franc'O'brain - Matrioska


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10

Miriam scese le scale lentamente, appesantita dal segreto che doveva portarsi appresso.
Arrivata in strada, fu costretta a strizzare gli occhi, in quanto il sole era basso sull'orizzonte. Il vento le gonfiò i vestiti e le scompigliò i capelli. Aveva fatto qualche passo, quando si arrestò di botto: a una ventina di metri vide la vecchia Moskvic. Evidentemente l'avevano trainata fuori dalla foresta e adesso, tutta infangata, aveva il cofano aperto. Chino sul motore stava Andrej Pavel. Vicino a lui Gregori.
Fu Gregori a scorgerla per primo.
Miriam fu colpita dal cambiamento che avvenne nel suo sguardo. Erano i soliti occhi, ma esprimevano qualcosa di nuovo. Sospetto, distacco. Un abisso si era spalancato tra di loro.
«Da dove vieni?» le chiese, andandole incontro con aria circospetta. Di sicuro aveva intuito ogni cosa: Miriam lo vide alzare istintivamente lo sguardo verso il balcone murato.
All'improvviso due tizi si staccarono da una protuberanza nella facciata dell’edificio. Uno di loro portava una maschera da Boris Jelzin, l'altro un grande cappello a cencio calato sugli occhi. Sembravano due reduci del Primo di aprile, o due attori pronti per una recita nella filodrammatica.
Gregori stava continuando ad avanzare verso di lei. Miriam voleva lanciargli un avvertimento, ma in quella i due uomini aprirono il fuoco.
Gregori non cadde subito. Indietreggiando, estrasse dal giaccone una calibro 38. I colpi non cessavano di crivellarlo, strappandogli lembi di carne e aprendo fontanelle di sangue. Girò su se stesso. Sembrava tutto disarticolato; tronco, braccia, gambe. Infine stramazzò sotto la fitta scarica di pallottole, mentre l'inutile pistola gli sfuggiva di mano.
I killer raggiunsero con calma un'automobile che li attendeva poco distante e scomparvero in fretta. La scena non era durata più di una manciata di secondi. Già si formava un capannello di gente.
Gregori non era spirato. Un rantolo parassostico gli usciva dalla gola. Durante l'agonia, poté udire con chiarezza le grida disperate di Miriam. E, come se si trattasse di un gioco grottesco, sentì anche il bip-bip-bip del proprio orologio.
Che lo avvertiva che per lui il tempo era scaduto?
Miriam si chinò sul suo povero corpo, in preda a un ottundimento paralizzante.
«Katya... Katrinka... L'hai vista?» mormorò Gregori.
Lei fece di sì con la testa.
Le parve che cercasse di sorriderle. «Ljublju», disse Gregori sommessamente, con un ultimo brivido.
"Amore". Per lei? Per Katrinka? Per tutto il mondo? Non lo avrebbe mai saputo. Era andato. Franò, squassata dai singhiozzi.
«È finita», le disse Andrej Pavel con estrema dolcezza, mentre abbassava le palpebre al suo compagno. «Tu», aggiunse, «è meglio che te ne vai. Sei straniera, e per un fatto del genere potresti avere noie. Niente paura: qui nessuno ti ha visto, nessuno sa niente.»
Miriam si rialzò a fatica. Non era in condizioni di accettare la verità. Non è possibile, si ripeteva; è assurdo. Doveva essere un incubo.
Osservò stordita il sangue che le macchiava le dita: attestava esattamente il contrario. E quel suono, cos'era quel suono? Vide l'orologio digitale sul polso di Gregori che strideva il suo noioso, ripetitivo bip.
Intanto era accorsa anche Olga. Si aprì la strada tra la piccola folla e, notando che Miriam era in stato di choc, le fece una carezza sui capelli.
«Telefonate allo zero due», ordinò Andrej Pavel alle persone che se ne stavano attorno come imbambolate
. L'orologio continuava a suonare incessantemente. Andrej Pavel strappò quell'aggeggio ciarliero dal polso senza vita di Gregori e ne premette i pulsantini, ma senza successo. Spazientito, lo gettò a terra e lo colpì diverse volte con il tacco della scarpa, finché il meccanismo non tacque. Miriam avrebbe preferito vedere una nuvoletta alzarsi e una serie di molle e rotelle saltare, come in un fumetto; ma l'orologio stava lì immobile e concreto, frantumato, devastato, kaputt; come Gregori.
«Tra poco viene la milízja», le ricordò sottovoce Andrej Pavel. «Da», rispose lei, riscuotendosi. Sarebbe dovuta andar via prima, prima ancora che questo accadesse.
Si allontanò adagio, mettendo un piede davanti all'altro come un automa. Gli sguardi di tutti i presenti la seguirono con deferenza.

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