franc'O'brain - Matrioska
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Si incontrarono alle nove davanti al cinema Barrikada, sul Nevskij Prospekt. Già a quell'ora la strada ribolliva di vita. Ma non si trattava della solita folla compassata: ovunque fioriva un rigoglio di energia e liberazione. Clown, giocolieri e mangiafuoco animavano le piazzette e le stradine laterali pavesate a festa.
«April Fool's Day», le ricordò Gregori.
«Bello. Ma a me il pesce d'aprile lo hanno già fatto ieri», disse Miriam.
E gli rivelò quanto era successo. Ci aveva pensato a lungo prima di addormentarsi, e anche al risveglio; e aveva risolto che tanto valeva fosse lei la prima a sbottonarsi.
«Ti sei cacciata in un bell'impiccio», commentò Gregori dopo aver ascoltato il suo racconto. «Non so in che tipo di affari sei invischiata ma, se non sono riusciti a eliminarti stavolta, non è detto che non ci proveranno ancora.»
«Non era che un bravaccio», minimizzò lei. Gli espose l'episodio più particolareggiatamente, e Gregori riconobbe:
«Già. Volevano solo metterti paura».
«Slava Bogu.» Grazie a Dio.
«Dovrai però tenere gli occhi ben aperti. E tutto questo per Katrinka? Per mera amicizia?»
Miriam lo guardò di sottecchi. Lei si era sbottonata, almeno in parte, ma Gregori non si sognava neppure di farlo. Da che parte stava? A che gioco giocava? Il loro incontro in quel termitaio non poteva essere stato una semplice coincidenza. E come mai conosceva il suo nome? L’aveva chiamata Miriam... Lei era certa di non essersi presentata la sera prima.
«Ti dovrei dare lezioni di sambo, il nostro judo», le stava dicendo Gregori. «Così potresti difenderti meglio.» Prese a guardarsi intorno. «Quanto hai in tasca?»
Meccanicamente lei contò i soldi. «Trentasei rubli e... venticinque copechi. Oltre alle carte di credito.»
«No, solo i rubli. Per mangiare bastano. Se invece vuoi alcolici e caviale, bisognerà che ti procuri un po' di dollari.»
«Ho già fatto colazione.»
«Bene, come non detto.»
«Ancora niente di Katrinka?» gli chiese.
Gregori inarcò un sopracciglio. «No. Ma non farti venire brutte idee. Lei è un tipetto sveglio e sarà da qualche parte, al sicuro... Ora andremo un po' a zonzo, okay? Già che sei qui devi imparare a conoscere la nostra città.» Le enumerò tutta una serie di cose che meritavano di essere viste. Nel frattempo, senza toccarla veramente, quasi accarezzandole le spalle con la punta delle dita, la sospingeva. Miriam non si oppose, combattuta tra l'attrazione che provava per lui e i dubbi che la tormentavano.
«D'accordo: io Katrinka non la conosco», ammise a un certo punto. «La verità è che ho sentito parlare di lei a Monaco, lavorando a un'inchiesta. Il mio settimanale mi ha incaricato di occuparmi di un articolo sul giro di prostituzione che arriva in Germania dal vostro Paese ed è saltato fuori il suo nome.»
Sul viso di Gregori non si mosse un pelo. Rimase impassibile. Le nuove informazioni non avevano suscitato in lui il minimo stupore. Probabilmente era già al corrente di ogni cosa.
«Katrinka», echeggiò. «Certo, in qualche modo è coinvolta nel giro. Ma perché ti sei messa a cercare proprio lei? In Germania ci sono tante altre russe che...»
«Loro non mi bastano», ribatté Miriam d'impulso. «Quelle che ho contattato non parlano. Non dicono niente. Ho sentito nominare questa Katrinka e, in un modo o nell'altro, ho scoperto il suo indirizzo. Ora, però, più che per me sono preoccupata per lei. Sembra essere sparita e, vista la brutta esperienza che ho vissuto ieri, non vorrei...»
Stavano camminando dietro al Teatro di Posa di Puskin, in direzione dell'Uliza Rossi (Rossi: l'architetto italiano che così tanti contributi ha dato a San Pietroburgo), quando Miriam si arrestò per affrontarlo a viso aperto. «Tu sai dov'è, vero?»
