franc'O'brain - Matrioska
11
Trascorse la notte a pensare a Gregori, ai suoi ultimi istanti di vita; a come si accasciava al suolo. Un principe colpito a morte. Immaginò il suo corpo inanimato steso in lettiga e i mille occhi che si puntavano su di lui: carne squarciata servita su un vassoio d'argento ai cultori della morte.
«Amore», era stata la sua ultima parola. A chi aveva pensato in quel momento?
Quando scese alla reception per disdire la camera, aveva gli occhi pesti e un sapore amaro nella bocca.
«Miriam Mayer!»
Si girò. Nell'atrio dell'albergo c'era Alexander Loewe.
«Avrai già saputo», gli disse freddamente. Non poteva soffrirlo. Perché era venuto fin lì? In quel frangente preferiva stare da sola.
«Sì, l'ho saputo», rispose Loewe. «E, francamente, mi dispiace. Era un bravo ragazzo...» Allungò una mano, ma lei ritirò la propria.
«Io riparto», lo informò Miriam. «Non credo che abbiamo altro da dirci.»
L'agente scosse la testa. «Non ancora.»
«Prego?»
«Rimanda la partenza. E aiutami a trovare la Kirilenko.»
«Non la troveremo mai», mentì lei con insperata sicumera. «Può essere da qualsiasi parte. Il mondo è grande e la Russia pure. Valla a pescare, quella!»
Alex Loewe sorrise ironicamente. La scrutava con uno di quegli sguardi che arrivavano a penetrare nelle ossa. «Tu sei riuscita a entrare in confidenza con gli amici di Gregori Savic. Ergo, sono convinto che potresti farcela a scovare la piccola. Dopo non ti resterebbe che riferircelo. Sapremo essertene riconoscenti.»
Miriam scosse la testa.
«O, quanto meno, potresti essere in grado di chiarirci alcuni particolari oscuri che...»
«Parto con il volo di stasera», insistette lei.
«Bene, fa' come vuoi», disse Loewe senza mutare espressione. E, dopo essere rimasto a scrutarla per qualche altro istante, se ne andò.
Miriam aveva ancora tante ore davanti a sé. I minuti scorrevano lentissimi e non se la sentiva di rimanere in albergo ad aspettare. Decise perciò di uscire a fare una camminata. Se erano intenzionati ad accoppare anche lei, avrebbero potuto benissimo farlo la sera prima, quando si trovava in compagnia di Gregori; o anche in albergo, nel metrò, per strada. "Va bene, va bene", disse tra sé, rivolta a un inesistente Johannes Schmidt, "terrò ad ogni modo gli occhi aperti."
Uscì nel vento. Mentre fiancheggiava il Palazzo Jussopov, una figura si staccò da un muro. Alex Loewe.
Ancora lui! Non sarebbe finita mai? Quel tipo la perseguitava come un'ombra!
«Non ti scaldare», la apostrofò l'agente. «Non temere baby, non ti farò domande.» Il tono della sua voce non era supplichevole, ma poco ci mancava. «Ci terremo compagnia a vicenda. Lo ritengo più... prudente.»
«Ma solo per poco», lo avvertì lei, con riluttanza.
Anche Loewe aveva i suoi problemi con le violenti zaffate d'aria. Si riparava il volto con un braccio. «"Piter" sa essere molto ospitale», dichiarò. «Quando vogliono essere carini, gli abitanti di San Pietroburgo chiamano la loro città in questo modo: "Piter". Bella davvero. Ma hanno sbagliato a costruirla così a nord. Vieni.» La prese per un gomito e la guidò nella direzione opposta a quella in cui lei stava per avviarsi.
Lasciandosi sospingere, Miriam si volse a guardare con rassegnata malinconia la piazza di Sant'Isacco. Almeno una volta avrebbe voluto sostare un po' sul Ponte Azzurro, quella curiosità architettonica che misura ben cento metri in larghezza e solo trentacinque in lunghezza, ma Loewe aveva optato per un itinerario meno battuto dal vento.
«Sai quanti esseri umani sono morti per costruirla?»
Stava parlando della città.
«E quanti vi muoiono per renderla più vivibile...» mormorò lei. «Dunque?» si riscosse. «Che cosa volevi dirmi? E dove mi stai portando?»
«A farci un po' di cultura.»
Al mercato d'arte nella Klenova Alleja, a due passi dalla piazza del Maneggio, si aggiravano pochi turisti; pertanto loro due furono fatti oggetto di un'attenzione ossessiva da parte dei gestori delle bancarelle, che erano determinati a salvare a tutti i costi l'incasso della giornata. Molti dei venditori erano giovani, ma il mercato era pieno anche di anziani, di disoccupati, di massaie e - se Miriam doveva credere a quanto le diceva Alex Loewe - persino di ex uomini del KGB che cercavano di sbarcare il lunario. Questi improvvisati commercianti erano costretti a dividersi la piazza con caucasici e tagiki dall'aspetto di tagliagola.
