La musica in sottofondo è LA BAMBA 

PAGINA 1 ....................PAGINA 2.....................PAGINA 3..............................SPECIALE

Automobilismo .............Ermafroditi ................... Maradona Superstar .............Assi del pallone

Arbitri .......................... Fairness .........................Preferiamo le giamaicane         Che cos'è Hattrick?

Doping vampiresco ......Hockey su ghiaccio .......Sibilia Superstar         Brocchi, storia, curiosità et alia

Tennis........................... Trasferta ........................Il cielo in un sottoscala .........Il Grande Toro

RONALDO....................CALCIO ESPLOSIVO .........."Giorgione" Chinaglia     Il Palermo Calcio

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"Se sono vivo, devo ringraziare il Barbuto (Dio) e… il Barbuto (Fidel)."
Sono parole di Diego Armando Maradona, tratte dalla sua autobiografia Yo soy el Diego (2000).
Droga, doping, atti di violenza... La vita di "El niño de oro" è una lunga serie di lotte, che assomigliano però più a provocazioni che a battaglie vere e proprie. Irriverente e volgare nella vita quotidiana, incantava i pubblici degli stadi anche per la sua assoluta correttezza. Anzi, spesso era lui, impareggiabile nel trattare la sfera, a dover subire brutti falli... e riusciva pur tuttavia a mantenere la calma. In due sole occasioni si mostrò aggressivo:
1) Mondiali di Spagna del 1982. Si gioca Argentina-Brasile e Maradona scalcia l'incolpevole Batista, perché i brasiliani, passandosi la palla con grande abilità, avevano ridotto lui al ruolo di "torello", come si suol dire.
2) 1984. Finale della Copa del Rey tra Barcellona e Atletico Madrid. Il motivo è lo stesso. Quella seconda volta furono botte da orbi tra le due squadre, sotto lo sguardo crucciato del re di Spagna. Maradona scrive nel suo libro:
"Dopo ho avuto molta vergogna a causa del re. Beh, Juan Carlos stava lì, nel palco d'onore, era la sua Coppa, e noi ci stavamo ammazzando di botte. Mi ha fatto pena per lui, perché lui mi piaceva molto, mi era simpatico". Infatti, prima di questo scandalo, il giocatore era stato ricevuto a palazzo e trattenuto a colloquio con il re per un'ora e mezza, anziché per i venti minuti previsti dal cerimoniale. Affatto niente male per un villero! (Cioè uno nato in una villa misera, che è il simbolo della baraccopoli argentina.)

   

Per raccontare tutte le imprese di Maradona si dovrebbero riempire non centinaia ma migliaia di pagine. Correva l'anno 1980 quando, ancora ventenne, Diego Armando fu imputato di atti di violenza e condannato a quattro mesi di detenzione con la condizionale (la vittima della sua aggressione riportò gravi lesioni). Comprato dal Napoli nel 1984 per una cifra record, nel 1991 il quotato centrocampista argentino - ormai padre di famiglia - si vide appioppare dalla FIGC una squalifica di quindici mesi a causa del suo consumo di coca. (Stavolta la giustizia gli appioppò un anno e due mesi, ma, di nuovo, con la condizionale.) A ciò si aggiungono le diatribe con i vari club in cui si è trovato a giostrare: nel gennaio del '91, lo stesso Napoli gli ridusse la paga del 40 per cento, punendolo in questa maniera per il suo comportamento indisciplinato. Successivamente, anche due grandi società spagnole dovettero vedersela con il caratterino difficile del "Pube de or" (che nel 1986 si era laureato Campione del Mondo): dapprima il Barcellona, poi il Siviglia. Quest'ultima società nel 1993 fu addirittura costretta a licenziarlo in tronco.

Maradona crede di avere una missione speciale. "Io sono il Diego della gente!" esclama. Alla vigilia di Italia-Argentina nei Mondiali 1990, dichiara: "Mi disgusta che adesso tutti chiedano ai napoletani di essere italiani e di sostenere la Nazionale… Napoli è stata emarginata dal resto d'Italia. L'hanno condannata col razzismo più ingiusto". Più tardi, nell'autobiografia, così commenta quel suo intervento: "Non volevo sollevare i napoletani contro l'Italia, per niente, ma stavo dicendo la verità".

