franc'O'brain - Matrioska
12
Il suo soggiorno a San Pietroburgo era giunto a termine. La sua missione si era conclusa con un insuccesso totale, almeno ai fini professionali. Non avrebbe mai tradito Katrinka. E poi, quand'anche lo avesse fatto, che cosa poteva raccontare? Che una giovanissima prostituta russa le aveva riferito di essere stata l'amante bambina di personaggi importanti? Quali personaggi? Con quali riscontri? Nemmeno l'avventuroso Fax si sarebbe azzardato su una strada così impervia.
Con la valigia in mano, salutò il portiere passandogli davanti.
«Mamjent. Un momento», la fermò l'uomo.
«Sì?»
«Una busta per lei.»
La aprì: conteneva del materiale fotografico. Gli amici di Pódpolje sapevano che doveva realizzare un articolo sulla prostituzione giovanile in Russia e avevano pensato di rifornirla di immagini utili. Dentro la busta c'erano inoltre le foto che lei aveva scattato in Carelia.
Cari, cari amici. E lei aveva messo a repentaglio la loro vita! Aveva portato da loro i sicari e forse fatto morire Gregori. O, comunque, aveva facilitato l'opera dei nemici di Gregori. "Zio" Bittner non si sbagliava, e non si sbagliavano neanche al giornale quando dicevano che mancava di esperienza... Si sentì riempire gli occhi di pianto.
Uscita dall’Astorija, si incamminò verso il Nevskij Prospekt. Occhieggiò attorno: nessuno sembrava curarsi di lei. L'orologio le confermò che era ancora troppo presto per recarsi all'aeroporto, così prese la direzione del negozio Gostinyi dvor e raggiunse un caffè all'aperto. Forse, gli stessi assassini di Gregori avrebbero trovato lì l'occasione che presumibilmente andavano cercando.
Scorse un tavolino libero sull'orlo del marciapiede, accanto alla strada, e vi si sedette. Ordinò un succo di sidro a un cameriere dall’aspetto di vichingo. Poco dopo le si avvicinò uno strillone con un fascio di giornali - edizione serale - e ne comprò uno. La morte di Gregori non aveva meritato gli onori della cronaca. Non si era certo aspettata di vederlo commentato a titoli cubitali, ma la mancanza persino di un trafiletto le diede parecchio da pensare. Si era messa a combattere contro gente potente, ed era pura incoscienza sfidarla in quel modo. Tuttavia rimase seduta in quel caffè. Che altro poteva fare? Dove poteva andare? Se loro volevano, potevano raggiungerla ovunque.
Il cameriere le portò la bibita che aveva ordinato. La pagò, ma non la toccò. Provava una soddisfazione sinistra nel riflettere che la possibilità che le propinassero una bevanda avvelenata aumentavano di minuto in minuto. Una morte tranquilla, senza chiasso, senza rumore...
Era meno facile abituarsi alla sensazione di formicolio che le infondeva l'idea che in qualsiasi momento un coltello venuto dal nulla potesse piantarlesi tra le scapole, o che una sventagliata di mitra proveniente da un'auto di passaggio la stendesse per sempre.
Le sembrava già di vedere l'articolo sul Fax: "Misteriosa fine di una nostra inviata speciale".
A suo padre non avevano neppure concesso la possibilità di scegliere tra il veleno e il piombo. Chiaro: lui aveva dato fastidio per davvero. Molto più di lei. Il padre le si stagliò nella mente come una sagoma scura sulla sfondo innevato di un inverno antico.
Mentre il dagherrotipo avito continuava a occuparle la mente, distribuì una manciata di spiccioli tra una frotta di ragazzini mendicanti. Finché un’altra immagine si sovrappose a quella del padre.
La faccia di Alex.
L'agente era dentro un fuoristrada accostato al marciapiede.
«Dài, monta. Presto!»
Miriam si alzò con un sospiro, afferrando la valigia.
Durante il tragitto non si scambiarono una sola parola, immersi ciascuno nei propri pensieri.
L'aeroporto di Pulkovo era spazzato da un vento impetuoso e gelido. Entrarono dall’ingresso principale. Loewe la accompagnò al check-in e da lì alla saletta dei vip, dove la fece ammettere dopo aver parlottato con l'arcigno donnone che ne presidiava la porta. Infine la lasciò sola.
Mancavano ancora due ore al volo.
E puntualmente, due ore più tardi, il portello dell'aereo si chiuse pesantemente dietro le spalle di Miriam. L'aviogetto percorse l'intera pista, compì una curva e acquistò velocità. Lei tenne gli occhi incollati all'oblò, nella folle speranza di poter rivedere per qualche istante la piccola combriccola di amici pietroburghesi. Ma, come sapeva, era impossibile.
Olga, Natalja, Ivan, Ruslan... Non li avrebbe rivisti più.
Ciò che vide fu una distesa di alberi. Una piccola città verso nord, a ridosso del Mar Baltico. E ancora un bosco argenteo di betulle.
Betulla, l'albero della nostalgia, dell'anima russa.
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