peter patti

 

LEONARD COHEN, POETA E CANTORE DELLA MALINCONIA

 

 

Mentre in certi corridoi di Stoccolma viene sussurrato il nome di Bob Dylan come quello di un prossimo sicuro candidato al Nobel per la Letteratura, c'è chi ha rivolto la sua attenzione all'opera di  Cohen. Cohen? Leonard Cohen? Il menestrello dalla voce profonda? L'autore di "Suzanne", "Take This Waltz", "The Future" e tante altre belle canzoni? Sì, proprio lui.

Prima di acquisire celebrità come cantautore, infatti, l'ebreo canadese ebbe trascorsi letterari non indifferenti. Oggi, quasi settantenne (è nato nel 1934), vive in una modesta abitazione nella zona est di Los Angeles, sul Pico Boulevard, e tuttora, tra una seduta e l'altra in sala di registrazione, scrive poesie.

 

"Nella sua forma più pura, la poesia è come il polline delle api. Ecco la mia idea di poesia. Il miele della poesia è dappertutto. È negli scritti del National Geographic, quando un concetto è assolutamente chiaro e bello; è nei film; è dappertutto, perché quello che noi chiamiamo 'poesia' ha un significato universale." (...) Da ragazzino ero completamente affascinato da questa materia. Me ne innamorai nel momento stesso in cui ne feci conoscenza. Quando m'imbattevo in qualcosa che era espressa in modo particolare, mi sentivo capace di abbracciare il cosmo intero. Non soltanto il mio cuore: ogni cuore ne veniva coinvolto, e la solitudine svaniva."  (1)

 

La biografia di Cohen è contrassegnata da una costante ricerca di valori esistenziali, nel tentativo di appagarsi a una dottrina che trascenda il caos della società. Continui cambiamenti di rotta, repentine "fughe" (soprattutto in Europa) e vari rivolgimenti spirituali hanno caratterizzato il cammino di questo poeta, scrittore e cantautore nativo di Montreal.

 

Il nonno materno, il rabbino Solomon Klinitsky-Klein, si fece notare negli ambienti culturali della sua città per un'interessante raccolta di interpretazioni talmudiche e per un acclamato Dizionario dei Sinonimi e degli Omonimi. Il nonno di parte paterna fu tra i fondatori del primo giornale anglo-ebreo del continente americano. A nove anni Leonard rimane orfano di padre. Più tardi si iscrive alla McGill University, dove, diciassettenne, fonda un trio di musica country-western: The Buckskin Boys. Il repertorio della band va dalle canzoni di Hank Williams allo skiffle e al blues tradizionale.

È in quel periodo che verga i suoi primi versi.

L'incontro con la poesia avvenne grazie a Garcia Lorca. A sedici anni, in quella lucente "Gerusalemme del Nord" che è Montreal, Cohen "inciampò" in un libro del sommo cantore del "duende" gitano (la canzone "Take This Waltz" è praticamente la traduzione di "Pequeno vals vienes" di Lorca). Lo aprì e lesse:

 

Voglio vederti passare sotto gli archi di Elvira

per vedere le tue cosce e iniziare a piangere.

 

"Quelle parole sconvolsero la mia vita e compresi che la mia esistenza sarebbe stata uno sforzo continuo per scrivere, un giorno, almeno una volta nella vita, una frase simile."

 

 

Presto diventa "il principe della bohéme" di Montreal. La scena 'boho' della città è talmente "sotterranea" - come racconta lo stesso Cohen - "da essere stata derubata già all'inizio dai suoi intenti sovversivi: evidentemente perché le idee non erano abbastanza underground." Il giovane poeta si aggira per le strade di Montreal con fogli inchiostrati che va inchiodando (metaforicamente) su porte che per lui rimarranno a lungo chiuse.

 

La sua prima silloge, Let Us Compare Mythologies, è del 1956 (lo stesso anno in cui uscì On the Road, di Jack Kerouac). Il libro successivo, The Spice-Box Of Earth (del 1961), lo catapulta nel novero dei poeti canadesi più famosi anche all'estero.

 

Dopo una breve parentesi alla Columbia University (N.Y.), ottiene uno stipendio che gli consente di recarsi in Europa. È disgustato dall'ambiente universitario:

 

"... quella gente seduta a un tavolo rotondo, con le mani insanguinate dalle virgole...".

 

Finisce col piantare le tende a Hydra, isoletta greca su cui vivrà insieme a Marianne Jensen e al figlio di lei Axel.