Diego ha il carattere del picaro: altruista ed egocentrico, coraggioso e sfrontato, spesso eccessivo nei gesti e nelle azioni. Scrive, a proposito di Pelè:
"Come giocatore è stato il massimo, ma non ne ha saputo approfittare per esaltare il calcio. Ha pensato alla politica, ha pensato che poteva diventare il presidente dei brasiliani. Ma non credo che un calciatore, o un ex calciatore, debba pensare a fare il presidente di un Paese. Mi sarebbe piaciuto che si fosse offerto, come ho fatto io, di presiedere un'associazione per la difesa dei diritti dei giocatori, che si fosse occupato di Garrincha, perché non morisse in miseria, che lottasse contro tutti gli atti dei potenti che sono dannosi per noi. Non mi confronto con lui, l'ho sempre detto e lo ripeto. E quando dico che non mi confronto, non parlo soltanto di calcio. Ho avuto modo d'incontrarmi con lui diverse volte. […] Era una questione di pelle, ci urtavamo troppo; ci vedevamo e sprizzavano scintille."
Eppure Pelé - l'autobiografia lo racconta molte pagine prima - gli augurò di tornare a giocare, quando a Napoli il "Pube de or" era nel pieno del problema della droga.

Nel 1992, Maradona perse la celebre causa per il riconoscimento della paternità di un bambino napoletano (gli esami accertarono che era davvero lui il padre). Ma uno dei fattacci più eclatanti avvenne nel febbraio del 1994: l'asso del pallone sparò con un fucile ad aria compressa contro un nugolo di giornalisti, quattro dei quali riportarono ferite, sia pure lievi. In seguito a tale ennesimo "colpo di testa", gli fu interdetto per diverso tempo di lasciare il suolo argentino.

Una data fatidica è il 29 giugno 1994, giorno in cui l'Argentina batté la Nigeria per 2 a 1. Era un match valevole per i Mondiali in USA. Poco dopo il fischio finale, lo shock: Maradona venne accusato di essersi dopato con Efedrina. La FIFA gli inflisse una squalifica di 15 mesi e lui dovette "riposare" fino al settembre 1995...

Nell'agosto del 1997 si torna a parlare del piccolo-grande Diego Armando Maradona. E' un evento che segna la vera fine della sua carriera. L'AFA, federazione calcistica dell'Argentina, comunica che nella prova d'urina del trentaseienne calciatore sono state riscontrate tracce di sostanze stupefacenti. E' la terza volta che Diego viene colto in flagrante. In passato, lui non si era sdegnato di ammettere pubblicamente il suo consumo di Bamba, Neve, Svelta, Bonza (così viene chiamata la cocaina). Dietro sue accanite proteste, le proteste del suo manager e anche quelle di diversi sostenitori irriducibili, l'analisi dell'urina viene ripetuta: e, ahiloro, il risultato è il medesimo di quello scaturito dalla prima prova. Il doping c'è stato, dunque.

Lo scandalo esplode dopo la vittoria del Boca Junior sull'Argentinos Juniors per 4 a 2: Maradona, al suo quinto o sesto comeback ufficiale, nel corso della gara ha trasformato un rigore. Grande giubilo. Poi, la notiziaccia. Gulliermo Coppola, manager della "Mano Sinistra di Dio" (com'è anche soprannominato il giocatore, per la sua leggendaria rete malandrina segnata contro l'Inghilterra servendosi, appunto, di una mano), dichiara alla stampa: "Questa mattina mi sono brevemente incontrato con lui. Diego mi è sembrato perfettamente in forma, ecco perché sono così sorpreso."

Mauricio Macri, presidente del Boca Junior, ragiona: "Sarebbe davvero un peccato se la sua brillante carriera dovesse finire in questo modo. Una cosa del genere non gliela augura nessuno." Da parte sua, Luis Conde, vice-presidente del rinomato club Boca Junior, parla di un autentico "schiaffo in piena faccia".

Fu la fine definitiva di Maradona giocatore. Nel 1992 e poi nel 1993, Diego aveva già dichiarato di volere abbandonare il mondo del calcio, ma in entrambe le occasioni si era sbugiardato (con gran gioia degli estimatori del bel gioco, certo), tornando a calcare l'erba degli stadi. Dopo quell'ennesimo scandalo, però, la sua stella si spense una volta per tutte.

Eppure, lui continuò a far parlare di sé... Clamorosa la sua "fuga" a Cuba con l'intenzione di liberarsi del vizio della coca; poi, nel 2002, in occasione dei Campionati del Mondo di Corea e Giappone, la grande delusione perché il Giappone gli nega il visto d'ingresso. Maradona si accontenta di andare in Corea, ma ha la fortuna di poter assistere alla finale tra Brasile e Germania nello stadio di Yokohama.

