franc'O'brain - Matrioska


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Parte Terza

1

Scese all'Astorija, forse il più celebre degli alberghi nella "città di Puskin e di Gagarin" (ma il primo in realtà era nativo di Mosca, il secondo di Smolensk). A quanto ne sapeva, il Grand Hotel Europa e il Marco Polo erano meglio attrezzati e quindi più corrispondenti ai canoni occidentali, ma non poteva lamentarsi: anche se non era particolarmente lussuoso, l'Astorija conservava un'atmosfera dai toni vagamente romanzeschi.
Dopo avere informato la reception dell'ora a cui voleva essere svegliata per la zavtrak, la prima colazione, rimase qualche minuto a osservare dalla sua finestra la piazza di Sant'Isacco. Sul comodino c'era un opuscoletto per stranieri che Miriam aveva già sfogliato, con immagini dell'Eremitage e del Palazzo d'Inverno. La città era senza dubbio una delizia per gli occhi, ma lei si era proposta di iniziare subito le ricerche di Katrinka.
Il portiere le domandò se desiderasse un interprete (pirivodçik) che le facesse anche da guida. Miriam rifiutò gentilmente. Declinò anche l'offerta di un tassì. Il comportamento pretestuoso di questi tassisti le dava sui nervi; era chiaro che consideravano ogni turista alla stregua di una mucca da mungere.
Cominciò il tragitto a piedi. Attraversato il Ponte Azzurro, si diresse tra imponenti palazzi e magnifiche cattedrali verso il Nevskij Prospekt - epitome e landmark di San Pietroburgo. Una marea indescrivibile di gente di tutte le etnie: calmucchi, kirghisi, turchmeni, ucraini, tartari dell'Ural... I negozi offrivano articoli giapponesi e coreani, mentre per le strade circolavano molte macchine costruite all'Ovest.
Decise di non usare troppo spesso la metropolitana. L'imprevedibile Wunderlich l'aveva equipaggiata di una carta topografica che lei aveva già studiato per stabilire le coordinate primarie della città: non si sarebbe smarrita di sicuro. Per farsi una prima idea della vita nella metropoli sulla Neva, compì un lungo tratto su un cigolante autobus Voronesc. L'abbonamento per un mese, valido per tutti i mezzi di trasporto pubblici, le era costato intorno ai cinque euro.
La circolazione era a dir poco caotica. Molti semafori non funzionavano: erano spenti oppure segnavano tre colori contemporaneamente. E, anche quando il semaforo non era guasto, al rosso le auto non si fermavano del tutto, ma avanzavano fino a metà dell'incrocio, rendendo ogni cosa più complicata. La confusione era addirittura indescrivibile nei punti in cui l'intasamento di un tombino aveva formato larghe pozze d'acqua. Un mondo lacerato, squassato, tutto da rappezzare. Qua e là c'era chi riparava la sua Saporoscez, la sua Lada o la sua BMW scarburata in mezzo alla strada.
Dai finestrini dell'autobus vide sfilare alcune donne vestite in maniera elegante, altre che indossavano una tuta grigionera con la gonna infilata sopra (operaie, chiaramente), e ragazzine che sfoggiavano una capigliatura punk.
In un "bar con griglia" di nome Junost, sull'Ulitsa Gertsena, sborsò due rubli per una pizza spessa e gommosa. La scelta era ristretta: pizza Napoli, ai funghi o con uovo. Si decise per la prima, e la mandò giù aiutandosi con un succo di prugne densissimo.
Poiché la via indicata nella lettera di Ljuba a Katrinka non era contemplata dalla sua mappa, domandò un po' in giro. Nessuno, però, sembrava conoscerne l'esistenza. Finché un bukinist, un venditore di libri usati, non le fece intendere di essere per caso domiciliato nei pressi di quell'indirizzo e le disse qual era il percorso da seguire.
La Plóststade Stsástje si trovava molto lontana dal centro; praticamente fuori città. Miriam non poté fare a meno di prendere la metropolitana: fino alla Narvskaja, una stazione singolarmente illuminata a giorno. Emerse in un quartiere pieno di chioschi, sale da gioco e vetrine che mostravano del pollame anemico. Qui il modernismo si coniugava al voodoo. Sotto gli uffici di "agenzie di business" un mucchio di gente faceva la fila per avere una minestra.
Continuando a procedere verso sud-ovest, si raggiungevano le Fabbriche Kirov, con l'enorme torre omonima. Da quel punto cominciavano i dodici chilometri quadrati del Parco del Nove Gennaio. Si fermò nuovamente a chiedere indicazioni e le fu spiegato che avrebbe dovuto scendere due stazioni più avanti. Erano le tre passate e il cielo era coperto: si vide costretta ad accelerare il passo, maledendosi per non aver pensato a mettersi un paio di scarpe più comode. Vicino al parco sorgeva un quartiere di grattacieli puliti e ordinati. Ma non era ancora arrivata: dovette superare anche quel raggruppamento di edifici prima di riuscire a intravedere da lontano la sua meta.
L'indirizzo di Katrinka era in un sobborgo costituito da laidi casermoni risalenti agli Anni Trenta. L'ampia strada che conduceva all'abitato si presentava sconnessa e piena di buche, buche scavate dagli operai del gas e del telefono. Doveva essere stato un bel concerto di martelli pneumatici... Miriam non scorse un solo uomo al lavoro. Erano rimaste le buche, alcune delle quali decisamente larghe e profonde. C'era il rischio che qualcuno vi cascasse dentro.
Erano le quattro e mezza quando arrivò nel sobborgo. Il crepuscolo stava già calando, ma per fortuna la pioggia se ne rimaneva lontana. Dappertutto si accumulava sporcizia, televisori urlavano, bambini baccagliavano per strada e nei balconcini-gabbie. Su un fiamma all'aperto venivano arrostite castagne e patate. Era una città dormitorio trasformatasi via via in un'isola separata, in un'ennesima sede di carenze, abusi, emergenze.
La presenza di Miriam in quel termitaio non poteva passare inosservata: centinaia di paia di occhi ne seguirono l'incedere. Ma lei non era tipo da farsi prendere dal panico, e marciò a testa alta in mezzo a lavoratori che non lavoravano e a scolari che non andavano a scuola. Una voce di donna le gridò dietro qualcosa che lei non si sforzò neppure di comprendere.
Davanti a un edificio della Plóststade Stsástje un gruppetto di persone si era raccolto attorno a una bara aperta: i congiunti e i vicini di casa rendevano l'ultimo tributo al caro estinto. I russi non hanno timore dei morti. Anche dopo un'autopsia o un incidente stradale, i cadaveri - ricuciti alla meglio - vengono esposti per chiunque voglia lanciargli un'occhiatina.
Il caseggiato contrassegnato con il numero 15 era uguale a tutti gli altri: un gigantesco, annerito silo di cemento. La luce era guasta; sulla porta dell'ascensore un cartello avvertiva:

