CICLOPEDIA... DELLO... SPORT
Appunti e informazioni varie, tra il serio e il faceto
La "Superga" boliviana
E' la sera del 26 settembre 1969: sono trascorsi vent’anni e poche settimane dalla sciagura che cancellò il Grande Toro. Un DC-6 della compagnia Lloyd Aéreo Boliviano precipita in una regione montuosa denominata La Cancha, vicino al centro minerario di Viloco, a un centinaio di chilometri dalla capitale La Paz. A bordo del velivolo si trova quasi al completo la rosa dello Strongest di La Paz, uno dei club più blasonati del Paese (16 titoli nazionali). La squadra era al rientro da una trasferta a Santa Cruz, dove ha giocato un'amichevole.
Muoiono nell'impatto 69 passeggeri, tra cui 19 “Tigri di La Paz” (questo il soprannome che viene dato ai calciatori in casacca giallonera).
In tutto il Paese è dolore immenso. Tra i giocatori scomparsi nella tragedia di La Cancha ci sono alcuni argentini e paraguaiani, e ciò contribuisce a creare ondate di commozione anche oltre i confini della Bolivia. Una grande folla sfila per due giorni verso la Cattedrale Metropolitana di La Paz, dove si tiene la veglia funebre, e migliaia di persone accompagnano al cimitero le salme dei giocatori, dell'allenatore e degli assistenti tecnici.
Essendo la rosa dello Strongest praticamente radiata, si pensa che, con il disastro, per la società sia giunta la fine. Ma Rafael Mendoza, uno dei dirigenti che fortunatamente non aveva partecipato al viaggio, decide di far risorgere lo Strongest e, insieme a un gruppo di amici attaccatissimi ai colori del club, inizia l'opera di ricostruzione. L'attestato di solidarietà certamente più significativo arriva dai rivali storici del Bolivar. Ma si mettono in moto anche la FIFA, la federazione boliviana e alcune società di calcio estere (soprattutto argentine: River Plate e Boca Juniors). Alberto J. Armando, presidente del Boca Juniors, organizza una partita di beneficenza a Buenos Aires e dà in prestito a Mendoza alcuni giocatori del suo vivaio. Così può risorgere The Strongest, che fu ed è tra i più importanti portavessilli dello sport boliviano.
Sotto la guida di “Don Rafo”, The Strongest tornò a trionfare nel campionato nazionale e, dopo che in tempi non lontani è stato costruito il nuovo stadio e un moderno centro per lo sport e il tempo libero, il club delle "Tigras" di La Paz è più vivo e prosperoso che mai.
Un
derby del 1991 tra i due più grossi clubs uruguayani, Penarol e Nacional Montevideo, è
ricordato come il "derby della catenina d'oro". Valdez,
goleador del Nacional, era solito giocare portando addosso alcuni oggetti... di
gioielleria, tra i quali era una catenina d'oro. Durante quella partita, in occasione di
un calcio d'angolo, la marcatura su di lui del difensore del Penarol Goncalves si
trasformò in vera e propria lotta greco-romana; nella mischia, Goncalves strappò a
Valdez la catenina e se la nascose in un calzettone. Nessuno degli spettatori presenti
allo stadio si accorse di nulla, ma all'occhio delle telecamere questo gesto naturalmente
non poteva sfuggire, e così, dopo la partita, Goncalvez trovò Valdez ad aspettarlo fuori
dagli spogliatoi, accompagnato dalla polizia. Il giocatore fu dapprima messo agli arresti,
ma l'accusa di furto fu generosamente lasciata cadere nel momento in cui restituì la
refurtiva.
Alla domanda perché abbia fatto una cosa del genere, lo stesso Goncalvez rispose di non
sapere assolutamente che cosa gli fosse saltato in mente.
ESCOBAR: Il calcio vittima della follia
E' il 22 giugno 1994, nel caldo opprimente di Los Angeles si gioca Stati Uniti-Colombia,
secondo atto del primo turno eliminatorio di Usa '94. La Colombia di Maturana ha perso al
debutto contro la Romania, ma contro i padroni di casa parte favorita e nessuno considera
compromesso il cammino verso gli ottavi. Invece, al minuto 34 si manifesta uno di quei
casi imponderabili di cui è costellata la storia del calcio: cross dalla destra di
Harkes, nemmeno troppo pericoloso, non ci arrivano gli attaccanti "yankee" ma ci
arriva, purtroppo in maniera maldestra, il centrale difensivo colombiano Andres Escobar,
colonna del Nacional di Medellin.
È un clamoroso autogol che condanna la Colombia alla sconfitta (2-1 il risultato finale a
favore degli statunitensi) e spezza definitivamente il "sogno mondiale" di
un'intera nazione che in questo gruppo credeva addirittura in maniera esagerata.
Nonostante la vittoria sulla Svizzera (2-0), la Colombia del "calcio nuovo"
chiude il girone all'ultimo posto e torna a casa. Torna a casa anche Andres Escobar, che
da eroe si ritrova improvvisamente condannato al ruolo di principale colpevole della
caduta. È naturalmente sconfortato, ma è anche un ragazzo molto equilibrato e cerca di
reagire. Da mesi ha accettato una collaborazione col quotidiano "El Tiempo" di
Bogotà, attraverso la quale ha raccontato la sfortunata avventura mondiale. Dopo
l'eliminazione, cerca di spiegare i motivi del crollo ("Ci è mancata la
determinazione"), assume le proprie responsabilità, prova comunque a sdrammatizzare:
"Un abbraccio forte a tutti, e che si mantenga il rispetto. È stata comunque
un'esperienza formidabile, che non avevo mai provato. La vita non finisce qui".
