franc'O'brain - Matrioska
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Sul vagone del metrò ebbe sin da subito la sensazione di essere osservata. Colse qualche occhiata, ma ogni volta si trattava di una giovane donna che studiava il suo abbigliamento o di un uomo anziano che la fissava con insistenza. Nulla di sospetto. Cambiò treno all'Istituto Tecnologico, ma riecco quella sgradevole sensazione, che non riusciva a scrollarsi di dosso. Scese una stazione prima del Nevskij Prospekt e camminò veloce nella zona del porto, lungo una strada mediocramente illuminata che correva parallela all'alzaia di un canale. Vide di sfuggita cortili pieni di utensili vari e - non senza raccapriccio - anche alcune carcasse di capriolo appese a dissanguare.
Una, due volte, si guardò alle spalle: pochi passanti, e di nuovo nulla di sospetto. Rallentò il passo. Distinse, nella scarsa luce, il nome della via: Ploshad Mira e qualcos'altro. Prese a costeggiare la Neva. Sapeva che, se continuava a seguire il fiume, sarebbe arrivata nei pressi dell'Astorija. E difatti, dopo aver proceduto per circa un quarto d'ora, intravide il riverbero delle luci del centro città e, più avanti, il complesso dell'Eremitage, l'opera barocca del Rastrelli.
Provando un senso di sollievo, inspirò a pieni polmoni l'aria fresca e salmastra. La Neva scorreva gelida e metallica. Un pullman che trasportava una falange di turisti passò via rombando. Quella forma laggiù in fondo... era il monumento del Cavaliere di Ferro, no?
All’improvviso i capelli le fluttuarono sulla nuca, come se qualcuno le avesse soffiato alle spalle. Si voltò di scatto.
Uno sconosciuto si era avvicinato fino a due passi da lei. Nel pugno stringeva un rasoio affilato.
«Suszet, tavariška», ringhiò il tizio, afferrandola per un braccio. La lama le calò vicinissima al volto. Lei la schivò con uno scarto terrorizzato.
L'uomo rise mentre persisteva ad artigliarle il braccio. Era un rapinatore? No, non sembrava essere allettato dalla sua borsetta. Teneva piegata la bocca su un lato, mostrando una dentatura sporca e irregolare. Gli occhi erano due pozzi senza fondo.
«A noi non piacciono gli stranieri che vengono qui a ficcanasare», sibilò lo sgherro. «Ma anche se sai qualcosa fa lo stesso, angioletto. Tanto non potrai mai usarlo contro di noi.»
Miriam si sentì catapultata in un film di spionaggio. Tutti gli anni della Guerra Fredda riaffiorarono in quell'istante come graffi su un disco di vinile; un disco talmente malandato che la marcia suonava come una polka stonata.
Allora è vero, si disse. Era vero: dietro all’omicidio del Filippovic e alla scomparsa di Katrinka si celavano degli affari grossi. Aveva visto giusto, checché ne pensassero al giornale.
Con uno strappo brusco riuscì a sganciarsi e a correre via. Ma dopo pochi metri sentì la botta alla schiena. Rotolò sul marciapiede con un grido. E l'uomo sopra di lei. Era una ventina di chili più pesante di Miriam, e lo sforzo che aveva compiuto per raggiungerla doveva averlo sfiancato: ansimava spasmodicamente
nel tentativo di trattenere quel corpo di gatta che gli opponeva una resistenza disperata.
Ritrovandosi con i polsi imprigionati, Miriam alzò di scatto la testa e lo colpì alla bocca. Si sentì penetrare i denti nella cute. L'assalitore lanciò un aspro suono gutturale e si portò una mano alle gengive, da cui già sprizzava il sangue. Miriam cercò di aiutarsi con la mano libera per scivolargli da sotto, ma lui la schiacciava con la sua massa, fissandola con occhi ancora più neri e taglienti.
E in un lampo le sembrò di essere dentro un film differente: un film dell'orrore. Il cuore del becero batteva come impazzito, il sudore gli sgorgava da tutti i pori, mentre il suo sangue le gocciolava sul viso. Lo avvertì flettere i muscoli e sentì l'urlo di dolore trasformarsi in un ululato furioso. La mano con il rasoio si abbassò veloce, ma Miriam reagì con il provvidenziale attimo di anticipo. Mentre girava la testa di lato, colpì l'aggressore con un ginocchio. La lama la mancò per un capello, spezzandosi contro il selciato, e il corpo di lui si sbilanciò su un fianco.
Miriam sgusciò via, rotolando su se stessa prima di rimettersi in piedi. Se la batté di gran carriera. Dopo qualche metro, un tacco le si ruppe con un rumore secco. Si tolse le scarpe (l’uomo intanto fissava stupidamente il manico del rasoio e le proprie dita colorate di rosso) e riprese a correre. Per fortuna lui non si pose alle sue calcagna, ma, imprecando a gran voce, si diresse verso un'auto che lo aspettava. Subito dopo l’auto si allontanò a marmitta spalancata.
Miriam era salva, e a salvarla nel più insperato dei modi era stato un cigolante autobus stracarico, identico a quello che aveva preso quel mattino, venuto a fermarsi placidamente a una decina di metri dal luogo dell'aggressione. Ne vide scendere una frotta di uomini in tuta da lavoro, che la guardarono con curiosità. Uno di loro le si avvicinò domandandole che cosa fosse successo.
Ma non era il momento adatto per le spiegazioni. In fretta andò a raccogliere le scarpe e, con un salto, fu a bordo del lumacone pubblico, brandendo l'abbonamento che aveva tirato fuori dalla tasca del soprabito.
Evitando lo sguardo dei pochi passeggeri rimasti seduti e reggendo nelle mani scarpe, borsetta e abbonamento, puntò verso un sedile sul fondo e vi si accoccolò. Si sentiva la gola asciutta. Premette un fazzoletto contro il punto della testa con cui aveva colpito lo sgherro e poi si ripulì le macchie di sangue dal viso.
Mentre osservava dal finestrino un canale pieno di barche in rada, avvolto dalla foschia e sovrastato da una seconda luna (la famosa cometa, adesso ben visibile in tutto l’Emisfero Nord), rabbrividì. Le vennero in mente le esortazioni a rinunciare che le aveva rivolte Bittner e i preoccupati inviti alla cautela di Johannes Schmidt. Chiaramente, aveva subito un'intimidazione. Il perché poteva indovinarlo. Ma da parte di chi?
"Scoprilo ed entrerai nell'albo dei grandi reporter", le disse la voce di Hannes.
Scese all'altezza del Cavaliere di Ferro e, con le scarpe sempre in mano, si indirizzò all'albergo. Ogni volta che una vettura la superava riempiendo il silenzio, Miriam la seguiva con uno sguardo pieno di struggimento, passandosi la lingua sulle labbra inaridite. Nessun tassì in vista. Logico: quando occorre, non se ne trova mai uno. Priva di quella comodità si sentiva come una bambina abbandonata nel buio a più di mille miglia da casa.
Aveva i piedi gelidi e leggermente escoriati quando giunse finalmente all'Astorija.
© 2007, 2015, 2020 by franc'O'brain
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