A prescindere da tutti gli episodi deplorevoli che ne hanno accompagnato la carriera, non c'è dubbio che Diego Armando Maradona è nato vincente. Prova ne è che Yo soy el Diego ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.

Negli ultimi tempi si ha l'impressione che l'ex genio del calcio sia maturato, che abbia trovato la via maestra. Oltre ad aver scritto un libro, gioca a golf (!). Ma ho il sospetto che sul suo conto ne sentiremo ancora delle belle.

Leggi anche la "Historia de Maradona" (in spagnolo)

Questi sono gli appunti di uno sportivo lateranense. "Lateranense" in senso lato; cioè, che se se ne sta ai bordi dell'arena, senza avere il fegato di gettarsi nella mischia. Insomma, uno spettatore in fuorigioco, come milioni di tanti altri. In anni ormai lontani - è vero -, egli stesso fu sul punto di salire alla ribalta, di calcare gli scenari dell'attività agonistica: era un promettente saltatore in lungo, nonché un'ala capace di esilaranti episodi contropiedistici e di calci di rigore assai poetici. Ma lo tradì la sua innata arroganza: "Partecipare a tornei di atletica stracittadini? Io? Giostrare nelle paludi dell'Interregionale? Io? Nisba. O la gloria completa, vera e immediata, o nulla." Così, oggi si ritrova a essere un semplice voyeur degli eventi "che contano".

Meeting internazionale di atletica leggera. Competizioni femminili. I numeri di gara, che prima stavano incollati sui pantaloncini, sono ora applicati su una coscia: perché la stoffa è diventata sempre più striminzita. Ogni falsa partenza sembra essere premeditata: ed è comunque un ottimo pretesto per mettere in luce le proprie fattezze; la telecamera indugia sulle basse rotondità dell'atleta "peccatrice" che torna pian piano ai blocchi. La Devers batte la Ottey (giamaicana) per un centesimo di secondo. Ha i capelli tutti raccolti in alto, una torre, ed è stata proprio l'acconciatura ad aiutarla alla vittoria. Lo rivela il fotofinish. La Devers, che per l'intera durata della corsa è stata in perfetta parità con Marlene Ottey, all'ultimo metro abbassa il capo e, grazie alla sua capigliatura, si è trovata più in avanti della concorrente. Rallentì: le guance che ballonzolano, espressioni decise o stupite con i denti scoperti; grazie a questi fotogrammi, risaltano i pacchetti di muscoli: le campionesse sono locomotive viventi dotate di sex appeal. Ma la prestazione migliore è quella di un'atleta marocchina (giunta tra le ultimissime in un'interminabile gara di fondo) che, fin dal primo giro, ha corso con le poppe al vento: colpa - o merito - della maglia, che le stava troppo larga.

Altro replay. Focalizzazione dello stupore sul volto di giavellottisti che, dopo il lancio, non riescono a frenare prima della linea bianca e si vedono così annullata la prestazione. Il rallentatore mette in evidenza anche i brutti spintoni e gli sgambetti che si scambiano i partecipanti agli 800 metri. E il labbro vacillante-fiammeggiante del diecimetrista etiope... Dopo aver vinto, l'etiope si stringe in un solo abbraccio a un ghanese e a un marocchino; una bella immagine! Ma il fronte unitario africano sussiste (se mai) soltanto nello sport.

Più alto, più lontano, più tutto. I giudici italiani falsificano i risultati per sciovinista lealtà nei confronti degli atleti connazionali, i giudici tedeschi fanno di tutto per favorire i loro, di atleti, e quelli americani... be', quelli americani bevono coca-cola.

Ecco il discobolo di Samoa, corto e grassottello, con il suo ridicolo lancio obliquo di 40 metri. In realtà è un pesista ("Su tutta l'isola esiste un solo peso" ammette candidamente), ma la sua federazione lo ha iscritto per sbaglio alla gara del disco. Ed ecco il centometrista di Anguilla che ha dimenticato o perso le scarpe e, a piedi nudi, stabilisce un nuovo record nazionale. E questi nomi indimenticabili... il marciatore spagnolo che si chiama Labrador... E di nuovo immagini al rallentatore, che illustrano i frequenti "incidenti" che avvengono nelle corse a staffetta. Le corse a staffetta: che divertimento! Chi farà il prossimo errore? Quale manina si tenderà all'indietro per agguantare aria, anziché il testimonio? Per dare un po' più di pepe a questo tipo di competizione, io suggerirei di usare come testimonio un cerino; oppure di rendere il testimonio più appariscente ingigantendolo di dieci, venti volte (e così vedremo a chi sfugge di mano, poi).