Sarà la sua ultima testimonianza, e quelle parole assumeranno di lì a poco un
significato agghiacciante. È passata appena una decina di giorni dalla beffa di Los
Angeles, sono le tre e mezza (di notte) del 2 luglio. Escobar esce in compagnia della
fidanzata e di un'amica da un ristorante di Medellin. Lo affrontano tre uomini e una
donna. "Grazie per il gol" gli sussurrano. Le ultime parole prima di
un'esecuzione in piena regola: uno dei tre uomini gli scarica addosso dodici colpi,
sparati da una mitraglietta. Poi il commando sparisce nel buio. Escobar muore in pochi
attimi. La Colombia, e tutto il mondo del calcio, si risvegliano sconvolti: "Questo
Paese è un manicomio permanente!" grida il Ct colombiano Maturana. "La
maggioranza della gente è buona, ma pochi cattivi alimentano l'aspetto più negativo
delle passioni."
C'è di mezzo un giocatore del Nacional di Medellin, il sospetto che dietro l'omicidio ci
sia l'ombra del narcotraffico e delle scommesse clandestine si fa forte. Qualcuno
rispolvera le parole di Tino Asprilla dopo l'eliminazione ("Ci hanno buttato fuori
gli scommettitori"), altri ricordano che la vittoria degli Stati Uniti era quotata a
venti, alla vigilia della sfida con gli uomini di Maturana. E c'è anche il precedente:
l'assassinio di Omar Dario Canas, ventiduenne del Nacional a un passo dalla convocazione
in Nazionale, avvenuto nelle vicinanze di Medellin nel febbraio del '93. In quel caso, si
disse, c'era di mezzo la lotta tra i grandi "cartelli" del narcotraffico
colombiano, quello di Medellin di cui Pablo Escobar, ucciso a sua volta in quel '93, era
stato il leader, e quello emergente di Cali. Ombre, insomma, sulla morte assurda di un
difensore amato dal popolo, che paga con la vita un banale errore in campo.
Cose che succedono, dirà qualcuno, in un Paese incredibile ed eccessivo anche nelle
tragedie, come la Colombia di quegli anni. Mentre più di centomila persone accompagnano
Andres Escobar nell'ultimo viaggio attraverso una città che colleziona seimila omicidi
all'anno, la polizia blocca il killer del giocatore. Si chiama Humberto Munoz Castro,
confessa il delitto ma afferma di aver sparato senza sapere di trovarsi di fronte al
campione. La polizia non gli crede, però al tempo stesso abbandona la pista del
narcotraffico e delle scommesse: non c'era un piano determinato, solo la delusione di un
fan che si è trasformato in killer improvvisato. I colombiani sono di tutt'altro avviso:
si sa che l'eliminazione della Colombia ha fatto perdere ingenti somme ai padroni del
mercato della droga. Al di là del movente, resta la morte assurda di un giocatore
corretto, di un uomo tranquillo che sapeva di aver commesso un errore in campo, ma forse
non immaginava quali e quanti interessi fossero legati a quella maledetta autorete.

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Nel 1969 lo
scozzese Kenny Dalglish, allora giovanissimo, fu dato in prestito dal Celtic Glasgow a un
minuscolo club di nome Cumbernauld United. Così, per alcuni mesi, la squadretta del
Cumbernauld (conosciuta soltanto localmente) poté usufruire dei servigi di quello che
sarebbe poi divenuto una vera e propria leggenda calcistica. Ma, per qualche motivo,
l'allenatore e i dirigenti del piccolo club non riconobbero affatto la bravura di
Dalglish, e lo relegarono... in porta!
Non c'è da stupirsi che il Cumbernauld sia destinato a militare per sempre nelle
divisioni minori...
Euro 2004. "Roteiro".
| Grandi del calcio: JUAN ALBERTO SCHIAFFINO URUGUAY - CENTROCAMPISTA Il 28 luglio 1925 nasce a Montevideo uno dei più grandi registi di tutti i tempi, Juan Alberto Schiaffino, detto "Pepe" fin da giovane per la sua irrefrenabile vivacità. Il fratello Raul, cannoniere del Penarol e della Nazionale, non può che tramandargli la passione per il calcio, tanto che Juan esordisce nella "Celeste" ancor prima che nel suo club. Fu uno dei maggiori artefici della vittoria mondiale del 1950 targata Uruguay. Assieme a Ghiggia trascinò la squadra in finale, grazie anche ad un'invidiabile media gol: nella sola sfida contro la Bolivia riuscì a violare per ben 5 volte la rete avversaria. Dopo aver vinto tre titoli nazionali con il Penarol, Schiaffino sbarca in Italia, alla corte del Milan e del presidente Rizzoli. I 31 gol in due stagioni si affiancano al talento e alla perenne ispirazione con cui "Pepe" serve i compagni. La leggenda vuole che fosse stato molto avaro, un aspetto del suo carattere dovuto forse alle origini liguri dei nonni. Così il presidente Rizzoli, stanco delle continue richieste economiche del giocatore, un giorno disse: "Lei è il meno adatto a protestare: se fosse presidente del Milan, dipingerebbe la pelle dei giocatori di rosso e di nero per risparmiare le magliette la domenica!" Con il Milan Schiaffino vinse tre scudetti e una Coppa Latina, poi, 35enne, si trasferì a Roma, spinto da un ingaggio da sogno. Era il culmine di una grande carriera che si concluse con le ultime 4 presenze nella Nazionale azzurra. |
Euro 2004. Tifosa svedese.
Aspettando Pechino 2008...
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Che cos'è Hattrick?.................
Eroi in pallone (Svarioni linguistici)