«Chi? Katrinka? No», rispose Gregori, scuotendo la testa.
«E di me, che cosa sai?»
Avvilito, Gregori la fissò negli occhi. «Niente più di quanto mi hai raccontato. Perché?»
Miriam continuò a osservarlo. Sembrava un nobile con addosso la casacca dei contadini, un idealista tolstoiano deciso a fondare una colonia modello. Forse era ingiusta con lui.
Probabilmente gli si era presentata, nella caotica sede di Pódpolje, e dopo le era sfuggito di mente.
Si lasciò guidare come una turista americana ansiosa di apprendere ogni cosa nello spazio di poche ore. Strade, piazzette, canali, ponti. Edifici simili a miniature, altri di un rigore luterano; molte facciate erano verdi di umidità, come nella Serenissima. In certi angoli meno battuti, lontano dai rumori della congestione e del Primo di aprile, si poteva ancora respirare l'atmosfera dell'epoca imperiale, quando nelle grandi residenze si davano balli come a Vienna e a Parigi.
Si sforzò di fare attenzione, di imprimersi nella mente ogni immagine, ogni scorcio. A lungo aveva fantasticato di venire a visitare quella città e, ora che vi si trovava, scopriva di non essere concentrata, di non essere abbastanza serena per assorbirne la magia. Un altro pensiero la disturbava: Gregori non le aveva domandato come mai lei parlava il russo così bene...
Percorsero altre vie, vie affollate con altoparlanti situati sui davanzali e palloncini colorati e organetti a ogni angolo. Quel giorno l’intero centro storico sembrava essere diventato teatro di una rappresentazione grottesca, multiforme, variopinta. Numerosi cittadini erano mascherati o indossavano un costume fantasioso. Un Dracula in un nero mantello svolazzante, che, in preda ai fumi della vodka, mordeva sul collo ogni ragazza di passaggio, avvistata Miriam compì una sinistra virata e puntò su di lei, gli incisivi di plastica bene in vista. All’ultimo momento, però, colpito da qualche cosa, forse dal colore della sua pelle o dalla presenza di Gregori, pensò di risparmiarla.
«Qui il Primo di aprile viene chiamiato Den Durakov», le esplicò Gregori: «"Il Giorno degli Idioti". Molti fanno a gara per vincere il titolo di Buffone dell'Anno.»
«Assegnano anche il titolo di Bugiardo dell'Anno?»
Lui non le rispose. Rimase calmo come sempre.
Proseguirono lungo il porto, e il profumo del mare ricordò spiacevolmente a Miriam l'accaduto della sera prima. Ai moli erano ancorate diverse navi straniere tra una massa di piccoli e grossi bastimenti dell'ex Sov-Trasporti. Qua e là faceva mostra di sé un panfilo. Si fermarono in una delle passeggiate sull'isola di Vassili per guardare verso Kronstadt. Kronstadt, sull'isola di Kotlin, può essere visitata solo dietro invito di chi vi abita, e non prima di aver ottenuto un permesso dal comandante della marina. Quel giorno il faro che le si erge davanti era di un turchino livido, come una combinazione casuale di colore campata in aria.
Gregori le aveva appena proposto di salire a bordo dell'incrociatore Aurora, che era stato trasformato in nave-museo, quando ci fu un poderoso botto.
Mezzogiorno. A quell'ora, a San Pietroburgo invece dei rintocchi delle campane echeggia un colpo di cannone dai bastioni della Fortezza di Pietro e Paolo.
Con i pantaloni che gli si gonfiavano per il vento, Gregori controllò il suo orologio da polso e annuì soddisfatto. L'aggeggio di cui tanto sembrava andar fiero era uno di quei cronometri e cronografi superprogrammati made in Hong Kong con segnale acustico per data e ore-minuti-secondi; una delle "grandi conquiste" della Russia liberalizzata.
«Torniamo indietro», le disse. «Chissà, magari Katrinka intanto è arrivata.»
