franc'O'brain - Matrioska


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8

La vecchia Moskvic strombettò tre o quattro volte, facendo accigliare il compassato portiere dell'Astorija. Un paio di minuti più tardi Miriam usciva dall'albergo e si sedeva accanto a Gregori.
«È il macinino della rivista», si scusò lui. «Lo usiamo a turno, un giorno per uno. Tieni.» Dal sedile posteriore prese una macchina fotografica: una Cavalier SLR II di fabbricazione tedesco-orientale. Si era proposto di mostrarle gli animali che vivono in Carelia. «Farai foto memorabili», le aveva decantato al telefono: «interi branchi di cinghiali, anatre selvatiche, le marmotte che si risvegliano...»
Imboccarono la M 10 e, dopo soli cinque chilometri, Gregori si fermò a un posto di rifornimento. «Dammi un çjernavez», la pregò. Intendeva una banconota da dieci rubli. «Te la restituisco domani», le promise con un sorrisetto di scusa. E scese per fare il pieno.
Man mano che si inoltravano nella foresta, la strada andò peggiorando: l'asfalto era frantumato dal gelo dell'inverno. Lungo il percorso incontrarono dozzine di squadre di uomini che abbattevano betulle, larici e abeti. Gregori inveì contro di loro. «Li vendono alla Finlandia», spiegò, cupo.
Miriam trovò il tema degno di nota - poteva servire per un altro boxino di contorno al servizio - e scattò qualche foto.
«Aspetta di vedere i cinghiali: ve ne sono di enormi.»
A una biforcazione Gregori infilò una strada più stretta e la Moskvic prese a rullare spaventosamente. I paraggi erano ancora coperti di neve; dai rami pendevano stalagmiti come le gocce di un lampadario di cristallo. Guardando fuori, Miriam si sorprese a pensare che quel paesaggio d'inverno in fondo era connaturale a Gregori: lui aveva una carnagione quasi nivea.
La strada si trasformò in un viottolo, il viottolo in un sentiero e, in poco tempo, si trovarono a dondolare su un terreno che avrebbe creato difficoltà anche a una solida jeep: scabroso, disseminato di radici sporgenti e lastre di ghiaccio.
Finché, senza alcun preavviso, il motore si spense. Lei lo aveva presentito.
«Niente da fare», la informò Gregori, richiudendo il cofano con un sospiro.
«Non hai il telefonino?»
«No. Tu...?»
«Logico», rispose Miriam. Lo trasse dalla borsetta e glielo porse.
Lui inarcò un sopracciglio e prese quell'aggeggio con un'ombra di cruccio sul volto. Poco dopo se ne serviva per sondare l'aria, come se si trattasse della bacchetta di un rabdomante. «Non c'è linea», annunciò infine, con candore.
«Accidenti! E adesso?»
«Adesso andiamo a piedi, che altro vuoi fare? Dovrebbe esserci una capanna, non lontano da qui.» Iniziarono una marcia difficoltosa su un sentiero coperto di vegetazione e completamente ghiacciato. Miriam scivolava di continuo o affondava nel fango fino alle caviglie, mentre le sue guance venivano costellate da gigli di brina. Si coprì di contumelie. Stava sciupando tempo come una cretina, lì, in quella regione semidesertica, con in mano una macchina fotografica d'anteguerra e con un accidente da fotografare. E pensare che il giorno prima si era trattenuta nella stanza d'albergo preoccupata soltanto di curarsi il raffreddore... Se voleva farsi ridere dietro in redazione, non poteva trovare maniera migliore.
«Occhio ai cinghiali», continuava a ripetere Gregori; ma di cinghiali non c’era nemmeno l'odore.
«Quante verste ancora?» gli chiese; e il suo alito si trasformò immediatamente in una nuvola di condensa.
«Non molte.»
Camminarono per almeno un'ora in quella boscaglia selvaggia (ricordava decisamente la giugla, solo in una versione nordica) prima che, avvolta nella caligine, comparisse una casupola in legno. Dal comignolo usciva un filo di fumo. Su un lato era parcheggiato un gippone nero.
«Ehi, di casa!» chiamò Gregori.
Miriam affrettò il passo. Era allo stremo. I muscoli le si erano intorpiditi sotto i vestiti, che ormai parevano di legno. Aveva l'esigenza vitale di sedersi davanti a un camino acceso.
La porta si aprì con un lento cigolio e... Si sentì il collo preso in un cappio.
Sulla soglia era apparso lui. Stavolta ne era sicurissima: lo stesso giovanotto che aveva visto al commissariato e, più tardi, nella mensa delle fabbriche Kirov; lo stesso che aveva incontrato tante volte in redazione, sia pure di sfuggita.
«Alex Loewe», le annunciò Gregori.
Miriam si irrigidì. Anche il tempo si fermò. Si sentiva menata per il naso, ridicolizzata; vittima di uno stupro morale. Gregori aveva giocato con lei fin dall'inizio: offrendosi di scortarla e tutelarla, l'aveva in realtà tenuta sotto controllo. Sì, ne aveva avuto il sospetto, ma non si sarebbe mai aspettata una rivelazione così imprevista e improvvisa. Avrebbe dovuto odiarlo. Invece sentì di avercela fortissimamente con quel suo connazionale che spuntava sempre nei luoghi e nei momenti più impensati.
Loewe la osservava con aria beffarda. «Vieni dentro, al calduccio», le disse in tedesco, una lingua che a Miriam suonava strana e irreale in una simile circostanza. Non dubitava minimamente che fosse stato proprio Loewe a ordire quel retaggio di connivenze e imbrogli.
«Allora? Entri o no?»
Lo sguardo di Miriam fiammeggiò e, suo malgrado, un velo di lacrime le nascose l'impertinente viso del giovanotto.
«Ma che hai? Sù, non fare così...» Loewe fece il gesto di darle un buffetto.
D'un tratto Miriam non riuscì più a contenere l'amarezza che le si era andata accumulando nell'animo. Quasi senza rendersene conto, lo schiaffeggiò.
Quando tornò a distinguerlo, si accorse che lui non si era neppure mosso.
«Mayer», le disse Loewe con voce serena. «Miriam», si corresse. «Ti meriteresti una sculacciata.»


