell'America Centrale. L'interno odorava di spezie e olio rancido.
Fu accolta da una matrioska in carne e ossa, perfettamente analoga a quelle che si allungavano su una scaffalatura.
«Signora, desidero parlare con suo marito», abbozzò.
«È nell'office. Venga.»
La donna la condusse nel retrobottega, un bugigattolo vuoto tranne che per una scrivania inondata di estratti di conti, lettere e pacchetti aperti. Dietro quella diga di carta era trincerato Joseph («Come Stalin!») Rinaldini: il più laborioso dei commercianti nel cuore della metropoli del lavoro.
L'uomo le diede un caloroso benvenuto. La stava aspettando, spiegò: aveva ricevuto una chiamata dal Piccolo Zoo.
Benché fosse di origine italiana, Rinaldini si trovava a suo agio in qualsiasi zona dei territori dell'ex Patto di Varsavia. In gioventù era stato un esponente di rilievo del KPD, senza però mai raggiungere una posizione dirigenziale. Aveva sposato una russa: Sveta, la matrioska che lo aiutava a gestire gli affari.
Dietro l'apparenza di provvisorietà e di raccogliticcio, si nascondeva una ricca impresucola di import-export tra la Germania e l'ex Unione Sovietica. Naturalmente le entrate più ingenti le faceva registrare l'export. Da quel negozietto trascurabile partivano verso le nuove frontiere tutte le merci possibili: frigoriferi e "avtomobili", "televizory" e "radioapparatura"; roba dichiarata al fisco con glasnostica meticolosità.
«Così vuoi andare a San Pietroburgo.» Joseph Rinaldini chiuse gli occhi e li riaprì. «Una città fantastica. Anche se io preferisco il vecchio nome: Leningrado. Del resto, i suoi stessi abitanti la chiamano Petrograd, perché Petersburg ha un suono troppo... germanico.» Le indicò uno dei poster incollati alle pareti. «Quello... lo avrai senz’altro riconosciuto... è il Palazzo d'Inverno.»
Sì, Miriam ne aveva veduto l’immagine in molti libri e riviste. Nel 1917, quando i rivoltosi invasero il Palazzo d'Inverno, si trovarono davanti più di mille stanze, più di cento scale e circa milleottocento finestre, oltre a una mappa della Russia di ottomila metri quadrati incastonata di smeraldi, rubini e pietre semipreziose. Sgomenti da tanto sfarzo, soldati e marinai lasciarono intatto il palazzo degli zar.
Distogliendo gli occhi dalla locandina turistica, Rinaldini continuò: «L’odierna San Pietroburgo rispecchia fedelmente la società russa, piombata ormai nel caos totale. La città è diventata il centro operativo di bande mafiose, ma lì vive anche tanta brava gente che meriterebbe molto di più. Le antenne dei più giovani sono costantemente puntate verso l'Occidente... È stato così fin da sempre. Mentre oggi i giovani pietroburghesi vanno pazzi per il video system e l'hip hop, la generazione degli anni Sessanta ha avuto i suoi scatenati yé-yé e i suoi beatnik. Allora gli oggetti del desiderio erano jeans e dischi di jazz e pop». Sorrise, nel rievocare qualche ricordo personale. «E tu», riprese, «vuoi andarci.»
«Per lavoro», confermò lei.
«Certamente saprai come vanno le cose laggiù e non ti sorprenderà di trovarvi uno scompiglio indescrivibile. È un casino, in effetti», ribadì il commerciante, oscurandosi.
«Hanno scelto la libertà», osservò Miriam. Ma notò il lucore negli occhi del vecchio militante, un accenno di lacrima nostalgica.
«Macché libertà. Hanno scelto il disordine, l'anarchia. Se non altro il comunismo era un fattore di coesione...» Rinaldini la fissò per un lungo istante, come se lei avesse stampigliata sulla faccia la carta politica del mondo. «Hanno sbagliato tutto», dichiarò. Poi le mise in mano una rivista. «Kommerceski Magazin: una pubblicazione che rispecchia il pionierismo capitalista. Dovresti leggerla, per comprendere l’assurdità della situazione. Li ho conosciuti, sai, questi squali russi, ucraini, lituani. Non hanno morale, non hanno scrupoli. Negli ultimi mesi non mi sono quasi mai mosso dalla mia bottega, ma, se e quando avrò l'occasione di tornare in Russia, cercherò di evitare qualsiasi incontro con questi neoricchi. Sono vuoti dentro. Hanno il simbolo del dollaro sulle pupille...»
