franc'O'brain - Matrioska
6
Avvertendo un colpetto contro una gamba, sollevò le palpebre nell'oscurità. Si rendeva conto di essere desta, di non stare sognando, pur se fluttuava in un'aura di vaghezza. In testa le martellavano i veleni della troppa vodka. La porta del balcone era stata accostata e ora lasciava spirare l'aria fredda, ma il corpo di Miriam era riparato da una coperta di lana. Con la testa che le girava fuoriosamente, rimase a giacere supina e ad ascoltare le ultime voci ebbre della notte. Un profumo intenso e dolciastro le accarezzò le narici mentre qualcuno si muoveva alla cieca, inciampava un'altra volta, diceva: «Oh!»
Scostato un lembo della coperta, si mise all'impiedi, a fatica. Prima che potesse trovare l'interruttore vicino alla porta, una mano morbida e piccola le afferrò il polso. D'istinto capì che non poteva trattarsi né di Olga né di Natalja. Deglutì. Un barlume rosato si era insinuato tra lei e la parete. Davanti ai suoi occhi, mezza spanna più in basso, galleggiava una macchia chiara: l'ovale di un viso, oppure il suo ectoplasma.
«E tu chi sei? Nessuno mi dice mai niente...» Una voce femminile, in russo.
Miriam accese la luce; e fu come se si fosse ficcata tanti spilli negli occhi. Se li coprì con le mani per proteggerli e finalmente, attraverso le dita socchiuse, vide formarsi una figura. Una donna giovanissima, il cui corpo e la cui faccia emanavano una sensualità ardente.
Le labbra della ragazza si aprirono in un sorriso quando lo sguardo di Miriam scese a esaminare l'abito che indossava - un tailleur che dava risalto a un petto turgido e a una vita snella - e poi risalirono al faccino.
La ragazza la guardò a sua volta, con maliziosa allegria. Miriam era completamente svestita. Nel momento stesso in cui anche lei se ne accorse, rispense in fretta la luce. Sentì l'altra ridacchiare e andare a infilarsi nella toilette. Tornata accanto al suo compagno, Miriam si abbarbicò a lui, rabbrividendo. Poi si riaddormentò, il che equivalse a perdere coscienza.
Gli sormontò le gambe con una coscia, lo baciò. Era mattino, loro erano soli nella stanza e Gregori, nello svegliarsi, aveva pronunciato il suo nome. Lei aveva ancora le vertigini, ma il suo cuore era colmo di felicità. La magnetica presenza di quest'uomo... una congiura alla quale arrendersi con gioia. Gli passò istintivamente le mani dietro la schiena, e Gregori interpretò il gesto per quel che era: un «sì» alla sua voglia non ancora sopita. La sollevò facendola distendere su di sé, nuda e provocante, e disse: «Ljublju».
Baci oppiati, gemiti rochi. Istanti che guizzano rapidi nell'universo caldo dell'amore. Al centro di un vortice di vibrazioni cruciali, con i movimenti dei suoi fianchi che divenivano più ritmici, Miriam si ricordò di qualcosa, un miraggio o visione.
Si girò verso la porta del balcone: era chiusa.
No, non poteva essere.
Per entrare nella stazione ferroviaria bisognava superare uno sbarramento di venditori di articoli da viaggio: sigarette, alcol, caramelline.
Al servizio informazioni le fu comunicato che erano disponibili soltanto pochi posti sui treni del giorno dopo. A un altro sportello le fecero capire che, essendo straniera, doveva mettersi in una fila a parte. Mentre vagava un po' disorientata, un bagarino le si appressò e le offrì un biglietto, come allo stadio. Destinazione: Mosca. Proprio quello che le occorreva. Il prezzo era tre volte più alto del normale, ma l'orario di partenza andava benissimo. Decise ad ogni modo che non era il caso di rischiare e si mise in cerca dello sportello dell'Intourist. Trovatolo, si accodò a un tedesco dalla faccia paonazza che indossava pantaloni a tutti frutti e un gilè di rozza fattura. Dopo un quarto d'ora arrivò il suo turno.
L'impiegato era sgarbato e avaro di parole: uno dei servi perennemente scontenti del sistema - di qualsiasi sistema, non soltanto di quello russo. Miriam gli consegnò gli ottomila rubli richiesti (pari a otto dollari) per il biglietto di andata e ritorno. L'impiegato dapprima arraffò il denaro, poi reclamò il suo passaporto per copiarne i dati sul biglietto.
Le era stato assicurato che per quella tariffa avrebbe avuto uno scompartimento tutto per sé, ma la carrozza a cui fu indirizzata era di sole cuccette. I suoi compagni di viaggio: due donne sulla quarantina e un uomo anziano che puzzava di vodka. Il treno partì alle ventitré e dieci, carico di gente che beveva e cantava nel corridoio. Per farsi fare il letto dovette sborsare altri trecento rubli. La temperatura nello scompartimento non era regolabile e, quando l'aria si riempì di note musicali, scoprì che il volume dell'altoparlante non si poteva abbassare.
«Ni rabòtajet», biascicò allegramente l'anziano con la passione per l'alcol.
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