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La trasformazione magica
di P.K. Dick
di Norman Spinrad
traduzione di Giancarlo
Carlotti
Sul serio, avrei
preferito non scrivere questo saggio, perché Philip K. Dick era un amico carissimo e la
sua morte prematura mi ha turbato profondamente. A parte un breve necrologio che fui
indotto a scrivere con l'inganno e un'introduzione a un volume di suoi racconti, non sono
più stato disponibile e forse nemmeno capace di scrivere qualcosa su Phil.
Phil Dick è forse il massimo autore di fantascienza di ogni tempo, e di sicuro una figura
cruciale nella storia della letteratura del genere, perciò, se omettessi una valutazione
dell'opera di Dick, questo mio intervento non solo si ritroverebbe con una voragine
spalancata nel bel mezzo ma renderebbe anche un pessimo servizio alla sua eredità
letteraria.
Comunque, non sarò tanto subdolo da fingere obiettività: già dai due paragrafi
introduttivi dovrebbe apparire evidente che faccio persino fatica a scegliere la maniera
più idonea per parlare del mio defunto amico e compagno di letteratura. In questo saggio,
che per forza deve essere tanto una rievocazione personale quanto un pezzo di critica
letteraria, non posso fare a meno di commettere innumerevoli peccati contro l'obiettività
critica convenzionale.
Inoltre, ammetto spontaneamente che a indurmi in ultima istanza a interrompere il mio
silenzio addolorato riguardo a Philip K. Dick è stata la quantità crescente di spazzatura
esoterista scritta su Phil dopo la sua morte, fenomeno che mi pare abbia reso un pessimo
servizio alla seria valutazione critica della vera grandezza della sua opera, occultandone
il nucleo centrale, che ha ben poco a che vedere con opere relativamente minori come Valis
e Divina invasione, per non parlare della cosiddetta "Esegesi".
Gregg Rickman ha intitolato The Final Testament un libro di interviste con Phil
commentate, che si dilunga soprattutto su Valis, su Divina Invasione, sull'esperienza di
Phil con la cosiddetta "luce rosa" e sul dybbuk di un rabbino del Trecento che
si presume gli abbia dettato il materiale della "Esegesi" su cui sono basati
questi romanzi. Troppa analisi postuma della vita e dell'opera di Dick si è concentrata su
questi materiali palesemente bizzarri, che Robert Crumb ha persino trasposto in fumetto.
Dato tutto questo, dato che Phil è morto d'un colpo apoplettico, dato che su Valis e
Divina invasione aleggia per gli increduli una certa aria di discorso a vanvera, forse
Eric Rabkin ha qualche ragione a sostenere che la "luce rosa" è un sintomo di
un'apoplessia minore precessa che avrebbe compromesso il cervello di Phil a livello
fisiologico, riducendolo a quello stato maniacale in cui purtroppo ha realizzato i suoi
ultimi scritti.
Però sia Rabkin che Rickman ignorano un particolare, Rickman forse perché non coincide
con la sua ossessione mistica, Rabkin perché devia dalla sua spiegazione peraltro
persuasiva di quella che lui chiama la pazzia finale di Phil e che Rickman e altri
considerano la rivelazione trascendentale di Phil.
E cioè che né Valis né Divina invasione né la "Esegesi" e nemmeno il libro
di interviste di Gregg Rickman costituiscono il "testamento finale" di Philip K.
Dick.
Il testamento finale di Philip K. Dick è La trasmigrazione di Timothy Archer, l'ultimo
romanzo scritto da Phil, un'opera lucida e luminosa, assolutamente sana di mente, che per
Phil fu una grande conquista alla fine della sua carriera, e in un certo senso una
pisciata in testa sul Philip K. Dick di Valis, Divina invasione ed "Esegesi".
Ed è qui che la critica letteraria deve sfumare nei ricordi personali, perché io ho dato
una mano alla genesi di questo romanzo, o per lo meno alla forma che ha preso.
Tornato a New York da Los Angeles prima che cominciasse il periodo "luce rosa",
avevo rivisto Phil solo qualche volta, in occasione delle mie sporadiche visite sulla
costa occidentale. Quando sto lavorando su un libro faccio abbastanza schifo come
corrispondente, perciò in un certo senso mi sentivo di aver abbandonato Phil in quel
periodo difficile. Era davvero uscito di testa? L'avevo trascurato?