In autobus raggiunsero la Maiakovskaja. Ci si impiega non meno di cinque minuti per scendere nel tunnel della metropolitana, che è a cento metri di profondità. Sulle scale mobili della Maiakovskaja bisogna tenersi a destra; a sinistra si allarga il baratro.
Uscirono dal metrò all'altezza delle fabbriche Kirov. Gregori si era messo in testa di farle conoscere una stolovaja, una tipica mensa proletaria. La trovarono piena di gente, e furono costretti a dividere il tavolo con altri avventori, tutti in tuta di lavoro. Il Primo di aprile era entrato anche in quegli ambienti, incitando all'ubriacatura; alcuni dei presenti esibivano un naso finto, altri un cappellino di cartapesta.
Le specialità del giorno erano tefteli (polpette in brodo) e zucche cotte; come bevanda si poteva scegliere tra birra, Pepsi, kvas e aranciata cubana. Pur in presenza di un'inflazione con punte vicino al settecento per cento, i prezzi - notò Miriam - erano irrisori.
«Kak váša famílija?» Una robusta operaia dal viso come di ceralacca, sua vicina di sedia, le stava chiedendo il nome.
«Se lo faccia dire da quello lì», ribatté lei, indicando Gregori. E, mentre si levava un coro di risate sgangherate, distolse lo sguardo e... si irrigidì.
Aveva visto qualcuno, un uomo che...
A dire il vero non era sicura che fosse proprio lui: portava un berretto che gli ombreggiava la faccia ed era intento a chiacchierare con tre commensali dall'aria di semplici operai.
Era seduto a un tavolo sul fondo e a una prima occhiata lo si sarebbe potuto scambiare per uno dei lavoratori. Senonché, sotto la giacca di velluto a coste indossava una camicia candida, e i suoi calzoni avevano una piega perfetta.
Un travestimento approssimativo e mal riuscito. Se non era l’Adone che Miriam aveva visto uscire dall'ufficio di Bittner, si trattava del suo gemello.
Si stava chiedendo se dovesse avvicinarglisi e rivolgergli la parola, quando lui si alzò per avviarsi verso l'uscita. Per l'arco di un secondo gli occhi di Alex Loewe sfrecciarono in direzione di Miriam, ma lo sguardo la attraversò come se non la vedesse.
Senza dire una parola, anche lei si alzò. Urtò un'inserviente e, quasi correndo tra le lunghe file di tavoli, uscì in strada. Guardò a destra e a sinistra, ma il "collega" del Fax sembrava essersi volatilizzato.
«Che t'ha preso?» le domandò Gregori, dopo averla raggiunta fuori.
Miriam scosse la testa, e lui rinunciò a ottenere una spiegazione.
Ripresero il metrò. Fino a che non arrivarono alla Plóststade Stsástje, Gregori parlò e parlò. Sembrava in preda a un attacco di euforia: parlò di rinnovamento, di democrazia in rodaggio, di libertà, di autorealizzazione nell'ambito dello stesso collettivismo. Miriam annuiva distrattamente.
Uscirono alla stazione di Avtovo, dove qualcuno aveva scritto su un muro:
It's nike to be here.
Da qualche tempo le etichette mondiali erano una realtà anche in Russia.
A un piccolo incrocio la vita sgorgò improvvisamente da tutte le direzioni, in un tripudio di mortaretti a buon mercato che si lasciavano dietro una sibilante scia di fumo. In breve si formò un millepiedi di gente in costume che li inghiottì. Chi vociava ubriaco, chi vorticava le braccia come pale di mulino... Una donna con un cappuccio nero correva da un capo all'altro del corteo facendo «buh!» per spaventare e far ridere le persone. Soltanto Miriam rimaneva accigliata, malgrado i tentativi del suo accompagnatore di strapparle qualche sorriso.
Al centro dell'incrocio videro appiccare il fuoco a un fantoccio di paglia, tra un subisso di urrà.
Quando finalmente Gregori la portò via da quel tumulto, Miriam si sentì sollevata. La veemenza con cui i pietroburghesi festeggiavano il Primo di aprile, lo spirito da sabba da cui sembravano presi, cominciava a impaurirla. L'atmosfera era carica, esplosiva: sarebbe bastata una minima scintilla per far saltare per aria l'intera città.
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