franc'O'brain - Matrioska
7
A Mosca, dopo nove ore di viaggio quasi totalmente insonne e con il perenne accompagnamento di un'orrenda colonna musicale, uscì dal Metrostroj in piazza della Rivoluzione, davanti alla Porta Borotivskij.
Ai piedi delle scale mobili, un sassofonista suonava “Claire“ in uno stile vagamente bop.
Avvistato un telefono pubblico, Miriam chiamò il numero di Pódpolje. (Il suo cellulare si era rivelato incompatibile con le frequenze moscovite.)
Le rispose Viktor. «Gregori non c'è. Ma che cosa combini a Mosca?»
«Sono qui per il mio lavoro.»
Quando aveva detto a Viktor e agli altri di essere anche lei giornalista, si erano calorosamente felicitati: «Una nostra collega!»
«Dunque non c'è? E dov'è andato?»
«Non lo so», ribatté Viktor. « Tu sai com'è Gregori...»
Veramente non lo sapeva. Non ancora. «Quando lo vedi, digli che torno presto.»
Poco dopo mangiava una ciambella calda in un chiosco all'angolo tra via Cecov e la Sadovaja. Il chiosco portava la denominazione di bistro, che in russo significa "rapido", e una volta tanto si poteva dire: «Nomen est omen». Il servizio era davvero veloce.
Con una seconda ciambella in mano, si avviò su per la Sadovaja fino alla Samotioka, da dove proseguì per il Boulevard Svetnoj. Molte strade erano pattugliate da reketiry, squadre di picchiatori paramilitari assoldati da questa o quell'altra gang. Ormai la capitale era divisa in tante zone, ognuna inflessibilmente controllata da una banda. Nondimeno, non sembrava che vi regnasse il coprifuoco; tutt'altro: Miriam vide valanghe di passanti, a perdita d'occhio. Scansò file di tassì e truci zingari che chiedevano lamentosamente l'elemosina e si ritrovò nel cuore di un mercato. Una massaia si stava lagnando con le commesse di una forneria. Agitando le braccia, inveiva: «Ma che pane avete, di nuovo!» Scene analoghe si ripetevano un po' ovunque, al bancone dei latticini, a quello dei salumi.
Al numero 36 del Prospekt Mira trovò finalmente Il Pescatore. Era davanti a quel ristorante italiano che la aspettava Lev Polezhaev.
L'uomo era sui cinquant'anni, di media statura, con un accenno di pancia e i molari d'oro. A rispecchiare la dettagliata descrizione di Joseph Rinaldini, portava un cappello a tesa rigida e indossava un vestito carta da zucchero, cravatta rossoblu e scarpe di cammello: un Philip Marlowe est-europeo. Sotto il braccio teneva un giornale arrotolato come un cannocchiale.
«Lei è tedesca?» le chiese subito, meravigliato. «L'avrei presa piuttosto per americana.» Quindi le tese la mano. «Come sta il vecchio Rinaldini?»
Il suo inglese era impeccabile. Inoltre padroneggiava il francese e lo spagnolo, e ci teneva a farlo sapere, punteggiando le sue espressioni con vocaboli in quelle lingue. Miriam lo stupì di nuovo, dicendogli che poteva tranquillamente parlare in russo.
Poco dopo, a bordo di una Zil nera, lo mise al corrente di quello che la interessava. Oltre il parabrezza viscido, su strade larghissime, scorrevano intanto immagini da cartolina illustrata: le mura rosse del Cremlino, il Mausoleo di Lenin con il suo picchetto d'onore, la facciata dei grandi magazzini Gum, i candelabri del ponte Ciaikovski, il Bolscioi, la cattedrale di San Basilio, l'Hotel Rossija... Vide persino un circo e un toboga e pensò che mancava soltanto un'adeguata colonna sonora, un Volkslied del tipo Amata capitale, Mosca dorata.
Polezhaev guidava spericolatamente, il cappello sempre in testa. Quando era costretto a sterzare o a frenare a causa di autisti-lumache e pedoni con la testa tra le nuvole, imprecava pesantemente tra i denti. Le imprecazioni divennero addirittura un diluvio quando si trovarono la strada bloccata da un corteo irto di bandiere gialle e bianche: quelle dei nazionalisti. Poco più avanti si imbatterono in una manifestazione di persone inneggianti a Lenin e vestite spiccatamente alla sovietica (colbacchi, cappottacci e scialli rossi). I due cortei sembravano convergere verso lo stesso punto e, secondo Lev, non era da escludere che potessero scoppiare disordini.
Il suo ufficio era ubicato nel Nuovo Arbat, in uno stabile dell'epoca di Krusciov non troppo distante dal negozio di dischi Melodija. Disseminate per il più celebre dei quartieri moscoviti, figure depresse e deprimenti vendevano di tutto: dal cagnolino all'orologio di contrabbando.
