franc'O'brain - Matrioska
La solita droga...
Uno sciame di ragazzini accattoni prese d'assalto gli avventori di uno dei caffè sulla Prospettiva Nevskij. Senza perdere di vista la valigia che aveva ai piedi, Miriam Mayer divise tra loro una manciata di rubli. I monelli richiusero il pugno attorno all'obolo e si allontanarono in una specie di nebbia apatica e indolente. Li guardò scomparire tra la folla: zigomi alti, zazzere bionde e occhi di cielo aperti in una fessura orizzontale quasi per difendersi a oltranza dal pur labile sole.
Tornò a fissare il succo di sidro, ma senza toccarlo. In mezzo a quel trambusto, sotto una grandine di sguardi, era consapevole che avrebbe potuto essere uccisa, eliminata, da un momento all'altro. Eppure non faceva nulla per passare inosservata. Inutile giocare a nasconderello solo per soddisfare la sadica gioia di un lurido cecchino.
Ripensò a suo padre. Era logico, in fondo, che il ricordo riaffiorasse in una situazione tanto spinosa. Da quel ribelle e sognatore, approdato un bel giorno a Monaco di Baviera con una borsa di studio di un governo che lui esecrava, Miriam aveva ereditato la tonalità scura della pelle, la pienezza della bocca e (ne era convinta) anche il caparbio idealismo.
Era stato l'idealismo a indurla a rinunciare ai dorati e musicali saloni delle sfilate di moda cui la destinava da alcuni anni il suo giornale, per cercare invece gloria nella "Vita Contemporanea", nel "Sociale", nella "Cronaca". Ambizione professionale, pensavano i colleghi. Ma non sempre le nostre azioni possono spiegarsi con le smanie di una rapida scalata al successo. Nel caso di Miriam c'era un'altra droga in gioco: l'idealismo, appunto. Ed eccola lì, dunque, seduta a un tavolino a ridosso della strada, esposta all'attenzione di tutti nell'aprile falso e intrigante di San Pietroburgo.
Si era cacciata in quell'impiccio a causa del retaggio di una confusa memoria atavica.
Papà: questo sconosciuto.
«È dovuto ripartire...» L'ultima notizia che conservasse di lui.
La sua era un'immagine vaga pur se dai colori accesi, come le poche fotografie in formato tessera che testimoniavano della sua avvenuta esistenza. Nell'unica in cui lo si vedeva sorridere, posava di profilo: l'effigie di un guerriero vatusso sopra il colletto alto e rigido di una camicia a fiori. Le basette erano straordinariamente folte e lunghe, i capelli un'ornamentale deformità: una moda che, vista all'inizio del nuovo secolo, risultava teneramente comica.
Da ragazzina Miriam aveva studiato quelle fotografie fin quasi a farsele sbiadire tra le dita. Sotto la zazzera incontrollabile, la fronte del padre era meravigliosamente serena; gli occhi gli conferivano il cipiglio di un bambino riflessivo. La borsa di studio, che sarebbe dovuta servirgli a perfezionare gli studi di Economia in Germania, gliel'aveva conferita Idi Amin. Già, proprio il despota che in seguito avrebbe pensato a farlo sparire dalla circolazione...
Usualmente, ciò che è incognito rimane impenetrabile, impalpabile. Ma Miriam provava ancora, a tratti, la sensazione di calore, di familiarità, di quando quello "straniero" le era stato vicino.
In seguito, alle amiche che le avevano chiesto di lui era stata solita ribattere: «Parlava inglese». Parlava inglese. Ma, santiddio, neppure il suono della sua voce ricordava più.
Sussultò al tossire sfiatato e nervoso di un'auto. L'aria puzzava di benzina di quart'ordine. I tavolini erano sistemati a ridosso della strada, davanti a un concerto per pistoni e bielle e al fluire ininterrotto di estoni, georgiani, armeni... visi che esprimevano la dignità ferita di un popolo, altri che parevano tratti dagli schedari della polizia. Babuske lacere e demoralizzate procedevano fianco a fianco con individui dall'aria malavitosa. Segretarie, operai, impiegati e sfaccendati di ogni categoria si incrociavano sui marciapiedi del Nevskij Prospekt senza alcuna ombra di felicità: una massa di microcosmi non comunicabili.
«Vsjò dabroj?» le domandò un cameriere dall'aspetto di scandinavo, passandole accanto con un vassoio in mano.
Meccanicamente, gli rispose di sì. Sì, grazie. «Vsjò okay», gli rispose. "Tutto a posto."
I primi rudimenti di russo li aveva appresi da Irmi, sua madre, originaria di una famiglia di tedeschi del Volga. In seguito aveva studiato quella lingua con una meticolosità accanita, fino a padroneggiarla con discreta sicurezza. Avrebbe voluto imparare anche il suhaeli, l'idioma paterno, e chissà che un giorno...
«È dovuto ripartire.»
Era stato un mese o due prima che lui sparisse definitivamente. Sua madre era andata a prenderla a scuola. Irmi Mayer: persino più bella nel dolore della vedovanza presentita. Sotto le palpebre pesanti, gli occhi chiari di Irmi non erano mai tristi; ridevano per natura, per un impulso del cuore. Ridevano ancora oggi, più di vent'anni dopo.
Aveva spiegato alla piccola Miriam: «È tornato in Uganda».
Un'intera biografia racchiusa in quelle poche parole, che le tornavano in mente adesso, nell'aria trasparente ma piena di veleni della primavera baltica.
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