Ni rabòtajet

(non funziona, fuori uso).
Arrivata al quinto piano senza ancora imbattersi nel nome "Kirilenko", si fermò per riprendere fiato. E all'improvviso trasalì: qualcuno, nella semioscurità, la stava guardando. Intravide una silhouette, in cui a poco a poco mise a fuoco i contorni di un giovane alto e magro che se ne stava appoggiato al muro, a metà della rampa. Gli sorrise incerta, e lo sconosciuto la interpellò in inglese.
«Chi cerchi?»
Miriam glielo rivelò in russo.
«Vuoi dire Katja», fece il giovanotto.
«Katja? Si chiama così? Non Katrinka?»
«Si chiama Katrinka, certo, ed è una Katja», le disse di rimando lui. «Che significa... ehm... ragazza cattivella.»
Mentre parlava, scese un paio di gradini, e Miriam poté distinguerlo meglio. Era di carnagione chiara e aveva il mento incorniciato da una barbetta nera. Reggeva sotto il braccio uno sfilatino e in una mano una bottiglia d'olio marca Neva.
«Io sono un amico di Katrinka», proseguì lui, venendole incontro sul pianerottolo. «Anzi: un suo "fratello".» E poi: «Gregori Savic», si presentò. «Autentico cittadino di San Pietroburgo.»
Probabilmente gli autentici cittadini di San Pietroburgo sono una razza in estinzione, rifletté Miriam. Un po' come i bavaresi a Monaco di Baviera.
«L'elettricità non funziona...» prese a dire, traccheggiando.
«Forse è meglio così», disse lui. «Si vede meno la sozzura. Seguimi, e attenta a dove metti i piedi.»

 

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