azzurre in festa Bellissime: le nostre campionesse della pallavolo

Ma torniamo alle donne. Come mai stravedo per le giamaicane? Perché la loro è una bellezza levigata, calda, naturale, e non aiutata da eccessivo maquillage, come è invece il caso delle arroganti statunitensi. Ad ogni modo, calda o algida che sia, un certo grado di bellezza deve esserci sempre. Perché, non illudiamoci: anche nello sport la bellezza fa mercato. E nel tennis, chiaramente, più che nell'atletica. Prendiamo il caso delle sorelle Williams. Già questi nomi: Venus, Yetunde, Lyndrea, Isha, Serena... Il padre delle cinque ragazze, Richard Williams, ha fatto di loro il suo capitale. Fin da quando erano piccolissime, ha inculcato nelle ninfette il concetto secondo cui bisogna essere belle ed eleganti per aver successo. E infatti: gli sponsor fanno letteralmente la fila. Sul campo, Venus & Co. non brillano certo per bravura. Giocano abbastanza passabilmente quando rimangono piantate sulla linea di fondo, ma sotto rete sono un vero disastro. Ogni volta poi che corrono da una parte all'altra per rincorrere la pallina, bisogna sperare che non inciampino sulle proprie lunghe gambe e si feriscano. Però belle ed eleganti lo sono senz'altro. Venus (17 anni) è stata la vera sensazione del Grand Slam di Parigi, essendosi presentata con pallottoline bianche nei capelli e un minivestitino che riluceva in maniera futuristica. Siamo alle prese con la nuovissima generazione di tenniste, nasino all'insù e culetto all'infuori; e - ovvio - piercing. Dopo giocatrici di fascino acerbo quali Martina Navratilova, Betty Stoeve e Wendy Turnbill, dopo le macchine muscolari Graf, Seeles e Novotna, che nelle conferenze stampa dicevano sempre: "I played very well in the first set", ci sono ora queste deliziose bambine che vanno in giro - anche dietro le quinte - con, addosso, della roba che prima si portava solo in piscina. E le frasi e i sorrisi che queste stelline della racchetta rivolgono ai giornalisti sono a dir poco conturbanti. In fondo non raccontano niente, ma lo raccontano bene. Un altro magnifico esempio è Anna Kournikova. Questa russa sedicenne entusiasma gli osservatori non tanto per il suo gioco, quanto più per i tops che le lasciano l'ombelico nudo e per i gonnellini che sono talmente ridotti che, perfino nei barbosi match delle pre-eliminatorie di "doppio", sugli spalti non si trova un posto libero manco a pagarlo a peso d'oro. Una starlette un po' più "stagionata", la francese Mary Pierce, non ha difficoltà a dichiarare: "Sicuro che io sono una tennista, ma la gente viene qui in primo luogo per vedere uno show e divertirsi. Per loro è come andare a un concerto o al cinema." Eh, sì: niente di strano, in questi tempi in cui le copie di copie delle insolenti e seducenti Spice Girls stravendono dischi e riempiono le arene... non certo grazie al loro talento musicale.
Noi, comunque sia,
Preferiamo le giamaicane.

anna kournikova ... e niente male: Kournikova e Sharapova

Quando l'Avellino fu promosso in Serie A per la prima volta, molti giornalisti non poterono trattenersi un sorrisetto di scherno, sicuri che la società irpina sarebbe retrocessa immediatamente, riscomparendo nella giungla delle categorie minori. Invece la squadra si salvò e rimase in A una prima e una seconda volta. A chi gli domandava: "Presidente, ma come ha fatto?" l'imprenditore Antonio Sibilia ribatteva, con occhio furbo: 

"Chi può, può. Chi non può, non può. Io può!"

Per anni, Sibilia ha guidato la società con il piglio di un padre padrone. Avverso ai capelloni, e disprezzando totalmente orecchini, tatuaggi e ogni altro tipo di abbellimento estetico che tanto sembra entusiasmare la gioventù, pretendeva, anzi esigeva da ogni singolo componente della sua truppa un'encomiabile vita da atleta. Ci fu un tempo in cui si appostava davanti all'abitazione di mediani e centrocampisti e, un occhio all'orologio e l'altro al portone, annotava l'ora del loro rientro. Alla speciale sorveglianza non sfuggì nemmeno il portiere Stefano Tacconi, allora ancora lontano dalle glorie juventine. Una volta che Tacconi rincasò alle ventidue, con mezz'ora di ritardo sull'orario d'ordinanza, si vide Sibilia comparirgli improvvisamente dinanzi: il presidente era schizzato da dietro una siepe...

