franc'O'brain - Matrioska


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«Seguirti? Ma dove andiamo?»
«A cercare Katrinka, no?» fece Gregori Savic, girandosi a guardarla mentre risaliva le scale. Sembrava sottopeso, e la sua andatura era simpaticamente dinoccolata. «Ma non credo che sia ritornata. In quel caso lo avrei saputo.»
Giunsero al settimo piano, dove una finestrella lasciava entrare un debole chiarore che consentì a Miriam di scorgere sui muri alcuni disegni e scritte con lo spray. Gregori suonò un campanello. La porta si aprì e, dopo qualche istante, si materializzò un vecchio in pigiama. Ebbe inizio un dialogo veloce tra Gregori e il vecchio; quest'ultimo, senza mai perdere di vista Miriam, faceva vigorosi cenni di diniego.
«È lo zio di Katrinka», puntualizzò Gregori tornando a rivolgersi a lei. E aggiunse: «Come hai sentito, dice che sua nipote è ancora all'estero e vuole sapere chi sei e perché la cerchi».
«Sono una sua amica. A quanto ne so, Katrinka dovrebbe avere già lasciato la Germania.» Aveva parlato guardando direttamente il vecchio.
In quella si affacciò anche la moglie del vecchio; aveva captato la parte più essenziale del discorso. I coniugi erano pieni di apprensione, si torcevano le mani.
«Tornerà presto, certamente», tentò di rassicurarli Miriam, scandendo le parole.
«Da, da», dissero quelli, visibilmente non convinti. E richiusero la porta.
Un po' sconsolata, lei si accingeva a ridiscendere le scale, ma Gregori la precedette dicendole: «Vieni. Devo andare a posare questa roba». Alzò il pane e la bottiglia dell'olio.
Miriam si strinse nelle spalle. Doveva continuare ad andargli appresso? Beh, perché no? Il giovanotto conosceva Katrinka, e poteva dunque tornarle utile.
Uscirono dal caseggiato e, dopo aver svoltato a diversi angoli, Gregori entrò in un altro edificio, in tutto e per tutto simile a quello che avevano appena lasciato. Anche qui ascensore fuori servizio e muri imbrattatissimi. Senza fiato, arrivarono al dodicesimo piano. L'uscio su cui Gregori batté con un piede era un unico delirio di linee e colori. Dall'interno provenivano ondate di musica rock: il gruppo Avgust in tutta la sua potenza.
Miriam vide comparire sulla soglia una ragazzona sui trent'anni nelle cui vene doveva scorrere sangue mongolo. Una sibiriak, come più tardi le avrebbe spiegato Gregori.
La semimongola squadrò la visitatrice dall'alto in basso e roteò gli occhi, facendo con voce gutturale un commento che Miriam comprese a metà.
Quanti potevano essere gli accenti del russo? Una miriade, certamente; tanti quanti erano i popoli e le razze che componevano la Confederazione.
La sibiriak aveva i capelli modellati come un elmo; sopra la radice del naso le cresceva un folto cespuglietto che sembrava posticcio.
«Hi, Olga», la salutò Gregori, gioviale. E, girandosi verso Miriam: «Accomodati pure», la invitò, cerimonioso.
Nell'appartamento si trovavano cinque o sei persone in età compresa tra i venticinque e i quarant'anni. Per la durata di un battito di cuore, ogni tipo di attività cessò e tutti gli sguardi si puntarono su di lei. Miriam indovinò i pensieri di quegli individui: chi diavolo aveva abbordato Gregori stavolta? Un'atleta yankee? La principessa di una casata africana?
Anche qui gli spray avevano lasciato molti segni alle pareti. Nessun mobile, nessun oggetto sembrava trovarsi al posto giusto: un'anarchia totale. Il vetro della portafinestra, che presumibilmente dava su uno dei mille balconi equiparabili a gabbie, era schermato con pezzi di cartone.