Il cubicolo della djesciurnaja era deserto. Il vecchio ascensore funzionava, ma loro salirono a piedi: fino al secondo piano. Facendola entrare, Polezhaev le disse con tono paterno: «Vede, cara amica, la situazione nel nostro Stato è troppo complicata per la sua mente occidentale. L'economia sommersa è l'unica che funzioni veramente, qui. Glasnost - se vogliamo chiamarla ancora così - ha i suoi bravi limiti».
«Vladimir Tzverok», ribatté lei. «Mi servono informazioni sul suo conto.»
L'uomo le fece cenno di sedersi. «Tzverok, Tzverok...» rimuginò. «Mai sentito nominare.»
Avvicinatosi a una credenza a specchio, ne aprì un cassetto. Era, quello, il suo archivio. «Ma posso mostrarle un po' di foto, non si sa mai.»
E le consegnò una busta piena di istantanee scattate di nascosto: uomini che entravano o uscivano da case, al volante di automobili in movimento, in un parco, insieme ad altri uomini... La ricerca non fu facile, ma finalmente, in una delle foto meno riuscite, Miriam riconobbe Tzverok seduto al tavolo di un locale.
Piegò la foto verso la luce e, dopo qualche istante, esultò: «Eccolo qui. L’individuo che intendo io... è lui».
«Sicura?»
«Senza ombra di dubbio.»
Polezhaev si lasciò sfuggire un fischio. «Il colonnello Vlado Krjukov», asserì. «È questo il suo vero nome.» Dopo aver ripreso le fotografie, le mise davanti una scatola di cioccolatini Kosmonavt. Eccetto la scrivania e la credenza, nell'ufficio si trovavano alcuni modellini di storiche astronavi. Sui muri c'erano molteplici immagini di pionieri dello spazio; Miriam riconobbe Juri Gagarin e la cagnetta Laika.
Mangiando un cioccolatino, rimase ad ascoltare il seguito.
«Krjukov: uno degli agenti più sanguinari del KGB. Il suo nome è legato alle "Occasioni umide".»
«Occasioni... umide?»
«Già. Umide in quanto bagnate di sangue. È il gergo della polizia politica. Uno dei loro reparti era denominato così. Mokrie dela. Poi, verso l‘inizio degli Anni Novanta, Krjukov si è messo al servizio di svariati gruppi mafiosi, accumulando una fortuna. È con l'aiuto di uomini senza scrupoli come lui che il gangsterismo può dissanguare le grandi e piccole imprese. Pensi che, attraverso una banda criminale pietroburghese, società come la Russian Oil Company e il Baltstroinvest hanno perso in poco tempo più di un miliardo e mezzo di rubli.» Scosse la testa, addolorato. «Krjukov», riattaccò, tornando a studiare la foto. «Un pessimo delinquente. Ma anche un pusillanime. Quando fu accusato di mantenere relazioni con la Yakuza, la mafia giapponese, riuscì a far perdere le sue tracce. Sicché ora si trova in Germania? È una notizia che farebbe gola a non poche persone.»
Miriam si concesse un altro cioccolatino. «E Katrinka Kirilenko?» domandò.
Polezhaev aggrottò la fronte. Questa volta non ebbe bisogno di guardare nel suo archivio.
«La piccola Katrinka? È una faccenda incresciosa. Molto... delicata. Sicura di essere attrezzata per affrontarla? Parecchia gente ci si è già rotta le corna.» E, vedendo l'espressione risoluta dell'interlocutrice: «Come vuole», seguitò. «Dunque. Katrinka Kirilenko. Caterina di Russia: così la chiamano in determinati ambienti. A tredici anni era l'amante di un maggiore generale del KGB. Poi è passata ad altri letti, sempre più su nelle alte sfere. Pare addirittura che sia stata l'amante di... Insomma, fatto sta che un paio di anni fa è riuscita a sparire, con grande rammarico dei suoi pedofiliaci ammiratori. I quali adesso tremano, perché la piccola sa di loro molte più cose di qualsiasi servizio segreto. Questi politici e capibastioni bevevano, si facevano fare giochetti sporchissimi. Lei sembrava un angelo. E loro si lasciavano andare, chiacchieravano... Secondo qualcuno, l'angelo aveva anche imparato a manovrare un registratore e una macchina fotografica miniaturizzati. Visto il giro che frequentava, certamente non le era difficile procurarseli.» Lev fece una pausa, picchiettandosi una matita sui denti, cogitabondo. «E così anche lei si trova in Germania?» Emise un altro lungo fischio. «Ma sta con Krjukov? Strano. Vlado è un pesce piccolo per gli standard della ragazzina. A meno che...»
«A meno che?»
«Non so. Se la storia delle registrazioni e delle foto fosse vera, la Kirilenko potrebbe disporre di un'arma formidabile e ricattare mezzo mondo.»
«Ma con rischi enormi, mi pare di capire», disse Miriam. «Mentre Tzverok-Krjukov, a quanto afferma lei e anche secondo le notizie che ho raccolto io, non sembrerebbe a corto di mezzi. Quanto possono avergli fruttato le sue losche attività?»
