franc'O'brain - Matrioska


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9

Guardò in alto, nell'atmosfera plumbea. Dieci, undici... Eccolo lì, al dodicesimo piano: l'unico balcone murato; un occhio cieco sulla facciata del mostro di cemento.
Il piazzale era relativamente affollato, ma ormai lei aveva imparato come vestirsi e muoversi senza dare troppo nell'occhio. Salì le scale animata da una determinazione mista di rabbia ed entusiasmo. Ma quale orticello? Quale marijuana? Per crescere, l'erba ha bisogno di luce e di sole. Ciò che avevano ricavato dal balcone era invece un bugigattolo di forse un metro e mezzo per tre: il buco in cui si nascondeva Katrinka Kirilenko, l’"angelo" che sapeva troppo.
Le aprì Olga. «Non c'è nessuno qui», disse la sibiriak, costernata. E cercò di bloccarle il passo.
Miriam la spinse da parte e si precipitò dentro senza curarsi degli improperi di cui Olga la gratificava come un'invasata. Scorse una piccola figura che si lanciava verso la porta del balcone e vi spariva dietro.
La porta non aveva maniglie. Miriam bussò.
«Katrinka, esci», esortò in tedesco. «Non voglio farti niente di male. Forza, esci. Dobbiamo parlare. È meglio per te, credimi.»
Trascorse mezzo minuto. Poi la ragazza comparve. Finalmente!
Con i suoi quaranta chili armoniosamente distribuiti per poco più di un metro e sessanta di statura, Katrinka sembrava persino più giovane di quello che era; una bambina. Miriam la soverchiava di tutta testa.
Le prime parole che la bambina pronunciò furono: «Ah, stavolta sei vestita, eh?»
Mentre Olga si buttava a peso morto sul vecchio divano con una faccia sgomenta, la reporter sorrise. Dunque quella notte non aveva sognato. Aveva realmente avuto un incontro ravvicinato: con la fantomatica Katrinka.
La portafinestra era rimasta aperta. Miriam vide che l'angusto balconcino era stato riadattato a rifugio di emergenza, con una brandina pieghevole, un armadietto completo di grucce per abiti e una stufa elettrica. Il muro esterno aveva una sola apertura in alto, per l'aerazione.
«Ma sì, tanto mi ero annoiata di stare rinchiusa», sbuffò Katrinka. Parlava il tedesco scorrevolmente, con una pronuncia che si sarebbe potuta scambiare per francese. Indossava quelle che dovevano sembrarle le ultime novità della moda occidentale. Giù giù fino alle stringhe delle scarpe bianche d'antilope, era elegante e graziosa come una bambola in miniatura, e ne era pienamente cosciente. Non era giusto che tanta eleganza non le offrisse alcun vantaggio... Con aria indolente, la piccola andò a prendere posto accanto a Olga.
«Gregori si arrabbierà», le disse la sibiriak, mordendosi le unghie. Su quel divano sembrava un'orchidea troppo matura. Indicò Miriam. «Ma come avrà fatto a capire? Adesso ci provocherà una valanga di guai. A tutti.»
Katrinka fece un risolino. «La notte che è stata insieme a Gregori... quella notte», disse con enfasi, «mi ha vista.»
«E come mai?»
«Non ricordo più quante volte sono dovuta andare in bagno... per una ragione o per l'altra.»
«Che cosa significa "per una ragione o per l'altra"?»
«Significa proprio questo: pipì o popò. Adesso è chiaro?»
«A Gregori non piacerà. Non potevi avvertirci prima?»
«Avvertirvi? E come? Credo che solo le scimmie sarebbero capaci di ubriacarsi più di voi. Oh, poco male. Troverò un altro nascondiglio», aggiunse, tornando seria. «Io posso cavarmela sempre. E quei bastardi lo sanno. Non oseranno toccarmi. Non possono. Speriamo solo che lascino in pace i miei zii.»
Miriam, che aveva ascoltato quello scambio di battute senza interloquire, le si fece vicina. «Come mai Gregori ti nasconde? Ti vuole tutta per sé?»