«Olga l'hai conosciuta. Ed ecco Ivan, Andrej Pavel, Ruslan Nesterenko...» cominciò a presentare Gregori. Depose il pane e l'olio su una sedia vuota e, indicando l'ultimo dei presenti, che era tornato a battere sui tasti di un computer IBM, annunciò: «E questo è il cugino di Andrej Pavel: Viktor. Podpólje al completo», concluse, allargando le braccia.
«Sarebbe?»
«Podpólje è una rivista. Alternativa, naturalmente. Di protesta. Viktor sta finendo di elaborare la nostra pagina su Internet.»
«Babilónskoje stolpotvor‚ nije», sparò Viktor, che, come il cugino, aveva una bella chioma rossiccia. In più faceva uso di occhiali spessi un dito e vantava due folti basettoni.
Miriam guardò quei comunardi. Erano in forte ritardo all'appuntamento con la storia: rifugiati spirituali degli Anni Sessanta vestiti alla maniera degli Anni Settanta. Capelli irsuti e lunghi, maglioncini che, per contro, arrivavano a stento all'ombelico, e pantaloni di un modello ormai rintracciabile solo nelle boutique per nostalgici di Carnaby Street. Nel complesso presentavano un'aria da studenti un po' stagionati. Come personaggi di Dostoevski catapultati in un universo sbagliato.
L'ambiente era pervaso da un intenso odore di tabacco. Lo scatenato rock degli Avgust fuorusciva da un arcaico registratore Dnjepr che torreggiava tra libri e cartacce varie. Nessuno aveva ancora pensato ad abbassarne il suono.
Gregori le stava dicendo: «La kompjuterisazija della nazione è indispensabile. Normalmente da noi il telefono è ancora quasi un privilegio, a meno che non si sia invalidi della Grande Guerra Patriottica. Con le conoscenze giuste, però, si ottiene ogni cosa. Tenerci collegati alla rete telematica ci costa fino all'ultimo copeco... Ma ormai non se ne può più fare a meno».
Olga si offrì di preparare il tè, ma Miriam aveva deciso di non trattenersi oltre. Salutò i nuovi amici pietroburghesi e loro espressero l'auspicio di rivederla presto. Eh, sì, altroché se l'avrebbero riveduta: non si sarebbero liberati tanto facilmente di lei.
Mentre si avviava alla porta, Gregori le chiese: «Conosci la strada?»
Miriam esitò. «Non ci sarebbe una stazione del metrò, qui vicino?»
«C'è quella di Avtovo, a due chilometri... Ti ci accompagno. Sempre se non ti dispiace, naturalmente.»
«Tutt'altro», rispose lei con un sorriso.
Mentre affrontavano l'interminabile discesa, Gregori volle sapere: «Dove alloggi?»
«All'Astorija
«Ovvio. E da quell'hotel di lusso sei passata a questi nostri bunker. Per la tua amica Katrinka.»
«Che è anche amica tua, no?»
«Amica e sorella, giusto.»
«Eppure la chiami Katja», osservò Miriam.
«Ti dirò: è una Katja. A proposito, come l'hai conosciuta?»
«Non come forse pensi tu.»
Gregori ridacchiò. «Infatti. Stavo pensando proprio a quello.» E, così detto, si fermò su un pianerottolo per guardare fuori da una finestrella. Le indicò un punto lontano. «Vedi laggiù? Ma dove guardi? Là.»
Oltre il fiume, sopra cui aleggiava una nebbiolina lattiginosa, il cielo si andava oscurando. Una striscia rossastra all'orizzonte rischiarava una distesa di alberi che, vista da quella prospettiva, appariva incommensurabilmente vasta.
«Là incomincia la Carelia.»
Che Paese sconfinato! si disse Miriam. E così vario! Un insieme di mondi in collisione... L'uragano della storia tormentava senza tregua il paesaggio e, sotto i colpi di maglio del cambiamento, la terra vacillava come dilaniata.