Però, quando alla mia visita successiva andai a trovare Phil a Santa Ana, le cose non
sembravano cambiate per nulla. Phil non era affatto rimbambito. Aveva i suoi soliti
problemi con l'automobile. Qua e là mi fece anche cenno alla "luce rosa", a
come era stato posseduto dal dybbuk del rabbino del XIV secolo, alla scrittura automatica
della "Esegesi", eccetera, ma persino in quei momenti discuteva di questi fatti
alla stessa stregua dei problemi alla trasmissione o delle sue difficoltà a dimagrire. E
poi adesso era tutta roba passata, e si era messo al lavoro nello sforzo di riunire
materiali totalmente differenti in un nuovo romanzo.
A quanto pare, una parente di una delle sue mogli aveva avuto una lunga relazione segreta
con James Pike, il turbolento vescovo episcopale della California, che era stato rimosso
dal suo incarico dalle alte gerarchie ed era morto nel Negev in Israele, sembra perché si
era addentrato nel deserto in cerca dei luoghi degli Esseni o di loro reperti con una
macchina inadatta, provvisto soltanto di due bottiglie di Coca calda.
Phil, grazie a quel legame, aveva avuto modo di conoscere Pike, e voleva scrivere un
romanzo sulla sua odissea spirituale. Visto forse che si sentiva ineluttabilmente
etichettato come scrittore di fantascienza, s'era convinto che l'unico modo per far
pubblicare quel romanzo era imbottirlo con una gran quantità di ammennicoli thriller-SF
coinvolgenti trame della CIA, invasioni aliene e le solite fesserie.
«Cristo, Phil» gli dissi «hai una gran storia, quella merda non ti serve. Perché non
la racconti solo così com'è andata?»
«Credi che in questo modo me la pubblicherebbero?»
Gli risposi che pensavo di sì, perciò lui decise di andarne a parlare con Russell Galen,
suo agente e amico, di cui si fidava. Galen si dichiarò d'accordo, incoraggiandolo a
insistere, e il risultato fu La trasmigrazione di Timothy Archer, che secondo me è uno dei
tre o quattro romanzi migliori di Phil, un ritorno ai livelli di La svastica sul sole, Le
tre stimmate di Palmer Eldritch e Ubik, dopo troppi anni di divagazioni con opere minori.
Di sicuro è di gran lunga superiore a Valis o a Divina invasione: assolutamente coerente,
totalmente misurato, penetrante dal punto di vista spirituale e ricco di passione e
lucidità.
Per di più Dick narrò la storia in prima persona, cosa che non aveva mai fatto prima, e
l'io narrante, quello che parla in prima persona, è una donna, Angel Archer, la quale, con
la sua posizione distaccata rispetto al vescovo Timothy Archer eponimo, costituisce una
variante peculiare ma efficace della posizione periferica di Phil rispetto alla vicenda di
James Pike.
Timothy Archer è un Pike riconoscibilissimo, però, coi suoi vagabondaggi spirituali, con
la sua perdita della fede e il suo salvataggio dopo la morte, trasformato, conserva una
certa somiglianza con lo stesso Dick e con il suo girovagare nel pantano del periodo
Esegesi, Valis e Divina invasione fino alla luce abbagliante che gli permise di scrivere
questo stesso libro. E Angel, l'alter ego mutato di sesso di Dick, distaccata dal punto di
vista emotivo e cinica da quello spirituale per quasi tutta la vicenda di La
trasmigrazione di Timothy Archer, trova anche lei una specie di equilibrio spirituale
verso la fine del romanzo.
Che La trasmigrazione di Timothy Archer sia stato l'ultimo romanzo di Philip K. Dick è sia
una tragedia che un trionfo.
È una tragedia perché qui l'autore s'è addentrato su nuovi territori narrativi in
termini di forma, punto di vista, chiarezza e controllo della materia, e si trattava di
uno scrittore che aveva già alle spalle tanti grandi lavori e non aveva ancora
sessant'anni quand'è morto. Dove sarebbe potuto arrivare Philip K. Dick dopo questo
romanzo?
È un trionfo perché è il perfetto testamento finale per Philip K. Dick autore e per Phil
uomo, un ritorno alle vette della sua arte letteraria proprio alla fine prematura della
sua carriera, un ritorno alla vera visione metafisica e umana di Ubik e La svastica sul
sole e Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Noi marziani dopo un lungo periodo di opere
marginali.
Ed è anche in qualche modo la più pura affermazione del centro spirituale dell'opera di
Phil Dick scrittore e del suo essere uomo, come se Phil, alla stregua di uno dei suoi
personaggi, avesse capito che la fine era vicina e ci avesse così lasciato questa gemma
di chiarezza per sbugiardare il culto deviante che forse già presagiva.
