franc'O'brain - Matrioska


<<< index | avanti >>>


20

Quando la porta della sua cameretta cedette sotto la violenza dei calci, Kesselina si portò una mano alla bocca. Aveva chiuso a chiave, ma in quell'appartamento non era permesso di isolarsi del tutto.
Il gigante che soprannominavano "Petruska" spinse la porta, che il contraccolpo avrebbe voluto far richiudere, e fecero il loro ingresso altri due uomini: uno era Tzverok; il secondo lei non lo aveva mai visto.
Quest’ultimo la osservò leccandosi le labbra e massaggiandosi le cosce. Aveva la faccia lardosa, da bulldog ipernutrito.
Tzverok avanzò, andandole vicino. «Quante cose mi avevi promesso, fiorellino, quando ti ho raccolto nelle fogne di Voronez!» proferì gravemente. «Se non fosse stato per me...»
Kesselina lo fissava con occhi colmi di sgomento. Le sue compagne dovevano aver udito il frastuono, eppure se ne restavano tappate nelle loro alcove. Ma non provò rancore nei loro confronti: al loro posto, lei non avrebbe agito diversamente.
«Quante, quante belle promesse mi avevi fatto!» continuò Tzverok con aria afflitta. E le afferrò il polso, storcendolo.
«Non farmi male», supplicò Kesselina con un mezzo singhiozzo, lasciandosi scivolare sul pavimento.
Il gorilla e lo sconosciuto seguivano la scena ridendo in silenzio, come cani.
«Spifferare le nostre faccende a quella giornalista ficcanaso...» Tzverok scosse la zucca, come se fosse rammaricato per lei.
«Io non ho detto niente!»
«Vuoi che ti faccia livida?»
«Niente!» ripetè Kesselina.
«Davvero? E chi le ha raccontato di Ljuba?»
Kesselina boccheggiò. Era un segreto? Non lo aveva saputo! E perché mai, poi...? Dietro la facciata dell'attività gastronomica, Vladimir Tzverok guidava un giro di prostituzione: ecco tutto quello di cui lei era a conoscenza. Né voleva conoscere altro. Poteva darsi che Vlado si fosse ritagliato una piccola fetta anche nel mercato della droga... Ljuba le aveva sempre dato l'impressione di farne uso. Era forse per questo che non avrebbe dovuto rivelare alla reporter l'esistenza della donna?
Vladimir Tzverok continuava a scuotere la testa, fissandola negli occhi. «Sei una stupida gallinella. Devi ancora imparare tante, tante cose.»
«Perdono», implorò la ragazza, nonostante fosse persuasa di non avere nessuna colpa. Dio, come deplorava di averlo seguito all'estero! Del resto, i debiti con lui, caso mai ne avesse avuti, li aveva già ripagati a sufficienza.
A un cenno del suo boss, l'uomo dalla faccia lardosa si fece avanti.
«Permettimi di presentarmi», le disse con un ghigno odioso. «Mi chiamo Arkadij. Da oggi sarò io il vostro angelo custode. Dillo alle altre.» E le mise le mani addosso.
Mentre Tzverok lasciava la stanza, il gigante Petruska rimase di guardia alla porta, godendosi la scena.

Lunga, secca, piatta come un asse da stiro, naso da gufo e capelli tinti nella più improbabile sfumatura rosa: così si presentava Gottfrieda Wunderlich, detta Spasimo & Dolore. A conoscerla meglio, la sua persona stimolava una sensazione finanche più urtante. L'impiegata dell'economato del Fax era una sorta di megera macilenta e dai modi arcigni. Ebbe un sorriso di strazio, camuffato da cordiale sollecitudine, quando Miriam le consegnò il foglio con su la firma del direttore.
«Pietroburgo», constatò Gottfrieda con bilioso interesse. «Un bel viaggetto.»
Probabilmente non si era mai concessa una vacanza all'estero. Ai suoi occhi chiunque vi si recasse in missione andava incontro a chissà quale avventurosa crociera su mari incantati, tra effluvi di gelsomino e in compagnia di qualcuno dei vip di cui rigurgitavano le pagine del loro settimanale.
«Domattina, di già?» osservò, scorrendo il modulo. «Non so se...»
«Se si sbriga», le tolse la parola Miriam, «vedrà che ci riesce.»
Sprizzando veleno dagli occhi, Spasimo & Dolore diede di piglio alla cornetta telefonica.
L'indomani, di buonissima ora, Miriam poté ritirare il biglietto d'aereo, le carte di credito e la prenotazione alberghiera.
«Buon viaggio», le augurò con voce incolore la gretta signora Wunderlich.
Ma lei era già uscita.

Aveva ottenuto il nulla osta poche ore dopo aver parlato con Holzner.
Preso in disparte Faulhaber, il caporedattore centrale aveva attaccato incerto: «È per la Mayer. Sta lavorando molto bene. Si presenta con professionalità, con tutti i crismi, e pensavo che potremmo mandarla...»
«Mandiamola», lo aveva interrotto Faulhaber.
«In Russia?» aveva chiesto Holzner, allibito. Come faceva il direttore a sapere, così presto...?
«Embè? Volevi mandarla da un'altra parte?»

Il volo Monaco-San Pietroburgo durò poco più di tre ore. L'atterraggio all'aeroporto di Pulkovo avvenne alle quattordici ora locale, in perfetto orario. Seguendo il suggerimento impartito dagli altoparlanti di bordo, Miriam aveva già pensato a spostare le lancette del suo orologio, arretrandole di due ore.
Era equipaggiata di nulla o quasi (per abitudine viaggiava sempre con il minimo indispensabile, chiuso in una robusta valigetta-zaino), il che le fu di grande vantaggio, considerando l'interminabile attesa alla dogana e la confusione che imperversava attorno ai nastri trasportatori dei bagagli.
Fu attratta da un manifesto su cui erano ritratte alcune persone scomparse. "Chi li ha visti?" chiedeva in russo la didascalia. Si fermò un attimo a osservarne i volti. Tra di loro si trovava anche una ragazzina di non più di sedici anni, quasi una bambina. Come Katrinka.
Si sentì toccare il gomito. «Taksí», sibilò un ometto segaligno, aggiungendo: «City». Miriam lo seguì all'esterno. L'ometto non aveva neanche un cappello che lo qualificava come tassista. Quando poi Miriam vide la sgangherata Sciguli verde con cui avrebbe dovuto viaggiare per i diciassette chilometri che separavano Pulkovo dal centro, e, soprattutto, quando scorse il tizio sospetto che già sedeva accanto al posto di guida, si fermò di botto.
«No, grazie», disse.
Il tassista tentò di strapparle la valigia di mano, ma lei si difese. Girò sui tacchi e si avviò verso una fila di altri tassì, cui, perlomeno, i quadratini neri sul fianco conferivano un aspetto vagamente ufficiale. Anche lì però fu quasi aggredita, e decise perciò di andare al capolinea degli autobus, qualche metro più avanti.
Controllando la sua nota spese, Spasimo & Dolore si sarebbe di sicuro meravigliata di tanta parsimonia e, nella sua inguaribile malevolenza, l'avrebbe considerata poco consona allo stile di una reporter del Fax. Ma pensasse pure quel che voleva.
L'Aeroflot Express contrassegnato con il numero 39 lasciò Miriam Mayer alla stazione del metrò Moskovskaja.
Affrontando le scale luride, lei puntò sullo sportello su cui stava scritto: Bilétnaja kássa (“biglietteria“).

 

© 2007, 2015, 2020 by franc'O'brain


<<< index | inizio pagina | avanti >>>