 

Marianne è celebrata nella canzone "So Long, Marianne", e una sua immagine appare sul retro della copertina di Songs From A Room.

Si tratta della moglie del romanziere norvegese Axel Jensen (autore di Line, Epp, Icarus: romanzi scritti tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta). La coppia stava facendo una crociera nel Mar Egeo quando si imbatté in Cohen. Qualche tempo dopo, Marianne abbandona il marito per andare a vivere insieme all'irrequieto e affascinante poeta del Quebec.

Tra partenze e ricongiungimenti, il soggiorno in Grecia si protrae per sette anni.

 

Ai primi due volumi di poesie fa seguito la silloge Flowers For Hitler (1964). Quindi Parasites Of Heaven (1966). In tutto Cohen produrrà dieci raccolte di versi, oltre a due romanzi notevoli, coraggiosi, incisivi.

Il primo è del 1963: The Favourite Game (Il gioco preferito), ritratto di un giovane ebreo di Montreal con ambizioni artistiche; ma è anche la cronaca di un feroce - quanto delicato - amore a tre. Nel 1966, con l'uscita del suo secondo romanzo Beautiful Losers (Meravigliosi perdenti), Cohen polarizza l'attenzione di un più vasto pubblico di lettori anche fuori del Nord America.

 

"Catherine Tekakwitha, who are you?"

 

È la domanda che si pone il protagonista di Beautiful Losers. Con il pretesto di analizzare il mito di un'indiana del Canada venerata dagli indigeni come una santa (e che Papa Woytila avrebbe santificata nel 2002), L.C. va alla ricerca di se stesso, scavando nel proprio passato. È un tipico esempio di autopsichiatria in forma letteraria; ma Meravigliosi perdenti, il cui leitmotiv è la pazzia dell'uomo "civile", è anche selvaggiamente comico, e dalle sue pagine trasudano sesso e sangue.

 

La critica definì il romanzo "un lavoro epico di incomparabile bellezza, dai toni sacrileghi e insieme religiosi". Anche il Boston Globe non fu avaro di elogi: "James Joyce non è morto. Vive a Montreal e si fa chiamare Cohen".

 

Fino a oggi, i libri di Leonard Cohen hanno venduto in tutto il mondo oltre un milione di copie.

 

Ma è raro che poeti e scrittori - per quanto grandi - possano arricchirsi. Così, anche per mettere fine all'eterno problema del denaro, Cohen si dedicò alla musica.

 

Quando, su Hydra, rivela a Marianne di voler cantare, la risposta che lei gli dà è: "Please don't!"

 

Leonard è uno spirito irrequieto e nemmeno il piacevole clima dell'isoletta greca non può bastare a imbrigliarlo. Qualcosa lo costringe a spostarsi continuamente, ad affrontare sempre nuove esperienze. Alla rivista Musician l'artista spiegherà nel 1988:

 

"Per poter scrivere libri, occorre una residenza permanente. (...) Io decisi di cambiare completamente strada: divenni... cantautore".

 

Lasciatasi alle spalle la vita domestica di Hydra, rientra in America. Si trasferisce nelle vicinanze di Nashville, intenzionato a dare la stura alla sua nuova carriera. Incoraggiato da Judy Collins, che ha già inserito "Suzanne" e "Dress Rehearsal Rag" nel proprio album In My Life, Leonard debutta nel 1967 al Newport Folk Festival (dove si esibiscono anche Joni Mitchell e Joan Baez). Finito lo spettacolo, viene contattato da John Hammond (il produttore che, per conto della Columbia Records, ha preso sotto contratto Billie Holiday, Bob Dylan e Bruce Springsteen) e, nel Natale dello stesso anno, esce Songs Of Leonard Cohen.

 

Un inizio esaltante: "Suzanne", "Hey, That's No Way To Say Goodbye", "So Long, Marianne" e "Sisters Of Mercy" gli valgono l'accesso alle top-posizioni del pantheon musicale. E McCabe and Mrs. Miller, film western del '71 di Altman (che per il soundtrack scelse alcune canzoni del poeta-cantautore canadese), si può considerare un videoclip di lunghezza straordinaria.

 

Questa carriera, imboccata a 34 anni suonati, si sarebbe dovuta concludere - secondo le intenzioni dello stesso Cohen - dopo tre dischi. Invece da allora non ha più smesso di incidere; anche se i suoi tempi di produzione rimangono lenti. 

Per Cohen, scrivere è un processo lungo e a tratti doloroso.