Le bancarelle erano zeppe di oggetti di arte antica e moderna, acqueforti, gioielli, tessuti pregiati, corna di polvere di cervo, cavalli a dondolo, trottole, teatrini... Miriam occhieggiava tutto quanto con interesse crescente. Soprattutto gli articoli d'antiquario sembravano avere un valore inestimabile.
Loewe continuava a spingerla in avanti, scartando abilmente chiunque volesse fermarli.
Liberando il gomito dalla sua stretta, lei gli chiese: «Siamo venuti qui a cercare qualcosa di particolare?»
«Ovvio. Non siamo in gita aziendale, ti pare?»
«Dato che ci sono, vorrei poter guardare intorno con calma, se permetti.»
«Adesso non c'è tempo», ribatté lui, sempre procedendo spedito. Con gli occhi cercava qualcosa o qualcuno. Si avvicinò a uno dei venditori e gli pose una domanda. Quello gli rispose gesticolando. «Vieni», disse quindi a Miriam: «là dietro».
Il venditore cercò di trattenerli. Agitando davanti al volto di Miriam una bambola di porcellana, le chiese: «Skol'ka?» («Quanto mi dai?»)
Ma loro stavano già passando oltre.
Aggirarono quasi di corsa una fila di banchi e, al quarto o quinto della fila successiva, sembrarono finalmente essere giunti a destinazione.
Dietro a un tavolone di legno che si incurvava al centro a causa della quantità di cimeli che lo appesantiva, stava un uomo sulla settantina, con le guance cave, i capelli radi e due orecchie enormi. Sopra, sotto e intorno a lui una varietà di costumi folcloristici, orologi a pendolo, clessidre, icone, ritratti di principi e alti prelati, medaglioni con l'effigie dello zar Alessandro II e un monte di vecchie edizioni di romanzi: Bulgakov, Bulgakov, Bulgakov.
Apparentemente il vecchietto non aveva riconosciuto Loewe, ma, quando questi cominciò a discutere con lui, si fece attento, annuì, fornì delle risposte.
Chiacchierarono per qualche minuto. Miriam intanto aveva preso in mano un burattino che aveva tutta l'aria di essere stato fatto prima della Rivoluzione d'Ottobre. Valeva la pena comprarlo?
«Non vale una cicca», la investì inopinatamente il vecchietto.
«Hai afferrato, sì?» le si rivolse Loewe. «Ha detto che non vale una cicca e che tu non capisci niente. Come ha ragione! Andiamo.»
«Hai scoperto qualcosa?»
«Qualcosa, sì.» Fece una pausa come per tenerla apposta sulle spine. «In realtà», disse dopo un po', «speravo che fossi tu a scoprire qualcosa. Volevo che guardassi bene queste bancarelle. Hai visto quanta roba c'è sopra? Da far gola a una legione di antiquari da strapazzo, con tutti i loro clienti da quattro soldi. Il tuo Tzverok-Krjukov traffica al massimo in robetta del genere, o poco più preziosa. La fa entrare in Germania di contrabbando, più che altro per un'inveterata abitudine, per non pagare le tasse, per sentirsi ancora uno che conta. Sei miracolosa, Mayer, a essere arrivata fin qui partendo da lui...»
Miriam si morse il labbro come se fosse un chewing-gum. Le pareva di vedere Vladimir chino come un Arpagone su tutto quel bric à brac, intento a scegliere le patacche che il suo amichetto Fonzie avrebbe successivamente fotografato e offerto agli antiquari di Monaco.
«Ma ora passiamo a cose più serie», riprese Alex Loewe.
«Va bene. Da dove vogliamo cominciare?»
«Da Katrinka», rispose l'agente.
«Ti ho già detto...»
«Non mi hai detto un bel niente. Ma non importa. A me interessa soltanto sapere dov'è finita di nuovo.»
«Di nuovo?»
«Sì, signorina detective. La piccola è sparita di nuovo.»
«L'hanno presa?» chiese Miriam, terrorizzata.
«Magari. Perché noi l'avremmo subito riacciuffata. Li stavamo tenendo d'occhio, che cosa credi? Di che cosa ti illudevi? Sapevamo bene che la ragazzina era chiusa in quella tana al dodicesimo piano. Ma non potevamo certo farci irruzione, anche se eri stata così gentile da portarci fino a lei. Non interrompere!» le ingiunse poi in un tono che le consigliò di stare zitta e ascoltare. «Sì, cara. Sei riuscita ad arrivare nel posto che noi ci stavamo rompendo la testa da giorni e giorni per scoprire. Brava, nonostante la partenza ridicola. Purtroppo non potevamo entrarci e, vista la tua ostinazione da Giovanna d'Arco, non abbiamo potuto fare altro che aspettare che ci entrassero gli "altri", e seguirli. Le spese le hanno pagate quei poveracci della rivista, ma tutto sommato gli "altri" non sono stati nemmeno esosi. Un paio di braccia rotte, qualche occhio pesto e qualche testa ammaccata.»