C'è un punto in Timothy Archer in cui Dick descrive l'equilibrio spirituale superiore di
Bill Lungdborg, un meccanico d'automobili schizzofrecnico, per mezzo di una lunga
conversazione con Archer e altri, in cui il vescovo discute di teologia cristiana mentre
analizza i pregi e i difetti di vari modelli d'automobile. E funziona.
Questo pezzo vale più dell'intera Esegesi e di tutte le farneticazioni che la circondano.
Alla fine riesce a trapelare il vero spirito di Phil, e non funziona soltanto a livello
letterario: questa è materia concreta. Persino in punto di morte Phil aveva il potere di
esaltare lo spirito umano in questa maniera stranamente umile.
Ho parlato per l'ultima volta al telefono con Phil da New York mentre partecipavo alle
trattative per un contratto cinematografico che mi avrebbe fatto guadagnare più soldi di
quelli che avessi mai visto in vita mia. Lui stava per partire per l'Europa con la sua
nuova amichetta. Era su di giri, aveva visto un montaggio provvisorio di Blade Runner e
gli era piaciuto. Io mi stavo mangiando le unghie in attesa che la Universal mi sganciasse
i soldi per la trasposizione di Jack Barron e l'eternità. Come tante volte in passato,
Phil mi aiutò a capirci qualcosa.
Qualche giorno dopo fui convocato a far parte di una giuria per la settimana seguente, e
poi dopo ricevetti la tanto attesa telefonata da 75.000 dollari. Ebbi circa due ore per
godermela, poi ricevetti un'altra telefonata che mi avvertiva che Philip aveva subito un
ictus imponente, scivolando in coma profondo.
Avevo appena guadagnato più soldi di quelli che avessi mai fatto in vita mia. E Phil
stava morendo. E il lunedì seguente dovevo far parte di una giuria. Cosa dovevo fare?
Sganciarmi dalla giuria con una scusa certamente giustificata per volare fino in
California, dove ex mogli, figli e amichette stavano già sciamando attorno al letto di
morte di Phil affamati e isterici, proprio come se fosse stato Phil in persona a scrivere
la sua scena finale?
Una vocina interiore mi consigliò di fare il mio dovere di giurato. E lo feci.
Partecipai a un processo per un furtarello. L'imputato era evidentemente colpevole di
qualcosa, ma da come erano state messe insieme le prove conservavo un'ombra di dubbio. Ero
uno dei due giurati che si opponevano alla condanna. La giuria fu tenuta in camera di
consiglio tutta la notte. La mattina dopo un altro giurato, una donna, che sapeva soltanto
che ero uno scrittore di fantascienza, mi mostrò la pagina dei necrologi del giornale.
«Conosceva questo tale?» mi chiese.
Eccome se lo conoscevo. Mentre a New York stavo lottando con la mia coscienza per decidere
se dovevo spedire un ladruncolo in galera, Phil era morto in California. In qualche modo
sapevo che era proprio quello che Phil avrebbe desiderato facessi. Ormai ero rimasto
l'ultimo a opporsi alla condanna. Emotivamente ero a pezzi, ma non cedetti. Feci leggere e
rileggere le testimonianze fino a quando trovai un punto in cui l'imputato mi convinse
oltre ogni ragionevole dubbio della sua colpevolezza, perché oltre ogni dubbio sapevo che
Phil avrebbe voluto facessi anche quello. Non avrebbe mai desiderato che spedissi un uomo
in prigione con una scrollata di spalle, solo per poter fuggire da quella sala di giuria e
correre a compiangerlo.
Questa è la fine della storia della mia amicizia con Phil, e questo era il tipo d'uomo che
Phil era al momento della sua morte, un uomo che era in grado di scrivere La
trasmigrazione di Timothy Archer. In termini letterari, per lo meno, era una strana forma
di lieto fine, perché non avevo mai conosciuto il Philip K. Dick che aveva scritto La
svastica sul sole e Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Ubik e Blade Runner e Noi
marziani, cioè il Philip K. Dick degli anni Sessanta, il periodo in cui stava scrivendo
al massimo della forma il cuore della sua opera, una forma che ardisco sostenere abbia
ritrovato proprio alla fine.
Quel Philip K. Dick che conoscevo soltanto come scrittore e, fatto abbastanza strano, come
uno dei clienti che gestii brevemente quale anonimo schiavo salariato presso l'agenzia
letteraria Scott Meredith.