 

"Per alcune canzoni ho impiegato degli anni" ammette. "Nessuna di esse ha avuto un'esegesi facile."

 

E ancora (in una più recente intervista): "Scrivere è una disciplina assai dura e io ho sempre ammirato le persone che riescono a farlo in fretta e bene. C’è qualcosa di folle, di non troppo sano, nell'atto con cui mi concentro. Ogni singola parola mi fa sudare. È una vera lotta. Ma non ho rimpianti. Scribacchio continuamente qualcosa. Attualmente, l'unico mio bisogno è di riunire tutto ciò che sono. Non mi sento più solo uno scrittore o solo un cantante: sono ‘la voce di un diario vivente’ ".

 

Songs From A Room (1969) e Songs Of Love And Hate (1971) lo riconfermano come il cantore del dolore e della solitudine ("Bird On A Wire", "Joan Of Arc", "Famous Blue Raincoat").

Come nei suoi libri, anche nelle canzoni Cohen esprime l'eterna avventura del corpo e dell'anima. La narrazione si sviluppa con candore e intelligenza, evocando immagini altamente suggestive grazie a liriche sublimi e alla sua voce dal timbro profondo e intimo (fin da sempre, si parla di stile "Leonard Cohenish").

"Certo, nessuno riuscirà mai a cantare le mie canzoni con una voce simile alla mia, ma soltanto perché i miei emuli non fumano oltre cinquanta sigarette al giorno!"

 

Sarà Bob Johnston a condurlo in Israele, la "terra dei Padri".

 

"I just love the guy, per lui farei tutto." Così dichiarò il produttore discografico. "Ho lavorato con molti artisti, ma solo con Leonard c'è stata un'intesa immediata. Ed è anche l’unico che mi sia diventato amico.“

Nella sala di registrazione, Cohen usava accendere candele e bastoncini d’incenso. Era la sua maniera di personalizzare quella fase del lavoro. E Johnston non ebbe mai nulla da ridire... (Per incidere il suo primissimo album, il cantautore aveva preteso - e ottenuto - di cantare seduto davanti a uno specchio.)

 

Johnston non si limitò a curare gli arrangiamenti di Songs Of Love And Hate, ma organizzò anche la tournée mondiale di Cohen, di cui la tappa israeliana fu la più importante. Una notte, dopo essere saliti su una collina che sovrastava Gerusalemme, Leonard abbracciò l’amico manager e gli disse: "Thank you for bringing me home". ("Grazie per avermi riportato a casa.") D'altro canto, nella stessa Gerusalemme vennero fuori tutti i grilli del cantautore. Una volta si arrabbiò per il sound che lui considerava "shitty" (pessimo), e un’altra volta interruppe un concerto per sparire dietro le quinte e... farsi la barba! Durante un altro concerto, scoppiò in lacrime, al colmo delle emozioni procurategli dalle sue stesse canzoni.

 

Dietro suo esplicito desiderio, il programma doveva includere delle esibizioni straordinarie da tenersi  in case di cura per malati di mente. Durante quelle matinée, Johnston perdeva spesso la pazienza, perché i matti battevano il ritmo sui tavoli, gridavano forsennatamente e si mettevano a correre in tondo. Quando le cose prendevano una brutta piega, Cohen smetteva di cantare, si avvicinava ai soggetti più irrequieti e parlava loro con infinita dolcezza, fino a che i poveracci non tornavano a calmarsi.

"Non c’è da stupirsi che se la cavava tanto bene con quelle persone" dice Johnston con bonaria ironia. "He was crazier than they were!" ("Era ancora più matto di loro!")

 

Dopo Live Songs, che contiene la trascinante "Please Don't Pass Me By" (improvvisazione blueseggiante di ben 14 minuti), è il turno di New Skin For The Old Ceremony (1973), un album magnifico, corredato da un arrangiamento orchestrale per volere del co-produttore John Lissauer.

 

"Suzanne", Nancy", "So Long, Marianne", "Bird On The  Wire", "Famous Blue Raincoat"... tutte queste canzoni sono ormai dei classici e sono state interpretate da artisti di tutto il mondo - in Italia: Fabrizio De Andre', Mia Martini, Mimmo Locasciulli...

Cohen adora l'Italia. Per lui è una terra-rivelazione. Nel nostro paese ha trovato numerose persone che lo apprezzano sia come artista sia come uomo. Nel 1980 è a Milano dove, passeggiando in corso Buenos Aires, viene accompagnato a rispettosa distanza da una schiera di aficionados vestiti come lui interamente di scuro. Milano sarà anche una delle tappe del suo glorioso tour del 1988.