Per prudenza, continuava a parlare in tedesco.
Katrinka spalancò gli occhi chiari, di un azzurro profondo; occhi temerari, simili a zaffiri mascherati da punte di spada. «Conosce i suoi capi», rispose, «ecco perché mi nasconde. Dice che di loro non ci si può fidare.»
«Non si fida dei servizi segreti?»
La ragazzina annuì. «Ma io non ho paura», asserì. «Con quello che so, non possono farmi niente. Almeno per ora. Dopo si vedrà.»
«Non sono soltanto loro a cercarti, vero?»
Stavolta Katrinka non le rispose.
Miriam liberò una sedia da un mucchio disordinato di giornali e, spostatala verso il divano, vi si sedette. «Potresti farti proteggere dai tedeschi...»
Katrinka arricciò le labbra, rivelando un simpatico spazio tra gli incisivi. «Di tedeschi ne ho conosciuti finanche troppi. No. Meglio dare retta a Gregori. Lui sa il fatto suo, e mi rispetta.»
«Forse non vuoi tornare in Germania per paura della polizia?» incalzò Miriam, e, visto che la lolita sembrava non capire, soggiunse: «Perché hai sulla coscienza la morte di Igor Filippovic?»
Katrinka si impietrì. Le efelidi rossicce del suo viso si accesero tutte in una volta, come lampioncini. «Io non c'entro!» esclamò vivacemente. «Ha fatto tutto lui, da solo.»
Miriam inarcò le sopracciglia. «In che senso? Si è ucciso da solo? Cioè: si è suicidato?»
Katrinka stette a riflettere per qualche secondo, imbronciata, quindi tornò a guardare la giornalista. La studiò a lungo. Infine comprese che Miriam le era amica, che era una sua alleata, e stabilì che poteva confidarsi.
Accavallate le gambe, iniziò a raccontare.
Disse che Igor Filippovic, dopo essere stato abbandonato da sua moglie Ljuba, aveva fatto di lei, Katrinka, la sua prescelta. Le aveva affittato un appartamentino. Ma era un uomo dai modi abominevoli, veramente odioso...
«E com'è morto?»
«Ci sto arrivando», cinguettò la lolita.
Passò a parlare di quella strana notte, che per lei sarebbe stata l’ultima in Germania. Quella notte aveva litigato con Filippovic. Certo - affermò -, lei gli aveva dato uno spintone, ma lui si era lasciato cadere dalla finestra come un autentico imbecille...
Miriam le credette. Era stato un caso; un maledetto, tragico caso, che non sembrava comunque aver lasciato in quella Cenerentola alcun rancore. Continuò a osservarla con un senso di tenerezza. Sembrava impossibile che da un corpo così piccolo potesse sprigionare tanta potenza. «E dell'incidente non hai raccontato niente a nessuno. Nemmeno a Ljuba.» Non aspettò che lei assentisse. Doveva essere andata proprio così. «Soltanto Johnny è venuto a sapere di quanto è accaduto, vero?»
Johnny? Katrinka si sforzò manifestamente di ricordare. Poi il suo volto tornò a illuminarsi. «Oh, lui non c'entra. È bravo. Mi ha aiutata.»
Eh, già: un vero Robin Hood. Non le aveva forse portato su il portafoglio di Filippovic? Con la somma che vi era contenuta, e in più quello che lei già possedeva, se n'era potuta fuggire.
«E il motivo della lite?»
«Il solito. Con Igor litigavamo spesso perché mi teneva come in prigione. Mi aveva detto di non uscire mai. “Non devi farti vedere da nessuno“, mi ripeteva cento volte al giorno. “Quello ti fa secca“, diceva. Mi teneva al guinzaglio per il mio bene, ma anche perché era maledettamente geloso.» Katrinka si accigliò ancor di più al ricordo. «Che cretino.»
«Chi vuole farti secca? Tzverok? Ovvero Krjukov?»
La ragazza ebbe un moto di sorpresa. «Come lo...?»
«Faccio la giornalista, Katrinka. La copertura di Krjukov doveva saltare, prima o poi. Tu lo avevi conosciuto qui in Russia, vero? Sei andata a letto con lui.»