In qualità di agente letterario neofita, rimasi attonito davanti al lavoro mercenario
sottopagato che Dick svolgeva per campare. Utopia, andata e ritorno, per esempio, fu
scritto come racconto lungo attorno a un'illustrazione di copertina per
"Amazing", e in seguito dilatato a dimensioni da romanzo per circa 1.500
dollari. Mr. Lars sognatore d'armi, non sto scherzando, fu scritto perché Tom Dardis
della Berkley Books aveva questo titolo che pensava fosse sufficiente a far vendere un
romanzo di fantascienza e perciò chiese a Scott se gli trovava qualcuno in grado di
scrivere il libro.
Come avrei appreso molto più avanti, gran parte dei lavori minori di Phil in quel
periodo, Utopia, andata e ritorno, Mr. Lars sognatore d'armi, Ritorno dall'Aldilà,
eccetera, furono sfornati al volo sotto forma di prima stesura non corretta perché Phil
aveva bisogno immediato di contante.
Però, come lettore, divorai i grandi romanzi di Dick di quel periodo, e come aspirante
scrittore trassi ispirazione da essi, li studiai, valutandoli forse la miglior
fantascienza sulla piazza, e feci del mio amico futuro uno dei miei idoli e santoni
letterari.
Questi romanzi, almeno, li posso considerare con una vaga parvenza di obiettività,
perché non avevo ancora incontrato Philip K. Dick quando li lessi per la prima volta.
Tutti possiamo discutere l'importanza relativa di romanzi come Follia per sette clan,
Cronache del dopobomba, Labirinto di morte, Guaritore galattico, I simulacri e Illusione
di potere, e ben pochi potrebbero sostenere che Mr. Lars sognatore d'armi o Utopia, andata
e ritorno o Nostri amici da Frolix 8 o Ritorno dall'Aldilà oppure Vedere un altro
orizzonte siano opere maggiori. Ma pochi critici o lettori di Dick negheranno che Noi
marziani, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Blade Runner e Ubik siano il cuore del
corpus di Dick, per quanto numerose possano essere le sue altre opere selezionate per
essere poste al loro stesso livello.
Anche se questi ultimi sono quattro romanzi assai diversi con quattro ambientazioni
piuttosto differenti, hanno tante cose in comune, sia tra di loro che con molti altri
romanzi di questo periodo, per Dick enormemente prolifico.
Tutti hanno dei protagonisti "punto di vista", cioè il personaggio la cui
coscienza è il punto di vista attraverso il quale viviamo la maggior parte della
narrazione. Questi personaggi non sono in realtà dei "primi motori", ma si
trovano piazzati in un ruolo centrale che esige da loro una certa forma di eroismo. E sono
tutti quanti persone reali con un lavoro reale che per loro significa qualcosa, e con vite
e problemi e relazioni reali.
Tutti questi romanzi, tranne Noi marziani, hanno al centro di quel che sta accadendo nel
macrocosmo una figura carismatica, preponderante e capace di mutare la realtà, ma non
realmente centrale per i veri eventi della narrazione, anche se la sua relativa importanza
per la trama e per l'ambientazione varia da libro a libro. Mercer, il messia televisivo
che espia le colpe del mondo in rovina, è piuttosto incidentale per Blade Runner, Runciter
è abbastanza cruciale per Ubik e Palmer Eldritch alla fine è virtualmente la divinità di
Le tre stimmate. Persino Noi marziani contiene una figura del genere, per quanto
particolare, funzionalmente divisa tra il potente leader sindacale Arnie Kott e il figlio
di questi, Manfred, autistico e plasmatore della realtà.
Incontriamo figure del genere in altri romanzi di Dick, in Cronache del dopobomba,
Illusione di potere e Guaritore galattico, e anche in alcuni dei primi romanzi. Per quanto
tutti siano perfettamente individuati e finemente caratterizzati, hanno ben altro in
comune, oltre alla loro capacità funzionale di creare, in un modo o nell'altro, una
realtà alternativa.
Anche se non sono centrali alla trama nei termini del tempo in cui occupano il proscenio
del romanzo, sono spesso resi come personaggi protagonisti con vite interiori reali e
comprensibili, piuttosto che come pupazzi di cartone, come cattivi classici o primi motori
inamovibili. Arnie Kott può essere rozzo e duro e spietato, ma non è un malandrino
completo. Glen Runciter, anche nella semimorte della mezza vita, sta cercando di fare del
bene al suo popolo. Persino Palmer Eldritch è fino a un certo punto la vittima delle sue
buone intenzioni andate per il verso sbagliato.
Alla fine, il filo rosso che corre evidente attraverso questi libri, e in realtà
attraverso gran parte dell'opera di Dick, in una forma o nell'altra, è il suo tema
centrale con tanti corollari ben esplorati: la distinzione tra autentico e simulacro
(umani contro androidi in Blade Runner, le varie realtà in Ubik, Palmer Eldritch ed entro
certi limiti Noi marziani), il concetto dickiano della molteplicità del reale e, almeno
in quel senso, della mancanza di una distinzione netta tra "realtà" e
"illusione", "autentico" e "simulacro".