«E Katrinka?» chiese Miriam, con un filo di speranza.
«Te l'ho detto. Sparita. Svanita. Dissolta. E non tirare quel sospiro di sollievo, non essere idiota, cerca di ragionare una volta tanto. Finché non la troviamo, non riusciamo a sistemare un inghippo che ci sta a cuore. Intanto però lei rischia la pelle per niente.»
Stavano girando l'angolo della Sadovaya Ulitsa quando scorsero due omoni in giacca sportiva e occhiali da sole.
«Puh!», sbuffò Loewe. «Ci mancava pure questa. Guarda quei due.»
«E allora?»
«Come, allora? Ti sembrano forse boy scout?»
La coppia di gorilla stava venendo verso di loro. Il più grosso doveva pesare intorno ai centotrenta chili; l'altro aveva la faccia di un adolescente, implume, quasi femminea, ma appoggiata su un collo taurino che a sua volta posava su spalle gonfie di muscoli. Entrambi avevano un piglio bellicoso.
«Lascia fare a me», disse Loewe. «A questa gentaglia sono abituato.»
Il più grosso, che aveva anche una bocca straordinariamente larga, esordì: «Ehi, krauts! Krauts! Un consiglio da parte del nostro capo».
«E chi sarebbe il vostro capo?» domandò Alex Loewe.
«Chiudi la bocca e ascolta, crucco di merda. Dovete piantarla di giocare agli investigatori, chiaro?»
Il mutante con la faccia effeminata avanzò ulteriormente, spalle e pugni sollevati. Brutto segno.
Mentre Miriam rifletteva se tirargli o meno un calcio negli stinchi, Alex già balzava in avanti e gli piazzava un gancio sul mento.
Gli occhiali da sole schizzarono via.
Il più grosso si avviciò ad Alex da dietro e gli strinse il collo in una morsa mortale. Fu nei suoi stinchi che Miriam tirò il calcio. Lo centrò alla perfezione: il gigante si lasciò sfuggire un grido di dolore e lasciò la presa. Alex Loewe si girò, lievemente rantolante, e lo colpì sul plesso solare, tramortendolo.
Il mutante imberbe nel frattempo si rialzava, scrollandosi come un cane. Fissò uno sguardo inferocito su Alex e gli si buttò addosso. Alex si scansò con l'eleganza di un ballerino e l'imberbe, dopo un bel volo, atterrò goffamente sulla pancia.
«Allora», gli chiese l'agente, premendogli un piede sul pomo d'Adamo, «il vostro capo: chi è?»
«Attento!» lo avvisò Miriam.
Il gigante tozzo si era risvegliato e stava infilando la mano destra nella giacca.
«Via!» urlò Loewe, tirandola per un braccio. Scapparono zigzagando, mentre le pallottole fischiavano vicino alle loro teste. Altro che pesce d'aprile! Quello era un gioco al massacro in una partita mortale.
Prima che avessero il tempo di svoltare un angolo, altre pallottole si schiantarono attorno ai loro piedi; ma causarono solo un po' di danno all'asfalto.
«Non ci inseguono», constatò Loewe più avanti, sbuffando come un mantice. «Naturale», continuò. «Non volevano accopparci. Non possono permetterselo. La pagherebbero troppo cara.»
«Davvero? Ma ci sono andati molto vicini, no?»
«Chi? Gianni e Pinotto? Macchè. Volevano intimidirci e basta.»
Alla teoria della semplice intimidazione Miriam non credeva più. Tutti questi spauracchi e spettri che piombavano su di lei come nelle gole dell'inferno... Intendevano farle una "burla" come quella che avevano fatto a Gregori?
«Io ti ho cavata d'impaccio», le fece osservare Alex Loewe con uno sguardo carico di sarcasmo. «Non mi dài un premio?»
«Anche il premio vuoi?» A Miriam non andava a genio quella situazione da opzione zero perenne, e glielo disse. «Non è la prima volta che vengo aggredita. Adesso capisci perchè me la filo. Qui spira un brutto vento.»
«Puoi ben dirlo, verdammt!»
«Beh, grazie comunque per la passeggiata di piacere.»
«Non essere permalosa...»
«Ma, santo cielo! Che cosa vuoi ancora, Loewe?»
«Lo sai: Katrinka. Dov'è?»
«Non lo so», rispose lei, allargando le braccia. «Non lo so davvero. Spero solo che abbia trovato un posto veramente sicuro.»
Questa volta fu evidente che Loewe le credeva.
«Ti accompagno all'aeroporto...» cominciò.
«No. Ci vado da sola.» Risoluta. «Addio», concluse, lasciandolo in asso.
«Arrivederci», le lanciò dietro lui, con tono inspiegabilmente allegro.
© 2007, 2015, 2020 by franc'O'brain
<<< index | inizio pagina | avanti >>>