«Quando si è dileguato, con lui sono spariti sei o sette milioni di dollari. L'ultimo vero colpo grosso entro i limiti della legalità lo ha messo a segno adottando la stessa strategia di certi volponi della vecchia nomenklatura.»
«Cioè?»
«Ha speculato con i Voucher del Novantotto.»
«I Voucher del...?»
«Erano una specie di azioni emesse per accelerare la privatizzazione delle ditte. Andarono a ruba fin dal primo giorno. Molti cittadini preferirono però convertirli quasi subito in rubli, in quanto capivano che sarebbe servito a ben poco essere proprietari della parte infinitesimale di un'industria. Una vasta schiera di cacciatori-ombra fece incetta di quei voucher, e coloro che li avevano sguinzagliati, i veri compratori, si sono ritrovati a possedere i mezzi di produzione del Paese. Russian business», sottolineò in tono sardonico. «Krjukov», proseguì, «fu uno dei "cacciatori". Solo che lui, invece di comprare i voucher dalla gente comune, riusciva a procacciarseli alla fonte, cioè presso la banca statale. E poi li girava agli speculatori. Ciò deve avergli fruttato molto. Ma il grosso della sua ricchezza lo ha accumulato in modi diversi. Molto più sporchi. Logico che abbia cambiato aria: da noi si possono operare sofisticati imbrogli finanziari, ma per far fruttare il risultato non c'è che l'estero. Le nostre banche sono a dir poco inaffidabili. E anche la nostra mafia si è dovuta espandere in altri Paesi: non si può cavare sangue da una rapa.»
«Sette milioni di dollari sono una cifretta niente male», considerò Miriam.
«Una cifra enorme per i nostri livelli, anche se insufficiente per controllare alcunché. Ovviamente, non posso valutare quanto questa cifra possa significare all‘Ovest, né se sia sufficiente per tenere lontana la tentazione di fare altri affari poco puliti...»
«Sono venuta qui appunto per cercare di capire di che affari si tratta», replicò la reporter.
«Ah», fece il detective. «Che cosa posso dirle? I criminali di piccola tacca scappati all'estero, i tipi alla Krjukov, in genere si accontentano di aprire una casa di software pirata. O un bordello rifornito con mano d'opera reclutata qui. Altri trafficano in automobili, o con pezzi di ricambio per gli aerei Iliuscin e Tupolev. Cercano di riciclarsi, insomma. Alcuni di loro, i più ingegnosi, e che ancora godono dell’appoggio dei politici di un tempo, agendo da posti lontani e sicuri si comprano la Russia pezzo per pezzo. Terreni e case, principalmente. Ma restano pur sempre dei piccoli manovali del crimine, che vengono usati come nodi di una rete estesa che organizza truffe in più grande stile.»
«Truffe come il traffico di oggetti d'arte?»
«C'è anche quello, sì.»
Miriam ne sapeva abbastanza. Si alzò. «Lei mi è stato di grande aiuto, signor Polezhaev.»
«Badi a se stessa», le raccomandò l'uomo. «Krjukov è senz'altro pericoloso, ma i suoi amici lo sono ancora di più. Per tacere della gente che dà la caccia alla piccola Caterina.» Si rimise il cappello. «In Germania, eh? Dove, di preciso?»
«A Monaco.»
«Monaco... Bene: così posso aggiornare il mio archivio.»
La accompagnò in strada. Poi insisté per invitarla a un bicchierino in un sevan, ovvero in uno di quei locali dove si beve stando all'impiedi.
Miriam accettò. Al momento di congedarsi, gli disse: «Dosvidanija».
«Auf wiedersehen», fu il saluto di Lev Polezhaev.
La giornalista si lasciò fagocitare dalla folla. Poco prima di salire sul treno, vide un "ABTOMAT" con cioccolatini della stessa marca di quelli offerteli dal detective russo. Ma il distributore inghiottì le sue monete e non sputò fuori nulla. Era ora che qualcuno vi affiggesse il cartello: "Non funziona".
Di nuovo fu costretta a dividere lo scompartimento con altri passeggeri: una ragazza sola e una donna con il figlio adolescente, che per fortuna desideravano soltanto dormire e che, in ogni caso, le infusero un senso di sicurezza.
Nel resto del vagone risuonavano voci altissime e cori da ubriachi. La porta dello scompartimento era difettosa e non si lasciava chiudere, e davanti vi passavano e ripassavano certi tipacci che la osservavano in modo quasi aggressivo, attratti dalla sua "diversità". La tualet era sporchissima; inutile pensare di darsi una rinfrescatina o pulirsi i denti per la notte. Da come continuavano a bere gli uomini asserrati nel corridoio, bisognava aspettarsi di tutto. Miriam credette di non potere riposare nemmeno stavolta e rimase a fissare il finestrino, dove però non c'era proprio nulla da vedere: la notte era un deserto d'ebano. Contro ogni previsione, riuscì infine ad addormentarsi, e arrivò a San Pietroburgo riposata e sana e salva, anche se con un leggero raffreddore a causa delle correnti d'aria.
© 2007, 2015, 2020 by franc'O'brain
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