 

Ma è soprattutto nell'Europa dell'Est che Leonard ha avuto fin da pincipio uno straordinario numero di seguaci, senza che riuscisse a spiegarsene la ragione. Probabilmente è per l'atmosfera vagamente yiddish di molte sue songs, che si armonizzano con certa cultura mitteleuropea e orientale.

Leonard ricorda che, durante un'acclamatissima tournée in Polonia, gli organizzatori gli versarono il compenso in zloty. "Peccato che allora la valuta polacca non fosse trasferibile all'estero..."

 

Purtroppo, il successo internazionale non riesce a sconfiggere la malinconia, l'umor nero di cui l'artista è succube. "A tratti posso sentire il sapore dolciastro della morte" osservò una volta. Ebbene, chi ama e capisce le sue canzoni, sa che la musica - così come la vita - può essere insieme pesante come il ferro e leggera come un aquilone. Soltanto l'ascoltatore che ha raggiunto tale consapevolezza può entrare in sintonia con Leonard Cohen.

 

Dopo una pausa di una manciata di anni, nel 1977 Lenny torna in studio e realizza Death Of A Ladies' Man. Ma forti disaccordi con Phil Spector portano all'esclusione dell'artista dalle fasi conclusive del lavoro.

 

Recent Songs, del 1979, è un ennesimo capolavoro. E, secondo quanto Cohen ha dichiarato in un'intervista a Mojo, si tratta dell'album da lui preferito in assoluto.

Coadiuvato da Henry Lewy (che vanta esperienze di lavoro con Joni Mitchell), il cantautore non si limita stavolta a celebrare i consueti problemi sentimentali, ma narra delle sue esplorazioni nell'immensa arena delle religioni.

Pur non avendo mai ripudiato le origini ebree, Cohen cerca conforto a più riprese in svariate dottrine mistiche, arrivando persino a far parte di Scientology, prima di approdare definitivamente al buddismo. Un giorno, Allen Ginsberg (suo grande amico) gli chiese: "Come riesci a far conciliare la religione ebraica con lo Zen?" Leonard ribatté (giustamente) che lo Zen, più che una vera e propria religione deistica, è una forma di meditazione "atea".

 

All'ebraismo e ai suoi riti l'artista è comunque rimasto fedele. Anche quando vegetava in una stanza del Chelsea Hotel ingerendo LSD e autocompatendosi, non imputò mai la colpa del suo profondo malessere alla famiglia, né alla religione cui la famiglia era devota. Lenny non mise mai in discussione, insomma, le usanze della sua "tribù". Vita natural durante, è sempre stato membro di qualche sinagoga, e ogni venerdì vi si reca per accendere il "menorah", il tradizionale cero dei fedeli.

 

Il dramma filosofico dell'artista si acuisce negli anni Ottanta, tanto da "sbilanciarlo" pericolosamente. L'album Various Position (1984) è un approfondimento delle sue riflessioni mistico-religiose; tuttavia, pur se scaturiti da una dolorosa odissea spirituale, i "salmi" di questo disco (alcuni in stile country) suonano talmente gradevoli all'orecchio da poter essere facilmente scambiati per "ordinarie" canzoni d'amore. ("Halleluja", "The Law", "Heart With No Companion", "If It'll Be Your Will"...)

 

In un'intervista rilasciata a Style nel 1988, L.C. raccontò:

"Avevo numerose versioni di me e utilizzavo le religioni quale supporto per il mio 'io'. Ma se uno tratta la materia religiosa come se fosse una mercanzia qualsiasi, difficilmente riuscirà ad avvicinarsi a Dio. Io mi illudevo di poter spargere luce nel mondo, di illuminare chi mi stava attorno; ne ero convinto sul serio! Ovviamente, ero ben lungi dal possedere tali poteri".

 

Nonostante le numerose alleanze sentimentali, Cohen non si è mai sposato. Ha però due figli che ama molto: Adam (musicista come il padre) e Lorca (battezzata così in onore del poeta spagnolo).