Questo è il grande tema dell'opera di Dick, dei romanzi cardine del suo periodo più
produttivo e anche delle opere minori, di quel che porta all'esplosione creativa iniziata
con La svastica sul sole quanto delle opere successive. È un tema enormemente vasto,
abissale, infinitamente complicato. Allora c'è poco da meravigliarsi che spesso Dick
sembri contraddirsi su questi argomenti da romanzo a romanzo, spesso anche nel medesimo
libro, perché sta lottando con la/e natura/e della/e realtà stessa/e, e il giudizio
complessivo che si trae dalla lettura della sua opera nella sua integrità è che la
realtà stessa è molteplice, non oggettiva e internamente contraddittoria.
Noi marziani sembra svolgersi nella realtà singola di un Marte colonizzato del futuro, e
l'autismo di Manfred pare essere soltanto una malattia mentale, ma quando il romanzo
finisce rimaniamo con l'impressione che il ragazzo autistico stia vivendo in una specie di
visione precognitiva di un futuro che degenera in un simulacro morto da cui è stato
risucchiato ogni spirito ravvivante (concetto chiave dickiano), in un certo senso ancor
più reale della realtà consensuale degli altri personaggi.
Le realtà di Ubik si svolgono entro un universo soggettivo creato da Runciter, che a sua
volta è intrappolato nella realtà soggettiva della mezza vita, ma quel che Joe Chip fa al
loro interno influenza il mondo "reale" e viceversa.
Le tre stimmate di Palmer Eldritch è forse la formulazione più completa e ambiziosa e
umana dell'imponente tematica centrale di Dick. Attraverso la droga Chew-Z, riportata da
Eldritch da Centauris, le realtà soggettive dei personaggi si ripiegano l'una sull'altra
come tante scatole cinesi su un nastro di Möbius, in molte delle quali Eldritch è il dio.
Ma lo stesso Eldritch occupa una realtà in cui è ben lungi dall'essere un primum movens
inamovibile.
Cos'è che consente a Dick di esplorare queste tematiche senza scivolare nella pura
farneticazione? In effetti, la natura del suo nocciolo tematico è tale che talvolta,
quando tenta di ricavare alla svelta un'operina minore lungo questa falsariga, come Mr.
Lars sognatore d'armi o Ritorno dall'Aldilà o Nostri amici da Frolix 8, eccede.
Ma quando colpisce il centro come in Noi marziani, Le tre stimmate di Palmer Eldritch,
Blade Runner, Ubik e altri, riesce a regalarci, da questo stesso guazzabuglio metafisico
molteplice e contraddittorio, una vera visione, una chiarezza genuina che illumina le
nostre vite al più profondo livello spirituale.
E lo fa in due modi.
Il primo è tecnico. Dick è il maestro del punto di vista narrativo multiplo. Non avrà
forse inventato questa tecnica, ma ha fatto più di chiunque altro per introdurla nella
fantascienza, la utilizza in quasi tutti i suoi romanzi, non spezza mai la struttura
formale, e infine la forma che ha scelto è ideale per le sue tematiche.
Non esiste un punto di vista privilegiato dell'autore in romanzi come Noi marziani, Palmer
Eldritch, Blade Runner e altri, non c'è nessun Philip K. Dick che dice al lettore cos'è
"reale" e cosa non lo è. Questi libri sono mosaici di realtà, le realtà dei
personaggi "punto di vista", non dell'autore. In questo senso in nessuno di
questi romanzi c'è una generale realtà base, solo l'interfacciarsi di una molteplicità
di realtà soggettive...
Dick non ci sta tanto dicendo quanto dimostrando che la "realtà" è così: la
realtà consensuale, sempre che una cosa del genere esista, è l'interfacciarsi delle
nostre realtà soggettive con quelle di altre coscienze, non una matrice complessiva entro
cui tutti viviamo. Quel che è reale.
Si è fatto un gran parlare del rapporto di Dick con le droghe e della preminenza delle
droghe psichedeliche come elemento centrale della sua opera, almeno negli anni Sessanta.
Per scivolare nei ricordi, è sicuramente vero che non ho mai incontrato nessuno, Timothy
Leary compreso, che sapesse di farmacologia quanto Phil, o avesse ponderato più a fondo
la metafisica delle droghe psichedeliche e il rapporto tra tale metafisica e quella della
"malattia mentale", soprattutto delle varie forme di schizofrenia.
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