Sussultò avvertendo il corpo di Gregori che la sfiorava e l'alito di lui solleticarle una guancia.
Si sottrasse repentinamente e: «Andiamo», disse, riprendendo a scendere.
«Ehi, piano», protestò Gregori, colto in contropiede.
Appena fu in strada, Miriam si strinse nella giacca. Ora non potevano esserci più di sette o otto gradi. Lo scenario si era svuotato e si udiva soltanto lo strepitare delle tivù. A un certo punto le sembrò di riconoscere una canzone dei R.E.M.: glasnost - l'"apertura" - furoreggiava anche sul piccolo schermo.
Mentre camminavano, Gregori si prodigò a raccontarle di sé e dei suoi amici. «A Podpólje collabora una ventina di persone. Ma è chiaro che molti di loro vengono alla nostra sede per svagarsi, ballare, bere. E per chiacchierare. Già: adesso persino da noi si può parlare liberamente. Più o meno. Discutendo dei problemi, si cercano le soluzioni. Prima invece non si poteva neppure fiatare...»
«Anche Katrinka fa parte del vostro giro?»
Gregori annuì. «Quando non le era ancora preso la briga di tentare la fortuna all'estero, si faceva vedere spesso da noi. Ma lei è troppo diversa. E troppo giovane. Appartiene alla Generation P. "P" perché bevono Pepsi. Sono cresciuti senza un vero credo, né politico né religioso. Abitanti del pianeta degli svuotati. Katrinka è una piccola borghese viziosa. Non si vestirebbe mai come noi... Vedi, ovunque sta nascendo un movimento che si rifà agli stilyagi, la versione russa dei teddy boy. E tanti altri vivono in comunità che ricordano quelle degli hippie...»
«Ma che cosa vi proponete, di preciso?»
Gregori fece spallucce. «Andare controcorrente. Quelli venuti prima di noi hanno perso troppo tempo a combattere contro il comunismo, invece di combattere per una migliore democrazia. Noi siamo per un'autonomia sia dal capitale sia dal cosiddetto socialismo reale. Per il momento puntiamo sull'affermazione della nostra rivista, che è affiliata alla Dempressa, la stampa democratica. Poi si vedrà. Pensare al futuro, tanto, è inutile. Il domani è un buco nero. In Russia si dice: "Noi facciamo progetti, ma lo sa Iddio!"»
Furono in vista della stazione Avtovo.
«Se ho capito bene, Olga non è l'unica donna del vostro gruppo.»
Gregori gorgheggiò come un uccello giulivo. «No, non sono certo le donne a mancarci. Olga abita nella sede della rivista: con i due cugini e con Natalja, che non hai potuto conoscere perché oggi è al lavoro. Olga ha ventotto anni, anche se ne dimostra di più. Ha lo Spid. L'Aids. Il sesso le è stato vietato per legge. Lei ovviamente se ne frega e lo fa lo stesso. Tu... quanto pensi di trattenerti?»
«Fino a quando non avrò trovato Katrinka.»
«Devi darle qualcosa? O lei a te?»
Miriam rimuginò qualche istante. «Devo chiederle una cosa», rispose poi, mentre arrivavano al cartello con la scritta Vchod, ovvero "Entrata".
«Allora dobbiamo tenerci in contatto», decretò Gregori Savic.
«Io e tu?»
«Certo. Tu e io. Potremmo cercare quella sperticata insieme...»
«Ottima idea», convenne Miriam.
«E poi, tutta sola, in questa città senza fine... Chissà che cosa potrebbe succederti!» Le ammiccò. Quindi le spiegò dove si sarebbero potuti incontrare l'indomani, prima di girare sui tacchi.
Miriam lo seguì con lo sguardo. Dio, com'era magro! Palestrato, però. Un corpo snello e agile, da vero tigrotto.

 

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