La fiamma nel caminetto crepitava e lei, al colmo dell'ira, fissava i due uomini.
Alexander Loewe raccontava: «È la seconda volta che io e Gregori operiamo insieme. La prima è stata a Mosca nell'agosto del 2002, quando abbiamo sgominato una banda usbeka. Gregori si è fatto le ossa giovanissimo, presso l'ex MWD, il Ministero degli Interni russo, prima di passare al Servizio di Sicurezza Federale. Siamo due vecchi amici, eh, Greg?» Lo diede a lui, il buffetto. «Purtroppo, il nostro mestiere non ci consente di mostrarci insieme in pubblico...»
«Ma io che c'entro?» domandò Miriam. Non avvertiva più il freddo, anche se il suo corpo era ancora impregnato di umidità.
«Non fare la contrita e ascolta, bellezza. Visto che stiamo cercando tutti e tre la Kirilenko, mi è sembrato giusto organizzare questo incontro.»
«Io so perché la cerco. La cerco per un banale, fottuto, stupido servizio su un giornale letto da imbecilli. Ma il mio servizio potrebbe risultare molto meno stupido se sapessi a che cosa serve la ragazza a te. A te e al tuo accolito.»
Loewe la guardò con espressione grave. «Katrinka Kirilenko sa molte, anzi troppe cose. Informazioni che noi dobbiamo assolutamente cavarle.»
«"Noi"?»
«I servizi segreti russi e tedeschi. Sì, ogni tanto lavoriamo insieme... La ragazza potrebbe fornirci dettagli assai scottanti a proposito di personaggi che lei conosce bene anche in senso biblico, avendo avuto a che fare con loro per motivi... professionali. Ma, del resto, penso che tu lo sappia già: Lev Polezhaev ha tanti difetti, tra cui la presunzione, ma nel suo lavoro è un vero asso.»
Lev Polezhaev? L’investigatore moscovita? Dunque la seguivano passo per passo? L'Organizzazione - qualsiasi fosse il suo nome - aveva allungato le grinfie per andarle a poggiarle proprio sulle sue spalle.
Miriam passò al russo. «Ho l'impressione che, poiché ignoriamo dove si nasconde Katrinka, stiamo solo perdendo il nostro tempo.» Fissò Gregori. «Perché noi lo ignoriamo, vero?»
«Totalmente», confermò Gregori con eccessiva prontezza.
La reporter socchiuse gli occhi. Nella sua risposta aveva rilevato un certo squilibrio di tono. Ci sono persone incapaci di mentire senza sentirsi crescere il naso di Pinocchio, e Gregori apparteneva a questa categoria. D'un tratto la verità le saltò in mente, incontrovertibile. E seppe dove e quando lui si era tradito.
Alex Loewe spense la fiamma con l'acqua di un catino e sembrò approdare a una risoluzione: «Quindi, in sostanza siamo alleati. Chi la trova per primo avverte gli altri, d'accordo?»
Miriam spostò lo sguardo sul suo presunto "collega". Senza dubbio Loewe faceva un gioco losco. Ma quale? E a che fine? Per l'ennesima volta invocò la presenza di Johannes Schmidt, o almeno il suo aiuto. Arrivata in albergo, avrebbe forse potuto fargli uno squillo nel suo rifugio segreto. Ma figurarsi se non la tenevano anche sotto controllo telefonico. E poi, che cosa poteva chiedergli esattamente? No, con quei due doveva sbrigarsela da sola.
Tornarono a San Pietroburgo con il gippone di Loewe. Poiché quel rudere d'una Moskvic bloccava il sentiero, dovettero scendere per spingerla di lato.
«Mi toccherà venire qui a rimorchiarla insieme a un paio dei miei amici», disse Gregori, allegro e triste al contempo.
Miriam scosse il capo e a malapena poté trattenersi dal lanciargli un insulto.

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