Di nuovo quel broncio. Mentre Olga le guardava con la bocca aperta, cercando di cogliere il senso del discorso, Katrinka si sfogò in una lunga confessione.
Sì, era andata a letto con Vladimir Krjukov, al tempo in cui lui in Russia era qualcuno e non aveva ancora bisogno di nascondersi sotto un nome falso. Ma a letto era andata con tanti altri, che erano come e peggio di Krjukov. E di cose ne aveva sentite - e viste - tantissime. Pensavano che fosse davvero una bambina e che non capisse un'acca. Dopo l'amplesso, si attaccavano tranquillamente al telefono per gestire i loro interessi. E, già che c'erano, cedevano la ninfetta ai loro compagni di traffici: come regalo extra a suggello di un accordo. Oggetti di quei patteggiamenti erano droga, armi, merci rubate, azioni rivendute al mercato nero... Qua e là un attentato dinamitardo, qua e là un omicidio su commissione. Organizzavano persino festicciole per soli uomini attorno alla sua personcina. Spostandosi da un'alcova all'altra, il piccolo "angelo" ascoltava ogni cosa, prendeva nota di tutto...
«Riuscivi anche a scattare qualche foto, vero?» domandò Miriam.
«Esattamente, signora giornalista. E quelle foto le ho tutte, ben nascoste. E anche i nastri magnetici con le registrazioni. Li ho messi al sicuro, e loro non li troveranno mai.»
«Dunque non li hai con te? Ma, se dovessero ucciderti...»
«No, non li ho con me, giornalista. E, se dovessero uccidermi, qualcuno provvederà a farle circolare.»
«Qualcuno: Gregori, forse?»
La replica fu una secca alzata di spalle.
Miriam si morse il labbro inferiore, meditabonda. «Ma perché lo facevi?» domandò poi. «Ti servivano soldi?»
«Anche quelli, sicuro. E a chi non servono? Ma all’inizio la mia era soprattutto mjest’...» Mjest’: una vendetta. Gli occhi fieri di Katrinka si riempirono di lacrime. «Hanno rovinato la mia famiglia», spiegò d'impeto, chinando la testolina.
Suo padre, un funzionario governativo, aveva manifestato troppo apertamente il suo desiderio di una Russia veramente libera e onesta: perciò, con una scusa, una combriccola di politici lo avevano fatto rinchiudere in una colonia penale, e dopo qualche tempo di lui si era persa ogni traccia. Katrinka aveva avuto allora tre anni. Sua madre, non reggendo al dolore, si era tolta la vita.
«Prima mio padre, poi mamma... Tutta colpa di quei porci. Per questo, quando sono stata più grande, sono andata a cercarli.»
Più grande: dodici, tredici anni. Nell'orfanotrofio aveva imparato tante cose. Sapeva come certi uomini possano impazzire per mettere una mano, o anche soltanto un dito, sul corpo di una bambina. Katrinka lo aveva sperimentato di persona con alcuni educatori e dirigenti dell'istituto. Un’umiliazione a cui molte sue compagne si sottomettevano volontariamente, perché era l’unico modo per essere trattate meglio, per mangiare meglio, per sopravvivere.
Aveva covato un'unica idea: vendicare i genitori. Aveva condotto il suo gioco con astuzia, aspettando caparbiamente l'occasione adatta.
In capo a pochi anni, la sapeva talmente lunga sul conto di pezzi grossi del governo e della mafia che una sua sola parola poteva mandare a carte quarant'otto il castello di menzogne e bassezze che costituiva l'apparato nell'apparato, lo Stato nello Stato.
«Ma alcuni avevano cominciato a sospettare di me.» Sospettavano della sua eccessiva generosità a letto. «E poi mi ero stancata di quel tipo di vita. Volevo un po' di svago. Cambiare aria, per riordinare le idee.»
«E così un giorno sei arrivata a Monaco, invitata dalla tua amica Ljuba...»
«No, è stata Kesselina a invitarmi. Con Ljuba siamo diventate amiche dopo.»