All'Avellino le multe fioccavano. Ma non solo multe. Sibilia era un virtuoso dello schiaffone. Uno, sonorissimo, lo mollò a Vignola, sua adorata creatura, una stella di metà campo che - come Tacconi - sarebbe finito al club bianconero. La colpa di Vignola? Non si atteneva. Deragliava dalla retta via. "Lo schiaffo d'un papà al bambino disubbidiente" spiegò Sibilia alla stampa, con un ghigno pacato.

Nel 1993 fu costretto a lasciare i suoi "bambini" a causa dei guai giudiziari: lo prelevarono all'hotel Gallia di Milano, in piena campagna acquisti, con l'accusa di associazione camorristica. Quella volta lo colse pure un infarto. Seguirono condanne e assoluzioni, e l'anno successivo, riprendendo il suo posto di presidente, dichiarò: "Io all'Avellino sono tornato non per scendere, ma per volare!" Infatti. Lui e la squadra "volarono": dalla serie C alla serie A... per ridiscendere subito alla serie C, in modo altrettanto repentino.

Nel 1995, convocato nel suo ufficio il bomber Luiso, apprezzatissimo sia per le doti di cannoniere che per la sfumatura alta, gli disse: "Segnami quindici gol e ti regalo una Mercedes." Luiso superò se stesso, giocando la migliore stagione della sua vita: mise a segno le quindici reti e attese, già immaginandosi al volante di una vettura di lusso.

E' ancora lì che attende.

All'inizio della stagione 1996-97, si presenta al cospetto di Sibilia un giovanotto dalle chiome folte: il centravanti argentino Ricatti, già San Lorenzo e Boca Juniors (il club di Maradona). Ricatti aspira a vestire la maglia dell'Avellino, ma per Sibilia la visione di quell'intrico di capelli sul capo del sudamericano è uno shock. Ma come si può! (Soltanto l'anno prima, aveva costretto l'attaccante Minuti a giocare con il cranio rasato a zero.) Dopo essersi ripreso, il presidente dice gelidamente: "Le do ventiquattr'ore di tempo per mettersi in regola con il barbiere. Poi discuteremo di provini e ingaggi. Si ricordi: all'Avellino i capelloni non hanno mai trovato ubicazione." Se è stupito, il centravanti argentino non lo dà a vedere. Replica, prontamente: "Ma presidente, il lunedì i barbieri sono tutti chiusi..." e così la scadenza dell'ultimatum viene posticipata di altre ventiquattr'ore. Pur di giocare in Italia, molti talenti stranieri sarebbero disposti a trasformare la loro testa in una palla di biliardo.

Sibilia non è il primo padre padrone con la sindrome del capellone: già Boniperti aveva un debole per le teste da sergente da marines. Ed Heriberto Herrera vaneggiava di un undici composto unicamente di... cabeze pelate.

Mazzola e Suarez osservatori, Burgnich allenatore del Foggia, Lido Vieri che guida il Toro nella serie B, Oriali direttore generale del Bologna... Che riciclaggio di vecchie glorie! Di Gianni Rivera sappiamo tutti: è diventato Sottosegretario alla Difesa (e sì che gli si era sempre attestato una certa destrezza in attacco!). Ma dove sono tutti gli altri? Chi si ricorda, per esempio, dell'ala destra Jair? E che fine avranno fatto Claudio Sala, Pulici, Pierino Prati, Chiarugi... E il 'rivoluzz' Sollier? Certo che ne è passato di tempo! Riuscirei oggi a trovare la figurina di Pizzaballa (numero uno dell'Atalanta) per poter completare il mio album Panini? (Allora non c'era il tamagochi; ed eravamo costretti a inventarci qualcosa.)
Ecco alcuni degli eroi dei miei tornei privatissimi nel sottoscala, quei tornei con gli idoli su cartoncino, in cui una moneta da dieci o da cinquanta lire rappresentava il pallone e una matita la linea di porta (cito a memoria): Sarti, Facchetti, Bedin, Guarnieri, Corso, e ancora Cudicini, Landri, Landoni, Domenghini, Pellizzaro, Marini, Ghio... l'ex 'rugbysta' Chinaglia... Magistrelli, Boninsegna, Arcoleo... Probabilmente, molti di questi nomi giostreranno presto nel Campionato Celeste, dove già militano Picchi, Gigi Meroni, Re Cecconi, Scirea... Arbitro: il signor Concetto Lo Bello, da Siracusa.

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Il Grande Toro ...          Giacinto Facchetti

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