Miriam spostò il peso del proprio corpo da una gamba all'altra. Si stava strettini, in quell'"office", e una seconda sedia non c'era. Mentre Sveta origliava simile all'operatrice di una stazione radar, l'uomo proseguiva:
«Ma finalmente qualcosa si sta muovendo. Fino a due anni fa nessuno poteva immaginare che un partito comunista avrebbe svolto nuovamente un ruolo pregnante nella politica russa. Tutti seggi conseguiti con il consenso degli elettori, e dunque a furor di popolo, e ciò dopo il netto "no" alla NATO e dopo aver dichiarato illecito lo scioglimento dell'Unione Sovietica. Certo, hanno dovuto escogitare una campagna populista, dare una versione revisionista della storia sovietica. La parola "collettivismo" è stata sostituita da obscinot, "comunanza"; elogiano la Santa Russia e promuovono l'idea slavofila del sobornost...»
«A me», lo interruppe Miriam, «interessa sapere il tipo di commerci clandestini in atto tra Russia e Germania.»
«Beh», fece Rinaldini. «La mafia dell'Est è attivissima... I loro commerci? Puttane e armi, in primo luogo. E beni artistici.»
«Beni artistici?»
«Purtroppo sì. Nell’ultimo decennio un numero incalcolabile di opere d'arte ha lasciato la Federazione Russa per essere "inghiottito" dal mercato nero.»
«Che specie di arte? Icone? Oggetti d'oro?»
«Ne ho una modesta collezione. Seguimi», la invitò, felice di farle da mentore. Disse qualcosa alla moglie, prima di aprire una porta che immetteva nel loro appartamento. «Lavoro e casa: tutt'uno», rise, notando lo stupore di Miriam.
Il soggiorno di Joseph e Sveta era un vero e proprio museo della cultura slava. Le pareti erano adorne di quadri naîf dai soggetti immaginifici e straordinariamente ricchi di colore. Dentro una teca di cristallo c'era la miniatura di un trenino che sembrava completamente d'oro, posato accanto a un uovo incastonato di pietre luccicanti. Miriam ne fu attratta come una falena.
«Fabergé», le illustrò Rinaldini. «L'orafo degli zar. Beninteso: queste sono imitazioni, fatte per un film. Quei dipinti, invece», continuò, indicando tre quadri incorniciati e muniti di vetro antiriflesso, «sono di valore incalcolabile. Labedev, Moisenko... Artisti che nel periodo staliniano hanno potuto lavorare solo clandestinamente e frequentare circoli ristretti. Nelle mostre ufficiali di allora era ammesso un unico stile: quello del realismo socialista. Krusciov poi avviò un processo di destalinizzazione, ma anche lui fu sempre severo con gli astrattisti, con i moderni. "Anarchia! Immondizia! Pederasti!" tuonava in pubblico. Che idiota. I primi di questi quadri furono portati all'Ovest da pochi intrepidi idealisti, trenta, quarant'anni fa. Soltanto ai nostri giorni simili capolavori vengono riconosciuti e apprezzati in Occidente. Ma non sono soltanto i dipinti a fruttare. Ostensori, gioielli, medaglioni... Come saprai, a cominciare dagli Anni Venti Stalin fece abbattere in tutta la Russia cinquantacinquemila chiese. Nella sola Mosca furono rase al suolo nove chiese su dieci. E i tesori finirono nei sotterranei delle banche svizzere. Con l'implosione dell'Unione Sovietica, si è aperto il dibattito sulla ridistribuzione delle ricchezze appartenute al vecchio Stato. Una questione ancora irrisolta. Nel frattempo, i politicosauri corrotti si sono appropriati di quasi tutto...»
«Per smerciarlo all'estero, ricavandone miliardi.»
«Sì. Vieni.» Rinaldini la ricondusse nel retrobottega. Chinatosi sulla scrivania, scribacchiò qualcosa su un biglietto. «Eccoti l'indirizzo di un uomo che potrà esserti d'aiuto. Abita a Mosca, non a San Pietroburgo, quindi ti toccherà fare un supplemento di viaggio. Ma lui sa veramente tutto su tutti.»
Miriam infilò l'indirizzo nella borsetta. «Che tipo è?»
«Lev Polezhaev? Da quando ha lasciato il KGB lavora come investigatore privato. Puoi immaginarti che è piuttosto in gamba. Un personaggio dritto, un hombre vertical.» E la congedò con questa raccomandazione: «A Mosca evita di ordinare salsiccia. La salsiccia moscovita» (rabbrividendo) «è una flaccida massa color giallogrigio, a dir poco disgustante...»

 

© 2007, 2015, 2020 by franc'O'brain


<<< index | inizio pagina | avanti >>>