«Avevi preparato il viaggio da lungo tempo? Se non sbaglio, a un russo che vuole ottenere il visto d'ingresso in Germania occorrono mesi.»
Katrinka sorrise, mettendo su un'aria da carognetta. Naturale: con un po' di ricatto e, ancora, usando l'unica arma in suo possesso, aveva fatto in modo di affrettare la procedura.
«Poi, ospite di Ljuba, ti capita di rivedere uno di quei tuoi vecchi amanti-aguzzini, il quale intanto è un criminale ricercatissimo.» Krjukov aveva cambiato nome, ma nessuna ricchezza al mondo può consentire di cancellare interamente il passato. «Anche lui ti riconosce e, ovvio, vorrebbe tapparti la bocca per sempre. Forse perché lo hai minacciato di voler cantare.»
«Cantare?»
«Insomma, dire quel che sai su di lui.»
Sì: Katrinka lo aveva minacciato di rivelare la sua vera identità. Di inchiodare lui insieme a tutti gli altri porci. Ma non lo aveva fatto per soldi, oh no. Lo aveva fatto per vendetta. Erano stati tipi come Vlado Krjukov a distruggere la sua famiglia. Al contempo, con quell’azione si riprometteva di "ricomprare" la libertà, e insieme ad essa la dignità, della povera Kesselina, che in Germania conduceva - e conduce - una vita da schiava.
«Vlado è un omuncolo da quattro soldi», quasi strillò la lolita. «Finge di essere normale, ma gli piace farsi picchiare dai ragazzi. È un finocchio, anche se sta con la moglie di Igor Filippovic. Ma a Igor non importava con chi andava sua moglie. Igor era pazzo di me e mi teneva nascosta perché non soltanto Vlado, ma anche gli altri russi si sono messi a cercarmi. “Non uscire, non uscire mai“, mi diceva. E io uscivo lo stesso. Stare al chiuso non è nella mia natura. E per me Monaco era bellissima, un sogno.»
«Così, tu litighi spesso con Igor Filippovic, perché la sua protezione si fa sempre più asfissiante. E una notte venite alle mani e lui cade dalla finestra del tuo nascondiglio-prigione. Igor muore e... Johnny finisce dietro le sbarre.»
«Beh, per Johnny mi dispiace davvero. Lui è pazzo ma buono.»
«Qui però sei in pericolo», osservò Miriam. «Sei lontana da Vlado Krjukov ma troppo vicina agli altri sicari, tipi più potenti di lui. Gregori lo sa e perciò ti tiene nascosta qui dentro. Ma per quanto ancora? Si illude forse che si scordino di te? O che arrivi un Messia a salvarti?»
Katrinka abbassò la testa. Vero: Gregori si illudeva e aveva regalato anche a lei quell'illusione. Ma illudersi non è un peccato. Illudersi è bello, è giusto. Specie quando si è così giovani e la vita non ha mostrato altro che il suoi lati più torridi.
«Vedi, Katrinka», disse Miriam dolcemente, «non puoi continuare a nasconderti per l’eternità. Lo hai detto tu stessa: è contro la tua natura. Hai bisogno di uscire, di vivere...»
«Gregori parla proprio come te», ripose finalmente la ragazza, a voce bassissima. «Lui non voleva che tornassi a San Pietroburgo. Mi voleva consegnare a certa gente, in Germania. Ma è questa la mia terra», proseguì alzando la voce, quasi in tono di sfida, «ed è qui che voglio cominciare una vita nuova. Qui», concluse in russo: «tra gli unici amici che ho.» E posò un braccio sulle spalle rotonde di Olga, la quale fu immediatamente presa da un fremito di commozione.
Miriam si alzò e le diede la mano. Non le restava altro da fare. «Buona fortuna... sorellina.» «Tu non...?»
«No, non racconterò a nessuno dove sei», la rassicurò.
Katrinka la strinse in un tenero abbraccio e, con i goccioloni sulle guance, sussurrò un appena percettibile: «Danke».

© 2007, 2015, 2020 by franc'O'brain


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