"Avere dei figli è come dormire sul vento. Hai sentimenti che ti rendono incapace di rifutare certe cose: conti su di loro, bruci dentro di essi, siedi confortevolmente nel centro dell'incendio del desiderio. Non provi a impedire di rimanere bruciato da una fiammella. Se opponi la più piccola resistenza, soffri orribilmente. Mi piace dedicarmi a loro." (2)

E: "I bambini mostrano in maniera orgogliosa le loro cicatrici. Gli amanti lo fanno a letto per rivelare segreti. Le cicatrici sono ciò che accade alle parole quando esse diventano carne." (3)

 

Negli anni Novanta esce The Future. È il suo modo di prendere congedo dal Ventesimo Secolo, con l'augurio che il nuovo millennio possa essere migliore. Profeta e rivoluzionario, Cohen (che fu membro del Partito Comunista e per qualche anno finanche di quello Repubblicano), preannuncia ottimisticamente - e non senza ironia - la venuta di un nuovo ordine democratico.

 

"It's coming through a hole in the air; from those nights in Tienenman Square... From the wars against disorder, from the sirens night and day; from the fires of the homeless, from the ashes of the gay: Democracy is coming to the U.S.A." (Sta arrivando attraverso un buco nell'aria, dalle notti in Piazza Tienenman... Dalle guerre contro il disordine, dalle sirene che suonano notte e giorno; dai falò dei senzatetto, dalle ceneri degli omosessuali: la democrazia sta arrivando negli U.S.A.) (4)

 

Il cantautore (che era a Cuba durante la crisi della Baia dei Porci) si considera un "left-conservative" - un conservatore di sinistra -, nello spirito di Norman Mailer, e in genere ha sempre avuto un'opinione positiva degli Stati Uniti d'America. La sua rivoluzione è, in fondo, una rivoluzione dei cuori, non un rivolgimento politico.

 

Il pezzo più trascinante di The Future è senza dubbio "Closing Time", con il magnifico coro-refrain che  torna sempre a ricordarci che, pur nella disfatta generale, nella deboscia, tra le macerie, non smettiamo mai di essere umani. (Stiamo a bere e a ballare / ma niente accade mai per davvero. / Questo posto è morto come il Paradiso al sabato sera /...ed esplodiamo in mezzo alle luci accecanti / all'orario di chiusura.) (5)

 

Alla fine del millennio, Leonard Cohen trova la tanto agognata pace in un piccola comunità Zen: una casupola arroccata sul Mount Baldy, a sud-est di Los Angeles. Per poter seguire e servire un monaco buddista, suo maestro spirituale di lunga data, non esita a separarsi dalla sua fidanzata, l'attrice Rebecca de Mornay. Nel monastero conduce una vita molto umile, fatta di lavoro e meditazione. Gli altri monaci lo chiamano "Jikan"...

Passano nove anni ed ecco che il Poeta ridiscende dal suo eremo e lancia Ten New Songs; e subito gli appassionati di musica tornano a interessarsi di lui. Tanto clamore intorno alla sua persona non sembra comunque spiazzarlo. Lenny vive come canta: a bassa frequenza. La sua voce ormai vecchia e da incallito fumatore forma un bel contrasto con la struggente melodiosità delle canzoni. Ma, una volta di più, quel che colpisce è la poeticità dei testi.

 

"Certo che è difficile produrre parole per vivere in eterno, ma è un compito molto più agevole di chi deve produrre sudore per poter sopravvivere. Quando sento un artista lamentarsi, mi viene voglia di aprire il cassetto e tirare fuori una pistola! Il problema è che noi tutti consideriamo l’arte assai più di quello che effettivamente è. Dovremmo limitarci a produrre e lasciare che sia l’amore della gente l’unico vero giudice. Il resto è autocommiserazione, vanità danzante, egocentrismo, preoccupazioni inutili. L’arte non è religione, e lamentarsi è eccessivo e irrazionale".

 

In questi giorni, Cohen passa molte ore recluso in casa, davanti al computer, a produrre arte grafica e a scrivere versi con pazienza certosina. Ma a noi piace immaginarlo mentre sta seduto su una panca sotto il cielo aperto, nella sua celebre posa meditativa: a gambe incrociate, con indosso un completo di Armani e, tra due dita, l'eterno segnatempo nicotinico.

 

 

 

 

 

 

(1) Da un'intervista rilasciata ad Arthur Kurzweil per The Jewish Book News Interview, in occasione dell'uscita del libro Stranger Music: Selected Poems and Songs.

(2) Le mie canzoni sono come le Volvo: durano trent'anni. Leonard Cohen, a cura di Marco Spagnoli e Giuseppe Episcopo. Stampa Alternativa, collana Millelire.

(3) ibidem

(4) Traduzione di franc'O'brain, tratta dal sito "Sincerely, L. Cohen" (www.angelfire.com/ego/cohen)

(5) ibidem